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  • Dove hai già visto Yoshi? Tutti i film e serie TV da recuperare prima di "Super Mario Galaxy"!

    Dove hai già visto Yoshi? Tutti i film e serie TV da recuperare prima di "Super Mario Galaxy"!

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    "It's-a me, Mario!". Salopette blu, maglietta rossa e cappello con la "M" stampata sopra. È Super Mario, la celebre mascotte Nintendo nata dalla matita di Shigeru Miyamoto nel 1981 protagonista dell'omonimo videogioco giapponese.

    L'idraulico italoamericano basso e baffuto con una predisposizione per il salto che ha saputo trasformarsi in un'icona pop globale travalicando i confini della consolle. Lo dimostra anche l'enorme successo registrato nel 2023 dall'uscita in sala di Super Mario Bros. - Il film.

    Ma con l'uscita del trailer del suo sequel, Super Mario Galaxy, prevista per aprile 2026, la presenza di un altro personaggio è riuscita addirittura ad offuscare quella di Jumpman. Si tratta di Yoshi, il piccolo dinosauro verde con il guscio rosso alleato e cavalcatura di Mario che, grazie alla sua lingua riesce a inghiottire i nemici trasformandoli in uova. La sua presenza nel film segna un'aggiunta importante nell'universo cinematografico legato all'idraulico baffuto e suggerisce la sua espansione.

    JustWatch ha stilato una lista di tutti i film e serie TV in cui è comparso uno dei più celebri personaggi Nintendo.

    1. Super Mario (1989)

    La prima serie televisiva – animata e live-action – basata sui videogiochi Super Mario Bros. e Super Mario Bros. 2 di Nintendo. Una sola stagione da 52 episodi per una lunghezza di 22 minuti divisi in due parti: Lou Albano e Danny Wells interpretano rispettivamente Mario e suo fratello Luigi nei primi e negli ultimi minuti dell'episodio, mentre al centro c'è un segmento animato. Ed è proprio lì che compare Yoshi insieme agli altri personaggi le cui caratteristiche riprendono quelle del videogioco.

    Nella sezione live-action ambientate a Brooklyn, i due idraulici italoamericani sono coinvolti in varie disavventure con i loro clienti mentre in quelli animati vengono risucchiati nel Regno dei Funghi dove devono proteggere la Principessa Peach e combattere il malvagio Re Bowser. Super Mario ha un fascino nostalgico e rappresenta un pezzo di storia della TV anni '80 anche per la scelta di parodiare film, fiabe o libri conosciuti dal grande pubblico o citare riferimenti celebri alla cultura collettiva come Guerre stellari (1977) o la guerra d'indipendenza americana. Da vedere se sei cresciuto con Saturday Supercade (1985).

    2. Super Mario World (1991)

    Terza serie, questa volta interamente animata, dedicata alla mascotte della Nintendo dopo Le avventure di Super Mario del 1990 in cui Yoshi non compare (se non in una copertina!). Se nel secondo adattamento televisivo i due fratelli idraulici si ritrovano a combattere contro i piccoli mostri al servizio del re Bowser nel Regno dei Funghi, in Super Mario World l'azione si concentra su Mario alle prese con i piani di Re Koopa nella Terra dei Dinosauri.

    Con l'introduzione di Yoshi – qui nel suo ruolo più ampio sul piccolo schermo - e l'assenza di Ughetto, la serie cambia le dinamiche tra i personaggi e le storie si muovono verso ambientazioni preistoriche, tra cavernicoli e Natale preistorico. Un totale di soli 13 episodi per una durata di circa 10 minuti in cui si parla di tematiche importanti e delicate come il bullismo, la dipendenza dalla televisione, l'obesità e, addirittura, il capitalismo. La serie è una trasposizione fedele del videogioco Super Mario World caratterizzata da un'animazione 2D colorata e vivace. Se ti sei divertito con le avventure di Donkey Kong Country (1997), questa serie animata non sarà da meno.

    3. Super Mario Bros. - Il film (2023)

    Con un incasso al botteghino mondiale di oltre un miliardo e 36 milioni di dollari, Super Mario Bros. - Il film è stato un successo travolgente che ha dato nuova linfa al personaggio della Nintendo. Terzo adattamento cinematografico dopo Super Mario Bros. - Il superfilm (1993) e Super Mario Bros.: La grande missione al salvataggio della Principessa Peach! (1986), il film vede l'idraulico di Brooklyn trasportato in un universo magico dove dovrà unire le forze con la Principessa Peach per salvare Luigi da Bowser.

    Un tripudio di Easter Eggs, omaggi e citazioni al videogioco che, in 92 minuti, stupisce per la qualità dell'animazione – c'è lo zampino della Illumination -, il ritmo e la modernità della produzione che, al tempo stesso, fa rivivere le atmosfere nostalgiche di chi ha passato i pomeriggi a giocare con il controller. Nella pellicola compaiono degli esemplari di Yoshi in una breve sequenza ambientata nel Regno della Giungla, ma è solo nella scena post-credit che viene mostrato un uovo bianco a macchie verdi che si schiude. Una piccola anticipazione di quello che vedremo in Super Mario Galaxy. Da recuperare se ti sono piaciuti The Lego Movie (2014) e Sonic – Il film (2020).

  • “Il prisma dell’amore” e altri 10 anime ambientati in Europa

    “Il prisma dell’amore” e altri 10 anime ambientati in Europa

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Ci sono anime che “vivono” in Giappone anche quando non ci sono: quartieri riconoscibili, rituali quotidiani, stagioni che cambiano come capitoli. E poi c’è l’altro grande trucco, quello europeo: Londra, Parigi, la Baviera, l’Italia da cartolina o da noir, la Scandinavia delle saghe. L’Europa negli anime è spesso un filtro estetico, ma anche un acceleratore emotivo: basta spostare i personaggi in un altrove più “romanzesco” e la storia si carica di melodramma, classe sociale, politica, folklore.

    In questo senso Il prisma dell’amore (2026) è l’esempio perfetto del momento: una serie Netflix arrivata da pochissimo che usa la Londra di inizio ’900 come palcoscenico per rivalità artistiche, sguardi lunghi e un romance che cresce a colpi di orgoglio e vulnerabilità. Firmata da Yoko Kamio e prodotta da WIT Studio, è diventata in poche settimane una di quelle uscite di cui si parla perché ha mood, ritmo e, soprattutto, un’ambientazione che fa metà del lavoro narrativo.

    Se sei interessato ad uscire dai confini nipponici e vedere come alcune storie si possano fondere perfettamente con i nostri paesaggi europei, in questo articolo ti consigliamo 10 anime ambientati in Europa per tutti i gusti.

    Il prisma dell’amore (2026)

    Se ami i romance che profumano di carta da disegno e ambizione, Il prisma dell’amore centra il bersaglio perché usa Londra non come sfondo, ma come “sistema nervoso” della storia. L’accademia d’arte, i salotti, la pioggia e la luce lattiginosa diventano la grammatica emotiva del racconto: la rivalità con il compagno più talentuoso non è un pretesto, è il modo in cui i due imparano a guardarsi senza ammetterlo. Funziona quando smette di correre dietro ai colpi di scena e si concentra sui dettagli: una critica che brucia, un gesto troppo gentile, un quadro che dice ciò che loro non sanno dire. È uno shojo storico con ambizioni “da romanzo”, ma con un taglio moderno: meno idealizzazione, più frizione tra desiderio e identità. Consigliato a chi vuole un drama romantico elegante, un po’ spigoloso, e visivamente molto curato.

    Vinland Saga (2019–2023)

    Qui l’Europa non è un vezzo estetico: è la materia stessa del racconto. Vinland Saga parte dall’Inghilterra dell’XI secolo e la usa per costruire un’epica che, sotto la scorza di battaglie e vichinghi, parla di crescita e disintossicazione dalla violenza. La cosa migliore è la serietà con cui tratta il mondo: niente “fantasy comodo”, ma politica, fame, fango, inverno lungo. E soprattutto un protagonista che cambia davvero, passando da strumento di vendetta a persona che deve reinventarsi un senso. Se cerchi un anime storico che non romantizza la guerra, è uno dei titoli più solidi degli ultimi anni. Il target ideale? Chi ama drammi maturi alla Berserk (1997) o grandi saghe “da romanzo” dove ogni scelta costa. E sì: l’Europa qui è aspra, concreta, quasi tattile.

    Monster (2004)

    Un thriller ambientato in Europa che sembra scritto con la precisione di un romanzo tedesco e l’ossessione morale di un noir. Monster segue un chirurgo giapponese che lavora a Düsseldorf: salva un bambino e, anni dopo, scopre di aver rimesso al mondo qualcosa di inumano. L’Europa (Germania, confini, passato storico che non smette di fare ombra) non è decorativa: è il terreno perfetto per una storia su identità, colpa, responsabilità e “mostri” che spesso hanno un volto educato. La serie è lenta nel modo giusto: ti fa camminare nei corridoi, nei bar, nelle periferie, finché il senso di minaccia diventa quotidiano. È consigliata a chi ama i crime psicologici e vuole personaggi che non si riducono a funzioni di trama. Se ti piacciono Mindhunter (2017–2019) o i thriller “morali”, qui trovi un classico.

    Le bizzarre avventure di JoJo: Vento Aureo (2018– in corso)

    L’Italia di Vento Aureo ne Le bizzarre avventure di JoJo è un’idea pop: città, coste, vicoli, moda, e una criminalità da operetta tragica. Ma è proprio questo il punto: la stagione trasforma l’ambientazione in una passerella di stile dove ogni scontro sembra una performance. La chimica del gruppo (e la spinta idealista di Giorno) regge l’esagerazione e rende credibile l’assurdo: qui il melodramma è una lingua, non un eccesso. È la scelta giusta se vuoi un anime d’azione che non assomiglia a nessun altro, con un’Italia riconoscibile ma filtrata, quasi mitologica. Target perfetto: chi ama i battle anime creativi, chi si diverte con l’estetica sopra le righe, chi vuole una storia di “ascesa criminale” raccontata come un’opera barocca. E sì, l’Europa qui è glamour e pericolosa, come dovrebbe.

    The Ancient Magus' Bride (2017–2023)

    Un’Inghilterra fatta di folklore, biblioteche, case in pietra e campagna umida: The Ancient Magus’ Bride usa l’Europa come spazio fiabesco per parlare di trauma, appartenenza e cura (anche quando è imperfetta). La protagonista arriva a Londra in condizioni disperate e finisce nel mondo di un mago inquietante: potrebbe essere una premessa tossica, ma la serie lavora di atmosfera e crescita, e quando è al meglio diventa un racconto sul “ricominciare” in un luogo che non ti assomiglia. Non è per chi cerca ritmo: è un titolo da assaporare, con episodi che sembrano piccole leggende. Lo consiglio a chi ama fantasy malinconici, romance soprannaturali e creature mitologiche trattate con delicatezza. Se ti piacciono Natsume o certi Studio Ghibli mood, qui trovi un parente più oscuro.

    Black Butler (2008– in corso)

    Black Butler è Vittoriana, gotica, teatrale: Londra è un labirinto di aristocrazia, crimini e riti, e la serie ci sguazza con una sicurezza che spiega perché sia diventata un cult. Il fascino sta nel patto (un ragazzino nobile, Ciel, e un demone-badante, Sebastian) e nel modo in cui l’ambientazione europea rende tutto più “letterario”: sembra di stare in un penny dreadful con eyeliner perfetto. Funziona quando alterna casi episodici e trama centrale, e quando lascia che la chimica tra i due protagonisti faccia il lavoro sporco: ironia, controllo, dipendenza. È perfetto per chi vuole mistero soprannaturale, estetica dark e un tono che passa dal macabro al brillante senza chiedere scusa. Se ami Sherlock o i thriller gotici, è una scelta obbligata.

    Emma – A Victorian Romance (2005–2007)

    Qui l’Europa è precisione storica e tensione sociale: Londra di fine ’800, classi rigidissime, e un romance che non si “libera” con una battuta. Emma è una storia d’amore che vive di educazione e frustrazione: due persone si scelgono, ma tutto intorno dice loro che non dovrebbero. Il bello è la calma: ti fa sentire il peso delle regole, la distanza tra salotto e cucina, la violenza gentile dei “si fa così”. Non è un anime che punta sul colpo di scena: punta sul tempo, sui dettagli e sulla credibilità emotiva. Consigliato se cerchi romance adulti (nel senso di maturi), se ami i period drama e vuoi un titolo che tratti la classe sociale come conflitto vero, non come accessorio. È un gioiello per chi apprezza l’eleganza e la malinconia.

    Gosick (2011)

    Un’Europa “inventata” ma credibile, tra Svizzera, Alpi e Mediterraneo, anni ’20 e misteri da romanzo d’appendice: Gosick è comfort mystery con un’anima gotica. Il punto forte è la coppia centrale: lui outsider, lei genio rinchiuso in biblioteca, e una chimica da detective story classica (tipo Poirot in versione anime) che rende irresistibili anche i casi minori. L’ambientazione fa tantissimo: treni, collegi, pioggia e leggende locali costruiscono un mood che sa di vecchie cartoline e segreti di famiglia. Non è perfetto nel ritmo, ma quando azzecca l’equilibrio tra indagine e rapporto tra i due, diventa davvero una serie “da serate fredde”. Target ideale: chi ama mystery soft, atmosfere rétro e romance leggero ma costante, senza bisogno di dichiarazioni plateali ogni dieci minuti.

    Moriarty the Patriot (2020)

    Se Sherlock Holmes ti intriga più come sistema sociale che come detective, Moriarty the Patriot non può essere non visto. Londra è il teatro di una rabbia ordinata: classismo, ingiustizie strutturali, e un “antieroe” che decide di riscrivere le regole con metodi discutibili ma lucidissimi. Il bello è la tensione ideologica: non è solo “genio contro genio”, è una serie che ti chiede per chi tifi quando il mondo è marcio. La chimica tra Moriarty e Holmes (sfida, riconoscimento, ossessione) è il carburante, e l’Inghilterra vittoriana dà a tutto un’aria da feuilleton criminale. Consigliato a chi ama thriller strategici, drammi sociali e duelli verbali. Ma, soprattutto, per chi ama quelle coppie/non coppie che sanno muoversi sulla linea grigia sottile dell’ambiguità e seduzione.

    Hetalia: Axis Powers (2009–2015)

    L’Europa qui è una sitcom geopolitica: paesi antropomorfi, gag fulminanti, stereotipi (da prendere con le pinze) e una struttura a sketch che vive di ritmo e riconoscibilità. Hetalia non è “accurato” nel senso didattico, ma è sorprendentemente efficace nel far passare un’idea: la storia europea come convivio forzato tra personalità incompatibili. Se ti diverte l’umorismo meta e vuoi qualcosa di breve, è perfetto; se cerchi profondità narrativa, no. La chimica funziona perché i personaggi sono incastri comici: l’Italia ingenua, la Germania “seria”, la Francia teatrale… e via così. È un titolo che consiglio come snack tra serie più impegnative, oppure a chi ama fandom e dinamiche da ensemble. Nota: proprio perché gioca con identità nazionali, vale la pena guardarlo con spirito critico e un po’ di distanza.

    Lady Oscar (1979)

    Un classico che usa la Francia pre-rivoluzionaria come lama: Lady Oscar non è solo romance storico, è un racconto su genere, ruolo sociale e coscienza politica, travestito da melodramma in uniforme. Versailles è splendore e prigione, e la serie ha ancora oggi una forza rara quando mette in scena la frattura tra élite e popolo (e il modo in cui una persona può cambiare parte). È consigliata a chi vuole un anime “grande”, pieno di emozioni senza ironia di protezione, e a chi ama storie dove i sentimenti sono inseparabili dal contesto storico. Sì, ha i segni dell’epoca (ritmi e stile anni ’70), ma proprio per questo è un’esperienza: è come leggere un feuilleton con la musica che ti stringe lo stomaco. Se non l’hai mai vista, è un recupero che ripaga.

  • “L’invisibile” e gli altri: ecco le storie che hanno raccontato lo Stato contro la Mafia

    “L’invisibile” e gli altri: ecco le storie che hanno raccontato lo Stato contro la Mafia

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    È andata da poco in onda su Rai 1 la fiction in due serate, L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro (2026). Disponibile in boxset su Raiplay, ripercorre i tre mesi che hanno preceduto l’arresto del boss Matteo Messina Denaro, latitante da oltre trent’anni. Come sono arrivati il Colonnello Lucio Arcidiacono (nel copione diventato Gambera) e i suoi uomini a scovare l’ultimo stragista di Cosa Nostra? Qual è stato il prezzo da pagare per una caccia interminabile? 

    Regia di Michele Soavi, non estraneo al filone del racconto civile televisivo, avendo firmato alcuni capitoli della saga di Ultimo e il film sul magistrato Rocco Chinnici, e sceneggiatura di Pietro Valsecchi, che per anni ha prodotto diverse storie basate sulla cronaca del nostro Paese, soprattutto per quanto concerne la lotta alla mafia, il progetto è frutto di studio, di confronto con i veri artefici della cattura del criminale che si era trasformato in un fantasma, avvenuta il 16 gennaio di tre anni fa.

    È una storia di mafia, ma soprattutto dello Stato che la combatte. Un racconto necessario che si trasforma in atto civile, secondo il cast. È un filone percorso dal cinema e dalla serialità quello di mettere in scena la contrapposizione tra uomini delle istituzioni e la malavita organizzata, basata su fatti realmente accaduti. Molti titoli portano spesso la firma di Valsecchi, che del genere ne ha quasi fatto un manifesto, però anche altri autori non sono stati da meno. Ripercorriamo con JustWatch alcuni film e serie tv da recuperare, se avete trovato di vostro gradimento L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro (2026).

    L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro (2026)

    Quattro episodi, L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro (2026) è una visione necessaria. Diretta da Michele Soavi, la miniserie con Lino Guanciale, oltre a ripercorrere quei novanta giorni prima dell’arresto di Matteo Messina Denaro, con la relativa parte di detection che rende avvincente il racconto, offre uno sguardo su cosa significhi essere un eroe nell’ombra. Credo che il punto di forza del racconto sia il rendere tangibile il peso di una responsabilità così importante, il prezzo da pagare nell’essere un servitore dello Stato, disposto ogni giorno a rischiare la vita per mandare in galera criminali senza scrupoli, che rappresentano una minaccia per la collettività. Invisibili che vogliono rendere visibile l’invisibile, gioco di parole a parte, è una miniserie che prova a farci immedesimare in persone che lavorano senza fare rumore, soprattutto enfatizzando il loro lato umano. Figure realmente esistenti, nonché degli esempi positivi, fondamentali da mettere in scena attraverso un ritmo incalzante, e pur conoscendo l’esito della storia, è in grado di tenerci incollati allo schermo fino alla fine. Anzi, forse proprio perché sappiamo come va a finire, ci interessa sapere chi dovremmo ringraziare ogni giorno.

    Il cacciatore (2018)

    Liberamente tratto dal libro “Cacciatore di mafiosi” di Alfonso Sabella, Il cacciatore (2018) si focalizza sulle vicende di Saverio Barone, giovane PM, protagonista della “caccia” ai mafiosi dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Nel corso della serie seguiamo il nostro eroe, ispirato allo stesso Sabella e straordinariamente interpretato da Francesco Montanari, sulle tracce dei Corleonesi, riuscendo ad arrestare dei ricercati di spicco, da Leoluca Bagarella a Giovanni Brusca. Sottolineo che la qualità delle tre stagioni è sorprendente, considerato che si parla di una fiction per la televisione generalista, che allora stava cominciando a fare dei passi da gigante con l’ambizione di offrire un prodotto dal respiro più internazionale. Gli sforzi hanno ripagato, è stata anche premiata all’estero a Canneséries (era l’unica produzione italiana in concorso). Se cercate una storia avvincente, e soprattutto una delle migliori produzioni italiane per il piccolo schermo di sempre, Il cacciatore (2018) è quello che fa per voi. 

    Maltese – Il romanzo del Commissario (2017)

    Miniserie in quattro episodi da cento minuti ciascuno, segue le indagini di Dario Maltese, un commissario della Narcotici di Roma, una volta rientrato a Trapani, sua città d’origine, incentrate sulla Mafia negli anni Settanta a seguito del brutale assassinio di un collega, ma soprattutto un caro amico di sempre. Diretta da Gianluca Maria Tavarelli e interpretata da Kim Rossi Stuart, Maltese – Il romanzo del Commissario (2017) è un prodotto ben confezionato, che si ispira a quella che fu la gloriosa La Piovra (1984), serie per eccellenza sulla mafia, dal linguaggio moderno, e pur essendo ambientata cinquant’anni fa mette in scena dinamiche terribilmente contemporanee, specialmente per quanto concerne il legame tra malavita e potere. 

    Il traditore (2018)

    Tommaso Buscetta, il primo grande pentito di mafia, è oggetto di uno dei migliori film di Marco Bellocchio. Il traditore (2018), con Pierfrancesco Favino, ripercorre sul grande schermo la biografia del “boss dei due mondi”, che decise di collaborare con la giustizia, sancendo una svolta decisiva alla lotta a Cosa Nostra:grazie alle sue dichiarazioni fu possibile far infatti luce sulla sua struttura interna, sulle sue regole e sul suo funzionamento. Non si può discutere la grande prova di Favino all’interno di una ricostruzione potente, che non santifica un personaggio come Buscetta ma piuttosto ci offre attraverso la sua parabola una pagina cupa della storia del nostro Paese, fatta di vendette e tradimenti, di continuo scorrere di sangue, che a distanza di diciotto anni dallo straordinario film di Marco Tullio Giordana, I cento passi (2000), incentrato su Peppino Impastato, ci ricorda sempre che “la mafia è una montagna di m***a”.

    La camera di consiglio (2025)

    Presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma, La camera di consiglio (2025) di Fiorella Infascelli è un film sul maxiprocesso. Come suggerito dal titolo, ripercorre la camera di consiglio più lunga della storia, quella del più grande processo penale di sempre. Ambientato nel 1987, otto giurati, quattro donne e quattro uomini, si riuniscono per trentasei giorni in un alloggio bunker, nel cortile del carcere dell’Ucciardone di Palermo. Le vicende umane dei protagonisti, gli unici a non essersi sottratti all’incarico per paura, isolati dal mondo esterno, riusciranno nell’impresa della decisione di condanne e assoluzioni per ben 470 imputati. Un film corale, dall’impianto teatrale, girato in un’unica location, che riflette la clausura e l’enorme responsabilità di un gruppo di persone che ha segnato una pagina di storia nella lotta contro la mafia. In sintesi, è una pellicola che si avvale di grandi interpretazioni, da Sergio Rubini a Massimo Popolizio, che nel riprendere dei cult cinematografici a sfondo giudiziario, come La parola ai giurati (1957) di Sidney Lumet, conferma la propria capacità di raccontare la lotta alla mafia con una prospettiva del tutto inedita.

    Ultimo (1998)

    Ultimo (1998) con Raoul Bova fu la prima miniserie televisiva della Taodue, l’allora società di Pietro Valsecchi. Ma soprattutto è stato il primo capitolo di una linea editoriale ben precisa, quella di raccontare storie vere di Stato che si oppone alla Mafia sotto forma di romanzo televisivo, con una chiave avvincente. Un film in due puntate ispirate al libro di Maurizio Torrealta, “Ultimo, il Capitano che arrestò Totò Riina”, per ripercorrere la vera storia del capitano dei Carabinieri, stavolta chiamato Roberto Di Stefano, nome in codice Ultimo, che insieme a una piccola squadra e tanta determinazione, è riuscito ad arrestare Totò Riina, boss mafioso, capo dei Corleonesi, dietro alle stragi del ’91-’92. Fu un grande successo, tanto da portare alla realizzazione di altri ben quattro sequel. Si può considerare un antenato de L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro (2026), con cui condivide molto, soprattutto il tono del racconto.

    Il capo dei capi (2007)

    Diretta da Enzo Monteleone e Alexis Sweet, Il capo dei capi (2007) è tra le migliori fiction mai realizzate su Canale 5. Sei episodi, ben confezionati, che ripercorrono l’ascesa e la caduta di Salvatore “Totò” Riina (Claudio Gioè). Tratto dall’omonimo libro inchiesta di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, tra gli sceneggiatori Claudio Fava, figlio del giornalista Giuseppe assassinato dalla mafia nel 1984, la serie non si sottrae dal mettere in scena il boss sanguinario dal punto di vista dei buoni, in particolare dalla figura di Biagio Schirò (Daniele Liotti), un personaggio fittizio, poliziotto nonché amico d’infanzia di Riina. Non sono infatti mancate le polemiche che hanno accusato la serie di “santificare” il capo dei corleonesi. Ma guardandola fino in fondo potrete constatare che accade esattamente il contrario.

    L’ultimo padrino (2008)

    Simile come struttura a L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro (2026), la miniserie racconta la caccia a Bernardo Provenzano, arrestato l’11 aprile 2006 dopo ben 43 anni di latitanza. Diretto da Marco Risi, regista di un film come Fortapàsc (2009) sul giovane giornalista Giancarlo Siani, ucciso a soli 26 anni dalla Camorra,  L’ultimo padrino (2008) segue il vicequestore Roberto Sanna (Daniele Pecci) sulle tracce dell’ultimo padrino (Michele Placido), l’uomo che ha preso le redini di Cosa Nostra dopo la cattura di Totò Riina. È la storia, soprattutto, del gruppo Duomo, che riunisce i migliori poliziotti di Palermo, che hanno dedicato giorno e notte per scovare colui che allora era invisibile, sferrando così un altro duro colpo alla mafia. Considerato come una sorta di “sequel” de Il capo dei capi (2007), due puntate che non potranno non appassionare gli spettatori, in particolare se hanno amato la miniserie con Lino Guanciale.

    Squadra antimafia – Palermo oggi (2009)

    Accolta con entusiasmo dal pubblico, Squadra antimafia – Palermo oggi (2009) racconta lo scontro Stato-Mafia. Composta da otto stagioni, le prime quattro ambientate a Palermo e le successive a Catania, è un grande romanzo che spazia tra l’action e il thriller, privilegiando un punto di vista prettamente femminile. Nato come terzo capitolo di una trilogia composta da Il capo dei capi (2007) e L’ultimo padrino (2008), ha presentato delle innovazioni per l’epoca per quanto concerne il racconto televisivo generalista, come la dicotomia bene e male mai del tutto netta, ma sempre con delle zone grigie presenti in tutti i personaggi. Ha avuto anche una serie spin-off di successo, Rosy Abate – La serie (2017), se cercate un poliziesco “sopra le righe”, che non tralasci una componente sentimentale, è il titolo che dovete recuperare, pur mettendo da parte la ricerca di verosimiglianza. 

    Paolo Borsellino (2003)

    Gianluca Maria Tavarelli ripercorre la storia di Paolo Borsellino, tra i magistrati simbolo per eccellenza della lotta alla mafia. Paolo Borsellino (2003) è una miniserie in due puntate da cento minuti che offre un ritratto del giudice Borsellino, assassinato assieme a cinque agenti della sua scorta il 19 luglio 1992, nella strage di via D’Amelio. Lode all’attore protagonista Giorgio Tirabassi, che restituisce un’interpretazione indimenticabile, non meno intensa di quella, altrettanto toccante, del compianto Ennio Fantastichini nei panni di Giovanni Falcone. Un progetto sostenuto sin dall’inizio dalla famiglia Borsellino, oggi tra i titoli necessari per avvicinarsi a una figura positiva, che continua a incarnare la giustizia e la legalità.

    Rocco Chinnici – È così lieve il tuo bacio sulla fronte (2018)

    Tratto dal libro di Caterina Chinnici, Rocco Chinnici – È così lieve il tuo bacio sulla fronte (2018) racconta, con lo sguardo della figlia, la vita di Rocco Chinnici, il magistrato palermitano, “padre” del “pool antimafia”, assassinato dalla mafia il 29 luglio 1983. Una parabola professionale di un integerrimo uomo dello Stato, umana di un padre attento e affettuoso, ben interpretata da Sergio Castellitto, diretto da Soavi, il regista de L’invisibile - La cattura di Matteo Messina Denaro (2026). Un film da non perdere se volete avvicinarvi a un altro vero e proprio simbolo della lotta alla mafia, punto di riferimento per molti colleghi e soprattutto un esempio per il mondo della legalità. 

  • Tutti i film e le serie TV con Edoardo Leo (e la nostra Top 5)

    Tutti i film e le serie TV con Edoardo Leo (e la nostra Top 5)

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Il suo ultimo film è ancora in classifica al cinema. Stiamo parlando di Edoardo Leo, protagonista di 2 cuori e 2 capanne (2026), commedia romantica di Massimiliano Bruno. Nato il 21 aprile 1972, compleanno della sua città natale, l’attore romano interpreta Valerio,un maschilista inconsapevole, alle prese con Alessandra (Claudia Pandolfi), femminista convinta. Una storia d’amore che gioca sulla classica dicotomia degli opposti che si attraggono. 

    Laurea con lode in Lettere presso l’Università Sapienza di Roma, Leo comincia a recitare nel 1994, si alterna tra cinema, televisione e teatro. 

    La popolarità come attore con Un medico in famiglia (1998), Romanzo Criminale – La serie (2008), e soprattutto al cinema con la trilogia di Smetto quando voglio (2014) e Perfetti Sconosciuti (2016) di Paolo Genovese. L’esordio alla regia con Diciotto anni dopo (2010), ci prende gusto e si mette dietro la macchina da presa di quasi una decina di film per il cinema, incluso Non sono quello che sono (2024), rilettura in romanesco dell’Otello di Shakespeare, e il bellissimo documentario dedicato al maestro e amico Gigi Proietti, Luigi Proietti detto Gigi (2022). Tra le interpretazioni più recenti, la fiction per Rai 1, Il Clandestino (2024), e il campione d’incassi Follemente (2025) di Paolo Genovese. Ecco i nostri consigli per cinque film con Edoardo Leo da non perdere, oltre alla lista dell’intera filmografia.

    Smetto quando voglio (2014)

    Quello di Pietro Zinni è un personaggio difficile da dimenticare. La mente della banda di ricercatori di Smetto quando voglio (2014), primo capitolo di una trilogia particolarmente amata dal pubblico. Opera prima di Sydney Sibilla, il capostipite è spesso definito il Breaking Bad (2008) all’italiana, con Leo nei panni di un neurobiologo precario, che dopo aver perso il posto da ricercatore, riesce a ideare una “droga legale”, per poi spacciarla con la complicità di altri colleghi nella sua stessa situazione (dal latinista di Valerio Aprea all’antropologo culturale di Pietro Sermonti, dal timido e brillante archeologo di Paolo Calabresi al compianto Libero De Rienzo, che interpreta un matematico). Arrivano i guadagni, arriva il successo…ma gestirlo sarà complicato. Un film che spazia tra commedia e critica sociale, oltre a suscitare risate, è in grado di offrire degli spunti di riflessione sulla precarietà del sistema accademico nazionale. Consigliamo anche i due sequel, Smetto quando voglio – Masterclass (2017) e Smetto quando voglio – Ad honorem (2017).

    Noi e la Giulia (2015)

    Dal romanzo di Fabio Bartolomei, “Giulia 1300 e altri miracoli”, Noi e la Giulia (2015) racconta la storia di un gruppo di persone insoddisfatte che si trasferisce in campagna per aprire un agriturismo, ma che finisce di imbattersi in un camorrista alla guida di una vecchia Giulia 1300 che viene a chiedere loro il pizzo. Terzo film da regista di Leo, che firma anche la sceneggiatura, l’attore interpreta magistralmente Fausto, un piazzista televisivo di orologi contraffatti, coatto, arrogante e soprattutto pieno di debiti, tanto da essere inseguito dai creditori, tra cui Sergio (Claudio Amendola), che ricoprirà un ruolo attivo nella vicenda. È una commedia leggera, che come Smetto quando voglio (2014) esplora una crisi generazionale.

    Perfetti Sconosciuti (2016)

    Film che vanta il maggior numero di remake nel mondo, Perfetti Sconosciuti (2016) di Paolo Genovese segue la storia di un gruppo di amici a cena. Improvvisamente la padrona di casa propone un “gioco”, che consiste nel mettere lo smartphone al centro del tavolo e condividere con i commensali i messaggi ricevuti. Sarà l’inizio di una reazione a catena, dove emergeranno i segreti più intimi, che scateneranno dei conflitti che mineranno le fondamenta di molte coppie presenti. A fianco di un eccellente cast corale, l’attore romano è Cosimo, un tassista che vuole cambiare la propria vita, da poco sposato con Bianca (Alba Rohrwacher). Ma l’uomo che ha qualcosa da nascondere. Per Leo, si tratta di una prova importante in una pellicola capace di lasciare il segno.

    Lasciarsi un giorno a Roma (2021)

    Quanto è difficile separarsi dopo tanti anni di relazione? Partendo dall’omonima canzone di Niccolò Fabi, Leo scrive, dirige e interpreta Lasciarsi un giorno a Roma (2021) che segue attraverso due coppie la fine di un amore duraturo, con le sue conseguenze. Il tutto nella splendida cornice della Città Eterna, da sempre vista come il teatro romantico per eccellenza, stavolta capace di restituirci un’altra faccia dell’amore: annichilita dagli anni che passano. L’attore romano indossa i panni di Tommaso, uno scrittore in crisi creativa, che cura, con lo pseudonimo di Gabriel Garcia Marquez, una rubrica di“posta del cuore” e che riceve una lettera di una donna che confessa di voler lasciare il fidanzato: è Zoe, con cui sta insieme da dieci anni. Consigliato a chi ama le commedie sentimentali che affrontano tematiche importanti.

    Mia (2023)

    Un pugno nello stomaco! È Mia (2023) di Ivano De Matteo, che racconta la storia di una famiglia la cui vita viene stravolta dal rapporto tossico che la figlia quindicenne, Mia, instaura con un adolescente violento. Leo è Sergio, un padre spaesato, che sembra non trovare gli strumenti per proteggere sua figlia, che finirà per farsi coraggio per salvarla da un ragazzo manipolatore. Un film sconvolgente, potente, che va dritto al punto quando parla di stalking, di revenge porn, delle fragilità dei giovani, e soprattutto dei genitori, alle prese con le loro paure. Quella di Edoardo Leo è un’interpretazione intensa, che rende autentico un personaggio in cui molti possono rispecchiarsi. Una visione necessaria, soprattutto se fatta proprio in famiglia.

    Era ora (2023)

    Tra i film italiani targati Netflix più visti in tutto il mondo, Era ora (2023) di Alessandro Aronadio è una commedia che riflette sul tempo che scorre. È proprio l’interpretazione di Leo uno dei punti di forza del film, nei panni di uno stacanovista, Dante, intrappolato nella routine. Ogni giorno, però, l’uomo si sveglia un anno più vecchio, arrivando così a fare i conti di quanto si stia perdendo della propria vita e dei propri affetti. Un personaggio credibile, nel quale è facile riconoscersi proprio perché figlio della società contemporanea, capace di spingerci a riflettere su ciò che davvero conta nella nostra esistenza. La performance di Leo è decisamente matura, così come è eccellente l’alchimia con la co-protagonista Barbara Ronchi, elementi che arricchiscono una pellicola dal sapore dolceamaro, da non lasciarsi per una visione completa del suo percorso artistico e professionale.

  • "Le Cronache di Narnia": che fine ha fatto il cast della trilogia originale?

    "Le Cronache di Narnia": che fine ha fatto il cast della trilogia originale?

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Sono passati anni dalla conclusione della serie cinematografica de Le Cronache di Narnia. Dopo l’esordio della saga con l’epico Le cronache di Narnia - Il leone, la strega e l'armadio (2005), il franchise tratto dalla penna di C. S. Lewis aveva concluso la sua corsa con Le cronache di Narnia - Il principe Caspian (2008) e Le cronache di Narnia - Il viaggio del veliero (2010).

    Fino a quando una certa Greta Gerwig (Barbie (2023), Jay Kelly (2025)) non ha deciso di riportare agli albori il mondo di Lewis con Narnia: Il Nipote Del Mago (2026). Tutti gli occhi dei fan sono puntati sui mesi finali del 2026, quando il film uscirà prima al cinema e poi su Netflix. Per rinfrescarci un po’ la memoria, abbiamo stilato questa lista per vedere dove sono finiti i membri principali del cast della trilogia iniziale.

    1. Skandar Keynes (Edmund), Georgie Henley (Lucy), William Moseley (Peter) e Anna Popplewell (Susan)

    Per dare spazio a più nomi del cast stratosferico de Le Cronache di Narnia, abbiamo raggruppato i fratelli e le sorelle Pevensie in un solo paragrafo. Le loro traiettorie dopo la saga sono state tra le più disparate. Mentre Skandar Keynes (Edmund) ha lasciato il cinema dedicandosi alla politica, Georgie Henley (Lucy) ha scelto con cura i suoi progetti, apparendo nel film Sorelle assassine (2014) e nella serie TV thriller The Diplomat (2023). William Moseley e Anna Popplewell hanno all’attivo più progetti. Il primo si è reinventato nel ruolo del Principe Liam in The Royals (2015) e, più recentemente, con On the Line (2022) al fianco di Mel Gibson. La seconda è rimasta dentro atmosfere in costume con la serie Reign (2013) e ha sbancato il botteghino con la sua prova in The Nun II (2023).

    2. Liam Neeson (Aslan)

    Liam Neeson ha partecipato a Le Cronache di Narnia con il doppiaggio di Aslan, il leone parlante che aiuta i nostri a districarsi nel mondo fantastico di Narnia. Il ruolo di Aslan va a inserirsi nella lista di parti iconiche interpretate da Neeson. L’attore nordirlandese ha vestito i panni del prete gesuita Cristóvão Ferreira nell’acclamato progetto di Scorsese Silence (2017). È poi tornato al doppiaggio con il ruolo multiplo di Poliduro - Politenero e Polipà in The Lego Movie (2014). Sempre in cerca di nuove sfide, Neeson si è assunto l’arduo compito di riportare al cinema la saga de Una pallottola spuntata nei panni di Frank Drebin Jr. con il reboot Una pallottola spuntata (2025). Sul versante piccolo schermo, la sua ultima fatica si trova in Star Wars: Tales of the Jedi (2022).

    3. Tilda Swinton (Strega Bianca)

    Ci sono pochi nomi nel panorama del cinema moderno che vantano il curriculum di Tilda Swinton. Tra i molteplici progetti a cui ha lavorato, l’attrice premio Oscar ha dato il volto all’iconica Strega Bianca de Le Cronache di Narnia. Questo ruolo le ha aperto le porte di Hollywood, permettendole di apparire in alcuni dei film più famosi degli anni 2000. Non importa se si tratta di blockbuster o pellicole d’autore. Grand Budapest Hotel (2014) ha continuato la straordinaria collaborazione con Wes Anderson, mentre Solo gli amanti sopravvivono (2013) ha messo un altro tassello in quella con Jim Jarmusch. Swinton ha poi partecipato al primo film in inglese di Pedro Almodóvar La stanza accanto (2024) e ha recitato a fianco di Colin Farrell ne La ballata di un piccolo giocatore (2025).

    4. James McAvoy (Mr. Tumnus)

    Il fauno Mr. Tumnus è uno dei personaggi più conosciuti e apprezzati di James McAvoy. Il suo ruolo è entrato nella cultura pop e ha conquistato intere schiere di fan, dando avvio a una carriera in ascesa. L’attore scozzese ha inanellato una serie di personaggi altrettanto iconici, primo fra tutti quello di un giovane Professor X in X-Men - L'inizio (2011). Per non parlare di Kevin Wendell Crumb nel cult moderno di M. Night Shyamalan Split (2016). McAvoy è passato all’horror con Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (2024), prima di alzare ancora una volta l’asticella. California Schemin' (2026) è, infatti, il suo primo film da regista ed esplora la pazza vicenda dei Silibil N' Brains, gruppo rap scozzese che per anni si è finto americano per cercare di sfondare nel mondo della musica.

    5. Ben Barnes (Caspian)

    Ben Barnes fa il suo glorioso esordio nella saga tratta dai libri di C. S. Lewis ne Le cronache di Narnia - Il principe Caspian (2008). L’attore recita proprio nei panni di Caspian, cucendo sulla propria pelle il ruolo dell’aspirante al trono di Telmar. Da allora, Barnes ha alternato apparizioni sul grande schermo a ruoli per la televisione. Dopo la parte omonima nell’horror Dorian Gray (2009), l’attore londinese non si è fatto sfuggire una parte ne Il critico - Crimini tra le righe (2024), apparendo al fianco di mostri sacri del cinema inglese come Ian McKellen e Mark Strong. Sul piccolo schermo, Barnes ha fatto parte di due serie tratte da penne illustri: Westworld - Dove tutto è concesso (2016) basato sul film sci-fi di Michael Crichton e The Institute (2025) del re dell’horror Stephen King.

    6. Sergio Castellitto (Miraz)

    Il Bel Paese è ben rappresentato ne Le Cronache di Narnia. Infatti troviamo il nostro Sergio Castellitto nei panni dell’antagonista di Caspian Miraz, lo zio che vuole impadronirsi del trono che spetta al ragazzo. Castellitto ha lasciato un segno indelebile nei panni dello psicoterapeuta Giovanni Mari nella versione italiana di In Treatment (2013), apparendo anche in un’altra serie di successo come Il nostro generale (2023) su Carlo Alberto dalla Chiesa. Il grande schermo ha comunque riservato grandi traguardi per l’attore romano. Dopo la parte di Boccaccio nel film sulla vita di Dante di Pupi Avati Dante (2022), Castellitto ha rubato la scena nei panni del cardinale Goffredo Tedesco in Conclave (2024).

    7. Pierfrancesco Favino (Lord Glozelle)

    Al fianco di Castellitto nei panni di Miraz c’è il suo consigliere Lord Glozelle, nei cui panni troviamo un’altra punta di diamante del cinema nostrano: Pierfrancesco Favino. L’attore italiano è fra i più conosciuti nel panorama internazionale grazie ad apparizioni in blockbuster di successo come Angeli e demoni (2009) e World War Z (2013). Nella Penisola, Favino ha catturato il pubblico con performance intense. Tra queste, brilla il suo ritratto del pentito numero uno Tommaso Buscetta nel film di Marco Bellocchio Il traditore (2019). Per non parlare della sua ultima fatica, la performance dell’istruttore di tennis in crisi Raul Gatti ne Il maestro (2025).

    8. Peter Dinklage (Trumpkin)

    Peter Dinklage è ormai uno degli attori più famosi al mondo grazie alla sua stratosferica performance di Tyrion Lannister nell’osannata serie Il Trono di Spade (2011). L’ambientazione medioevale che l’ha reso famoso c’era già ne Il principe Caspian (2008), dove interpreta il cinico Trumpkin. Dopo il ruolo di Tyrion, Dinklage ha continuato ad apparire in titoli di prim’ordine. Il piccolo schermo lo ha visto recitare nella serie reboot Dexter: Resurrection (2025), mentre è sul grande schermo che l’attore ha dato il meglio di sé. Lo possiamo trovare nel musical campione d’incassi Wicked (2024) e nell’irresistibile commedia thriller Roofman (2025), al fianco di Channing Tatum e Kirsten Dunst.

    9. Will Poulter (Eustace)

    Alla sua seconda prova sul grande schermo, Will Poulter aveva già messo in chiaro le cose nei panni di Eustace Scrubb, il cugino poco amato dei fratelli Pevensie. Il suo personaggio, fortunatamente, affronta un percorso che lo porta verso la riabilitazione e il passaggio nella schiera degli eroi. Dopo la prova come Eustace, Poulter è stato partecipe di alcuni dei titoli più riconosciuti degli ultimi anni. Sul grande schermo è stato membro dei cast corali dell’horror pagano Midsommar - Il villaggio dei dannati (2019) e del film di guerra Warfare - Tempo di guerra (2025). Per il piccolo schermo, invece, Poulter ha preso parte a due delle serie più emblematiche del XXI secolo, ovvero il dramma tra i fornelli The Bear (2022) e la serie antologica sci-fi Black Mirror (2011).

    10. Simon Pegg (Ripicì)

    Ripicì è il leader dei topi parlanti che viaggia al fianco di Caspian verso le isole di Narnia. Dopo essere stato doppiato da Suzy Eddie Izzard ne Il principe Caspian (2008), il ruolo è passato a Simon Pegg ne Il viaggio del veliero (2010). L’attore inglese è entrato nelle case di tutti grazie al ruolo di Hugh Campbell Sr. nella serie di supereroi The Boys (2019). Sempre per il piccolo schermo, è stato una delle forze trainanti di Truth Seekers (2020), serie comica horror che ha co-creato e co-sceneggiato. Al cinema, Pegg si è distinto per il ruolo di Benji nella saga action di Mission Impossible, conclusasi con il botto con Mission Impossible - The Final Reckoning (2025). Sempre sul versante blockbuster, l’attore inglese non si è fatto sfuggire un’apparizione nel magnifico film di fantascienza Ready Player One (2018), diretto da Steven Spielberg.

  • Da “Se son Rose” a “Je So’ Pazzo”: tutti i film e le serie TV con Mariasole Pollio

    Da “Se son Rose” a “Je So’ Pazzo”: tutti i film e le serie TV con Mariasole Pollio

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Napoli, la musica e poi il cinema: gli amori di Mariasole Pollio, tra le più apprezzate rising star del cinema italiano. Amori ritrovati nel ruolo della svolta: l’attrice è infatti la protagonista femminile di Je So’ Pazzo, il biopic su Pino Daniele diretto da Nicola Prosatore. Uno dei titoli più attesi per il 2026. 

    La parte di Dorina Giangrande - figura centrale nella vita del cantante - è stato un vero e proprio “viaggio” come l’ha definito l’interprete, rivelando quanto "la storia sia complessa, e riflessa in una donna meravigliosa".

    Partenopea, classe 2002, Pollio è attrice (ha esordito al cinema grazie a Pieraccioni), conduttrice e speaker (è tra le più apprezzate voci di Radio 1015), a sottolineare una trasversalità artistica capace di adattarsi a formati sempre nuovi, senza mai perdere spontaneità e affabilità. Sia sul set che negli studi radiotelevisivi.

    In occasione dell’arrivo di Je So’ Pazzo, JustWatch ha stilato una lista in ordine di uscita con tutti i film e le serie con Mariasole Pollio.

    1. Violetta (2011)

    A conti fatti, l’esordio assoluto di Mariasole Pollio. Ancora bambina, con un piccolo ruolo è nel cast di una miniserie tv in due parti da 90 minuti. Liberamente tratta da La traviata di Giuseppe Verdi e dal romanzo di Alexandre Dumas La signora delle camelie, Violetta porta in scena l’amore e la passione, mescolando i toni con elementi tipici delle spy-story.

    La serie racconta la vicenda di una disillusa ragazza che, nella Milano dell’800, si concede a ricchi amanti per sfuggire alla povertà. Vittoria Puccini interpreta Violetta Valery, mentre l’argentino Rodrigo Guirao Diaz veste i panni di Alfredo. Una messa in scena curata, unita alle musiche di Andrea Guerra, per un’opera TV dall’approccio classico. A scrivere la sceneggiatura Sandro Petraglia. Se hai apprezzato Vittoria Puccini in Belcanto (2025), devi recuperare Violetta. 

    2. Se son rose (2018)

    L’esordio sul grande schermo di Mariasole Pollio coincide invece con una commedia corale firmata Leonardo Pieraccioni. Se sono rose racconta la crisi di coppia attraverso un’idea semplice ma ironica: un uomo single convinto decide di testare l’amore delle sue ex inviando loro un messaggio. L’attrice interpreta Yolanda, figlia del protagonista: una ragazza che, come spesso accade nei film di Pieraccioni, si inserisce nel mosaico generazionale della storia, portando freschezza e naturalezza.

    Un’ora e mezza di durata che scorre tra equivoci sentimentali, riflessioni sul tempo che passa e sul modo in cui cambiano i rapporti. Una rom-com che funziona per leggerezza e ritmo, senza ambizioni ma supportata da un buon cast, che vede protagonista anche Claudia Pandolfi. La prima di Mariasole Pollio convince, alle prese con un cinema popolare, capace di raggiungere un pubblico ampio. E convince soprattutto perché tiene testa a un mattatore della comicità come Pieraccioni. Da non perdere se ti sei divertito con Finalmente la felicità (2011).

    3. Don Matteo (2018)

    Ancora molto giovane, l’interprete viene scelta come personaggio ricorrente nella storica serie Rai. Mariasole Pollio entra nel mondo di Spoleto con un personaggio immediatamente amato dai fan, portando alla fiction una sensibilità moderna e uno sguardo fresco. L’attrice ha interpretato Sofia Gagliardi nelle stagioni 11 e 12 di Don Matteo, per un totale di 35 episodi che durano circa 100 minuti.

    Sofia è una ragazza di sedici anni, andata a vivere in canonica dopo la morte dei genitori. Un’evoluzione, la sua, interessante: da prima scontrosa, si rivela poi empatica e gentile. Si legherà emotivamente a Seba (Federico Russo). Se ogni episodio ruota attorno a un caso da risolvere, la vera forza della serie sta nelle storie personali dei protagonisti. Per questo, Pollio si inserisce con naturalezza in un cast consolidato. Don Matteo è un esempio di fiction italiana capace di parlare a spettatori diversi senza perdere identità, segnando un passaggio importante nella carriera dell’attrice. Da vedere se ti piacciono i racconti corali e umani come Che Dio ci Aiuti (2011).

    4. Pooh – Un attimo ancora (2023)

    Un ambizioso docufim TV che celebra la storia dei Pooh. Nicola Conversa alla regia intreccia musica, ricordi e racconto generazionale. In un’ora e mezza, il pubblico si ritrova al centro di un viaggio emotivo e sonoro: da una parte i successi della band, dall’altra l’amore dei fan. Se la narrazione parte dalle parole dei musicisti, l’attrice dà volto a una ventenne aspirante regista: è sua la voce che racconta la storia dei Pooh in sei tappe, intrecciate tra cronaca, fiction e ricostruzione.

    Pooh – Un attimo ancora è più celebrativo che critico, ma riesce a emozionare grazie alla forza delle canzoni e al tono pop. Un omaggio sentito a un capitolo importante della musica italiana. Una responsabilità per Mariasole Pollio che, pur in un ruolo contenuto, contribuisce a rendere vibrante il racconto, mostrando come certe storie possano parlare anche ai più giovani. Se ti emozionano i racconti musicali come Nevergreen (2025) su De Gregori, rivedi il film sui Pooh.

    5. Da cosa nasce cosa (2025) 

    Una commedia giocosa, quasi home-made, quella diretta da Gino Riveccio. Il tema? L’effetto domino delle scelte di vita: un imprenditore di Caserta - radicato e tradizionalista - vede sconvolta la sua vita quando una delle figlie, Gina, si innamora di un ragazzo altoatesino, conosciuto in gita scolastica. Due mondi all’apparenza lontani, creando così un’alternanza comica (e sentimentale) dal buon impatto narrativo.

    La storia si muove tra situazioni surreali e momenti più intimi, mantenendo un tono leggero, ma non superficiale. Un film rivolto a tutti, che in 90 minuti riflette con simpatia sulle differenze culturali, e su quanto lo sguardo delle nuove generazioni sia sempre più importante. Tra ironia e lezioni di vita, Mariasole Pollio interpreta proprio Gina, dimostrando una chiara maturità interpretativa, riuscendo a dare spessore a un personaggio che avrebbe potuto restare solo funzionale alla trama. Se ti appassionano le storie sulla provincia italiana come Aspromonte (2012), recupera subito Da cosa nasce cosa.

    6. Come Romeo e Giulietta (2025)

    Ispirandosi (molto) liberamente al mito shakespeariano, Come Romeo e Giulietta di Giuseppe Alessio Nuzzo racconta una storia d’amore contrastata ambientata in un contesto contemporaneo, dove le divisioni non sono più solo familiari ma sociali e culturali. Mariasole Pollio è nientemeno che Giulietta, dando risalto a una giovane donna combattuta tra sentimento e senso di responsabilità. Mauro Racanati interpreta invece Romeo.

    In un’ora e mezza, la trama segue l’evoluzione del rapporto tra i due. Oltre all’amore, ci sono gli ostacoli, i conflitti interiori, e un segreto gigante, aggiornando il classico in chiave moderna. Un’intensità emotiva non da poco, ben esaltata dal cast, anche se a tratti fin troppo orientata verso il melodramma. Un romance che rende attuale una storia universale, impreziosito dall’interpretazione dell’attrice, che offre una prova capace di unire fragilità e forza, rendendo credibile un personaggio archetipico. Da non perdere se Shakespeare è la tua passione, e hai particolarmente apprezzato Romeo è Giulietta (2024).

    7. Je so’ pazzo (2026)

    Mariasole Pollio al ruolo della svolta? Probabilmente. Il regista Nicola Prosatore, per il biopic Je so’ Pazzo, ha scelto l’attrice per il ruolo di Dorina, la prima moglie del cantautore. Una figura centrale nella vita e nella carriera iniziale di Pino Daniele. Il film musicale, tratto dal libro Pino Daniele di Alessandro Daniele, si concentra sull'ascesa dell’artista partenopeo: l’infanzia difficile, la crescita, le ispirazioni e poi lo storico concerto del 1981.

    Ma non solo, perché il film vuole raccontare anche il rapporto - a volte contraddittorio - tra Napoli e l’artista. A interpretare Daniele, un altro attore italiano giovane e bravo, Massimiliano Caiazzo, già volto della serie cult Mare Fuori (2020). Una coppia, questa, che promette emozioni. Non puoi perderlo se adori i biopic musicali come Califano (2024).

  • Hai freddo? Ecco la nostra classifica di tutti i Camini di Netflix dal peggiore al migliore

    Hai freddo? Ecco la nostra classifica di tutti i Camini di Netflix dal peggiore al migliore

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    È inverno. Le giornate hanno quel grigio uniforme che sembra non finire mai, e la routine è tornata a prendersi spazio con la puntualità di un promemoria: lavoro, studio, scadenze, mezzi in ritardo, luce che sparisce troppo presto.

    Però poi arriva quel momento, nel tardo pomeriggio o in serata, in cui ti viene voglia di qualcosa di diverso. Non di “fare”, ma di rallentare. Di rientrare in te stessa. Immagina la scena: un libro che ti aspetta già aperto a metà, una tazza di tè fumante che profuma di vaniglia o bergamotto, una copertina sulle gambe e il divano che diventa improvvisamente un rifugio. È la coccola perfetta… quasi. Perché manca sempre un dettaglio: il fuoco. Quel crepitio che riempie la stanza senza parlare, quella luce calda che rende tutto più morbido, come se l’inverno fuori potesse restare fuori davvero.

    Ecco perché i “camini” di Netflix sono diventati un piccolo rito: non solo loop da lasciare in sottofondo, ma mini-portali d’atmosfera. Alcuni sono classici e rassicuranti, altri ti portano direttamente nel mondo di una serie (con un tocco di magia in più), ma tutti hanno lo stesso superpotere: trasformare una serata qualunque in un angolo di comfort. Qui sotto li trovi classificati dal più scarso al migliore, in base a una domanda semplice: quale camino ti fa sentire davvero nel mood giusto?

    14. Squid Game: Fireplace (2024)

    Squid Game: Fireplace è una di quelle idee che sulla carta sembrano geniali, ma che come background televisivo rischiano di rovinare l’atmosfera cozy. L’ambientazione è dichiaratamente quella della tana del Front Man, con il “brindisi” e quel gusto di potere che, anche senza dialoghi, porta in stanza una tensione sottile: non è relax, è un sottofondo da “sto giocando con il fuoco”, letteralmente. Funziona benissimo se vuoi un’atmosfera più dark, quasi da afterparty elegante e sinistro; meno se stai cercando la classica coccola da scrivania o da divano. È scenografico, coerente col brand e perfino divertente come concept, ma non è il tipo di fiamma che ti abbassa il battito.

    13. Family Pack: Fireplace (2024)

    Con Family Pack: Fireplace Netflix non prova nemmeno a fingere: non è un camino “da salotto”, è un falò/campfire pensato per evocare bosco, legno bagnato, tazza calda e serata da gioco in scatola. Proprio per questo è un po’ divisivo nella classifica: come atmosfera è carinissimo e diverso dal solito yule log, ma come “sfondo perfetto” è meno versatile. Il fuoco all’aperto suggerisce movimento, aria, una dimensione più “social” che intimista. In più, l’identità è molto marcata (mistero nel bosco, vibe da avventura) e quindi si impone più facilmente sulla stanza. Detto ciò: se vuoi far sembrare casa tua una baita improvvisata, con un tono da racconto attorno alle fiamme, lui fa centro.

    12. Unicorn Academy: Holiday Fireplace (2025)

    Unicorn Academy: Holiday Fireplace è il camino “glitter & comfort”: dichiaratamente kids, con l’idea di aggiungere una spruzzata di magia grazie ai personaggi di Unicorn Academy. Il problema, per una classifica che valuta evocazione + background perfetto, è che qui l’estetica è molto “cartolina”: bello, dolce, innocuo, ma anche un filo troppo specifico per diventare quello che lasci acceso per ore mentre fai altro. Se in casa ci sono bambini (o se ti serve un sottofondo ultra-safe), funziona benissimo: dà luce, colore e una sensazione di festa “senza spigoli”. Se invece cerchi un’atmosfera più universale – quella che rende qualsiasi serata più calda, senza chiederti attenzione – rischia di sembrare un fondale decorativo più che un vero mood da abitare.

    11. Spellbound: Fireplace (2024)

    Anche qui con Spellbound: Fireplace siamo nel territorio “quest fantasy”, con un tocco dichiaratamente fiabesco: Netflix lo presenta come un fuoco incantato ai margini della Dark Forest, una pausa calda “prima della prossima avventura”. È piacevole, funziona, ma resta un camino che ti racconta una cornice più di quanto ti dia un comfort neutro. In altre parole: perfetto se vuoi un sottofondo da scrittura/lettura fantasy (sembra di aspettare un party di D&D), un po’ meno se vuoi solo la fiamma classica che sparisce dietro le tue attività. Ha quel tono da “accampamento incantato” che è molto carino e coerente, ma proprio perché è coerente diventa riconoscibile – e quindi, a volte, più presente di quanto vorresti. Resta comunque una scelta riuscita per chi ama atmosfere da bosco e magia “soft”.

    10. KPop Demon Hunters: Fireplace (2025)

    Quello di KPop Demon Hunters: Fireplace è il camino che fa la cosa più “Netflix 2025”: trasforma la fiamma in un’esperienza estetica, quasi da videoclip. L’ambientazione è quella della tana/“lair” ultraterrena di Gwi-Ma, con un’aura dorata e una componente musicale che lo rende immediatamente pop, fandom, riconoscibile. Come atmosfera è super vibrante, luccicante, sembra pensato per una serata con amici o per tenere compagnia mentre scrolli e chiacchieri. Ma come background televisivo perfetto non è sempre il top, proprio per la sua personalità eccentrica. Se cerchi neutralità, può risultare troppo scenico; se, invece, ti piace l’idea di un focolare che dia l’idea di uno spettacolo K-Pop, allora è uno dei più divertenti e identitari del catalogo.

    9. Wednesday: Fireplace (2025)

    Wednesday: Fireplace il camino per chi vuole Natale… ma con un tocco di gotico. Netflix lo descrive con toni perfetti da Nevermore: fiamme “Yuletide” che fanno ombre, decorazioni che sembrano sussurrare sventura, e Mano che si occupa del focolare. Evocazione impeccabile! Però, in perfetto stile Mercoledì, sembra essere un camino un po’ giudicante, che ti osserva con cipiglio circospetto. Va detto che è proprio questa vibe a renderlo speciale: se vuoi atmosfera da film/serie, qui la senti subito, senza bisogno di dialoghi o di scene. È perfetto per serate di scrittura, lettura o doomscrolling, quando cerchi comfort… ma non vuoi che sia troppo zuccheroso.

    8. White Christmas Fireplace (2024)

    Pulitissimo, luminoso, quasi “imbiancato”. Netflix presenta White Christmas Fireplace come brillante e sereno, con un tocco di scintillio “come neve appena caduta”. È il classico background che non ti disturba mai: non ha un immaginario narrativo ingombrante, non ti porta in un mondo preciso. Per questo sale in classifica per affidabilità, ma scende per il “carattere”: è più un ambiente che una storia. Se vuoi un camino che faccia semplicemente casa – durante una cena, mentre lavori, mentre parli al telefono – è perfetto. Se vuoi invece quella sensazione di “sto entrando in un universo”, come succede con Stranger Things o The Witcher, qui la spinta è più tenue. È il fuoco ideale per chi ama l’estetica natalizia minimal: eleganza soft, zero ansia, massimo comfort visivo.

    7. Mid-Century Modern Fireplace (2024)

    Mid-Century Modern Fireplace è il camino “da interior design”: linee pulite, colori decisi, glow rétro — Netflix lo vende proprio così, come una festa vintage davanti a un fuoco che sembra uscito da una casa anni ’50/’60 perfettamente curata. Funziona benissimo quando vuoi un sottofondo che faccia subito “salotto”, magari per un aperitivo, una cena, una serata con amici: dà atmosfera senza diventare invadente. Però è un comfort diverso dal classico legno rustico, meno “casa vissuta”, più “casa che profuma di rivista”. Se la tua idea di background perfetto è il calore un po’ imperfetto della baita, questo può sembrare più freddo (anche se è letteralmente un fuoco). Ma se cerchi un mood elegante, pop e molto visivo, è uno dei più riusciti della serie 2024.

    6. Rustic Cabin Fireplace (2024)

    Con Rustic Cabin Fireplace si va sul comfort universale. L’iconografia classica da baita, legno, crepitio. È l’opzione che accendi quando vuoi l’effetto immediato “mi ritiro dal mondo” — e il bello è che non ti chiede nulla in cambio: niente brand o lore. Proprio per questo funziona così bene come background; è presente quanto basta a scaldare l’atmosfera, ma non abbastanza da rubare la scena. È anche uno dei camini che reggono meglio le lunghe ore, lo lasci lì mentre lavori, cucini o scrivi e diventa una specie di rumore bianco visivo (con quel tocco di luce che rende tutto più morbido). In classifica non sale più in alto solo perché alcuni camini “di serie” sono più iconici; ma come scelta pratica, è tra i più affidabili e ripetibili.

    5. Fireplace for Your Home: Classic Crackling Fireplace (2015)

    Fireplace for Your Home: Classic Crackling Fireplace è il “default perfetto”: Netflix lo descrive come un fuoco vero, pensato per dare calore e glow festivo a feste, riunioni o anche a una serata silenziosa. La differenza rispetto al Birchwood è nella percezione: qui hai il camino classico, più generico, più “archetipo” – quello che potresti immaginare in qualsiasi casa. E proprio per questo è un background incredibile: non si impone mai, ma riempie la stanza in modo immediato. È ideale se stai lavorando e vuoi solo un’illuminazione morbida sullo schermo, o se stai guardando altro e vuoi il fuoco come seconda TV. È anche il titolo che suggerirei a chi non ha bisogno di gimmick: niente mondi, niente Easter egg, solo un comfort visivo sonoro ben calibrato.

    4. Fireplace for Your Home: Crackling Birchwood Fireplace (2015)

    Crackling Birchwood Fireplace e si sale di livello sul piano sensoriale: Netflix parla proprio di tronchi di betulla che scoppiettano, con braci e fiamme danzanti, e quel suono secco/“snapping” che rende il tutto più materico. È uno dei camini più soddisfacenti quando cerchi l’illusione del fuoco vero: non solo luce, ma anche texture, ritmo, presenza. Come background funziona da dio, soprattutto se ti piace avere una componente sonora discreta ma reale (il crepitio che fa “stanza” senza diventare musica). Ed è anche uno dei più “ipnotici”: la betulla crea una resa visiva molto pulita e riconoscibile, quasi un ASMR in formato TV. In classifica lo tengo sotto ai top tematici perché non racconta un universo specifico, ma se la tua metrica è “quanto mi rilassa mentre faccio altro”, questo è un campione assoluto.

    3. Bridgerton: Fireplace

    Se stai cercando un camino che non sia solo “caldo”, ma anche teatrale, Bridgerton: Fireplace è quello giusto: sembra acceso dentro un salotto Regency in piena stagione mondana, con l’eleganza curata e quella patina da romance che fa subito “coperta sulle gambe e tè caldo”. Netflix lo presenta proprio come un piccolo lusso domestico: “nessun drawing room è completo senza il crepitio del camino”, con l’invito a mettersi comodi, Gentle Reader, e godersi una pausa in stile Whistledown.

    Come background televisivo funziona benissimo perché è raffinato ma non invadente: niente elementi troppo “narrativi” che ti distraggono, solo atmosfera da ballo finito da poco, quando resta la luce morbida e la promessa di un pettegolezzo sussurrato. È il camino perfetto se vuoi rendere la stanza più chic, senza rinunciare alla coccola.

    2. Stranger Things: Fireplace (2025)

    Non “un” camino, ma il salotto di Hawkins in modalità rituale, con fiamme, atmosfera anni ’80 e quell’alfabeto luminoso che ti fa sentire immediatamente dentro la serie. Questo è lo Netflix lo Stranger Things: Fireplace. Ti raccogli intorno al fuoco, l’alfabeto brilla, e le feste vanno un po’ Upside Down. È un camino che funziona su due livelli: come background è comodissimo (non ti chiede trama, non ti distrae), ma come atmosfera è potentissimo, perché ti mette addosso una nostalgia specifica. È la scelta perfetta se vuoi “compagnia” mentre fai altro, sembra di avere la casa abitata da un immaginario condiviso, senza dover guardare davvero. E poi ha quell’equilibrio raro: iconico, ma non troppo aggressivo; riconoscibile, ma non rumoroso. Un ottimo compromesso tra comfort e fandom, soprattutto se state ancora elaborando il finale.

    1. The Witcher: Fireplace (2021)

    The Witcher: Fireplace per noi il migliore perché è quello che unisce tutto: comfort autentico + worldbuilding + funzione di sfondo. Netflix lo ambienta nella Great Hall di Kaer Morhen – quindi non solo “fuoco”, ma fuoco in una sala che pesa, con pietra, legno e vibrazione da fortezza invernale. È fantasy puro senza diventare teatrale: lo accendi e senti immediatamente un “altrove” che però è cozy, protettivo, quasi da taverna. Come background televisivo è perfetto perché ha atmosfera profonda ma non invadente: non è una cartolina natalizia, è un luogo in cui vorresti stare. È quello che metti mentre leggi, scrivi, giochi o lavori e ti sembra di aver aggiunto un layer di mondo alla stanza, senza sacrificare la calma. “Fire magic, indeed”, direbbe Netflix – e qui la magia è davvero quella di rendere il relax un’esperienza immersiva.

  • La classifica di tutti i film di "Harry Potter" dal peggiore al migliore... secondo un Potterhead!

    La classifica di tutti i film di "Harry Potter" dal peggiore al migliore... secondo un Potterhead!

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Classificare i film di Harry Potter è un esercizio doloroso per chiunque sia cresciuto con la saga, per tutti quelli che hanno aspettato la lettera da Hogwarts fino ai diciotto anni, sapendo esattamente in quale casa li avrebbe assegnati il Cappello Parlante. 

    Otto film che hanno accompagnato un'intera generazione per poi rimanere impressi nella storia del cinema fantasy, otto adattamenti di libri amatissimi, otto occasioni per tornare in un mondo che per molti è diventato una seconda casa. Anche il film "peggiore" della lista resta comunque un film da vedere e rivedere (a Natale, ovviamente, ma non solo), ma dopo anni di riflessione e innumerevoli rewatch, era finalmente giunto il momento di una classifica dei titoli che compongono la saga, ma questa volta realizzata da un Potterhead.

    Una premessa necessaria: i film di Harry Potter non sono i libri, e giudicarli come se dovessero esserlo è un errore. Ogni adattamento è costretto a tagliare, sintetizzare, scegliere cosa tenere e cosa sacrificare. Alcuni registi hanno fatto scelte più felici di altri, alcuni film hanno catturato lo spirito dei libri meglio di altri, ma tutti hanno contribuito a creare un universo cinematografico che resta, a distanza di anni, uno dei più riusciti di sempre. Detto questo, ecco la classifica, dal film meno fedele ai romanzi di J.K. Rowling fino a quello che, invece, è riuscito a coglierne meglio l'essenza.

    8. Harry Potter e l'Ordine della Fenice (2007)

    Fa male mettere in fondo alla classifica Harry Potter e l'Ordine della Fenice, perché il quinto capitolo è il libro preferito di molti fan. Ed è proprio per questo che il film delude: David Yates, al suo esordio nella serie, deve condensare il romanzo più lungo (circa 800 pagine) nel secondo film più corto della saga (138 minuti). Il risultato è una lista lunghissima di assenze. 

    Manca la visita al San Mungo, dove Harry scopre che i genitori di Neville sono ricoverati dopo essere stati torturati da Bellatrix Lestrange fino alla follia, un momento che cambia completamente la percezione del personaggio. Manca l'impegno continuato di Hermione per il C.R.E.P.A., che passa il tempo a nascondere cappellini in giro per la sala comune di Grifondoro per liberare gli elfi domestici di Hogwarts. E ancora, nel film è Cho Chang a tradire l'Esercito di Silente, ma nel libro la traditrice è Marietta Edgecombe, un'amica di Cho, che si ritrova con la parola SPIA scritta in pustole viola sulla faccia grazie a un incantesimo di Hermione. Manca l'Howler che arriva a Petunia Dursley dopo l'attacco dei Dissennatori, con quel messaggio minaccioso che la convince a tenere Harry in casa. Manca quasi tutto del Dipartimento dei Misteri: la stanza dei cervelli che attaccano Ron, la stanza del Tempo, la stanza che non si apre mai. Manca l'uscita trionfale di Fred e George da Hogwarts con la Palude Portatile (nel film partono con i fuochi d'artificio, nel libro lasciano dietro di loro un'intera palude). E soprattutto, manca la rabbia di Harry: nel libro distrugge l'ufficio di Silente, nel film è appena un accenno. Tuttavia il colpo geniale del film è Imelda Staunton nei panni di Dolores Umbridge (perfetta), ma non basta a compensare tutto il resto. 

    7. Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 1 (2010)

    Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 1 è, per sua natura, un film di transizione. Harry, Ron ed Hermione sono in fuga, cercano gli Horcrux, si nascondono, litigano, si ritrovano. È l'unico film della saga a non essere ambientato a Hogwarts, e questo si sente. David Yates costruisce un'atmosfera claustrofobica e tesa, la scena della danza tra Harry ed Hermione nella tenda è tra le più belle e malinconiche della serie, e la morte di Dobby resta devastante anche dopo decine di rewatch. Ma rispetto al libro mancano elementi importanti. 

    Il passato di Silente è appena accennato: nel libro si scopre in dettaglio la sua amicizia con Grindelwald, le sue ambizioni giovanili, il suo rapporto tormentato con la famiglia, la morte della sorella Ariana. Nel film restano solo frammenti. Manca il peso della sequenza a Godric's Hollow con Bathilda Bagshot, ridotta al minimo rispetto al libro. Manca la redenzione di Kreacher, l'elfo di casa Black, la cui storia con Regulus Black viene compressa perdendo tutto il suo impatto emotivo. Il film, inoltre, paga il prezzo della divisione in due parti: qui è tutto risulta come in preparazione e finisce proprio quando le cose iniziano a farsi interessanti. Ovviamente visto insieme alla Parte 2 funziona molto meglio, ma da solo lascia una sensazione di incompletezza. 

    6. Harry Potter e il Calice di Fuoco (2005)

    Con Harry Potter e il Calice di Fuoco (2005), Mike Newell diventa l'unico regista britannico ad aver diretto un solo capitolo della saga, e porta con sé un tono più terreno e adolescenziale. Il Torneo Tremaghi offre sequenze spettacolari, dal drago alla prova nel lago fino al labirinto finale, e il Ballo del Ceppo cattura perfettamente l'imbarazzo dell'adolescenza. Ma la lista di ciò che manca è impressionante. 

    Winky è completamente assente: l'elfa domestica della famiglia Crouch, licenziata dopo l'incidente del Marchio Nero alla Coppa del Mondo, che finisce a Hogwarts depressa e alcolizzata di Burrobirra. È proprio vedendo il trattamento di Winky che Hermione fonda il C.R.E.P.A. (Comitato per la Riabilitazione degli Elfi Poveri e Abbruttiti), l'organizzazione per i diritti degli elfi domestici che nel film non esiste. Manca la scoperta che Rita Skeeter sia un Animagus non registrato capace di trasformarsi in uno scarabeo per spiare le conversazioni, rivelazione che Hermione usa per ricattarla. Manca Pigwidgeon, il gufo minuscolo e iperattivo che Sirius regala a Ron per sostituire Crosta. Manca la scena esilarante dei Weasley che arrivano a Privet Drive attraverso il camino, distruggendo il salotto dei Dursley, con Fred che lascia cadere i Toffee Mou Mollilingua che fanno gonfiare la lingua di Dudley. E soprattutto manca il finale in cui Harry dona i mille Galeoni del premio del Torneo a Fred e George per aprire il loro negozio di scherzi. La Coppa del Mondo di Quidditch è liquidata in pochi minuti invece di essere l'evento spettacolare raccontato nel libro. E poi c'è il Silente di Michael Gambon che afferra Harry chiedendogli se ha messo il suo nome nel Calice, una scena diventata meme per quanto è lontana dal Silente calmo e controllato dei libri. Il finale con il ritorno di Voldemort e la morte di Cedric segna comunque un punto di svolta nella saga. 

    5. Harry Potter e la Camera dei Segreti (2002)

    Harry Potter e la Camera dei Segreti (2002) è più lungo, più oscuro e più avventuroso del primo film, e introduce Dobby, il Basilisco, Tom Riddle e il diario che sarebbe diventato centrale nella mitologia degli Horcrux. Columbus resta fedele al libro quasi scena per scena, il che è sia un pregio che un limite: il film dura quasi tre ore e a tratti si sente. Ma c'è un'assenza che i Potterhead più “radicali” avranno certamente notato: il Complemorte di Nick-Quasi-Senza-Testa. 

    Nel libro, Harry, Ron ed Hermione partecipano alla festa per il cinquecentesimo anniversario della morte del fantasma di Grifondoro. C'è cibo marcio, musica orrenda, fantasmi da tutto il paese, e la Caccia Senza Testa che snobba Nick perché la sua testa non è completamente staccata. È una scena che espande il mondo magico in modo unico e che il film ignora del tutto. E poi c'è l'assenza che attraversa tutta la saga cinematografica: Peeves. Il poltergeist di Hogwarts, fonte inesauribile di caos e scherzi crudeli, non appare in nessuno degli otto film. Nei libri tormenta studenti e professori, canta canzoni volgari, alla fine combatte i Mangiamorte nella battaglia finale. Nel film non esiste. Per il resto, ogni momento iconico c'è: la Tana dei Weasley, la Ford Anglia volante, Aragog, Mirtilla Malcontenta. Kenneth Branagh nei panni di Gilderoy Allock è perfetto.

    4. Harry Potter e la Pietra Filosofale (2001)

    Harry Potter e la Pietra Filosofale (2001) è il film da cui tutto è partito, con la responsabilità enorme di tradurre in immagini un mondo che milioni di lettori avevano già costruito nella propria testa. Chris Columbus sceglie un approccio rispettoso e quasi reverenziale: ogni dettaglio è curato, il cast è semplicemente perfetto. Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint sono Harry, Hermione e Ron, e il casting degli adulti è altrettanto impeccabile, da Alan Rickman nei panni di Piton a Maggie Smith come McGranitt fino a Richard Harris come Silente. 

    Ma nella corsa verso la Pietra Filosofale mancano due prove importanti. La stanza del troll, una sfida preparata da Raptor, è stata eliminata del tutto dal film. E soprattutto manca l'enigma delle pozioni di Piton: sette bottiglie, un indovinello in versi, e solo la logica può salvare Harry. Nel libro è il momento in cui Hermione dimostra che la sua intelligenza vale quanto qualsiasi magia, con Harry deve proseguire da solo perché c'è una sola dose di pozione per andare avanti. Nel film questa scena non esiste. Il film funziona come introduzione al mondo magico, ma a distanza di anni mostra i suoi limiti: il ritmo è lento, la regia è funzionale ma priva di personalità.

    3. Harry Potter e il Principe Mezzosangue (2009)

    Con Harry Potter e il Principe Mezzosangue (2009), David Yates trova finalmente il suo passo, e il risultato è uno dei capitoli visivamente più belli della saga. La fotografia desaturata di Bruno Delbonnel trasforma Hogwarts in un luogo cupo e minaccioso, e il film bilancia il romance adolescenziale con l'oscurità crescente della guerra. I flashback sulla giovinezza di Tom Riddle sono tra le scene migliori dell'intera serie, ma nei libri c'era molto di più. Manca la storia della famiglia Gaunt: Marvolo, il padre violento e fanatico della purezza del sangue, Morfin, il fratello disturbato, e soprattutto Merope, la madre di Voldemort. 

    Nel libro si scopre come Merope abbia usato una pozione d'amore su Tom Riddle Sr., come lui l'abbia abbandonata una volta libero dall'incantesimo, come lei abbia venduto il medaglione di Serpeverde per sopravvivere e sia morta di parto sola e senza un soldo. È la chiave per capire Voldemort, e il film la ignora quasi del tutto (gravissimo!). Manca la visita di Silente a Privet Drive all'inizio del libro, quando rimprovera i Dursley per come hanno trattato Harry e fa rimbalzare bicchieri di idromele sulle loro teste. Manca l'incontro tra Cornelius Caramell e il Primo Ministro Babbano, una scena che mostra come i due mondi siano collegati ai più alti livelli. Manca anche l'intera battaglia della Torre di Astronomia: nel libro i Mangiamorte combattono contro l'Ordine della Fenice e gli studenti, Bill Weasley viene sfigurato da Fenrir Greyback. Nel film Silente muore e i Mangiamorte se ne vanno quasi indisturbati. Jim Broadbent come Lumacorno è delizioso, ma le assenze pesano. 

    2. Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 2 (2011)

    Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 2 (2011) è il finale che la saga meritava. David Yates porta a compimento dieci anni di cinema con una battaglia di Hogwarts epica, emozionante, piena di momenti iconici. La morte di Fred, Lupin e Tonks, il sacrificio di Piton e la rivelazione del suo amore per Lily, Neville che decapita Nagini con la spada di Grifondoro, Molly Weasley che affronta Bellatrix. Ogni scena funziona, ogni emozione arriva. Ci sono differenze rispetto al libro, certo. 

    Il primo bacio tra Ron ed Hermione: nel film avviene nella Camera dei Segreti dopo aver distrutto la Coppa di Tassorosso, nel libro nella Stanza delle Necessità dopo che Ron si preoccupa di mettere in salvo gli elfi domestici, un momento che richiama il C.R.E.P.A. di Hermione e mostra quanto Ron sia cresciuto. Il duello finale tra Harry e Voldemort è più spettacolare nel film, con i due che volano attraverso Hogwarts, mentre nel libro avviene davanti a tutti nella Sala Grande. E poi c'è il finale con la Bacchetta di Sambuco: nel libro Harry la usa per riparare la sua bacchetta di fenice spezzata a Godric's Hollow, poi la riporta nella tomba di Silente. Nel film la spezza e la getta via, senza mai riparare la sua bacchetta originale. Ma il film riesce nel compito quasi impossibile di chiudere una saga così amata in modo soddisfacente. 

    1. Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban (2004)

    Con Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban (2004), Alfonso Cuarón prende una saga, prima di allora ritenuta esclusivamente per bambini, e la trasforma in cinema vero. Il terzo film è una rivoluzione visiva e narrativa: la palette di colori cambia, Hogwarts diventa un luogo più vasto e misterioso, la macchina da presa si muove con una libertà che Columbus non aveva mai osato. Ma soprattutto, Cuarón capisce che il cuore della storia non è solo la magia ma le relazioni tra i personaggi, e costruisce il film intorno al rapporto tra Harry e Sirius, tra Harry e Lupin, tra Harry e il fantasma dei suoi genitori. Gary Oldman e David Thewlis sono perfetti. 

    Cosa manca? La storia dei Malandrini. Nel libro si scopre che Lupin era un lupo mannaro fin da bambino, che i suoi tre migliori amici (James Potter, Sirius Black, Peter Minus) hanno impiegato anni per diventare Animagi non registrati così da poterlo accompagnare durante le trasformazioni. Si scopre che Lunastorta, Codaliscia, Felpato e Ramoso sono i soprannomi che si sono dati, e che la Mappa del Malandrino l'hanno creata loro esplorando ogni angolo di Hogwarts. Nel film tutto questo viene liquidato in poche battute. È un'omissione che brucia per i puristi. Ma il film compensa con una coerenza artistica che nessun altro capitolo possiede. È l'unico film di Harry Potter che funzionerebbe anche senza conoscere nulla della saga, l'unico che è grande cinema oltre che grande intrattenimento. Per questo merita il primo posto.

  • Mia Wasikowska e gli attori che si sono allontanati dal mainstream di Hollywood (e dove sono ora)

    Mia Wasikowska e gli attori che si sono allontanati dal mainstream di Hollywood (e dove sono ora)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Ogni qualche mese, sui social torna la stessa domanda travestita da gossip: “Che fine ha fatto Mia Wasikowska?” La verità è molto meno scandalosa e molto più interessante: Wasikowska non è “sparita”.

    Ha semplicemente scelto di uscire dal giro obbligato del mainstream. Niente rincorsa al franchise del momento, niente presenza costante nel circuito dei red carpet, e soprattutto niente automatismi, un film dopo l’altro solo perché “è così che si fa” quando hai un nome che vende.

    E non è un caso isolato. Negli ultimi anni abbiamo visto diversi attori e attrici arrivare al picco grazie a un ruolo enorme – una saga, un personaggio iconico, un successo planetario – e poi fare una scelta controintuitiva: teatro, cinema indipendente, ruoli piccoli ma stimolanti, pause lunghe, a volte persino un passo indietro volontario dall’industria. Non sempre per snobismo: spesso per proteggersi, per riprendersi tempo, o per tornare ad amare davvero il mestiere.

    Qui sotto trovi una lista di nomi che hanno fatto esattamente questo: dove li abbiamo lasciati, perché hanno cambiato rotta e – soprattutto – dove puoi ritrovarli oggi.

    1. Mia Wasikowska 

    Il “mistero” Wasikowska esiste solo perché Hollywood ci ha abituati alla presenza continua: se non sei ovunque, allora sei sparita. In realtà lei ha raccontato di essersi allontanata dal sistema dei film back-to-back, scegliendo di tornare in Australia e di vivere una carriera meno “in trailer” e più sostenibile. Il risultato è una filmografia più laterale e interessante: se vuoi ritrovarla fuori dal glamour, recupera Judy & Punch (2019), fiaba nerissima e anarchica che la usa in chiave quasi “anti-star”. Oppure Bergman Island (2021), gioco meta-cinematografico in cui è perfetta per sottrazione. Non è un addio, bensì un cambio di scala. E, paradossalmente, è così che una carriera resta viva.

    2. Daniel Radcliffe

    Radcliffe ha fatto la cosa più intelligente dopo Harry Potter (serie film, 2001–2011): non ha provato a “vincere” Hollywood, ha provato a divertirsi e a rimettere in gioco il mestiere. Oggi il simbolo è il ritorno a Broadway con Every Brilliant Thing (2026), one-man show che vive di ritmo, presenza e contatto col pubblico. Ma il bello è che il suo percorso si capisce soprattutto guardando un titolo non mainstream “recente”: Weird: The Al Yankovic Story (2022) è la definizione di “scelta controintuitiva” fatta bene, una parodia biopic che funziona perché lui si butta senza paura del ridicolo. Se ti interessa l’idea di attore che usa la fama come scudo per sperimentare, Radcliffe è un caso scuola.

    3. Emma Watson

    Restiamo sempre in ambito “bimbi prodigio” e saghe magiche; Watson è diventata il bersaglio perfetto del “dov’è finita?” perché la sua assenza rompe una regola non scritta: se sei stata un’icona, devi restare in rotazione. Invece lei ha spiegato di aver preso una lunga pausa e di non rimpiangere soprattutto il lato promozionale, quel “vendere cose” che può diventare logorante; l’ultimo ruolo per ora resta Piccole Donne (2019). Se però vuoi ritrovarla oggi in qualcosa di meno mainstream rispetto al suo brand, recupera Colonia (2015): thriller politico teso, ruvido, dove il fascino sta proprio nell’assenza di patina. (In alternativa, Bling Ring (2013) resta una deviazione pop ma non convenzionale.) La sua è una traiettoria da “scelta di vita”, non da burnout da tabloid.

    4. Elijah Wood

    Finita l’era de Il Signore degli Anelli (film trilogy, 2001–2003), Wood ha virato dove l’industria spesso non guarda: horror e indie, ma con gusto curatoriale. Da una parte c’è l’attore, dall’altra il produttore con SpectreVision – una casa che ha firmato titoli cult del genere come A Girl Walks Home Alone at Night (2014), Mandy (2018) e Color Out of Space (2019) (dove Wood figura anche come produttore). E se vuoi un titolo non mainstream da recuperare subito per “capirlo” oggi, punta su Come to Daddy (2019): dark comedy thriller cattivissima, piena di svolte, dove lui gioca con la sua immagine da eterno ragazzo gentile e la manda fuori asse. Non è un allontanamento dal mainstream: è un trasferimento stabile nel territorio più libero.

    5. Macaulay Culkin

    Culkin è il caso in cui la narrativa “sparito” è quasi offensiva: dopo l’infanzia iper-esposta, la scelta di defilarsi è stata anche una forma di autodifesa. Oggi torna a intermittenza, e proprio per questo ogni apparizione pesa di più: ad esempio l’ingresso nel cast di Fallout (2024–in corso ) è un rientro “mirato”, dentro un mondo già fortissimo che può assorbire e valorizzare la sua aura. Ma la bussola vera, se vuoi un titolo non mainstream da recuperare, è Changeland (2019): indie malinconico e laterale in cui Culkin si infila con una naturalezza disarmante, lontanissimo dal mito di Mamma, ho perso l’aereo (1990). È la prova che il suo “dove è ora” non è un luogo fisico: è una soglia. Entra quando vuole. Ed esce prima che la macchina lo mastichi.

    6. Jack Gleeson: smettere per salvare l’amore per il lavoro (e tornare senza nostalgia)

    Dopo Game of Thrones (2011–2014, suo arco), Gleeson ha fatto la cosa che Hollywood non perdona: ha detto “basta” e si è spostato sul teatro, spiegando che il full-time gli stava togliendo la passione (non per l’odio del pubblico, come spesso si racconta online). Il suo ritorno “visibile” passa da House of Guinness (2025), drama storico Netflix in cui entra con un personaggio che ha come vezzo quello di infilarsi nei guai. Ma se vuoi un titolo non mainstream da usare come bussola, c’è In the L’ultima vendetta (2023): un progetto più piccolo e ruvido, utile per vedere come recita oggi senza l’alone-Joffrey addosso. Gleeson non è “tornato”: si è semplicemente rimesso in scena alle sue condizioni.

    7. Kristen Stewart

    Stewart è l’esempio di come si possa essere un volto globalissimo e, insieme, costruire un percorso volutamente spigoloso. Dopo Twilight (serie di film, 2008–2012), ha scelto autori, ruoli strani, performance che non chiedono simpatia. Il passo più netto è la regia: The Chronology of Water (2025) è il suo debutto da filmmaker e negli ultimi mesi lei stessa ha parlato del salto di percezione (e rispetto) che arriva quando “sei dietro la camera”. Però, “oltre a ciò su cui lavora ora”, il titolo non mainstream da recuperare per capire la sua traiettoria resta Personal Shopper (2016): thriller soprannaturale freddo e magnetico, dove il corpo e l’assenza diventano linguaggio. Se non ti interessa la persona, guarda la coerenza delle scelte: Stewart ha trasformato la fuga dal mainstream in una poetica.

    8. Robert Pattinson 

    Pattinson ha preso l’etichetta di Twilight (film series, 2008–2012) e l’ha usata come carburante per fare l’opposto: autori, rischi, ruoli che non puntano alla coolness ma all’attrito. Oggi può permettersi di oscillare: da un lato il grande cinema-evento (per esempio è nel cast di The Odyssey (2026) di Nolan), dall’altro un curriculum che si è costruito proprio grazie a scelte laterali. E infatti il titolo non mainstream “da recuperare oggi” è quasi obbligatorio: The Lighthouse (2019) è il punto in cui smette definitivamente di essere “il bello della saga” e diventa un attore che regge la follia, il grottesco, la fisicità. Se ti interessa il tema dell’articolo, Pattinson è la dimostrazione che il distacco dal mainstream non sempre è una fuga: può essere un percorso deliberato per arrivarci meglio.

  • Da “Josephine” a “The Moment”: I film più attesi della Berlinale 2026

    Da “Josephine” a “The Moment”: I film più attesi della Berlinale 2026

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Insieme alla Mostra del Cinema di Venezia e al Festival di Cannes c'è un terzo grande evento cinematografico che anima il calendario degli appuntamenti più rilevanti legati alla settima arte. Stiamo parlando del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, noto anche come Berlinale, che quest'anno si svolgerà dal 12 al 22 febbraio nella Capitale tedesca.

    Fondato nel 1951, si è sempre distinto dalle altre kermesse per una connotazione più politica e sociale e un massiccio coinvolgimento del pubblico che, oltre a renderlo uno dei più prestigiosi festival al mondo, ne fa anche un appuntamento atteso dagli spettatori paganti. Inoltre, la Berlinale ospita l'European Film Market. Uno dei cuori pulsanti per l'industria cinematografica globale, dove produttori e distributori si riuniscono dando forma al mercato. Quest'anno l'Orso d'Oro verrà consegnato al miglior film da una giuria presieduta da Wim Wenders, mentre Michelle Yeoh, verrà premiata con l'Orso d'Oro alla carriera.

    JustWatch ha stilato una guida ai film più attesi della Berlinale 2026.

    1. Josephine (2026)

    Al suo secondo lungometraggio dopo Soft & Quiet (2022), Beth de Araújo torna alla regia con un thriller che ha anche scritto e prodotto: Josephine. La sceneggiatura del film era stata selezionata per uno dei laboratori del Sundance Institute nel 2018, ma il progetto era stato bloccato a causa del Covid. La pellicola ha avuto la sua anteprima mondiale proprio al festival di Park City, prima di essere presentato in Concorso a Berlino 76.

    La storia è quella di una bambina di 8 anni, la Josephine del titolo interpretata da Mason Reeves, che dopo essere stata testimone accidentale di un crimine al Golden Gate park, inizia a comportarsi in modo violento per proteggersi. Questo trauma emotivo porta a conflitti tra i suoi genitori, che cercano giustizia e un modo per sentirsi di nuovo al sicuro. Nel cast anche Channing Tatum, Gemma Chan, Phillip Ettinger e Syra McCarthy.

    2. At the Sea (2026)

    A cinque anni di distanza da Quel giorno tu sarai (2021), Kornél Mundruczó sceglie il festival di Berlino per presentare in Concorso la sua ultima fatica, At the Sea. Una co-sceneggiatura firmata a quattro mani con la collaboratrice e compagna Kata Wéber con la quale ha già realizzato White God - Sinfonia per Hagen (2014), Una luna chiamata Europa (2017), Pieces of a woman (2020) e il già citato Quel giorno tu sarai (2021).

    Una produzione ungherese/americana che ruota attorno a Laura (Amy Adams), una donna che, dopo un periodo di riabilitazione, torna nella casa di famiglia a Cape Cod, dove la sobrietà la costringe ad affrontare un trauma recondito e la terrificante domanda su chi sia senza la sua carriera di ballerina. Nel cast anche Murray Bartlett, Chloe East, Brett Goldstein e Dan Levy.

    3. Rosebush Pruning (2026)

    Nel 2018 il documentario di Karim Aïnouz, Central Airport THF, ha vinto l'Amnesty International Film Award alla Berlinale 68. Ora il regista brasiliano torna al festival di Berlino portando in competizione per l'Orso d'Oro Rosebush Pruning. Un film liberamente ispirato all'esordio di Marco Bellocchio, I pugni in tasca (1965), con un cast all star che spazia da Callum Turner a Riley Keough passando per Jamie Bell, Elle Fanning e Pamela Anderson.

    Scritta da Efthimis Filippou – già sceneggiatore di The Lobster (2015) e Kinds of Kindness (2024) –, la pellicola è ambientata in una villa spagnola, in cui fratelli americani Jack, Ed, Anna e Robert si crogiolano nell'isolamento e nella fortuna ereditata. Ma quando Jack vuole andare a vivere con la sua ragazza ed Ed scopre la verità sulla morte della madre, il tessuto familiare inizia a disfarsi. Tra i produttori del film anche The Apartment Pictures e Rai Cinema.

    4. The Moment (2026)

    È tra i film più chiacchierati di questo inizio 2026. Stiamo parlando di The Moment, esordio al lungometraggio del fotografo e regista di videoclip Aidan Zamiri. Un mockumentary nato da un'idea di Charli XCX e incentrato sulla stessa artista e i preparativi per il suo primo tour da headliner. Con una première mondiale che si è tenuta al Sundance 2026, il titolo sarà presentato a Berlino nella sezione Panorama e vede protagonisti, oltre alla cantautrice britannica, Rosanna Arquette, Kate Berlant, Jamie Demetriou, Alexander Skarsgård, Kylie Jenner, Rachel Sennott e Julia Fox.

    Distribuito da A24, il mockumentary ha preso il via dopo che alla cantante di Apple era stato proposto di realizzare un vero documentario su un suo tour. Zamiri ha definito The Moment come l'esplorazione di cosa sarebbe successo se Charli XCX avesse fatto "scelte completamente diverse" per Brat, il suo sesto album in studio.

    5. The Weight (2026)

    Conosciuto principalmente come montatore e produttore di titoli come The Good Lord Bird - La storia di John Brown (2020) e The Loudest Voice - Sesso e potere (2019), Padraic McKinley, dopo il passaggio in anteprima al Sundance, porta nella sezione Berlinale Special Gala di Berlino 76, The Weight. Un film survival western ambientato nell'Oregon del 1933 con protagonisti Ethan Hawke, Russell Crowe, Julia Jones, Austin Amelio e Avi Nash.

    La storia è quella di un uomo, Samuel Murphy vedovo e strappato alla figlia per scontare una pena detentiva in un campo di lavoro. Ma quando il direttore del carcere Clancy offre al protagonista e ad altri prigionieri l'opportunità di guadagnarsi la libertà anticipata in cambio della partecipazione a una pericolosa operazione di contrabbando d'oro per suo conto, l'uomo farà di tutto per riabbracciare sua figlia.

  • Da Mario ai Minions: tutti i film d’animazione di Illumination in ordine di uscita

    Da Mario ai Minions: tutti i film d’animazione di Illumination in ordine di uscita

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Il 2026 è l’anno in cui Illumination punta a dominare di nuovo il calendario con due “event movie” che parlano lingue diverse ma hanno la stessa missione: riportare al cinema il pubblico family (e non solo) a colpi di colori, gag e personaggi-icona.

    Da una parte c’è The Super Mario Galaxy Movie (2026), atteso per aprile e già presentato come un salto “cosmico” rispetto al primo film, con nuovi mondi e nuove creature. Dall’altra parte arriva anche Mega Minions (2026), previsto per luglio, pronto a rimettere in moto la macchina del caos giallo (e del box office).

    Ma per capire davvero perché Illumination sia diventata una delle fabbriche di intrattenimento più riconoscibili del cinema contemporaneo, vale la pena ripercorrere il suo percorso dall’inizio: non solo Cattivissimo Me e derivati, ma anche esperimenti musicali, favole natalizie, racconti “da animali domestici” e film che provano a fare il colpo al cuore con la migrazione di una famiglia di anatre. Qui sotto trovi tutti i lungometraggi (in ordine di uscita): un rewatch perfetto per vedere come lo studio abbia raffinato formula, ritmo e stile, fino ad arrivare a Mario e al prossimo assalto dei Minions.

    1. Cattivissimo Me (2010)

    Il film che definisce la “ricetta Illumination” prima ancora che diventasse un marchio: un’idea semplice, un ritmo da commedia, personaggi secondari che rubano la scena e un centro emotivo sorprendentemente solido. Cattivissimo Me parte come la storia di un super-cattivo in competizione, ma vince quando si sposta sul terreno che Illumination saprà coltivare meglio di chiunque: la famiglia. Gru non cambia perché “deve”, cambia perché tre bambine lo costringono a fare i conti con una tenerezza che lui non aveva previsto (né programmato). È qui che nasce anche l’idea di gag visive rapidissime, quasi da cartoon, e di un’animazione che privilegia l’espressività e la comicità fisica. E, ovviamente, è qui che i Minions iniziano a farsi notare come motore comico, pur senza essere ancora il fenomeno totalizzante che diventeranno. Ancora oggi funziona perché è un film che sa essere buffo e gentile nello stesso respiro.

    2. Hop (2011)

    Un po’ l’outsider della filmografia: Hop è un ibrido live action/animazione, ma racconta già molto di Illumination, soprattutto la voglia di fare intrattenimento “da festività” con gag veloci, personaggi pop e un concept immediato. Il protagonista è E.B., coniglietto pasquale in crisi d’identità che vorrebbe suonare la batteria invece di consegnare uova: un’idea che sembra leggera, ma che in realtà anticipa un tema ricorrente nello studio, quello del personaggio che non vuole essere ciò che il mondo si aspetta. Il film punta sulla commedia e sul caos (molto), e non sempre trova l’equilibrio perfetto tra due linguaggi diversi, però ha un valore da “capsula del tempo”: è l’Illumination che prova a espandersi, a sperimentare, a capire dove può arrivare il suo tono. Se lo riguardi oggi, lo leggi anche come una tappa di transizione: meno “mitologia” e più gioco, ma già con la precisione del ritmo che lo studio affinerà negli anni.

    3. Dr. Seuss’ Lorax – Il guardiano della foresta (2012)

    Con Lorax Illumination entra in un territorio rischioso: l’adattamento “da fiaba morale”, con un messaggio ambientale molto esplicito e un immaginario che deve restare memorabile senza diventare predica. Il risultato è un film che vive di contrasti: colori sgargianti e inquietudine di fondo, canzoni e una distopia sorprendentemente vicina. La parte migliore è proprio quella sensazione di mondo “finto” che si vende come perfetto: aria in bottiglia, natura ridotta a brand, felicità come prodotto. Illumination qui fa una cosa intelligente: non rinuncia alla comicità, ma la usa per rendere più digeribile un discorso che, se fosse solo serio, sarebbe respingente per il pubblico family. È anche un film che mostra lo studio alle prese con la musicalità e con la coreografia di massa, elementi che torneranno fortissimi in Sing (2016). Non è il titolo più amato da tutti, ma è una tappa chiave per capire la fase “ambiziosa” del primo decennio.

    4. Cattivissimo Me 2 (2013)

    Cattivissimo Me 2 fa una cosa che i sequel spesso dimenticano: non si limita ad “alzare il volume”, ma sposta il fuoco. Gru non è più solo un cattivo redento; è un padre in modalità gestione quotidiana, e questa normalità diventa terreno comico perfetto. L’arrivo di Lucy e della Anti-Villain League allarga il mondo e porta un’energia diversa: più action, più spy-comedy, più dinamiche da coppia. Ma ciò che resta davvero impresso è come Illumination capisca sempre meglio il suo pubblico: gag rapide, momenti emotivi brevissimi ma efficaci, e un’animazione che punta sull’espressività facciale quasi “da meme” (prima dei meme). È anche il film che mette definitivamente i Minions al centro dell’ecosistema comico: non sono più solo contorno, sono un linguaggio. Il risultato è un sequel estremamente rivedibile: funziona a scene, a pezzi, a serate “senza pensieri”, ma riesce comunque a darti una storia compiuta e un lieto senso di casa.

    5. Minions (2015)

    Qui Illumination fa l’operazione più ovvia e più rischiosa: prendere i personaggi più rumorosi e trasformarli in protagonisti. Minions funziona perché capisce che, per reggere un film intero, i Minions devono diventare quasi un cartone muto travestito da blockbuster: linguaggio inventato, slapstick, ritmo frenetico, e un’ambientazione (gli anni ’60) usata come parco giochi estetico. È un film che non chiede troppo allo spettatore, ma ti prende per mano e trascina in una sequenza di set piece comiche, come se fossero sketch collegati da una missione semplice (trovare un nuovo cattivo da servire). L’intelligenza sta nel non forzare una psicologia che non appartiene a questi personaggi: la loro forza è l’energia, non la profondità. È anche uno dei casi più limpidi di “cinema da brand” fatto bene.

    6. Pets – Vita da animali (2016)

    “Cosa fanno gli animali quando noi non ci siamo?”, questa è il concept da cui parte Pet e lo trasforma in una commedia d’avventura urbana con un cuore sorprendentemente tenero. Il film è una vetrina di caratteri: dal cane ansioso e possessivo al randagio disilluso, fino alla coniglietta iperattiva che sembra uscita da una stand-up. Illumination qui è bravissima a costruire un mondo parallelo dentro la città: tunnel, condotti, reti segrete di animali, e quella sensazione da “Toy Story ma con i guinzagli” che rende l’idea immediatamente comprensibile. La cosa che funziona di più è il ritmo: scene brevi, gag continue, e un crescendo action che non perde mai la bussola. E sotto la superficie c’è un tema semplice ma universale: la paura di essere sostituiti, di non bastare più, di perdere il proprio posto. Pets è uno di quei film che puoi mettere su “per ridere” e poi scoprire che, in mezzo alle battute, ti ha dato anche una piccola carezza emotiva.

    7. Sing (2016)

    Nello stesso anno, Illumination fa un’altra mossa fortissima: un film musicale “da talent” che, invece di limitarsi a imitare la TV, usa la struttura del concorso per raccontare piccole storie di sopravvivenza. Sing (2016) è un film che sa essere energico e consolatorio: ogni personaggio porta un problema concreto (famiglia, lavoro, insicurezza, fallimento) e la musica diventa il modo in cui si rimette insieme. La cosa furba è che l’animazione non prova a sembrare realistica: abbraccia l’eccesso, il palco, la teatralità, e rende ogni performance un mini-spettacolo. Funziona anche perché Illumination capisce il valore del “montaggio emozionale”: non ti chiede di credere che questi animali canterebbero davvero così, ti chiede di credere a cosa provano mentre cantano. È uno dei titoli più “feel good” dello studio, una celebrazione dell’arte come seconda possibilità, con la leggerezza di chi sa parlare a tutti.

    8. Cattivissimo Me 3 (2017)

    Cattivissimo me 3 è il capitolo che spinge ancora di più sul lato “cartoon” e sull’idea di franchise come comfort: più gag, più colori, più personaggi, più caos. L’elemento più fresco è l’arrivo del fratello gemello Dru, che permette di giocare sul doppio e su due fantasie opposte: la vita domestica e la vita avventurosa. Il villain (ex bambino star anni ’80) è una trovata pop perfetta per Illumination: nostalgia trasformata in cattiveria kitsch, con numeri musicali e un’estetica volutamente sopra le righe. È un film che non cerca di reinventare l’universo, ma di “pompettare” la sua energia: se entri nel mood, ti diverti; se cerchi evoluzioni profonde, qui trovi soprattutto intrattenimento. Eppure, anche in mezzo al circo, resta la costante della saga: Gru è un ex cattivo che non smette mai di imparare a essere padre, e quella piccola traiettoria emotiva tiene insieme tutto.

    9. Il Grinch (2018)

    Illumination prende un altro classico (Dr. Seuss) e lo rilegge con il suo codice: gag veloci, character design “morbido”, e un’idea di Natale come macchina emotiva. Il Grinch è meno acido di alcune versioni precedenti e più orientato al family puro. Il protagonista resta misantropo, ma il film è interessato soprattutto a spiegarti perché lo è e come possa riaprirsi al mondo senza diventare un santo. La Whoville qui è un’esplosione di decorazioni e comfort: luci, neve, cibo, tradizioni – quasi un catalogo di hygge natalizio animato. La cosa più riuscita è l’atmosfera; puoi guardarlo anche solo per “sentire” Natale, senza dover seguire ogni battuta. È un film che non pretende di essere rivoluzionario; punta a essere una coccola pop impeccabile, e ci riesce. Perfetto da rivedere a dicembre, ma anche fuori stagione se hai bisogno di un’ora e mezza di gentilezza.

    10. Pets 2 – Vita da animali (2019)

    Il sequel prende la strada più intelligente; invece di ripetere identico il primo film, allarga il mondo in tre direzioni diverse, quasi come se fossero tre mini-film che si incrociano. Pets 2 lavora più sulla crescita e Max deve affrontare ansie e cambiamenti, Snowball si convince di essere un supereroe (ed è esilarante), e Gidget diventa una guerriera in miniatura. Gag visive, set piece d’azione, e quel talento per rendere gli animali “attori comici” con tempi perfetti. Funziona soprattutto perché non è cinico: anche quando scherza, lo fa con affetto. Il film è pensato per essere consumato con facilità, ma non è pigro, ha un ritmo alto, una varietà di scenari (città, fattoria, appartamento) e un’energia che non si spegne mai. E sotto, ancora una volta, c’è un messaggio semplice: cambiare fa paura, ma non ti distrugge – spesso ti fa crescere.

    11. Sing 2 – Sempre più forte (2021)

    Sing 2 alza l’asticella dello spettacolo: più palco, più luci, più “evento”. Il salto di scala è parte della trama (dalla provincia alla grande città), ma è anche la dichiarazione d’intenti: Illumination qui vuole fare il musical pop in versione blockbuster animato. La cosa migliore è come riesce a tenere insieme cast corale e percorso emotivo, c’è la voglia di farcela, ma anche la paura di fallire davanti a un sogno troppo grande. L’introduzione del personaggio-legenda (il leone rockstar ritirato) aggiunge una vena malinconica che bilancia bene l’euforia da show. Visivamente, il film è pieno di numeri che sembrano pensati per farti dire “ok, questo al cinema deve essere bellissimo” come coreografie, scenografie gigantesche, montaggio serrato. Ma non è solo fuochi d’artificio, resta un film che parla di arte come rischio e come cura, e per questo non ti lascia solo con le canzoni in testa ma anche con un’energia addosso.

    12. Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo (2022)

    Con Minions 2 Illumination si cimenta in una nuova “furbata”: lega il delirio Minions a un racconto di origine, riportando al centro Gru bambino e la sua ambizione ridicola e tenera di diventare un super-cattivo. Il film è un buffet di set piece comiche e citazioni pop (anni ’70, arti marziali, villain “da album di figurine”), ma ha un vantaggio rispetto al primo Minions: c’è una traiettoria più chiara, un legame emotivo più presente, e un protagonista umano che dà direzione al caos. I Minions restano linguaggio slapstick puro, ma qui sono anche “spalla” di un ragazzino che vuole essere preso sul serio – e proprio questa sproporzione genera molte delle gag migliori. È un film che non chiede di essere analizzato, ma di essere goduto come fuoco d’artificio colorato. Eppure, quando finisce, ti resta addosso quella sensazione tipica Illumination; hai riso tanto, ma hai anche assistito a una piccola (buffa) costruzione di identità.

    13. Super Mario Bros. – Il film (2023)

    Illumination e Nintendo fanno centro perché capiscono la cosa più importante: Mario non deve diventare “realistico”, deve diventare cinema senza perdere l’anima da videogioco. Super Mario Bros. – Il film è un parco divertimenti di livelli, power-up, piste, regni e creature: la trama è semplice, ma è costruita per portarti da un’idea iconica all’altra con l’entusiasmo di chi sa di avere in mano un giocattolo perfetto. Il ritmo è quello dello studio, cioè gag rapide, scene d’azione compatte, momenti emotivi brevi ma calibrati. E soprattutto c’è un rispetto “da fan” per l’immaginario, con una quantità di dettagli pensati per chi conosce i giochi, senza però escludere chi ci arriva per la prima volta. È il tipo di film che funziona perché è sincero: vuole farti divertire, non dimostrarti qualcosa. E quando ci riesce, capisci perché il sequel “Galaxy” sia diventato uno degli appuntamenti più attesi del 2026.

    14. Prendi il volo (2023)

    Prendi il volo è uno dei film più “dolci” di Illumination, dove il brand viene meno ed emerge di più il racconto. La storia di una famiglia di anatre che lascia lo stagno “sicuro” per affrontare il mondo è una metafora trasparente (crescere, partire, cambiare), ma funziona perché è raccontata con leggerezza e con un senso di avventura autentico. Il viaggio diventa parte essenziale della storia con incontri strani, pericoli buffi, panorami, e quella sensazione da road movie family che rende ogni tappa un piccolo test di carattere; il cuore però il conflitto tra prudenza e desiderio del padre che vorrebbe proteggere tutti, castrando quel desiderio di libertà e vita della famiglia. 

    È un film che parla a chiunque si sia sentito “troppo comodo” e, allo stesso tempo, terrorizzato dall’idea di cambiare. Visivamente è più morbido e naturalistico rispetto ai titoli più pop dello studio, e proprio per questo fa bene. 

    Una Illumination che dimostra di saper anche rallentare, respirare, e puntare a una tenerezza meno rumorosa.

    15. Cattivissimo Me 4 (2024)

    Dopo tanti capitoli, Cattivissimo Me 4 (2024) ha una missione chiara: tenere viva la saga con un nuovo caos domestico e un nuovo villain, senza tradire la formula storica. 

    Il film spinge sul lato “famiglia allargata” e sulla comicità del quotidiano: Gru non è più l’uomo solo contro il mondo, è a tutti gli effetti un padre che deve gestire responsabilità, figli, identità pubblica e minacce da supercattivo. È il tipo di franchise movie che funziona soprattutto per la sua affidabilità, cioè sai che già che troverai un bilanciamento tra comicità ed emotività. E poi, immancabili come sempre, ci sono i Minions, ormai istituzione comica autonoma, che continuano a essere il metronomo del film. 

    Cattivissimo Me 4 assume anche un po’ i connotati di un  “promemoria industriale”: questa serie è uno dei motori economici di Illumination, e ogni capitolo è pensato per essere un evento family globale. Non reinventa, ma consolida e prepara il terreno per la nuova corsa del 2026.

    16. The Super Mario Galaxy Movie (2026)

    Il 2026 di Illumination parte dal salto nello spazio, il “livello successivo” per trasformare Mario in una saga cinematografica vera e propria. The Super Mario Galaxy Movie è annunciato per aprile 2026 e, già dalle anticipazioni ufficiali, promette un cambio di scala: nuovi mondi, nuove creature, e una dimensione “galattica” che permette di portare sullo schermo l’immaginario più spettacolare della serie videoludica. La domanda interessante non è solo “quanti personaggi vedremo”, ma che tipo di film vuole diventare: più avventura, più epica, più continuità narrativa? Illumination ha dimostrato di saper costruire ritmo e gag; Nintendo ha dimostrato di saper custodire il brand. Ora la sfida è far convivere l’effetto parco giochi del primo film con un racconto che sembri davvero un viaggio – e non solo una collezione di livelli. Se ti stai preparando, riguardare il film del 2023 diventa quasi un “prologo”: ti farà notare cosa è stato piantato (personaggi, promesse, direzione) e cosa può esplodere qui in grande. È uno dei casi in cui l’attesa è parte dell’esperienza.

    17. Mega Minions (2026)

    Se Mario è la parte “epica” del 2026, Mega Minions è la parte “anarchica”; il film che punta a trasformare l’estate in una sequenza di risate (e di citazioni ripetute ovunque). È previsto per luglio 2026 e si inserisce in una macchina narrativa che Illumination ha reso quasi unica: un franchise capace di vivere su più linee temporali senza perdere riconoscibilità. La vera forza dei Minions, ormai, è che non devono “evolversi” come personaggi, loro sono già una forma di comicità, un dispositivo.  Illumination, negli anni, ha imparato a usarli come acceleratore narrativo. C’è solo da chiedersi cosa aspettarsi per questo volume 3, se una commedia nuda e pura o un film d’avventura o una parodia pop. 

    Mega Minions arriva anche in un momento in cui il pubblico chiede intrattenimento semplice ma efficace; il tipo di film che puoi vedere senza fatica e citare subito dopo. E se il 2026 deve essere “l’anno di Illumination”, i Minions sono la garanzia che il rumore si sentirà.

  • “Buen Camino” da record: ecco i 10 film con gli incassi più alti di sempre in Italia

    “Buen Camino” da record: ecco i 10 film con gli incassi più alti di sempre in Italia

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Buen Camino (2025) è ufficialmente il maggior incasso della storia del cinema italiano. È la notizia riportata da tutti i giornali, che ha entusiasmato tutti, come testimoniato dalla recente conferenza di Cinetel, che si svolge puntualmente all’inizio dell’anno per commentare attraverso i dati lo stato di salute della sala cinematografica di quello appena trascorso.

    Dopo aver superato Quo Vado?  (2016) (65.365.736 euro), dunque sé stesso, lo scorso 18 gennaio la commedia diretta da Gennaro Nunziante, con protagonista Checco Zalone, ha infatti totalizzato 68.823.069 euro, superando il primato detenuto da Avatar (2009) di James Cameron, ottenuto con 68,6 milioni di euro di incassi.

    Attenzione, però: l’incasso non equivale al numero di spettatori. Tant’è vero che, nonostante sia la pellicola con il maggior incasso di sempre, Buen Camino (2025) non è il film più visto in Italia. Al momento, i biglietti venduti superano i 9 milioni, ma la classifica che invece certifica gli spettatori vede al primo posto Titanic (1997) con oltre 13,8 milioni di presenze. A incidere, sicuramente, l’aumento del prezzo dei biglietti nel corso degli anni.

    Ma tornando sugli incassi, dopo Zalone, che continua crescere, anche se da poco è stato spodestato dal podio settimanale da Marty Supreme (2025), e il primo capitolo della saga fantascientifica di Cameron, chi c’è? Chi sono i restanti otto che sono stati capaci di sfondare al botteghino, ciascuno scrivendo a modo proprio la storia? Senza tener conto del tasso d’inflazione, e, soprattutto, del costo dei biglietti, ecco la classifica dei dieci film che hanno incassato di più in Italia (e dove recuperarli in streaming). Spoiler: leggerete spesso Zalone.

    1. “Buen Camino” (2025): 73,6 milioni di euro (in aggiornamento)

    Il gran ritorno di Checco Zalone. Era atteso, soprattutto per dare una grande boccata d’ossigeno alle sale cinematografiche italiane nell’età post pandemica. E anche stavolta con Buen Camino (2025), che l’ha ricongiunto al regista e sceneggiatore Gennaro Nunziante dopo il divorzio con il precedente Tolo Tolo (2019), ha dimostrato di essere un fenomeno capace di attirare sin da subito milioni di spettatori, confermando il legame indissolubile con il pubblico.

    Uscito lo scorso 25 dicembre, ha dominato il box office, restando in pole position per ben quattro settimane, per poi scendere al secondo posto con l’arrivo della nuova pellicola con Timothée Chalamet in odore di Oscar. Ma nel frattempo è diventato il maggior incasso di sempre della storia del cinema italiano, e ad oggi ha ottenuto ben 73.797.878 euro al botteghino, pur sottolineando nuovamente che non è il film più visto di sempre in Italia.  

    2. “Avatar” (2009): 68,6 milioni di euro

    Avatar (2009) di James Cameron ha scritto la storia. Oltre degli effetti visivi, soprattutto in termine di incassi, considerato che a livello internazionale la pellicola occupa ancora oggi il primo posto, con 2,9 miliardi di dollari, mentre in Italia è diventato da poco il secondo maggior incasso di sempre della storia del cinema, con 68.679.702 euro. Bisogna considerare che il dato comprende la riedizione del 2022, a ridosso dell’uscita del secondo capitolo, Avatar – La via dell’acqua (2022). Ci voleva Zalone per battere il primato del kolossal, di cui è ancora disponibile nelle sale il terzo capitolo, Avatar – Fuoco e cenere (2025).

    3. “Quo vado?” (2016): 65,3 milioni di euro

    Quarto film della coppia Zalone-Nunziante, Quo vado? (2016) è una commedia che prende in giro il mito del “posto fisso”, attraverso le peripezie del protagonista, disposto a tutto pur di non perdere la sicurezza del lavoro statale…persino farsi spedire al Polo Nord. Accolto anch’esso con grande entusiasmo, ancora oggi è uno dei titoli più amati della filmografia del Re Mida del cinema italiano. Sin dalla sua uscita, ha battuto record di ogni tipo, tenendo il primato di film italiano dal maggior incasso fino a pochi giorni fa,con ben 65.365.676 euro, prima che venisse superato sempre da sé stesso.

    4. “Sole a catinelle” (2013): 51,9 milioni di euro

    Di nuovo Zalone-Nunziante. Quarta posizione per Sole a catinelle (2013), una storia on the road che segue il viaggio di un padre e un figlio, tutto da ridere, e che dunque non può non ricordarci il recente Buen Camino (2025). Ma non mancano i momenti di riflessione in una commedia brillante che racconta la crisi economica, concentrandosi sempre sui vizi dell’italiano medio, in particolare quello di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Terzo film della coppia, al botteghino ha incassato ben 51.948.550 euro, segnando così un altro traguardo straordinario.

    5. “Titanic” (1997): 51,8 milioni di euro

    Quinto posto per Titanic (1997). Seconda pellicola di James Cameron della classifica, si è attestata sui 51.890.733 euro, incluse le riedizioni (di cui l’ultima nel 2023 in occasione del 25° anniversario). Uscito nelle sale italiane nel gennaio del 1998, il kolossal romantico racconta la storia di un amore impossibile, quello tra Jack e Rose, rispettivamente interpretati da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, sullo sfondo del tragico naufragio del transatlantico del 1912. Tra minuziose ricostruzioni, effetti visivi moderni e una strabiliante colonna sonora, è una pellicola che ha segnato un’epoca, che si è fatta amare da generazioni di spettatori.

    6. “Inside Out 2” (2024): 46,5 milioni di euro

    Il sequel di Inside Out (2015) si aggiudica il sesto posto. A pochi giorni dall’uscita, Inside Out 2 (2024) ha iniziato a incassare sin da subito diversi milioni di euro, registrando un segnale importante per le sale cinematografiche nostrane, soprattutto per il periodo estivo. Si tratta di uno dei più grandi incassi di sempre per il cinema italiano post-pandemia, oltre a essere stato il maggiore del 2024. La sua corsa si è infatti arrestata a 46.530.579 milioni di euro. Opera prima di Kelsey Mann, il lungometraggio d’animazione targato Disney e Pixar ci riporta nella mente di Riley, oggi adolescente.

    7. “Tolo Tolo” (2020): 46,2 milioni di euro

    Settima posizione per il quinto film di Zalone, nonché primo da regista. Uscito nelle sale italiane il 1° gennaio 2020, all’alba dell’arrivo della pandemia che avrebbe colpito senza pietà gli esercenti, con Tolo Tolo (2020) Gennaro Nunziante si fa da parte, mentre la sceneggiatura prende il via da un soggetto di Paolo Virzì, raccontando il viaggio di Checco dall’Africa all’Italia. Ne esce un film “più politico”, “più impegnato”, che non ha convinto del tutto il pubblico rispetto ai precedenti lavori. Nonostante un’accoglienza tiepida, gli incassi raccontano sempre un’altra storia: 46.208.356 di euro, che lo rendono il penultimo film del comico pugliese in questa classifica.

    8. “Avatar – La via dell’acqua” (2022): 45 milioni di euro

    Secondo capitolo della saga di James Cameron, Avatar – La via dell’acqua (2022) si aggiudica l’ottavo posto con ben 45.048.670 euro. Nelle sale italiane dal 14 dicembre 2022, due giorni prima rispetto agli Stati Uniti, è stato il primo film ad aver raggiunto una cifra così importante nell’era post-pandemica. Il sequel riporta in scena i protagonisti della pellicola precedente, Jake Sully (Sam Worthington) e Neytiri (Zoe Saldaña), ora genitori, che si ritrovano a proteggere la loro famiglia da una nuova minaccia per Pandora.

    Nel cast Sigourney Weaver, Stephen Lang e Kate Winslet per un kolossal che ha ricevuto un’accoglienza del tutto positiva al botteghino, considerato che a livello internazionale ha chiuso la sua corsa oltrepassando i 2,3 miliardi di dollari, attestandosi in terza posizione nella classifica dei maggiori incassi della storia del cinema, preceduto da Avatar (2009) e Avengers: Endgame (2019).

    9. “Che bella giornata” (2011): 43,4 milioni di euro

    Nona posizione per Che bella giornata (2011). Un incasso di 43.475.840 euro per l’ultimo film nella Top 10 della coppia Zalone-Nunziante. Checco è un addetto alla sicurezza che si innamora di una ragazza araba, che si finge studentessa di architettura. Ma in realtà il suo scopo è avvicinare il protagonista per compiere un attentato al Duomo di Milano. La seconda volta di Zalone-Nunziante è una riconferma del talento cinematografico della coppia, stavolta per raccontare una storia che parla di differenze culturali, di nepotismo, e persino di terrorismo islamico, senza alcun moralismo.

    10. “Il re leone” (2019): 37,5 milioni di euro

    Remake in CGI de Il Re Leone (1994), è il film che chiude la classifica. Diretto da Jon Favreau, Il Re Leone (2019) con la cifra di 37.514.561 euro ha segnato uno dei migliori risultati per Disney al botteghino italiano. È stato il primo incasso assoluto del 2019, superando quello del precedente anno, che ha visto in testa Bohemian Rhapsody (2018). Un’accoglienza calorosa a livello internazionale, con un ricavo di 1,6 miliardi di dollari dal box office, tanto da spingere la casa di Topolino a realizzare cinque anni dopo una pellicola a metà tra prequel e sequel, Mufasa: Il re leone (2024), con la regia di Barry Jenkins.

  • I 10 film con più nomination agli Oscar di tutti i tempi

    I 10 film con più nomination agli Oscar di tutti i tempi

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Il 22 gennaio 2026 sono state annunciate le nomination per la 98esima edizione degli Oscar. Tra i film in gara, I peccatori di Ryan Coogler e con Michael B. Jordan ha ricevuto un totale di 16 nomination, diventando il film con più nomination di sempre fino a ora. L’horror dai connotati sociali dei due frequenti collaboratori ha superato colossi come Titanic e La La Land.

    Per l’occasione, abbiamo stilato questa lista che contiene i 10 film con più nomination agli Oscar di tutti i tempi. State pur certi, questo elenco contiene solamente capolavori impossibili da dimenticare. Prima di iniziare, una precisazione. Le ultime sei posizioni contengono film con 13 nomination. Dato che i titoli con 13 nomination erano più di sei, abbiamo tenuto conto anche delle statuette vinte per scegliere quali includere.

    10. Forrest Gump (1994) - 13 nomination

    Anche se Pulp Fiction (1994) o Le ali della libertà (1994) sarebbero state opzioni più azzeccate per la statuetta del Miglior film, è innegabile come Forrest Gump abbia mantenuto alta la sua reputazione di classico anni ‘90. Il film di Robert Zemeckis vive grazie alla prova senza paragoni di Tom Hanks nel ruolo del protagonista. A metà tra commedia e dramma e attraversando momenti importanti della vita, il film dà la possibilità a Hanks di esprimere tutto il suo range attoriale. Forrest Gump (1994) rimane una pellicola imperdibile per chi ama il cinema americano e non può fare a meno di un messaggio esistenziale nella trama.

    9. Chicago (2002) - 13 nomination

    Quando si tratta di musical, è risaputo come l’Academy abbia un debole per questo genere di film. Chicago (2002) è il primo musical che trovate nell’elenco, ma non sarà di certo l’ultimo. Il film di Rob Marshall non dà risalto solo alla musica, in questo caso jazz. All’interno della pellicola troverete anche momenti comici e spunti crime. Sono passati decenni dall’uscita di Chicago (2002), ma la pellicola continua a entusiasmare il pubblico di mezzo mondo con le sue elaborate coreografie, anch’esse a opera di Marshall. Non solo, il cast corale che anima il film è in grande forma, a cominciare dalle protagoniste Renée Zellweger e Catherine Zeta-Jones.

    8. Oppenheimer (2023) - 13 nomination

    Con Oppenheimer (2023) il piede spinge forte sull'acceleratore del dramma. L’opera epica di carattere storico non poteva non ricevere un numero elevato di nomination. Da un lato troviamo la regia impeccabile di Christopher Nolan, uno dei cineasti più significativi della sua generazione. Dall’altro ci sono le prove immense di attori e attrici come Cillian Murphy e Emily Blunt, vere forze motrici del film. La colonna sonora a tratti apocalittica di Ludwig Göransson e la fotografia brillante a metà tra colori e bianco e nero di Hoyte van Hoytema sono la ciliegina sulla torta. Un’opera maestra ai pari de L'ora più buia (2017). 

    7. Shakespeare in Love (1998) - 13 nomination

    Ve l’avevamo detto ed eccoci qui con un altro musical. Al posto degli anni ‘20 di Chicago (2002), Shakespeare in Love è ambientato centinaia di anni prima, nel ‘500 del drammaturgo inglese. Un film deliziosamente in costume come quello di John Madden non può che far man bassa di Oscar tecnici. La potenza di Shakespeare in Love (1998), però, trascende la sua perfezione stilistica. Il film è molto gradevole anche grazie alle prove del cast, impegnato su due fronti tra battute e canzoni, e alla mano sapiente di Madden. Consigliamo la visione ai fan delle pellicole in costume stile Orgoglio e pregiudizio (2005) e Casanova (2005).

    6. Da qui all'eternità (1953) - 13 nomination

    Prima de Il paziente inglese (1996) e di Pearl Harbor (2001), c’era Da qui all'eternità. Questo dramma dai toni romantici e di guerra ha fatto scuola mettendo in primo piano i personaggi e la trama. A brillare sono proprio le performance dell’intero cast. Una menzione speciale va a Frank Sinatra, leggenda della musica la cui recitazione non impallidisce di fronte a giganti come Burt Lancaster e Montgomery Clift. I tre riescono a portare sullo schermo personaggi memorabili e ricchi di sfumature. Un plauso speciale va a Fred Zinnemann, vincitore della statuetta per Miglior regista. La sua regia è come una scuola di cinema, soprattutto quando si tratta del posizionamento della camera.

    5. Via col vento (1939) - 13 nomination

    Via col vento chiude i titoli nominati 13 volte per le statuette più importanti del cinema. Uscito nel 1939, il film di Victor Fleming è un melodramma tra i migliori mai realizzati. Dall’iconica colonna sonora alle prove immense del cast, senza tralasciare il magnifico uso dei colori, Via col vento (1939) continua a essere lodato a quasi cent’anni dal suo rilascio. Va comunque riconosciuto come questo classico non sia invecchiato in maniera egregia quasi si parla dei temi trattati. Similmente a Nascita di una nazione (1915), ma in maniera più velata, il film esprime elementi razzisti che non possono passare inosservati.

    4. La La Land (2016) - 14 nomination

    Con La La Land (2016) terminano con il botto i musical presenti nella lista. Il film che ha coronato lo sforzo artistico di Damien Chazelle è iconico per più ragioni. Dal punto di vista tecnico, brillano la fotografia caleidoscopica di Linus Sandgren e la regia virtuosa del cineasta di Babylon (2022). La sola sequenza iniziale in piano sequenza vale l’Oscar alla Miglior regia. La La Land (2016) convince appieno anche grazie alle prove eccelse di Ryan Gosling ed Emma Stone e alla colonna sonora jazz da urlo. Se cercate film che facciano bene al cuore e alle orecchie, il musical di Chazelle è un porto sicuro.

    3. Eva contro Eva (1950) - 14 nomination

    Era impensabile che il quattro volte premio Oscar Joseph L. Mankiewicz mancasse dalla lista. Dopo aver vinto regia e sceneggiatura l’anno prima con Lettera a tre mogli (1948), l’artista fa doppietta con le stesse statuette per il classico Eva contro Eva. A fare da traino al film ci sono le performance di Bette Davis e Anne Baxter, protagoniste antagoniste il cui incontro-scontro anima la trama. Mankiewicz è un vero gigante del cinema e questo titolo imperdibile è l’ennesima testimonianza della sua genialità registica. Se cercate atmosfere alla Viale del tramonto (1950), ma meno dark, Eva contro Eva (1950) è la migliore opzione.

    2. Titanic (1997) - 14 nomination

    Quando si tratta di ricevere nomination agli Oscar, e di vincerle quasi tutte, Titanic (1997) è l’esempio da seguire. Con 14 nomination, di cui 11 vinte, il film di James Cameron ha conquistato la critica e sbancato ai botteghini con un guadagno miliardario. Proprio come qualsiasi altra pellicola del regista, da Terminator (1984) ad Avatar (2009), il film con Leonardo DiCaprio è sublime dal punto di vista visivo. Dai costumi alle scenografie, passando per i movimenti di macchina e la fotografia, Titanic (1997) è un kolossal che conquista l’occhio ancora prima del cuore. La trama, infine, pur appoggiandosi a stilemi tipici del dramma romantico, non esclude spunti sociali che la elevano.

    1. I peccatori (2025) - 16 nomination

    Le 16 nomination agli Oscar de I peccatori (2025) potrebbe essere la notizia dell’anno nel mondo dell’entertainment. E siamo solamente a gennaio. Il film di Ryan Coogler è sicuramente una delle pellicole più importanti del 2025. Se non altro, per il primato di aver incassato quasi 400 milioni di dollari grazie a una sceneggiatura completamente originale. Ma i pregi di questo horror storico non finiscono qui. Il duplice ruolo di Michael B. Jordan è un tassello fondamentale nella carriera dell’attore, anno dopo anno sempre più letale davanti alla macchina da presa. Allo stesso tempo, I peccatori (2025) vantano una delle estetiche più riuscite dell’anno, tra fotografia immensa e movimenti di macchina senza difetti.

  • Da “Emma” a “Camera con vista”: 10 film da non perdere se ami l’estetica Cottagecore (con un lieto fine!)

    Da “Emma” a “Camera con vista”: 10 film da non perdere se ami l’estetica Cottagecore (con un lieto fine!)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Cottagecore non è solo “vestiti a fiori e cestini di fragole”, è una fantasia di vita rallentata, fatta di luce naturale, mani sporche di terra (in senso buono), cucine calde, profumi fragranti e tende mosse dal vento e giornate che sembrano finite dentro una stampa botanica.

    È il desiderio di un mondo più piccolo e più gentile: case di campagna, villaggi con ritmi umani, passeggiate nei prati, tè fumanti, pane appena sfornato. E sì, spesso ci finisce anche l’amore, quello che ti sorprende all’improvviso, magari proprio quando stai provando a rimettere insieme te stessa.

    Il problema? Molti film con queste atmosfere sono anche pieni di tragedie, malinconie e finali agrodolci. Qui invece andiamo sul sicuro: 10 titoli che ti danno tutta l’estetica cottagecore (campagna, giardini, boschi, cottage, vestiti d’epoca o comfort rurale) e ti lasciano anche con un lieto fine. Quelli da mettere su quando vuoi sentirti avvolta in una coperta, magari mentre fuori impazza un temporale, ma senza uscire emotivamente a pezzi.

    1. Emma (2020)

    Se cottagecore per te significa “campagna inglese + pettegolezzi eleganti + vestiti che sembrano dessert”, Emma è una festa. È luminoso, ironico, pieno di dettagli da guardare con gli occhi a cuore: case perfette, giardini curati, picnic e passeggiate tra siepi e salotti. Anya Taylor-Joy rende Emma una protagonista deliziosamente insopportabile: privilegiata, convinta di sapere tutto, ma anche capace di crescere – e il film la tratta con il giusto mix di sarcasmo e tenerezza. Funziona perché non è solo romance: è una commedia sul diventare adulti e imparare a leggere gli altri. E quando arriva il lieto fine, è davvero soddisfacente: non un premio casuale, ma la conseguenza di un cambio di prospettiva. Bonus cottagecore: la palette pastello è praticamente aromaterapia visiva.

    2. Orgoglio e pregiudizio (2005)

    È uno dei comfort movie definitivi, e lo è anche per un motivo molto cottagecore: la campagna qui non è sfondo, è umore. Orgoglio e pregiudizio ti avvolge con brume, prati, mani che sfiorano, camminate nel fango, case che respirano. Keira Knightley e Matthew Macfadyen fanno scintille in modo trattenuto, come se ogni frase avesse un secondo significato (e spesso ce l’ha). Il film è romanticissimo senza essere stucchevole: ti fa credere nel destino, ma anche nell’idea che l’amore sia una scelta di lucidità, non una febbre. E soprattutto: è pieno di micro-scene che ti rimangono addosso come il profumo del bucato al sole. Il lieto fine qui è una carezza: arriva dopo l’orgoglio, dopo il pregiudizio, dopo aver imparato a vedere davvero l’altro.

    3. Piccole donne (2019)

    Cottagecore, ma con cervello e cuore. Piccole donne è un concentrato di casa calda, sorelle che si stringono, inverni pieni di coperte, estati nei campi, scrittura, tazze, risate, teatro improvvisato. Greta Gerwig prende un classico e lo rende sorprendentemente moderno: ritmo vivace, dialoghi che sembrano respirare, e un cast che fa venire voglia di trasferirsi immediatamente in quella casa con loro. È un film che parla di lavoro creativo, denaro, libertà e desiderio e lo fa senza perdere la magia domestica. Il lieto fine è intelligente: non ti vende una favola ingenua, ma ti lascia con la sensazione di un futuro aperto, conquistato. Cottagecore qui significa anche comunità, solidarietà, vita semplice ma piena: la fantasia più potente di tutte.

    4. Il giardino segreto (1993)

    Se la tua idea di cottagecore è “natura che guarisce”, Il giardino segreto è perfetto. È gotichino quanto basta (casa enorme, corridoi, silenzi) per rendere ancora più bello il contrasto con il verde che esplode fuori, tra edera, chiavi, cancelli e vento. La storia è quella di una bambina scontrosa che, in un posto nuovo, impara lentamente a trasformarsi – e la trasformazione passa proprio dalla terra, dalle piante, dall’atto semplice di prendersi cura di qualcosa. Visivamente è un film che sa essere delicato e incantato, con un senso quasi tattile di foglie e luce. E sì: qui il lieto fine è pieno e meritato, perché non è “tutto perfetto”, ma tutto è finalmente vivo. Dopo averlo visto, vorrai un giardino. O almeno una piantina.

    5. Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento (2010)

    Se per “cottagecore” intendi quella sensazione di vita minuscola ma intensissima – luce che filtra tra le tende, erba alta come una foresta, cucina come rifugio, oggetti quotidiani trasformati in tesori – Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento è praticamente un manifesto. Lo Studio Ghibli guarda il mondo dal basso, con l’attenzione quasi sensoriale per legno, foglie, spilli, zucchero, acqua: tutto è vicino, tattile, “fatto a mano”. La storia segue Arrietty, una Borrower che “prende in prestito” piccoli oggetti dagli umani per sopravvivere, finché l’incontro con un ragazzo malato non apre una crepa delicata tra due mondi. È un film quieto ma pieno di tensione, perché ogni gesto può diventare pericolo – e proprio questo rende il cottage, il giardino e i sentieri un luogo avventuroso senza bisogno di esplosioni. Pur con una vena malinconica tipica Ghibli, il finale lascia una sensazione di speranza e continuità, come una finestra che resta socchiusa sull’estate.

    6. Via dalla pazza folla (2015)

    Cottagecore romantico con un tocco di sale: Via dalla pazza folla è campagna inglese in formato grande schermo, tra fattorie, pecore, tempeste e scelte sentimentali che fanno male prima di fare bene. Carey Mulligan è perfetta nel ruolo di Bathsheba: indipendente, testarda, capace di sbagliare con convinzione (come capita quando sei giovane e ti credi invulnerabile). Il film è un triangolo amoroso, sì, ma soprattutto è una storia di maturazione: imparare a distinguere l’amore vero dal fascino che brucia. È anche pieno di immagini da manuale cottagecore: lavoro nei campi, luci dorate, case di pietra, vento tra l’erba alta. E quando arriva il lieto fine, non è una scorciatoia: è una scelta adulta, finalmente pulita.

    7. Un incantevole Aprile (1991)

    Questo è cottagecore versione “vacanza che ti salva la vita”: Un incantevole Aprile prende quattro donne (diverse, stanche, intrappolate) e le porta in una villa italiana piena di glicini, terrazze, giardini e aria buona. Il film è una fantasia molto precisa: l’idea che cambiare luogo possa cambiare anche te, perché ti restituisce spazio mentale. È delicato, spiritoso, e incredibilmente soddisfacente nel modo in cui lascia fiorire i personaggi senza drammoni. Il cottagecore qui è fatto di lentezza, bellezza quotidiana, pranzi lunghi, finestre aperte, mani che tornano a fare cose semplici. E sì, il lieto fine c’è, ed è uno di quelli maturi, non favolistici – ti fa credere che la felicità possa essere anche una questione di respiro.

    8. Babe, maialino coraggioso (1995)

    Cottagecore “family” perfetto: Babe, maialino coraggioso è la prova che l’estetica rurale può essere anche cinema di qualità altissima. Fattoria, fieno, animali che sembrano personaggi da libro illustrato – ma con una storia che sa essere commovente senza essere sdolcinata. Babe è un maialino che vuole fare il cane da pastore, e il film ti fa innamorare della sua gentilezza ostinata: non è un eroe perché combatte, è un eroe perché prova, ascolta, insiste. Visivamente è una carezza, luci calde, ritmi semplici, natura come casa. E il lieto fine è un’esplosione di soddisfazione, di quelle che fanno applaudire anche da soli sul divano. Se cottagecore per te è “vita semplice ma piena di senso”, questo è un classico intramontabile.

    9. Chocolat (2000)

    Cottagecore con zucchero, ribellione e un pizzico di sensualità: Chocolat è un villaggio francese da cartolina, tazze di cioccolata calda e una protagonista (Juliette Binoche) che arriva come una ventata di libertà. Il film è tutto un gioco tra comfort e provocazione: c’è il calore della comunità, ma anche il controllo sociale; c’è la tradizione, ma anche il desiderio di vivere senza sentirsi in colpa. Visivamente è una delizia: strade acciottolate, vetrine, cappotti, vento, cucina come luogo di cura. È anche una storia su come la gentilezza possa essere rivoluzionaria. E sì, finisce bene, non in modo ingenuo, ma soddisfacente, come quando un posto chiuso riapre, e da quel nuovo inizio ne guadagnano un po’ tutti! Extra: ti farà venire fame. Molta fame!

    10. Camera con vista (1985)

    Cottagecore per chi ama il romanticismo “letterario”: Camera con vista è fatto di paesaggi toscani, passeggiate, abiti chiari, stanze luminose e quel tipo di desiderio che si vergogna prima di diventare coraggio. È un film che parla di educazione sentimentale: una giovane donna (Helena Bonham Carter) intrappolata nelle convenzioni scopre che la vita vera è più disordinata – e molto più bella – di come gliel’hanno raccontata. La parte italiana è pura estetica da sogno: campagna, luce, aria, movimento, libertà. E anche quando si torna in Inghilterra, resta quella tensione tra “ciò che devo” e “ciò che voglio” che rende il tutto irresistibile. Il lieto fine è uno dei più iconici: non solo romantico, ma liberatorio, come aprire una finestra e finalmente respirare.

  • "The Lord of The Rings: The Hunt for Gollum": 5 attori perfetti per il ruolo di Aragorn

    "The Lord of The Rings: The Hunt for Gollum": 5 attori perfetti per il ruolo di Aragorn

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    I fan della saga de Il signore degli anelli non vedono l’ora che finisca il 2026. E siamo solo a gennaio. L’anno prossimo, infatti, uscirà nelle sale The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum (2027). Il film sarà diretto da Andy Serkis, nient’altro che l’attore di Gollum. A ritornare nei loro ruoli iconici ci sono anche Elijah Wood (Frodo) e Ian McKellen (Gandalf).

    Chi manca all’appello è Viggo Mortensen, che non riprenderà il ruolo che l’ha reso leggenda, ovvero Aragorn. C’era da aspettarselo, visto che il nuovo film tratto dalla penna di J. R. R. Tolkien è situato temporalmente tra Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate (2014) e Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello (2001). Aragorn dovrebbe essere sul finire della trentina, età che scarta automaticamente l’attore danese.

    Vista l’importanza del personaggio nella trama di The Hunt for Gollum (2027) e l’indimenticabile performance di Mortensen, la produzione potrebbe optare per un volto meno noto. Nonostante ciò, volevamo fare una partita al fanta-attore presentandovi alcuni nomi noti che potrebbero vestire i panni del futuro erede al trono di Gondor.

    1. Alexander Skarsgård

    Capelli lunghi. Spadoni. Abbigliamento medievale. Interpretare Aragorn sembra uno spasso a prima vista, ma pochi attori hanno la faccia e i movimenti giusti per non risultare ridicoli in quei costumi. Tra questi, il primo nome che viene in mente è Alexander Skarsgård. Tutto grazie alla formidabile performance nel sottovalutatissimo The Northman di Robert Eggers. L’attore svedese è prestante dal punto di vista fisico, fondamentale tanto per un vichingo del X secolo quanto per un uomo nella Terra di Mezzo. Allo stesso tempo, il ruolo di Amleth è un’opportunità per portare sullo schermo momenti di un’intensità unica, tipici anche dell’universo tolkieniano.

    2. Henry Cavill

    Altro attore che ci ha dato ampie ragioni per essere inserito nella lista è Henry Cavill. Un veterano dei film d’azione, l’attore inglese si trova a suo agio quando si tratta di avventura, tensione, battaglie e caos. Un curriculum perfetto per The Hunt for Gollum (2027). Tra tutte queste performance, la punta di diamante rimane quella di Geralt of Rivia in The Witcher. Cavill affronta un ruolo particolarmente fisico che dà spazio anche a momenti drammatici più raccolti e a spezzoni umoristici che bilanciano il tutto. Se ci pensate bene, la parte di Aragorn è molto simile. Non a caso, molti fan della saga non vedono un’altra opzione.

    3. Ben Barnes

    Ben Barnes è forse l’attore che potrebbe assomigliare di più a un giovane Viggo Mortensen, rendendolo uno dei candidati più papabili tra i nomi noti. Non sono solamente le somiglianze estetiche a posizionare il suo nome tra i favoriti. Barnes ha dato prova di sapersi muovere con grande fiducia in mondi a carattere “medioevale”. Stiamo parlando del ruolo del Principe Caspian, introdotto ne Le cronache di Narnia - Il principe Caspian di Andrew Adamson. Nel film, Barnes passa agilmente da una scena d’azione a momenti più emotivi, trovando un equilibrio perfetto tra fisicità e vulnerabilità. Proprio come il personaggio di Aragorn.

    4. Richard Madden

    Nel complesso, Richard Madden sarebbe una scelta automatica per il ruolo di Aragorn. L’attore scozzese ha l’età perfetta e una fisionomia simile all’attore danese, soprattutto se munito di barba. Non solo, Madden ha mostrato un carisma bagnato di umiltà nella sua interpretazione di Robb Stark, il Re del Nord ne Il Trono di Spade. Questa sua caratteristica fondamentale –essere un re, ma mantenere i piedi ben saldati a terra– rendono Robb simile ad Aragorn. La maestria con la quale Madden si è calato nei panni di Stark fa ben sperare che quelli iconici del re di Gondor siano proprio alla sua portata.

    5. Robert Pattinson

    Con la sua faccia scavata e una dimestichezza fuori dal comune per ruoli da protagonista, Robert Pattinson potrebbe fare la differenza nei panni di Aragorn. Il fisico asciutto e il metro e 85 di statura lo rendono anche esteticamente coerente con la versione di Mortensen. Anche se lontano anni luce come personaggio da Aragorn, la prova come il Delfino di Francia ne Il re (2019) ha dimostrato ancora una volta la duttilità dell’attore inglese. Il Delfino è sopra le righe ed eccentrico, ma ciò che ci interessa è la genuinità con la quale Pattinson affronta il ruolo. L’attore sembra veramente un personaggio dell’epoca, immedesimandosi senza sforzi nello stile di vita del tempo. I capelli lunghi sono da rivedere, però.

  • Chi è Darth Maul? Tutti i film e le serie di Star Wars da vedere prima di "Shadow Lord"

    Chi è Darth Maul? Tutti i film e le serie di Star Wars da vedere prima di "Shadow Lord"

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Darth Maul è uno dei cattivi più iconici della saga Star Wars (1977) eppure, paradossalmente, uno dei meno esplorati dalla saga cinematografica, o almeno finora. Ne La minaccia fantasma (1999) pronuncia appena qualche battuta, viene mozzato in due da Obi-Wan Kenobi e precipita in un baratro, apparentemente morto.

    Stop, sembrava che quel villain fosse stato messo lì solo per la sua coolness, con un potenziale enorme ma liquidato in quattro e quattr'otto dai Jedi. Eppure quel personaggio silenzioso, con la faccia tatuata di nero e rosso e una spada laser a doppia lama mai vista prima, colpì l'immaginario del pubblico più di qualsiasi altro elemento del film. George Lucas e il suo team per fortuna se ne accorsero, e anni dopo decisero di “resuscitarlo” nelle serie animate, dove Maul è diventato uno dei personaggi più complessi dell'intero universo Star Wars: un uomo rapito da bambino e addestrato come arma dei Sith, poi scartato e sostituito quando non serviva più, sopravvissuto per puro odio e ricostruito pezzo per pezzo fino a diventare un signore del crimine ossessionato dalla vendetta.

    Star Wars: Maul – Shadow Lord, la nuova serie animata in arrivo su Disney+ il 6 aprile 2026, esplora proprio il periodo in cui Maul cerca di ricostruire il suo impero criminale dopo la caduta della Repubblica. Per arrivarci preparati, serve conoscere la sua storia attraverso i film e le serie che l'hanno raccontata negli ultimi venticinque anni.

    1. Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999)

    George Lucas aveva bisogno di un villain che reggesse il confronto con Darth Vader, e la soluzione fu creare un personaggio che comunicasse tutto attraverso un design e uno stile di combattimento mai visti prima. Ray Park, atleta di arti marziali con un passato nel wushu, lo interpreta fisicamente con un'agilità che nessun attore tradizionale avrebbe potuto replicare, con il duello finale su Naboo, accompagnato dal celebre Duel of the Fates di John Williams, resta uno dei momenti più memorabili dell'intera saga. 

    Il film ha tutti i problemi noti della trilogia prequel, ma Maul ne esce intatto, anzi rafforzato dal mistero e da una coolness senza precedenti: qui è pura minaccia fisica, uno strumento nelle mani di Darth Sidious senza alcuna apparentemente profondità psicologica, ma proprio questa essenzialità lo rende magnetico. Per non parlare di quella Spada Laser, in assoluto la più iconica dell’intero franchise. Questo film è il punto di partenza obbligato per chiunque voglia capire da dove nasce il mito del personaggio. 

    2. Star Wars: The Clone Wars (2008-2020)

    La serie animata creata da George Lucas e guidata Dave Filoni è il luogo dove Maul smette di essere una figura muta e diventa un personaggio vero, e recuperare le trame che lo riguardano è essenziale per capire chi è oggi. Con Star Wars: The Clone Wars Maul ricompare nella quarta stagione, quando suo fratello Savage Opress lo ritrova sul pianeta discarica Lotho Minor: è sopravvissuto al duello con Obi-Wan covando odio allo stato puro, si è costruito gambe da ragno con i rottami, ed è completamente impazzito dopo oltre un decennio di isolamento. 

    Da quel momento la serie gli dedica alcuni degli archi narrativi migliori dell'intero universo Star Wars, sicuramente di quello animato, dalla conquista di Mandalore all'assedio finale della settima stagione, che è tra i momenti più esaltanti degli ultimi anni del franchise. Sam Witwer al doppiaggio trasforma il silenzio che accompagnava il personaggio nel film del 1999 in un uomo eloquente, sarcastico, manipolatore, con una profondità inaspettata, anche nella sua tragedia personale. Questa serie è fondamentale per capire meglio Darth Maul e entrare veramente nel suo animo oscuro.

    3. Solo: A Star Wars Story (2018)

    Il cameo di Maul nel film di Ron Howard fu uno dei colpi di scena più inaspettati nella storia della saga, e divise nettamente il pubblico tra quelli che conoscevano le serie animate e chi, invece, “colpevolmente” le aveva ignorate, declassandole a prodotto di serie b. Per i secondi, vedere Darth Maul vivo e vegeto con gambe meccaniche in un film ambientato dieci anni prima di Una nuova speranza fu incomprensibile; per i primi, fu la conferma che il personaggio stava finalmente entrando nel canone cinematografico. In Solo: A Star Wars Story. Maul appare solo per un paio di minuti alla fine del film, rivelato come il vero capo dell'organizzazione criminale Crimson Dawn, e la scena doveva chiaramente preparare un sequel che, tuttavia, non è mai arrivato a causa degli incassi deludenti riscossi dallo spinoff su Han Solo (decisamente giù di tono rispetto alle aspettative dei fan).

    Ray Park torna a interpretarlo fisicamente, Sam Witwer gli presta la voce, e la nuova serie Shadow Lord riprenderà da qualche tempo prima, proprio per raccontare l’ascesa di Maul tra la criminalità interstellare. Il film in sé è un heist movie godibile, anche se tra i vari spin-off  targati Disney non raggiunge il livello di titoli come Rogue One (2016) o The Mandalorian (2019). Per la saga di Maul, tuttavia, questo film rappresenta poco più di un teaser, comunque utile per capirne la posizione nel sottobosco criminale galattico. Per completisti e per tornare a vederlo in live-action dopo l’esordio del ‘99.

    4. Star Wars Rebels (2014 - 2018)

    Star Wars Rebels porta la storia di Maul alla sua conclusione definitiva, ed è qui che il personaggio raggiunge la forma più matura e malinconica. Quando lo ritroviamo nella seconda stagione è bloccato sul pianeta Sith di Malachor da anni, solo, amareggiato, e ancora ossessionato dalla vendetta contro Obi-Wan e contro l'Impero. Incontra il giovane Padawan Ezra Bridger e tenta di manipolarlo per farne il suo apprendista, instaurando un legame che li porterà entrambi su Tatooine. L'episodio Twin Suns, scritto e diretto da Dave Filoni, chiude l'arco del personaggio in modo perfetto: Maul trova finalmente Obi-Wan, ma il duello che attende da trent'anni dura una manciata di colpi, anche questa volta è il Jedi ad avere la meglio.

    Il finale commovente e le parole pronunciate da Maul sono poi diventate tra le più discusse online tra blog, account social e siti dedicati al franchise, come d’altronde avviene per qualsiasi cosa legata a Star Wars. La presenza di Maul in questa serie è confinata a pochi episodi, ma la visione di questo titolo è consigliatissima soprattutto a chi vuole scoprire quello che è probabilmente il miglior titolo animato della saga.

    5. Star Wars: Maul – Shadow Lord (2026)

    La nuova serie animata di Dave Filoni si colloca cronologicamente tra The Clone Wars e Rebels, esplorando quel periodo in cui Maul cerca di ricostruire il suo impero criminale sul pianeta Janix mentre l'Impero consolida il suo potere sulla galassia. Sam Witwer torna a doppiare il personaggio, questa volta (finalmente!) come protagonista assoluto e non più come antagonista quasi “di passaggio”. La serie introduce Devon Izara, una giovane Padawan disillusa interpretata da Gideon Adlon, che potrebbe diventare l'apprendista che Maul ha sempre cercato senza mai trovare.

    Il cast include Wagner Moura e Richard Ayoade, e l'animazione mantiene lo stile di The Clone Wars con alcune innovazioni tecniche che promettono un salto di qualità visivo. Dieci episodi in onda dal 6 aprile 2026 con due episodi a settimana, per concludersi il 4 maggio, lo Star Wars Day. Per chi ha seguito il personaggio attraverso film e serie questa sarà l'occasione di vederlo finalmente al centro della scena; per chi parte da zero, il percorso da seguire è quello che avete appena letto.

  • 10 film in cui rivedere gli Avenger... nel ruolo del perfetto Villain!

    10 film in cui rivedere gli Avenger... nel ruolo del perfetto Villain!

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    ATTENZIONE! L’articolo contiene spoiler!

    Dopo una sconvolgente morte in Avengers: Endgame (2019), tutti si aspettavano di non rivedere più un certo attore nel Marvel Cinematic Universe. Il sacrificio di uno degli Avenger era stato fondamentale per la sconfitta di Thanos e la salvezza del mondo. La disfatta dell’Eterno era l’unico elemento che rendeva meno tragica la dipartita sullo schermo di Iron Man.

    Fortunatamente, l’arrivo al cinema di Avengers: Doomsday (2026) sancisce un nuovo capitolo per l’attore di Zodiac (2007) nel MCU. Sì, stiamo parlando dell'Iron Man di Robert Downey Jr.! Da paladino degli Avengers, Downey Jr. passa all’altra sponda diventando il villain Dr. Destino. Un passaggio dal bene al male che si addice alle corde dell’attore, esperto nel recitare in parti da anti-eroe o da villain per eccellenza.Prima di gustarci la sua performance di Victor Von Doom, vogliamo proporvi 10 film in cui gli attori e le attrici che animano gli Avenger si sono ritrovati in ruoli di cattivi. Da Chris Evans in Cena con delitto - Knives Out a Scarlett Johansson in Under the Skin, ecco a voi 10 villain perfetti e impossibili da dimenticare.

    1. Robert Downey Jr. in “Natural Born Killers” (1994)

    Come già detto, Robert Downey Jr. non ha alcun problema a calarsi in parti da villain. Uno dei primi esempi della sua carriera è sicuramente il personaggio di Wayne Gale, il giornalista a caccia di notizie in Natural Born Killers. Nel film di Oliver Stone non ci sono santi né profeti, a cominciare dai protagonisti, due serial killer che si lanciano in una folle corsa grondante sangue. Nonostante ciò, il personaggio Assassini nati - Natural Born Killers di Gale appare come il vero cattivo del film. L’uomo è disposto a tutto pur di far notizia, spingendosi oltre ogni limite. Una parte così rumorosa e sopra le righe non poteva che essere perfetta per Downey Jr., che incarna appieno il sensazionalismo di certi media.

    2. Anthony Mackie in “8 Mile” (2002)

    Prima di vestire i panni di Sam Wilson, il veterano dell’esercito che diventerà Capitan America, Anthony Mackie aveva fatto il suo debutto sul grande schermo in 8 Mile. Il film narra i primi duri anni di Eminem e vede Mackie confrontarsi con l’aspirante rapper nel ruolo di Papa Doc. Anche se si tratta del suo esordio al cinema, l’attore si cala in maniera perfetta nella parte. Pur comparendo soprattutto nella sezione finale del film, Papa Doc incarna il battle rapper feroce che taglia l’avversario con la sua lingua affilata. Con una reputazione di uomo duro di strada, incarna un villain di tutto rispetto, pericoloso sopra e sotto il palco. Almeno fino alla battaglia di freestyle finale, dove il personaggio di Eminem lo sotterra lasciandolo letteralmente senza parole.

    3. Paul Bettany in “Il codice da Vinci” (2005) 

    Paul Bettany è entrato a far parte del MCU in Iron Man (2008), dando la voce a J.A.R.V.I.S., prima di presentarsi sullo schermo nei panni dell’androide Vision in Avengers: Age of Ultron (2015). Due anni prima del film con Robert Downey Jr., l’attore inglese aveva fatto impallidire i villain più crudeli della storia del cinema con il ruolo di Silas ne Il codice da Vinci. Infatti, non c’è niente di più terrificante di un assassino che infierisce sul proprio corpo attraverso flagellazioni rituali. Il ruolo del monaco albino è perfetto anche grazie alla forte intensità che Bettany infonde al personaggio. Mosso da una visione tradizionale e oltranzista del cattolicesimo, il monaco non si ferma davanti a nulla, diventando una macchina di morte tanto quanto Mickey e Mallory di Natural Born Killers (1994).

    4. Jeremy Renner in “The Town” (2010)

    The Town è molto simile a Natural Born Killers (1994) nella costruzione dei personaggi. All’interno del film neo-noir non ci sono eroi né personaggi positivi. Tra questi troviamo Jem: taglio da militare, tatuaggi minacciosi e un indole per nulla tranquilla. Il personaggio di Jeremy Renner ruba l’attenzione in ogni scena, grazie alla sua mentalità da criminale dove la violenza prende il sopravvento sul cervello. L’uomo è una mina vagante e Renner costruisce perfettamente il suo stato d’animo a dir poco volatile. Non potevamo aspettarci altrimenti da una persona come Jem, interessato solamente alle rapine e ai soldi facili. Ah, ovviamente, anche alla Xbox e alla cocaina, a detta di Doug (Ben Affleck).

    5. Samuel L. Jackson in “Django Unchained” (2012)

    A detta dello stesso Samuel L. Jackson, la parte di Stephen in Django Unchained rappresenta il personaggio afroamericano più spregevole mai apparso al cinema. Stephen è una persona schiavizzata che non lavora nei campi di cotone, ma nella casa dello schiavista Calvin J. Candie (Leonardo DiCaprio). Sentendosi superiore agli sfruttati dei campi, l’uomo espone una visione razzista che fa impallidire anche i bianchi. Per una parte così abrasiva, non c’era scelta migliore dell’attore che ha incarnato Nick Fury. Siamo, però, distanti anni luce dal personaggio Marvel in quanto a perfidia. Stephen fa paura non solo per le sue azioni e le sue convinzioni. Le sue espressioni facciali, sempre corrucciate e severe, intimoriscono chiunque si trovi al suo cospetto.

    6. Scarlett Johansson in “Under the Skin” (2014)

    Al contrario di Stephen, il personaggio di Scarlett Johansson in Under the Skin è molto più sfaccettato. Durante la parte iniziale del film, l’alieno sotto forma di donna vaga alla ricerca di uomini da intrappolare in un abisso oscuro. Johansson si cala nella parte in maniera perfetta, con sguardo e comportamenti a dir poco glaciali. Ciò che rende questa villain altamente pericolosa è l’apparente impossibilità di trovare un motivo per le sue azioni, rendendo la sua violenza indecifrabile. Nonostante ciò, il personaggio si sviluppa con il procedere della trama, riuscendo nel finale tragico a redimere la scia di corpi lasciata alle spalle. Con Silas, siamo di fronte a uno dei ruoli più enigmatici della lista.

    7. Chris Evans in “Cena con delitto - Knives Out” (2019)

    Chris Evans sarà Captain America per sempre. L’iconico ruolo dell’attore l’ha reso uno degli eroi cinematografici più riconosciuti e apprezzati di sempre. Per questo motivo, è difficile togliere il velo di positività che avvolge la maggior parte dei suoi personaggi. Fatta eccezione per l’egregia performance in Cena con delitto - Knives Out di Rian Johnson. Essendo un classico whodunit, lo spettatore deve seguire attentamente la trama per capire chi sia il colpevole. La nomea di “buono” sullo schermo di Evans è perfetta per il ruolo di Ransom. Nonostante l’atteggiamento viziato e sfacciato del personaggio, gli spettatori sono disposti a dubitare della sua colpevolezza grazie all’usuale typecasting di Evans. Almeno fino alla rivelazione finale.

    8. Bradley Cooper in “La fiera delle illusioni - Nightmare Alley” (2021)

    Come per The Town (2010), l’impianto noir de La fiera delle illusioni - Nightmare Alley fa sì che nessun personaggio possa essere considerato positivo. Ed è in questo contesto che troviamo Bradley Cooper nei panni del manipolatore Stanton Carlisle. Il ragionamento su Chris Evans calza a pennello anche per Cooper. Abituati come siamo a vederlo in ruoli positivi, il suo passaggio al “lato oscuro” ci disorienta fin da subito. Questa sensazione è perfetta quando si è di fronte a un neo-noir dove l’ambiguità dei personaggi regna sovrana. Cooper cavalca senza pecche l’energia dark di Carlisle e la sua complessità, regalandoci una delle migliori performance della sua carriera.

    9. Chris Hemsworth in “Furiosa: A Mad Max Saga” (2024)

    Thor e Dementus sono dotati di un’estrema fisicità e forza. Tuttavia, la loro energia distruttiva viene utilizzata per scopi diametralmente opposti. Nel caso di Furiosa: A Mad Max Saga, Chris Hemsworth convoglia la sua potenza per finalità a dir poco discutibili. Tuttavia, i due personaggi condividono un atteggiamento sopra le righe che li rende eccessivi ed esuberanti. Anche se i botteghini non hanno premiato questo tassello della saga di George Miller, il ruolo di Dementus è stato fondamentale nella carriera di Hemsworth. Infatti, gli ha dato la possibilità di confrontarsi con una parte ricca di sfumature, anche se cartoonesca. Sadico e gioioso, squilibrato e traumatizzato dal passato, il leader dell’Orda è uno di quei cattivi che rimangono impressi nella mente.

    10. Mark Ruffalo in “Mickey 17” (2025)

    Mark Ruffalo è conosciuto per i suoi personaggi ricchi di empatia e buone intenzioni. Dopo molteplici parti di questo genere, l’attore ha alzato l’asticella virando la sua recitazione su ruoli da villain. Avremmo potuto includere la parte di Duncan Wedderburn in Povere creature!, ma Ruffalo ha dato il meglio di sé nella pellicola sci-fi di Bong Joon-ho Mickey 17. Conosciuto per le sue posizioni progressiste, l’attore ha fatto una metaforica inversione a U con il ruolo di Kenneth Marshall. Il politico rappresenta tutto ciò che un uomo pubblico non dovrebbe essere: è megalomane, dittatoriale ed egocentrico. Ruffalo veste i panni di Marshall con grande agio, portando sullo schermo un mix irresistibile di demenza, cattiveria e pazzia.

  • Robin Hood: i 15 film da rivedere in attesa di "The Death of Robin Hood" (e la nostra classifica)

    Robin Hood: i 15 film da rivedere in attesa di "The Death of Robin Hood" (e la nostra classifica)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Se pensavate che Robin Hood fosse “solo” il tizio in calzamaglia che ruba ai ricchi per dare ai poveri, il trailer di The Death of Robin Hood (2026) vi sta già smentendo: la nuova rilettura A24 diretta da Michael Sarnoski (Pig, A Quiet Place: Day One) mette al centro un Robin stanco, ferito e soprattutto colpevole.

    Un antieroe che guarda in faccia il mito e trova sangue sotto la vernice. Nel film, Hugh Jackman interpreta un fuorilegge consumato dalla propria leggenda, mentre una figura misteriosa (Jodie Comer, non la classica Marian) sembra offrirgli un’ultima possibilità di “salvezza”, se davvero esiste.

    E il bello (o il problema) è che Robin Hood è uno di quei personaggi che il cinema non riesce a lasciare in pace: ogni epoca lo riscrive a propria immagine. A volte diventa puro spettacolo d’avventura; a volte un dramma crepuscolare; a volte una commedia che prende in giro le versioni precedenti; a volte un’action moderno che si vergogna persino dell’arco e delle foreste. Proprio per questo, invece di chiedere “qual è il Robin Hood definitivo?”, ha più senso guardare come cambia e quali film, davvero, reggono il colpo.

    Qui sotto trovi una classifica dal migliore al peggiore dei principali lungometraggi in cui Robin Hood è protagonista o fulcro dichiarato; alla fine della classifica, l’elenco completo di tutti i film su Robin Hood.

    1. La leggenda di Robin Hood (1938)

    La leggenda di Robin Hood che ha fissato lo stampo: avventura classica, ritmo brillante, romanticismo senza cinismo e un senso dello spettacolo che ancora oggi sembra “facile” solo perché è perfetto. Errol Flynn è carisma puro: non recita l’eroe, lo incarna, e attorno a lui tutto funziona come un meccanismo ben oliato – duelli, travestimenti, beffe, giustizia popolare. È anche la versione che capisce una cosa fondamentale: Robin Hood non è soltanto un ribelle, è un’idea contagiosa. Se vuoi capire perché la leggenda resiste da secoli, parti da qui e poi confrontala con i tentativi moderni di “sporcarsi le mani”: quasi tutti, in un modo o nell’altro, stanno rispondendo a questo film.

    2. Douglas Fairbanks in "Robin Hood" (1922)

    Prima ancora che Hollywood diventasse “Hollywood” come la intendiamo, Fairbanks trasforma Robin Hood in un evento: set giganteschi, gesto atletico, energia da supereroe ante-litteram. È un film muto, sì, ma non è “museo”: è cinema fisico, fatto di corpi che saltano, corrono, rischiano. E soprattutto è interessantissimo per un motivo: qui Robin Hood è ancora molto vicino al sogno americano delle origini, all’idea che l’eroismo sia spettacolo e che la giustizia abbia bisogno di essere vista. Per chi ama la storia del cinema è quasi obbligatorio; per chi ama il mito è la prova che Robin Hood nasce già “blockbuster”.

    3. Robin Hood (Disney, 1973)

    La versione più “comfort” di Robin Hood e, per intere generazioni, la più indelebile. Robin volpe e Little John orso non sono solo un’idea carina: sono la dimostrazione che il mito funziona quando diventa favola morale – un’avventura per tutti, dove l’ingiustizia è chiarissima, il cattivo è memorabile (Prince John è un concentrato di avidità infantile) e l’eroe è irresistibile proprio perché gentile. È un film che non ha bisogno di realismo: lavora di tono, di musica, di icone. Se cerchi Robin Hood come “rifugio” più che come tragedia, è il tuo. E sì: ogni remake serio o cupo, in fondo, combatte anche contro questo sorriso.

    4. Robin e Marian (1976)

    Il colpo di genio: raccontare Robin non quando è giovane e invincibile, ma quando è già leggenda consumata. Connery e Hepburn portano addosso il tempo, e Robin e Marian ci costruisce sopra un tono malinconico, quasi elegiaco: è una storia su cosa resta dell’eroe quando finisce la musica, e su quanto costi vivere all’altezza del proprio mito. È anche uno dei pochi Robin Hood che non ha paura di essere romantico senza essere ingenuo. Se il trailer di The Death of Robin Hood ti intriga per l’idea del “finale”, qui trovi un parente spirituale – meno violento, più tenero e amaro.

    5. Robin Hood - Principe dei ladri (1991)

    Il Robin Hood “popcorn” per eccellenza: grande respiro, colonna sonora che si stampa in testa, senso dell’avventura anni ’90 e un cast stellare che regge anche quando il film esagera. È una versione che punta tutto sulla spettacolarità e sulla fruizione immediata; e infatti, anche se la critica è stata altalenante, è rimasto un classico da rivedere. Il vero motivo per cui è in alto, però, non è Kevin Costner e nemmeno la sua chimica con Mary Elizabeth Mastrantonio o alla struggente e romantica colonna sonora, bensì Alan Rickman e il suo Sceriffo di Nottingham. Talmente iconico da rubare la scena e vincere un meritatissimo BAFTA. Se vuoi Robin Hood come intrattenimento “alto volume”, è ancora una scelta solidissima.

    6. Robin Hood - Un uomo in calzamaglia (1993)

    Mel Brooks prende il mito e lo usa come bersaglio per colpire tutte le versioni precedenti – e, proprio così, finisce per dichiarare amore al personaggio. Robin Hood - Un uomo in calzamaglia non è la sua commedia più affilata, ma ha un vantaggio enorme: conosce il materiale e sa dove fa ridere davvero (l’eroe romantico, il cattivo teatrale, la retorica dell’avventura). Cary Elwes funziona perché è “bello” e scemo quanto basta, e l’insieme è un antidoto perfetto a ogni Robin Hood che si prende troppo sul serio. Bonus: è anche un modo simpatico per ripassare i cliché… prima di rivedere i film che li hanno inventati.

    7. Robin Hood (2010)

    Ridley Scott prova a fare l’operazione “origine” con questo Robin Hood: meno foresta fiabesca, più fango storico, politica, guerra, realismo. Il risultato è intermittente: quando si concentra su atmosfera e azione, è robusto e spesso spettacolare; quando cerca di riscrivere la leggenda come manuale di storia, perde brillantezza. Russell Crowe è un Robin solido ma poco guascone, Cate Blanchett regala presenza e durezza, e l’insieme è un Robin Hood per chi preferisce la versione “medievale” e muscolare. Non è il film che ti fa innamorare del mito, ma può essere quello che te lo rende credibile – almeno a tratti.

    8. Robin Hood - La leggenda (1991)

    “L’altro Robin Hood del 1991”, uscito in modo anomalo (televisivo in alcuni mercati) e inevitabilmente schiacciato dal blockbuster con Costner. Ma Robin Hood - La leggenda non è solo un’ombra di un altro film: è una versione più sobria, più piccola, con un taglio quasi “da avventura classica” senza l’enfasi hollywoodiana. Patrick Bergin è un Robin meno magnetico, Uma Thurman è curiosa da vedere in un ruolo così precoce, e la storia fa il suo dovere senza grandi guizzi. Se ti interessa il confronto tra due Robin Hood usciti nello stesso anno – uno gigantesco e uno contenuto – questo è un caso studio divertente.

    9. Robin Hood e i compagni della foresta (1952)

    Robin Hood e i compagni della foresta potremmo definirlo un “Disney in live action prima dei tempi moderni”: un Robin Hood “pulito”, da avventura familiare, con buone intenzioni e pochissima voglia di complicarsi la vita. Non ha l’energia del 1938 né il fascino pop del 1973, ma ha un valore da capsula del tempo: è il mito come racconto educativo, lineare, rassicurante. Vale soprattutto per completisti e curiosi, o per chi vuole una versione senza ombre, senza cinismo e senza riscritture “dark”. È una tappa intermedia della leggenda sullo schermo: non fondamentale, ma utile per capire come certe immagini (Sherwood, la banda, Nottingham) siano state “normalizzate” per il grande pubblico.

    10. Viva Robin Hood! (1950)

    Viva Robin Hood! è una sorta di seguito apocrifo e derivativo. Qui l’idea è cavalcare il successo del mito con un’operazione “ereditaria”, più che reinventarlo. C’è il colore, c’è l’avventura compatta, ma manca la scintilla: sembra un prodotto che imita ciò che il pubblico già desidera, senza aggiungere un’identità forte. Detto questo, è uno di quei film che, se ami l’archeologia della cultura pop, guardi volentieri proprio per il suo essere “minore”: ti fa vedere come Robin Hood diventi seriale, replicabile, quasi un franchise ante-litteram. Non è un disastro, è semplicemente poco necessario; e infatti oggi vive più come curiosità da completisti che come visione imprescindibile.

    11. I 4 di Chicago (1964)

    I 4 di Chicago, ovvero Robin Hood in versione gangster musical con Rat Pack: divertimento laterale, più che adattamento. Se entri aspettandoti Sherwood e archi, sei nel film sbagliato; se entri come in una “variazione sul tema”, può essere una stramberia piacevole. Ha fascino d’epoca, numeri musicali, star power, e l’idea – palesemente anni ’60 – che Robin Hood sia un archetipo trasportabile ovunque. In una classifica “pura” starebbe fuori, ma è utile per misurare quanto il mito sia elastico. Detto in modo brutale: non è tra i migliori film, ma è uno dei più rivelatori sul modo in cui Hollywood usa le leggende come travestimento per parlare d’altro.

    12. Robin Hood - L’origine della leggenda (2018)

    Il problema non è “modernizzare” Robin Hood: il problema è farlo senza sembrare un trailer lungo due ore. Robin Hood - L’origine della leggenda tenta lo stile videoclip (montaggio, look, action) e un’idea quasi “insurrezionale” contemporanea, ma spesso sembra indecisa tra la serietà e il fumetto. Taron Egerton ce la mette tutta e Jamie Foxx porta energia, però la regia spinge su un’estetica che invecchia velocemente e su una narrazione che non trova mai un tono davvero suo. È un Robin Hood che vuole essere cool più che leggendario – e per questo scivola via. Se ti piace l’action patinato e non ti interessa la fedeltà al mito, può intrattenere; se cerchi fascino e senso dell’avventura, altrove trovi di meglio.

    13. L’assedio di Robin Hood (2022)

    L’assedio di Robin Hood è un'operazione piccola e aggressiva, che punta più sul “concept” (vendetta, assedio, brutalità) che sulla costruzione del mito. È uno di quei titoli che nascono per il catalogo: ritmo discreto, ambizioni limitate, e un Robin Hood ridotto a icona funzionale. Il risultato è guardabile se sei in vena di medioevo “direct-to-streaming”, ma non aggiunge davvero nulla al personaggio: la leggenda qui non respira, serve solo da etichetta riconoscibile. In fondo è questo che lo penalizza: Robin Hood è un mito sociale prima che un action hero, e quando togli quella dimensione – la comunità, l’ingiustizia, l’idea contagiosa – resta un revenge movie qualunque con archi e cappe.

    14. Robin Hood - La ribellione (2018)

    Robin Hood - La ribellione è quasi l’opposto del film con Egerton: niente patina, budget ridotto, impostazione più “tradizionale” e un’aria da produzione pensata per riempire uno scaffale digitale. Ha qualche volto curioso (anche per puro gusto di casting), ma la confezione è standard e l’azione raramente decolla. Non è offensivo, è semplicemente anonimo: ti ricordi che l’hai visto, ma non ti resta una scena che valga la leggenda. E quando adatti Robin Hood, l’anonimato è il peccato capitale: puoi essere giocoso, crepuscolare, politico, fantasy, musical – ma devi avere un punto di vista. Qui sembra mancare proprio quello.

    15. Robin Hood: Ghosts of Sherwood (2012)

    “E se Robin Hood fosse anche… horror in 3D?”: l’idea potrebbe persino essere camp divertente, ma l’esecuzione in Robin Hood: Ghosts of Sherwood è un impasto di generi che non si amalgamano. Il mito viene usato come cornice per creature, maledizioni e suggestioni horror, però senza una vera invenzione narrativa che giustifichi il mash-up. Risultato: sembra un esperimento nato dall’urgenza di differenziarsi più che da un amore per il personaggio. Se ti piace il cinema di genere bizzarro e vuoi vedere fin dove si può stirare Sherwood prima che si strappi, potrebbe avere un fascino da “brutto curioso”. Ma come Robin Hood, è uno dei vicoli ciechi più evidenti.

  • Netflix e l’offerta italiana del 2026: ecco le serie TV e film made in Italy più attesi

    Netflix e l’offerta italiana del 2026: ecco le serie TV e film made in Italy più attesi

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Cosa ci riserverà il 2026 di Netflix Italia? Risale a poche settimane fa, infatti, durante l’evento What Next? l’annuncio dell’offerta italiana del colosso di Los Gatos. Nel farlo, si è appellato alla parola “stelle”. Sì, perché di fatto ha riunito proprio “le stelle più luminose” del cinema e dell’audiovisivo italiano. Grandi volti, da Elio Germano a Luca Zingaretti, da Sergio Castellitto a Alessandro Gassman, da Anna Ferzetti a Pierfrancesco Favino, si sono prestati a nuovi e vecchi progetti, alcuni pronti e altri ancora in lavorazione. 

    Ma vedremo presto sul piccolo schermo anche delle stelle emergenti, come la cantante Sarah Toscano al suo debutto da attrice. Mettendo da parte gli unscripted, già inaugurati dalla docu-serie Fabrizio Corona - Io sono notizia (2026), e lo sport, con il debutto in diretta da aprile della WWE, per quanto riguarda le serie tv ci saranno molti ritorni, con le seconde stagioni di Maschi veri (2025) e Storia della mia famiglia (2025) e la terza de La legge di Lidia Poët (2023), oltre a SuburraMaxima (2026) e la terza e attesissima produzione di Zerocalcare, Due spicci (2026) ma anche tante novità. Maggior focus sulla produzione di film originali, che quest’anno, per ora, saranno ben cinque. Abbiamo visto proprio da poco Il falsario (2026) di Stefano Lodovochi con Pietro Castellitto, già in cima alla classifica tra i titoli più visti del servizio streaming, aprendo così in bellezza il palinsesto italiano. Scopriamo cosa aspettarci nei prossimi mesi, segnando già nel calendario il 10 febbraio, data di uscita della serie action a sfondo automobilistico, Motorvalley (2026).

    Il falsario (2026)

    Titolo che inaugura il nuovo anno di Netflix Italia, Il falsario segna un buon inizio. Presentato in anteprima alla scorsa Festa del Cinema di Roma, è un ottimo film, che può far affidamento su una sceneggiatura che porta la firma di Sandro Petraglia e Lorenzo Bagnatori, sulla regia di Stefano Lodovichi, e soprattutto su delle ottime prove attoriali. Dal protagonista Pietro Castellitto a Edoardo Pesce, da Andrea Arcangeli a Giulia Michelini, passando per Claudio Santamaria e Fabrizio Ferracane, i loro personaggi sembrano tutti essere stati cuciti su misura per loro. 

    Tratto dal libro “Il falsario di Stato”, il film racconta uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo di Nicola Biondo e Massimo Veneziani. La pellicola ci porta nella Roma degli anni Settanta, a partire dall’arrivo di Antonio Chichiarelli, detto Toni, nella Capitale. Vita e imprese di un uomo che sognava di diventare un grande artista, che finirà per intrecciarsi con i misteri più fitti del nostro Paese, incluso il delitto Moro. Ritmo incalzante, dove la tensione si alterna al divertimento, per una commistione di generi che ci regalano quasi due ore di puro intrattenimento. Se avete apprezzato pellicole come Romanzo di una strage (2013) di Marco Tullio Giordana e serie cult come Romanzo Criminale – La serie (2008), che non a caso condividono tutte la stessa casa di produzione Cattleya, è quello che fa per voi.

    Motorvalley (2026)

    Questa è una serie che promette emozioni ad alta velocità. Sei gli episodi di Motorvalley, con Luca Argentero, Giulia Michelini e Caterina Forza, ambientati nel mondo delle corse automobilistiche. A far da sfondo è proprio il Campionato Italiano Gran Turismo (GT), teatro delle vicende di Arturo (Argentero), Elena (Michelini) e Blu (Forza), che vivono in funzione per l’amore per le auto e l’adrenalina. Le loro strade si incrociano, e ognuno ha un motivo per correre più veloce degli altri. Ma le corse non sono solo una passione da condividere: possono essere anche una ragione di vita, o di morte.

    Regia di Matteo Rovere, Pippo Mezzapesa e Lyda Patitucci, la serie è una sorta di spin off di Veloce come il vento (2016), pellicola con cui condivide ambientazione e temi, anch’essa diretta da Rovere, che lanciò la carriera di Matilda De Angelis. Non perdetevela: disponibile dal 10 febbraio.

    Non abbiamo bisogno di parole (2026)

    Liberamente ispirato al film francese La famiglia Bélier (2014) di Eric Lartigau, Non abbiamo bisogno di parole sancisce l’esordio da attrice di Sarah Toscano. La cantante interpreta la protagonista Elettra, un’adolescente che scopre di avere una voce straordinaria. Un dono che purtroppo non può essere invece apprezzato dai genitori, entrambi sordi dalla nascita. Quando la sua maestra di canto la spinge a partecipare a un’audizione per una prestigiosa scuola di musica, il sogno si fa realtà, ma a un prezzo: lasciare indietro la sua famiglia, che vive in un mondo senza suoni, di cui lei è l’unica portavoce.

    Una pellicola prevista per la primavera, che potrebbe scaldarci il cuore e lasciarci senza parole, diretta da Luca Ribuoli e che nel cast annovera anche Serena Rossi.

    Due spicci (2026)

    Il ritorno di Zerocalcare! A quasi tre anni da Questo mondo non mi renderà cattivo (2023), Due spicci segna la terza collaborazione del fumettista romano con Netflix. Un sodalizio cominciato con Strappare lungo i bordi (2021), entrambe le serie hanno riscosso successo, tanto che l’attenzione dei fan, e non solo, sembra essere monopolizzata su questo nuovo progetto. La trama ruoterà attorno a Zero e Cinghiale alle prese con la gestione di un piccolo locale. Entrambi sono sotto pressione per problemi economici, incomprensioni e complicazioni nelle vite personali, fino a quando un inaspettato ritorno dal passato di Zero e nuove responsabilità finiranno per minare un equilibrio già precario, con scelte difficili che sembrano essere dietro l’angolo.

    Confermato ancora una volta Valerio Mastandrea come voce dell’Armadillo, l’immancabile coscienza del protagonista, l’autore promette che i nuovi episodi, disponibili a maggio, continueranno ad esplorare temi a lui cari, dalla precarietà all’amicizia, quest’ultima sotto una nuova ottica.

    Chiaroscuro (2026)

    Un esperto d’arte e un ispettore di polizia formano una coppia improbabile che dà la caccia a un serial killer, che trae ispirazione dai quadri più famosi. Potrebbe essere riassunta con questa riga la nuova serie targata Lux Vide, Chiaroscuro. Tutto ha inizio con il ritrovamento del corpo del direttore della Galleria Nazionale di Roma, disposto nella sala espositiva più importante come il cadavere ritratto da Artemisia Gentileschi in un celebre dipinto. Angelo Tiberi è un bravo poliziotto, amato da tutti, metodico e diligente. Cosmo Speranza è un eccentrico sofisticato esperto d’arte, infallibile nel determinare l’autenticità o meno di un’opera, tanto da essersi inimicato il sistema. Angelo e Cosmo sono troppo diversi per piacersi. Ma l’omicidio alla Galleria Nazionale li costringe a collaborare, facendo scoprire che son proprio quelle diversità a renderli una coppia investigativa tanto improbabile, quanto efficace. 

    Diretti da Jan Maria Michelini e interpretati da Pierpaolo Spollon, Andrea Lattanzi, Aurora Giovinazzo e Romana Maggiora Vergano, sono otto gli episodi in arrivo il prossimo autunno su Netflix con l’obiettivo di appassionare gli amanti del crime, ma di coinvolgere anche chi cerca qualcosa di più leggero.

    Nemesi (2026)

    Un omicidio sconvolge l’alta società milanese. È quanto succede in Nemesi, serie thriller con Pierfrancesco Favino, Elodie e Barbara Ronchi. La storia ruota attorno a Tommaso Gherardi (Favino), rampollo di una ricca famiglia di imprenditori milanesi, accusato di aver ucciso la moglie Gloria (Elodie). Le prove a suo carico sono schiaccianti, fino a quando ad assumere la sua difesa è Diana Potenza (Ronchi), avvocata determinata, che si ritroverà a mettere in discussione ogni certezza. Perché la verità che si cela dietro l’omicidio sembrerebbe essere complessa e più inaspettata del solito. 

    Sceneggiati da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e diretti da Piero Messina, i sei episodi sono in arrivo prossimamente. Tra il susseguirsi di colpi di scena e segreti svelati, la serie promette di tenere il pubblico inchiodato allo schermo. Le premesse sembrano esserci tutte, da Favino a Ronchi, con Messina dietro la macchina da presa, e soprattutto con un trio di sceneggiatori del calibro di Fabbri, Rampoldi e Sardo. Se amate le storie noir incentrate sul potere e la giustizia, non perdetevela.

    Senza volto (2026)

    Passiamo a un thriller d’azione in cui recitano Edoardo Leo e la figlia Anita. Diretto da Fabio Guaglione, Senza volto è un film in arrivo prossimamente che segue le vicende di un ex agente sotto copertura, Gabriele Costa (Edoardo Leo), tormentato da un passato che lo costringe a vivere da senzatetto; praticamente un uomo invisibile, che si tiene lontano dalla figlia adolescente Laura (Anita Leo). Quando il giorno del suo compleanno decide di avvicinarla, si rompe un equilibrio: l’ex moglie e madre di Laura, Diana, viene brutalmente assassinata e Gabriele diventa il principale sospettato. 

    È l’inizio di una fuga disperata, alla ricerca della verità, che lo riunisce a Laura, la figlia traumatizzata, ma soprattutto l’unica testimone chiave che possa scagionarlo. Una trama che non può non strizzare l’occhio a cult come Il fuggitivo (1993) con Harrison Ford, e soprattutto che non può rimandare a un’altra produzione italiana targata Netflix, Il mio nome è vendetta (2021) con Alessandro Gassman, revenge movie che segue un sicario in cerca di vendetta.

    Noi un po’ meglio (2026)

    Daniele Luchetti firma il suo primo film originale Netflix: una rom-com con Elio Germano e Maria Chiara Giannetta. La trama ruota attorno a Simone (Germano) e Lucia (Giannetta), entrambi molto diversi. Il primo infatti è strutturato, con un forte senso della famiglia, mentre la seconda è indipendente, allergica alle convenzioni e da sempre contraria alla maternità. Malgrado questo, il loro è un rapporto molto forte e ogni contrasto si fa da parte in virtù del loro amore. Quando la sfida diventa l’adozione di un bambino, quest’ultima diventa un’avventura che catalizza le loro divergenze più profonde.

    Riusciranno a superare i tanti ostacoli che questa prova metterà sul loro cammino? Una commedia sentimentale che mette a nudo la necessità di confrontarsi con le proprie paure e i propri desideri nel tentativo di essere sé stessi… un po’ meglio.

    Il capo perfetto (2026)

    Basato sulla celebre commedia El buen patrón (2021) di Fernando León de Arano, una serie con protagonista Luca Zingaretti. Tra dramma e satira sociale, Il capo perfetto promette di suscitare una riflessione sul mondo del lavoro. Al centro Giulio Zagni (Zingaretti), impeccabile, da sempre sovrano indiscusso della sua fabbrica di volanti. Un punto di riferimento per amici, parenti, dipendenti, tanto c’è sempre lui a sistemare tutto. Ma quando questo meccanismo perfettamente oliato si inceppa, la vita professionale e famigliare di questo imprenditore modello della Motor Valley va improvvisamente fuori controllo.

    Riuscirà “il capo perfetto” a rimettersi in pista? Tra imprevisti tragicomici e colpi di genio, sei gli episodi che offriranno molti spunti sul concetto di leadership e sui rapporti interpersonali sul posto di lavoro.

    Campioni (2026)

    Remake di Non ci resta che vincere (2018), pluripremiata pellicola spagnola, già riadattata tre anni fa negli Stati Uniti con Campioni (2023) di Bobby Farrelly, Campioni con Alessandro Gassman e Anna Ferzetti è un titolo imperdibile per le commedie a sfondo sportivo. Un film che tratta di disabilità e inclusione, alternando attimi di leggerezza a momenti più commoventi, attraverso la storia di Marco (Gassman), allenatore di basket irrequieto e immaturo, che dopo aver perso il lavoro, per evitare di finire in carcere a causa di un incidente con la polizia è costretto ai servizi sociali: dovrà infatti allenare una squadra di basket composta da ragazzi neurodivergenti in una parrocchia della provincia di Bologna.

    Riluttante e spaesato di fronte alla nuova sfida, imparerà a scoprire lentamente una visione diversa dello sport e dei rapporti umani, proprio grazie a quei ragazzi che si dimostreranno capaci di insegnargli ciò che conta davvero nella vita. Regia di Jacopo Bonvicini, sceneggiatura di Giulia Louise Steigerwalt e Sofia Assirelli, è in arrivo prossimamente.

    Minerva – La scuola (2026)

    Dai produttori di Mare Fuori (2020), Ivan Silvestrini torna alla regia di un teen drama ambientato in un liceo militare di Napoli, un mondo in cui ci si sveglia all’alba per l’alzabandiera e dove di cellulari e abiti civili non c’è alcun ombra. Tra lezioni di scherma e tattica militare, gli allievi si ritrovano ad affrontare amori che vengono proibiti, severe punizioni e il prezzo della disciplina con uno scopo ultimo: diventare grandi.

    Seguiremo le vicende di Salvo (Ciro Monopoli), un ragazzo di una casa famiglia determinato a scoprire che fine abbia fatto il suo migliore amico, di Camilla (Margherita Buoncristiani), una ragazza milanese viziata messa lì dal padre per essere riformata e di Vincenzo (Biagio Venditti), che del genitore vuole invece seguirne la carriera militare. Ma lo sguardo si allarga anche agli adulti, gli ufficiali e gli insegnanti civili incaricati di formare i ragazzi, che si ritroveranno a far i conti con la loro coscienza, le loro fragilità, i loro errori. Nel cast di Minerva - La scuola Cristiana Capotondi e Massimiliano Gallo per una produzione che si inserisce in un filone ben percorso dal servizio streaming, particolarmente acclamato dal pubblico, da titoli come la serie spagnola Elite (2018).

  • He-Man: tutti i film e le serie TV da vedere prima del nuovo “Masters of the Universe”

    He-Man: tutti i film e le serie TV da vedere prima del nuovo “Masters of the Universe”

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Il trailer di Masters of the Universe (2026) ha riacceso una nostalgia molto specifica: quella fatta di spade alzate al cielo, muscoli da fumetto e un cattivo che sa essere teatrale come pochi. Il film con Nicholas Galitzine nei panni di Prince Adam/He-Man arriva al cinema il 5 giugno 2026, con Amazon MGM Studios e la regia di Travis Knight.

    E, come succede sempre con i grandi ritorni pop, la domanda è una sola: “Ok, ma cosa mi devo vedere prima?” La buona notizia è che He-Man non è un universo ingestibile: è un franchise che si è reinventato più volte, cambiando target e tono. C’è il cartoon “camp” anni ’80 (fondamentale), c’è l’esperimento sci-fi anni ’90, c’è il reboot 2000s che prova a fare “lore” sul serio, e poi c’è l’era Netflix: da un lato la versione kids in CGI, dall’altro la continuazione più adulta firmata Kevin Smith. 

    Qui sotto trovi tutti i film e le serie TV che ti aiutano a metterti in pari senza perderti nel catalogo, e che ti faranno capire quale tipo di He-Man è più adatto a te!

    1. He-Man and the Masters of the Universe (1983–1985)

    Il punto zero: se vuoi capire perché He-Man è diventato un’icona, parti da He-Man and the Masters of the Universe. La serie Filmation è puro concentrato anni ’80: morale della favola, colori sparati, dialoghi memabili e Skeletor che sembra nato per essere citato. È “cartoon pubblicità”, certo, ma ha un fascino sincerissimo: costruisce l’immaginario di Eternia (Grayskull, Teela, Man-At-Arms, Beast Man) con una semplicità che oggi è quasi rilassante. Funziona anche per chi non ha nostalgia, perché è un manuale di pop culture: capisci subito da dove arrivano pose, catchphrase e archetipi. È perfetta se vuoi una visione a episodi, senza impegno: scegli le puntate più celebri e sei già nel mood.

    2. Il segreto della Spada (1985)

    Il segreto della Spada più che un semplice “film”, è l’evento che allarga l’universo e introduce She-Ra: fondamentale se vuoi arrivare al 2026 sapendo chi è chi (e perché Adora conta). È un ponte tra due serie, con quel gusto da grande avventura animata che negli anni ’80 sapeva essere epico senza prendersi troppo sul serio. Il bello è che qui Eternia non è solo arena di scontri: diventa una storia di identità e scelta, con la trasformazione di Adora che è ancora oggi uno dei momenti più “mitologici” del franchise. Se ami i racconti di eroi che scoprono chi sono davvero, questo è il tassello giusto. E sì, ha quell’aria da “specialone” che rende la visione più soddisfacente di molte compilation.

    3. She-Ra, la principessa del potere (1985–1987)

    Se He-Man è l’icona muscolare, She-Ra è la parte del franchise che spinge di più su magia, squadre, amicizie e melodramma “buono”. La serie classica She-Ra, la principessa del potere è figlia del suo tempo, ma ha un valore enorme: è uno dei primi spazi pop in cui un’eroina guida la narrazione con un’identità forte e un mondo tutto suo. La Horde, i regni, le principesse: qui si codifica un immaginario che Netflix avrebbe poi rilanciato in chiave moderna. Guardarla oggi è anche interessante per capire come cambiano i linguaggi: dalla moralina episodica anni ’80 alla serialità emotiva contemporanea. Se ti piace l’idea di un fantasy più corale e “da squadra”, She-Ra è un ottimo contraltare a He-Man.

    4. Masters of the Universe (1987)

    Il film live action di Masters of the Universe con Dolph Lundgren è un oggetto pop leggendario: imperfetto, kitsch, ma stranamente irresistibile. È anche utilissimo oggi, perché ti mostra quanto sia difficile portare Eternia “in carne e ossa” senza perdere la magia; esattamente la sfida del 2026. Ha un Skeletor (Frank Langella) che si diverte come un teatrante in stato di grazia, e un’atmosfera da fantasy-sci-fi anni ’80 con venature da film d’avventura “da videoteca”. Non aspettarti coerenza assoluta: è più un’esperienza che un testo sacro. Ma se ami la cultura pop, è una visione da fare almeno una volta, anche solo per capire come cambia il linguaggio dell’adattamento.

    5. Le nuove avventure di He-Man (1990–1991)

    Le nuove avventure di He-Man è il capitolo più “strano”, e proprio per questo vale: He-Man viene proiettato in un futuro sci-fi, lontano dall’immaginario medieval-fantasy classico. Per molti fan è un’eresia; per chi arriva oggi, può essere una curiosità illuminante: dimostra che il franchise ha sempre provato a rincorrere il presente (negli anni ’90 era spazio, tecnologia, “futuro”). Il tono è diverso, i design cambiano, e non tutto funziona, ma diciamo che come tappa di “storia del brand” fa il suo dovere. Guardala se ti interessa vedere He-Man fuori comfort zone e capire quanto sia elastica la mitologia.

    6. He-Man and the Masters of the Universe (2002–2004)

    Il reboot 2000s è quello che molti sognavano: stesso mito, ma raccontato con più continuità, più “lore”, più attenzione alle origini e alle motivazioni. È più dinamico, più action, e prova davvero a rendere Eternia un mondo con regole e storia, non solo un parco giochi di personaggi. Se vieni dall’animazione moderna e temi che l’83 sia “troppo vintage”, questa è la porta d’ingresso ideale: conserva l’epica, ma con una messa in scena più vicina al gusto post-Toonami. È anche una tappa perfetta per arrivare preparati alla sensibilità contemporanea del film 2026, che probabilmente cercherà proprio quell’equilibrio: mito semplice, ma emotivamente credibile.

    7. She-Ra e le Principesse Guerriere (2018–2020)

    Con She-Ra e le Principesse Guerriere siamo nella reinvenzione che ha fatto scuola: non solo un reboot, ma un nuovo modo di pensare She-Ra, i legami, la crescita e il conflitto. È più seriale, più emotiva, più attenta ai personaggi e riesce a essere comfort e dramma insieme. Se ti interessa arrivare al film 2026 capendo perché oggi Masters non è solo “muscoli e spada”, questa serie è cruciale: dimostra che l’universo può reggere archi narrativi lunghi, trasformazioni dolorose e un fandom contemporaneo. Anche visivamente è molto “moderna”: design pulito, dinamiche di gruppo, humour calibrato. È consigliata anche a chi non ha mai visto nulla: funziona da sola.

    8. Masters of the Universe: Revelation (2021)

    La serie di Kevin Smith, Masters of the Universe: Revelation, è la continuazione “adulta” che prende sul serio la malinconia del mito: cosa succede quando l’eroe non basta più? Qui il tono cambia, i temi si fanno più cupi, e l’universo viene riletto con un’energia da fantasy epico/post-eroico. È anche una serie che divide (per scelte narrative precise), ma proprio per questo è interessante: non vuole essere neutra, vuole muovere pezzi e far discutere. Se hai amato l’He-Man classico, qui trovi un dialogo diretto con quel passato solo più consapevole, più tragico, più “da fine di un’era”. È perfetta se vuoi arrivare al film 2026 con la sensazione che Eternia possa essere davvero cinema, non solo nostalgia.

    9. Masters of the Universe: Revolution (2024)

    Se Revelation era la ferita aperta, Masters of the Universe: Revolution è la fase in cui il franchise prova a ricomporsi: più ritmo, più escalation, più “epica da finale”, ma ancora con quella vena adulta che Netflix aveva impostato. È la tappa più vicina, per sensibilità, a un grande blockbuster moderno: conflitti netti, alleanze, tradimenti, la sensazione che il mito stia arrivando a un punto di non ritorno. Da vedere soprattutto se vuoi un assaggio di come Masters possa funzionare oggi come saga: non solo episodi, ma una traiettoria. E ti aiuta anche a tarare le aspettative sul film 2026: quanto spazio darà alla leggenda? Quanto al realismo?

    10. He-Man and the Masters of the Universe (2021–2022)

    He-Man and the Masters of the Universe  è l’altra faccia dell’era Netflix: versione più kids, più accessibile, in CGI, pensata per una nuova generazione. Ma attenzione: non è “inutile”, perché fa una cosa furba—reinterpreta personaggi e mitologia con una logica da serial moderno, più lineare e bingeabile, senza chiederti nostalgia. È perfetta se vuoi un He-Man che scorre veloce, con trasformazioni, team-up e un tono da avventura fantasy contemporanea. E, se stai facendo una maratona pre-2026 con amici o famiglia, è il titolo che mette d’accordo tutti: abbastanza leggero per intrattenere, abbastanza riconoscibile da essere Masters.

  • Ti è piaciuto "The Rip"? Guarda questi 10 thriller su corruzione, polizia e denaro

    Ti è piaciuto "The Rip"? Guarda questi 10 thriller su corruzione, polizia e denaro

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    The Rip - Soldi sporchi (2026) ha inaugurato un anno di cinema con una miscela vincente di azione, thriller e poliziesco. Il film con Ben Affleck e Matt Damon è un viaggio sulle montagne russe tra scene d’azione al cardiopalma e colpi di scena ben congegnati. La storia di una confisca milionaria da parte della polizia e di agenti corrotti pronti a tutto per aggiudicarsi il bottino fa eco a molti film sulla corruzione della polizia.

    In occasione dell’uscita del film, vogliamo proporvi otto thriller su corruzione, polizia e denaro. Se vi è piaciuto The Rip - Soldi sporchi (2026), questa lista è dotata di titoli pronti a immergervi un’altra volta nei meandri sporchi dei dipartimenti di polizia. Qui sotto troverete non solo classici sulla corruzione, ma anche cult da riscoprire.

    1. Il principe della città (1981)

    Sidney Lumet è una delle stelle americane del thriller. Avremmo potuto scegliere un altro titolo del regista, ovvero il classico Serpico (1973) con Al Pacino. Tuttavia, Il principe della città è la pellicola più adatta. Se non fosse per la lente di ingrandimento psicologica che la sceneggiatura utilizza per narrare le vicende di Daniel Ciello. Prima poliziotto corrotto e poi testimone centrale di un’investigazione sulla corruzione, Il principe della città (1981) segue un arco completo e mostra in maniera candida gli effetti dell’agire sporco degli agenti. Il realismo grintoso di questo neo-noir è elevato da un aspetto visivo squisitamente anni ‘70, a partire dalla fotografia granulosa e sbiadita.

    2. Il cattivo tenente (1992)

    Se Sidney Lumet è una star dei thriller, Abel Ferrara non ha rivali quando si tratta di film crime brutali. Nessuno, però, poteva pensare al livello di scontro a cui il regista potesse arrivare con Il cattivo tenente. È un eufemismo ritenere il protagonista senza nome, interpretato magistralmente da Harvey Keitel, un “cattivo tenente”. L’uomo è la definizione di agente disfunzionale. La sua quotidianità è dedicata a compiere qualsiasi tipo di irregolarità. Ricevere soldi da spacciatori? “Ovvio”. Consumare tre, quattro droghe diverse nel giro di qualche ora? “Perchè no!” Scommettere somme esorbitanti nelle bische clandestine nonostante i debiti? “Dove devo firmare?”.

    3. Cuore di tuono (1992)

    Il sapore neo-Western di Cuore di tuono non deve confondere lo spettatore. Il cult di Michael Apted con un Val Kilmer fenomenale è anche un inno contro la corruzione della polizia. Questo titolo è indimenticabile per vari aspetti. Da un lato, la trama si sviluppa su un versante da thriller politico che ritroveremo anche più avanti in Rebel Ridge. L’aspetto sociale arricchisce la storia, rendendo la posta in gioco ancora più alta. Dall’altro, Cuore di tuono (1992) ha un vantaggio enorme: un aspetto estetico senza paragoni, tra paesaggi naturali mozzafiato e una fotografia che indugia sui marroni e blu. Chi ha amato le atmosfere di Killers of the Flower Moon (2023) sarà doppiamente soddisfatto da questa visione.     

    4. Cop Land (1997)

    Sylvester Stallone stava trasformando la sua carriera in una ripetizione dello stesso archetipo di personaggi. Sul finire degli anni ‘90, però, l’attore ha fatto capire una volte per tutte l’ampiezza impensata del suo range. Affiancato da un cast stellare –tra cui Robert De Niro, Ray Liotta e Harvey Keitel in grande forma– l’attore sfoggia un carisma più posato in Cop Land. Il film di James Mangold è un dramma dai toni crime che può ricordare Il principe della città (1981) per la trama intrecciata. Senza raggiungere il livello psicologico del film di Lumet, Cop Land (1997) interpreta il tema della corruzione nella polizia creando un intrattenimento di classe.

    5. Training Day (2001)

    Dopo tre cult indiscutibili, è tempo di un classico. Training Day di Antoine Fuqua rimane ancorato alla realtà come i film precedenti, ma infonde un tono bombastico che ricorda gli eccessi di Scarface (1983). A partire dal protagonista Alonzo Harris, agente della narcotici sopra le righe. Denzel Washington si mangia lo schermo in questo ruolo e crea un’alchimia perfetta con quello del collega naive Jake Hoyt (Ethan Hawke). Nonostante Fuqua abbia costruito un film a tratti epico, Training Day (2001) rimane un film d’intrattenimento che lascia spazio anche alla riflessione. Per i fan di End of Watch - Tolleranza zero (2012) e Pride and Glory - Il prezzo dell'onore (2008).

    6. Infernal Affairs (2002)

    The Departed - Il bene e il male (2006) è uno dei film più apprezzati nella carriera di Martin Scorsese. Il capolavoro crime con Leonardo DiCaprio e Jack Nicholson non proviene dalla mente eccelsa del regista italo-americano. Non è altro che un remake del cult hongkonghese. Infernal Affairs di Andrew Lau e Alan Mak. Questo thriller ad alta intensità ha dalla sua una sceneggiatura eccezionale, con dialoghi al fulmicotone e colpi di scena continui. Infernal Affairs (2002) sorprende anche l’occhio con una fotografia glaciale che richiama il sangue freddo dei protagonisti. Sembra impensabile, ma il film di Lau e Mak è superiore al remake a cinque stelle di Scorsese.

    7. Gone Baby Gone (2007)

    Gone Baby Gone è il micidiale debutto alla regia di Ben Affleck. Come per Cop Land (1997) e Sicario (2015), siamo di fronte a una storia torbida e ricca di colpi di scena. Il punto di forza fondamentale dell’esordio di Affleck è l’ambiguità morale di quasi tutti i personaggi. Le scelte sbagliate sono all’ordine del giorno e i dilemmi che devono attraversare le varie figure che animano il film aumentano la loro complessità. Gone Baby Gone (2007) brilla anche per la direzione solida della star di Hollywood, che non si perde in virtuosismi fuori luogo per un thriller di sostanza.   

    8. Sicario (2015)

    Sicario non è il classico film sui cartelli della droga, in quanto la trama tratta dalla penna di Taylor Sheridan si focalizza sull’operato delle forze dell’ordine anziché dei criminali. Tuttavia, ben presto lo spettatore capisce come il confine tra le due figure sia molto labile. Tra segreti governativi, tecniche illecite e scopi a dir poco discutibili, il film di Denis Villeneuve spara a zero sulla retorica anti-droga del governo americano. Oltre al pregiato universo tematico, Sicario (2015) vive delle interpretazioni sublimi di Emily Blunt, Josh Brolin e Benicio del Toro e di una fotografia da capogiro a opera del maestro Roger Deakins.

    9. Codice 999 (2016)

    Per chi ha amato The Rip - Soldi sporchi (2026), Codice 999 è forse il film della lista che più si avvicina per atmosfera e ritmo. Con un forte accento action, la pellicola di John Hillcoat è un susseguirsi di scene d’azione intervallate da momenti di suspense. C’è poco spazio per rifiatare tra una sequenza e l’altra. A ciò dobbiamo aggiungere le prove solide di un cast corale da sogno: Casey Affleck, Anthony Mackie, Chiwetel Ejiofor, Aaron Paul, Norman Reedus, Woody Harrelson e un’immensa Kate Winslet. Codice 999 (2016) può discostarsi dal profondo approccio psicologico de Il principe della città (1981), ma rimane un film action thriller tra i più convincenti degli ultimi anni.

    10. Rebel Ridge (2024)

    Rebel Ridge (2024) è un thriller d’azione che sa di anni ‘70. La trama mescola corruzione e razzismo e ha come protagonista un personaggio che non sfigurerebbe in nessun cult della precedente decade. La bellezza del film di Jeremy Saulnier sta nell’equilibrio tra scene d’azione e momenti meno esplosivi. Lo stato tensivo della trama fin dall’inizio rende ancora più efficaci i momenti di calma, perché non fanno altro che preparare la tempesta. I personaggi di Aaron Pierre e Don Johnson sono perfetti nell’opporsi l’uno all’altro, in uno scontro che va oltre il personale e sfocia nel sociale. Rebel Ridge (2024) mostra il lato oscuro della polizia con intelligenza e forza al pari di Cop Land (1997).

  • 10 film comici on the road da recuperare se hai amato “Buen Camino” di Checco Zalone

    10 film comici on the road da recuperare se hai amato “Buen Camino” di Checco Zalone

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    68 milioni di euro in meno di un mese. Buen Camino (2025) ha superato Avatar (2009), ha infranto ogni record italiano, e riportato al cinema un pubblico che sembrava perso per sempre. Sarebbe stato "un miracolo di Natale" per tutti, non per lui, ormai abituato a spazzare via record e botteghini, almeno da tre film a questa parte. 

    Checco Zalone sul Cammino di Santiago, alla ricerca di una figlia che non lo sopporta più, ha fatto quello che i road movie sanno fare meglio: prendere personaggi improbabili, metterli in viaggio, e vedere cosa succede. 

    Una formula sempre affascinante, tra le più collaudate nella storia del cinema, e film come Into the wild (2007), I diari della motocicletta (2004) o la leggenda Easy Rider ne sono la prova. Ma cosa succede quando questo formato si applica alla comicità? Il risultato è devastante, e in questo articolo abbiamo raccolto alcuni degli esempi tutti da vedere (o rivedere) per una serata tra divano e popcorn, e tantissime risate.

    The Blues Brothers (1980)

    Jake esce di prigione e Elwood lo aspetta con una Dodge Monaco della polizia comprata all'asta. Devono salvare l'orfanotrofio dove sono cresciuti, e per farlo rimettono insieme la band. Da Chicago parte una missione che coinvolgerà polizia, esercito, nazisti dell'Illinois e un'ex fidanzata con il lanciarazzi. In The Blues Brothers (1980) John Landis costruisce un musical “action” che, almeno sulla carta, non ha senso: due comici del Saturday Night Live come protagonisti, una trama “caotica” (tanto da sembrare quasi pretestuosa) e un budget che esplode fuori controllo, dai 17 preventivati ai quasi 30 milioni di dollari sul conto finale. 

    Eppure funziona, eccome se funziona. Il viaggio attraverso l'America per riunire i vecchi membri della band diventa lo sfondo per una serie di numeri musicali diventati poi leggendari: Aretha Franklin che canta in una tavola calda, James Brown che predica in chiesa, Ray Charles dietro il bancone di un negozio di strumenti. Nonostante ciò, all’epoca il film fu un mezzo flop in America ma venne salvato dagli incassi europei, dove ebbe un successo strepitoso. Oggi è il film culto che tutti conosciamo e che tutti abbiamo visto almeno tre volte. Belushi morirà due anni dopo, e questo resta il suo testamento cinematografico insieme ad Animal House (1978). Puro intrattenimento, perfetto così. Consigliato a chi ama la musica, il rock e il blues in particolare.

    Bianco, rosso e Verdone (1981)

    Tre italiani in viaggio verso il seggio elettorale. Furio, il torinese pignolo che terrorizza la famiglia con le sue ossessioni, parte da Torino alla volta di Roma con moglie e figli al seguito. Il mitico Mimmo, bambinone romano che accompagna la nonna malata da Verona fino alla capitale. Pasquale, l'emigrato lucano che torna dalla Germania, attraversa mezza Italia sulla sua Alfa rossa e viene sistematicamente derubato lungo la strada. Carlo Verdone, al suo secondo film dopo Un sacco bello (1980), sceglie la struttura del road movie a episodi per raccontare l’Italia dell’epoca attraverso il viaggio e le “caricature” portate in scena. 

    Sergio Leone in produzione, Ennio Morricone alle musiche, completano la rosa per uno dei film comici italiani più amati e celebrati del nostro cinema. Non a caso Elena Fabrizi, la Sora Lella, vinse il Nastro d'Argento come migliore attrice esordiente per il ruolo della nonna, il personaggio più sorprendente del film. Bianco, rosso e Verdone (1981) è una commedia leggera, a tratti commovente, ma amara allo stesso tempo, con un finale ricco di malinconia. Film imprescindibile tra i lavori di Verdone.

    Non ci resta che piangere (1984)

    Il bidello Mario e il maestro Saverio restano in panne in campagna, si addormentano in una locanda e si svegliano nel 1492. Quello che inizia come un normale viaggio in auto diventa un'odissea attraverso l'Italia rinascimentale, con i due che cercano di raggiungere la Spagna per fermare Colombo prima che scopra l'America. L'unico film scritto e diretto insieme da Roberto Benigni e Massimo Troisi,  Non ci resta che piangere trasforma il road movie in un viaggio nel tempo, e il viaggio nel tempo in un pretesto per far incontrare due comicità opposte: la sfrontatezza di Benigni e la malinconia tipica del registro di Troisi. Si sente che i due improvvisavano sul set, e la scena della dogana ("Un fiorino!") fu rigirata decine di volte perché non riuscivano a restare seri, mentre Paolo Bonacelli nei panni di Leonardo da Vinci regala uno dei momenti più citati del cinema italiano. 

    Fu il maggior successo della stagione 1984-85, con 15 miliardi di lire al botteghino. La trama appassiona fin dalla prima scena, seppur ritmo ricordi a tratti quello dello sketch televisivo, ma la coppia protagonista rende questo titolo un pilastro della comicità italiana, tanto che di citano ancora oggi le battute a memoria: "Ricordati che devi morire!" "Sì, mo' me lo segno."

    Scemo & più scemo (1994)

    Lloyd e Harry devono restituire una valigetta a una donna di cui Lloyd si è innamorato a prima vista. Partono da Providence, Rhode Island, e attraversano mezza America fino ad Aspen, in Colorado. Nel mezzo, la più grande concentrazione di idiozia mai vista al cinema. Con Scemo & più scemo fratelli Farrelly costruiscono un monumento alla stupidità e usano il road trip come struttura portante per una serie di gag sempre più assurde. Il viaggio è l'occasione per mettere i due protagonisti in situazioni impossibili: dalla notte in un motel con un killer professionista, alla vendita del furgone a forma di cane per comprare una Lamborghini che poi resterà senza benzina. 

    Jim Carrey era appena esploso con Ace Ventura (1994) e The Mask (1994), mentre Jeff Daniels, fino ad allora attore drammatico, si rivelò un talento comico naturale. Quasi due ore di gag senza pause, con battute spesso volgari e un umorismo che oggi potrebbe far storcere il naso. Perfetto per serate in cui volete solo ridere senza pensare.

    Tre uomini e una gamba (1997)

    Aldo, Giovanni e Giacomo partono da Milano per Gallipoli, dove Giacomo deve sposare la figlia del suocero, il tiranno proprietario della ferramenta in cui i tre lavorano (la battuta sulla “meccanica di precisione” sembra uno qualsiasi dei nostri cv). Nel bagagliaio della Daewoo “Il paradiso della brugola”, una scultura di legno a forma di gamba che vale una fortuna e un bulldog (RIP Ringhio). Lungo la strada, tutto quello che può andare storto va storto. L'esordio cinematografico del trio, dopo anni di cabaret e televisione con Mai dire Gol, sceglie il road movie come struttura per portare sul grande schermo gli sketch del loro repertorio teatrale.

    Il viaggio da Nord a Sud diventa una discesa fisica e metaforica: i tre partono come dipendenti frustrati di un suocero padrone e arrivano, grazie anche all'incontro con Chiara interpretata da Marina Massironi, a mettere in discussione le loro vite. La regia è di Massimo Venier, che diventerà il loro regista di fiducia, e il film incassò 40 miliardi di lire, un successo che nessuno si aspettava per dei semi-esordienti. Nella comicità italiana anni ‘90, nessun film ha raggiunto l’iconicità di Tre uomini e una gamba, con alcune battute diventate talmente famose da entrare nel linguaggio comune, con sketch come quello del Conte Drrrrracula! o di Ajeje Brazorf che vengono ancora citati. Una commedia perfetta per una serata con amici, da rivedere sapendo già le battute a memoria. Consigliatissimo come prima tappa per un rewatch-maratona insieme a Così è la vita (1998) e Chiedimi se sono felice (2000).

    Paura e delirio a Las Vegas (1998)

    Raoul Duke e il dottor Gonzo attraversano il deserto del Nevada su una Chevrolet decappottabile rossa, diretti a Las Vegas per un reportage su una gara motociclistica. Nel bagagliaio, ogni droga conosciuta dall'uomo. Il viaggio si trasforma rapidamente in un'allucinazione collettiva, dove le pareti si sciolgono e i baristi diventano lucertole. Il genio comico Terry Gilliam adatta il romanzo di Hunter S. Thompson e usa il road trip come struttura per un viaggio nella psichedelia americana degli anni Settanta, alla fine dell’era flower power, nell’esatto momento in cui il sogno hippie si trasformò in incubo. 

    Per prepararsi a Paura e delirio a Las Vegas Johnny Depp visse quattro mesi con Thompson per preparare il ruolo, copiandone gesti, voce e modo di camminare, mentre Benicio del Toro ingrassò venti chili per interpretare l'avvocato samoano. Ciò nonostante il film fu un flop totale, con 10 milioni incassati su un budget di 18, ma oggi è un titolo cult, entrato di diritto nella cultura pop, o almeno in quella più “rock”. Un film non per tutti (trama e ritmo sono abbastanza frammentati) ma rimane comunque imprescindibile per gli amanti del cinema psichedelico del regista ex Monty Python, anche se forse non al livello del suo capolavoro visionario Brazil (1985).

    Fratello, dove sei? (2000)

    Tre evasi da una catena di forzati attraversano il Mississippi degli anni Trenta. Ulysses Everett McGill convince i compagni Pete e Delmar a seguirlo con la promessa di un tesoro sepolto, ma il vero scopo del viaggio è tornare dalla moglie prima che lei sposi un altro uomo. Lungo la strada incontrano sirene tentatrici, un ciclope venditore di Bibbie, il Ku Klux Klan e un politico corrotto. Con Fratello dove sei? i fratelli Coen reinventarono l'Odissea di Omero ma in chiave road movie “country”, trasformando il viaggio di Ulisse in una “parodia” dal sapore stelle e strisce, per uno dei loro lavori più divertenti e spesso sottovalutati rispetto a titoli come Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998) o Non è un paese per vecchi (2007). George Clooney accettò il ruolo senza leggere la sceneggiatura, solo per lavorare con loro, e i Coen hanno ammesso candidamente di non aver mai letto l'Odissea per intero: conoscevano il poema di seconda mano. 

    La colonna sonora curata da T Bone Burnett vinse il Grammy come Album dell'Anno e vendette otto milioni di copie, trasformando il film in un omaggio alla musica americana delle radici. La fotografia color seppia trasforma il Sud rurale in un dipinto d'altri tempi e il ritmo è quello del bluegrass, lento e ipnotico. Non per tutti, ma se amate i Coen dovete assolutamente vederlo (o rivederlo).

    Little Miss Sunshine (2006)

    Una famiglia disfunzionale attraversa l'America su un pullmino Volkswagen giallo, da Albuquerque alla California. Destinazione: un concorso di bellezza per bambine a cui la piccola Olive sogna di partecipare. Il nonno sniffa eroina, lo zio ha appena tentato il suicidio, il fratello adolescente ha fatto voto di silenzio, il padre è un motivatore fallito. Le premesse di Little Miss Sunshine valgono già il film. Insieme a Juno (2007) questo è Il film indie per eccellenza, costato appena 8 milioni con un incasso da oltre 100, per un successo che lo portò a vincere due Oscar: miglior sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista ad Alan Arkin, con Abigail Breslin nominata all'Oscar a soli dieci anni. 

    Il finale, quella danza al concorso di bellezza, è una delle scene più tenere del cinema americano recente, il momento in cui la famiglia smette di vergognarsi di sé stessa per far felice la piccola protagonista. Prima di arrivarci il ritmo può sembrare lento e il dramma ogni tanto prende il sopravvento, ma questo film è una gemma che vale ogni minuto speso davanti allo schermo. Perfetto per chi cerca una commedia brillante capace di commuovere.

    Basilicata coast to coast (2010)

    Quattro musicisti falliti attraversano la Basilicata a piedi, da Maratea a Scanzano Jonico. Poco più di cento chilometri per arrivare a un festival di teatro-canzone, dieci giorni di cammino su strade secondarie e sentieri di campagna. Rocco Papaleo dirige, scrive e interpreta, mentre Alessandro Gassman, Paolo Briguglia e Max Gazzè completano il quartetto, con quest’ultimo muto per tutto il film. In mezzo ai quattro “scappati di casa”, Giovanna Mezzogiorno a illuminare il viaggio.  Basilicata coast to coast è l'anti-road movie per eccellenza: niente inseguimenti, niente gag a raffica e, soprattutto, niente fretta. 

    Il viaggio a piedi costringe i personaggi a rallentare, e rallentando emergono i silenzi, i paesaggi, gli incontri con gente che vive in posti dimenticati. La Basilicata diventa protagonista tanto quanto i quattro musicisti, tanto che dopo il film è nato un vero cammino turistico che ripercorre le tappe del viaggio: 167 chilometri segnalati, da una costa all'altra. Il ritmo è quello del cammino, lento e contemplativo, che regala a questo film tonalità quasi poetiche e malinconiche. Per viaggiatori veri, per chi ama il Sud senza caricature.

    Sole a catinelle (2013)

    Checco è uno squattrinatissimo rappresentante di aspirapolvere che ha promesso al figlio Nicolò una vacanza da sogno se prendeva tutti dieci a scuola. Il figlio ha preso tutti dieci, ma Checco, in realtà, non ha una lira. Tuttavia, per far felice il figlio, parte comunque, e quello che doveva essere la vacanza della vita diventa un road trip sgangherato attraverso l'Italia, tra truffe improvvisate, incontri improbabili e la scoperta che la felicità non si compra. Con Sole a catinelle il road movie diventa il pretesto per raccontare un'Italia in crisi economica, dove un padre deve arrangiarsi per mantenere una promessa al figlio. 

    Prima di Buen Camino, questo era il film italiano più visto di sempre: 51 milioni di euro, 8 milioni di biglietti venduti, secondo film più visto in Europa nel 2013 dopo Les Misérables. Zalone e Nunziante, alla terza collaborazione, sono ormai una macchina da guerra comica che funziona a pieno regime. Rispetto a Buen Camino manca la profondità e il rapporto padre-figlio resta più in superficie, ma è puro intrattenimento, satira sociale travestita da commedia leggera. Se vi è piaciuto l’ultimo film di Zalone, questo è lo stampo originale.

  • Sophie Turner: i migliori ruoli in cui (ri)vederla mentre aspettiamo la sua Lara Croft

    Sophie Turner: i migliori ruoli in cui (ri)vederla mentre aspettiamo la sua Lara Croft

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Le prime foto di Sophie Turner nei panni della nuova Lara Croft sono una di quelle notizie che fanno scattare la modalità “rewatch” anche a chi giura di non avere più tempo. Perché Tomb Raider non è solo un personaggio iconico: è un test di presenza scenica, fisicità e carisma pop, e Prime Video sembra puntare proprio su quel mix di durezza e vulnerabilità che Turner ha affinato negli anni.

    La serie è in produzione e, a giudicare dal “first look”, l’intenzione è chiara: richiamare l’immaginario classico di Lara senza rinunciare a un taglio più moderno e seriale.

    Sophie Turner non arriva a questo ruolo “dal nulla”, la sua filmografia è una palestra di trasformazioni, spesso sottovalutate perché oscurate da un successo gigantesco (Game of Thrones). Eppure, tra drammi true crime, teen comedy velenose, thriller minimalisti e blockbuster supereroistici, Turner ha costruito una cifra riconoscibile: personaggi che imparano a sopravvivere – e quando smettono di chiedere scusa, diventano irresistibili. Non a caso, la sua ultima performance nella serie Steal: La rapina (2026) sta già riscuotendo grandi numeri e successi su Amazon Prime.

    Qui sotto trovi 10 ruoli (tra cinema e serie) che raccontano meglio di qualsiasi hype perché l’idea di vederla con zaino, holster e rovine antiche non è solo marketing: è una tappa naturale.

    1. Game of Thrones (2011–2019) – Sansa Stark

    Se oggi Sansa è un’icona di resilienza pop, il merito è anche di come Turner ha fatto evolvere il personaggio in Game of Thrones senza “saltare” passaggi emotivi. All’inizio la sua Sansa è tutta educazione e favola romantica, poi diventa un sismografo del potere: registra ogni abuso, impara a leggere le stanze, trasforma la vulnerabilità in strategia. È una performance che cresce stagione dopo stagione, e che funziona proprio perché non cerca mai la scorciatoia della “badassness” facile: la forza arriva come conseguenza, non come posa. È il ruolo perfetto da recuperare oggi se ti interessa capire cosa Turner sappia fare con i personaggi che cambiano pelle davanti ai nostri occhi.

    Se ti ha catturato la dinamica di potere fatta di sguardi, diplomazia e controllo emotivo, puoi proseguire con The Crown (2016–2023), che lavora sugli stessi equilibri “politici” dentro stanze ovattate.

    2. Joan (2024) – Joan Hannington

    In Joan Turner gioca finalmente da protagonista adulta, e si vede: glamour, ferocia, fragilità e istinto di sopravvivenza convivono nello stesso sguardo. La serie la segue mentre passa da madre in fuga a ladra di gioielli con un talento quasi performativo (accenti, mimicry, reinvenzione continua), e lei rende credibile questa metamorfosi proprio perché non la romanticizza del tutto: la fame e la paura restano sempre sotto la superficie lucida. È un ruolo che valorizza il suo controllo del tono – sa essere magnetica senza diventare “simpatica”, e vulnerabile senza chiedere indulgenza. Se vuoi vedere Turner in modalità neo-noir britannico, questa è la tappa obbligata.

    Per restare su un crime elegante e magnetico, dove fascino e pericolo camminano insieme, Killing Eve (2018–2022) è un’ottima tappa: stessa tensione tra identità, desiderio e manipolazione.

    3. The Staircase (2022) – Margaret Ratliff

    Dentro un cast enorme e una storia già “famosa”, Turner sceglie la via più difficile: la misura. La sua Margaret in The Staircase è una figlia adottiva intrappolata tra amore, fedeltà e sospetto, e la recitazione lavora per sottrazione, come se ogni scena avesse un pensiero non detto che pesa più della battuta. È una prova utile anche per chi guarda Turner solo come “volto da fantasy”: qui è cronaca emotiva, famiglia che si sfalda, trauma che non ha un linguaggio condiviso. La miniserie non è leggera, ma Turner è uno dei motivi per cui vale la pena attraversarla: porta sullo schermo quella zona grigia in cui non sai più cosa credere – né agli altri, né a te stesso.

    Se la parte che ti ha colpito è la verità emotiva dentro un racconto giudiziario, Unbelievable (2019) è un’ottima scelta: lavora sul trauma con rigore e sensibilità, senza sensazionalismi.

    4. Survive (2020) – Jane

    Survive è una serie “compressione”: episodi brevi, ritmo da thriller, e un tema pesante (depressione, desiderio di sparire) che Turner interpreta senza estetizzare. Jane non è un’eroina da applauso, è una persona spezzata che si ritrova costretta a vivere – e l’idea più efficace della serie è proprio questa: la sopravvivenza come gesto involontario, quasi fastidioso, prima che come redenzione. Turner regge da sola gran parte della tensione emotiva, alternando apatia e scatti di lucidità in modo credibile. Non è il suo titolo più famoso, ma è uno dei più rivelatori per capire quanto sappia tenere la camera addosso senza “riempire” di troppo.

    Se ti interessa il survival come esperienza psicologica e non solo fisica, The Wilds (2020–2022) amplifica quel discorso con un cast corale e un mistero di fondo. Se invece cerchi qualcosa di più cupo e stratificato, dove il trauma resta addosso e cambia forma, Yellowjackets (2021– in corso) è una discesa molto più feroce nello stesso tipo di inquietudine.

    5. Dark Phoenix (2019) – Jean Grey

    Jean Grey è un personaggio-trappola: o diventa un simbolo astratto, o viene risucchiata dall’effetto speciale. Turner prova a tenerla umana, e quando ci riesce – soprattutto nei momenti più intimi, dove il potere è paura di sé – la performance ha una malinconia interessante. Dark Phoenix è un film divisivo, ma guardarlo oggi con l’idea di “mappa carriera” rende più chiaro cosa Turner sappia fare nei blockbuster: presenza fredda, controllo, e una vulnerabilità che riaffiora proprio quando la storia vorrebbe solo accelerare. Non è il suo ruolo meglio scritto, però è un banco di prova pop enorme, e lei ci porta una serietà che manca a molti cinecomic dell’epoca.

    Se ti affascina l’idea del potere che cresce troppo in fretta e diventa una minaccia (anche per chi lo possiede), Chronicle (2012) è un ottimo “cugino” per tono e paranoia.

    6. Do Revenge (2022) – Erica Norman

    Quello in Do Revenge è un ruolo piccolo, ma dall’impatto molto sentito: Erica è una “queen bee” caricaturale quanto basta per diventare meme, ma Turner la gioca come se fosse convinta di stare in un melodramma. È proprio questa serietà fuori scala a renderla esilarante: una performance volutamente sopra le righe, che dimostra come sappia usare il registro comico senza paura di risultare “ridicola” – anzi, puntandoci. Se ti interessa la Turner che si diverte e che capisce perfettamente il tono pop del progetto, qui c’è un manuale di timing e faccia tosta. Ed è anche un promemoria: non è solo “dramma e sofferenza”, quando vuole sa essere una bomba camp.

    Se ti diverte il teen movie nero e cinico, dove la commedia è un coltello, Schegge di follia (1988) è praticamente la matrice: stesso gusto per la satira cattiva e i personaggi spietati. Se invece vuoi rimanere su intrighi sexy e manipolazioni “da manuale”, Cruel Intentions (1999) è l’abbinamento naturale per atmosfera e veleno.

    7. Another Me (2013) – Fay

    Uno dei suoi primi ruoli “serii” è anche uno dei più curiosi: Another Me è un thriller psicologico adolescenziale che gioca con doppi, paranoia e identità, e Turner – ancora lontana dalla “macchina” da star – ha già quella qualità un po’ spettrale che le torna utile nei ruoli più cupi. Il film non è perfetto, ma funziona come tassello: vedi nascere la sua capacità di rendere credibile la dissociazione, la sensazione di non riconoscersi più. Se stai costruendo una maratona che porti fino a Lara Croft, questo è il “prima” che vale recuperare: non tanto per il film in sé, quanto per l’attrice che sta prendendo forma.

    Se ti intriga il tema del doppio e della paranoia identitaria che prende possesso del corpo e della mente, Il cigno nero (2010) è il riferimento perfetto per intensità e ossessione.

    8. Barely Lethal (2015) – Heather / Agent 84

    Barely Lethal è un titolo leggero, quasi usa-e-getta, ma utile per vedere Turner in modalità “teen action comedy” prima che qualcuno le metta davvero in mano una pistola da franchise. Qui è ironica, brillante, molto più sciolta di quanto ci si aspetterebbe: il film gioca con la parodia dell’agente segreto adolescente, e lei si incastra bene nel tono, senza appesantire. Non è tra le sue prove più “importanti”, però è uno di quei casi in cui capisci quanto sia elastica: sa stare in un prodotto pop senza snobbarlo. Ed è anche un’ottima pausa tra i titoli più intensi della lista.

    Se ti va un’action pop che non si prende troppo sul serio ma ha energia e ritmo, Kick-Ass (2010) gioca la stessa carta con più cattiveria e stile fumettistico.

    9. Time Freak (2018) – Debbie

    La rom-com con gimmick sci-fi (il ragazzo che torna indietro nel tempo per “aggiustare” una relazione) è un terreno facile per cliché, e invece Turner riesce a dare a Debbie una qualità concreta: non è solo “oggetto” del reset, ma persona che cambia e che non può essere ridotta a una versione ideale. La cosa interessante è proprio la frizione: Time Freak parla di controllo mascherato da romanticismo, e Turner porta in scena quella stanchezza lucida di chi capisce di essere intrappolata in una narrazione scritta da altri. È un ruolo più sottile di quanto sembri, perfetto se ti piace quando l’attrice lavora sulle crepe piccole, quotidiane.

    Se ti interessa il romance che usa il tempo per parlare di scelte e rimpianti (più che per fare gimmick), Questione di tempo (2013) è un passaggio quasi obbligato, molto più emotivo di quanto sembri.

    10. Josie (2018) – Josie

    Indie cupo, quasi “inquieto”: Turner qui è una presenza che destabilizza, una ragazza che entra in una comunità e ne rivela le pulsioni peggiori. Josie vive di atmosfera e ambiguità, e lei usa benissimo il proprio volto “familiare” per fare l’opposto: non rassicurare. È un ruolo che dimostra quanto possa essere efficace quando lavora sul mistero, sul non detto, sulla sensualità pericolosa (senza trasformarla in cliché). Non è un titolo per tutti – è lento, sporco, più vicino al thriller psicologico che al “crime da intrattenimento” – ma se cerchi la Turner che sa essere perturbante, qui la trovi.

    Se ti piace il thriller “di atmosfera”, dove il disagio è tutto nei non detti e nelle dinamiche familiari, Stoker (2013) è un ottimo abbinamento per sensualità disturbante e tensione sotterranea. Se invece vuoi restare su un dark psicologico che scava nelle crepe intime e nel veleno relazionale, Sharp Objects (2018) è una discesa più lunga e dolorosa nello stesso tipo di inquietudine.

  • I migliori film e serie TV con Wagner Moura, star di "L'agente segreto"

    I migliori film e serie TV con Wagner Moura, star di "L'agente segreto"

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    “Plata o plomo”. È con questa frase che Wagner Moura si è fatto conoscere dal pubblico internazionale. Era il 2015 e su Netflix era appena uscita la prima stagione di Narcos (2015) in cui l'attore brasiliano interpreta Pablo Escobar. Un successo straordinario, ma solo la punta dell'iceberg di un talento che sta finalmente dando i suoi frutti. Fresco vincitore del Golden Globe e nominato agli Oscar per la sua prova ne L'agente segreto (2025) di Kleber Mendonça Filho, Moura è un artista dal carisma raro. 

    Laureato in giornalismo, antifascista fermo oppositore del governo di Bolsonaro e con un impegno attivo in difesa dei diritti umani, l'attore non si limita a imparare a memoria le sue battute e presentarsi sul set. Lo dimostra anche la sua prima regia, Marighella (2019), dedicata alla figura dell'ex deputato, poeta, guerrigliero e rivoluzionario brasiliano ucciso nel 1969 dalla dittatura militare.

    JustWatch ha stilato una guida ai migliori film e serie TV con l'attore brasiliano.

    Marighella (2019)

    Dopo anni passati davanti alla macchina da presa, nel 2019, Wagner Moura esordisce alla regia con un film dedicato allo scrittore e politico Carlos Marighella. Ambientato nel Brasile del 1969, il titolo si concentra sull'ultima parte della sua vita quando l'uomo, a capo di una resistenza rivoluzionaria contro la dittatura militare, viene screditato agli occhi dell'opinione pubblica e tacciato come terrorista. Sebbene Moura abbia un piccolo ruolo in cui si sente solo la sua voce, la sua presenza si evince da tutte le scelte formali e narrative che fanno del film molto più di un biopic.

    Quella di Marighella è una forma di attivismo civile sotto forma cinematografica che sceglie la strada del realismo mostrando tutta la violenza del regime e la lotta di un uomo, interpretato da Seu Jorge, che ha pagato duramente per ciò in cui credeva. Un film politico di oltre due ore e mezza che bilancia il ritratto umano con quello storico, ponendo una domanda allo spettatore: chi può essere definito terrorista? Se hai apprezzato 4 giorni a settembre (1997) e Io sono ancora qui (2024), non resterai deluso.

    Tropa de Elite - Gli squadroni della morte (2007)

    Con Tropa de Elite - Gli squadroni della morte (2007), José Padilha ci porta nel cuore della favelas di Rio de Janeiro. Lo fa raccontando la preparazione e le operazioni del BOPE, il gruppo d'élite della polizia militare, sullo sfondo della visita di Giovanni Paolo II nel 1997. Wagner Moura è straordinario nel dare vita al Capitano Nascimento, voce narrante del film che spiega come le favelas siano in maggioranza controllate da bande di narcotrafficanti e che tutti i poliziotti hanno davanti a loro tre scelte: farsi corrompere, arrendersi al crimine o combatterlo.

    Quasi 120 minuti caratterizzati da una regia serrata dal taglio semi-documentaristico e dal tono crudo. Una pellicola considerata da molti controversa proprio per le sequenze di torture praticate dalla polizia che si comporta come chi dovrebbe combattere. Ma l'ambiguità dei protagonisti è necessaria anche per far capire meglio il contesto in cui si muovono e operano. Se ti piacciono City of God (2002) o Sicario (2015), non perderti questo film. E se vuoi, puoi anche vedere il suo sequel: Tropa de Elite 2 – In nemico è un altro (2010).

    Civil War (2024)

    Il capolavoro di Alex Garland è ambientato in un futuro non troppo lontano dal nostro in cui gli Stati Uniti sono divisi e devastati da una guerra civile. Una squadra di giornalisti attraversa il Paese con l'obiettivo di intervistare il Presidente prima che venga catturato e deposto. Moura interpreta Joel, uno dei reporter che maschera l'orrore con l'adrenalina e il cinismo. Civil War è un'opera totalizzante che immerge lo spettatore in un racconto violento e sensoriale in cui tutto è amplificato dall'incredibile lavoro fatto sul suono che dà l'impressione di trovarsi sulla scena, tra sparatorie, razzi, sangue e macerie.

    Un film che volutamente non spiega il “perché” o il “come” si sia arrivati politicamente a quel punto, ma mostra con estrema precisione quello che accade quando tutto crolla e la violenza ha preso il sopravvento. Similmente a quanto fatto in Warfare - Tempo di guerra (2025), in un'ora e 49 minuti elimina ogni romanticismo o glorificazione ai conflitti di ogni genere. Una pellicola sulla responsabilità di ognuno di noi di non restare indifferenti.

    Narcos (2015-2017)

    Il ruolo che ha consacrato Wagner Moura al successo internazionale è quello di Pablo Escobar in Narcos. Una serie che racconta l'ascesa e la caduta del signore della droga colombiano, e gli sforzi della DEA per catturarlo. L'interpretazione dell'attore ha dell'impressionante grazie al lavoro fatto sul corpo e sulla lingua. Ingrassato per somigliare maggiormente al narcotrafficante, Moura ha anche imparato lo spagnolo eliminando ogni inflessione di brasiliano così da catturare l'aura di un uomo capace di gesta brutali.

    Ma, paradossalmente, la sua interpretazione riesce a restituire anche una parvenza umana nel rapporto con la moglie e i figli, contrapponendola alla sua natura violenta. È così che, nell'arco delle due stagioni su tre delle quali è protagonista, dà vita a un personaggio tutt'altro che bidimensionale o macchiettistico. Da recuperare se ti hanno affascinato Gomorra – La serie (2014), ZeroZeroZero (2019) o Escobar - Il fascino del male (2014). Inoltre puoi recuperare anche Narcos: Messico (2018) di cui lo stesso Moura ha diretto un paio di episodi della terza stagione.

    L’agente segreto (2025)

    Con L'agente segreto, Kleber Mendonça Filho ha realizzato il suo film più ambizioso. Una storia ambientata nel Brasile del 1977 con protagonista Marcelo, un esperto di tecnologia in fuga. Quando arriva a Recife durante la settimana del carnevale, sperando di ricongiungersi con suo figlio, l'uomo si rende conto che la città non è il rifugio sperato. Un film profondamente politico che ricostruisce il soffocante clima politico di un Paese piegato dalla dittatura militare. Un mostro tentacolare contro cui uomini e donne comuni hanno lottato in forme di resistenza diverse.

    Moura costruisce il suo personaggio alimentandone lentamente e silenziosamente la paranoia. È lui a portare sulle sue spalle i 145 minuti di una pellicola che parla di memoria e della sua assenza costruendo un ponte con il nostro presente. Ma L'agente segreto è anche una lettera d'amore al cinema fatta di omaggi e citazioni – su tutte quella de Lo squalo (1975) - che si intrecciano con generi diversi, dal thriller al noir. Imperdibile se hai amato Bacurau (2019) e La conversazione (1974).

  • Dimentica gli Oscar! Ecco tutti i nominati ai Razzie Awards 2026

    Dimentica gli Oscar! Ecco tutti i nominati ai Razzie Awards 2026

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Una mora di plastica grande come una pallina da golf, montata su una bobina di pellicola super 8 e interamente verniciata d'oro. Valore stimato? Circa 5 dollari. Stiamo parlando del Golden Raspberry Award, simbolo dei meglio conosciuti Razzie Awards, il premio più divertente, temuto e cattivo dell'award season. 

    Quello che celebra il peggio di Hollywood e che, come da tradizione, viene consegnato la notte prima degli Oscar. Quest'anno la sua 46ª edizione si terrà il 14 marzo e vede il remake live-action della Disney Biancaneve (2025) contendersi sei nomination con il film sci-fi La guerra dei mondi (2025).

    A seguire con il maggior numero di candidature i film del 2025 Hurry Up Tomorrow e Star Trek: Section 31 a quota cinque ciascuno e Alarum (2025), Bride Hard (2025) e The Electric State che si fermano a quota tre. Piccola nota a margine: Natalie Portman nello stesso weekend è nominata agli Oscar come produttrice per Arco - Un’amicizia per salvare il futuro (2025) e ai Razzie come attrice per Fountain of Youth - L'eterna giovinezza (2025). Chissà che non si ritrovi con una mora di plastica in una mano e un omino placcato d'oro nell'altro come accadde a Sandra Bullock nel 2010 per A proposito di Steve e The Blind Side.

    JustWatch ha stilato una guida ai film che hanno ottenuto più nomination ai Razzie Awards.

    1. Biancaneve (2025)

    Una rivisitazione in chiave live-action del primo lungometraggio d'animazione Disney, Biancaneve e i sette nani (1937), accolto con così poco entusiasmo da pubblico e critica da portare la casa di Topolino ad accantonare il rifacimento dei loro classici con attori in carne ed ossa per un po'. Le avvisaglie di un destino poco glorioso c'erano già prima dell'uscita, quando la sua protagonista, Rachel Zegler, aveva rilasciato delle dichiarazioni percepite come critiche verso il classico originale. Per non parlare del polverone social scoppiato dopo la diffusione del primo trailer che mostrava i sette nani realizzati con una CGI considerata eccessiva o le voci di un pessimo rapporto tra Zegler e Gal Gadot, nei panni della Regina Cattiva, a causa di visioni politiche distanti.

    Ai Razzie Awards il film ha ottenuto 6 nomination: peggior film, regista, attore non protagonista per i 7 nani, combinazione di attori (sempre per i sette nani), remake e sceneggiatura. Ma se dovessimo trovare un punto a favore del film sarebbe quello di aver tratteggiato, nell'arco di 125 minuti, la figura di una principessa più simile a un leader che combatte contro la tirannia piuttosto che una ragazza in pericolo in attesa dell'intervento salvifico del principe azzurro. Se sei un fan dei live action Disney come Maleficent (2014), prova a dare una chance a Biancaneve.

    2. La guerra dei mondi (2025)

    A pari merito di nomination con il live-action Disney troviamo La guerra dei mondi, settimo adattamento dell'omonimo romanzo di H.G. Wells, candidato come peggio film, regista, attore per Ice Cube, combinazione di attori per Ice Cube e la sua camera su Zoom (!), remake e sceneggiatura. La trama, ancora una volta, si svolge durante un'improvvisa invasione aliena che mette in ginocchio le comunicazioni globali. E, anche in questa trasposizione, c'è una famiglia che deve lottare per ricongiungersi.

    Poco meno di due ore considerate non molto originali e che non aggiungono nuove sfumature al classico di fantascienza da cui è tratto. Ma la sua particolarità risiede nell'aver saputo aggiornare una storia molto conosciuta dal pubblico grazie a una riflessione sulle tecnologie moderne, tra dati rubati, hacker e sistemi di sorveglianza, e una regia che usa la tecnica dello screenlife, spostando l'azione sugli schermi di telefoni e computer sui quali trascorriamo le nostre giornate. Se sei un amante del romanzo e un fan de La guerra dei mondi 3D di Steven Spielberg (2005), dovresti vedere anche questa versione.

    3. Hurry Up Tomorrow (2025)

    Due attori sulla cresta dell'onda come Jenna Ortega e Barry Keoghan, il debutto sul grande schermo di Abel Tesfaye (alias The Weeknd) e un film che accompagna l'uscita dell'album omonimo del cantautore. Non sono bastati questi elementi per salvare Hurry Up Tomorrow da cinque candidature ai Razzie Awards. Il lungometraggio diretto da Trey Edward Shults è stato votato come peggior film, regia, attore per Tesfaye, combo per The Weeknd e “il suo ego colossale” e sceneggiatura. La pellicola racconta la storia di un artista insonne e della sua discesa in un’odissea esistenziale e psichedelica quando la sua vita viene stravolta dalla comparsa di uno sconosciuto misterioso che mette in discussione ogni certezza sulla sua identità.

    Un'ora e mezza considerata da molti più un lungo videoclip che un film data la struttura non lineare della trama e una colonna sonora ridondante. Ma è anche vero che Hurry Up Tomorrow è una riflessione sulla fama e l'isolamento messa in scena con uno sguardo originale da un regista che ha àgi dato prova del suo talento con It Come at Night (2017) e Waves – Le onde della vita (2019). Se hai apprezzato l'audacia di The Idol (2023), non resterai deluso.

    4. Star Trek: Section 31 (2025)

    Neanche franchise “sacri” come quello di Star Trek sono immuni dalle nomination dei Razzie Awards. Star Trek: Section 31 si attesta a quota cinque candidature nelle categorie: peggio film, regia, attrice per Michelle Yeoh, attrice non protagonista per Kacey Rohl e sceneggiatura. Primo titolo pensato per il piccolo schermo del mondo narrativo della serie sci-fi, il film fa parte dell'Expanded Universe creato da Alex Kurtzman ed è lo spin-off di Star Trek: Discovery (2017-2024) ambientato 10 anni prima della serie originale.

    Ritroviamo l'Imperatrice Philippa Georgiou di Yeoh incaricata di proteggere la Federazione dei pianeti uniti come agente della Stazione 31, una divisione segreta della Flotta Stellare. Un totale di 115 minuti che non ha trovato il favore dei fan storici che hanno ritenuto il film troppo action rispetto al tono tipico della saga. Va detto, però, che il film tenta un passo in avanti verso territori più oscuri e ambigui. Non a caso al centro del racconto c'è il conflitto di chi è chiamato ad agire nell'ombra. Da vedere se ti è piaciuto Rogue One: A Star Wars Story (2016).

    5. The Electric State (2025)

    Millie Bobby Brown e Chris Pratt da un lato, i fratelli Russo dall'altro. Nomi amatissimi dal pubblico e protagonisti di film e serie TV più che popolari. Eppure il budget smisurato, l'immaginario visivo di Simon Stålenhag e le star di Hollywood sono cadute sotto il peso dei Razzie Awards che hanno candidato The Electric State come peggior film, regia e sceneggiatura. La storia prende vita in un passato alternativo in cui, dopo una rivolta dei robot, una giovane ragazza orfana attraversa gli Stati Uniti alla ricerca del fratello in compagnia di un androide, un contrabbandiere e la sua spalla.

     Una lunghezza eccessiva e una sceneggiatura ritenuta poco innovativa hanno portato il film a non essere particolarmente applaudito da critica e pubblico. Ma la sua atmosfera retro-futurista e la riflessione sull'intelligenza artificiale in un mondo sempre meno connesso emotivamente, sorreggono il film. Inoltre, la nostalgia evocata dalle immagini create da Stålenhag da sola vale la visione. Per questo motivo se hai amato Tales from the Loop (2020) devi dare una possibilità alla pellicola.

    Nella lista qui sotto trovate l'elenco di tutti i film candidati ai Razzie Awards 2026.

  • "I Peccatori": 5 motivi per cui dovresti guardarlo anche se non ami i film sui vampiri

    "I Peccatori": 5 motivi per cui dovresti guardarlo anche se non ami i film sui vampiri

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Se hai un’allergia preventiva ai denti aguzzi, I Peccatori (2025) è il tipo di film che può guarirti… o almeno farti dimenticare che stai guardando “un film sui vampiri”. Anche perché, in piena awards season, è diventato il titolo-fenomeno degli Oscar 2026: ha appena incassato 16 candidature, record assoluto, e si gioca tutto nella notte del 15 marzo 2026.

    Ma il punto non è la statuetta: è come Coogler usa il soprannaturale. Ambientato nel Mississippi del 1932, dentro una realtà di segregazione, blues e desiderio di riscatto, il film si muove tra period drama, Southern Gothic, musical e horror con una sicurezza rara.

    Quindi sì: ci sono i vampiri. Però sono soprattutto una lente. E se di solito ti annoiano le “regole” del genere, qui troverai un’opera che ragiona più in grande: sul corpo come territorio, sulla comunità come rifugio, sulla musica come rito e sul male come contagio sociale. Non devi amare i vampiri. Devi solo amare il cinema quando decide di fare sul serio e di intrattenere mentre lo fa.

    1. Non è “vampiri e basta”: è un Southern Gothic politico travestito da horror

    Il modo più corretto per entrare ne I Peccatori è pensarlo come un film storico che si lascia infestare. Siamo nel Delta del Mississippi, 1932: Jim Crow, miseria, ferite che non hanno linguaggio. L’orrore soprannaturale non arriva per “fare paura” e stop, ma per dare forma a un male già presente – sistemico, quotidiano, normalizzato. Coogler, come da tradizione per il grande cinema sui vampiri, usa il vampirismo come metafora di potere che succhia, comunità che si difende, identità che si frantuma sotto lo sguardo altrui. Se ti piacciono i film in cui il genere è un cavallo di Troia – pensa a certe vibrazioni da Scappa - Get Out (2017) più che a un classico teen-vampire – qui sei a casa: è un racconto di sopravvivenza e desiderio di autonomia, solo con le ombre più lunghe e i canini più affilati.

    2. Michael B. Jordan in un doppio ruolo

    Anche se non ti interessa la mitologia vampire, I Peccatori si regge su un pilastro molto semplice: Michael B. Jordan fa due personaggi (gemelli) e li rende leggibili senza trucchi da “guarda come sono bravo”. È una prova di controllo: postura, ritmo, magnetismo, microdifferenze emotive che trasformano un’idea potenzialmente gimmick in una relazione viva, piena di attrito e tenerezza. E attorno a lui c’è un cast che funziona come una band: quando la storia si allarga alla comunità – il locale, le alleanze – il film acquista calore e complessità. Non a caso, tra le 16 nomination ci sono anche riconoscimenti importanti per le interpretazioni.

    Se ti piacciono i film “performance-driven” (da Il Petroliere (2007) ai crime drama più carnali), qui trovi quella stessa energia: il soprannaturale è un accelerante, non il centro.

    3. È un film soprattutto sulla musica: blues, rituale, trance 

    Uno dei motivi per cui I Peccatori ti prende anche se non ami l’horror è che spesso sembra giocare in un altro campionato: quello dei film dove la musica non è decorazione, ma motore narrativo. La storia nasce attorno a un juke joint, a un’idea di spazio condiviso dove la comunità può respirare, ballare, esistere e la colonna sonora diventa parte del racconto, non “sottofondo cool”. Questa componente musicale è così centrale che persino la critica l’ha sintetizzata come un mix di grande cinema visivo e “musica che ti entra in corpo”.

    Se di solito i vampiri ti sembrano ripetitivi, qui la variazione è proprio ritmica: il film sa essere sensuale, febbrile, quasi ipnotico. E il risultato è che guardi le scene come guarderesti un numero live: tensione, sudore, rischio. Non serve amare i vampiri; basta amare quando un film suona. Del resto, parliamo del compositore Premio Oscar Ludwig Göransson.

    4. Per cinefili: fotografia e artigianato da grande cinema

    C’è un piacere molto concreto in I Peccatori: quello di vedere un blockbuster che tratta l’immagine come materia viva. La fotografia (firmata da Autumn Durald Arkapaw) non cerca solo “atmosfera”: costruisce un’America notturna, umida, carnale, dove la luce sembra sempre sul punto di spegnersi o incendiare tutto. Anche gli Oscar l’hanno notato: tra le nomination ci sono categorie tecniche di peso, e il film è diventato un caso proprio perché dimostra che l’horror può competere sul terreno del “prestige craft”.

    Se ti attirano i period drama sporchi, i dettagli di costumi e scenografie che raccontano classe e violenza senza spiegoni, qui hai pane per i denti. È cinema che si guarda anche “in silenzio”, per come compone, per come muove la macchina, per come fa respirare gli spazi prima ancora di morderti.

    5. È un crowd-pleaser intelligente: ti intrattiene, ma non ti tratta da scemo

    Il pregiudizio anti-vampiri spesso nasce da un sospetto: “sarà l’ennesima storia con regole, clan, lore, romanticherie”. I Peccatori evita la trappola perché è prima di tutto un film popolare nel senso migliore: ha energia, suspense, set-piece, e una progressione che non si impantana nel manuale di mitologia. E allo stesso tempo è un titolo con una ricezione critica impressionante (anche a livello di consenso) e una corsa agli Oscar che lo ha trasformato nel film da recuperare adesso, mentre tutti ne discutono e prima del 15 marzo 2026.

    Se vuoi una bussola: non è “un film di vampiri” da guardare perché ci sono i vampiri, ma un film da guardare perché è Ryan Coogler che usa il genere per fare spettacolo e discorso insieme. E quando succede, anche chi odia i canini finisce per restare fino ai titoli di coda.

  • Le 10 migliori serie TV basate su podcast (che dovresti ascoltare!)

    Le 10 migliori serie TV basate su podcast (che dovresti ascoltare!)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    I podcast sono diventati la miniera d’oro delle serie TV per un motivo semplice: arrivano già “montati” come storia. Hanno ritmo, cliffhanger, una voce narrante che guida, e soprattutto un vantaggio enorme: ti fanno immaginare. Quando poi passi allo schermo, il gioco cambia perché la serie deve decidere che volto dare a ciò che il podcast ti aveva lasciato in ombra. Il bello, però, è che qui non si tratta di scegliere tra “audio o video”: spesso funzionano meglio insieme, in modi diversi.

    Regola pratica:

    • Ascolta prima se vuoi la versione più essenziale e suggestiva (specie nei fiction e negli horror).

    • Guarda prima se temi spoiler o se preferisci entrare con i volti/ambienti già “fissati”.

    • Fai le due cose in parallelo se ti piace confrontare cosa cambia (personaggi fusi, finali rivisti, focus spostati).

    Qui sotto trovi 10 titoli che dimostrano quanto l’adattamento da podcast sappia essere versatile: dal thriller psicologico alla commedia improv, passando per true crime e “disastri” aziendali raccontati come tragedie moderne.

    1. Homecoming (2018–2020)

    È il caso scuola: un podcast fiction che diventa serie prestige senza perdere l’aura di paranoia. Homecoming parte come mistero psicologico (una struttura di “testimonianze” e conversazioni registrate) e sullo schermo diventa un puzzle elegante e inquieto, con una regia che trasforma il dettaglio in minaccia. Se ascolti il podcast prima, ti godi il brivido “radiofonico” e la costruzione a strati; se guardi prima, apprezzi come la serie giochi con l’immagine per suggerirti che qualcuno sta sempre osservando. Il consiglio: fai entrambe le cose, ma non troppo distanti. È uno di quei rari adattamenti in cui audio e video si potenziano.

    2. Archive 81 (2022)

    Archive 81 è l’horror perfetto per chi ama l’idea del “materiale ritrovato”: nastri, archivi, immagini che dovrebbero essere morte e invece ti guardano indietro. La serie Netflix è ispirata al podcast omonimo e funziona perché ha un centro fortissimo: il fascino tossico dell’indagine che diventa ossessione. Ascoltare il podcast prima è quasi un cheat code: ti abitui al linguaggio sonoro (fruscii, voci, distorsioni) e poi la serie ti colpisce quando rende visibili gli stessi incubi. Anche se è una visione “one season”, resta un ottimo esempio di come un podcast horror possa essere adattato senza perdere atmosfera.

    3. Lore (2017–2018)

    Qui l’adattamento fa una scelta interessante: non “serializza” una trama, ma porta in TV la struttura antologica del podcast, mischiando narrazione, ricostruzioni e documentario. Lore è l’ideale se ami l’horror come folklore: storie vere (o verosimili) che spiegano perché certe paure resistono nel tempo. Una sorta di lavoro tra l’antropologia e la romanticizzazione di alcune storie. Ascoltare il podcast è praticamente parte dell’esperienza: la voce e il ritmo dell’audio rendono le storie più “da falò”, mentre la serie aggiunge immaginario e mood. È un titolo da vedere a piccoli morsi, magari alternando episodio e puntata audio corrispondente.

    4. Veleno (2021)

    Veleno nasce direttamente dal podcast omonimo di Pablo Trincia (e dal lavoro d’inchiesta che lo accompagna) e lo traduce in una docuserie tesa, dolorosa e chiarissima. Al centro c’è il caso dei cosiddetti “diavoli della Bassa modenese”, una storia in cui panico morale, istituzioni, comunità e media si intrecciano fino a diventare un labirinto: più vai avanti, più la domanda non è solo “cos’è successo?”, ma “come è potuto succedere?”. Il podcast resta la versione più immersiva e investigativa (da ascoltare se vuoi i dettagli e la progressione), mentre la serie è ideale se preferisci vedere volti, luoghi e documenti prendere forma. E proprio qui sta la forza del doppio formato: l’audio ti fa sentire il peso dell’accumulo, la gradualità con cui un caso diventa narrazione collettiva; la docuserie, invece, ti mette davanti l’impatto concreto delle scelte e delle conseguenze, rendendo quasi impossibile “astrarre” la vicenda. Guardarli entrambi (in qualsiasi ordine) non è ridondante: è un modo per capire come la stessa storia cambi quando passa dalla ricostruzione alla testimonianza visiva.

    5. Limetown (2019)

    Mistero sci-fi costruito come un’inchiesta giornalistica: una città sperimentale, 300 persone scomparse, e una reporter che scava finché la verità non diventa pericolosa. Limetown nasce come podcast e in TV mantiene quell’ossessione da “indagine che ti mangia la vita”, anche se la resa divide (proprio perché il podcast aveva un vantaggio: potevi riempire i vuoti con l’immaginazione che, si sa, spesso supera qualsiasi altra cosa, soprattutto quando si parla di suggestione). Se ti piace l’idea, un buon metodo è: ascolta prima per vivere il mistero “a orecchio”, poi guarda per confrontare cosa viene concretizzato e cosa perde potenza.

    6. Dirty John (2018–2020)

    Uno dei true crime più “televisivi” già in partenza: una relazione che sembra romantica e diventa un manuale sul controllo, la manipolazione e i segnali rossi ignorati. Dirty John è basata sul podcast dei Los Angeles Times, e funziona perché non si limita al caso: mette al centro la psicologia del raggiro e le dinamiche familiari (chi vede, chi non vuole vedere, chi paga il prezzo). Ascoltare il podcast prima aumenta la rabbia – perché la cronaca lì è più asciutta, focalizzata ma, soprattutto, più spietata – mentre la serie punta un po’ di più verso la “drammatizzazione” emotiva.

    7. Dr. Death (2021–2023)

    True crime che sembra horror clinico: un chirurgo, un sistema che non lo ferma, e un numero di vittime che ti resta addosso. Dr. Death è basata sul podcast Wondery e in TV diventa un’antologia che racconta casi diversi stagione dopo stagione. È il tipo di storia dove l’audio spesso è ancora più efficace, perché lavora sull’accumulo di dettagli e sulla sensazione di impotenza; la serie invece rende tutto più “dramma”, con facce e scene che ti schiacciano. Se vuoi massimizzare l’impatto, fai così: ascolta una o due puntate del podcast, poi passa alla serie quando sei già dentro l’incubo.

    8. The Dropout (2022)

    È una storia perfetta per l’era startup: ambizione, performance, truffa e un personaggio (Elizabeth Holmes) costruito come un brand vivente. La serie Hulu, The Dropout, è basata sul podcast ABC News omonimo, e il divertimento – amaro – sta nel vedere come la narrazione cambi medium: il podcast è inchiesta; la serie è tragedia di costume, con la recitazione che mostra l’auto-mito in tempo reale. Se ascolti prima, arrivi già armato di contesto e ti godi meglio i dettagli; se guardi prima, poi l’audio ti fa venire voglia di “capire cosa è successo davvero”. In più, la versione TV rende palpabile la “messa in scena” quotidiana: il modo in cui una voce, un look, una postura diventano strumenti di potere e di persuasione. E quando ti accorgi di quanto tutto sia stato, prima ancora che un’azienda, un racconto venduto bene, il passaggio al podcast diventa quasi inevitabile: per separare la performance dai fatti.

    9. The Shrink Next Door (2021)

    La premessa di The Shrink Next Door è agghiacciante proprio perché quotidiana: un terapeuta che, invece di curarti, ti colonizza. Basata sul podcast Wondery, la serie Apple TV+ trasforma una storia di abuso psicologico in una dark comedy dolorosa, dove ridi e poi ti senti in colpa per aver riso. Il podcast qui è quasi “necessario”, perché ti restituisce la realtà nuda del caso e ti fa capire quanto certi confini possano essere erosi lentamente, senza scene clamorose. La serie, invece, lavora sulla messa in scena della dipendenza emotiva. E la cosa più disturbante è proprio la gradualità: non c’è un singolo momento “evidente”, ma una somma di micro-invadenze che diventano normalità, finché ti accorgi che il protagonista non ha più un perimetro. Per questo ascoltare il podcast dopo (o in parallelo) è utile: ti rimette addosso la dimensione fattuale e ti fa vedere quanto l’assurdo, in questa storia, sia stato incredibilmente ordinario.

    10. WeCrashed (2022)

    Adattamento diretto del podcast Wondery sulla caduta di WeWork: una storia aziendale che, raccontata bene, diventa quasi una saga religiosa – carisma, culto della personalità, soldi facili e una realtà che si sbriciola. La serie WeCrashed è molto “performance-driven” (e volutamente sopra le righe), mentre il podcast è più compatto e informativo: sentirlo prima ti chiarisce i fatti, poi la serie diventa lo spettacolo del delirio. Se invece guardi prima, l’audio ti fa rimettere ordine e ti mostra quanto era fragile (e assurdo) il castello. Il contrasto è parte del piacere: la serie enfatizza l’euforia e l’intossicazione collettiva – l’idea che tutto sia possibile, finché non lo è più – mentre il podcast ti fa seguire passo passo le crepe, le contraddizioni e i segnali ignorati. In pratica, uno ti fa sentire la seduzione del sogno, l’altro ti spiega con precisione come quel sogno sia stato venduto (e perché, alla fine, non poteva reggere).

  • “La rivincita delle bionde”: tutti i film e le serie TV del franchise in ordine di uscita

    “La rivincita delle bionde”: tutti i film e le serie TV del franchise in ordine di uscita

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Nel 2023 Barbie di Greta Gerwig e il suo tripudio di rosa sono stati accolti da molti come un film femminista che affrontava tematiche come gli stereotipi di genere, il patriarcato e la ricerca dell'identità con un taglio pop e d'intrattenimento. Ma oltre 20 anni prima c'è stato un altro film, La rivincita delle bionde, a ricordarci come lunghi capelli biondi e vestiti color chewing gum non fossero un sinonimo di frivolezza vuota.

    La sua protagonista, Elle Woods, al tempo interpretata da Reese Witherspoon, dimostrava il suo valore nelle aule di un tribunale smontando cliché, tra sorrisi e tacchi alti. Ora la sua storia sta per tornare, questa volta sul piccolo schermo, in Elle. Un prequel con protagonista Lexi Minetree in cui vedremo la protagonista tra i banchi del liceo. L'alba di un percorso di crescita che ha fatto del franchise un fenomeno pop, mostrando a bambine, ragazze e donne di tutto il mondo che essere se stesse è la più grande forma di emancipazione possibile.

    Su JustWatch trovate la guida a tutti i film con Elle Woods in ordine di uscita.

    La rivincita delle bionde (2001)

    Sovvertire lo stereotipo e far ridere nel mentre. Potremmo sintetizzare così il cuore de La rivincita delle bionde in cui i tratti della commedia leggera e quelli del manifesto di empowerment convivono in piena armonia. La protagonista è Elle Woods, giovane ragazza la cui personale Bibbia è Cosmopolitan. Dopo essere stata lasciata dal fidanzato perché "troppo bionda" per le sue ambizioni politiche, Elle si iscrive alla scuola di legge di Harvard per dimostrare il suo valore portando con sé il suo chihuahua Bruiser e un guardaroba di tutte le tonalità del rosa.

    Reese Witherspoon è perfetta nel ruolo della protagonista. La sua vivacità naturale è il carburante che permette al personaggio di farsi strada in un mondo che la giudica per il suo aspetto. Ma il film ci ricorda che non dobbiamo rinunciare a chi siamo e ciò che amiamo per poter essere presi sul serio nella vita. Che sia una relazione o un'arringa in tribunale. Un'ora e 36 minuti di battute cult, accettazione, solidarietà femminile e outfit impeccabili. Da vedere se ti piacciono le commedie degli anni 2000 come Mean Girls (2004).

    Una bionda in carriera (2003)

    In Una bionda in carriera, tra completi degni di Jacqueline Kennedy e proposte di legge contro i test cosmetici sugli animali, Elle Woods lascia Boston per Washington D.C. scontrandosi con i meccanismi ambigui della politica. Un sequel di 95 minuti che mantiene intatta la freschezza e determinazione della sua protagonista ancora una volta alle prese con un ambiente che la guarda dall'alto in basso.

    Solo che qui la posta in gioco si alza, spostando l'azione dai corridoi universitari a quelli di Capitol Hill. Lobby, burocrazia, cospirazioni. Elle, sempre interpretata da Witherspoon, si scontra con un mondo spietato in cui il suo attivismo civile deve superare diverse prove. Ma, come per La rivincita delle bionde, anche qui non manca un messaggio dal valore universale: continuare a far sentire la propria voce, scegliendo la gentilezza come arma. Se ti è piaciuto Il Diavolo veste Prada (2006), devi dare una chance anche a questo sequel.

    Ufficialmente bionde (2009)

    Sarebbe dovuta essere una serie TV, invece Ufficialmente bionde è diventato il terzo capitolo del franchise nonché suo spin-off. Prodotto da Reese Witherspoon, il film segue le cugine inglesi di Elle Woods, Annie (Camilla Rosso) e Izzy (Rebecca Rosso), alle prese con un trasferimento in California dove dovranno frequentare una rigida scuola privata in cui vige l'obbligo di indossare l'uniforme. Inutile dire che troveranno il modo di esprimere comunque il loro amore per la moda.

    Sebbene non abbia la forza travolgente dei primi due film, questo spin-off ha il merito di spostare l'attenzione verso un pubblico più giovane – stessa cosa che farà anche il prequel Elle – parlando di tematiche come il bullismo, il legame tra sorelle e l'amicizia. Un film perfetto per chi cerca un intrattenimento semplice e spensierato racchiuso in 86 minuti. Da recuperare se sei fan di Ragazze a Beverly Hills (1995).

    Elle (2026)

    Il 1° luglio debutterà Elle, serie prequel (di cui è già stata confermata una seconda stagione) che seguirà la protagonista durante gli anni del liceo negli anni '90. La vedremo alle prese con le esperienze che l'hanno resa l’iconica giovane donna che abbiamo conosciuto nel film del 2001. “Venticinque anni dopo che il mondo l’ha conosciuta per la prima volta, poter condividere la storia di come Elle Woods è diventata la forza inarrestabile di cui tutti ci siamo innamorati è un sogno che si avvera”, ha dichiarato Reese Witherspoon che dello show è produttrice esecutiva.

    “Scoprire Lexi Minetree e vederla vestire i (favolosi) panni di Elle è stata una delle esperienze più gratificanti della mia carriera. Penso che i temi della nostra serie, ovvero gentilezza, autenticità e fiducia in sé stessi, toccheranno profondamente sia i fan dei film originali che il nuovo pubblico”. Un coming of age creato da Laura Kittrell che vedrà protagonisti anche June Diane Raphael, Tom Everett Scott, Gabrielle Policano, Jacob Moskovitz, Chandler Kinney e Zac Looker. Restando in zona icone, se hai amato scoprire l'adolescenza di Carrie Bradshow ne Il diario di Carrie (2013-2014), siamo sicuri che adorerai questo prequel.

  • “American Pie”: tutti i film del franchise in ordine di uscita

    “American Pie”: tutti i film del franchise in ordine di uscita

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Era il lontano 1999 quando Paul Weitz e Chris Weitz, su sceneggiatura di Adam Herz, tirarono fuori - segnando di fatto il cinema del nuovo Millennio - una sboccata, scurrile e irresistibile commedia teen. Senza dubbio, American Pie, tutt’ora, è uno dei film più rappresentativi per i Millennials. Protagonisti, un gruppo di ragazzotti in piena tempesta ormonale tra torte, feste, musica, incubi e sogni.

    Perché dietro la leggerezza, la saga con protagonista Jason Biggs è un ritratto appassionato di un’intera generazione indecisa se crescere oppure no. Altri tre film ufficiali, oltre a ben cinque spin-off che hanno espanso l’universo. Un viaggio assurdo, divertente, sexy e comico entrato nell’immaginario attraverso personaggi e frasi culti. Un viaggio che, ripercorso oggi, suscita anche una certa malinconia.

    Se volete divertirvi con i ragazzi di American Pie, JustWatch ha stilato una lista in ordine di uscita con tutti i film della saga.

    1. American Pie (1999)

    Dal genio di Paul Weitz e Chris Weitz, un film che ha segnato un’epoca. La trama - semplice ed efficace - ruota attorno a quattro amici del liceo che stringono un patto: perdere la verginità prima del diploma, dando vita a una serie di situazioni imbarazzanti e spesso fuori controllo. American Pie, oltre lo scorretto e lo scurrile, ha ridefinito la commedia adolescenziale di fine anni Novanta, mescolando volgarità esplicita, ingenuità emotiva e un sorprendente senso di amicizia.

    I personaggi, pur caricaturali, risultano tuttora riconoscibili: insicurezze, vulnerabilità, indecisioni. Se l’umorismo nasce tanto dal sesso quanto dalla goffaggine con cui viene affrontato, il 96 minuti American Pie va ben oltre le gag, diventando un racconto preciso sul passaggio all’età adulta e sulle ansie legate alla crescita. E poi il cast - da Jason Biggs a Chris Klein, da Alyson Hannigan a Natasha Lyonne - composto da attori e attrici diventati nostri amici. Senza dimenticare la colonna sonora tra Blink-182, Third Eye Blind e Matt Nathanson. Da vedere subito se ti è piaciuto Su×bad: 3 menti sopra il pelo (2007).

    2. American Pie 2 (2001)

    Il cambio di regia si sente, ma le vibrazioni restano le stesse. In questo secondo capitolo ritroviamo tutti i protagonisti durante un’estate in una casa sul lago, dove tentano di dimostrare di essere più maturi rispetto agli anni del liceo. Più sboccato e più corale, American Pie 2 dà maggiore spazio alle dinamiche di amicizia e alle relazioni sentimentali, senza rinunciare all’umorismo spinto che aveva decretato il successo del film del ‘99.

    Se tutto è più eccessivo, complice il tono estivo, irrompe in scena un elemento decisivo: la nostalgia, sottolineando l'adolescenza che sta finendo. Pur risultando meno sorprendente dell’originale, il film di James B. Rogers riesce a sviluppare i personaggi lungo l’ora e 40 di montaggio, mostrando una crescita emotiva sempre credibile. Un capitolo che consolida la saga. E sì, non può mancare l’ormai mitica Mamma di Stifler. Se ti sei divertito con Project X - Una festa che spacca (2012) non resisterai ad American Pie 2.

    3. American Pie - Il matrimonio (2003)

    Il capitolo della “maturità”, diretto questa volta da Jesse Dylan. Lo dice il titolo: la trama si concentra sul matrimonio di Jim e Michelle, evento che riunisce il gruppo originale e crea nuove tensioni comiche, soprattutto a causa dell’incontenibile Stifler. Il terzo film del franchise, anch’esso da un’ora e mezza di durata, sposta l’attenzione dall’adolescenza all’età adulta, mantenendo però uno spirito irriverente e sempre sopra le righe.

    Le caratteristiche più evidenti sono l’umorismo più cinico e una comicità spesso affidata agli eccessi di Stifler - con una scena disgustosa entrata nell’immaginario collettivo -, che diventa il vero motore narrativo. L’assenza di alcuni personaggi storici si fa sentire, ma il film compensa con situazioni paradossali, chiudendo idealmente un ciclo entrato nella storia del cinema americano. Matrimoni e risate in stile I Gattoni (2001) sono di tuo gradimento? American Pie - Il Matrimonio è il film per te.

    4. American Pie Presents: Band Camp (2005)

    Dal grande schermo al piccolo schermo. Primo spin-off direct-to-video che segue Matt Stifler (Tad Hilgenbrink), fratello minore del celebre Steve, mandato in un campo musicale come punizione. La trama è semplice e ruota attorno ai suoi tentativi di portare il caos tipico del cognome Stifler in un ambiente apparentemente disciplinato - riprendendo certi spunti del primo capitolo.

    Le caratteristiche della saga ci sono, ma è tutto più grossolano, optando per una produzione chiaramente televisiva. Pur introducendo nuovi personaggi, il film dalla durata di 87 minuti si affida quasi esclusivamente al marchio American Pie, reso vivo da una delle figure più amate del franchise: Noah Levenstein, interpretato da Eugene Levy. Da recuperare se ti sei divertito con le vacanze assurde di EuroTrip (2004).

    5. American Pie Presents: Nudi alla meta (2006)

    Altro spin-off a rimpolpare il viaggio generazione di American Pie. Questa volta la storia ruota attorno a Erik (John White) un altro cugino degli Stifler che partecipa a una tradizione universitaria segreta chiamata “miglio nudo”. Umorismo che punta alla gag e una trama che vede di nuovo la sfida alla verginità, tra imprevisti, video hard e sbronze.

    Se le caratteristiche principali risultano esasperate e puntano alla volgarità, American Pie: Nudi alla meta mantiene tuttavia in risalto il filo del franchise, divenendo anche uno dei capitoli più citazionisti: diversi gli omaggi, da The Blues Brothers (1980) ad Apocalypse Now (1979). Anche qui, nel corso dell’ora e mezza, spunta l’immancabile presenza di Eugene Levy, assoluto trait d'union. Da vedere se hai apprezzato le sfide estreme e le risate garantite di Frat Party (2009).

    6. American Pie Presents: Beta House (2007)

    Lo si capisce dal titolo, l’ambientazione universitaria diventa centrale in American Pie: Beta House di Andrew Waller. Non più l’ambiente liceale, quindi, con una guerra tra confraternite che coinvolge ancora una volta Erik Stifler, diventato grande. In 85 minuti - ma c’è anche una versione non censurata da 95 -, la trama segue la rivalità tra studenti “ribelli” e un’organizzazione più rigida e moralista. Le caratteristiche del film includono un umorismo goliardico e una celebrazione della vita universitaria senza filtri.

    A differenza di altri spin-off, Beta House tenta di costruire un minimo di continuità narrativa e di gruppo. Un prodotto leggero e prevedibile, ma forse più coeso e divertente rispetto ad altri capitoli spin-off anche per merito del cast in continuità con Nudi alla meta: John White, Steve Talley, Christopher McDonald e il totem Eugene Levy. Dopo averlo visto, ti verrà voglia di andare - o tornare - all’università. Forse. Se cerchi risate “universitarie” come in College (2008), guarda Beta House.

    7. American Pie Presents: Il manuale del sesso (2009)

    A dieci anni da American Pie, una (ri)partenza che torna a citare un elemento cardine del primo capitolo: tre studenti trovano il leggendario “libro dell’amore”, appartenuto ai protagonisti originali. Cercheranno di usarlo per migliorare la propria vita sessuale. Il film gioca sul collegamento nostalgico con il primo American Pie, richiamando temi e situazioni già viste.

    Un tono più romantico e meno aggressivo, pur mantenendo elementi di comicità sessuale (basti pensare alla prima scena). Tuttavia, la mancanza di personaggi forti limita l’impatto. Certo, c’è un’idea interessante e diversi momenti riusciio, e se l’ora e mezza di montaggio fatica a coinvolgere totalmente, la colonna sonora torna ai fasti del passato. Brani di Katy Perry, Elliot Smith e Fall Out Boy danno il ritmo giusto. Se tra i tuoi film preferiti c’è Maial College (2002), vedi American Pie: Il Manuale del Sesso.

    8. American Pie: ancora insieme (2012)

    Anni dopo, riecco i nostri amici. Quelli veri, quelli che ci hanno “formato”. Li ritroviamo tutti, tornati a casa per una rimpatriata del liceo, confrontandosi con vite adulte lontane dalle aspettative giovanili. Si punta sulla nostalgia e sul confronto tra ciò che si sognava di essere e ciò che si è diventati. Jim e Michelle sono sposati e hanno un figlio, Kevin e Vicky si sono lasciati, Finch ha viaggiato in tutto il mondo e Stifler è rimasto - quasi - lo stesso.

    Malinconia, bilanci, amicizie perse e ritrovate, anche se non manca certo la comicità che richiama il passato della saga. American Pie: ancora insieme cerca di parlare a un pubblico cresciuto insieme ai personaggi, affrontando temi come il fallimento, il matrimonio e il tempo che passa. Il capitolo più lungo della saga: quasi due ore. Una chiusura affettuosa e commovente. O, forse, una nuova ripartenza? Anche tu non vuoi crescere come i protagonisti di Un weekend da bamboccioni (2010)? Rivedi - e commuoviti - con la reunion di American Pie.

    9. American Pie Presents: Girls’ Rules (2020)

    Chi lo dice che la saga di American Pie è maschile? American Pie Presents: Girls’ Rules, quinto spin-off, ribalta il punto di vista concentrandosi su un gruppo di ragazze del liceo che decidono di prendere il controllo della propria vita sentimentale. La trama segue il loro patto e le conseguenze delle scelte, aggiornando in un’ora e mezza la saga a una sensibilità più moderna, ma non meno comica.

    Troviamo qui un umorismo meno maschilista per un tentativo di reinterpretare lo spirito originale in chiave femminile. Una sceneggiatura più inclusiva, tuttavia legata a una comicità semplice e diretta. Un’idea di base interessante, anche se non sempre il film riesce a rinnovare davvero il marchio American Pie. Se il tuo cult è Mean Girls (2004), guarda American Pie Presents: Girls’ Rules.

  • Da "Cime Tempestose" a “Moulin Rouge”: film e serie TV che ignorano l'accuratezza storica (e perché va bene così!)

    Da "Cime Tempestose" a “Moulin Rouge”: film e serie TV che ignorano l'accuratezza storica (e perché va bene così!)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    L'aereo in Troy (2004), la tazza di caffè di Starbucks ne Il trono di spade (2011-2019), il kilt di Braveheart – Cuore impavido (1995), l'antenna televisiva in Downton Abbey (2010-2015), il pollice alzato de Il gladiatore (2000). Tutti errori involontari scovati dagli spettatori più attenti ai quali nessuno in fase di scrittura o sul set ha fatto caso. 

    Si tratta di sviste non volute all'interno di storie ambientate in altre epoche o in mondi immaginari. Ma poi c'è anche tutto un cinema che ha scelto deliberatamente di inserire elementi – dai costumi alla colonna sonora passando per linguaggio e rivoluzioni storiche – che andassero a creare un contrasto voluto con quella che è l'accuratezza del periodo portato sul grande o piccolo schermo. Una scelta dettata da esigenze narrative differenti che, spesso, ne ha decretato il successo e il favore del pubblico. Oltre a una serie di critiche da parte di puristi intransigenti. Ne sono un ultimo esempio le armature in The Odyssey (2026) o i costumi di Cime tempestose (2026).

    Su JustWatch trovate una lista dei film e delle serie TV più rappresentativi dei titoli che hanno deciso di ignorare l'accuratezza storica.

    1. Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996)

    Pistole al posto delle spade, Verona Beach invece che la città del nord Italia, gli anni '90 a sostituire il Rinascimento, faide tra gang al posto di rivalità tra nobili famiglie. In Romeo + Giulietta di William Shakespeare, Baz Luhrmann prende il classico del Bardo e ci regala un adattamento post moderno della storia d'amore tragica tra il Montecchi con il volto di Leonardo DiCaprio e la Capuleti con quello di Claire Danes. L'anacronismo storico è presente in ogni aspetto del film, dall'ambientazione ai costumi passando per le armi e alcuni dettagli dell'opera originale.

    Un tripudio di pop, colori saturi, energia vorticosa, luci al neon, camicie hawaiane sgargianti, anfetamine, glitter, crocifissi e violenza. Il regista australiano mescola sacro e profano in un film che, seppur tradendo, resta fedele alla tragedia di Shakespeare sia nel testo che nell'animo. L'amore totalizzante e sfortunato tra Romeo e Giulietta resta immutato, ma viene “tradotto” per la Generazione X cresciuta con MTV. Non a caso la colonna sonora mescola i Garbage con Des'ree e i The Cardigans con i Radiohead. Una trasposizione moderna che (di)mostra come si può stravolgere un'opera classica senza snaturarne la potenza e il messaggio.

    2. Il destino di un cavaliere (2001)

    L'ambientazione è medievale, ma l'atmosfera de Il destino di un cavaliere è decisamente moderna. La storia è quella di uno scudiero di umili origini con il volto di Heath Ledger che decide di assumere l'identità del suo defunto padrone per competere nei tornei di giostra medievali. Di pellicole ambientate tra araldi, armature, lance e castelli ne abbiamo viste a decine. Così Brian Helgeland ha deciso di scrivere e dirigere un film che avesse tutti questi elementi, ma li calasse in un contesto moderno. Come se non bastasse, la sceneggiatura sceglie anche di inserire nel film persone realmente esistite come Geoffrey Chaucer ed Edoardo il Principe Nero del Galles, ma calati in una storia di fantasia.

    Con riferimenti al simbolo della Nike e al look dei Rolling Stones, la pellicola è un vero inno all'anacronismo in virtù di un intrattenimento sfacciato e leggero. Dalle armature stilizzate in modo moderno ai dread biondi di Heath Ledger passando per trucco e acconciature anni '90, un linguaggio e comportamenti sociali tutt'altro che medievali, il film accorcia le distanze temporali concedendosi più di una licenza. Una nota a parte la merita la colonna sonora. Un tripudio di sonorità anni '70 e '80 che spazia da David Bowie a Eric Clapton con tanto di We Will Rock You dei Queen scelta per accompagnare il primo torneo del protagonista.

    3. Moulin Rouge! (2001)

    Dopo Romeo + Giulietta di William Shakespeare, Baz Luhrmann ci ha stupiti con Moulin Rouge!, un altro grande film che giustappone la Belle Époque con una miriade di elementi che nulla hanno a che vedere con la Parigi di inizio '900. La storia è quella di un giovane poeta inglese (Ewan McGregor) che si innamora di una bellissima ballerina e cortigiana del celebre locale parigino (Nicole Kidman). Una pellicola in cui convivono il musical hollywoodiano con il vaudeville, il cabaret con le opere di Puccini e Verdi, la tragedia greca con i film di Bollywood insieme ad alcune delle più grandi canzoni pop e rock di sempre. Tutto frullato in un unico film che ha fatto storia.

    Un'opera postmoderna che cattura lo spirito bohémien dell'epoca mentre omaggia il musical e chiude la trilogia Red Curtain iniziata dal regista nel 1992 con Stricly Ballroom e proseguita con la rivisitazione della tragedia di Shakespeare. Quello di Moulin Rouge! è un tripudio di colori e musiche in un remix caleidoscopico in cui The Sound of Music convive con Lady Marmalade, Diamonds Are a Girl's Best Friend con Smells Like Teen Spirit, Children of the Revolution con Your Song. Perché il cinema è un'arte magica che può contenerle tutte.

    4. Marie Antoinette (2006)

    Vivaldi e i The Strokes, Scarlatti e i New Order. Scarpe settecentesche in seta con fibbie e Converse All Star lilla, champagne e macarones. È la Versailles pop immaginata da Sofia Coppola in Marie Antoinette. Un film dove la mancanza di accuratezza storica riflette il percorso narrativo della regista che, dopo Il giardino delle vergini suicide (1999) e Lost in Translation – L'amore tradotto (2003), sceglie di tornare a parlare di giovani donne inascoltate e isolate. Questa volta partendo dalla biografia di Antonia Fraser, Marie Antoinette: The Journey, per raccontare la storia di un'adolescente che divenne l'ultima regina di Francia.

    “Non è una lezione di storia. È un'interpretazione documentata, ma guidata dal mio desiderio di affrontare l'argomento in modo diverso”, spiegava Coppola all'uscita del film. “Il mio obiettivo era catturare nel design il modo in cui immaginavo l'essenza dello spirito di Maria Antonietta. Quindi i colori pastello del film, la sua atmosfera e la musica adolescenziale riflettono e sono tutti pensati per evocare il modo in cui vedevo quel mondo dalla sua prospettiva”. Una sorta di diario in immagini di un'adolescente moderna sempre in mostra eppure sola che si abbandona ai vizi e allo shopping (sulle note di I Want Candy) come qualsiasi altra ragazzina della sua età.

    5. Dickinson (2019-2021)

    Vestita quasi sempre di bianco e reclusa nella casa paterna a scrivere poesie. Ecco, ora prendete l'immagine che ci è sempre stata tramandata di Emily Dickinson e accantonatela. La serie TV con Hailee Steinfeld nei panni della poetessa americana ce ne regala un ritratto moderno e ribelle. Un giovane ragazza del Massachusetts del XIX secolo, innamorata della sua migliore amica che partecipa a feste, usa un linguaggio contemporaneo e ha delle visioni della Morte con il volto del rapper Wiz Khalifa.

    Con Dickinson l'accuratezza storica è messa da parte – nonostante a fare da sfondo alla vicenda ci sia la guerra civile - per fare spazio a un ritratto femminile le cui ansie e aspirazioni sono molto simili a quelle delle coetanee della Gen Z (similmente a quanto fa The Buccaneers, 2023, con l'epoca vittoriana). Una scelta narrativa precisa che avvicina due mondi altrimenti lontanissimi tra di loro. È come se Emily e gli altri personaggi fossero calati in un ambientazione storica, ma ignorassero deliberatamente ogni etichetta ottocentesca. Lo dimostra anche la scelta musicale alla base della serie che alterna A$AP Rocky, Mitski, Lizzo e Andrew Applepie. Non stupitevi se vedrete i protagonisti in pomposi abiti ottocenteschi impegnati a twerkare.

    6. Bridgerton (2020)

    Abiti stile impero, etichetta sociale, colletti alti, movimenti aggraziati, tè, corse dei cavalli. L'epoca della Reggenza inglese è stata così ben rappresentata tra romanzi e film che non sembra poi così lontana nel tempo. Ma c'è chi l'Inghilterra di inizio '800 ha scelto di reinventarla come una società pastello multiculturale, piena di fiori e dolcetti, in cui non esiste il razzismo e dove i monarchi e i nobili britannici sono anche neri, mulatti o asiatici. Si tratta di Bridgerton, la serie prodotta da Shondaland e ispirata ai romanzi di Julia Quinn.

    La trama ruota attorno alla nobile famiglia che dà il titolo allo show e alle varie stagioni sociali in cui ognuno degli otto fratelli e sorelle protagonisti cerca moglie o marito. Un racconto inclusivo, con personaggi apertamente queer in cui il rigore del periodo storico lascia il posto a un'atmosfera sognante, sensuale e romantica In più, se farete attenzione, potrete ascoltare dei brani pop di star come Taylor Swift o Billie Eilish riarrangiate in chiave classica. Qui la precisione storica è accantonata a favore di un racconto che invita ad abbandonare i pregiudizi.

    7. Povere creature! (2023)

    Una Londra ottocentesca con scoperte scientifiche impossibili per l'epoca fa da sfondo a Povere creature! di Yorgos Lanthimos. Quella del regista greco è un'epoca vittoriana steampunk e surrealista con cieli color zucchero filato e architetture oniriche. Lo sfondo nel quale si muove Bella Baxter, una giovane donna interpretata da Emma Stone riportata in vita da uno scienziato all'avanguardia. Quello che l'aspetta al suo risveglio è un viaggio alla scoperta del mondo e della propria libertà. In questa versione distorta del XIX secolo, Bella esplora la sua sessualità e si esprime in un modo inconcepibile per le convenzioni sociali dell'epoca.

    La sua emancipazione è sottolineata da Lanthimos anche nella scelta dei costumi realizzati da Holly Waddington. Abiti con silhouette più gonfie e sproporzionate che, man mano che la protagonista cresce e si evolve, lasciano spazio a tessuti e tagli futuristici. Una fiaba gotica che abbandona il realismo per abbracciare una libertà di espressione che va di pari passo con quella di Bella. Ne è un esempio il look della sequenza finale, simbolo di un'identità piena e autonoma dallo sguardo maschile e da una società patriarcale.

    8. Cime Tempestose (2026)

    Basterebbe la scelta di Emerald Fennell di racchiudere il titolo originale del film tra virgolette, “Wuthering Heights”, per capire che ci troviamo di fronte a una sua versione del romanzo omonimo di Emily Brontë. E, come tale, libera di adattare la storia a suo piacimento. Dalla scelta di chiamare Jacob Elordi per il ruolo di Heathcliff (nel libro descritto come “uno zingaro dalla pelle scura”) a quella di sbizzarrirsi con costumi non fedeli alla moda del XIX secolo o con una colonna sonora firmata da Anthony Willis e Charli XCX. All'uscita del trailer, che ne anticipa l'arrivo in sala il 12 febbraio, in molti hanno notato come i costumi di Margot Robbie nei panni di Catherine fossero molto lontani dall'ambientazione letteraria di fine '700 e inizio '800. Il merito è di Jacqueline Durran, costumista premio Oscar già acclamata per il suo lavoro in Barbie (2023), Spencer (2021) ed Espiazione (2007).

    “I nostri riferimenti spaziavano dall'epoca elisabettiana a quella georgiana e vittoriana, dai dipinti e dagli abiti storici alla moda contemporanea e alle rappresentazioni dei costumi d'epoca nei film del XX secolo”, ha dichiarato Durran a Vogue. E guardando alle prime immagini di Cime tempestose è palese come il mondo letterario di Brontë sia stato rivoluzionato a favore di una stilizzazione volutamente moderna. Corsetti da lattaia tedesca convivono con occhiali da sole, cappelli di paglia oversize con tessuti contemporanei ultra-lucidi, sintetici e plastificati. Fa tutto parte delle emozioni di Fennel nei confronti del libro, come raccontato dalla stessa regista alla BBC. "Volevo scrivere qualcosa che mi facesse provare le stesse emozioni che ho provato quando l'ho letto per la prima volta, ovvero una risposta emotiva a qualcosa. È qualcosa di primordiale, sessuale. Voleva realizzare qualcosa che rispecchiasse il libro che avevo vissuto quando avevo 14 anni".

  • Cat-Approved: 10 film che faranno felice il tuo gatto

    Cat-Approved: 10 film che faranno felice il tuo gatto

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Non tutti i film sono “a misura di umano”… ma alcuni sono sorprendentemente a misura di gatto. Se hai mai visto il tuo micio fissare lo schermo come se stesse studiando una preda, sai già di cosa parlo: basta un’ombra che attraversa l’inquadratura, un frullo d’ali, un insetto che striscia, un pesce che scatta in avanti, e improvvisamente il cinema diventa un acquario/voliera/terrario domestico. 

    Il segreto sta tutto nel movimento: micro-dettagli rapidi, traiettorie imprevedibili, suoni acuti (cinguettii, fruscii, miagolii) e scene “pulite” visivamente, dove la sagoma della preda si staglia bene sullo sfondo.

    Questa lista raccoglie film che, per un motivo o per l’altro, tendono a funzionare come intrattenimento felino: animazioni piene di cosette che volano e guizzano, film con insetti e bestiole, documentari naturalistici, e ovviamente titoli con gatti in primo piano. Nota pratica: meglio volume moderato e niente forzature – se il gatto si agita o si stressa, si cambia film (o si spegne). Ma se invece si acciambella e “caccia con gli occhi”, hai trovato la tua serata perfetta!

    Flow – Un mondo da salvare (2024)

    Se l’idea dell’articolo è “film che tengono il gatto attivo sul divano”, Flow è quasi cheating: è letteralmente un’avventura guidata da un gatto, raccontata solo con immagini, suoni e movimento (niente dialoghi), quindi super leggibile anche per un pubblico felino. Il protagonista attraversa un mondo sommerso, e lo schermo è pieno di stimoli che ai gatti piacciono: acqua in movimento, guizzi, pesci, piccoli dettagli che scivolano nell’inquadratura, animali che compaiono all’improvviso e cambiano traiettoria. In più, la regia è molto “sensoriale”: lascia respirare le scene, non taglia troppo in fretta, e questo spesso permette al micio di seguire davvero la “preda” con gli occhi. È uno di quei film che puoi mettere su anche solo per compagnia, e ritrovarti con il tuo gatto in modalità ipnosi: orecchie dritte, pupille a cannone, zampetta pronta.

    A Bug’s Life – Megaminimondo (1998)

    Se vuoi un film che sembri progettato per la parte del cervello del gatto che dice “insegui!”, A Bug’s Life è un candidato fortissimo. Insetti dappertutto: formiche che si muovono in massa, bruchi e cavallette, ali che frullano, corse, scatti, piccoli oggetti che rotolano. L’animazione Pixar è piena di micro-movimenti leggibili anche da lontano, e il mondo “in scala” rende tutto più interessante: fili d’erba come palazzi, gocce come pericoli, foglie che diventano veicoli. Anche se il tuo micio non “capirà” la trama, avrà tantissime cose da seguire con lo sguardo, soprattutto nelle sequenze di caos collettivo. Bonus: suoni secchi e fruscii che spesso catturano l’attenzione.

    Z la formica (1998)

    Più nervoso e “adulto” nel ritmo rispetto a A Bug’s Life, ma altrettanto ottimo per stimoli visivi rapidi. Qui il movimento è quasi sempre in scena: formiche che corrono, scontri, inseguimenti, scene affollate dove qualcosa accade continuamente in più punti dell’inquadratura. Per i gatti, questo tipo di animazione può essere ipnotica perché sembra un formicaio “vero”, con traiettorie che si incrociano e micro-prede che spariscono e riappaiono. In più ha una palette e un contrasto che spesso rende le sagome ben distinguibili. Se il tuo gatto ama inseguire puntini e ombre, Z la formica è una specie di palestra felina… ma sul divano.

    Alla ricerca di Nemo (2003)

    Pesci che guizzano, bolle che salgono, alghe che ondeggiano: per molti gatti, il movimento acquatico è una calamita. Alla ricerca di Nemo è pieno di traiettorie morbide ma continue, con piccoli scatti improvvisi che ricordano il nuoto reale e tengono l’attenzione alta. L’oceano Pixar è luminoso, pieno di contrasti e colori netti: anche un micio che vede lo schermo “a modo suo” tende a seguire facilmente i pesci in movimento. E poi c’è il fattore “prede multiple”: banchi, tartarughe, meduse, e una varietà di forme che cambiano continuamente. È uno di quei film che possono trasformarsi in sottofondo perfetto: tu ti emozioni, lui caccia con gli occhi.

    Il gatto con gli stivali (2011)

    Qui il vantaggio è doppio: c’è un gatto protagonista (e quindi vocalizzi, posture, “energia felina” in scena) e c’è un’animazione piena di azione e oggetti in movimento. Le sequenze di combattimento ne Il gatto con gli stivali hanno linee veloci, mantelli, piume, scintille: tutte cose che spesso catturano lo sguardo del gatto perché attraversano lo schermo con traiettorie nette. In più, un micio potrebbe essere incuriosito dal “simile”: orecchie, coda, balzi, miagolii (anche se antropomorfizzati). È un film che funziona bene se vuoi una serata giocosa, con ritmo alto, senza tempi morti troppo lunghi. E sì: anche solo la presenza di un “gatto-star” tende a far alzare la testa a molti felini di casa.

    Gli Aristogatti (1970)

    Se il tuo obiettivo è “gatti che fanno cose da gatti” (o almeno ci vanno vicino), Gli Aristogatti è comfort puro. Miagolii, corse sui tetti, zampe, code che scattano, orecchie che si muovono: l’animazione Disney classica ha linee pulite che spesso risultano molto leggibili. Non è il film più frenetico del mondo, ma alterna momenti tranquilli a scene con abbastanza movimento e suoni “vivi” da tenere il micio coinvolto senza iperstimolarlo. E poi, diciamolo: vedere altri gatti sullo schermo può diventare un’esperienza sociale bizzarra – c’è chi ignora, chi osserva intensamente, chi si avvicina allo schermo. Perfetto per una serata coccola, con un gatto acciambellato vicino e qualche occhiata “predatoria” quando parte un miagolio.

    Kiki – Consegne a domicilio (1989)

    Non è un “film per gatti” in senso ovvio, ma ha un’arma segreta: Jiji. Un gatto presente, espressivo, spesso al centro della scena, con movimenti e reazioni che possono incuriosire. In più, le sequenze di volo su tetti e strade sono piene di elementi che scorrono: uccelli, vento, oggetti che passano, dettagli urbani in movimento. Studio Ghibli lavora molto bene con micro-animazioni (capelli, stoffe, foglie) che, anche quando la storia rallenta, mantengono un flusso visivo. Kiki – Consegne a domicilio è perfetto se vuoi una serata più morbida: il tuo gatto non avrà sempre “prede” sullo schermo, ma avrà abbastanza stimoli intermittenti e un compagno felino ricorrente da tenere la curiosità accesa.

    Fantastic Mr. Fox (2009)

    Stop-motion = texture, scatti, piccoli movimenti continui. Per alcuni gatti, questa “stranezza” visiva è magnetica: sembra reale e irreale insieme, con pupazzi-animali che si muovono a micro scatti, come se fossero prede imprevedibili. In più, ci sono animali ovunque, corse sottoterra, inseguimenti, oggetti che rotolano, foglie e terra che si spostano. L’estetica di Wes Anderson è ordinata e simmetrica, quindi i movimenti risaltano bene. Non è garantito per tutti i gatti (alcuni potrebbero ignorarlo), ma se il tuo micio è uno di quelli che “studia” qualsiasi cosa insolita, Fantastic Mr. Fox può diventare un film sorprendentemente ipnotico… anche solo per come si muove il mondo.

    Microcosmos – Il popolo dell’erba (1996)

    Con Microcosmos – Il popolo dell’erba entriamo nel regno dell’“acchiappasguardi” per eccellenza: insetti veri, ripresi da vicino, che strisciano, volano, si arrampicano, si muovono con traiettorie che un gatto può seguire come farebbe con una preda reale. È un documentario quasi senza dialoghi, molto sensoriale: suoni, fruscii, dettagli. Proprio perché è “reale” e ravvicinato, spesso tiene alta l’attenzione felina più di qualsiasi cartoon. Se vuoi una serata tranquilla ma super stimolante per il tuo gatto, questo è uno dei titoli migliori: tu ti godi la meraviglia e lui ha letteralmente un terrario gigante sullo schermo. (Occhio solo: alcuni mici possono eccitarsi e tentare l’assalto allo schermo.)

    L’incredibile volo (1996)

    Uccelli. Voli. Stormi. Per molti gatti, è il massimo dell’intrattenimento: l’istinto predatorio si attiva e lo sguardo segue traiettorie ampie e pulite in cielo. L’incredibile volo è pieno di sequenze in cui gli uccelli attraversano lo schermo in modo leggibile, spesso su sfondi uniformi che rendono facile “cacciare con gli occhi”. E poi ha quell’atmosfera da film familiare anni ’90: emotivo, tranquillo, senza montaggio isterico. Quindi tu puoi guardarlo senza sentirti in colpa (è una storia dolce), e il tuo gatto ha una quantità consistente di “prede volanti” che entrano ed escono dall’inquadratura. Se il tuo micio impazzisce quando sente cinguettii dalla finestra, questo è un candidato perfetto.

  • Leonardo Pieraccioni: tutti i film del comico toscano (e la nostra Top 5)

    Leonardo Pieraccioni: tutti i film del comico toscano (e la nostra Top 5)

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Classe 1965, fiorentino doc, Leonardo Pieraccioni è uno dei volti più riconoscibili della commedia italiana degli ultimi trent'anni. Cresciuto tra i cabaret toscani e le TV locali, a 17 anni incontra Carlo Conti e insieme iniziano a scrivere spettacoli da mettere in scena nelle piazze. Approda poi al cinema dopo una lunga gavetta teatrale, tra cui lo spettacolo Fratelli d'Italia (1986), portato in scena insieme a Conti e Giorgio Panariello, il trio che in seguito divenne punto di riferimento per l'umorismo toscano in televisione.

    Ma il salto vero e proprio avviene nel 1995 con I laureati, esordio alla regia che incassò 13 miliardi di lire, all’epoca una cifra astronomica per un esordiente. Ma è l'anno dopo che arriva il film che portò il nome di Pieraccioni all’attenzione del grande pubblico. Il ciclone (1996) si porta a casa 75 miliardi di lire, circa 40 milioni di euro, entrando nella top ten dei film italiani di sempre. La leggenda Mario Monicelli presta la voce narrante, quasi a suggellare il passaggio di testimone tra generazioni della commedia italiana. Nel 1997 Fuochi d'artificio replica il successo con 76 miliardi. Intanto Il ciclone vince Nastro d'Argento, David di Donatello e due Ciak d'Oro, e Pieraccioni si porta a casa il Nastro come miglior attore.

    Da allora quindici film da regista, sempre scritti con Giovanni Veronesi, regista per cui ha recitato in film come Viola bacia tutti, Il mio West e Manuale d’amore 2. Nel frattempo la sua carriera come attore/regista prosegue, seppur con risultati altalenanti, con titoli comunque rimasti centrali nella sua filmografia (Il pesce innamorato, Il principe e il pirata). Nel 2003 torna il grande successo (anzi, grandissimo) con Il paradiso all'improvviso , capace di dominare il botteghino e battere perfino blockbuster d’oltreoceano come Il Signore degli Anelli - Il ritorno del re e Alla ricerca di Nemo, usciti al cinema lo stesso anno. Recentemente è tornato protagonista accanto ad Alessandro Siani in Io e te dobbiamo parlare (2024), campione d'incassi natalizio con oltre 9 milioni di euro e titolo di commedia italiana più vista di quell’anno.

    Tra i suoi collaboratori storici troviamo Massimo Ceccherini, presente in quasi tutti i film, insieme a Rocco Papaleo, Alessandro Haber e Francesco Guccini. Quest'ultimo compare come psichiatra in Io & Marilyn (2009) dopo i cameo in Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005) e Una moglie bellissima (2007). 

    Una filmografia di tutto rispetto, che conta decine di titoli, tra i lavori alla regia o davanti alla cinepresa, altri in cui invece ha lavorato come sceneggiatore tra cui Tutta colpa di Freud (2021) diretto da Paolo Genovese.

    Noi ci siamo concentrati sulla sua carriera da attore regista e qui trovate la nostra top 5 con i suoi film migliori, la lista completa la trovate qui sotto. Buona visione!

    5. Io & Marilyn (2009)

    Io & Marilyn (96 minuti) segna un Pieraccioni più maturo e malinconico rispetto ai film degli esordi, dalle tonalità certamente più leggere. Un quarantenne lasciato dalla moglie evoca per scherzo Marilyn Monroe durante una seduta spiritica, e lei appare davvero. Solo che può vederla solo lui. È una commedia sentimentale che usa il fantasma della diva come espediente per parlare di seconde possibilità e rapporti padre-figlia, con momenti di tenerezza che prendono il sopravvento sulle gag. Perfetta per chi ama storie adulte di redenzione sentimentale, i fan del classico del 1972 Provaci ancora, Sam (il modello dichiarato) troveranno familiarità nel mix tra risate e momenti invece più malinconici, adatti con l’età e il periodo della vita in cui si trova il protagonista. Per chi ama i primi lavori di Pieraccioni, il ritmo potrebbe risultare più lento, alcune battute meno sorprendenti, ma il cast (Ceccherini, Rocco Papaleo, Biagio Izzo, Francesco Guccini come psichiatra) tiene in piedi il film con maestria. Tra i suoi migliori film, questo si prende il quinto posto perché, se da una parte evolve lo stile tipico di Pieraccioni verso toni più riflessivi, tuttavia può risultare meno esplosivo di altri suoi lavori, soprattutto rispetto a quelli degli anni ‘90. Ideale per un evergreen romantico da divano. 

    4. Fuochi d'artificio (1997)

    Fuochi d'artificio (94 minuti) è il tentativo di replicare Il ciclone con formula quasi identica, ma ci riesce in parte. Pieraccioni è un trentenne che racconta le sue disavventure sentimentali a uno psicanalista alle Maldive: tre donne diverse, un coinquilino romano agli arresti domiciliari, l'amico Ceccherini in versione stalker “romantico”. Unisce la sua tipica comicità fisica a momenti più intimi, con Claudia Gerini, Mandala Tayde e un cameo memorabile di Bud Spencer nei panni di un cantastorie cieco che stona Serenata Rap. Consigliata a chi cerca una commedia leggera e divertente, con un tocco di commozione tra una gag e l’altra. È un titolo tra i più importanti nella filmografia di Pieraccioni, anche se in certi passaggi ricorda (forse troppo) il suo lavoro precedente, risultando talvolta troppo proiettato a replicarne il successo.

    3. Il principe e il pirata (2001)

    Il principe e il pirata (94 minuti) è il road movie più riuscito di Pieraccioni: un maestro elementare fiorentino scopre di avere un fratellastro appena uscito di galera e insieme attraversano l'Italia per riscuotere un'eredità. L’omaggio a titoli come Totò, Peppino e la... malafemmina (1956) o Il sorpasso (1962) è chiaro, con la formula della strana coppia (super collaudata) Pieraccioni /Ceccherini che funziona senza risultare derivativa dal modello originale. Ideale per chi apprezza la comicità diretta (soprattutto quella di Ceccherini) e i buddy movie all'italiana, tra gag fisiche (le rapine con le maschere di Ronaldo e Batistuta) e momenti di malinconia inaspettata, tipici del registro di Pieraccioni. Ciliegina sulla torta, la colonna sonora firmata da Edoardo Bennato, poi premiata con il Nastro d'Argento. Una commedia divertente e piacevole, tuttavia rispetto ad altri titoli può risultare più “volgare” e meno adatta ai più piccoli (qui Ceccherini lascia il suo marchio di fabbrica in modo più evidente).

    2. Il ciclone (1996)

    Il ciclone (100 minuti) è il fenomeno che consacra Pieraccioni: in un paesino della campagna toscana, un gruppo di "vitelloni" viene travolto dall'arrivo di una compagnia di ballerine di flamenco spagnole. Il resto è storia del cinema italiano, con 75 miliardi di incasso e quasi 8 milioni di spettatori. Commedia corale pura, vernacolo fiorentino, e battute diventate iconiche (“Buonasera a tutti, spagnoli e non!”). Per chi cerca risate assicurate e pura nostalgia anni '90, questo è uno dei film tra i più consigliati. La voce di nonno Gino (sempre invisibile, ma fondamentale) affidata a Mario Monicelli impreziosisce questa gemma della comicità italiana, quasi fosse un passaggio di consegne tra il regista de I soliti ignoti (1958) e la nuova generazione (il tutto sempre Made In Tuscany). Nel cast Natalia Estrada, Lorena Forteza, Alessandro Haber e Tosca D'Aquino. Un film diventato cult e simbolo di un’epoca, da vedere e rivedere, anche con tutta la famiglia. Piccolo disclaimer, alcune gag oggi potrebbero stridere con la sensibilità di oggi, per cui è da guardare con consapevolezza del suo tempo.

    1. I laureati (1995)

    I laureati (88 minuti) è l'esordio magistrale di Leonardo Pieraccioni, il film che definisce il suo stile e lancia la carriera di un'intera generazione di comici. Quattro trentenni fuoricorso (Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo, Paolo Tribuzio) condividono un appartamento a Firenze tra esami rimandati, amori impossibili e la paura di diventare adulti. Fresco e autentico, cattura il "vitellonismo" generazionale con umorismo innocente e scambi di battute in puro fiorentino che ancora oggi strappano un sorriso. Tra i film elencati in questa lista, questo è probabilmente il migliore perché rappresenta l'energia appieno del Pieraccioni pre-fama, tra gag che sembrano improvvisate e una freschezza a volte persa da Il ciclone. Un Amici miei (1975) ma “adattato” per i trentenni degli anni '90, girato all'epoca con due lire ma capace di incassarne tredici miliardi. La critica dell'epoca restò spiazzata, il pubblico no. Perfetto per nostalgici e per chi cerca commedie italiane genuine e leggere. Sempre perfetto per un rewatch con gli amici.

  • Non solo Poirot: i 10 migliori adattamenti dei romanzi di Agatha Christie “meno famosi”

    Non solo Poirot: i 10 migliori adattamenti dei romanzi di Agatha Christie “meno famosi”

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Ogni volta che si parla di Agatha Christie, il rischio è sempre lo stesso: finire in automatico su Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo, come se l’universo della “Regina del Giallo” fosse una cartolina ripetuta all’infinito. E invece Christie è anche altro.

    I romanzi di spionaggio mascherati da whodunit, tragedie familiari che diventano processi morali, misteri “da weekend in campagna” che scivolano verso l’horror psicologico, storie d’amore avvelenate in senso quasi letterale.

    Il gancio perfetto, oggi, è la miniserie Netflix I sette quadranti di Agatha Christie (Agatha Christie’s Seven Dials), appena arrivata in piattaforma: un adattamento che riporta sotto i riflettori una Christie meno battuta, tra società segrete e aristocratici annoiati (finché qualcuno non muore).

    Da qui l’idea: una lista di adattamenti riusciti (film, miniserie, TV movie) tratti da romanzi e storie “laterali”, per scoprire quanta varietà ci sia oltre i titoli più inflazionati.

    I sette quadranti di Agatha Christie (2026)

    Se volete il “Christie mood” senza passare dai soliti Poirot-brandizzati, I sette quadranti è la porta d’ingresso perfetta: tre episodi, atmosfera da party in villa, e quel tipo di mistero che inizia come pettegolezzo d’alta società e finisce in un intrigo molto più grande. Il cuore della serie è Bundle (Mia McKenna-Bruce), eroina brillante e un po’ incosciente, che funziona perché non gioca a fare la detective infallibile: si sporca le mani, sbaglia, insiste, e intanto il racconto alterna leggerezza e paranoia. Chris Chibnall scrive un Christie “da binge”, più nervoso e contemporaneo nei tempi, ma fedele nello spirito del gioco di sospetti. Se vi piace l’idea, il doppio consiglio è: Knives Out (2019) per la componente “mystery pop” e Gosford Park (2001) per il lato aristocratico e velenoso.

    Perché non l’hanno chiesto a Evans? (2022)

    Perché non l’hanno chiesto a Evans? è Christie in modalità avventura, con due investigatori improvvisati (Bobby e Frankie) che si ritrovano invischiati in un mistero più grande di loro. La miniserie, adattata da Hugh Laurie, ha un tono agile e quasi “da giallo da vacanza”: paesaggi, dialoghi brillanti, un ritmo che non pretende la cupezza a tutti i costi. È il tipo di Christie che ti ricorda quanto la scrittrice sapesse essere anche divertente e leggera, senza perdere la precisione del puzzle. Ideale se volete un crime comfort, con mistero sì, ma senza quella gravità per cui “tutti sono colpevoli di qualcosa”. Se vi prende, recuperate Only Murders in the Building (2021-in corso) per la coppia di dilettanti che si improvvisa detective, oppure Enola Holmes (2020-in corso) per l’energia young adult investigativa.

    Le due verità (2018)

    Se pensate che Christie sia sempre “cozy”, questa miniserie BBC è qui per smentirvi: Le due verità vira sul dramma psicologico e sulla famiglia come gabbia. C’è l’omicidio (ovviamente), ma soprattutto c’è il veleno dei rapporti: rancori, dipendenze emotive, segreti che marciscono sotto la tappezzeria. Sarah Phelps (che ama riscrivere Christie portandone fuori il lato più oscuro) punta sull’atmosfera postbellica e sulla sensazione che la verità, anche quando arriva, non “ripari” nulla. Perfetta per chi vuole un mystery teso e più adulto, dove la domanda non è solo “chi è stato?”, ma “chi siamo diventati?”. In scia: Sharp Objects (2018) per la famiglia come trauma, e Broadchurch (2013-2017) per l’indagine che scava nelle persone.

    Un cavallo per la strega (2020)

    In Un cavallo per la strega Christie sfiora il territorio del folk-horror e della paranoia: una lista di nomi, morti che sembrano “annunciate”, e un’indagine che oscilla tra spiegazione razionale e suggestione occultista. L’adattamento (ancora firmato Phelps) divide, proprio perché non gioca pulito con le aspettative: è meno “puzzle” classico e più viaggio nell’inquietudine, con una regia che lavora di atmosfera, dettagli e sospensione. Se siete fan dei misteri che sembrano soprannaturali finché qualcuno non prova a farli collassare nella realtà, questo è il vostro titolo. È anche un buon esempio di come Christie possa diventare contemporanea senza travestirsi da procedurale moderno. Consigli affini: The Wicker Man (1973) per la vibrazione folk e True Detective (la prima stagione, eh!) per l’indagine contaminata dal mito.

    Towards Zero (2025)

    Tra gli adattamenti recenti più chiacchierati: Towards Zero prende un romanzo non “da bestseller pop” e lo trasforma in un melodramma criminale ad alta tensione, con un cast importante e una cornice anni ’30 che profuma di estate sbagliata. L’idea forte è che l’omicidio sia il punto d’arrivo, non di partenza: una somma di attriti, desideri, umiliazioni e scelte pessime che spingono tutti verso lo “zero” del titolo. Funziona se vi piacciono i whodunit in cui la parte emotiva pesa quanto l’enigma, e se avete voglia di un Christie più carnale e contemporaneo nel ritmo. Da vedere in parallelo con Espiazione (2007) per la tragedia “da villa” e con Big Little Lies (2017-2019) per la dinamica corale che implode.

    Mistero a Crooked House (2017)

    Sottovalutato e perfetto per chi ama Christie quando diventa cattiva sul serio. Mistero a Crooked House è la storia di una famiglia dove tutti sorridono, ma nessuno è innocente: l’adattamento ha il fascino della grande casa piena di corridoi, stanze e sguardi che spiavano già prima dell’omicidio. Il film gioca bene la carta del cast corale (da Glenn Close a Gillian Anderson) e soprattutto rende giustizia al tono “storto” del romanzo: qui non si tratta solo di trovare il colpevole, ma di accettare una verità che non ha niente di consolatorio. Se vi piace, guardate L’ospite (2018) per l’eleganza che si trasforma in incubo.

    Champagne per due dopo il funerale (1972)

    Un vero oggetto curioso: Christie filtrata attraverso un’estetica neo-noir con venature quasi horror (casa “maledetta”, ossessione, paranoia romantica). Champagne per due dopo il funerale (Endless Night) è un adattamento che vale soprattutto per atmosfera: più che un classico giallo “da salotto”, è una discesa nel desiderio e nella superstizione, con quella sensazione che qualcosa non torni mai del tutto, nemmeno quando credi di aver capito. È una visione consigliata a chi ama i cult d’epoca e non pretende un whodunit tradizionale minuto per minuto. Accostatelo a Rebecca – La prima moglie (1940) per la casa come fantasma.

    L’uomo dall’abito marrone (1989)

    Christie non è solo delitti: questo TV movie è la prova che può essere anche romance d’avventura con diamanti, viaggi e identità ambigue. L’uomo dall’abito marrone è perfetto se vi incuriosisce la Christie più “pulp” e movimentata, lontana dalle tavole imbandite e dai trenini di sospetti. Certo, è un prodotto televisivo con il suo gusto anni ’80, ma ha un valore: mostra una Christie che si diverte con l’esotico e con la commedia d’intrigo. Ideale per una serata leggera, magari da mettere su senza aspettarsi il colpo di genio, ma con la voglia di vedere un’altra faccia dell’autrice. In scia: Sciarada (1963) per l’eleganza-avventura e All’inseguimento della pietra verde (1984) per il lato “romance + pericolo”.

    Sparkling Cyanide (2003)

    Un avvelenamento, un giro mondano e un mistero che profuma di glamour velenoso: Sparkling Cyanide è Christie “cocktail & morte”, dove l’etichetta sociale è una maschera e le relazioni sono trappole. Questo TV movie aggiorna e rilegge il materiale in chiave più moderna e patinata, e funziona proprio se vi piace il giallo come radiografia di status, desideri e opportunismi. Non è l’adattamento più filologico del mondo, ma è uno di quelli che scorrono bene e ti lasciano addosso il gusto del “tutti mentono, ma con stile”. Se vi prende, provate a dare uno sguardo a A Simple Favor (2018) perché potreste ritrovare la medesima l’eleganza tossica.

    Partners in Crime (2015)

    Se volete cambiare completamente aria, Partners in Crime porta in scena Tommy e Tuppence, una delle coppie più divertenti e meno celebrata del canone Christie. Qui il giallo si mescola con la spy story e con la dinamica da duo coniugale: lui pragmatico, lei irresistibilmente curiosa, insieme dentro a casi che spesso profumano di complotto. È un adattamento “da comfort” ma con una marcia in più: il piacere non è solo scoprire chi è il colpevole, ma passare tempo con due personaggi che litigano, si punzecchiano e si completano. Perfetto se vi piacciono i mystery episodici con arco più ampio. In abbinata: The Americans (2013-2018) per la spia-ossessione, in versione molto più dark o Miss Fisher’s Murder Mysteries (2012-2015) per il cozy glamour.

  • 10 perle nascoste uscite nel 2025 che dovresti recuperare

    10 perle nascoste uscite nel 2025 che dovresti recuperare

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Il 2025 è stato un anno saturo di uscite in streaming e al cinema. Troppa roba, troppo in fretta, e orientarsi tra le nuove proposte è diventato quasi un lavoro a tempo pieno. Tra i titoli più pubblicizzati, però, talvolta si nascondono gemme che per un motivo o per l'altro non hanno ricevuto l'attenzione che meritavano.

    Questa lista raccoglie dieci produzioni (tra serie TV e film) che vale la pena recuperare. Si spazia dal dramma familiare italiano alla fantascienza argentina, dal meta-cinema giapponese alla black comedy danese, passando per animazioni satiriche e dramedy coraggiosi. Titoli che offrono qualcosa di diverso rispetto al mainstream, perfetti per chi cerca contenuti freschi e fuori dai soliti schemi.

    Overcompensating

    Benito Skinner, star di TikTok e Instagram da milioni di follower, debutta in televisione con una serie scritta, prodotta e interpretata da lui stesso. Overcompensating racconta la storia di Benny, ex quarterback e re del ballo scolastico, e le sue difficoltà a relazionarsi con la proprio omosessualità, tenuta segreta da tutta la vita. Prodotta da A24 insieme ad Amazon MGM Studios, con Jonah Hill tra i produttori esecutivi, questo titolo è una versione queer e iperbolica delle classiche college comedy americane, divisa tra momenti di pura comicità e riflessioni invece più intime, seppur toccate con tonalità leggere e accessibili. La serie, inoltre, ha tocchi autobiografici, dato Skinner ha lavorato alla sceneggiatura per quattro anni, attingendo dalla propria esperienza a Georgetown, dove non fece coming out fino all'ultimo anno. Il risultato è una comedy sfacciata che mescola umorismo fisico e satira sull'ipermascolinità dei college USA, con Charli XCX come produttrice esecutiva musicale. Il cast include Adam DiMarco di The White Lotus (2021), Rish Shah di Ms. Marvel (2022), e una serie di cameo importanti che spaziano da Kyle MacLachlan a Connie Britton, passando per Lukas Gage e Megan Fox (strepitosa in versione “poster”). La serie, già confermata per la seconda stagione, è perfetta a chi cerca una comicità leggera, volutamente sopra le righe ma capace di raccontare qualcosa di diverso dalla sitcom tradizionale. Consigliata soprattutto a chi ha amato The Sex Lives of College Girls (2021) e cerca un titolo che vada in quella direzione.

    The Last Viking (In attesa di distribuzione italiana)

    Anders Thomas Jensen, maestro danese nel mescolare dramma e umorismo feroce, torna con una black comedy che ha come protagonisti Nikolaj Lie Kaas e Mads Mikkelsen. Il primo interpreta Anker, un rapinatore che dopo 15 anni di carcere scopre che il fratello Manfred, a cui aveva affidato il bottino, ha sviluppato un disturbo dissociativo e non ricorda più dove ha nascosto i soldi (anzi, si crede John Lennon!). Presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2025, The Last Viking è una gemma nordica, perfetto per chi ama il cinema nordeuropea e ha già familiarità con i lavori di Jensen: se avete visto Riders of Justice (2020) o Le mele di Adamo (2005) sapete cosa aspettarvi. Cinema scandinavo in purezza, che non teme di essere grottesco e crudele pur mantenendo un cuore comico ben evidente. 

    Dying for Sex

    Tra i titoli più coraggiosi dell'anno, Dying for Sex è una miniserie in otto episodi con Michelle Williams e Jenny Slate, tratta dall'omonimo podcast. Racconta la storia di Molly Kochan, una donna a cui viene diagnosticato un cancro al seno metastatico in stadio terminale: invece di arrendersi, decide di divorziare dal marito e vivere il tempo che le resta esplorando la propria sessualità, con l'aiuto della migliore amica Nikki. Creata da Kim Rosenstock ed Elizabeth Meriwether (la mente dietro New Girl, 2011), la serie è un dramedy esplicito e profondamente commovente, in cui i due registri si accompagnano con eleganza, episodio dopo episodio. Williams (divina) porta sullo schermo una performance che le è valsa una nomination agli Emmy, mentre Jenny Slate offre la sua prova migliore di sempre, passando dalla comicità alla vulnerabilità con una naturalezza disarmante. Una serie che merita decisamente di essere recuperata, basti sapere delle nove nomination agli Emmy 2025. Una serie intima, delicata, che alterna black humor ad autoritratti emotivi decisamente toccanti, un po’ alla Fleabag (2016).

    Storia della mia famiglia

    Una delle sorprese italiane dell'anno. Storia della mia famiglia è una serie in sei episodi diretta da Claudio Cupellini che racconta la storia di Fausto, un padre malato terminale che cerca di preparare la sua famiglia ad affrontare la vita senza di lui. Il cast è tra i migliori che la serialità italiana possa offrire oggi. Eduardo Scarpetta (pronipote di Eduardo De Filippo, già visto in L'amica geniale e La legge di Lidia Poët) interpreta il protagonista, con una prova fisica tra le migliori della sua carriera, riuscendo a restituire sia il dramma della malattia che la grinta di chi la sta affrontando. E poi Vanessa Scalera, l'Imma Tataranni di Sostituito Procuratore (2019), è la madre Lucia, mentre Massimiliano Caiazzo di Mare Fuori (2020), il fratello minore dipendente dalla cocaina e in eterna ricerca di un'identità fuori dall'ombra del fratello maggiore (probabilmente il personaggio più complesso della serie). A completare il super cast Cristiana Dell'Anna e Antonio Gargiulo. È una serie corale, ma che nonostante la complessità del tema riesce ad essere ariosa e dar voce ad ogni personaggio, volto diverso della stessa storia. La caratteristica più interessante di questo titolo, infatti, è di come riesca a collocarsi su un piano nettamente diverso dal classico melodramma famigliare (si salvi chi può!), per una delle serie italiane tra le più sottovalutate del 2025. Da recuperare assolutamente.

    Oslo Stories Trilogy 

    Attenzione a non confonderla con l'altra trilogia di Oslo, quella di Joachim Trier (Reprise, Oslo, 31 agosto, La persona peggiore del mondo). Questa è firmata da Dag Johan Haugerud, romanziere e bibliotecario sessantenne diventato regista, che nel giro di dodici mesi ha sfornato tre film capaci di rivoluzionare il modo in cui il cinema parla di sessualità. La trilogia si compone di Sex, Love e Dreams, quest'ultimo vincitore dell'Orso d'Oro alla Berlinale 2025 (dalla giuria presieduta da Todd Haynes, che lo ha definito "uno dei pochi film su cui tutti eravamo d'accordo"). 

    Non troverete scene esplicite, ma dialoghi che scavano nell'identità fluida con una franchezza disarmante. In Sex due spazzacamini sposati con donne si ritrovano a mettere in discussione la propria sessualità: uno ha un incontro con un uomo senza viverlo né come tradimento né come risveglio omosessuale; l'altro inizia a sognare di essere visto come donna e non sa più cosa pensare di sé. In Love una dottoressa pragmatica e un infermiere gay si confrontano sulle rispettive vite sentimentali: lui cerca incontri casuali sul traghetto notturno, lei si chiede se la promiscuità possa funzionare anche per una donna etero. In Dreams una diciassettenne si innamora della sua insegnante di francese e trasforma l'esperienza in un memoir che sconvolge madre e nonna.

    Haugerud ha dichiarato di essersi ispirato alla trilogia dei colori di Kieślowski: tre film che affrontano gli stessi temi da prospettive diverse, diversi nell'aspetto ma parte della stessa conversazione. Ogni film dura circa 90-110 minuti, perfetti per una maratona di cinema puro, totalmente spiazzante.

    The Eternaut

    L'adattamento del leggendario fumetto argentino di Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López è finalmente arrivato in formato serie, e ne è decisamente valsa l'attesa. L’Eternauta, diretto da Bruno Stagnaro, racconta di Juan Salvo, un uomo comune coinvolto in una situazione straordinaria quando una misteriosa nevicata mortale uccide chiunque si esponga all'esterno. Ambientata a Buenos Aires, la serie è pura fantascienza ma in chiave latinoamericana, arricchita quindi di un forte sottotesto politico. Il fumetto originale del 1957 era un'allegoria sulla resistenza, e non a caso Oesterheld fu fatto desaparecido dalla dittatura argentina nel 1977. La produzione Netflix è riuscita a cogliere e mantenere questa tensione narrativa, in bilico tra survival drama apocalittico e il film politico, costruendo una scala narrativa episodio dopo episodio che amplia sempre di più lo sguardo dello spettatore, per un effetto scenografico che racconta tanto quanto la trama. Seppur tra i più visti su Netflix, questa serie potrebbe esservi sfuggita, e se avete amato serie come The Last of Us (2023), ma dalla fantascienza cercate anche un tocco politico e di critica sociale, questo è il titolo che fa per voi.

    Cassandra

    Una miniserie tedesca di genere sci-fi/thriller che parte da una premessa inquietante: una famiglia si trasferisce in una casa dotata di un sistema domotico degli anni '70 chiamato Cassandra. Un’intelligenza artificiale vintage, rimasta inattiva per decenni dopo la morte dei precedenti proprietari, ma che improvvisamente si riattiva e inizia a considerarsi un membro della famiglia. Le conseguenze sono prevedibilmente disturbanti. Diretta da Benjamin Gutsche e con Lavinia Wilson protagonista, Cassandra è un gioiellino passato quasi totalmente inosservato, un racconto retrò-futurista che che utilizza un tempo indefinibile per parlare al nostro, tra terrore AI e le domande sui limiti dell’etica tecnologica. Sei episodi brevi e tesi, perfetti per una serata singola. Consigliata a chi ha amato Black Mirror (2010) o Ex Machina (2015) ma cerca qualcosa di più intimo e claustrofobico.

    Broken Rage

    Takeshi Kitano a 78 anni non ha perso la voglia di sperimentare, e con Broken Rage lo ha dimostrato ancora una volta. Distribuito in Italia a febbraio 2025, è un film di soli 66 minuti diviso in due parti: la prima è un classico noir yakuza con Kitano nei panni di Nezumi, un sicario braccato tra polizia e criminalità organizzata; la seconda ripete la stessa storia scena per scena, ma in chiave parodistica, trasformando ogni momento drammatico in gag slapstick. Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2024 (primo film giapponese prodotto per lo streaming a essere selezionato dal prestigioso festival), Broken Rage è un esercizio di meta-cinema che ricorda la follia dell’esperimento di Takeshis' (2005) ma eseguito con maggiore precisione. Kitano stesso lo descrive come un tentativo di trovare "la commedia dentro un film violento". Un dettaglio curioso: il regista ha ammesso di non ricordare quasi nulla della premiere veneziana perché si era procurato una commozione cerebrale sbattendo la testa su un motoscafo poco prima dell'evento. Un film super consigliato a chi ama i thriller con forti dosi di black humor ma, attenzione, non è per tutti: richiede familiarità con le opere precedenti del regista per apprezzarne appieno l'autoironia. Tuttavia, per chi conosce e ama il cinema di Beat Takeshi, è una gemma da recuperare assolutamente. Brevissimo e perfetto per una visione a tarda notte.

    #1 Happy Family USA

    Ramy Youssef, dopo il successo della serie Ramy (che nel 2020 gli valse un Golden Globe), torna con una sitcom animata per adulti che racconta la sua adolescenza in modo ancora più caustico. #1 Happy Family USA, creata insieme a Pam Brady (co-autrice di South Park), segue la famiglia Hussein, musulmani egiziano-americani del New Jersey, mentre navigano l'America post-11 settembre tra xenofobia, paranoia e l'esplosione delle boy band. È satira tagliente e autobiografica che riesce a mescolare registri diversissimi (humor super dark e momenti di tenerezza inaudita) nel raccontare il coming-of-age di un giovane musulmano negli USA dei primi anni 2000. Un cast vocale d’eccezione – Alia Shawkat, Kieran Culkin e Timothy Olyphant – e lo stile visivo che sono le ciliegine sulla torta di questa serie, di cui i disegni sono stati realizzati basandosi sull’estetica dei cartoni animati degli anni in cui è ambientata, vero colpo di genio. Una ventata d'aria fresca nel panorama delle sitcom animate per adulti, perfetta per chi ha amato Ramy e cerca la versione animata e ancora più graffiante.

    Platonic – Stagione 2

    Platonic è tornata nell'agosto 2025 con una seconda stagione che conferma il suo status di comedy eccezionale, ma incredibilmente sottovalutata. Rose Byrne e Seth Rogen interpretano Sylvia e Will, due migliori amici che si erano persi di vista e che ora devono affrontare nuove sfide della mezza età: lavoro, matrimoni e partner in crisi. La serie, creata da Nicholas Stoller e Francesca Delbanco, era stata originariamente concepita come antologia, con stagioni diverse e cast diversi ogni volta, nello stile di Modern Love (2019) per intenderci. Ma la chimica tra Byrne e Rogen era perfetta, per cui tanti saluti al progetto originale, totalmente ribaltato in corso d’opera. Ciò nonostante il risultato è sorprendente. L'umorismo è sottile, i dialoghi brillanti, e nel frattempo la serie è già stata rinnovata per una terza stagione (conviene affrettarsi a recuperare le prime due!). Visione obbligata per chi cerca una comedy che parli di relazioni adulte senza scadere nel romanticismo forzato.

  • I migliori 10 film e serie TV italiani da guardare su Disney+

    I migliori 10 film e serie TV italiani da guardare su Disney+

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Sandokan (2025) è solo l’ultimo arrivato di una lunga serie di eccellenti prodotti disponibili sulla piattaforma. Parliamo della serie internazionale con Can Yaman e Alessandro Preziosi, nuovo adattamento dei romanzi di Emilio Salgari, i cui otto episodi sono da poco sbarcati su Disney+. 

    Disponibile nel nostro paese dal 2020, per quanto concerne l’offerta di titoli italiani, il servizio streaming di casa Topolino ha progressivamente arricchito il proprio catalogo, alternando contenuti concessi in licenza a produzioni originali, sebbene queste restino ancora numericamente inferiori rispetto a quelle dei principali concorrenti, come Netflix e Prime Video. Dunque, cosa c’è oggi di interessante tra film e serie televisive realizzate in Italia? Tra casi cinematografici, pellicole diverse e trasposizioni seriali di bestseller, piccolo spoiler: c’è un titolo che vale l’intero abbonamento, vediamo se capite di quale stiamo parlando. 

    Le fate ignoranti (2022)

    Dopo l’omonimo film di Ferzan Ozpetek, è il momento della serie Le fate ignoranti (2022), che approfondisce la storia di Antonia, che in seguito della prematura scomparsa del marito Massimo in un incidente stradale, scopre che l’uomo aveva una relazioneclandestina e omosessuale con un ragazzo, Michele. La donna decide di andare a fondo. Nel cast Cristiana Capotondi, Luca Argentero, Ambra Angiolini e molti altri per otto episodi diretti dallo stesso Ozpetek per un reboot che fa il suo. Se avete apprezzato la pellicola originale, non potete non recuperarla: ritroverete quell’atmosfera, seppur più ringiovanita. Se foste invece a digiuno del film con Margherita Buy e Stefano Accorsi, potreste essere trascinati da questo racconto che affronta temi come l’infedeltà e la riscoperta di sé.

    Boris (2007)

    Una serie di culto, come si dice. Sapientemente scritta da Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e dal compianto Mattia Torre, che l’hanno anche diretta, Boris (2007) ha raccontato con ironia e una precisione chirurgica il fittizio (ma neanche troppo) dietro le quinte del set di una fiction immaginaria per la televisione generalista fino ad arrivare a oggi, con una realtà dominata dalle piattaforme. Quattro stagioni, più un film, che hanno conquistato persino il pubblico dei non addetti ai lavori e se non l’avete ancora vista correte ai ripari per capire delle battute che ormai sono entrate nell’immaginario collettivo. Le soap italiane non vi sembreranno più le stesse!

    I Leoni di Sicilia (2023)

    Tratta dal bestseller omonimo di Stefania Auci, I Leoni di Sicilia (2023) ripercorre la storia della famiglia Florio. Otto episodi che raccontano la loro ascesa nella Sicilia dell’Ottocento, da umili commercianti a vera e propria potenza economica. Dunque, non l’ennesima storia di mafia, ma un’epopea positiva, interpretata da Michele Riondino, Miriam Leone e Eduardo Scarpetta, diretti da Paolo Genovese, al suo debutto dietro la macchina da presa di un’intera serie televisiva. Se siete fan dei cosiddetti period drama, e soprattutto di storie vere di dinastie imprenditoriali, in cui si intrecciano Storia e vicende private, è la serie che non potete farvi sfuggire. 

    The Good Mothers (2023)

    Siete alla ricerca di una storia di denuncia forte? The Good Mothers (2023) è il titolo che fa per voi. Tratta dall’omonimo romanzo di Alex Perry, è una serie originale Disney+, che racconta la storia vera di tre donne che hanno avuto il coraggio di sfidare la ‘Ndrangheta: Denise Cosco, figlia di Leo Garofalo, Maria Concetta Cacciola e Giuseppina Pesce. Donne che si sono ribellate alla criminalità organizzata calabrese, nota soprattutto per la sua ferocia, con supporto di un’ostinata magistrata, che ebbe l’intuizione di far leva sulle mogli, madri e amanti dei boss. Tra realtà e finzione, sei episodi avvincenti, di ottima manifattura, che meritano di essere guardati proprio per aver messo al centro l’universo femminile di un racconto articolato dedicato a una piaga che ancora oggi purtroppo affligge il nostro Paese, e non solo. 

    Doc nelle tue mani (2020)

    Tra i grandi successi di Mamma Rai, Doc nelle tue mani (2020) è una delle serie italiane più amate degli ultimi anni, ora disponibile su Disney+. Ispirata a una storia vera, tre le stagioni che seguono le vicende professionali e umane di Andrea Fanti (Luca Argentero), dopo aver perso la memoria degli ultimi dodici anni della sua vita per un colpo di pistola. Tornato in corsia, si rivelerà un medico diverso, più empatico e meno freddo, diventando un punto di riferimento per il reparto di medicina interna del fittizio Policlinico Ambrosiano, oltre per gli stessi pazienti. Tra le prime serie italiane ad aver affrontato esplicitamente la pandemia, è stata acclamata anche all’estero, tanto da essere stata adattata negli Stati Uniti, Doc – Usa (2025), dove stavolta la protagonista è una donna, la Dottoressa Amy Larsen (Molly Parker). 

    Follemente (2025)

    Tra i maggiori incassi per un film italiano dello scorso anno, Follemente (2025) è spesso definito come un Inside Out all’italiana. Ma è molto di più. La pellicola di Paolo Genovese segue un primo appuntamento, tra Marco (Edoardo Leo) e Lara (Pilar Fogliati), soprattutto attraverso quello che succede nelle loro teste, un caos di voci interiori che intervengono sulle mosse da fare. Il risultato è esilarante per una commedia romantica capace di raccontare delle emozioni che tutti noi abbiamo sperimentato. Proprio per questo, per la forte immedesimazione che essa provoca, funziona, aiutandoci a riflettere con leggerezza sulle complesse sfaccettature dell’amore ai giorni nostri. 

    Unicorni (2025)

    Ben accolto come film d’apertura al Giffoni, Unicorni (2025) è un dramedy che racconta la difficoltà di essere genitori oggi. Lo fa attraverso la storia di una famiglia, Lucio (Edoardo Pesce) ed Elena (Valentina Lodovini), che si trova ad affrontare una declinazione della diversità all’interno del proprio nucleo, tra dubbi, paure e pregiudizi nascosti. Succede quando il loro figlio unico di nove anni, Blu, che adora vestirsi da femmina, e ha il permesso di farlo solo quando è in casa, si mostra determinato a indossare il costume da Sirenetta in occasione della recita scolastica. Tra la voglia di assecondarlo e il desiderio di proteggerlo, saranno proprio Lucio ed Elena a dover riconsiderare la loro apertura mentale, affidandosi a un percorso guidato da una psicologa (Michela Andreozzi). Diretta da Michela Andreozzi, è una fiaba rivolta soprattutto ai genitori, capace di affrontare con leggerezza l’identità di genere nell’infanzia. 

    Dedalus (2025)

    Ambientato in un futuro (non troppo) prossimo, Dedalus (2025) è spesso descritto come uno Squid Game (2021) in salsa nostrana. Sei “content creator” accettano di partecipare a un reality estremo per ottenere fama e denaro, ma andando avanti scopriranno che dietro c’è ben altro. Tra thriller distopico e revenge movie, è una sorta di indagine sulle storture delle dinamiche relazionali ai tempi dei social network, dove un like sembra contare più di qualsiasi altra cosa. Da Matilde Gioli a Gian Marco Tognazzi, spazio anche per molti giovani interpreti per il film diretto da Gianluca Manzetti, che forse ha messo troppa carne sul fuoco, pur prestandosi a stimolare un dibattito sul lato oscuro dei social.

    Educazione fisica (2023)

    Tratto dalla pièce teatrale “La palestra” di Giorgio Scianna, sceneggiato dai fratelli D’Innocenzo, Educazione fisica (2023) è un film che parla di un gruppo di genitori, che a seguito di un fattaccio che coinvolge i loro figli, vengono convocati dalla preside di una scuola media. La palestra si trasforma in un’aula di tribunale, in cui si dà inizio a un processo in cui si è disposti a tutto pur di proteggere la prole. Cast corale, Sergio Rubini, Claudio Santamaria, Raffaella Rea, Angela Finocchiaro e Giovanna Mezzogiorno, una location per la pellicola di Stefano Cipani che gioca tutto sulla prova attoriale. Strizzando l’occhio a Carnage (2011) di Roman Polanski, si conferma un film interessante, diverso per il panorama produttivo nostrano, capace di trattare in maniera avvincente la guerra tra genitori e alunni, un tema drammatico all’ordine del giorno tra le pagine di cronaca.

    Fatti vedere (2025)

    Un Mrs. Doubtfire all’italiana. Matilde Gioli interpreta una psicologa, alle prese con una bella e una pessima notizia: è stata assunta da un celebre sito di psicoterapia, ma contemporaneamente è stata mollata dopo dieci anni di relazione, senza alcuna spiegazione. Quando un bug del sito le assegna erroneamente l’identità e la foto di una settantenne, decide di impersonarla, andando contro le regole della deontologia e il parere della sua migliore amica. Il motivo? Tra i primi pazienti c’è proprio il suo ex. È l’occasione perfetta per scoprire la verità sul perché sia finita la loro storia… Pur non essendo memorabile, Fatti vedere (2025), opera seconda di Tiziano Russo, è una commedia romantica leggera, capace di accompagnarvi in una serata all’insegna della spensieratezza.

  • Tutti i film e le serie TV con Claudia Pandolfi (e la nostra Top 5!)

    Tutti i film e le serie TV con Claudia Pandolfi (e la nostra Top 5!)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Oltre 30 anni di carriera alle spalle iniziata da giovanissima sul set de Le amiche del cuore (1992) di Michele Placido, Claudia Pandolfi è uno dei volti più apprezzati del nostro cinema e della nostra serialità. Un talento versatile e carismatico che le permette di passare con efficacia da registri comici a drammatici come dimostra anche la sua ultima prova in 2 cuori e 2 capanne (2026) di Massimiliano Bruno.

    Protagonista di due serie simbolo degli anni '90, Un medico in famiglia (1998-2016) e Distretto di Polizia (2000-2012), l'attrice ha saputo affrancarsi da ruoli popolari, ma potenzialmente limitanti, per spaziare in progetti molti diversi tra di loro. Ne sono una dimostrazione il sodalizio con Paolo Virzì, Cosmonauta (2009) di Susanna Nicchiarelli, Baby (2018-2020), Un professore (2021), Il ragazzo dai pantaloni rosa (2024) o Follemente (2025).

    Su JustWatch trovate la lista di tutti i film e le serie TV con Claudia Pandolfi, compresa la nostra Top 5.

    5. Ovosodo (1997)

    Un piccolo, grande cult del cinema italiano degli anni '90. Con Ovosodo Paolo Virzì racconta un coming of age in salsa livornese. Quello di Piero (Edoardo Gabbriellini), liceale cresciuto senza la mamma nella parte popolare della città e con una professoressa che gli trasmette l'amore per lo studio. L'incontro con un nuovo compagno di classe, Tommaso (Marco Cocci), lo trascina in un vortice di avventure fino a fargli capire qualcosa di più della vita.

    Un piccolo capolavoro di tragicomico che parla di primi amori, cocenti delusioni, senso di inadeguatezza e classi sociali. Claudia Pandolfi interpreta Susy, una figura fondamentale nella vita del protagonista che si discosta dai sogni della gioventù per rappresentare un sentimento reale e tangibile. Una pellicola che segna l'inizio di una lunga collaborazione con Virzì. Un'ora e 43 minuti da vedere se hai amato Radiofreccia (1998) e Scialla! (Stai sereno) (2011).

    4. Siccità (2022)

    Paolo Virzì in Siccità torna a parlare di disuguaglianze sociali ma questa volta calate in un presente distopico in cui il cambiamento climatico ha portato Roma a non vedere una goccia di pioggia in tre anni. In una città invasa dalle blatte e con il Tevere prosciugato, il regista porta in scena un racconto corale lungo poco più di due ore in cui si intrecciano i destini di vari personaggi per parlare di rapporti umani e della loro assenza.

    Tra i protagonisti Claudia Pandolfi nei panni di Sara, medico impegnato in prima linea nell'assistere pazienti vittime delle conseguenze della siccità. Un personaggio razionale e apparentemente distante che, man mano che il racconto prosegue, si lascia andare mostrando tutta la sua vulnerabilità. Commovente, tenera e intrisa di un'ironia malinconica la sequenza in ospedale con Valerio Mastandrea. Da recuperare se ti è piaciuto Te l'avevo detto (2023).

    3. Quando la notte (2011)

    Con Quando la notte, Cristina Comencini firma la trasposizione cinematografica del suo omonimo romanzo. La storia di una giovane madre, Marina (Pandolfi), che affitta una casa in montagna per l'estate insieme al figlioletto. Qui incontra la burbera guida alpina Manfred (Filippo Timi) e si scontra con il peso della maternità ad un passo dall'esaurimento nervoso. Per l'attrice è uno dei ruoli più complessi e sfidanti mai affrontati nella sua carriera per il quale si mette a nudo e abbraccia tutte le fragilità di una donna che si sente profondamente inadeguata per il ruolo che ricopre.

    Un film importante proprio per il coraggio di mostrare il lato più oscuro, ma reale, dell'essere madre. Riuscito anche il lavoro di Pandolfi con Timi. I due attori interpretano due solitudini simili che si riconoscono e aiutano in un gioco di silenzi e sguardi attraverso i quali comunicano in poco meno di un'ora e 40 minuti. Da vedere se sei rimasto colpito da Hungry Hearts (2014).

    2. La prima cosa bella (2010)

    Claudia Pandolfi e Valerio Mastandrea si ritrovano diretti ancora una volta da Paolo Virzì in uno dei suoi film più emozionanti e compiuti: La prima cosa bella. I due attori interpretano i fratelli Valeria e Bruno che si ritrovano per assistere la madre alla fine dei suoi giorni. Insieme regalano momenti di autentica commozione così come di profonda comicità in momenti di vita quotidiana condivisa dopo anni di lontananza.

    L'attrice è protagonista di una delle sue prove migliori, bilanciando le sfumature di un personaggio che non scade mai nel facile sentimentalismo. Due ore in cui Virzì passa con disinvoltura dal registro drammatico a quello comico raccontando la storia di una famiglia dagli anni '60 ai giorni nostri. In mezzo il racconto di un'Italia passata, i rapporti conflittuali tra genitori e figli, la maternità e la complessità dell'amore. Da vedere se hai amato La pazza gioia (2016) e Tutti i santi giorni (2012).

    1. The Bad Guy (2022)

    Considerata una delle migliori produzioni italiane degli ultimi anni, The Bad Guy mescola dark comedy e crime in modo originale e intelligente. Stasi e Fontana riscrivono il genere mafia story con un tocco coraggioso, folle, satirico. La trama ruota attorno a Nino Scotellaro (Luigi Lo Cascio), magistrato ingiustamente accusato di collusione mafiosa che mette in scena la propria morte per tornare sotto una nuova identità e vendicarsi.

    Claudia Pandolfi interpreta sua moglie Luvi, avvocato di successo che abbandona la professione dopo non essere riuscita a far assolvere il marito. L'attrice infonde al suo personaggio una presenza magnetica. Una donna dalla forza e determinazione uniche che si muove tra rabbia, dolore e risolutezza. Una delle colonne portanti della serie che rappresenta la nota realistica di uno show dal tono surreale. Due stagioni da 12 episodi complessivi da vedere se ami le atmosfere di Fargo (2014).

  • Le 12 serie TV con il più lungo gap temporale tra una stagione e l’altra (incluso uno di 26 anni!)

    Le 12 serie TV con il più lungo gap temporale tra una stagione e l’altra (incluso uno di 26 anni!)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Negli ultimi anni, la lamentela è diventata quasi un rito collettivo: “Com’è possibile aspettare due, tre, quattro anni per una stagione nuova?”. Tra set sempre più grandi, post-produzioni mostruose, incastri di cast, scioperi, cambi di piattaforma e strategie di rilascio che privilegiano l’evento, la serialità contemporanea sembra aver abbandonato l’idea di appuntamento regolare.

    Eppure, per quanto possa farci sbuffare oggi un’attesa di 30 mesi, la storia della TV ci ricorda una verità consolante (e un po’ inquietante): si può aspettare molto, molto di più.

    Il “gap” tra stagioni non nasce solo dai ritmi produttivi: spesso è figlio di cancellazioni premature, cult riscoperti anni dopo dallo streaming, revival che diventano possibili solo quando i creatori (o il pubblico) sono pronti, e persino ritorni “evento” pensati come epiloghi tardivi. In altre parole, alcune serie non hanno semplicemente “impiegato più tempo” a tornare: sono tornate da un’altra epoca, con il rischio enorme di non parlare più la stessa lingua del pubblico… o, al contrario, con il vantaggio di poter trasformare il tempo trascorso in materia narrativa.

    Qui sotto trovi 12 show che hanno avuto intervalli davvero lunghi tra una stagione e l’altra: dal caso-limite di 26 anni a pause più “contenute” ma comunque leggendarie. E sì: non tutti i ritorni sono uguali – alcuni sembrano un regalo, altri una seduta spiritica.

    "Twin Peaks" – 26 anni (dal 1991 al 2017)

    Se esiste un ritorno che ha trasformato l’attesa in mito, è Twin Peaks. La serie originale si chiude (di fatto) nel 1991, e quando rientra in scena nel 2017 non prova nemmeno a “rimettersi in pari”: si presenta come un oggetto artistico anomalo, più vicino a un film di David Lynch spezzato in capitoli che a una terza stagione tradizionale. E funziona proprio perché accetta il tempo trascorso come trauma e come linguaggio: i personaggi sono invecchiati, il mondo è cambiato, e la storia si comporta come un sogno che hai fatto una volta e che ti torna addosso decenni dopo, con dettagli diversi e lo stesso identico brivido. È un revival che non coccola, non spiega troppo, non fa fanservice facile: ti chiede attenzione, pazienza, abbandono. In cambio, ti offre una delle esperienze più radicali mai passate in TV, capace di essere mistero, horror, melodramma e commedia nera nella stessa inquadratura. Se ti intriga l’idea di una serie che “usa” il tempo come tema, questa è la vetta.

    "Clone High" – 21 anni (dal 2002 al 2023)

    Clone High è il classico caso da cult che sembrava destinato a restare un ricordo di nicchia: una sola stagione nei primi anni 2000, poi silenzio. Vent’anni dopo, però, Clone High (2023) torna davvero – e lo fa con una premessa perfetta per giustificare il salto temporale (i personaggi “congelati” e risvegliati nel presente). Il bello è che la serie non si limita a ripetere la vecchia satira teen: si interroga su come sia cambiata l’idea stessa di adolescenza, su cosa significhi fare parodia in un’epoca iper-consapevole, e su come si possa aggiornare un tono “MTV anni 2000” senza perdere cattiveria. Non tutto atterra con la stessa precisione (anche perché il pubblico che l’ha amata allora non è lo stesso di oggi), ma la sfrontatezza resta intatta: ritmo veloce, citazioni pop a mitraglia, e una voglia di essere volutamente stupida nel modo più intelligente possibile. È una visione “leggera” solo in apparenza, perché sotto la superficie c’è la domanda: possiamo davvero riprendere una storia dopo vent’anni e farla vivere nel presente?

    "Doctor Who" – 16 anni (dal 1989 al 2005)

    Qui non parliamo solo di “stagioni distanti”: parliamo di una rinascita. La corsa classica di Doctor Who si ferma nel 1989, e la serie torna regolarmente solo nel 2005, dopo un lungo periodo di “wilderness years” in cui il Dottore resta soprattutto un’icona culturale più che un appuntamento televisivo. Quando rientra, però, non riparte come museo: riparte come macchina perfetta di avventura episodica, capace di alternare mostri, viaggi nel tempo e melodramma con una leggerezza che sembra impossibile. Il segreto del revival è semplice e geniale: rendere la continuity un premio, non un ostacolo. Puoi iniziare da zero e divertirti; se conosci il passato, ti godi gli echi. È anche uno degli esempi più chiari di come una serie possa modernizzarsi senza perdere la sua identità: il Dottore cambia volto, tono, ritmo – ma resta quel mix unico di stupore e malinconia.

    "The X-Files" – 14 anni (dal 2002 al 2016)

    Il gap tra The X-Files “classico” e il ritorno del 2016 è un test di resistenza per qualsiasi fandom: perché la serie non è solo un titolo, è un modo di guardare il mondo (paranoico, complottista, romanticamente disilluso). Quando rientra, lo fa con la consapevolezza di vivere in un’epoca diversa: internet ha cambiato la natura del mistero, e la cultura pop ha divorato e risputato il concetto stesso di conspiracy. Eppure, proprio per questo, le puntate migliori del revival sono quelle che abbracciano la dimensione episodica: i “casi” che giocano con l’assurdo, l’horror, la satira. Mulder e Scully funzionano ancora perché non sono mai stati solo detective dell’impossibile: sono due modi opposti (ma compatibili) di reagire all’ignoto. Se cerchi un ritorno che non cancella il tempo trascorso ma ci convive – con qualche inciampo – qui trovi un pezzo fondamentale di storia TV.

    "Samurai Jack" – 14 anni (dal 2003 al 2017)

    Ci sono serie animate che restano “per tutti”, e poi c’è Samurai Jack, che torna dopo tredici anni scegliendo di crescere insieme al suo pubblico. Il ritorno del 2017 non è solo un ultimo capitolo: è un cambio di pelle. Più scuro, più adulto, più tragico – come se l’attesa avesse sedimentato addosso al protagonista una stanchezza vera. E in effetti la serie usa il tempo come ferita: Jack non ha solo combattuto a lungo, ha resistito troppo, e il revival lo racconta con un’estetica che resta tra le più riconoscibili dell’animazione occidentale (silenzio, composizioni geometriche, esplosioni improvvise di violenza e poesia). È anche un esempio di finale pensato per chiudere davvero un percorso, senza paura di essere “definitivo”. Se ami l’animazione come spazio di sperimentazione visiva e narrativa, qui trovi un ritorno che non gioca sul nostalgico: gioca sul necessario.

    "Party Down" – 13 anni (dal 2010 al 2023)

    Party Down è il sogno di ogni sitcom cancellata troppo presto: una comedy di culto che torna dopo tredici anni con la stessa identità, lo stesso cinismo tenero e lo stesso amore per i perdenti che “hanno altro in ballo”. La struttura è perfetta per un ritorno: ogni episodio è un evento di catering, ogni evento una galleria di ricchi assurdi, e ogni battuta un micro fallimento esistenziale. Nel revival, il tempo diventa il vero punchline: i personaggi sono cresciuti (o no), le promesse si sono trasformate in compromessi, e la serie gioca con la domanda più crudele di tutte: “E se non ‘sfondi’ mai?”. Ma non è deprimente, perché Party Down ha sempre avuto un cuore gentile sotto la scorza sarcastica. È una visione scorrevole, ridanciana, spesso amarissima, e proprio per questo perfetta per chi ama le commedie che sanno essere adulte senza diventare ciniche.

    "Will & Grace" – 11 anni (dal 2006 al 2017)

    Il revival di Will & Grace è una lezione pratica su come riportare in vita una sitcom senza snaturarla: stessa chimica, stesso ritmo da battuta perfetta, ma con un mondo attorno completamente diverso. Undici anni sono tanti, soprattutto per una serie che aveva cristallizzato un’epoca della TV e della rappresentazione LGBTQ+ mainstream. Quando torna nel 2017, lo fa con un’energia quasi “da reunion”, ma anche con la voglia di rimettersi in discussione: le dinamiche restano familiari, ma i personaggi non possono fingere che nulla sia cambiato (politica, linguaggio, costumi). Il risultato è altalenante come spesso accade nei ritorni, ma ha un merito enorme: dimostra che certi ensemble funzionano perché sono archetipi emotivi, non semplici gag. E quando l’alchimia gira, è ancora un piacere puro: comfort comedy con un filo di cattiveria.

    "Futurama" – 10 anni (dal 2013 al 2023)

    Futurama è la serie che non muore mai – e in questo sta parte del suo fascino. Dopo la chiusura del 2013, torna nel 2023 con un revival che gioca apertamente con la propria storia di cancellazioni e resurrezioni: è meta, sì, ma non solo per strizzare l’occhio. La cosa sorprendente è quanto bene regga l’idea di riprendere quei personaggi dopo un decennio, perché il mondo reale ha prodotto materiale nuovo (tecnologia, ansie social, linguaggi online) che Futurama sa trasformare in satira senza perdere la sua anima: una commedia sci-fi che, sotto le battute, è una storia sull’amore, sulla solitudine e sul sentirsi fuori tempo. Non tutte le puntate del ritorno sono memorabili, ma la serie mantiene quella capacità rarissima di farti ridere e, due scene dopo, di emozionarti sul serio. È il comfort show perfetto per chi vuole fantascienza pop con cuore.

    "Una mamma per amica" – 9 anni (dal 2007 al 2016)

    Il discorso su Una mamma per amica è particolare: non una “stagione 8” classica, ma una miniserie-evento che riprende la storia quasi dieci anni dopo, con quattro episodi-lunghi come film. Il gap si sente tutto, e la serie lo usa per mettere a fuoco un tema che Gilmore Girls aveva sempre sfiorato: cosa succede quando la brillantezza verbale non basta più a mascherare le crepe? Il revival – Una mamma per amica: di nuovo insieme –  è un regalo per fan (ritorni, rituali, Stars Hollow come posto mentale prima che geografico), ma anche una scelta spiazzante perché non addolcisce: mostra stasi, rimpianti, cicli che si ripetono. Per alcuni è frustrante, per altri è coerente. Di certo è un esempio interessante di come la nostalgia possa diventare non solo zucchero, ma anche lente critica – soprattutto quando il tempo ha cambiato noi più di quanto abbia cambiato i personaggi.

    "Dexter" – 8 anni (dal 2013 al 2021)

    Il finale del 2013 di Dexter aveva lasciato un retrogusto complicato; il ritorno del 2021 (Dexter: New Blood) arriva dopo otto anni con una missione chiara: dare al personaggio un contesto nuovo e un possibile “vero” epilogo. E infatti la cosa migliore del revival è l’idea di spostare Dexter lontano da Miami, in un luogo più piccolo e gelido, dove la maschera di normalità è ancora più fragile. Il tempo trascorso non serve solo a far ripartire la trama: serve a raccontare un uomo che ha provato a spegnersi, e che scopre di non poterlo fare davvero. È un ritorno costruito come thriller più compatto, con un’attenzione maggiore alla tensione morale e all’identità, anche se inevitabilmente vive in dialogo con la memoria (e le aspettative) dei fan. Se ami i crime con protagonista “mostruoso” ma magnetico, è un recupero sensato.

    "Arrested Development" – 7 anni (dal 2006 al 2013)

    Il caso Arrested Development è quasi un manuale di “rinascita da streaming”: dopo la chiusura nel 2006, torna nel 2013 quando Netflix decide di trasformare una comedy di culto in evento. E qui sta il punto: è un ritorno affascinante anche quando è imperfetto, perché prova a reinventare la struttura stessa della sitcom. Il revival gioca con formati diversi, episodi centrati sui singoli personaggi, incastri narrativi più complessi – a volte brillantissimi, a volte macchinosi. Ma l’identità del mondo Bluth resta intatta: una famiglia di narcisisti e irresponsabili raccontata con un senso del ritmo comico quasi matematico, pieno di callback e gag che si stratificano. È la serie che ti premia se sei attento, e che ti fa ridere anche quando ti senti un po’ colpevole perché stai ridendo di persone orribili. Se ti interessa vedere come cambia una comedy quando cambia il modo di fruirla, questo è un caso studio.

    "Curb Your Enthusiasm" – 6 anni (dal 2011 al 2017)

    Chiudiamo con un gap “meno estremo” ma emblematico: Curb Your Enthusiasm si prende sei anni di pausa tra l’ottava stagione (2011) e la nona (2017), e lo fa con la nonchalance di chi non ha mai finto di essere una serie “regolare”. Il punto, qui, è che il tempo non pesa perché la formula è elastica: Larry David può tornare quando ha qualcosa da dire (o da detestare), e il mondo reale gli offre sempre materiale fresco. La serie resta un miracolo di comicità dell’imbarazzo: scene che sembrano piccole, poi esplodono in catastrofe sociale, con un senso quasi musicale del crescendo. E il ritorno funziona proprio perché non prova a cambiare: cambia il contesto, non Larry. Se sei tra quelli che oggi si irritano per i ritardi delle piattaforme, Curb ti ricorda che a volte l’attesa non è un problema produttivo: è una scelta autoriale.

  • Oscar 2026: 3 nominati che ci aspettavamo (e 3 grandi esclusi)

    Oscar 2026: 3 nominati che ci aspettavamo (e 3 grandi esclusi)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Dopo la serata dei Golden Globes, l'award season si dirige verso la conclusione con la notte più lunga dell'anno, quella degli Oscar. Prima di scoprire chi si aggiudicherà i premi cinematografici più ambiti al mondo, sono state svelate le nomination dal Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills. Chiamati a svelare i nomi di chi si contenderà le statuette gli attori Danielle Brooks e Lewis Pullman che hanno annunciato i titoli e gli artisti presenti nelle 24 categorie che costituiscono la 98ª edizione degli Academy Awards.

    La cerimonia, come da tradizione, si terrà invece al Dolby Theatre di Hollywood a Los Angeles tra domenica 15 e lunedì 16 marzo 2026. Sul palco a condurre ritroveremo ancora una volta Conan O’Brien che replica dopo l’edizione fortunata dello scorso anno. In Italia non è stata ancora data l’ufficialità, ma - stando agli ultimi anni - la premiazione dovrebbe essere trasmessa in diretta su Rai 1.

    In attesa di scoprire chi vincerà, JustWatch ha stilato la lista dei 3 nominati che ci aspettavamo e dei 3 grandi esclusi.

    Le certezze:

    I peccatori (2025)

    Che I peccatori sarebbe stato tra i titoli più candidati dell'edizione 2026 degli Oscar ce lo aspettavamo. Quello che non potevamo prevedere è che avrebbe battuto ogni record diventando il film più nominato della storia degli Academy con un totale di 16 candidature. Ben due in più rispetto ai precedenti detentori del primato: Eva contro Eva (1950), Titanic (1997) e La La Land (2016). Il film di Ryan Coogler concorre per le candidature a miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista per Michael B. Jordan e la sua doppia interpretazione, attore non protagonista per Delroy Lindo, attrice non protagonista per Wunmi Mosaku, colonna sonora, trucco, costumi, fotografia, scenografia, montaggio, canzone originale e casting.

    La storia, ambientata nel Mississippi del 1932, è quella di due gemelli che tornano nella loro città d'origine per sfuggire al passato, ritrovandosi però faccia a faccia con un male soprannaturale. Un horror in cui il folklore legato alle leggende sulla musica e tensioni razziali convivono in un'opera commerciale quanto politica. Perché la pellicola suggerisce quanto la cultura afroamericana sia “vampirizzata” dai bianchi che vogliono inglobarla e farla propria. Un esempio di grande cinema il piano sequenza sulle note di I Laid to You per un'opera ambiziosa che per 137 minuti si muove al ritmo di blues. Da vedere se ammiri i film di Jordan Peele come Scappa – Get Out (2017) e Noi (2019) in cui il genere horror è una metafora per raccontare altro.

    Jessie Buckley per "Hamnet - Nel nome del figlio (2025)

    Non ce ne vogliano Rose Byrne, Kate Hudson, Renate Reinsve ed Emma Stone. Ma questo è l'anno di Jessie Buckley. La sua interpretazione di Agnes Shakespeare in Hamnet - Nel nome del figlio di Chloé Zhao è magnetica, viscerale e struggente. Fresca vincitrice del Golden Globe, l'attrice condivide lo schermo con Paul Mescal nei panni del Bardo in un film che esplora il dolore straziante che ispirò lo scrittore inglese a scrivere una delle sue opere più celebri, Amleto, dopo la morte del figlioletto.

    Un film, adattamento del romanzo di Maggie O'Farrell, in cui Zhao si concentra sui silenzi e i piccoli gesti quotidiani, sull'amore familiare e il ruolo centrale giocato dalla natura. La stessa che filma dando risalto alla luce naturale e alla sua maestosità che tanto ricorda il cinema di Terrence Malick. Poco più di due ore in cui la regista ci ricorda il potere salvifico dell'arte in cui perderci e rispecchiarci. Un film al quale si continua a pensare ben oltre la sua conclusione. Se il modo in cui Damien Chazelle ha affrontato il lutto in First Man – Il primo uomo (2018), prepara i fazzoletti perché Hamnet – Nel nome del figlio ti farà commuovere. Intanto, però, puoi recuperare sull'account Instagram del film il cast che, in una pausa sul set, balla sulle note di We Found Love di Rihanna.

    Marty Supreme (2025)

    Chissà come potrebbe commentare le nove candidature di Marty Supreme un tipo così ambizioso come il suo protagonista, il Marty Mauser di Timothée Chalamet. L'attore è arrivato a quota tre nomination agli Oscar a soli 30 anni dopo quelle ottenute per Chiamami col tuo nome (2017) e A Complete Unknown (2024). Il film di Josh Safdie, ispirato alla vita del campione di ping-pong Marty Reisman, concorre per la statuetta a miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura originale, montaggio, casting, fotografia, costumi e scenografia. La trama ruota attorno a un commesso di un negozio di scarpe con l'ossessione di diventare il più grande giocatore di tennistavolo di sempre nella New York del dopoguerra. Il carisma di Chalamet e l'energia vibrante della regia di Safdie fanno di Marty Supreme un'opera nervosa, frenetica e serrata che ha il sapore dell'universalità.

    Sebbene la storia sia calata in un contesto preciso, la pellicola – anche grazie all'uso della colonna sonora – potrebbe essere ambientata oggi così come in qualsiasi altra epoca. Un cast ricchissimo di volti originali, da Gwyneth Paltrow a Odessa A'zion passando per Tayler, the Creator, Abel Ferrara e Fran Drescher, una riflessione sui sogni che diventano tormento e sequenze di ping pong degne di un western, sono alcuni degli elementi che fanno dei 150 minuti del film una visione obbligatoria. Da vedere se sei un fan del cinema dei fratelli Safdie e di opere come Diamanti grezzi (2019).

    Gli snobbati: 

    Wicked - Parte 2 (2025)

    Di snobbati alla 98ª edizione degli Academy Awards ce ne sono parecchi (qualcuno ha detto James Cameron e il suo Avatar: Fuoco e cenere?). Ma tra i film e gli attori non presi in considerazione dagli Oscar spicca indubbiamente Wicked - Parte 2. Il secondo e ultimo capitolo del dittico diretto da Jon M. Chu e adattamento dell'atto II dell'omonimo musical di Broadway ispirato al libro Strega – Cronache del Regno di Oz (a sua volta rivisitazione de Il meraviglioso mondo di Oz). Se il film del 2024 si era portato a casa 10 nomination vincendo due statuette, quest'anno sono tutti rimasti a bocca asciutta. A cominciare dalle due protagoniste, Cynthia Erivo e Ariana Grande, per passare poi alla regia e alle categorie tecniche. Neppure le categorie miglior colonna sonora e miglior canzone originale sono riuscite a strappare una candidatura.

    Eppure la fuga di Elphaba dal regno di Oz e il suo tentativo di smascherare la vera natura del mago avrebbero meritato un po' più di considerazione. Anche solo per l'immane lavoro che ha coinvolto tutti i reparti che hanno girato i due film in contemporanea, facendo un massiccio uso di effetti pratici a discapito di quelli digitali. Un film di due ore e 20 minuti dal tono più cupo che parla dell'uso improprio del potere, di propaganda e riscatto mentre racconta una storia di profonda amicizia. Se la magia de Il mago di Oz (1939) ti affascina, non resterai deluso da Wicked – Parte 2.

    Dwayne Johnson per “The Smashing Machine” (2025)

    La storia sembrava già scritta fin dai tempi della sua anteprima alla Mostra di Venezia nel 2025. La star dei blockbuster di Hollywood protagonista di un ruolo inedito in un film che finalmente mette in risalto le sue doti da interprete e dà una svolta alla sua carriera. Una parabola da Oscar pronta per essere servita. Eppure Dwayne Johnson è stato snobbato dai votanti degli Academy che gli hanno preferito le prove di Chalamet, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Michael B. Jordan e Wagner Moura. Un'assenza vistosa nella cinquina del miglior attore protagonista perché Johnson ha effettivamente dato vita a una grande performance che segna un prima e un dopo nel suo percorso attoriale.

    L'attore porta in scena la vita tormentata del lottatore di MMA Mark Kerr alle prese con dipendenze, vittorie sul ring e una relazione tumultuosa. Un ruolo ben distante da quello dell'eroe a cui ci ha abituati e a cui regala una dimensione umana e dolente nella quale, per sua stessa ammissione, ha messo molto delle sue esperienze personali. L'altra faccia di Marty Supreme che, per uno scherzo del destino, vede contrapposti i fratelli Safdie alle prese con una storia sportiva che parla di ambizione e prezzo del successo. Se ti sono piaciuti The Fighter (2010) e The Warrior – The Iron Claw (2023), devi dare una chance a The Smashing Machine.

    No Other Choice – Non c'è altra scelta (2025)

    Altro illustre snobbato dalla corsa agli Oscar è No Other Choice – Non c'è altra scelta di Park Chan-wook. Un thriller satirico in cui violenza e black humor vanno a braccetto per parlare della crisi del lavoro e della cultura aziendale in modo chirurgico. Lo fa attraverso la storia di Man-soo (il Front Man di Squid Game, Lee Byung-hun), dipendente veterano di un'azienda cartaria che perde improvvisamente il lavoro. Dopo mesi di crisi e sacrifici decide di uccidere i suoi rivali per ottenere un nuovo posto di lavoro.

    La pellicola non è riuscita ad entrare nella rosa del miglior film internazionale dove hanno avuto la meglio L'agente segreto (2025), Sirāt (2025), La voce di Hind Rajab (2025), Un semplice incidente (2025) e Sentimental Value (2025). Ma va detto che la pellicola nei suoi 139 minuti ha dalla sua la capacità di raccontare la disperazione, il mondo del lavoro, le insidie dell'IA in modo tragicamente divertente e con una maestria registica assolutamente inappuntabile. Da non perdere se hai amato Decision to Leave (2022).

  • “Tomb Raider”: tutti i film e le serie TV su Lara Croft in ordine di uscita

    “Tomb Raider”: tutti i film e le serie TV su Lara Croft in ordine di uscita

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    “Sono io a scrivere il mio destino”. Parola di Lara Croft, l'archeologa e ricca avventuriera inglese protagonista di una delle più popolari saghe videoludiche di tutti i tempi. Stiamo parlando di Tomb Raider, serie di videogiochi pubblicati a partire dal 1996 e suddivisi in tre serie principali pronta a tornare prossimamente con una nuova produzione seriale firmata da Phoebe Waller-Bridge e con Sophie Turner nei panni dell'eroina principale.

    Tale è stato il successo del gioco a metà anni '90 da dare vita a un media franchise che si è espanso tra fumetti, libri, film e serie TV. È così che la sua protagonista è riuscita ad uscire dalla bolla del videogame per entrare nella cultura pop e farsi conoscere e amare anche da un pubblico che non ha mai preso in mano un joystick. E se si guarda alle varie trasposizioni del gioco tra grande e piccolo schermo è interessante notare la sua evoluzione attraverso le attrici chiamate ad interpretarla, da Angelina Jolie ad Alicia Vikander fino all'ex Sansa Stark de Il trono di spade (2011-2019).

    Su JustWatch trovate la guida a tutti i film e le serie TV dedicate a Lara Croft in ordine di uscita. Nella lista non sono inclusi due short film Tomb Raider: The Trilogy (2016) e Tomb Raider: The myth of El Hawa (2022).

    1. Lara Croft: Tomb Raider (2001)

    Considerato all'unanimità il primo blockbuster di successo tratto da un videogioco, Lara Croft: Tomb Raider apre al franchise cinematografico con Angelina Jolie nei panni dell'eroina protagonista. Il titolo vede Lara Croft impegnata nel recupero delle due metà di un antico manufatto capace di controllare il tempo prima che cada nelle mani degli Illuminati. Ispirato alla serie classica di videogiochi Core Design, il film diretto da Simon West è un action puro che guarda ai classici del genere degli anni '80 e '90 e in cui l'attrice cattura tutto il carisma dell'archeologa.

    Sarcastica, atletica, sexy, sensibile e alle prese con sequenze d'azione iconiche. Si tratta di un film che porta al cinema l'essenza del videogame regalando 99 minuti di puro intrattenimento. Un punto di riferimento di tutto il cinema ispirato ai saghe videoludiche. Se hai un debole per Indiana Jones e il tempio maledetto (1984) e La Mummia (1999), non puoi non vedere questo classico del genere.

    2. Lara Croft: Tomb Raider - La culla della vita (2003)

    Angelina Jolie torna a vestire i panni dell'avventuriera inglese in Lara Croft: Tomb Raider - La culla della vita. Un sequel diretto da Jan de Bont ancora una volta ispirato ai videogiochi Core Design. Questa volta la protagonista è alle prese con la ricerca del vaso di Pandora nel tentativo di impedire a un ex scienziato di usare un virus letale racchiuso al suo interno come arma biologica. Se nel primo capitolo ci si muoveva tra Cambogia e Siberia, qui a fare da sfondo alla storia troviamo Grecia, Cina e Africa. Nelle sue quasi due ore di durata è ancora una volta l'azione il motore del film a discapito di una trama a tratti lacunosa che intreccia antiche leggende con passaggi thriller di spionaggio. Da recuperare se ti sei divertito a guardare Il mistero dei templari (2004) e Mission: Impossible II (2000).

    3. Revisioned: Tomb Raider (2007)

    A poco più di 20 anni dall'uscita del videogioco, nel 2007 Ricardo Sanchez ha creato una web serie animata pubblicata sul servizio di videogiochi online GameTap di Turner Broadcasting. Una serie di cortometraggi antologica in cui diversi artisti dell'animazione – da Peter Chung a Jim Lee passando per Warren Ellis, Gail Simone, David Alvarez, Ivan Reis e Ken Kelly - reinterpretano il mito di Lara Croft attraverso stili diversi e narrazioni sperimentali.

    Dieci episodi da circa 6 minuti in cui Minnie Driver presta la voce a Lara Croft di puntata in puntata imbattendosi in toni più comici e altri più dark. Ad eccezione di Keys to the Kingdom e Angel Split, ogni episodio è ambientato in un universo narrativo a sé stante in cui l'eroina protagonista vive svariate avventure. Una produzione pensata per ogni amante della saga videoludica e cinematografica che vuole scoprire sfaccettature inedite dell'archeologa inglese. Se sei fan di Love, Death & Robots (2019), apprezzerai i tanti stili di animazione di Revisioned: Tomb Raider.

    4. Tomb Raider (2018)

    A 15 anni di distanza dall'ultima incursione cinematografica di Lara Croft sul grande schermo, il personaggio torna al cinema con un reboot ispirato alla serie Survivor di Crystal Dynamics, a sua volta reboot del videogioco del 1996. Questa volta l'attrice scelta per interpretare la protagonista è Alicia Vikander. Una novità che coincide anche con un cambio di passo narrativo. In Tomb Raider, infatti, Lara Croft è caratterizzata da una maggiore vulnerabilità e da un realismo meno accentuati rispetto ai film con Angelina Jolie.

    Un'eroina fallibile calata in un'atmosfera più cupa scelta per sottolineare la complessità della sua crescita interiore che da corriere la vede trasformarsi in una tomb raider a tutti gli effetti. Nei suoi 118 minuti di durata non mancano sequenze action adrenaliniche, anche se il risultato finale non ha convinto all'unanimità. Impossibile però non citare l'epica colonna sonora di Junkie XL, un mix di musica orchestrale ed elettronica che cattura il senso di avventura e pericolo del film. Da recuperare se hai apprezzato Uncharted (2022).

    5. Tomb Raider: La leggenda di Lara Croft (2024)

    Ambientata dopo gli eventi del videogioco del 2018, Shadow of the Tomb Raider, e prima della scena dopo i titoli di coda dell'ultimo capitolo della trilogia reboot, Tomb Raider: La leggenda di Lara Croft vede la protagonista affrontare una minaccia personale mentre cerca di fare i conti con il suo passato e capire che tipo di eroina vuole essere.

    Una serie animata da due stagioni da 16 episodi complessivi della durata di 30 minuti circa in cui l'archeologa doppiata da Hayley Atwell è un mix tra i tratti vulnerabili che hanno caratterizzato la seconda serie di videogame con quelli più risoluti dell'originale. Tra misteri da risolvere, villain da combattere e artefatti antichi, ciò che più di tutto interessa alla serie è mostrare la crescita della sua protagonista, aggiungendo nuove sfumature al personaggio. Realizzata con uno stile anime, l'animazione si fonde su uno stile moderno in cui le scene action godono della libertà visiva tipica del genere. Imperdibile se sei fan di Castlevania (2017) e Blood of Zeus (2020).

    Tomb Raider (in lavorazione)

    Tra le serie TV più attese e chiacchierate degli ultimi anni. Un po' perché il personaggio di Lara Croft continua ad essere amato, un po' perché il nome dietro il progetto è quello di Phoebe Waller-Bridge, sceneggiatrice, executive producer e co-showrunner insieme a Chad Hodg, al timone del suo primo grande lavoro da anni.

    Per interpretare l'iconica archeologa è stata scelta Sophie Turner che si è svelata al mondo nei panni dell'eroina con una prima, chiacchieratissima immagine che la vede vestire il celebre look dell'eroina archeologa composto da canottiera verde militare, occhiali da sole, pantaloncini corti e pistola in mano. Rispetto ai film precedenti e alle animazioni, Tomb Raider dovrebbe permettere una maggiore introspezione psicologia del personaggio a cui non mancherà, siamo certi, un'ironia brillante vista la penna dietro lo show. Ad arricchire il cast troveremo Sigourney Weaver, Jason Isaacs e Martin Bobb-Semple.

  • I 10 migliori film della Nouvelle Vague

    I 10 migliori film della Nouvelle Vague

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Sono passati ormai decenni dall’irruzione sulla scena della Nouvelle Vague. Dai jump cut che rompono con la temporalità della storia all’uso sfrenato di camera a mano, questa nuova ondata di cinema francese si è imposto rompendo con la tradizione. Questo movimento capeggiato da geni come Jean-Luc Godard e François Truffaut ha portato una ventata di aria fresca, rivoluzionando per sempre la settima arte. Lo stesso si potrebbe dire del movimento indie americano degli anni ‘90, animato tra gli altri da Richard Linklater.

    Il regista di Prima dell'alba (1995) e La vita è un sogno (1993) è anche l’autore di Nouvelle Vague (2025). Il film ripercorre la realizzazione di Fino all'ultimo respiro, l’esordio dietro la macchina da presa di Godard. Per l’occasione, abbiamo voluto deliziarvi con una lista sui migliori film della Nouvelle Vague. Per la scelta della decina finale, è stato preso in considerazione solo un film per regista. Altrimenti, sarebbe stato troppo facile includere mezza filmografia di Truffaut o di Éric Rohmer.

    10. Parigi ci appartiene (1961)

    Jacques Rivette è il re del minutaggio estremo. Parigi ci appartiene si assesta solamente a 141 minuti, ma il pioniere della Nouvelle Vague ha realizzato anche capolavori mastodontici come Out 1 (1971), lungo 13 ore. Il suo debutto da regista contiene due aspetti centrali del movimento francese: il largo uso di location reali e una narrazione spezzata e poco uniforme. Allo stesso tempo, Parigi ci appartiene (1961) applica la stessa tecnica de La jetée e Fino all'ultimo respiro (1960), ovvero appropriarsi di un genere e manipolarlo a piacere. Rivette rimane uno dei nomi meno conosciuti della Nouvelle Vague, ma una figura fondamentale per l’immaginario di questa corrente cinematografica. Tra paranoia e ritmo posato, questo film non è adatto a tutti ed è per questo che si posiziona al 10 posto. Per i fedelissimi dei thriller slow burn, invece, è imprescindibile.

    9. Le Beau Serge (1958)

    Le Beau Serge non può assolutamente mancare da questa top 10. In primis, perché l’esordio alla regia di Claude Chabrol è considerato il primo film della Nouvelle Vague. La pellicola possiede caratteri drammatici e brilla per la sua perfezione tecnica nonostante il budget non elevato. Seppur i toni melodrammatici sono forse eccessivi in alcuni frangenti, ergo la nona posizione, Le Beau Serge (1958) tiene gli occhi dello spettatore incollati allo schermo con una sceneggiatura ricca di emozioni. Girato nel villaggio in cui Chabrol è cresciuto, la pellicola con Gérard Blain e Jean-Claude Brialy trasuda autenticità da tutti i pori e ricorderà ad alcuni il sapore veritiero del neorealismo italiano.

    8. La jetée (1962)

    La jetée (1962) non è l’unico film della Nouvelle Vague ad addentrarsi in territori sci-fi. Tre anni dopo l’uscita di questo iconico cortometraggio, Godard porterà in sala il pionieristico film tech noir Alphaville (1965). Lo status leggendario dell’opera di Chris Marker è dato dalla sua influenza fuori misura. Non è un mistero che Terry Gilliam si sia ispirato a La jetée (1962) per L'esercito delle 12 scimmie (1995). Allo stesso tempo, molti autori cyberpunk come William Gibson la ritengono una pellicola fondamentale per il genere. Essendo un fotoromanzo, una raccolta di fotografie con una voce narrante fuoricampo, questo esperimento potrebbe non soddisfare gli spettatori che cercano qualcosa di più moderno. Per questa ragione, La jetée (1962) si ferma all’ottava posizione. Se avete amato film come Stalker (1979), questo film fa per voi.

    7. Ascensore per il patibolo (1958)

    Tra i registi che hanno fatto la storia del cinema francese e della Nouvelle Vague è impossibile non citare Louis Malle. Con una carriera quasi quarantennale tra Francia e America, Malle ha dimostrato fin da subito tutte le sue abilità. Il suo esordio Ascensore per il patibolo rimane un classico senza tempo del cinema noir. Il film ha come punti di forza una magnifica fotografia ad alto contrasto e un’atmosfera dark senza paragoni. Allo stesso tempo, non può non colpire la colonna sonora jazz di Miles Davis, un paesaggio sonoro frutto dell’improvvisazione del maestro. Ascensore per il patibolo (1958) è un’esperienza più che una visione centrata sullo sviluppo della trama. Se noir più strutturati sono il vostro pane quotidiano, non sarete delusi da questo settimo posto. I fan di Detour: deviazione per l'inferno (1945), invece, troveranno quello che stanno cercando.

    6. Les parapluies de Cherbourg (1964)

    Anche se il bianco e nero sono le tonalità predilette della Nouvelle Vague, il movimento che ha rivoluzionato la settima arte si è espresso anche con una tavolozza dei colori più ampia. Les parapluies de Cherbourg è, infatti, uno spettacolo per gli occhi. I colori pastello sono i padroni della fotografia, rendendo ogni frame un quadro da appendere. Essendo un musical romantico con una vena drammatica, Les parapluies de Cherbourg (1964) non è un film per tutti e potrebbe essere respinto da chi cerca di evitare atmosfere dolci-amare. Tuttavia, la sesta posizione fa da testamento alla carica innovativa della pellicola e alla bravura del suo regista, Jacques Demy.    

    5. Il ginocchio di Claire (1970)

    Il ginocchio di Claire di Éric Rohmer è il titolo più “vecchio” della lista e, come per Les parapluies de Cherbourg (1964), sfoggia colori che lasciano a bocca aperta. Il film si svolge in una location di montagna, vicino al Lago di Annecy. Per questo, la fotografia naturale anni ’70 esalta le sfumature dei colori predominanti, il blu e il verde. Facente parte della raccolta dei Sei racconti morali, Il ginocchio di Claire (1970) tratta di temi legati al desiderio, al piacere e alla repressione. Se l’esplorazione non convenzionale di essi potrebbe non convincere tutti, chi non ha resistito a film atipici sul desiderio come Crash (1996) e Shame (2011) gioirà di fronte alla potenza di Rohmer. Un quinto posto che non toglie nulla a questo capolavoro.

    4. Hiroshima mon amour (1959)

    Con Il ginocchio di Claire (1970) al quinto posto e la top 3 in vista, da qui in poi bisogna giocare solo carichi. Hiroshima mon amour sfiora il podio, ma si assesta al quarto posto perché i tre film successivi lo sovrastano di poco in fatto di iconicità. Come per Les parapluies de Cherbourg (1964), il melodramma è il padrone assoluto nel film di Alain Resnais. Le tinte drammatiche dell’opera si fondono con un sottotesto storico-sociale che analizza le conseguenze psicologiche del secondo dopoguerra. Tra inquadrature eleganti e un bianco e nero poetico, Hiroshima mon amour (1959) è un classico da vedere almeno una volta nella vita.

    3. Cleo dalle 5 alle 7 (1962)

    Al posto più basso del podio troviamo Cleo dalle 5 alle 7 (1962) della regista Agnès Varda. Questo fiore all’occhiello della Nouvelle Vague è rivoluzionario sotto più aspetti. Oltre a raccontare quasi in tempo reale due ore di vita della protagonista, Cleo dalle 5 alle 7 (1962) sfoggia una visione femminista senza compromessi. Un film anni ‘60 dove la soggettività femminile diventa il punto focale del racconto è qualcosa di epocale  in un mondo ancora dominato dal potere patriarcale. Oltre ai suoi temi visionari, la pellicola di Varda non dimentica la forma, con una fotografia mozzafiato e movimenti di macchina innovativi. Un podio più che meritato.

    2. I 400 colpi (1959)

    Ogni lista sulla Nouvelle Vague che si rispetti ha sempre due film in vetta. Il vero problema è sempre quello di decidere chi occupi il primo posto. Questa volta, la medaglia d’argento tocca a I 400 colpi, classico d’esordio del genio del cinema François Truffaut. Come per Cleo dalle 5 alle 7 (1962), il film presenta un punto di vista del tutto innovativo, ovvero quello di un bambino in rotta di collisione con famiglia e scuola. Questa pietra miliare coming-of-age brilla per il tono empatico e per la performance micidiale di un appena quindicenne Jean-Pierre Léaud. Con un finale da storia del cinema e un impianto tecnico senza pecche, l’eccellente reputazione de I 400 colpi (1959) è lontana dall’essere scalfita.

    1. Fino all'ultimo respiro (1960)

    Fino all'ultimo respiro (1960) si aggiudica il primo posto sorpassando anche quel capolavoro de I 400 colpi (1959). Ho voluto premiare l’opera prima di Godard perché rappresenta nella maniera più chiara il contributo della Nouvelle Vague. C’è la visione esistenzialista e fatalista della vita. Ci sono le innovazioni tecniche, tra cui i famosi jump cut che hanno reso immortale l’opera. Ci sono le location reali che mettono in secondo piano gli ambienti fittizi degli studios. In ultimo, c’è il genio sapiente di Godard, pronto a tutto pur di portare sullo schermo la sua idea di cinema. Fino all'ultimo respiro (1960) è la definizione di settima arte e la testimonianza di un periodo passato dove fare cinema voleva dire esprimere un punto di vista nuovo e totalmente personale.

  • “Euphoria”: dove hai già visto il cast della terza stagione?

    “Euphoria”: dove hai già visto il cast della terza stagione?

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    È arrivato il momento che stavamo aspettando, ad aprile 2026 Euphoria (2019 - ) torna finalmente con la terza stagione. E, come trapelato, lo fa con un salto in avanti di cinque anni, con i protagonisti non più adolescenti in crisi ma giovani adulti costretti a fare i conti con le conseguenze delle fratture accumulate nelle prime due stagioni. Stesse cicatrici, nuove ferite (o almeno potenziali).

    Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato anche fuori dal set. Quel cast che nel 2019 era fatto di promesse da tenere d'occhio oggi è diventato una rosa di talenti da far tremare Hollywood. Zendaya, Sydney Sweeney, Jacob Elordi, Hunter Schafer: li avete incrociati ovunque, da Arrakis ai campi da tennis, dalle montagne bavaresi ai manieri inglesi, tra blockbuster Marvel, horror estremi e rom-com da milioni di dollari.

    Sapere dove li abbiamo già visti, in che ruoli si sono formati, quali registi li hanno plasmati, aiuta a capire cosa porteranno con sé quando torneranno tra i sobborghi di East Highland. Qui sotto trovate le risposte, film per film, ruolo per ruolo, per prepararvi alla terza stagione.

    Zendaya (Rue Bennett)

    Il volto di Euphoria è il suo, non ci sono discussioni. Zendaya interpreta Rue Bennett, tossicodipendente che lotta ogni giorno per restare sobria, e la performance le è valsa due Emmy come migliore attrice protagonista, rendendola la più giovane a vincere il premio due volte. Due statuette che pesano, soprattutto se si pensa alla carriera parallela che l'attrice ha costruito fuori dalla serie. Molti la associano a MJ nella trilogia di Spider-Man inaugurata nel 2017 con Homecoming, compagna di scuola e grande amore di Peter Parker. Ma il vero salto di qualità arriva con Dune (2021) di Denis Villeneuve, dove interpreta Chani, guerriera Fremen che guida Paul Atreides attraverso il deserto di Arrakis. 

    Nel secondo capitolo, Dune: Parte Due (2024), la performance diventa ancora più fisica e sottile, dimostrando che Zendaya sa stare anche nell'epica sci-fi, un genere lontanissimo dall'immagine teen che il pubblico si era fatto di lei. E poi c'è il triangolo tennistico-amoroso di Challengers (2024), diretta da Luca Guadagnino in quello che è forse il suo ruolo più adulto: tensione erotica sul campo da tennis, un film che pulsa di desiderio e ambizione. In Malcolm & Marie (2021) litiga per una notte intera con John David Washington in un dramma da camera girato durante il lockdown, mostrando anche capacità quasi teatrali. Prima ancora c'era stato The Greatest Showman (2017), dove cantava e ballava accanto a Hugh Jackman. Se volete riscoprirla prima della terza stagione, le prime due di Euphoria restano il suo ruolo più iconico, quello che l'ha trasformata da star Disney a attrice cult.

    Sydney Sweeney (Cassie Howard)

    Sydney Sweeney interpreta Cassie Howard, personaggio alla continua ricerca di approvazione che nella seconda stagione tradisce la migliore amica con conseguenze devastanti. Ma la versatilità di Sweeney va molto oltre questo personaggio, e la sua filmografia lo dimostra. Prima del boom di Euphoria, molti la ricordano nella prima stagione di The White Lotus (2021) come Olivia Mossbacher, la figlia cinica che passa la vacanza hawaiana tra droghe, tradimenti e tensioni familiari. Una performance spigolosa, intellettuale, distaccata, completamente opposta a Cassie. 

    Alcuni non se lo ricorderanno, ma c'è anche un piccolo ruolo in C'era una volta a... Hollywood (2019) di Tarantino, dove interpreta Snake, giovanissima adepta della Manson Family. Prima ancora c'erano stati The Handmaid's Tale (2018) come Eden, la giovane moglie fondamentalista in un episodio che spezza il cuore, e Sharp Objects (2018) accanto a Amy Adams. Negli ultimi anni ha alternato tutto: il drama erotico The Voyeurs (2021), la rom-com leggerissima Tutti tranne te (2023), la whistleblower Reality Winner nel film indie Reality (2023), o Immaculate (2024) horror in cui interpreta una suora rinchiusa in un convento italiano, tra scene disturbanti che l'hanno consacrata “inaspettata” scream queen. A completare il quadro, Madame Web (2024), che ha segnato l’entrata nel mondo Marvel, e il thriller Una di famiglia (2025). Se volete vederla in una luce diversa, The White Lotus mostra il lato pungente e “dimenticato” di Sweeney, in seguito messo da parte da molti registi. Se, invece, cercate il ruolo più coraggioso, Immaculate è quello che fa per voi. 

    Jacob Elordi (Nate Jacobs)

    Jacob Elordi interpreta Nate Jacobs, il quarterback con daddy issues e una rabbia repressa pronta ad esplodere. Un personaggio che è una red flag vivente. Ma l'esplosione vera di Elordi è arrivata lontano da Euphoria, con una trasformazione da teen idol ad attore cult che è tra le più impressionanti degli ultimi anni. Il punto di svolta è Saltburn (2023) di Emerald Fennell, dove interpreta Felix Catton, aristocratico inglese che domina un maniero gotico con una bellezza totalizzante e quel carisma naturale che avvolge ogni scena. Il film è stato divisivo ma la sua performance decisamente no. In Priscilla (2023) di Sofia Coppola interpreta un Elvis giovane e manipolatore, ritratto inquietante di una relazione tossica vista dagli occhi di Priscilla Presley, rappresentata da Elordi con una presenza fisica “soffocante”. 

    Prima di questi exploit d'autore era stato il protagonista della trilogia The Kissing Booth (2018-2021) su Netflix, romance leggerissima che lo rese un teen-idol globale. Da lì in poi ha dimostrato un range impressionante: Acque Profonde(2022) accanto a Ben Affleck e Ana de Armas, ma soprattutto Frankenstein (2025) di Guillermo del Toro, dove interpreta la Creatura con trucco prostetico e una recitazione fisica letteralmente mostruosa. In Oh, Canada (2024) di Paul Schrader affianca Richard Gere come giovane versione del protagonista. Il prossimo passo è Cime Tempestose (2026), dove tornerà a collaborare con Emerald Fennell interpretando Heathcliff accanto a Margot Robbie. Ma Saltburn resta il ruolo che ha cambiato tutto, quello che consigliamo a chi vuole vedere Elordi oltre la furia di Nate Jacobs.

    Hunter Schafer (Jules Vaughn)

    Hunter Schafer interpreta Jules Vaughn, la ragazza trans in fuga verso un amore autentico. La storia con Rue ha segnato la rappresentazione LGBTQ+ in televisione con una delicatezza rara per un teen drama, e Schafer porta vulnerabilità e forza insieme, rendendo Jules il cuore queer della serie. Il debutto cinematografico vero arriva con The Hunger Games: La ballata dell'usignolo e del serpente (2023), dove interpreta Tigris Snow, cugina del giovane Coriolanus e personaggio misterioso che i fan dei libri aspettavano da anni. 

    Nel 2024 è protagonista di Cuckoo (2024), horror del regista tedesco Tilman Singer ambientato tra le montagne bavaresi, film disturbante che mescola body horror e folklore. Prima di Euphoria, inoltre, era già nota come attivista transgender per la sua battaglia contro il "Bathroom Bill" in North Carolina, testimonianza pubblica che ha ispirato migliaia di giovani. Nella serie, invece, ha anche co-scritto l'episodio speciale Jules, uno dei momenti più intimi di Euphoria dove esplora l'identità di genere con una profondità rara. Se volete scoprirla oltre la serie, Cuckoo è la performance più fisica. Ma Euphoria resta essenziale per capire l’importanza, anche culturale, del suo ruolo.

    Alexa Demie (Maddy Perez)

    Alexa Demie interpreta Maddy Perez, la regina della scuola, fiera e stilosissima, vittima di abusi nascosti. La lealtà feroce con cui affronta la relazione tossica con Nate avrebbe potuto diventare stereotipo, ma Demie riempie il personaggio di umanità, trasformandola in una delle figure più amate della serie. Piccolo cult la sua performance in  Mid90s (2018) film sulla scena skate della Los Angeles anni '90 diretto da Jonah Hill. Demie interpreta Estee, la ragazza più grande, bella e irraggiungibile. 

    Ha brillato anche in Waves (2019) di Trey Edward Shults, dramma familiare ambientato in Florida che esplora il dolore e la guarigione. Una performance intensa, in un film a tratti asfissiante a cui Demie riesce a dare respiro, ma la sua prova migliore rimane Maddy. Sam Levinson l'ha trasformata in una style icon della Gen Z, con i suoi look anni 2000 ripresi in centinaia di tutorial TikTok che cercano di ricreare il suo make-up.

    Maude Apatow (Lexi Howard)

    Maude Apatow interpreta Lexi Howard, la drammaturga silenziosa che osserva le dinamiche tossiche del gruppo, trasformando il caos adolescenziale in uno spettacolo teatrale che, a metà della seconda stagione, mette i protagonisti davanti al loro lato più disfunzionale. Il suo personaggio è il volto “maturo” tra i disastri di East Highland, ma raccontato con una sottigliezza che non scade mai nella predica. 

    Apatow, figlia d'arte del regista Judd Apatow e dell'attrice Leslie Mann, ha esordito da bambina in Molto incinta (2007) dove interpreta la figlia (sua madre nel film è proprio Leslie Mann), poi in Questi sono i 40 (2012), sequel dove il personaggio è cresciuto insieme a lei. Il salto vero arriva con Il Re di Staten Island (2020) con Pete Davidson, in un film post-11 settembre venato di umorismo tragico, sempre diretta dal padre.

    Eric Dane (Cal Jacobs)

    Eric Dane interpreta Cal Jacobs, il padre di Nate che, dietro la maschera da padre-marito perfetto, nasconde una tossicodipendenza sempre più problematica. Per molti spettatori Dane è il Dottor Mark Sloan di Grey's Anatomy (2005), serie leggenda del genere medical, con cui raggiunse la fama globale (e il titolo di sex symbol) tra le corsie dell’ospedale più famoso della tv. Con The Last Ship (2014) arriva il cambio di registro, protagonista action nei panni del comandante Tom Chandler in una serie post-apocalittica dove un virus ha decimato l'umanità. Dane passa dal camice alla divisa militare, dimostrando di saper sostenere un drama action per cinque stagioni.

    Ma in Euphoria fa la cosa più scomoda: interpreta un padre di famiglia con segreti devastanti. La scena in cui registra i suoi incontri, il modo in cui gioca con quella doppiezza, rende Cal uno dei personaggi più complessi e controversi della serie. Dane porta una presenza quasi “villain”, portando in scena un personaggio adulto lontano dalle solite rappresentazioni da teen drama. Grey's Anatomy l'ha reso famoso, ma Euphoria gli ha dato il ruolo più scomodo e interessante della carriera.

    Colman Domingo (Ali Muhammed)

    Colman Domingo interpreta Ali Muhammed, lo sponsor di Rue e una delle poche presenze adulte capaci di guidare davvero i giovani protagonisti. Il suo monologo nella seconda stagione, seduto al diner con Rue, è uno dei momenti più potenti della serie: parla di redenzione, fallimento e ricadute con un’interpretazione da lacrime. In Ma Rainey's Black Bottom (2020) recita accanto a Viola Davis e Chadwick Boseman nell'ultimo film di Boseman prima della morte. 

    Energia diversa in Zola (2021), film folle di Janicza Bravo basato su un thread di Twitter. Ma l'apice arriva con Rustin (2023), dove interpreta l'attivista gay Bayard Rustin, colui che ideò la Marcia su Washington del 1963. Una performance che gli è valsa una nomination all'Oscar come miglior attore protagonista, trasformazione totale che porta sullo schermo un pezzo di storia dimenticata. Ha anche recitato in Se la strada potesse parlare (2018) di Barry Jenkins, adattamento di James Baldwin, in Selma (2014) come attivista nel movimento di Martin Luther King, e nella serie Fear the Walking Dead (2015) per sette stagioni.

    Rosalía (new entry)

    Rosalía è la new entry che ha fatto immediatamente scalpore, fin dai primi rumors. Non tanto per la filmografia, ma perchè nessuno si aspettava di vedere la popstar del momento nel cast della serie del momento, hype nell’iperuranio. Euphoria e Rosalía erano già collegate: Lo vas a olvidar, il brano con Billie Eilish uscito nel 2021, è stato uno dei simboli della serie, canzone tra le più ricordate di una colonna sonora di livello altissimo. 

    Ora la cantante spagnola entra direttamente nel cast per la terza stagione con un ruolo ancora segreto. Non sarà tuttavia il suo debutto assoluto come attrice: aveva già fatto un cameo in Dolor y gloria (2019) di Pedro Almodóvar, in un film che ha segnato il ritorno del regista spagnolo alle origini. 

    Barbie Ferreira (Kat Hernandez)

    Barbie Ferreira interpretava Kat Hernandez, la ragazza curvy che scopre se stessa come cam girl e che è stata pioniera della body-positivity nelle prime due stagioni. La sua evoluzione da ragazza insicura a simbolo sex-positive è stata uno degli archi più interessanti della serie, anche se la sua uscita dal cast ha deluso molti fan. Ha recitato in Unpregnant (2020), commedia drammatica sull'aborto che affronta temi difficili con la leggerezza in un road trip tra due amiche che attraversano stati per raggiungere una clinica. 

    In Nope (2022) di Jordan Peele ha un ruolo minore ma memorabile mentre, più recentemente, è apparsa nella commedia indie Bob Trevino Likes It (2025) e in House of Spoils (2024), thriller psicologico con Ariana DeBose. Ferreira era già nota come modella prima di Euphoria, avendo lavorato per Aerie e altri brand plus-size, portando una rappresentazione fisica diversa in un'industria ancora ossessionata dai corpi standard. La sua assenza nella terza stagione è stata confermata, ma il personaggio di Kat resta uno dei più importanti nella rappresentazione di corpi diversi in televisione. Euphoria resta il suo ruolo più iconico, quello che l'ha trasformata in role model per migliaia di ragazze che si sono riviste in lei.

    Tributo ad Angus Cloud (Fezco)

    Angus Cloud interpretava Fezco, il dealer di strada dal cuore d'oro. Calma serafica, voce lenta, consigli da terapista improvvisato che escono dalla bocca di un pusher tatuato. L’amico che tutti vorrebbero. La carriera di Cloud era agli albori quando è tragicamente scomparso il 31 luglio 2023 all'età di soli 25 anni. La notizia ha sconvolto Hollywood e i fan della serie, con tributi da tutto il cast. Prima di Euphoria aveva recitato solo per un piccolo ruolo in North Hollywood (2021), coming-of-age sugli skater della San Fernando Valley.  

    Dopo la sua morte sono usciti diversi film postumi: Your Lucky Day (2023), The Line (2024), Freaky Tales (2024) e Abigail (2024). Ha anche prestato la voce in The Garfield Movie (2024). La terza stagione di Euphoria includerà sicuramente un tributo alla sua memoria ma se volete sentirne l'impatto, le prime due stagioni sono imprescindibili: Cloud resta uno di quei casi in cui un personaggio secondario diventa il nucleo emotivo di un'intera serie. La sua assenza si farà sentire profondamente nel salto temporale verso l'età adulta.

  • Da “Amici come noi” a “Oi vita mia”: tutti i film di Pio e Amedeo in ordine di uscita

    Da “Amici come noi” a “Oi vita mia”: tutti i film di Pio e Amedeo in ordine di uscita

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Pio D'Antini e Amedeo Grieco, insieme, formano un vero e proprio ciclone comico. Estremi, esagerati, fuori scala nel cercare sempre la risata. Pugliesi DOC, hanno dimostrato di saperci fare fin dai tempi di TeleFoggia. Parlantina svelta, un umorismo che travolge e conquista. La loro è stata una lunga gavetta, propedeutica al successo.

    A cominciare da Le Iene su Italia 1. Proprio il format Mediaset li farà conoscere al grande pubblico, regalandogli uno show tutto loro, Emigratis. Irriverenti, mai scontati, la loro amicizia fuori dal set riesce a fare la differenza, risultando sempre credibili. Un incubo per i perbenisti, una garanzia per gli spettatori.

    Come spesso accade, dalla televisione al cinema il passo è breve: nel pieno dell'ascesa esce nel 2014 Amici come noi, segnando il debutto di Pio e Amedeo sul grande schermo. Il primo di cinque film. In mezzo tanto teatro, una chiacchierata (e seguita) ospitata al Festival di Sanremo e, strano ma vero, un videoclip girato insieme a Paris Hilton.

    Se volete ridere con Pio e Amedeo, JustWatch ha stilato una lista in ordine di uscita con tutti i loro film.

    1. Amici come noi (2014)

    Con Amici come noi, i due comici portano per la prima volta al cinema il loro universo comico, cercando di trasformare la spontaneità televisiva in una narrazione fatta e compiuta, adatta per il grande schermo. Una commedia da un’ora e mezza che segue Pio e Amedeo, appassionati di calcio, amici e soci in affari. Gestiscono un'attività di pompe funebri, ma Pio scopre che la fidanzata Rosa ha preso parte a un film porno, entrambi decidono di fuggire dai pettegolezzi di paese per andare prima a Roma e poi a Milano.

    Amici come noi è una vera e propria avventura fuori controllo che segue l'archetipo del più classico on-the-road. Personaggi assurdi, imprevisti e situazioni estreme, rese ancor più comiche dalle battute (e battutacce) di Pio e Amedeo. Diretto da Enrico Lando, si può considerare un debutto quasi sperimentale, per certi versi immaturo e legato a dinamiche da sketch tv, tuttavia l'alchimia - volutamente scorretta - tra i due diventa il motore della storia, trascinando e divertendo. Se hai amato l’esordio al cinema di Ficarra e Picone in Nati Stanchi (2002), apprezzerai anche il debutto di Pio e Amedeo.

    2. Ma tu di che segno sei? (2014)

    In pochi lo ricordano, ma Pio e Amedeo sono stati tra i protagonisti di uno degli ultimi cinepanettoni. Targato Neri Parenti, il titolo alterna gag e umorismo tradizionale, avvalendosi di ottimi interpreti comici: da Gigi Proietti a Vincenzo Salemme fino a Massimo Boldi. Il duo pugliese si inserisce in un cast corale, suddiviso in una commedia episodica da 99 minuti che gioca sugli stereotipi dei segni zodiacali.

    Nel loro episodio, Pio, redattore di un giornale astrologico, aiuta Amedeo a corteggiare la nuova vicina di casa, interpretata da Mariana Rodriguez. Una comicità diretta, che punta sulla quantità e sulla leggerezza, adatta a una visione che punta allo svago e alla semplicità. I comici, per l’occasione, si mettono a disposizione di un regista esperto, regalando al pubblico uno dei migliori momenti del film. Se ti fanno ridere le commedie in stile Miami Beach  (2016), apprezzerai anche Ma tu di che segno sei?.

    3. Belli Ciao (2022)

    Dopo alcuni anni di assenza dal cinema, Pio e Amedeo tornano protagonisti in una commedia da un’ora e mezza che segna un evidente cambio di tono rispetto al passato. Diretto da Gennaro Nunziante, Belli ciao racconta l’evoluzione di un’amicizia nel tempo, mettendo a confronto due percorsi di vita. Pio ha lasciato il Sud per costruirsi una carriera di successo al Nord, mentre Amedeo è rimasto nella loro terra, conducendo un’esistenza più semplice.

    Amici come prima mostra l’altro lato di Pio D'Antini e Amedeo Grieco: non solo commedia assoluta e risate di pancia, ma anche momenti più malinconici che bilanciano intrattenimento e racconto sociale. Meno comicità aggressiva per una storia coerente e sentita. Sicuramente la commedia “della svolta”. Un cambio di tono che verrà poi rafforzato nei successivi film. Da non perdere ti sei divertito con Benvenuti al sud (2010). 

    4. Come può uno scoglio (2023)

    Forse, la commedia della consapevolezza per il duo foggiano. Ancora diretti da Gennaro Nunziante, Pio e Amedeo tornano a una comicità più diretta, basata sul contrasto tra personaggi. Il film racconta l’incontro (forzato) tra uno sprovveduto sindaco e un ex detenuto dal passato turbolento, costretto a lavorare come suo chauffeur. Una situazione perfetta per generare una continuità comica di forte presa sul pubblico.

    Se la traccia politica permette di miscelare al meglio l’umorismo, Come può uno scoglio rafforza i meccanismi tipici di Pio e Amedeo, questa volta inseriti in un contesto narrativo ben delineato che punta dritto sulla risata. In 90 minuti, tra gag e sketch, il film gioca sulle differenze tra i due, accendendo la scena, senza rinunciare a una carica di satira esplosiva. Da recuperare se ami l’umorismo di Un povero ricco (1983). 

    5. Oi vita mia (2025)

    Svolta, consapevolezza e, infine, maturità artistica. Oi vita mia rappresenta una tappa fondamentale nella carriera del duo, perché segna il loro debutto alla regia e una chiara evoluzione dei testi comici. In un’ora e quaranta, il film abbandona in parte la comicità provocatoria per raccontare una storia più ampia e umana, incentrata sul valore dell’amicizia e sulla difficoltà di crescere, anche da adulti. I protagonisti si trovano a condividere spazi, responsabilità e problemi quotidiani, confrontandosi con generazioni diverse e con un presente fatto di incertezze.

    Pio e Amedeo sono due amici che affrontano una nuova fase della vita tra convivenza forzata, scontri generazionali e riscoperta dei legami autentici. Pio gestisce un centro di recupero per giovani, Amedeo lavora in un centro anziani. Quando i due mondi si uniscono accade l’impensabile. Nel cast, anche una leggenda come Lino Banfi, qui in un ruolo intimo e malinconico. Un successo commerciale capace di far sorridere senza rinunciare a una narrazione più profonda e delicata. Devi vederlo se hai apprezzato i temi de  Il più bel secolo della mia vita (2023).

  • Da “Una di famiglia” a “Mercoledì”: le scene di film e serie TV che hanno spopolato sui social

    Da “Una di famiglia” a “Mercoledì”: le scene di film e serie TV che hanno spopolato sui social

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Il cinema ha bisogno dei social…e viceversa. È ormai assodato che film e serie tv traggono dei benefici da piattaforme come TikTok, Instagram, X, Facebook e così via. Succede spesso infatti che singole scene, battute e gesti iconici si stacchino dall’unità narrativa originale per vivere una vita autonoma.

    È il caso dei cosiddetti meme, che diventano di tendenza, dando il via ai trend. Pochi secondi per momenti forti, fortemente riconoscibili soprattutto fuori dal contesto originale.

    Così come altre possano diventare oggetto di accese discussioni sul web, quasi da far dimenticare l’unità narrativa ospitante - tradotto lo stesso film o serie tv. Proprio come sta succedendo con una pellicola, attualmente in sala. Ma come testimoniato da questo caso recente, la realtà è ben diversa. L’interesse per l’esperienza cinematografica è infatti riaccesa. Perché alla fine gli utenti sono spinti a capire cosa c’è dietro quei pochi secondi, che commentano, condividono. Dunque accorrono a vedere il film con la scena che è rimasta precedentemente loro impressa. Inevitabilmente in passato accadeva il contrario. Prima si guardava una pellicola per intero e poi si discuteva sulla “parte preferita”. Nuovo cinema TikTok? Si fa presto a dirlo. Semplicemente cambiano i tempi, e oggi l’audiovisivo si ritrova a dialogare, volontariamente o involontariamente, con quella che possiamo chiamare “fruizione frammentata”. A volte con esiti positivi, altre no. Ma in tutto ciò, quali sono alla fine le scene diventate più virali sui social? Ecco qualche esempio, a partire, come sopracitato, da uno recentissimo.

    Una di famiglia (2026)

    La scena hot dell’hotel in Una di famiglia (2026): sono state moltissime le reazioni sui social, che l’hanno trasformata in una delle parti più discusse della pellicola con Sydney Sweeney, Amanda Seyfried, attualmente ancora in sala. C’è chi l’ha apprezzata, chi l’ha snobbata, ma soprattutto chi l’ha condivisa, rendendola inevitabilmente virale, specialmente su TikTok (tra chi corre in palestra dopo aver ammirato il fisico di Sydney Sweeney e chi invita scherzosamente le ragazza a non portare fidanzati e mariti in sala).

    Tratto dal bestseller internazionale di Freida McFadden, primo capitolo di una trilogia letteraria, il thriller psicologico diretto da Paul Feig segue Millie (Sweeney), giovane donna in fuga dal passato, alle prese con il suo nuovo lavoro da domestica nella lussuosa casa dei coniugi Winchester. Quello che sembrava il lavoro dei sogni si rivelerà presto in un incubo, e dietro l’apparente perfezione della vita Nina (Seyfried) e Andrew Winchester (Brandon Sklenar) si nasconde qualcosa di decisamente oscuro. Ma cosa si vede in questa scena di alquanto discutibile? Per scoprirlo vi toccherà andare al cinema…

    Mercoledì (2022 -in corso)

    Tra i titoli più visti in assoluto di Netflix, Mercoledì (2021) deve molto ai social. Il successo della serie incentrata sull’omonimo personaggio della famiglia Addams, che porta anche la firma di Tim Burton, è in parte riconducibile a una scena nota come la Wednesday Dance. Nel quarto episodio della prima stagione, durante la cerimonia della Nevermore Academy, la giovane protagonista, Mercoledì Addams (Jenna Ortega) si lancia in un ballo sulle note di “Goo Goo Muck”, brano dei The Cramps. Una sequenza diventata sin da subito virale, immediatamente riprodotta dai fan, che l’hanno trasformata in un vero e proprio “trend”. 

    Ma per il balletto social, invece di usare la canzone del 1981, si è optato per un pezzo più contemporaneo, “Bloody Mary” di Lady Gaga, in una versione velocizzata (la cosiddetta sped-up), una scelta che si è rivelata azzeccatissima insieme alla coreografia. Ciliegina sulla torta? Persino la stessa Lady Gaga si è resa protagonista di un video in cui balla la Wednesday Dance.

    M3GAN (2022)

    Se vuoi che il tuo film abbia successo online, non puoi non inserire un balletto. La lezione di Mercoledì (2022) è stata infatti ben recepita dietro le quinte di M3GAN (2022), l’horror diventato uno dei casi cinematografici del 2023. A diventare virale su TikTok, anche stavolta, una scena già presente nel trailer, che vede la bambola-robot protagonista della pellicola diretta da Gerard Johnstone impegnata in un’inquietante coreografia, ripresa sin da subito da diversi utenti, che si sono gettati in diverse imitazioni. 

    Un effetto che ha fatto parlare del film sin da prima della sua uscita in sala, spingendo di conseguenza le persone ad andarlo a vedere. In un’intervista, il regista ha raccontato che il balletto non fosse stato creato con lo scopo di diventare un fenomeno social, per quanto Allison Williams, una delle attrici protagoniste, ha successivamente spiegato che a ridosso della pubblicazione del trailer si era discusso se mostrare o meno quella scena. È stato proprio il reparto marketing a decidere di tenerla; una scelta che a posteriori si è rivelata più che positiva, considerato che con un budget di 12 milioni di dollari la pellicola ne ha incassati ben 180 in tutto il mondo.

    Saltburn (2023)

    Uno studente di origini umili entra nelle grazie di un compagno universitario facoltoso, che lo invita a trascorrere le vacanze estive nella sua tenuta estiva. Durante il soggiorno la situazione prende una piega del tutto inaspettata, degenerando in una spirale di segreti, bugie e violenza. 

    Tra thriller e black comedy, il film di Emerald Fennell, con Jacob Elordi e Barry Keoghan, è diventato virale su TikTok. Quasi tutti i video sono accompagnati dallo slogan “Non guardare Saltburn con la tua famiglia”, e le sequenze tratte dalla pellicola che prende il nome dall’immensa tenuta in cui si svolge la storia, finite sulla bocca di tutti sono tre: quella della vasca da bagno, quella del cimitero e quella del ballo finale. Evitando spoiler, Saltburn (2023) è un altro esempio di come i social possano avere un ruolo determinante nel successo globale di un film.  

    Your Friends and Neighbors (2025)

    Tra TikTok, Instagram o X chi è che non si è imbattuto in Jon Hamm che balla a occhi chiusi e con un sorriso beato, lasciandosi trasportare dalle note di “Turn The Lights Off”? Il meme del momento che simboleggia l’estasi, pochi secondi diventati virali, riutilizzati nei contesti più differenti: dal piacere dell’arrivo dello stipendio alla gioia dell’aver prenotato il prossimo viaggio, e così via. 

    Ma da dove arriva questa scena con l’iconico Don Draper di Mad Men (2007)? L’origine del trend è riconducibile a un episodio di Your Friends and Neighbors (2025), serie originale Apple, uscita lo scorso anno, e che oggi sta spopolando (così come il brano di Kato di ben quindici anni fa). Un dramedy in cui Hamm interpreta Andrew “Coop” Cooper, un gestore di fondi speculativi, diviso tra un recente divorzio e la perdita del proprio lavoro, che finisce per improvvisarsi ladro, quando comincia a derubare le case dei suoi vicini nel ricchissimo Westmont Village. Tutto non andrà per il verso giusto. Nello specifico, dunque, quei secondi oggi eletti a meme rappresentano un attimo di evasione di un uomo, che si ritrova alle prese con il disfacimento della propria vita.

    Carry On (2024)

    Tra i film più visti sulla piattaforma, Carry-On (2024) è l’action movie natalizio di Netflix. Un thriller adrenalinico ambientato interamente in un aeroporto, tra In linea con l’assassino (2002) e Die Hard 2 (1990), che segue le rocambolesche vicissitudini di un agente della sicurezza aeroportuale (Taron Egerton) alle prese con un terrorista senza scrupoli (Jason Bateman). Una delle adrenaliniche scene della pellicola diretta da Jaume Collet-Serra riguarda un combattimento all’interno di un’auto in corsa, di cui Netflix ha rilasciato un video di dietro le quinte per raccontare come fosse stata girata. 

    Parliamo di un contenuto che ha catalizzato l’attenzione del pubblico, raccogliendo oltre 20 milioni di visualizzazioni su TikTok, che ha sicuramente contribuito al successo del titolo sul servizio streaming, conferendogli lo status di “alternativa adrenalinica” ai classici delle feste, che ha saputo soddisfare gli appassionati degli action movies.

    Mean Girls (2004)

    Sui social, di solito, circolano solo brevi spezzoni. Ma ogni tanto le regole vengono infrante. È successo proprio il 3 ottobre di tre anni fa, quando sulla piattaforma non comparvero semplici scene, bensì un film intero. E la sorpresa fu doppia: a condividerlo non furono i fan, ma la stessa casa di produzione e distribuzione. Era il Mean Girls Day, la giornata in cui ogni anno si celebra la pellicola diretta da Mark Waters. Per l’occasione, Mean Girls (2004) venne pubblicato integralmente: 97 minuti suddivisi in 23 parti, caricati da Paramount Pictures. Il film rimase disponibile gratuitamente per 24 ore, fino alla mezzanotte del giorno successivo, quando tutte le clip vennero rimosse. 

    Una mossa insolita, ma efficace, che ha riacceso il dibattito attorno a un teen movie ancora oggi considerato un cult, generando milioni di visualizzazioni e, con il tempo, anche un significativo aumento di iscrizioni alla pagina ufficiale di Mean Girls. Non che ne avesse bisogno, ma si è trattato di una forma di dialogo alternativa con le nuove generazioni. Oggi, del resto, non è raro che i servizi di streaming adottino strategie simili: concedere gratuitamente, per un periodo limitato, l’episodio pilota di una serie su YouTube o su altri canali social, per invogliare soprattutto i più giovani a proseguire la visione tramite abbonamento. È accaduto di recente anche con Girl Taken (2025), thriller psicologico disponibile su Paramount+.

  • Alan Rickman: 10 ruoli straordinari per ricordarlo a 10 anni dalla sua scomparsa

    Alan Rickman: 10 ruoli straordinari per ricordarlo a 10 anni dalla sua scomparsa

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Ci sono attori che riconosci in un istante per una faccia, e altri che riconosci per un’energia. Alan Rickman era entrambe le cose, ma soprattutto la seconda: entrava in campo e il film cambiava temperatura. Non era solo una questione di voce (anche se quella dizione vellutata è diventata iconica), né di carisma “da teatro” travasato al cinema.

    Era la capacità rarissima di rendere credibile l’intelligenza: di far percepire che, dietro ogni frase, c’era un pensiero già in movimento. Per questo i suoi personaggi – anche i più brevi – sembrano sempre arrivare con una storia precedente e lasciare una scia dopo l’uscita di scena.

    A dieci anni dalla sua scomparsa (14 gennaio 2016), riguardare Rickman non è solo un atto di nostalgia. È un modo per ripensare a un certo tipo di recitazione che oggi manca spesso nei blockbuster e nelle serie: il controllo, la precisione, la recitazione “di sottrazione” che non ha bisogno di spiegarti tutto. Rickman sapeva essere minaccioso senza alzare il volume, romantico senza diventare sdolcinato, comico senza smontare la dignità del personaggio. E soprattutto sapeva fare la cosa più difficile: rendere un antagonista o un uomo discutibile umano, cioè contraddittorio, pieno di motivazioni non sempre nobili ma sempre riconoscibili.

    Questa lista nasce per questo: non per ripetere i soliti “ruoli cult” (che ci sono, perché è giusto che ci siano), ma per attraversare le sue molte vite cinematografiche – dal villain diventato archetipo, al mentore, al romantico tragico, fino al lavoro di voce che trasforma un personaggio in un ricordo. Ogni titolo qui sotto è una mini-porta d’ingresso per riscoprirlo oggi, e ogni voce ti suggerisce anche un film “vicino” per atmosfera o temi: perché il modo migliore per ricordare Rickman non è fermarsi al mito, ma rimetterlo in circolo dentro un percorso di visione che continua a parlare al presente.

    Hans Gruber – "Die Hard" (1988)

    Il manuale del cattivo anni ’80 diceva: muscoli, urla, crudeltà monolitica. Rickman lo prende e lo brucia con un sorriso. Hans Gruber è un antagonista “di classe”: educato, calcolatore, persino divertente, e proprio per questo inquietante. La sua arma segreta non è il mitra, è il controllo della scena: parla e sembra già aver previsto la tua risposta. Il risultato è che Die Hard non è soltanto un action perfetto; è un film in cui l’eroe funziona meglio perché il villain è memorabile. Se ti piace l’action ad alta tensione con un cattivo carismatico, recupera Speed (1994) – stesso gusto per il “conto alla rovescia” – oppure Arma Letale (1987) per la chimica buddy-cop e l’ironia nel caos.

    Severus Piton – saga "Harry Potter" (2001–2011)

    Il paradosso di Piton nella saga di Harry Potter è che lo ricordi anche quando non c’è: è un personaggio fatto di presenza trattenuta, di sguardi e mezze frasi che sembrano sempre nascondere un’ulteriore stanza segreta. Rickman lo interpreta come un enigma morale più che come un semplice professore “ostile”: rigidità e vulnerabilità convivono, e ogni gesto pare una scelta dolorosa. È una performance che cresce film dopo film e che regge l’urto della mitologia, perché non cerca mai l’eroismo facile: preferisce l’ambiguità, l’ombra, la coerenza emotiva. Consigliato a chi ama fantasy con personaggi adulti e stratificati (non solo “per ragazzi”). Se vuoi un’esperienza simile per respiro e worldbuilding, vai su Il Signore degli Anelli (2001–2003); se vuoi un’altra saga fantasy con tono più fiabesco, Le cronache di Narnia (2005–2010).

    Lo Sceriffo di Nottingham – "Robin Hood: Principe dei Ladri" (1991)

    Rickman qui non “ruba la scena”: la mette sotto sequestro. Il suo Sceriffo in Robin Hood: Principe dei Ladri è un concentrato di perfidia, humour nero e teatralità, una prova che dimostra quanto l’eccesso, se controllato, possa diventare stile. È un villain larger-than-life che rende il film infinitamente più godibile, perché trasforma ogni confronto in uno spettacolo: non recita la cattiveria, la assapora. Perfetto per chi ama l’avventura classica anni ’90 con un pizzico di camp, e per chi vuole vedere un attore divertirsi senza perdere precisione. Se ti intriga lo stesso tipo di swashbuckling (spade, romanticismo, ritmo), prova La Maschera di Zorro (1998); se vuoi un tono più cupo e “storico”, Robin Hood (2010) di Ridley Scott.

    Colonnello Brandon – "Ragione e Sentimento" (1995)

    Dopo tanta iconografia da cattivo, Rickman mostra l’altro volto della sua forza in Ragione e Sentimento: la delicatezza. Il Colonnello Brandon è un personaggio costruito sulla pazienza, su ciò che non si dice, sull’idea (quasi rivoluzionaria) che l’amore adulto sia cura e responsabilità, non possesso. In un film pieno di dialoghi e dinamiche sociali, Rickman lavora di sottrazione: un cambio di tono, un silenzio, un passo in più verso qualcuno. È una mini-lezione di recitazione romantica non urlata, ideale se ami i period drama che sanno essere emotivi senza essere melensi. Se vuoi restare in quell’universo, guarda Orgoglio e Pregiudizio (2005) per la stessa tensione tra sentimento e convenzioni; oppure Emma (2020) per un’Austen più frizzante e satirica.

    Jamie – "Il fantasma innamorato" (1990)

    Qui Rickman è puro cuore, ma senza zucchero. Il fantasma innamorato prende un’idea potenzialmente “carina” (l’amato che ritorna) e la trasforma in un racconto sul lutto: su quanto sia difficile lasciare andare non solo una persona, ma anche la versione di te che esisteva con lei. Jamie è affascinante, ironico, tenero – e proprio per questo il film fa male, perché ti mostra quanto l’amore possa diventare una stanza in cui restare intrappolati. Rickman riesce a essere contemporaneamente conforto e tentazione, presenza e fantasma. Da vedere se ami il romanticismo agrodolce e le storie che parlano di elaborazione del dolore con grazia. Se ti colpisce questo registro, il “gemello” naturale è Ghost (1990); per una variante più malinconica e contemporanea, Se mi lasci ti cancello (2004).

    Grigorij Rasputin – "Rasputin – Il demone nero" (1996)

    Rasputin è il tipo di personaggio che divora chi lo interpreta: grottesco, magnetico, fisico, pieno di contraddizioni. Rickman lo affronta come un rituale: non cerca la somiglianza “da biopic”, cerca l’energia disturbante di un uomo capace di sedurre, spaventare e manipolare nello stesso respiro. Quella in Rasputin – il demone nero è una prova che ricorda quanto fosse potente anche fuori dai blockbuster, e non a caso gli valse riconoscimenti importanti (Emmy e Golden Globe, tra gli altri). È consigliato a chi ama i period drama con un centro oscuro, quasi horror psicologico, e a chi vuole vedere Rickman trasformarsi senza rete. Se vuoi restare in quell’epica di potere e decadenza, prova Nicholas and Alexandra (1971); se preferisci intrighi di corte più “politici”, Elizabeth (1998).

    Éamon de Valera – "Michael Collins" (1996)

    Neil Jordan con Michael Collins gira un film in cui la Storia è soprattutto un conflitto di ideali, e Rickman ci si infila con un personaggio che non puoi liquidare in “buono/cattivo”. Il suo de Valera è un politico lucido, misurato, capace di apparire ragionevole anche quando la sua freddezza ferisce. È una recitazione di dettagli e strategie: ogni frase sembra avere un secondo significato, ogni sguardo pesa come una decisione. Per chi ama i film storici che non mitizzano, ma complicano; e per chi cerca un Rickman meno iconico ma ugualmente incisivo. Se ti interessa la stessa intensità politico-emotiva, guarda Il vento che accarezza l’erba (2006); per un’altra storia di Irlanda e conflitto, Bloody Sunday (2002).

    Alexander Dane / Dr. Lazarus – "Galaxy Quest" (1999)

    Galaxy Quest è una commedia sci-fi che funziona perché prende sul serio i suoi personaggi anche quando li prende in giro. E Rickman è la chiave: Alexander Dane è un attore “classico” intrappolato nel costume di un alieno da serie TV, e il film gli regala il migliore dei conflitti meta: il talento contro il typecasting, la dignità contro la cultura pop. Rickman lo interpreta con una tragedia trattenuta che diventa comicità purissima: ogni battuta suona come una pugnalata elegante. È perfetto per chi ama le satire affettuose e le storie sul mestiere di recitare (e sul fandom) senza cinismo. Se vuoi un “parente” tematico, prova Tropic Thunder (2008) – attori e identità, in modalità più aggressiva – oppure Balle Spaziali (1987) per la parodia sci-fi più demenziale.

    Harry – "Love Actually" (2003)

    In un film spesso ricordato per i momenti feel-good, Rickman presidia una delle linee narrative più amare: quella in cui l’amore non esplode, ma si incrina. Il suo Harry non è un mostro, ed è proprio questo il punto: è un uomo ordinario che sceglie l’egoismo, la vanità, la fuga – e lascia macerie emotive senza nemmeno “meritarsi” l’odio netto. Rickman lo interpreta senza assoluzioni e senza melodramma, con quella freddezza gentile che rende tutto più realistico e doloroso. È la parte che ti resta addosso se riguardi Love Actually da adulto. Se cerchi commedie romantiche con la stessa vena agrodolce, vai su Questione di tempo (2013) – ancora Richard Curtis, più profondo di quanto sembri – oppure L’amore non va in vacanza (2006) per un ensemble natalizio più comfort.

    Marvin – "Guida Galattica per Autostoppisti" (2005)

    A volte basta una voce per creare un personaggio. Rickman in Guida Galattica per Autostoppisti presta a Marvin un timbro che sembra nato per l’umorismo cosmico e depresso di Douglas Adams: una malinconia così perfetta da diventare punchline. Marvin è un concentrato di sarcasmo esistenziale, e Rickman gli dà una dignità tragica che rende ancora più comico il contrasto con l’assurdità dell’universo attorno. È un ruolo “piccolo” solo sulla carta: in pratica è uno dei ricordi più nitidi del film. Ideale per chi ama la sci-fi comica e l’assurdo britannico, e per chi vuole ascoltare Rickman trasformare una battuta in filosofia. Se ti piace questo mood di avventura spaziale ironica, prova Guardiani della Galassia (2014–2023); se vuoi un’altra fantascienza piena di nonsense, Men in Black (1997–2012).

  • 12 serie TV horror e fantasy con la formula “Mostro della Settimana”, per chi ama la visione senza impegno!

    12 serie TV horror e fantasy con la formula “Mostro della Settimana”, per chi ama la visione senza impegno!

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    C’è un tipo di serie TV che non ti chiede di firmare un contratto a tempo indeterminato. Non pretende che tu ricordi genealogie, mappe, profezie e sottotrame lasciate a metà tre episodi fa.

    Ti prende per mano, ti porta in un posto buio (o magico), ti mette davanti a un’anomalia – un mostro, una maledizione, una creatura, un evento inspiegabile – e poi, entro i titoli di coda, ti restituisce la sensazione rara di una storia compiuta.

    È la formula “Mostro della Settimana”: episodi autoconclusivi in cui il conflitto principale nasce e si risolve nell’arco di una puntata. A volte c’è un villain ricorrente, una mitologia più ampia, un filo orizzontale che cresce in sottofondo… ma non è un ricatto. Puoi seguirlo quanto vuoi, oppure ignorarlo e goderti la serie come una raccolta di racconti.

    Per chi è impegnato (o semplicemente stanco), questo formato è una benedizione: ti permette di “interagire” con lo show alla tua velocità. Un episodio ogni tanto, quando hai voglia di brividi senza la pressione del binge. Oppure una manciata di puntate scelte, come si fa con le antologie: il best-of dei mostri più riusciti, delle idee più disturbanti, delle atmosfere più azzeccate. E nel caso di horror e fantasy funziona ancora meglio, perché il mostro è spesso anche un simbolo: una paura quotidiana, un trauma, un desiderio che prende forma.

    In questa lista trovi 12 serie perfette per questo tipo di visione “senza impegno”: titoli che reggono benissimo a episodi sparsi, che ti danno subito un’identità forte (tono, mondo, regole) e che non ti puniscono se salti, riprendi, abbandoni e poi torni. Scegli la creatura, scegli la serata: il resto lo fa la puntata.

    The X-Files (1993–2002, 2016–2018)

    Se vuoi capire perché la formula “mostro della settimana” è diventata un linguaggio televisivo, The X-Files è ancora il punto di partenza più elegante. Il suo trucco è l’equilibrio: ogni episodio può essere un racconto quasi autonomo (creature, mutazioni, leggende urbane, paranoie scientifiche), ma in sottofondo senti sempre un’eco più grande, una mitologia che puoi seguire con costanza oppure lasciare lì come un rumore di fondo. È perfetta “senza impegno” perché la dinamica tra Mulder e Scully è autosufficiente: anche se non ricordi a che punto sei, capisci subito chi crede, chi dubita, e cosa sta rischiando ciascuno dei due. Invecchia bene soprattutto nei standalone: spesso sono piccoli film horror compressi in 45 minuti, con idee visive forti e un senso di inquietudine quotidiana. Ideale se ami il soprannaturale trattato con serietà, ma senza l’obbligo di un binge continuo.

    Buffy the Vampire Slayer (1997–2003)

    Buffy è una di quelle serie che ti fanno entrare pensando di guardare “un teen horror simpatico” e ti ritrovi, episodio dopo episodio, dentro una grammatica emotiva sorprendentemente adulta. La formula “mostro della settimana” qui è quasi didascalica: il mostro non è soltanto un nemico da sconfiggere, è una metafora che prende corpo – l’ansia, la solitudine, il desiderio, la vergogna, la paura di crescere. Proprio per questo funziona benissimo anche a visione frammentata: scegli un episodio a caso e spesso ti ritrovi una storia compiuta, con un’idea centrale chiara e un finale che chiude il cerchio. E quando vuoi “salire di livello”, gli archi stagionali sono lì, pronti a diventare un percorso più continuativo. Buffy regge ancora per dialoghi, ritmo e inventiva, ma soprattutto perché non ha paura di cambiare tono: può essere spaventosa, comica, romantica e tragica nello spazio di poche scene, senza perdere identità.

    Supernatural (2005–2020)

    La forza di Supernatural è che ti offre un tipo di comfort raro: quello dell’avventura itinerante che non ti chiede costanza assoluta. Anche quando la mitologia si espande, la serie continua a vivere di episodi “on the road” dove la regola è semplice: arrivi in un posto, c’è una leggenda, qualcosa non torna, e si caccia il mostro. È una struttura perfetta per chi ha poco tempo perché puoi pescare episodi sparsi e goderti il mood: motel, diner, boschi, cittadine che sembrano uscite da una raccolta di folklore americano. A fare da collante, più della continuity, è il rapporto tra i due protagonisti: anche se non ricordi esattamente il punto della trama generale, capisci subito la loro dinamica, il peso del non detto, la lealtà ostinata. Quando è al suo meglio, Supernatural alterna horror artigianale, ironia e malinconia con una naturalezza quasi “da fumetto”. Se cerchi una serie che ti accompagni senza obbligarti, è una delle più affidabili.

    Grimm (2011–2017)

    Grimm è la risposta ideale se ti piace l’idea “procedural” ma vuoi che il caso del giorno abbia zanne e artigli. La premessa è chiarissima e, proprio per questo, estremamente fruibile: un detective scopre di appartenere a una stirpe capace di vedere la vera natura di creature nascoste tra gli umani, i Wesen, e ogni episodio lo mette davanti a un nuovo tipo di minaccia legata a fiabe, archetipi e incubi moderni. La serie funziona bene senza impegno perché ha una routine rassicurante: indagine, rivelazione, confronto, soluzione – con un folklore che cambia maschera di volta in volta. In più, costruisce lentamente una “famiglia” di personaggi ricorrenti che rende piacevole anche guardare una puntata ogni tanto: c’è sempre qualcuno che ti fa sentire a casa, anche quando il tono si fa più cupo. Non è la più rivoluzionaria del genere, ma è una delle più solide nel trasformare il fantasy in intrattenimento scorrevole, con un’estetica urban e un ritmo da comfort seriale.

    Fringe (2008–2013)

    Fringe è perfetta se cerchi “mostro della settimana” con un cervello in più – senza però diventare un compito a casa. All’inizio è una serie di casi impossibili, spesso inquietanti, con un gusto quasi da body horror e una curiosità genuina per la scienza che deraglia. Ogni episodio ti dà un’anomalia da decifrare, un meccanismo da smontare, un dettaglio disturbante che resta addosso. Ma la cosa che la rende davvero consigliabile in modalità “senza impegno” è che, anche quando la trama orizzontale cresce, i singoli episodi continuano a reggere come racconti autonomi: c’è un problema, c’è un metodo, c’è una soluzione – e in mezzo personaggi che, puntata dopo puntata, acquistano spessore emotivo. In particolare, la serie sa trasformare l’idea di “caso” in qualcosa di intimo: dietro l’orrore scientifico spesso c’è una ferita, una scelta, un legame. È un ottimo equilibrio tra intrattenimento e ambizione, e puoi entrarci a piccoli morsi senza sentirti persa.

    Evil (2019–2024)

    Se ti piace l’horror contemporaneo che gioca con la tua percezione, Evil è uno dei titoli più azzeccati per la formula “mostro della settimana”. Ogni episodio parte da un caso: possessione, miracolo, infestazione, fenomeno inspiegabile. Ma la serie è intelligente perché non ti concede mai una risposta unica: ti lascia oscillare tra spiegazione razionale e interpretazione soprannaturale, e la vera tensione nasce proprio lì, in quel territorio instabile. È una visione ideale “senza impegno” perché il format è chiarissimo e ripetibile: si indaga, si discute, si testa, si osservano comportamenti, e si arriva a un punto in cui o credi o non credi – oppure ammetti che la verità è più ambigua. Funziona anche come mini-antologia dei nostri incubi moderni: tecnologia, manipolazione, paranoia sociale, fede usata come arma. E soprattutto non ha paura di essere divertente e disturbante insieme, con una dose di ironia nera che alleggerisce senza sgonfiare l’angoscia. Guardarla a episodi sparsi è un piacere: ti prendi il brivido e chiudi.

    Streghe (1998–2006)

    Streghe è il comfort fantasy per eccellenza: una serie che puoi accendere quando hai bisogno di qualcosa di soprannaturale ma non troppo pesante, e che ti restituisce subito un senso di familiarità. La formula “mostro della settimana” è praticamente la sua struttura naturale: demoni, stregoni, incantesimi, rituali, piccoli guai magici che arrivano e si risolvono nel corso dell’episodio, spesso con una morale emotiva semplice ma efficace. La differenza, rispetto ad altri titoli, è il cuore domestico: la magia convive con la vita quotidiana, le relazioni, il lavoro, la sorellanza – e questo rende ogni puntata autosufficiente, perché l’aggancio emotivo non dipende dal cliffhanger, ma dai legami. Certo, ci sono archi più ampi e personaggi ricorrenti, ma non ti punisce se salti: ritrovi facilmente il tono e le dinamiche. È una serie pop, a volte ingenua, spesso calda, e proprio per questo perfetta per chi vuole un horror/fantasy “a cucchiaiate”, senza la pressione di un grande puzzle narrativo.

    Doctor Who (dal 2005 in poi)

    Doctor Who è il paradiso di chi ama la visione episodica: il suo DNA è “arrivo, incontro, minaccia, soluzione, ripartenza”. Ogni puntata (o mini-arco) è un’avventura in un luogo e un tempo diverso, spesso con un mostro o un antagonista specifico che dà forma al tema dell’episodio. Ed è qui che la serie diventa perfetta per guardarla senza impegno: puoi scegliere un Dottore, una companion, una stagione che ti ispira e iniziare quasi da lì, senza sentirti in colpa per non “sapere tutto”. Quando è al massimo, Doctor Who sa essere horror gotico, fiaba malinconica, commedia sci-fi, dramma emotivo nello spazio di un’ora – e la sua forza è trasformare l’idea di “mostro” in uno specchio: spesso ciò che spaventa davvero è una scelta, una perdita, una responsabilità. È un titolo che premia la curiosità più della fedeltà: ogni episodio può essere un piccolo film, e la sensazione di meraviglia (o inquietudine) arriva comunque.

    Constantine (2014–2015)

    Constantine è una scelta ottima proprio perché “senza impegno” lo è anche nella durata: una sola stagione, compatta, che ti dà un urban fantasy cupo e diretto. La formula è episodica: un caso occulto, una maledizione, un demone, una creatura; John Constantine entra, provoca, manipola, tenta di salvare qualcuno (o di salvare sé stesso), e il conto morale arriva sempre. È una serie che vive bene a puntate sparse perché ogni episodio ha un’idea centrale – spesso un oggetto maledetto o un’entità specifica – e un’atmosfera coerente: fumo, chiese, motel, inferni interiori. Il protagonista non è l’eroe “pulito”: è stanco, cinico, carismatico nel modo sbagliato, e questo rende il tono più adulto e più amaro rispetto a molti monster-show. Non tutto è perfetto (si sente che avrebbe voluto crescere ancora), ma proprio per questo funziona come assaggio: prendi un episodio quando hai voglia di soprannaturale sporco e vai via soddisfatta, senza dover completare un’epopea.

    Sleepy Hollow (2013–2017)

    Sleepy Hollow è quel tipo di serie che non si vergogna del pulp, e per questo è ideale quando vuoi un “mostro della settimana” energico e leggermente sopra le righe. La premessa è già un biglietto da visita: un uomo del passato catapultato nel presente, un Cavaliere Senza Testa, e una detective moderna che deve fare da ancora al reale. Molti episodi funzionano come casi autoconclusivi: creature, simboli, maledizioni, pezzi di folklore rimescolati con una mitologia più grande che resta sullo sfondo come una linea guida, non come un obbligo. La serie vive di ritmo e chimica tra i protagonisti: il contrasto tra il “fuori tempo” e la praticità contemporanea dà un’energia buddy-show che rende ogni puntata scorrevole anche se non ricordi perfettamente cosa è successo prima. Quando colpisce, lo fa con un gotico pop divertente, qualche immagine inquieta e un tono da “avventura horror” che si presta benissimo a una visione intermittente: un episodio, una creatura, fine serata.

    Haven (2010–2015)

    Haven è una serie che funziona come un romanzo di provincia infestata: una cittadina dove, a turno, le persone vengono colpite da “Troubles”, anomalie soprannaturali diverse in ogni episodio. È una struttura perfetta per la formula “mostro della settimana”, perché spesso il “mostro” non è un’entità da combattere, ma un evento o una condizione che travolge qualcuno e mette in crisi l’intera comunità. Guardarla senza impegno è facile: ogni puntata è un caso con un inizio e una chiusura, e l’atmosfera fa il resto – mare, boschi, segreti, piccole ossessioni che diventano grandi. In sottofondo c’è una mitologia che cresce e lega i personaggi a un destino più ampio, ma la serie non ti punisce se salti: ti riagganci grazie al tono e alle relazioni ricorrenti. È consigliata se ami l’idea di soprannaturale “quotidiano”, più malinconico che spettacolare, con un gusto da mystery lento ma accogliente. È una di quelle serie che ti fanno venire voglia di restare nel posto anche quando fa paura.

    Wynonna Earp (2016–2021)

    Wynonna Earp è la scelta giusta se vuoi “mostro della settimana” con un’energia punk e una vena emotiva sorprendentemente sincera. La struttura è spesso episodica: revenants, demoni, minacce soprannaturali che arrivano, esplodono e si risolvono con un mix di pistole, sarcasmo e istinto di sopravvivenza. Il bello, per una visione senza impegno, è che la serie non ti chiede di essere sempre sul pezzo: puoi prendere un episodio quando vuoi e ritrovare subito il tono – ironico, un po’ sporco, a tratti tenero – perché la personalità della protagonista è il vero “motore” più della trama. Anche quando c’è un arco più grande, ciò che resta è il gruppo: una famiglia trovata che tiene insieme action, horror e melodramma senza diventare troppo pesante. È una serie che sa divertirsi ma non è vuota: sotto le battute c’è spesso un discorso su identità, lealtà, e sul prezzo della missione. Se cerchi un fantasy/horror “da compagnia”, uno che ti fa sorridere e ti dà anche un brivido, funziona benissimo a puntate sparse.

  • Dalla trilogia di “Before” a “The Lowdown”: i migliori ruoli di Ethan Hawke tra cinema e serie TV

    Dalla trilogia di “Before” a “The Lowdown”: i migliori ruoli di Ethan Hawke tra cinema e serie TV

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Definirlo semplicemente attore sarebbe riduttivo. Ethan Hawke è un artista a tutto tondo e una delle figure più vivaci del panorama culturale hollywoodiano. Regista, sceneggiatore, autore di romanzi, interprete, Hawke ha esplorato diversi ambiti artistici dimostrando un talento in ognuno di questi campi. 

    Sul set fin dal giovanissimo, prima con Explorers (1985) e poi con L'attimo fuggente (1989), l'attore ha saputo schivare le insidie di un successo precoce senza lasciarsi attirare da una popolarità sterile. Al contrario, ha scelto la strada più difficile, ma anche quella che l'ha portato più lontano.

    Ormai decennale la sua collaborazione con Richard Linklater insieme al quale ha realizzato alcuni dei film più significativi delle rispettive carriere, dalla trilogia di Before al recente Blue Moon. Nel 2006 debutta dietro la macchina da presa con L'amore giovane, adattamento del suo primo romanzo. Ruolo che duplica nel 2018 con Blaze, portando sullo schermo la vita travagliata del musicista folk Blaze Foley, e nel 2023 con Wildcat quando dirige sua figlia Maya Hawke nel ruolo di Flannery O'Connor.

    JustWatch ha stilato la classifica dei migliori ruoli di Ethan Hawke, tra cinema e serie TV.

    10. Giovani, carini e disoccupati (1994)

    “Vedi Lelaina, non ci serve altro: un paio di sigarette, una tazza di caffè e un po’ di conversazione. Io, te e cinque dollari…”. Giovani, carini e disoccupati, debutto alla regia di Ben Stiller, è il manifesto della Generazione X con protagoniste due icone del cinema degli anni '90: Winona Ryder ed Ethan Hawke. La storia di quattro amici neolaureati di Houston che cercano di dare forma alle loro aspirazioni e relazioni in un mondo che sembra non avere spazio per loro. L'attore è Troy Dyer, aspirante musicista allergico alle regole e alle convenzioni. Un giovane uomo vulnerabile e carismatico quanto disilluso e cinico il cui rapporto con il personaggio di Ryder è il cuore pulsante del film.

    Poco più di un'ora e 30 minuti in cui il film cattura quel senso di incertezza e confusione tipico dei vent'anni. Sensazioni con le quali tutti abbiamo fatto i conti e che Stiller riesce a far affiorare sullo schermo in modo naturale e mai didascalico. Inoltre, il film affronta anche tematiche sociali come l'AIDS e l'accettazione della propria sessualità. Indimenticabile la sequenza nel Food Mart sulle note di My Sharona dei The Knack o quella finale accompagnata da All I Want Is You degli U2. Un cult intramontabile da vedere se hai amato Singles - L'amore è un gioco (1992) e St. Elmo's Fire (1985).

    9. Gattaca - La porta dell’universo (1997)

    Quello di Andrew Niccol è uno di quei film che, a distanza di quasi 30 anni dall'uscita, continua ad essere di una modernità sfacciata. Ambientato nel futuro, Gattaca - La porta dell’universo parla di un mondo in cui il destino sociale è determinato dal DNA. Ethan Hawke è Vincent Freeman, un uomo nato naturalmente e per un problema al cuore considerato "non valido". Ossessionato dal sogni di diventare astronauta, l'uomo assume l'identità di un individuo geneticamente superiore per viaggiare nello spazio e lavorare a Gattaca, l’ente aerospaziale responsabile delle missioni interplanetarie. Affiancato da Uma Thurman e Jude Law, l'attore dà vita a un personaggio dalla determinazione ferrea.

    Un uomo dalle emozioni trattenute, braccato dalla paura di essere scoperto, malinconico e che sfida il sistema per andare oltre i limiti imposti dalla biologia e da una società classista. Un film di fantascienza dalle sfumature biopunk sull'autoaffermazione che si domanda qual sia il limite oltre il quale la scienza non dovrebbe andare e per questo estremamente attuale. Ma, oltre alle tematiche affrontate nei suoi 106 minuti, la pellicola è anche un visione affascinante per il mondo retro futurista immaginato da Niccol. Un mondo sospeso nel tempo dove le architetture di Frank Lloyd Wright e Antoine Predock e la fotografia lunare di Sławomir Idziak amplificano l'atmosfera ammaliante del film. Da scoprire se ti sono piaciuti Equilibrium (2002) e Minority Report (2002).

    8. The Lowdown (2025)

    7. Arrivata in Italia gli ultimi giorni del 2025 – e già rinnovata per una seconda stagione -, The Lowdown è un piccolo gioiello di scrittura e interpretazioni creato da Sterlin Harjo. Un'opera originale che guarda alla provincia americana con la lente del neo noir e una dose massiccia dell'umorismo di chi non si prende troppo sul serio. Ethan Hawke è Lee Raybon, un libraio perennemente in bolletta e storico di Tulsa che si ritrova a indagare sulla morte sospetta di un membro di una potente famiglia locale. Otto episodi da circa un'ora ambientati nello stesso universo narrativo di Reservation Dogs (2021) che avrebbero fatto felice Hunter S. Thompson tanto è “gonzo” il suo protagonista.

    Perennemente stropicciato, testardo, disordinato e pieno di lividi dei colpi che gli ha inferto il destino, il protagonista (ispirato a Lee Roy Chapman) è irresistibile. Merito di una grande interpretazione in cui traspare tutto il divertimento di un fuoriclasse che conosce il mestiere come Ethan Hawke. Il suo è un uomo stanco, ma mai sconfitto con a cuore la verità. Non a caso la serie, dietro la sua facciata scanzonata, è anche una denuncia del trattamento dei nativi americani e di una politica corrotta. Da non perdere se hai apprezzato Bodkin (2024) e Dark Winds (2022).

    7. Training Day (2001)

    Per il ruolo di Jake Hoyt, recluta idealista della polizia di Los Angeles al suo primo giorno di addestramento, Ethan Hawke ha ottenuto una meritata nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista. Ambientato nell'arco di 24 ore, il film vede l'attore affiancato da un gigantesco Denzel Washington nei panni del corrotto sergente Alonzo Harris.

    Insieme i due danno vita a un duetto attoriale indimenticabile interpretando due poli opposti che si scontrano tra i quartieri più malfamati di L.A. nell'arco di due ore di grande cinema. Un thriller poliziesco alimentato da un'adrenalina e tensione incessanti dove l'ambiguità morale si scontra con l'integrità di chi crede in ciò che rappresenta. Se credi che The Departed – Il bene e il male (2006) sia tra i migliori polizieschi degli ultimi 20 anni, Training Day non ti deluderà.

    6. Onora il padre e la madre (2007)

    Per il suo ultimo film, Sidney Lumet ha chiamato alcuni dei più grandi attori in circolazione: Albert Finney, Philip Seymour Hoffman ed Ethan Hawke. Un noir thriller travestito da dramma familiare in cui due fratelli in gravi difficoltà finanziarie pianificano una rapina ai danni della gioielleria dei genitori. Ma, quando il colpo finisce in tragedia, si scatena una spirale di colpa e violenza che li trascina a picco. Un film di grandi interpretazioni in cui Hawke offre una prova inedita fatta di disperazione e debolezza.

    Il suo Hank è un uomo più che mediocre, un fallito che ha passato la vita nell'ombra del carisma del fratello. Il risultato è un personaggio tragico e profondamente infelice per una delle prove più cupe della carriera dell'attore che non fa nulla per arruffianarsi il favore del pubblico. Un film anticipatore con cui Lumet, in 117 minuti, cristallizza la complessità dell'animo umano e la mancanza di morale della nostra società. Imperdibile se hai amato Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975).

    5. First Reformed - La creazione a rischio (2017)

    Primo capitolo della cosiddetta trilogia della redenzione di Paul Schrader – seguita da Il collezionista di carte (2021) e Il maestro giardiniere (2022) – First Reformed – La creazione a rischio è una rielaborazione di tematiche care al regista di Taxi Driver (1976). Al centro del racconto lungo quasi due ore un pastore protestante (Hawke) di una piccola comunità tormentato dal lutto e da una crisi di fede.

    A far precipitare il suo già fragile equilibrio psicologico l'incontro con un attivista ambientale radicale e sua moglie incinta. Un altro uomo solo, straziato da un conflitto interiore e alla ricerca della verità. Qui l'attore costruisce un personaggio tutto giocato sui silenzi e il controllo rigoroso delle emozioni che riescono a trasparire solo attraverso lo sguardo e i gesti. Una prova sottile quanto potente attraverso la quale il regista mette in scena una società in crisi e sul punto di esplodere (letteralmente).

    4. Blue Moon (2025)

    L'ultima collaborazione, in ordine di tempo, tra Ethan Hawke e Richard Linklater. L'attore interpreta il paroliere Lorenz Hart durante la serata d'apertura del musical Oklahoma! dell'amico e collaboratore di lunga data Richard Rodgers. Un momento che sintetizza il declino personale e artistico dell'uomo. Quella di Blue Moon è un'interpretazione simile a delle montagne russe emotive. L'interro film, girato tutto all'interno di un locale, ha il sapore dell'opera teatrale. Un ruolo verboso in cui traspare tutta la solitudine di un uomo vittima dell'alcolismo e dell'ossessione per un passato ormai andato.

    Impressionante il lavoro fatto da Hawke su voce e postura per avvicinarsi il più possibile al vero Hart, diviso tra momenti di profondo sconforto ed altri di esaltante euforia. Una pellicola elegante, lievemente ironica, commovente e attraversata da una vena di malinconia nei suoi 110 minuti. Una riflessione sulla fama e le sue insidie che rende omaggio a quel sentimento complicato che è l'amicizia. Se hai amato A proposito di Davis (2013), non puoi perderti questo film.

    3. Born to Be Blue (2015)

    In Born to Be Blue Ethan Hawke scompare per regalarci un'interpretazione di Chet Baker che va oltre l'imitazione. L'attore ha studiato a lungo per imparare a maneggiare la tromba e cantare come il jazzista, cercando di affrancarsi da una prova bidimensionale. Ambientato nel 1966, il film si concentra sul tentativo di ritorno sulle scene del musicista dopo che una brutale aggressione ha messo a rischio la sua carriera. Ideale prosecuzione iniziata da Robert Brudeau con il corto del 2009, The Deaths of Chet Baker, in cui il regista immaginava gli ultimi attimi di vita del jazzista, Born to Be Blue si lascia andare a licenze narrative che hanno fatto storcere il naso a molti ammiratori del musicista.

    Ma è innegabile come la prova di Ethan Hawke sia sbalorditiva nella capacità di catturare il tormento e lo struggimento di un uomo dipendente dall'eroina così come dalla musica. Poco più di un'ora e 30 minuti in cui vengono a galla l'amore per Jane Azuka, la rivalità con Miles Davis e Dizzy Gillespie, l'autolesionismo, il rapporto complesso con il padre e quello viscerale con la sua tromba. Meravigliosa la sequenza in cui intona con un filo di voce My Funny Valentine. Da vedere se ti sei emozionato guardando Bird (1988).

    2. Boyhood (2014)

    Dodici anni. È l'arco di tempo in cui Richard Linklater ha realizzato Boyhood. Un esperimento cinematografico indipendente in cui il regista ha seguito la crescita del suo piccolo protagonista Mason dall'infanzia all'età adulta, osservando i cambiamenti della sua famiglia e del mondo che lo circonda, tra rivoluzioni tecnologiche e cambiamenti politici. Ethan Hawke interpreta il padre del protagonista. Una figura che, come tutti gli altri personaggi, cambia sotto i nostri occhi. Non solo fisicamente, ma anche umanamente.

    Ed è questa una delle grandi bellezze del film. Il fatto di mettere in scena uomini e donne imperfetti, che non rappresentano ideali ma individui che ogni giorno falliscono, imparano, migliorano. Una riflessione sul tempo, i ricordi e l'infanzia lunga due ore e 45 minuti. Se hai amato The Fabelmans (2022), non resterai deluso da Boyhood.

    1. La trilogia di "Before" (1995-2013)

    Similmente a Boyhood, la trilogia di Before – Prima dell'alba (1995), Before Sunset - Prima del tramonto (2004), Prima di mezzanotte (2013) - ha coinvolto Ethan Hawke e Julie Delpy per circa 20 anni. Lo ha fatto attraverso la storia d'amore tra Jesse e Celine iniziata su un treno per Vienna e proseguita tra Parigi e la Grecia. Da ragazzi ad adulti, Richard Linklater li fotografa in momenti precisi delle loro vite, immortalando la loro relazione e la loro evoluzione come individui. Un'opera romantica quanto realista che mostra come i sogni giovanili si scontrino con la complessità dell'età adulta.

    Un'esplorazione sincera, emozionante, feroce e complessa dell'amore. La chimica tra Hawke e Delpy, co- sceneggiatori degli ultimi due capitoli insieme a Linklater, è tangibile e i lunghi piani sequenza che accompagnano i dialoghi dei loro personaggi sono intrisi di calore e verismo. Tre pellicole che, tra 80 e 100 minuti, hanno saputo catturare le varie sfaccettature di un sentimento così universale da riuscire ad abbracciare un pubblico ampissimo. Se ti sei emozionato guardando Past Lives (2023), devi recuperare questa trilogia.

  • Pomeriggio su Italia 1: i 10 migliori cartoni e serie TV della nostra infanzia (Millennial)

    Pomeriggio su Italia 1: i 10 migliori cartoni e serie TV della nostra infanzia (Millennial)

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Per una generazione intera, il vero after-school non era l'oratorio o il campetto, ma il divano davanti a Italia 1. Bastava sentire il jingle di Bim Bum Bam, vedere quel logo in basso a destra e il pomeriggio era andato. 

    Compiti buttati sul tavolo, zaino abbandonato per terra, merendina ipercalorica e ultra-zuccherata in mano e via: tre ore buone di cartoni e serie che non erano solo intrattenimento, ma un linguaggio condiviso, un rito collettivo che ancora oggi scatena fiumi di nostalgia.

    Questa lista guarda ai pomeriggi dei Millennial, senza pretese di oggettività ma con la consapevolezza che questi dieci titoli hanno segnato davvero qualcosa. Sportivi invincibili, studentesse che salvano il mondo, sfere capaci di realizzare ogni desiderio e una famiglia gialla che ancora oggi ci spiega l'America meglio di qualsiasi telegiornale. Preparate i fazzoletti, con questi rewatch si fa un viaggio nel tempo, buona nostalgia!

    Lupin III (1971 - 1972)

    Cartone forse più “di nicchia” rispetto agli altri titoli inclusi in questa lista, Lupin III era probabilmente il cartone più “adulto” tra quelli trasmessi all’epoca dal Biscione. Il ladro gentiluomo Lupin, il cecchino infallibile Jigen, il samurai senza macchia Goemon, la femme fatale Fujiko e, ovviamente, l’ispettore Zenigata (chi non ha almeno una volta fatto il tifo per lui?). Italia 1 lo ha proposto in mille cicli e riedizioni, spesso censurando qua e là, ma mantenendo intatta l’ambiguità dei suoi personaggi, sospesi tra il bene e il male, ma sempre amatissimi. Per tanti Millennial questo cartone è stato il primo contatto con il noir comico, e Lupin resta ancora oggi una delle porte d'ingresso più eleganti al cinema d'autore giapponese. 

    Lady Oscar (1979 - 1980)

    Questo cartone è una gemma da molti ingiustamente dimenticato, ma i Millennials più “datati” non possono non ricordarlo. "Un'adolescente che si traveste da ragazzo per diventare ufficiale delle guardie reali e proteggere Maria Antonietta": se questa premessa vi sembra uscita da una serie Netflix del 2024, è perché Lady Oscar (del 1979: sì, avete letto bene) ha anticipato di decenni tutto quello che oggi chiamiamo gender-bending ed empowerment femminile. Arrivato su Italia 1 nel 1982, l'anime di Riyoko Ikeda mescolava lo sfarzo della corte di Versailles, storie d'amore proibite e Rivoluzione Francese, tra duelli all'alba, balli in maschera e una protagonista che sceglie la spada invece del matrimonio combinato, con tanto di triangolo “amoroso” tra Oscar, André e Fersen. Trovate una trama più completa se ce la fate. Rivederla oggi significa scoprire quanto fosse avanti: il cross-dressing (assurdità per l’epoca) qui non è mai trattato come scherzo, anzi, una delle prime vere critiche feroci, ma attraverso un anime. La scena finale, poi, è puro cinema. 

    Holly e Benji – Due fuoriclasse (1983 - 1986)

    Prima di Fifa e dei videogame, prima della chat del fantacalcio, il pallone correva su campi lunghi chilometri, tra rovesciate antigravitazionali e traiettorie contro ogni legge della fisica. Holly e Benji, arrivato in Italia nel 1986, è la definizione stessa di sport anime per i Millennial, tra partite che potevano durare anche due o tre episodi mentre nel frattempo succedeva di tutto, tra flashback improvvisi dei giocatori in campo e una tensione emotiva che trasforma ogni tiro in questione di vita o morte. Tutto era esagerato, tornei scolastici con livelli di competitività mostruosi, tiri da metà campo che trapassavano la rete, la solita dose di acrobazie improbabili, tutto perfetto. Un'intera generazione ricorda le tattiche del Muppet e del New Team meglio delle tabelline, e ogni campo di provincia ha avuto almeno un ragazzino convinto di poter spaccare la traversa con un tiro della tigre. Se vi chiedete perché i Millennial vivono lo sport come una questione esistenziale e non solo come risultato, è anche colpa di Holly e Benji.

    Mila e Shiro – Due cuori nella pallavolo (1984 - 1985)

    Prima di Haiku!!, la pallavolo animata aveva due nomi: Mila e Shiro. Arrivata nel 1986, la serie mescolava sport, melodramma e una quantità di allenamenti impossibili che hanno spopolato nell'immaginario dei cortili scolastici, tra schiacciate a ciclone e palleggi fatti in ginocchio sotto la pioggia. Come per Holly e Benji, anche qui lo sport è spettacolarizzato all’estremo, anche se rispetto al suo corrispettivo calcistico, questo titolo dava ampio spazio anche alle dinamiche fuori dal campo, tra amicizie, le prime cotte e (ovviamente) grandi storie d’amore. Ma non solo, Mila e Shiro ha anche aperto la porta a una rappresentazione più complessa delle atlete, anticipando discorsi su ambizione femminile e pressione sociale che solo oggi si vedono in serie live action.

    Dragon Ball / Dragon Ball Z

    Se c'è un'immagine che riassume perfettamente i pomeriggi infiniti trascorsi su Italia 1, è Goku bambino sulla Nuvola Speedy alla ricerca delle sfere del drago, subito seguita da Goku (adulto) che grida arrabbiato nero per tre episodi, prima di lanciare una gigantesca Onda Energetica contro il cattivo di turno. Arrivato in Italia sul finire degli anni Ottanta, ma esploso davvero con la versione Z (1989 - 1996), negli anni ‘90 Dragon Ball (1986 - 1989) ha cambiato l'idea stessa di cartone animato: non più episodi autoconclusivi da venti minuti, ma una saga infinita di allenamenti, tornei, morti e resurrezioni che ti obbligavano a seguirlo ogni santo giorno. La posta in gioco sale da "salvare l'amico" a "salvare l'universo" con una naturalezza disarmante, e anche i personaggi secondari hanno archi narrativi come fossero protagonisti. Litigi con i compagni di classe su chi fosse il più forte, i primi manga circolati sotto i banchi, senza Goku, Vegeta e la saga dei Super Saiyan probabilmente l'idea stessa di anime pomeridiano su Italia 1 non sarebbe mai esistita. Se volete capire perché una generazione intera conosce a memoria tecniche di combattimento impossibili, ricominciate da qui.

    I Simpson (1989 - in corso)

    Fare una lista sul pomeriggio di Italia 1 senza citare I Simpson sarebbe quasi una blasfemia. La famiglia di Springfield ha fatto da ponte tra l'infanzia e l'adolescenza di moltissimi Millennial, con repliche infinite nella fascia preserale e cicli pomeridiani che trasformavano battute e gag in citazioni infinite da scambiarsi tra i banchi di scuola. Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie sono stati per molti il primo contatto con una satira feroce sulla società americana, sul consumismo, sulla politica e il ruolo dei media, servita però in forma di cartoon “anarchico” ma realizzato con disegni quasi “infantili”, tanto bastava per passare il filtro dei genitori. Vista con gli occhi di oggi, questa serie animata fu una vera e propria rivoluzione per la televisione dell’epoca, il primo cartone veramente dissacrante a raggiungere il successo planetario, apripista a titoli come  Beavis and Butt-Head (1993), South Park (1997), ovviamente Futurama o I Griffin (entrambi usciti nel 1999 e pilastri della programmazione Mediaset), fino ai più recenti Rick & Morty (2013) e BoJack Horseman (2014).

    Sailor Moon (1992 - 1993)

    Quando si parla di cartoni che hanno davvero ridefinito cosa potevano essere le eroine in TV, Sailor Moon è il nome che torna sempre. Trasformare una studentessa pasticciona e piagnucolona in una guerriera dell'amore e della giustizia con un bastone luccicante non era solo estetica kawaii: era dire a un'intera generazione di bambine (e bambini, anche se spesso non lo ammettevano) che si poteva essere fragili, innamorate perse, golosissime ma comunque salvare il mondo. La serie mescola romance, combattimenti magici e una mitologia sorprendentemente complessa, con temi come reincarnazione, destino e sacrificio raccontati in modo accessibile ma mai superficiale. Oggi è un rewatch quasi inevitabile se volete capire da dove arrivano tante dinamiche dei magical girl moderni e perché ancora adesso "per il potere del Cristallo d'Argento" scatena un clic immediato nei neuroni dei più nostalgici.

    Buffy l'ammazzavampiri (1997 - 2003)

    Buffy l'ammazzavampiri  è piombata su Italia 1 con l’arrivo del nuovo millennio, senza fare prigionieri e stravolgendo tutto quello che pensavamo potesse essere un pomeriggio davanti alla TV. Buffy Summers è una cheerleader prescelta per ammazzare vampiri, demoni e tutto ciò che di oscuro potesse passare per Sunnydale, cittadina californiana costruita sopra la Bocca dell'Inferno (e già questo la diceva lunga). Al suo fianco Willow, Xander, Giles e (soprattutto) Spike, il vampiro cattivo-ma-sexy per uno dei riscatti più belli della TV a stelle e strisce. Una serie che mischiava horror, trame da rom com, empowerment femminile, action, senza mai una sbavatura, appassionando sempre ad ogni episodio. Ogni stagione alzava il tiro: si passava dai vampiri classici alle divinità aliene, dai demoni medievali agli esperimenti militari, costruendo un mondo che cresceva in complessità ma senza mai perdere il nucleo centrale. Se volete ritrovare la serie più completa e invecchiata meglio tra quelle del pomeriggio di Italia 1, Buffy è quella che fa per voi.

    Pokémon (1997 - in corso)

    Se c'è un momento preciso in cui i pomeriggi su Italia 1 sono diventati un fenomeno di massa, è il 10 gennaio 2000, quando è partito "Pikachu, scelgo te!". Da quel giorno, Ash Ketchum di Biancavilla (sì, nel doppiaggio italiano veniva proprio da lì), il suo inseparabile compagno elettrico e quella sigla con "Pokémon, gotta catch 'em all!" sono diventati un'ossessione totale. Cartoni tutti i giorni, Game Boy Color sempre in tasca, carte scambiate in cortile, zaini, astucci, marchandise di ogni tipo, Pokémon era ovunque e tutti ne parlavano. Ogni puntata era un’avventura, un viaggio infinito tra creature magiche da catturare e l'obiettivo del giovane protagonista di diventare "il migliore in assoluto". Rivederlo oggi significa davvero fare un salto indietro nel tempo e riscoprire l’anime che più di ogni altro ha impattato la cultura occidentale, trasformandosi in un fenomeno di massa come non c’era mai stato prima.

    Dawson's Creek (1998 - 2003)

    Certo, c’era già stato Beverly Hills 90210 (1990), ma per i Millennials il genere “teen drama” significa un titolo sopra tutti gli altri, Dawson's Creek. Dawson che sogna di diventare Spielberg, Joey divisa tra il migliore amico di sempre e Pacey, Andie che porta sulle spalle i demoni della sua famiglia e Jack che fa coming out diventando il primo personaggio gay davvero protagonista in una serie americana, rispetto ai titoli che l’avevano preceduta questa serie viaggiava su altri livelli. I dialoghi densissimi, quasi troppo per dei sedicenni, e una colonna sonora che ancora oggi “la indovino con una” (cit.). Dawson's Creek è stata la prima serie teen a parlare veramente di adolescenza e delle sue contraddizioni, capostipite per serie al primo posto nei re-watch guilty pleasure dei Millennials come The O.C. (2003) o Gossip Girl (2007).

  • HBO Max in Italia: ecco i film e le serie imperdibili già disponibili sulla piattaforma

    HBO Max in Italia: ecco i film e le serie imperdibili già disponibili sulla piattaforma

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Il panorama dello streaming italiano ha un nuovo attore. Parliamo di HBO Max, la piattaforma del gruppo Warner Bros. Discovery, disponibile nel nostro paese dalla scorsa settimana. Forte della sua presenza in oltre cento paesi, il suo arrivo promette di riscrivere l’intrattenimento sul piccolo schermo. 

    Basti pensare che necessariamente alcuni titoli spariranno dall’offerta dei competitor, per esempio Sky e NOW, che non potranno più lanciare le produzioni inedite targate HBO, oltre alle serie storiche, che gradualmente saranno esclusiva della nuova piattaforma, come Sex and the City (1998), I Soprano (1999), Six Feet Under (2001) e Il Trono di Spade (2011), di cui è da poco disponibile lo spin-off, A Knight of the Seven Kingdoms (2026). Il discorso si fa analogo per il cinema, con Dune (2021), The Batman (2022) e l’intera saga di Harry Potter. Nell’attesa della terza stagione di Euphoria (2019), del debutto di Heated Rivalry (2026), incentrata sulla storia d’amore tra due rivali di hockey sul ghiaccio, della serie tratta dai libri di Harry Potter, ma soprattutto di produzioni originali italiane, come Portobello (2026) di Marco Bellocchio sulla tragica vicenda di Enzo Tortora, e di film internazionali come I Peccatori (2025) di Ryan Coogler, Weapons (2025) di Zach Cregger, Norimberga (2025) di James Vanderbilt e Warfare (2025) di Alex Gardland, è già possibile l’accesso a un catalogo ricchissimo. Ma quali sono i titoli indispensabili pronti alla fruizione una volta sottoscritto l’abbonamento? Scopriamone qualcuno. 

    Una battaglia dopo l’altra (2025)

    Ne avete sentito parlare moltissimo, ma ancora non l’avete visto? Da oggi non avrete più scuse per rimandare la visione di Una battaglia dopo l’altra (2025). Acclamata dal pubblico e dalla critica, l’ultima opera di Paul Thomas Anderson è un film d’autore dal sapore commerciale, capace di rivolgersi a un’ampia fetta di spettatori, grazie al sapiente mix tra azione, dramma, thriller e commedia, che segue un gruppo di ex rivoluzionari, che si riunisce dopo sedici anni per salvare la figlia di uno di loro dal ritorno di un vecchio nemico. Tra i titoli più interessanti arrivati in sala lo scorso anno, si distingue per le interpretazioni eccezionali, da uno spaesato Leonardo DiCaprio a un cattivissimo Sean Penn, e per sequenze memorabili, come l’inseguimento in auto sul finale. Il risultato è una pellicola mastodontica, due ore e quaranta minuti, che rende quasi obbligatoria l’iscrizione a HBO Max per essere recuperata e che riesce a offrire qualcosa di piacevolmente sorprendente, come non si vedeva da tempo.

    Superman (2025)

    Il “Superman” di James Gunn. Nell’attesa del sequel Man of Tomorrow (2027), le cui riprese cominceranno nei prossimi mesi,è il momento di godersi in streaming il primo film targato DC Studios. Nel nuovo reboot cinematografico dedicato all’Uomo d’Acciaio, Superman (David Corenswet) si ritrova alle prese con una crisi internazionale, con le sue azioni che vengono messe in discussione dal governo, mentre il miliardario Lex Luthor (Nicholas Hoult) cerca di trarre vantaggio dalla situazione per eliminarlo una volta per tutte. Non nasconde dei riferimenti all’attualità Superman (2025), pellicola che intreccia divertimento, azione e sentimenti, per un approccio volutamente più “politico” secondo Gunn, incaricato di rilanciare l’universo cinematografico DC, strizzando l’occhio a una riscrittura dello stesso genere del cinecomic.

    The Pitt (2025)

    Medical drama, The Pitt (2025) è la serie rivelazione dello scorso anno. L’acclamato serial ospedaliero, in cui ogni episodio copre circa un’ora di turno di quindici ore di un fittizio pronto soccorso di Pittsburgh, offre un racconto adrenalinico, intenso, ma soprattutto realistico per esplorare le sfide che gli operatori sanitari sono costretti ad affrontare nell’America di oggi. Protagonista Noah Wyle, lo storico dottor Carter di E.R. – Medici in prima linea (1994), stavolta nei panni di un altro medico, Michael “Robby” Robinavitch, che sconta i drammatici effetti della pandemia, espediente che mette a nudo il personale ospedaliero: non eroi infallibili, ma esseri umani alle prese con le loro fragilità. Disponibile in esclusiva anche la seconda stagione, la serie creata da R. Scott Gemmill, da poco ufficialmente rinnovata per un sequel, è consigliata per chi è alla ricerca di storie capaci di guardare oltre il caso medico specifico, allargando l’orizzonte soprattutto a chi ogni giorno lotta in condizioni estenuanti per salvare vite umane.

    Industry (2020)

    Fino a oggi inedita in Italia, Industry (2020) è una serie che offre uno spaccato sui giovani che intraprendono una carriera nel mondo dell’alta finanza. Tre stagioni complete, più una quarta appena iniziata, con episodi ambientati nella filiale londinese di una prestigiosa banca d’investimento, che nonostante i dialoghi ricchi di iper-tecnicismi di settore, dunque non di immediata comprensione, sanno essere comunque affascinanti e coinvolgenti. Uno sguardo dal basso che pian piano si ampia, con la sceneggiatura che pesca inevitabilmente dall’attualità, che da ritratto di una generazione diventa thriller finanziario, che potrebbe ricordare Diavoli (2020). Tra orari disumani, abuso di sostanze come unica strategia di sopravvivenza, il costo umano del successo e una persistente disparità di genere, è una serie che si colloca a metà strada tra Succession (2018) ed Euphoria (2019), che non fa sconti nel mettere a nudo le storture e i lati oscure del settore.

    Succession (2018)

    Un gioco al massacro tra consanguinei per rispondere alla seguente domanda: chi sarà il successore di Logan Roy alla guida del suo impero del mondo dei media? Creata da Jesse Armstrong, Succession (2018) è un lungo viaggio fatto di intrighi, colpi di scena, grottesco ma crudelmente realistico, che distrugge quell’idea di amore, rispetto e solidarietà alla base della famiglia. Quattro stagioni, 39 episodi dalla durata di circa un’ora, con personaggi orribili e magistralmente interpretati da attori come Jeremy Strong, Brian Cox, Kieran Culkin, Sarah Snook e Alan Ruck, per una serie da annoverare tra le migliori degli ultimi anni in termini di qualità, in cui ogni tassello produttivo è stato curato al meglio, dalla scrittura alla messa in scena.

    Euphoria (2019)

    Euphoria (2019) esplora le vite di un gruppo di liceali. Adolescenti dalle esistenze tormentate, alla ricerca della propria identità, esplorando un mondo di eccessi, tra droga, alcol, social media, violenza. Ci sono anche gli amori e le amicizie, senza tralasciare gli impatti dei traumi su essi. Ma la serie creata da Sam Levinson ha il merito di aver ricodificato il genere del teen drama, rappresentando esplicitamente il lato oscuro di una generazione. Non si sottrae nel ricorrere a un linguaggio crudo, profondamente realista, evitando ogni forma di retorica, perché chi l’ha scritta ha sperimentato in prima persona la maggior parte dei problemi raccontati, come la dipendenza da sostanze stupefacenti. Considerata come trampolino di lancio per molti giovani attori e attrici del momento, da Zendaya a Jacob Elordi, passando per Sydney Sweeney e Hunter Schafer, ha il merito di parlare anche agli adulti, non solo ai giovani. Due stagioni, una terza attesissima in arrivo ad aprile, e un paio di episodi speciali per uno dei titoli più seguiti e dibattuti di sempre in casa HBO.

    The White Lotus (2021)

    Tra le serie antologiche più interessanti degli ultimi anni, The White Lotus (2021) è un'altra gemma di casa HBO. Tre stagioni, una quarta stagione in fase di preparazione, che portano la firma di Mike White, ognuna delle quali segue un gruppo di ospiti facoltosi in vacanza in un resort di lusso, che prende il nome dalla serie. Cambiano personaggi e luoghi, in ordine Hawaii, Sicilia e Thailandia, ma le tensioni, le dinamiche e gli intrighi restano sempre gli stessi, e soprattutto non manca mai un omicidio. Spesso definito come una satira sociale capace di mettere alla berlina i ricchi, o più precisamente alcuni loro atteggiamenti, è un titolo pluripremiato che ha raggiunto lo status di cult, al punto di influenzare persino il settore turistico: un fenomeno ormai noto come “effetto White Lotus”.

    The Wire (2002)

    Un poliziesco con i fiocchi. Ambientata a Baltimora, The Wire (2002) segue una squadra di poliziotti che deve sgominare una banda di criminali dietro al dilagante traffico di droga. Cinque stagioni per una grande epopea americana, ognuna che approfondisce un tema specifico che affligge la città americana, dalla politica all’editoria, pur essendo strettamente collegate tra loro. Creata da David Simon, è una serie profondamente realistica di sessanta episodi, che compongono un vero e proprio romanzo capace di approfondire i personaggi, rovesciando la manichea contrapposizione tra buoni e cattivi. Forse è proprio un’autentica messa in scena della cosiddetta zona grigia il punto di forza di un racconto televisivo, ancora oggi punto di riferimento per tanti aspiranti sceneggiatori, da riscoprire a tutti i costi.

    I Soprano (1999)

    Considerata come una delle opere più importanti della storia della TV, I Soprano (1999) ha infatti influenzato la serialità, come oggi la conosciamo. Andata in onda tra il 1999 e il 2007, segue Tony Soprano (James Gandolfini), un boss mafioso italoamericano del New Jersey alle prese, oltre che con la gestione del crimine organizzato, con i suoi problemi psicologici e familiari. La storia è infatti raccontata con una prospettiva originale, ovvero con lunghe sedute di psicoterapia, che ha consentito un ritratto a 360 gradi dei personaggi – e non solo del protagonista. 87 riconoscimenti, tra cui 5 Golden Globe e 21 Emmy, la serie ideata da David Chase resta tra le più premiate di sempre, ed è ancora oggi un punto di riferimento in termini di scrittura, anche se eguagliarla risulta impossibile. Ottima occasione per rivederla, o persino recuperarla per chi non l’avesse vista.

  • Il cast principale del live-action "Rapunzel": dove abbiamo già visto Teagan Croft e Milo Manheim?

    Il cast principale del live-action "Rapunzel": dove abbiamo già visto Teagan Croft e Milo Manheim?

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    È dal 2020 che si vocifera di un possibile live-action di Rapunzel. All'alba del 2026 quella voce sta prendendo forma trasformandosi sempre di più in un progetto concreto pronto a vedere la luce. 

    Un adattamento della fiaba dei fratelli Grimm, Raperonzolo, già trasposta sul grande schermo nel 50° classico d'animazione Disney, Rapunzel – L'intreccio della torre (2010). Una pellicola che ha rischiato di non entrare in produzione a causa del fiasco al botteghino di Biancaneve (2025).

    Il titolo che sembrava aver messo la parola fine ai live-action targati Disney, ad eccezione di Oceania (2026) che vedremo nei cinema ad agosto. Ma qualcosa si è mosso (finalmente)e il merito è da attribuire anche al successo al box office di Lilo e Stitch (2025). Alla regia un talento visionario come quello di Michael Gracey, già dietro la macchina da presa di The Greatest Showman (2017) e Better Man - La storia di Robbie Williams (2024), mentre la sceneggiatura è firmata da Jennifer Kaytin Robinson (So cosa hai fatto, 2025).

    Anche se la notizia più succosa è relativa al cast. Dopo le indiscrezioni che volevano Sabrina Carpenter e Dove Cameron in lizza per il ruolo di Rapunzel e Charlie Gillespie per quello di Flynn Rider, è notizia recente che a vestire i panni dei protagonisti saranno Teagan Croft e Milo Manheim. Due nomi non molto conosciuti dal grande pubblico, ma con un importante seguito teen e social. Una scelta che, al di là delle obiettive capacità recitative e canore, segna già il target di pubblico.

    JustWatch ha realizzato una panoramica per scoprirne di più sulla loro carriera.

    Teagan Croft (Rapunzel)

    Australiana, classe 2004, Teagan Croft sarà la protagonista del live-action di Rapunzel nei panni della principessa dai lunghi capelli biondi rinchiusa per mano di Madre Gothel in un'altissima torre, da cui sogna di fuggire. Il suo debutto come attrice è precocissimo. A soli 9 anni era già sul palcoscenico per interpretare Scout Finch in un adattamento teatrale de Il buio oltre la siepe (1962). Un ruolo che le permette di essere notata e ottenere una parte nel film di fantascienza Oridise - Il 9° pianeta (2016). Lo stesso anno entra nel cast di una delle più popolari e longeve soap opera australiane, Home and Away (1988), la stessa che ha lanciato le carriere di Heath Ledger, Naomi Watts, Guy Pearce e Chris Hemsworth.

    Figlia d'arte della regista Rebecca McNamee, nel 2022 recita in due dei suoi corti – Bella and Bernie e Woman of a Certain Sage – prima di entrare nel cast di Titans (2018). La serie ispirata ai supereroi della DC Comics in cui interpreta Raven, personaggio metà umano e metà demone. Un ruolo che l'ha fatta conoscere a livello internazionale e che ha ricoperto fino alla conclusione dello show nel 2023. L'ultimo ruolo che l'ha vista protagonista è quello di Jessica Watson in True Spirit (2023), film sulla storia vera della giovane velista australiana che, a soli 16 anni, decise di intraprendere un viaggio intorno al mondo in solitaria.

    Milo Manheim (Flynn)

    Anche Milo Manheim è un figlio d'arte. Sula madre è l'attrice Camryn Manheim (The Practice - Professione avvocati, 1997) con la quale ha lavorato in un episodio di Ghost Whisperer – Presenze (2005). Milo, inoltre, è una vecchia conoscenza del mondo di Disney Channel grazie al ruolo di Zed, uno zombie che desidera entrare a far parte della scuola di football, nella quadrilogia musicale Zombies (2018-2025). Oltre al successo televisivo, ha dimostrato il suo talento versatile classificandosi secondo nella 27ª stagione di Dancing with the Stars e recitando in oltre 20 musical con la Liza Monjauze Productions.

    Nel 2023 è uno dei protagonisti della commedia sentimentale Prom Pact, del musical Viaggio a Betlemme in cui interpreta Giuseppe e in cui recita al fianco di Fiona Palomo in quelli di Maria e Antonio Banderas in quelli di Erode. Sempre nello stesso anno ottiene una parte in Thanksgiving: La morte ti ringrazierà, horror thriller diretto da Eli Roth tratto dall'omonimo fake trailer realizzato per Grindhouse: Planet Horror (2007), e School Spirits, teen drama fantasy con protagonista Peyton List. Molto attivo anche a teatro, nel 2025 ha recitato in American Idiot, nel revival Off-Broadway de La piccola bottega degli orrori nei panni e in Jesus Christ Superstar.

  • L'Odissea di Christopher Nolan: dove abbiamo già visto il cast stellare

    L'Odissea di Christopher Nolan: dove abbiamo già visto il cast stellare

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Quando Christopher Nolan decide di raccontare l'Odissea, non si limita a rileggere Omero. Chiama Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Robert Pattinson, Charlize Theron e una lista di nomi che sembra più il manifesto di un decennio di cinema che il cast di un singolo film. 

    L'Odissea, in uscita il 16 luglio 2026, non è solo uno degli eventi cinematografici più attesi dell'anno, è anche una reunion di volti che avete già incrociato ovunque, da Marte ai bassifondi di Gotham, dalle dune di Arrakis ai campi da tennis, passando per guerre mondiali, bombe atomiche e mostri gotici. 

    Collaboratori storici del regista britannico che tornano per la terza volta sul suo set, accanto a nuove star che portano con sé curriculum capaci di spaziare dal cinecomic d'autore all'horror estremo. Sapere dove li abbiamo già visti, in che ruoli si sono formati, quali registi li hanno plasmati, aiuta a capire cosa Nolan stia davvero cercando di costruire. Perché scegliere proprio questi attori per raccontare un'epopea vecchia tremila anni? Qui sotto trovate le risposte, film per film, ruolo per ruolo, per capire cosa portano con sé prima ancora di affrontare ciclopi, sirene e dèi capricciosi (sullo schermo IMAX).

    Matt Damon (Odisseo)

    Nel ruolo di Odisseo c'è Matt Damon. Molti spettatori lo associano immediatamente a Jason Bourne, la spia tormentata dall'amnesia che ha ridefinito il thriller action nei primi anni Duemila, o al soldato ritratto da Spielberg in Salvate il soldato Ryan (1998). Ma la sua carriera è molto più stratificata di così. Ha alternato blockbuster sci-fi come The Martian (2015), dove interpreta un botanico abbandonato su Marte che deve arrangiarsi con patate e scotch, a drammi sportivi come Le Mans '66 (2019), fino ad arrivare a Oppenheimer (2023), dove vestiva i panni del generale Leslie Groves accanto a un Cillian Murphy da standing ovation. Non è la prima volta, inoltre, che collabora con Nolan: in Interstellar (2014) aveva un cameo chiave che spiazzò molti spettatori. Il suo curriculum salta da film d'autore come Will Hunting, Genio ribelle (1997), dove recitava il copione scritto insieme a Ben Affleck, o Il talento di Mr. Ripley (1999), fino ai successi mainstream come Ocean's Eleven (2001) e i suoi seguiti. Se volete riscoprirlo prima dell'Odissea, la saga Bourne (inaugurata nel 2002 con The Bourne Identity ) resta il suo ruolo più iconico, perfetto per chi ama spy-thriller ad alta tensione psicologica.

    Anne Hathaway (Penelope)

    Penelope, la moglie di Odisseo, ha il volto di Anne Hathaway. Il grande pubblico l'ha conosciuta in chiave teen con Pretty Princess (2001) e nel colossal I segreti di Brokeback Mountain (2005), ma il vero salto di qualità arriva con Il diavolo veste Prada (2006), dove tiene testa a una Meryl Streep devastante, e con il musical Les Misérables (2012), che le valse l'Oscar per il ruolo straziante di Fantine. Nolan l'ha già diretta due volte, trasformandola in uno dei volti simbolo del suo cinema. Prima come Selina Kyle/Catwoman ne Il cavaliere oscuro, Il ritorno  (2012), poi come la scienziata Brand in Interstellar, alla ricerca disperata di un pianeta abitabile mentre il tempo scorre in modo diverso tra le galassie. Se volete vedere Hathaway al suo meglio, Interstellar è probabilmente la sua performance più complessa, ma se volete gustarvi il suo ruolo più iconico (e decisamente più divertente), Il diavolo veste Prada  è ciò che fa per voi (aspettando il seguito, in uscita il 30 aprile 2026).

    Tom Holland (Telemaco)

    Telemaco, il figlio di Odisseo, è interpretato da Tom Holland, volto ormai inscindibile da quello di Spider-Man nel Marvel Cinematic Universe. Da Homecoming (2017) fino a No Way Home (2021), passando per Avengers: Endgame (2019), Holland ha incarnato il Peter Parker più giovane e vulnerabile mai visto sul grande schermo, donando una profondità “teen” al personaggio precedentemente inedita. Ma prima di infilare la tuta da Uomo Ragno, Holland era già passato per il disaster movie The Impossible (2012) di J.A. Bayona e per il fantasy Heart of the Sea (2015), mostrando il suo talento fin da giovanissimo. Negli ultimi anni ha cercato di emanciparsi dall'immagine da supereroe adolescente con ruoli più cupi, come in Le strade del male (2020), probabilmente il film migliore per apprezzare Holland oltre la ragnatela. Ha anche provato l'action-avventuroso con Uncharted (2022), nei panni dell'esploratore Nathan Drake.

    Robert Pattinson (Antinoo)

    Robert Pattinson interpreta Antinoo, uno dei pretendenti al trono di Itaca. In pochi anni è passato da idolo teen a nome di punta del cinema d'autore europeo e americano, costruendo una delle trasformazioni più riuscite della storia recente di Hollywood. Dopo la fama planetaria come Edward Cullen nella saga Twilight (2008-2012), ha scelto strade molto meno ovvie e decisamente più rischiose, lavorando con David Cronenberg in Cosmopolis (2012) e Maps to the Stars (2014), con James Gray in Civiltà perduta (2017) e con i fratelli Safdie in Good Time (2017), dove interpreta un rapinatore di banche disperso nella notte newyorkese. Nolan lo ha già voluto in Tenet (2020), mentre nel 2022 Pattinson ha indossato il mantello del Cavaliere Oscuro in The Batman di Matt Reeves. Tuttavia è probabilmente con Mickey 17 che l’attore ha toccato il suo apice, vestendo il ruolo da protagonista nel film distopico diretto da Bong Joon-Ho, regista vincitore di tre premi Oscar con Parasite (2019). 

    Zendaya (Atena)

    Zendaya interpreta Atena, dea protettrice di Odisseo. Il pubblico la conosce prima di tutto come MJ nella trilogia Spider-Man. Ma è con Dune (2021) di Denis Villeneuve che ha portato la sua recitazione ad un altro livello, più sottile e fisico allo stesso tempo. Ha inoltre conquistato l'Emmy con Euphoria (2019) nei panni di Rue, tossicodipendente in crisi adolescenziale, in una delle performance più strazianti viste in una serie teen. Per chi vuole vedere Zendaya al di là dei blockbuster, è proprio Euphoria il suo lavoro più intenso e drammatico, dove dimostra una profondità emotiva rara per attrici della sua generazione. Nel frattempo l’attrice ha continuato a costruirsi una carriera sempre più solida con titoli come Dune: Parte Due (2024) o The Challengers (2024) in cui è stata diretta da Luca Guadagnino.

    Lupita Nyong'o (Ruolo non confermato)

    Anche per Lupita Nyong'o non si hanno conferme sul ruolo, ma la sua presenza nel cast è certa. L'abbiamo conosciuta con l'Oscar vinto come Patsey in 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen, il ruolo straziante che ha lanciato la sua carriera, per poi ritrovarla come Nakia in Black Panther (2018), uno dei titoli Marvel più amati e politicamente rilevanti. Impossibile non citare il dramma horror Noi (2019) di Jordan Peele con una doppia performance (Adelaide e Red, madre protettiva e doppelgänger vendicativa) che meritava una nomination all'Oscar, inspiegabilmente ignorata. Per chi vuole vedere Nyong'o al suo meglio, Noi è probabilmente la sua performance più complessa e disturbante, dove interpreta due versioni della stessa persona con sfumature completamente diverse, dimostrando una versatilità impressionante. Di recente ha recitato in A Quiet Place, Giorno 1 (2024), dove interpreta una sopravvissuta durante un'apocalisse aliena.

    Barry Keoghan (Eumeo, non confermato)

    Stando ai rumors, Barry Keoghan dovrebbe interpretare Eumeo, il fedele porcaro di Odisseo. Lo abbiamo visto come Dominic in Gli spiriti dell'isola (2022) di Martin McDonagh, per cui ha ricevuto una nomination all'Oscar, o come l'inquietantissimo Oliver in Saltburn (2023), dove ruba letteralmente la scena con una performance disturbante che ha fatto discutere per mesi. Prima di questi exploit indie che l'hanno consacrato, è stato Druig in Eternals (2021) e ha fatto un'apparizione come potenziale Joker nel finale di The Batman, un cameo a sorpresa che ha lasciato tutti di stucco. Ha anche recitato nella miniserie Masters of the Air (2024), dramma bellico prodotto da Spielberg e Tom Hanks. Per chi vuole scoprire Keoghan nel suo volto più disturbante e magnetico, Saltburn è il film che ne mostra tutto il talento, in una prova da attore che ad oggi rimane il suo apice.

    Charlize Theron (Circe)

    Charlize Theron interpreta Circe, la maga che trasformò i compagni di Ulisse in maiali. Una carriera, come molti in questa lista, che non ha bisogno di presentazioni. L'abbiamo vista stra-vincere l'Oscar come Aileen Wuornos in Monster (2003), trasformandosi completamente (fisicamente e psicologicamente) in una serial killer disperata, per poi dominare il deserto post-apocalittico come Furiosa in Mad Max: Fury Road (2015) e nel prequel Furiosa (2024), dove dà vita alla guerriera bionda con braccio meccanico che è diventata un'icona femminista del cinema d'azione. Ha brillato anche nel fantasy, interpretando la Regina Cattiva in Biancaneve e il cacciatore (2012), o nel genere action con titoli come The Italian Job (2003) e Atomica bionda (2017), dove interpreta una spia MI6 in una delle scene d'azione più impressionanti del cinema recente, girata quasi interamente in piano sequenza. Di recente è apparsa in The Old Guard (2020) su Netflix come leader immortale di mercenari stanchi di combattere. La sua filmografia è immensa, come la sua capacità di interpretare ruoli tra loro opposti, ma se dovessimo consigliarvi un film in cui il suo talento raggiunge la vetta, sicuramente quello sarebbe Monster.

    Jon Bernthal (Menelao)

    Jon Bernthal interpreterà Menelao, re di Sparta. Il ruolo che lo ha portato davanti al grande pubblico è probabilmente quello di Shane Walsh in The Walking Dead (2010-2012), lo sceriffo corrotto che diventa antagonista nella prima stagione. Ma Bernthal è diventato un action cult soprattutto grazie al suo Frank Castle in The Punisher (2017), serie Marvel uscita Netflix, e nel suo recente ritorno nel MCU in Daredevil: Rinascita (2025). Ha brillato anche nei panni del broker in The Wolf of Wall Street (2013) o in Le Mans '66 accanto a Christian Bale, e ancora nelle prime stagioni di The Bear (2022), con cui si è portato a casa un Emmy Outstanding Guest Actor in a Comedy Series. Tuttavia The Punisher rimane probabilmente il suo ruolo più completo e stratificato, dove interpreta un veterano di guerra che cerca vendetta per la famiglia uccisa, in una delle serie Marvel più mature e violente mai prodotte.

    Mia Goth (Melantho)

    Mia Goth interpreta Melantho, una delle ancelle di Penelope. Uno dei nuovi volti attualmente più ricercati ad Hollywood, Mia Goth ha recitato nella trilogia X (2022), Pearl (2022) e MaXXXine (2024), dove interpreta Maxine Minx/Pearl (psicopatica aspirante star) in una performance che le ha valso lo status immediato di attrice cult. Ha recitato in Emma. (2020), commedia in costume tratta dal romanzo di Jane Austen, e nel thriller sci-fi Piscina Infinita (2023). Per chi vuole scoprire Mia Goth nel suo elemento più disturbante, Pearl è probabilmente il suo ruolo più impressionante, dove interpreta una ragazza di campagna negli anni Venti con ambizioni hollywoodiane e una psicosi latente che esplode in scene di pura follia, dimostrando un talento per il cinema horror come poche attrici della sua generazione. Il suo ruolo più recente, in cui ha confermato il suo talento talvolta inquietante, è la sua Elizabeth nel Frankenstein di Guillermo del Toro (2025).

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