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  • Tintin: tutti i film e le serie TV dedicate al personaggio dei fumetti di Hergé

    Tintin: tutti i film e le serie TV dedicate al personaggio dei fumetti di Hergé

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Ciuffo rosso, colletto bianco, maglioncino celeste, pantaloni alla zuava e l'immancabile impermeabile beige. Sì, stiamo parlando di Titntin, il giovane e coraggioso reporter belga protagonista di uno dei fumetti più iconici del '900. Per il suo aspetto Hergé dichiarò di essersi ispirato al fratello minore Paul.

    Un aspetto che ha contribuito a renderlo celebre ovunque. Della sua vita non conosciamo praticamente nulla, né l'età né dettagli sulla sua famiglia o, tantomeno, sulla sua professione. Sempre in giro per il mondo accompagnato dal suo fedele cagnolino Milù, Tintin passa il tempo a risolvere enigmi affiancato da comprimari altrettanto memorabili. Su tutti l'irascibile Capitano Haddock e i goffi detective Thomson e Thompson (Dupont e Dupond in originale).

    JustWatch ha stilato la lista di tutti i film e serie TV dedicate al personaggio creato da Hergé che, a distanza di quasi 100 anni dalla sua nascita, continua ad affascinare lettori e spettatori di tutte le età.

    1. Le Crabe aux pinces d'or (1947)

    Se fate parte del fanclub di Tintin avete la fortuna di poter vedere Le Crabe aux pinces d'or alla Cineteca Reale del Belgio dove è conservata una copia della pellicola del film d'animazione stop-motion realizzato nel 1947. Il primo adattamento cinematografico ispirato all'omonimo episodio della striscia a fumetti Le avventure di Tintin.

    Proiettato solo due volte nell'anno in cui fu realizzato – per poi essere distribuito in DVD nel 2008 per il mercato francese -, il film vede il giovane reporter indagare su un traffico internazionale di oppio nascosto in scatole di polpa di granchio. In un'ora è possibile ammirare il mondo immaginato da Hergé prendere vita (in bianco e nero) grazie ai pupazzi di legno che riproducono fedelmente i personaggi disegnati sulle sue tavole. Un'opera di grande artigianato e dal retrogusto teatrale che stupisce per il grande lavoro di ricostruzione.

    2. Les Aventures de Tintin, d'après Hergé (1959–1964)

    Con le Les Aventures de Tintin, d'après Hergé, ci troviamo di fronte alla prima grande produzione televisiva dedicata all'adattamento del fumetto belga pensata per un pubblico vasto e variegato. Andata in onda per cinque anni, per un totale di sette stagioni e 102 episodi, la serie consisteva in brevi puntate autoconclusive ispirate ad altrettante avventure del reporter belga che adattavano fedelmente i vari albi a fumetti.

    Un'animazione semplice – fatta di colori primari e linee nette - che ricorda i tratti tipici di Hergé divenuti un riferimento per la cosiddetta scuola belga. Realizzata a colori, la serie ha anche introdotto voci e musiche divenute un riferimento per gli anni a seguire. Un classico che ha catturato lo spirito delle strisce. Se hai apprezzato Notizie da prima pagina (1993), non resterai deluso.

    3. Tintin et le mystère de la Toison d'or (1961)

    Prima trasposizione live-action della striscia a fumetti del 1929, Tintin et le mystère de la Toison d'or vede Jean-Pierre Talbot nei panni del reporter e Georges Wilson in quelli del Capitano Haddock. Due attori perfetti per i ruoli chiamati a interpretare. La trama vede i due recarsi a Istanbul per reclamare un'eredità all'apparenza di scarso valore, ma che in realtà nasconde un grande tesoro.

    Basato su una sceneggiatura originale, in un'ora e mezza il film riesce a far rivivere le atmosfere del fumetto rispettandone lo spirito avventuroso e misterioso. Non mancano, infatti, inseguimenti ed enigmi così come ambientazioni cosmopolite che danno tridimensionalità all'epica impressa su carta. Da recuperare se hai amato L'uomo di Rio (1964).

    4. Tintin et les oranges bleues (1964)

    Secondo adattamento live-action che vede il ritorno di Jean-Pierre Talbot nel ruolo di Tintin e Jean Bouise in quelli del Capitano Haddock al posto di Georges Wilson. In Tintin et les oranges bleues, il giovane reporter deve ritrovare il professor Tournesol e uno scienziato spagnolo rapiti dopo l'invenzione di un'arancia speciale. Questa volta l'avventura ha come sfondo la Spagna che regala un tono caldo alla pellicola.

    A differenza di Tintin et le mystère de la Toison d'or, sebbene non manchi un tocco di suspense, l'atmosfera è più giocosa e aperta ad un pubblico più ampio. Anche per questa seconda trasposizione la sceneggiatura è originale e, in 105 minuti, richiama le caratteristiche tipiche del fumetto senza rifarsi a nessuna storia già esistente. Se ti piacciono le indagini con un tocco di ironia come La Pantera Rosa colpisce ancora, questo è il film che fa per te.

    5. Les Aventures de Tintin: L'Affaire Tournesol (1964)

    Questa volta siamo di fronte a uno degli adattamenti più seri dell'intera produzione di Hergé. Con Les Aventures de Tintin: L'Affaire Tournesol, infatti, veniamo catapultati all'interno di un thriller ambientato durante la Guerra Fredda quando il professor Tournesol inventa un'arma a ultrasuoni e viene rapito da agenti segreti della Borduria che vogliono sfruttare la sua conoscenza e inventiva per scopi bellici.

    “Un intrigo internazionale” per dirla alla Hitchcock che porta in TV il diciottesimo volume della serie a fumetti Le avventure di Tintin. Della durata di un'ora, il film è considerato anche l'ultima stagione de Les Aventures de Tintin, d'après Hergé. Un film d'animazione maturo e ricco di attenzione ai dettagli in cui tensione e intrattenimento vanno a braccetto. Se ami i thriller come I 39 scalini (1978), non puoi perderti questo ottimo titolo d'animazione.

    6. Tintin et le temple du Soleil (1969)

    Con Tintin et le temple du Soleil abbiamo a che fare con una delle opere più riuscite tratte dai fumetti di Hergé. Un film d'animazione che prende le mosse da due albi le cui storie si susseguono - Les Sept Boules de cristal e Le Temple du Soleil – in cui il reporter e i suoi amici viaggiano in Perù per salvare sette scienziati colpiti da una maledizione Inca. Una delle trasposizioni più amate in cui avventura, mistero, soprannaturale e meraviglia convivono in armonia.

    Tra antiche culture e paesaggi esotici, la pellicola regala una potenza visiva con una profondità inedita. L'animazione stessa è più matura rispetto alle serie e ai film d'animazione precedenti. A rendere il tutto ancor più suggestivo ci pensa poi la colonna sonora firmata da Jacques Brel e una splendida sequenza dedicata a un'eclissi solare. Da vedere se Indiana Jones e il tempio maledetto (1984) è uno dei tuoi film preferiti.

    7. Tintin et le lac aux requins (1972)

    Terzo lungometraggio d'animazione ispirato ai fumetti Le avventure di Tintin. Ma che questa volta non viene adattato da una delle storie già esistenti. La sceneggiatura di Tintin et le lac aux requins è firmata da Greg, fumettista collaboratore di Hergé che per la trama ha preso ispirazione da una storia vera di un villaggio sommerso e da elementi di altre storie di Tintin come L'Oreille cassée e Le Trésor de Rackham le Rouge.

    In quest'avventura ambientata nella fittizia Syldavia, il giornalista belga deve fermare il malvagio Rastapopoulos che ha creato una macchina per duplicare qualsiasi oggetto. Poco più di un'ora che, paradossalmente, mette in scena tematiche attuali legate ai limiti della tecnologia insieme a un racconto dai contorni fiabeschi. Se sei fan di Jonny Quest (1964) e Atlantis - L'impero perduto (2001), questa storia sottomarina colorata, vivace e ambiziosa fa al caso tuo.

    8. Le avventure di Tintin (1991-1992)

    Se vuoi scoprire il mondo di Tintin, questa serie animata è quanto di più fedele e vicino ai fumetti sia mai stato realizzato. Tre stagioni per un totale di 39 episodi da 20/24 episodi che ripercorrono quasi tutti gli albi originali di Hergé, rispettandone lo stile grafico del fumettista belga. La "linea chiara" divenuta il suo tratto distintivo è ricreata con profonda attenzione e rispetto, così come le storie da cui prendono ispirazione gli episodi.

    Dentro c'è tutto quello che un racconto delle strisce contiene in sé: mistero, avventura, umorismo. Inoltre, il lavoro sulle musiche e il doppiaggio è particolarmente ricercato, così come l'attenzione alla scrittura e ai tempi comici. Il primo passo perfetto per mettere piede nell'universo narrativo nato alla fine degli anni '20. Se sei un ammiratore di Blake e Mortimer (1997), devi recuperare Le avventure di Tintin.

    9. Le avventure di Tintin - Il segreto dell’Unicorno (2011)

    Quando due nomi del calibro di Steven Spielberg (alla regia) e Peter Jackson (alla produzione) uniscono le forze, il risultato non può che essere dei migliori. Lo dimostra Le avventure di Tintin - Il segreto dell’Unicorno, film realizzato con la tecnica del motion capture e basato su tre albi della serie di fumetti di Hergé: Il granchio d'oro, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rackham il Rosso. La trama vede Tintin acquistare il modellino di un veliero che contiene un indizio per trovare proprio il leggendario tesoro del pirata Rackham il Rosso.

    Jamie Bell interpreta il reporter mentre Andy Serkis è il Capitano Haddock in un film in cui realismo e immaginazione si intrecciano dando vita a una pellicola visivamente ammaliante. In più, la regia di Spielberg, nei suoi 107 minuti, sa essere elegante quanto pop, tra piani sequenza e un respiro da blockbuster. Sebbene l'uso degli effetti speciali e della CGI siano notevoli, non manca mai quel calore umano che fa del film una storia coinvolgente ed emozionante per tutta la famiglia. Da non perdere se ami Indiana Jones e l'ultima crociata (1989).

  • "Doraemon": tutte le principali serie e film anime dell’iconico gatto spaziale

    "Doraemon": tutte le principali serie e film anime dell’iconico gatto spaziale

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Nato nel 1969 dalla matita di Fujiko F. Fujio, Doraemon è uno di quei personaggi che sembrano esistere da sempre: un gatto robot blu, arrivato dal futuro per aiutare (e spesso incasinare) la vita del bambino più sfortunato del mondo, Nobita. Dal manga sono nati tre grandi serie TV e oltre 40 film per il cinema: avventure spaziali, viaggi nel tempo, dinosauri, città utopiche nel cielo, sinfonie che salvano la Terra. 

    L’universo di Doraemon è enorme, ma segue sempre lo stesso cuore emotivo: l’amicizia fra Nobita e Doraemon, la crescita, il desiderio di cambiare il proprio destino senza perdere se stessi. Qui ti faccio una panoramica degli adattamenti principali: le serie TV storiche e alcuni film chiave che riassumono le varie anime del franchise (nostalgia, avventura, lacrime, filosofia “per bambini ma non solo”).

    Doraemon (1979) – La serie “classica” che ha conquistato il mondo

    La serie del 1979 è quella che ha davvero reso Doraemon un fenomeno globale. Prodotta da Shin-Ei Animation, è il secondo adattamento dopo una prima serie del 1973 andata quasi perduta; è andata in onda fino al 2005, totalizzando 1.787 episodi e 30 special: un record. 

    Ogni episodio racconta due brevi storie: Nobita ha un problema (compiti, bulli, famiglia, insicurezze), Doraemon pesca dal taschino un gadget futuristico che sembra la soluzione perfetta… ma l’uso impulsivo e immaturo porta inevitabilmente al disastro. La serie definisce tutti i codici della saga: gag slapstick, piccoli momenti malinconici, un messaggio educativo mai troppo moralista. È anche la versione che ha viaggiato di più nel mondo, con doppiaggi in decine di Paesi, Italia compresa. In termini di “memoria collettiva”, per molti è il Doraemon per eccellenza.

    Doraemon (2005) – Il remake moderno ancora in corso

    Nel 2005 nasce la terza serie di Doraemon, quella attuale: un remake che riparte dagli stessi personaggi e situazioni, ma con design ammorbiditi, ritmo più moderno e un nuovo cast vocale (in Giappone è soprannominata “edizione Mizuta”, dal nome della nuova voce di Doraemon). 

    L’idea non è stravolgere, ma aggiornare: episodi più curati visivamente, colori vividi, qualche gadget in più in linea con la sensibilità dei bambini degli anni 2000, un po’ di attenzione alla tecnologia contemporanea. Restano però identici i nuclei tematici: Nobita che vorrebbe scorciatoie per tutto, Doraemon che cerca di guidarlo senza fare il genitore, Shizuka, Gian e Suneo come specchi di desideri e paure infantili. La serie è ancora in corso, il che significa che Doraemon continua a generare nuove storie ogni anno, restando al passo con la cultura pop ma senza perdere il suo sapore “anni ’70”.

    I film cinematografici: un universo a parte

    Dal 1980 in poi, Doraemon ha avuto un film al cinema quasi ogni anno: avventure più lunghe, pensate per la sala, con toni leggermente più epici e temi più grandi. La maggior parte dei film classici è costruita su un pattern fisso: Nobita fugge dalla realtà, Doraemon lo segue, si apre un viaggio in un altro tempo/spazio (preistoria, futuro, mondi fantastici), c’è un nuovo personaggio da proteggere e un ritorno a casa segnato da una crescita emotiva. In totale, i lungometraggi superano oggi le quarantine di titoli, tra storie originali e remake moderni di film degli anni ’80 e ’90. 

    Negli ultimi anni, accanto ai film “classici”, sono arrivati anche progetti in CGI più sperimentali – come STAND BY ME – e capitoli con ambizioni quasi autoriali su temi come ambiente, perfezionismo, musica. Qui sotto trovi alcuni film simbolo di queste diverse anime.

    STAND BY ME Doraemon (2014)

    STAND BY ME Doraemon è il grande film “ponte” tra la generazione cresciuta con la serie e quella nuova. È il primo film della saga in 3DCG, diretto da Ryūichi Yagi e Takashi Yamazaki, e non racconta una singola avventura: intreccia alcuni degli episodi più iconici del manga in un arco unico che va dall’arrivo di Doraemon all’addio.

    La trama ruota sull’idea che Doraemon, mandato dal pronipote di Nobita per cambiare il futuro disastrato della famiglia, abbia in realtà una “data di scadenza”: potrà andarsene solo quando Nobita sarà diventato capace di cavarsela da solo. Ne esce una storia che alterna comicità slapstick a momenti di struggimento puro, con una regia più cinematografica e una cura particolare per le espressioni facciali in 3D. È il capitolo perfetto per capire quanto la relazione Doraemon–Nobita sia, in fondo, una metafora di crescita e separazione.

    STAND BY ME Doraemon 2 (2020)

    Se il primo film era la “sintesi” della loro infanzia, STAND BY ME Doraemon 2 guarda al futuro: Nobita adulto, prossimo al matrimonio con Shizuka, è divorato dall’insicurezza. Non si sente degno, teme di ripetere gli stessi errori, e per colpa delle sue paure combina un disastro temporale che rischia di mandare all’aria le nozze. Parallelamente, torna in gioco la figura della nonna, a cui Nobita da bambino aveva promesso di presentare la futura sposa.

    Il film è ancora più esplicitamente emotivo: parla di ansia da adulto, di aspettative interiorizzate e di come l’affetto incondizionato (di Doraemon, della nonna, di Shizuka) possa aiutare a perdonarsi. Visivamente spinge sul sentimentalismo – luci calde, pioggia, dettagli domestici – ma senza perdere l’umorismo slapstick. È il capitolo che fa capire come Doraemon possa parlare anche a chi ha superato da un pezzo l’età del target, perché non smette mai di raccontare la paura di crescere.

    Nobita e il nuovo dinosauro (2020)

    Nobita e il nuovo dinosauro è il quarantesimo film della saga, e celebra l’anniversario tornando a uno dei temi più amati: i dinosauri. Nobita, goffo come sempre, trova un fossile d’uovo e, grazie a un gadget di Doraemon, lo “riattiva”. Nascono così due piccoli dinosauri gemelli, Kyuu e Myuu, che Nobita decide di allevare. Quando diventa chiaro che non potranno restare nel presente, il gruppo parte per un viaggio nel Cretaceo, dove ovviamente niente è semplice come sembra.

    Il film combina avventura, gag e lacrime con grande equilibrio: le scene con i dinosauri sono tenerissime, il viaggio nel tempo è pieno di trovate visive, e il finale lavora su separazione, responsabilità e rispetto per la natura. È un ottimo esempio di come i film di Doraemon riescano a essere “grandi avventure per bambini” ma anche piccoli esercizi di empatia ambientale e affettiva.

    Nobita e la nascita del Giappone (1989 / remake 2016)

    La storia di Nobita e la nascita del Giappone è così amata che ha avuto un film originale nel 1989 e un remake nel 2016. Il punto di partenza è il desiderio di fuga: stanco di adulti, regole e umiliazioni, Nobita decide di fuggire in un’epoca in cui “non ci sono persone”, trascinando con sé Doraemon e il resto del gruppo nel Giappone preistorico. Lì però incontrano Kukuru, un bambino guerriero perseguitato da una tribù nemica, e la fuga diventa resistenza.

    È uno dei film che più incarnano il modello classico Doraemon: fuga dal presente, costruzione di un nuovo “mondo” con i gadget, incontro con qualcuno che soffre, ritorno a casa dopo aver imparato qualcosa. Tra gag sul sopravvivere senza elettricità e sequenze d’azione sincere, il film riflette – in modo semplice ma efficace – sul tema dell’impossibilità di sfuggire davvero alle responsabilità, e sulla scelta di restare per proteggere qualcuno.

    Nobita e l’Utopia celeste (2023)

    In Nobita e l’Utopia celeste, Doraemon porta Nobita a esplorare Paradapia: un mondo sospeso tra le nuvole, dove tutti sembrano perfetti, felici e privi di difetti. Per Nobita, che si sente un disastro ambulante, è un paradiso… almeno all’inizio. Poco a poco, però, emerge il prezzo nascosto di quell’utopia: la cancellazione di tutto ciò che non rientra nello standard, compresa l’imperfezione che rende umani.

    Il film gioca con un’estetica molto pulita e luminosa – cieli azzurri, architetture eleganti – per parlare di temi piuttosto adulti: conformismo, controllo, società che puniscono la diversità. È uno dei titoli più interessanti della fase recente perché mostra come Doraemon possa ancora essere molto politico e filosofico, pur restando leggibile da un bambino che vede “solo” un’avventura nell’isola delle nuvole.

    Nobita’s Earth Symphony (2024)

    L’ultimo arrivato, Nobita’s Earth Symphony, mette al centro la musica come linguaggio universale. Nobita, convinto di essere stonato e incapace, si ritrova coinvolto in una storia in cui il futuro della Terra dipende letteralmente dalla sua capacità di “risuonare” con gli altri. Strumenti improbabili dal taschino di Doraemon, creature che comunicano attraverso frequenze sonore, concerti che uniscono specie diverse: tutto è costruito per visualizzare la musica come forza che tiene insieme il pianeta.

    Questo film rappresenta bene la fase attuale del franchise, più sperimentale: messaggi ecologisti, metafore sull’inquinamento e la dissonanza sociale, ma all’interno di un racconto coloratissimo, pieno di gag e momenti teneri. È quasi un manifesto su come Doraemon, nel 2020+, non si limiti a riproporre la stessa formula, ma cerchi nuovi modi di parlare di ambiente, empatia e cooperazione con un linguaggio adatto ai bambini.

  • I 10 film essenziali per capire Akira Kurosawa

    I 10 film essenziali per capire Akira Kurosawa

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Quando si parla di grandi maestri del grande schermo, il nome di Akira Kurosawa torna sempre. Non semplicemente come un nome da enciclopedia del cinema, Kurosawa è stato un regista capace di raccontare la violenza e l’umanità, la guerra e l’etica, la morte e la dignità, in un linguaggio visivo che ha fatto scuola, con un eco che ancora risuona nella storia del cinema.

     Anche se i suoi film più famosi sono ambientati nel Giappone medievale, la loro influenza è arrivata ovunque, dalle inquadrature dei western di Sergio Leone ai duelli di Kill Bill, dalla trama di Star Wars fino alla tensione fratricida di Game of Thrones, definendo un intero stile con cui interpretare il cinema d’azione.

    Eppure, avvicinarsi alla sua filmografia può spaventare: oltre trenta film, molti in bianco e nero, titoli da due o tre ore. Qui trovate una guida semplice, con dieci film fondamentali da cui partire per capire uno dei più grandi maestri del cinema di tutti i tempi.

    Rashomon (1950)

    Una donna, un samurai, un bandito, quattro versioni diverse dello stesso crimine. È il film che ha fatto conoscere Kurosawa (e il cinema giapponese) al mondo intero, in particolare in Italia, con tanto di Leone d’Oro a Venezia – e Oscar ad honorem qualche mese dopo. Perfetto per chi ama i gialli e i puzzle narrativi, Rashomon è considerato il film con cui venne inaugurato lo stile di trama a 'incastro' che verrà poi ripreso in titoli come I soliti sospetti o Gone Girl. Con le sue riprese nella foresta di Nara e i suoi silenzi carichi di tensione, questo film è il tassello ideale da cui partire per entrare nella filmografia di Kurosawa.

    Vivere (1952)

    Ispirato da La morte di Ivan Il'ič di Tolstoj, Vivere racconta la storia di un funzionario comunale che, dopo aver scoperto che gli rimane poco da vivere, decide di lasciare come sua eredità un parco giochi per bambini. È il lavoro più struggente di Kurosawa, un’opera che parla della morte come riflessione sul tempo della vita. Un film lento, delicato, con le influenze russe sempre presenti nel racconto dell’Odissea burocratica del protagonista. Consigliato se cercate qualcosa di intimo e riflessivo, attenzione alla scena dell’altalena sotto la neve, una delle più toccanti nella storia del cinema.

    I sette samurai (1954)

    Un villaggio assediato, dei contadini disperati. E sette samurai chiamati a difenderli. È il film che ha definito l’epopea d’azione per come la conosciamo oggi, ispirando un intero genere cinematografico, da I magnifici sette passando per Kill Bill, fino addirittura agli Avengers. I sette samurai rimane ad oggi il capolavoro action per eccellenza, tra inquadrature che hanno fatto la storia e uno stile di regia mai visto prima di allora. E ancora, personaggi esplorati con una profondità inaspettata, storie di sacrificio, dignità, diseguaglianza sociale. Cinema puro, tre ore e mezza che volano via, consigliato a chiunque.

    Il trono di sangue (1957)

    Probabilmente una delle migliori trasposizioni delle opere di Shakespeare mai portate sul grande schermo, qui Macbeth viene catapultato nel Giappone feudale. Nebbia, scenografie spettrali e il ‘solito’ fuoriclasse Toshiro Mifune, con Il trono di sangue Kurosawa torna a reinterpretare la letteratura europea, in un film epocale con cui riuscì a unire il teatro Noh della tradizione a sfumature horror, e un finale tra i più sorprendenti nella filmografia del regista giapponese. 

    La fortezza nascosta (1958)

    Due contadini tutt’altro che coraggiosi scappano dalla guerra e, senza volerlo, finiscono per diventare gli improbabili aiutanti di un generale a capo di una missione segreta: scortare una principessa attraverso territori nemici, portando con sé un tesoro nascosto. Vi ricorda qualcosa? Esattamente, è la trama che ha ispirato Star Wars, qui come se fosse raccontata da C3PO e R2D2. Con La fortezza nascosta Kurosawa torna sul film in costume, il genere jidaigeki, ma con più comicità e leggerezza rispetto alla tragedia shakespeariana cui aveva lavorato precedentemente.

    La sfida del samurai (1961)

    Un ronin solitario arriva in un villaggio spaccato in due da due clan rivali e decide di metterli uno contro l’altro. Il risultato? Un vero e proprio ‘western in kimono’ – con la katana al posto del revolver – che ha ispirato Per un pugno di dollari di Sergio Leone e un intero genere cinematografico. Con La sfida del samurai Kurosawa gioca registri sempre diversi, passando dal dramma alla tragicommedia tipica dei suoi film, creando uno dei personaggi più iconici del suo cinema, ovviamente interpretato da Mifune. Come ne I sette samurai, anche questo film è consigliato a chi vuole capire l’importanza di Kurosawa nella storia del cinema contemporaneo.

    Dodes’ka-den (1970)

    Dodes’ka-den fu il primo film a colori di Kurosawa, e anche il più psichedelico e visionario tra i suoi lavori. Una vera trama non c’è, ma racconti che si incastrano tra di loro come in un caleidoscopio, fra tram immaginari, calzolai e ladri divorati dal senso di colpa. Ambientato in una bidonville giapponese, con Dodes’ka-den Kurosawa cercò di ritrarre l’umanità e la vita che cresce ai margini della società, disegnata dal suo solito tratto ricco di poesia e dolcezza. Non tra i suoi titoli più celebrati, ma comunque interessante se volete scoprire il lato più sperimentale di Kurosawa.

    Dersu Uzala - Il piccolo uomo delle grandi pianure (1975)

    Torna il vento della Siberia, ma questa volta, invece che dalla letteratura, l’ispirazione arriva dal cinema sovietico. Girato in URSS, in russo e in 70mm, Dersu Uzala è il film che ha riportato Kurosawa al successo dopo la crisi creativa dei primi anni ‘70, con tanto di Oscar e David di Donatello, rispettivamente come miglior film e regista straniero. Tratto da una storia vera, al centro c’è l’amicizia tra un esploratore e la sua guida indigena, in viaggio attraverso la tundra. Nessun samurai, ma un lavoro epico e contemplativo che esplora il legame tra uomo e natura, tra silenzi, solitudine e tanta, tantissima neve. Un film dal ritmo lento, non per tutti, ma visivamente tra i più potenti nell’opera di Kurosawa. 

    Ran (1985)

    Torna Shakespeare, ma questa volta sul palco va in scena Re Lear. Un signore della guerra ormai anziano decide di dividere il regno tra i suoi tre figli ma, invece di portare pace, scatena rivalità, tradimenti e un’inesorabile discesa nel caos. Questo è Ran, il cui titolo significa “caos”, appunto: battaglie spettacolari, paesaggi in fiamme, un colossal in cui ogni inquadratura sembra un quadro della tradizione giapponese e ogni scena è carica di tragedia e tensione. Definito il film-testamento di Kurosawa, Ran è il lavoro più epico e monumentale del regista, citato più volte dai produttori di Game of Thrones come massima fonte d’ispirazione per la serie. Se vi ha rapito Shōgun, questo film è ciò che stavate cercando.

    Madadayo - Il compleanno (1993) 

    L’ultimo film di Kurosawa è anche il suo lavoro più intimo. Racconta la storia di un anziano professore in pensione e del legame che lo unisce ai suoi ex studenti, che ogni anno si riuniscono per festeggiare il suo compleanno. Niente samurai, niente battaglie, ma vita quotidiana, dialoghi affettuosi e una riflessione delicata sul tempo che passa. Il titolo significa “non ancora”, come la risposta scherzosa del protagonista ogni volta che gli chiedono se è pronto a morire. Se amate le storie come L’attimo fuggente, Madadayo vi colpirà con la sua delicatezza. Un saluto gentile e commovente da uno dei più grandi maestri della storia del cinema.

  • Documentari, animazione e... un camino! Tutte le produzioni di "Stranger Things" su Netflix

    Documentari, animazione e... un camino! Tutte le produzioni di "Stranger Things" su Netflix

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Accantonato il Conformity Gate, teoria rimbalzata sui social all'indomani del finale di Stranger Things che ipotizzava un ulteriore episodio in realtà mai esistito, è tempo di guardare oltre. 

    I fratelli Duffer hanno già confermato che quest'anno arriverà su Netflix, Stranger Things: Storie dal 1985.

    Una serie animata antologica pensata per espandere ulteriormente l'universo narrativo del racconto ambientato nella fittizia Hawkins. Ma in questi anni, tra musical, documentari e – addirittura – un camino, la serie originale ha dato vita a svariate realtà che hanno permesso ai fan di scoprire aspetti inediti o sbirciare nel dietro le quinte di un fenomeno globale.

    JustWatch ha stilato una guida di tutti i titoli del franchise di Stranger Things disponibili su Netflix.

    Stranger Things - Stagioni 1-5 (2016-2025)

    Era il 2016 quando abbiamo scoperto per la prima volta l'esistenza di una cittadina nell'Indiana degli anni '80 da cui era sparito un bambino mentre un'altra dalla testa rasata faceva la sua comparsa tra gli alberi di un bosco. Una lettera d'amore a quel decennio fatto di capelli cotonati e ombretti appariscenti e a tutto il cinema che lo ha nutrito. È così che Stranger Things, la creatura dei fratelli Matt e Ross Duffer, si è trasformata in un pilastro della cultura pop contemporanea. 

    Un tuffo nostalgico indietro nel tempo che guarda a I Goonies (1985) così come a Poltergeist - Demoniache presenze (1982) in cui il coming of age va a braccetto con l'horror, la fantascienza con l'avventura, il cinema di Steven Spielberg con la letteratura di Stephen King. Tra synth e Kate Bush, quella di Stranger Things è una storia di amicizia e crescita dove il respiro epico della messa in scena e della storia batte al ritmo di un cuore caldo e intimo. Cinque stagioni per 42 episodi imperdibili se hai amato Dark (2017) e The OA (2016).

    Oltre Stranger Things (2017)

    L’esordio di Stranger Things è diventato nel giro di pochissimo tempo un vero e proprio successo mondiale. Un’esplosione mediatica che ha riunito milioni di fan in ogni angolo del globo, tutti curiosi di scoprire cosa avesse in serbo il futuro per i protagonisti dello show. Nel 2017 ha visto la luce Oltre Stranger Things, un talk show post visione condotto da Jim Rash che permette agli spettatori più affezionati di guardare alla loro serie TV preferita  con uno sguardo più rilassato. Il programma vede il cast e i creatori chiacchierare sul divano, tra analisi dei momenti chiave, teorie dei fan e ricordi dal set.

    Inoltre, i giovanissimi attori interagiscono tra di loro con una spontaneità e un affetto sinceri rendendo la visione frizzante e mai piatta. Se vuoi vedere i filmati inediti delle audizioni, conoscere le ispirazioni cinematografiche dei Duffer Brothers e ritornare a vivere le atmosfere delle primissime stagioni, non puoi perderti i sette episodi che compongono questa serie. Specie se ti sei divertito a guardare The Netflix Afterparty (2020).

    Stranger Things: The First Shadow - Dietro le quinte (2025)

    Tra le tante realtà alle quali ha dato vita la serie TV Netflix c’è anche un musical che ha debuttato nel 2023 sul palcoscenico del West End di Londra. Con Stranger Things: The First Shadow - Dietro le quinte ci troviamo di fronte a un documentario che esplora il passaggio del franchise dal piccolo schermo al teatro. È così che scopriamo come sia stato possibile far rivivere il Sottosopra sulle assi di un palcoscenico senza poter fare affidamento alla CGI, ma potendo contare “solo” su effetti speciali analogici e tecniche di illusionismo.

    Infine, il documentario - nel corso di un’ora e 25 minuti - è anche una preziosa fonte di informazioni  sulle origini e il passato di Henry Creel\Vecna negli anni '50 grazie a interviste ai registi teatrali Stephen Daldry e Justin Martin e ai consulenti creativi. Non a caso, nel corso della quinta e ultima stagione, molti dei fortunati che avevano visto lo spettacolo teatrale hanno condiviso le loro teorie sul finale della stagione proprio in virtù di ciò che racconta The First Shadow. Un vero e proprio prequel e spin-off in formato teatrale da recuperare se ti è piaciuto Hamilton: One Shot to Broadway (2017).

    Stranger Things: Il camino (2025)

    Tutto è iniziato con Camino per casa vostra - Fuoco crepitante da legno di betulla, un’immagine fissa disponibile su Netflix per tutti quegli utenti amanti delle atmosfere invernali/natalizie cozy senza un camino in salotto. Tra lo scoppiettio del fuoco e musica rilassante, per 60 minuti - riproducibili all’infinito - si può vivere un’esperienza creata da George Ford che ha dell’irresistibile.

    Diventata così popolare da entrare nella Top 10 dei contenuti più visti sulla piattaforma, negli anni è stata declinata e “customizzata” rispetto a titoli di successo come Bridgerton (2020), The Witcher (2019), Lupi Mannari (2024) e Squid Game (2021). Naturalmente all’appello non poteva mancare anche Stranger Things: Il camino. L’immagine scelta è quella ormai iconica delle luci colorate e dell’alfabeto nel salone di casa di Will. Un loop di tre ore che ti farà credere di essere a Hawkins.

    Un’ultima avventura: Stranger Things: Dietro le quinte (2025)

    Il quinto e ultimo capitolo di Stranger Things è stato diviso in tre parti. Una scelta in linea con le produzioni più grandi e popolari di Netflix. Un epilogo atteso, celebrato e contestato con la stessa intensità che ha richiesto 237 giorni di riprese, 6725 allestimenti e oltre 630 ore di girato. A pochi giorni dalla sua fine, per chi non era ancora pronto a separarsi da Undici, Hopper, Robin e gli altri personaggi è arrivato Un’ultima avventura: Stranger Things: Dietro le quinte, documentario di due ore che documenta e celebra l’enorme lavoro dietro la serie.

    Dalle prime letture del copione all'ultimo giorno sul set, dall’emozione e commozione di cast e troupe pronte a congedarsi per sempre da una produzione che ha stravolto le loro vite. Un racconto senza filtri in cui i Duffer riflettono sul percorso iniziato nel 2016 che li ha portati a diventare i creatori di uno dei fenomeni pop più rilevanti del XXI secolo, un tributo al lavoro impressionante che si cela dietro ogni sequenza e la scoperta di tanti dettagli e segreti legati alle scene delle battaglie finali. Se ti sei emozionato vedendo Il Trono di Spade: The Last Watch (2019), puoi star certo che questo documentario non sarà da meno.

    Stranger Things: Storie dal 1985 (2026)

    Uno spin-off animato ambientato tra la seconda e la terza stagione, Stranger Things: Storie dal 1985 amplia l’universo narrativo della serie grazie a racconti autoconclusivi che vedono protagonisti i personaggi amati dal pubblico, doppiati da un nuovo cast vocale. Ci ritroveremo di nuovo a Hawkins alle prese con nuovi mostri e misteri paranormali e scoprendo dettagli inediti sulla cittadina e i suoi abitanti. I fratelli Matt e Ross Duffer ne saranno produttori esecutivi insieme a Eric Robles che ricoprirà anche la figura di showrunner.

    La serie promette di svelare passaggi narrativi ad oggi rimasti in sospeso che andranno a rendere ancora più ricca la mitologia di Stranger Things. Infine, stando alle prime immagini diffuse, l’animazione 3D andrà ad arricchire la già lunga lista di omaggi e citazioni alle produzioni degli anni ‘80. Se hai amato la serie originale o titoli come Spider-Man: Into the Spider-Verse (2018), immergerti in questa nuova realtà animata fa al caso tuo.

  • “Gomorra”: come vedere il film e le serie TV in ordine cronologico

    “Gomorra”: come vedere il film e le serie TV in ordine cronologico

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Tutto è iniziato nel 2006 con la pubblicazione da parte di Roberto Saviano di Gomorra — Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra. Il suo primo romanzo - best-seller da 10 milioni di copie vendute nel mondo - in cui, basandosi sugli atti processuali e sulle indagini di polizia, dipinge il mondo criminale della camorra, i luoghi in cui vive e gli esseri umani che lo animano. 

    Due anni dopo è diventato un film, Gomorra (2008), per la regia di Matteo Garrone. Nel 2014 arriva Gomorra – La serie, adattamento televisivo creato dallo stesso Saviano in cui racconta le vicende dei clan camorristici di varie zone di Napoli. Un vero e proprio spartiacque nella produzione televisiva italiana che ha infuso nuova linfa al genere crime grazie a un taglio crudo e un'atmosfera degna di una tragedia di Shakespeare. Al centro le storie di donne e uomini in lotta per il potere che li consuma.

    JustWatch ha realizzato una guida per vedere il film e le serie TV in ordine cronologico.

    1. Gomorra - Le origini (2026)

    Una serie prequel che ci riporta indietro nel tempo nella Napoli del 1977. È da qui che parte Gomorra - Le origini – attualmente composta da una sola stagione da sei puntate da 50 minuti -, origin story sull'ascesa criminale di un giovane Pietro Savastano interpretato da Luca Lubrano. Dietro la macchina da presa dei primi quattro episodi e alla direzione artistica dell'intero progetto c'è Marco D'Amore che, nei panni di Ciro Di Marzio, è stato una delle colonne portanti di Gomorra – La serie.

    Rispetto all'originale i colori e le atmosfere sono più calde, proprio per sottolineare la differenza con la serie madre. La città raccontata è quella divisa tra la miseria e i sogni di riscatto del protagonista, mentre all'orizzonte il contrabbando di sigarette sta per lasciare il passo all'eroina. Oltre al quindicenne Pietro, la serie ci mostra anche due giovanissime Imma e Chanel in un'epoca in cui i sogni non erano ancora stati inghiottiti dal buio. Se ti appassionano le storie di ascesa criminale come Romanzo Criminale - La serie (2008) o di racconto storico napoletano come L'amica geniale (2018), devi dare una possibilità a questo prequel.

    2. Gomorra - La serie: Stagioni 1-4 (2014-2019)

    Venduta in oltre 50 Paesi, tra cui gli Stati Uniti e il Regno Unito, inclusa dal New York Times tra le migliori serie TV del 2016, celebrata da star del calibro di Ricky Gervais, Gomorra – La serie è il centro nevralgico di un fenomeno mediatico. Ma, oltre a riscuotere il plauso di critica e pubblico dentro e fuori i confini del nostro Paese, ha saputo ritrarre un'umanità schiacciata sotto il peso di un'ossessione. Quella sete di potere che porta a una guerra tra fazioni opposte che vede Don Pietro (Fortunato Cerlino) prima e suo figlio Genny (Salvatore Esposito) poi contro Ciro l'Immortale (Marco D'Amore), ex delfino e amico fraterno dei Savastano.

    Sebbene in molti abbiano sottolineato il rischio di emulazione, quello che la serie ha fatto fin dall'inizio è stato sottolineare come i suoi personaggi non siano eroi, bensì figure tragiche consumate da ambizioni oscure e marce capaci di portare solo dolore e morte. Un racconto che dalle Vele di Scampia arriva al Vomero per scendere nei vicoli del centro storico grazie alle storie dei tanti personaggi che lo popolano. Se hai amato ZeroZeroZero (2020) e Narcos (2015), queste prime quattro stagioni (da 48 episodi totali da circa 50 minuti) sono imperdibili.

    3. L’immortale (2019)

    Prima di vedere l'ultima stagione di Gomorra – La serie, è bene che tu faccia una pausa e veda L'Immortale. Uno spin-off e midquel che fa da ponte con l'ultimo capitolo interamente incentrato sulla figura di Ciro Di Marzio. Co-scritta, diretta e interpretata da Marco D'Amore, la pellicola ci mostra una vicenda che si muove su binari paralleli rispetto a quella della quarta stagione. 

    Senza svelare troppo per evitare la sorpresa regalata dalla visione, ti basti sapere che il film ci porta nella Napoli del post terremoto del 1980 per mostrarci la nascita del soprannome che accompagna da sempre Ciro oltre – similmente a Gomorra – Le origini – la sua educazione criminale. Un vero e proprio tassello narrativo lungo quasi due ore che si incastra alla perfezione nel mosaico rappresentato dalla serie TV. Un'opera dal respiro internazionale da recuperare se ti è piaciuto Sicario (2015).

    4. Gomorra - La serie: Stagione 5 (2021)

    Gli ultimi 10 episodi di una grande epopea criminale senza vincitori. È nell'epilogo di Gomorra – La serie che il messaggio dello show raggiunge il suo apice. Non ci sono re da incoronare, ma si può solo constatare a cosa porta la scelta di una vita dedicata al crimine. Una stagione mossa da caos, tradimenti, vendette e clan in lotta l'uno contro l'altro.

    I protagonisti vivono nella paranoia e in un senso di rabbia feroce che si traduce in un'atmosfera claustrofobica e oppressiva, come se osservassimo degli animali in gabbia. La stessa che si sono costruiti con le loro azioni. Nonostante qualche eccessiva lungaggine di trama, lo scontro finale ripaga nella sua potenza emotiva innegabile. Un sipario calato su una delle produzioni televisive più importanti del nostro mercato. Da recuperare se hai apprezzato il finale di Suburra – La Serie (2017).

  • "Madagascar": tutti i film d'animazione in ordine cronologico

    "Madagascar": tutti i film d'animazione in ordine cronologico

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Il leone Alex, la giraffa Melman, l'ippopotamo Gloria e la zebra Marty. Sono quattro degli animali cresciuti felicemente in cattività nello zoo di Central Park. Almeno fino a quando, sotto la pressione degli attivisti, non vengono spediti in una riserva naturale in Kenya. Peccato che i pinguini Skipper, Kowalski, Rico e Soldato dirottino la nave con l'obiettivo di raggiungere l'Antartide e facciano finire i quattro sulle rive del Madagascar.

    È da questo incipit che prende il via Madagascar, l'avventura animata targata DreamWorks Animation che vede Ben Stiller, Chris Rock, David Schwimmer e Jada Pinkett Smith prestare le voci ai protagonisti nella versione originale. L'uscita in sala nel 2005 è stata a un successo planetario al botteghino da oltre 556 milioni di dollari. Una cifra enorme che ha dato il via a sequel, spin-off, serie TV, videogiochi e, addirittura, attrazioni per parchi a tema.

    JustWatch ha stilato una lista di tutti i film di Madagascar segnalando dove potete recuperarli in streaming in ordine cronologico.

    1. Madagascar (2005)

    Il primo capitolo del franchise di Madagascar. Quello in cui facciamo la conoscenza dei suoi protagonisti che dall'agiata vita nello zoo di New York si ritrovano nella giungla sconosciuta. Un film d'animazione tutto giocato sul divertente contrasto tra la dimensione urbana e quella della natura selvaggia. Pensata per un pubblico di piccoli spettatori, la pellicola si dimostra capace anche di divertire gli adulti grazie al suo umorismo tagliente.

    2. Madagascar 2 (2008)

    Un secondo capitolo capace di convincere ancor più del primo sotto il duplice profilo narrativo e visivo. Oltre che incassare ancora di più del precedente, arrivando a quota 603 milioni di dollari nel mondo. In Madagascar 2 i protagonisti, complice un aereo malandato guidato dai pinguini, finiscono in Kenya dove Alex ritrova i suoi genitori e si confronta con le sue origini. Un riuscito sequel ricco di umorismo che torna a confrontarsi con le tematiche di amicizia e identità.

    3. Madagascar 3: Ricercati in Europa (2012)

    I milioni di dollari incassati in tutto il mondo con Madagascar 3: Ricercati in Europa hanno raggiunto quota 746. Riprova di un successo e di un'affezione costante da parte del pubblico capace di crescere negli anni. In questo terzo capitolo, Alex, Melman, Gloria e Marty si ritrovano a unirsi a un circo itinerante in giro per il vecchio continente. Ricco di nuovi personaggi, il film è un'avventura colorata e ricca di azione che chiude con efficacia una trilogia animata impeccabile.

    4. I pinguini di Madagascar (2014)

    Bisogna ammetterlo: senza Skipper, Kowalski, Rico e Soldato il franchise animato della DreamWorks non avrebbe avuto lo stesso successo. Non stupisce quindi che gli si sia dato uno spazio tutto per loro in uno spin-off. Ne I pinguini di Madagascar, i protagonisti uniscono le forze con l'agenzia di intelligence Vento del Nord. L'obiettivo è quello di fermare il polpo Dave che cerca vendetta per essere stato messo in ombra dai quattro negli zoo e negli acquari. Una pellicola che mette in risalto la loro comicità irresistibile mentre ce ne fa scoprire le origini al Polo sud.

  • Avete adorato “Fuga”? Ecco tutte le serie TV tratte dai thriller di Harlan Coben

    Avete adorato “Fuga”? Ecco tutte le serie TV tratte dai thriller di Harlan Coben

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Anno nuovo, nuova serie di Harlan Coben. È una prassi consolidata per Netflix quella di avviare la programmazione con un titolo tratto dai romanzi del prolifico autore di thriller statunitense. I risultati pagano. È infatti ancora in cima alla classifica delle serie più viste Fuga (2026), uscita il primo gennaio. Coben, 64 anni e originario del New Jersey, ha all’attivo la pubblicazione di quasi 40 romanzi e 11 trasposizioni televisive.

    Risale infatti al 2018 l’accordo multimilionario tra l’autore e il colosso di Los Gatos, prorogato quattro anni fa, per la realizzazione di ben quattordici adattamenti dei suoi romanzi, oltre al suo coinvolgimento in qualità di produttore esecutivo. Un accordo che oltretutto non circoscrive le produzioni al panorama anglofono. Per esempio, se Stay Close (2021) è inglese, Estate di morte (2020) e Fidati di me (2022) sono polacche, Suburbia Killer (2021) spagnola così come Svaniti nel nulla (2021) è francese. D’altronde il thriller ha un linguaggio universale, e per allargare la platea internazionale al cosiddetto “Coben-verse” non c’è miglior modo che coinvolgere attivamente attori, sceneggiatori e registi di altre nazionalità. Non mancano anche delle serie che sono state scritte appositamente da Coben per dei servizi streaming, come Lazarus di Harlan Coben (2025) per Prime Video o Safe (2018) con Michael C. Hall, distribuita da Netflix. Ma oggi siamo qui per consigliarvi gli adattamenti dei suoi romanzi, che proprio come Fuga (2026) non vi daranno il tempo di alzarvi dal divano per la tensione costante.

    Fuga (2026)

    La miniserie del momento. Era difficile che avvenisse il contrario per Fuga (2026), con otto imperdibili episodi, che una volta iniziati sono proprio impossibili da lasciare. Un padre disperato, Simon, disposto a tutto pur di ritrovare la figlia, finisce per essere accusato di omicidio, dando così vita a un intrigo pieno di colpi di scena, che lo trascinerà in un mondo sepolto da segreti che coinvolgono la sua famiglia, e non solo. Cosa c’è dietro il successo del nuovo adattamento televisivo di un romanzo di Coben? Il suo marchio di fabbrica, oramai sinonimo di affidabilità per gli amanti dei gialli, considerato che lo scrittore continua a dimostrare di saper dosare gli ingredienti per un buon racconto e a confermare, nel suo caso, il funzionamento del binomio letteratura e serialità.

    Missing You (2025)

    Il passato bussa sempre alla tua porta. Succede alla protagonista di Missing You (2025), la detective Kat Donovan (Rosalind Eleazar), alla guida di un dipartimento della Polizia che si occupa di persone scomparse, che in un app di incontri si imbatte nel fidanzato, sparito da ben undici anni, a pochi giorni dall’uccisione di suo padre. Proprio quando la donna è alle prese con un caso di un uomo scomparso, e soprattutto con i misteri riguardanti l’omicidio del genitore. Cinque episodi di 45 minuti, forse pochi per la gran quantità di carne al fuoco, ma al tempo stesso avvincenti per l’adattamento dell’omonimo romanzo di Coben, che non deluderanno gli appassionati, che potranno contare su una buona dose di suspense.

    Atrapados – In trappola (2025)

    Adattamento argentino, segue Ema Garay (Soledad Villamil), affermata giornalista investigativa, nota per l’abilità di scovare i criminali sfuggiti alla giustizia, alle prese con un’indagine relativa alla scomparsa di una sedicenne. Tra i principali indiziati Leo Mercer, un attivista sociale, che metterà ulteriormente in subbuglio la già tormentata vita della protagonista, vedova e con un figlio adolescente. Se siete reduci da Fuga (2026), sarete trascinati da Atrapados - In trappola (2025), storia articolata in sei episodi, tratta dall’omonimo romanzo di Coben, che affronta temi comuni, uno su tutti l’incomunicabilità generazionale, con un ritmo incalzante, da lasciarvi con il fiato sospeso fino alla fine.

    Un solo sguardo (2025)

    Miniserie polacca, dall’approccio cupo e inquietante. Sei episodi che seguono le vicende di Greta, con problemi di memoria frutto di un trauma passato, che si ritroverà a fare i conti con la scomparsa del marito, dopo essersi imbattuta in una sua misteriosa fotografia del marito, e di conseguenza con una serie di segreti che metteranno a repentaglio la sua vita e quella dei propri figli. Un solo sguardo (2025)  è un viaggio ad alto tasso di instabilità, altamente consigliato se siete degli appassionati di trame intricate, oltre che degli schemi narrativi cui Coben ci ha abituati. Esiste oltretutto una trasposizione francese del medesimo romanzo, Solo uno sguardo (2017), del tutto slegata dall’accordo dello scrittore con Netflix.

    Un inganno di troppo (2024)

    Segreti, intrighi e conflitti familiari fanno da padroni in questa miniserie. Dall’omonimo romanzo di Coben, Un inganno di troppo (2024) sposta la storia da New York all’Inghilterra, con una donna Maya Stern, alle prese con la morte violenta del marito, assassinato nel corso di una rapina. Un lutto ravvicinato a un altro, quello della sorella, scomparsa pochi mesi prima in circostanze simili. Ma un’immagine registrata da una microcamera installata dentro casa, che raffigura il defunto marito che tiene in braccio la loro figlia, rimette tutto in discussione. Otto episodi, da divorare in una grande abbuffata, in cui vi ritroverete spesso a dubitare dei vostri sospetti, proprio come la protagonista.

    Shelter (2023)

    Un giallo con protagonisti degli adolescenti. Descritto come un “teen drama a stampo investigativo”, la miniserie Shelter  (2023) trae ispirazione dal primo romanzo della saga letteraria di Coben dedicata a Mickey Bolitar. La vita del giovane protagonista cambia a seguito di un tragico incidente, che ha portato alla scomparsa del padre, e la scomparsa di una sua nuova compagna di scuola lo porterà a improvvisarsi investigatore, con l’aiuto di due amici. Nell’andare sempre più a fondo finirà per imbattersi anche in scomodi segreti legati al passato della sua famiglia. Otto episodi per una storia coinvolgente, sull’onda di Pretty Little Liars (2010).

    Fidati di me (2022)

    Cambio di location, ma la sostanza è la stessa. Seconda produzione polacca per un adattamento di Coben, Fidati di me (2022) segue anche stavolta una scomparsa. Quella del diciottenne Adam, che sconvolge un quartiere benestante di Varsavia, portando alla ribalta i segreti dei suoi abitanti, mettendo in gioco genitori e figli. Ambientata nello stesso universo di Estate di morte (2020), pur non essendo un sequel, è una miniserie in sei episodi in cui la tensione cresce sempre di più nell’avvicinarsi al finale, il che garantisce il marchio dello scrittore statunitense, mostrando ancora una volta quanto le sue storie si prestino alla perfezione per il binge watching.

    Stay Close (2021)

    Trasposizione british dell’omonimo romanzo di Coben, Stay Close (2021) è un thriller che intreccia la vita di quattro persone. L’azione si sposta dal New Jersey nella cittadina fittizia di Ridgewood (Blackpool, città a nord dell’Inghilterra), ritroviamo l’attore protagonista di Fuga (2025), James Nesbitt, stavolta nei panni di un detective, Michael Broome, alle prese con un caso di scomparsa, che si ricollega a un altro avvenuto lo stesso giorno didiciassette anni prima. Si susseguono i colpi di scena attraverso l’innesco di una reazione a catena che travolgerà le vite dei protagonisti. Se avete amato l’ultimo adattamento di Coben, sarete catturati anche da questa miniserie sia per temi in comune sia per la struttura narrativa, che si presta a una visione tutta d’un fiato.

    Svaniti nel nulla (2021)

    Cinque episodi, cinquanta minuti ciascuno, per una miniserie che intreccia mistero e dramma investigativo. Produzione francese, il filo conduttore di Svaniti nel nulla (2021) riguarda sempre una catena di sparizioni, che spinge i personaggi a confrontarsi con segreti familiari che vengono violentemente a galla. Il tutto all’insegna dell’opera di Coben, con la sceneggiatura tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense, in grado di offrire una tensione costante. Al centro della trama, stavolta ambientata in Francia, Guillaume Lucchesi (Finnegan Oldfield) è un trentenne, tormentato dalla scomparsa del fratello Fred (Nicolas Duvauchelle) e di Sonia (Garance Marillier), il suo primo amore, che si ritrova dopo anni nuovamente alle prese con una tragedia personale: la sparizione di Judith, la donna di cui oggi aveva avuto il coraggio di rinnamorarsi e che avrebbe voluto sposare.

    Suburbia Killer (2021)

    Adattamento spagnolo del romanzo “L’innocente”, Suburbia Killer (2021) conosce sicuramente il fatto suo. Quel che è infatti certo è che, soprattutto se a digiuno dalla lettura dell’opera di Coben, una volta iniziata sarà difficile farne a meno. Al centro la storia di Mat, che ricomincia la propria vita, dopo quattro anni di carcere per aver ucciso erroneamente un uomo durante una rissa. Ma proprio quando pensa di aver ritrovato una traiettoria, la sua innocenza viene messa nuovamente in discussione per una serie di eventi riguardanti non solo il suo passato, ma anche quello della compagna, Olivia. Ottima esperienza, un viaggio in otto episodi in grado di tenervi incollati alla poltrona, proprio per l’imprevedibilità e la tensione degli eventi messi in scena.

    Estate di morte (2020)

    Prima serie polacca dell’accordo Coben-Netflix, Estate di morte (2020) è una chicca per gli appassionati del genere. Sei episodi da cinquanta minuti che spostano l’ambientazione statunitense del romanzo in Polonia, seguendo un mistero che da venticinque anni tormenta un procuratore: quello della scomparsa della sorella avvenuta nel corso di un campo estivo. Un thriller che viaggia su due piani temporali, quello presente e passato, che inevitabilmente finiscono per comunicare l’uno con l’altro, portando a galla dei traumi impossibili da seppellire. È ben fatta, confermando di non aver nulla da invidiare alle produzioni di genere d’oltreoceano. Provare per credere.

    The Stranger (2020)

    Una sconosciuta inizia a rivelare dei segreti sconvolgenti a diversi personaggi riguardo le loro famiglie. Come succede, per esempio, a Adam Price (Richard Armitage), un uomo dalla vita apparentemente perfetta, che finisce per ritrovarsi alle prese con la scomparsa della moglie, dopo aver ricevuto una rivelazione devastante sul suo conto. Tratta dall’omonimo romanzo di Coben, The Stranger (2020) è una miniserie thriller efficace, composta da otto episodi, che indaga il peso dei segreti sulle dinamiche familiari, mostrando come una singola rivelazione possa innescare una catena di eventi in grado di mettere in crisi identità, relazione e certezze apparentemente incrollabili. Produzione inglese, da non farsi sfuggire se appassionati di misteri che stravolgono esistenze ordinarie, capaci di tenerti con il fiato sospeso.

  • Da “La Pimpa” a “Papà castoro”: i migliori cartoni della Melevisione

    Da “La Pimpa” a “Papà castoro”: i migliori cartoni della Melevisione

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Nella seconda stagione di Pesci piccoli – Un'agenzia. Molte idee. Poco budget (2023), la serie TV dei The Jackal, l'episodio “La Fantagenzia” è ambientato in una parodia del Fantabosco, il Regno di Fiaba dove è ambientata la Melevisione. Il sintomo della popolarità del programma per bambini andato in onda per 16 anni tra Rai Tre e Rai Yoyo.

    Il programma ruotava attorno alle vicende di folletti, principi, streghe, fate, re e lupi, mescolando la magia delle favole con l'educazione e tematiche care all'infanzia come l'amicizia, il confronto con la paura o il rispetto della natura e dei suoi abitanti. Il protagonista assoluto e padrone di casa, Tonio Cartonio, è diventato un punto di riferimento per svariate generazioni di piccoli spettatori che, nel corso del programma fatto di canzoni, filastrocche e lavoretti manuali, erano intrattenute anche da una serie di cartoni animati.

    JustWatch ha stilato una classifica dei migliori tra quelli andati in onda nel corso delle 2045 puntate del programma racchiuse in 17 edizioni. Vi proponiamo la nostra Top 5, mentre in fondo all’articolo troverete una lista più comprensiva di tutti i cartoni più amati trasmessi dalla Melevisione!

    5. Bob aggiustatutto (1999)

    L'escavatrice Scoop, il bulldozer Muck, la betoniera Trottola, la gru Lofty, lo schiacciasassi Rullo. Sono alcune delle macchine animate e senzienti protagoniste di Bob aggiustatutto, la serie TV inglese realizzata prima in stop-motion e poi in CGI con protagonista un costruttore edile pasticcione e distratto. Aiutato dalla collega Wendy e dai suoi strumenti per risolvere problemi logistici e completare costruzioni nella Valle dei Girasoli, Bob ha un'attitudine positiva alla vita e al lavoro. Lo dimostra anche il suo ormai celebre motto: “Possiamo aggiustarlo? Sì, possiamo!”. Nove stagioni per oltre 250 episodi della durata di 10 minuti, dove il lavoro di squadra è al centro del racconto.

    Una storia che parla di unità, collaborazione e armonia e che insegna ai più piccoli il valore del sostegno reciproco e dell'unione. Insieme tutto è possibile, basta aiutarsi a vicenda. Se sei cresciuto guardando Sam il pompiere (1987), le avventure di Bob e delle sue macchine di lavoro ti terranno compagnia. Inoltre, dopo il film Bob Aggiustatutto: Mega Macchine (2017), è in lavorazione un live action prodotto da Jennifer Lopez e ambientato a Puerto Rico con Anthony Ramos scelto per prestare la voce al protagonista.

    4. Le avventure del bosco piccolo (1993)

    Se chiedete a qualsiasi bambino cresciuto degli anni '90 quali sono stati i cartoni animati più amati ma traumatici della loro infanzia, Le avventure del bosco piccolo ricoprirà sicuramente uno dei tre gradini del podio. La storia di un gruppo di animali della foresta costretto a fuggire dal proprio habitat distrutto dalle attività umane per intraprendere un pericoloso viaggio verso la riserva naturale del Parco del daino bianco. Raramente la TV per ragazzi è stata così onesta nel raccontare i pericoli del bosco, la crudeltà degli esseri umani e il ciclo di vita e morte che caratterizza il mondo animale. Una delle prime serie dall'impronta ecologista e realistica sebbene pensata per un pubblico di bambini.

    Un'animazione classica, pulita ed elegante nelle linee che accompagna un racconto malinconico e tenero, ma anche drammatico nelle sue tre stagioni da 39 episodi di poco meno di mezz'ora. I piccoli spettatori, infatti, oltre alle avventure spesso pericolose degli animali protagonisti, devono confrontarsi anche con la morte di alcuni di loro. Un primo approccio alle tematiche di perdita e accettazione del diverso (l'incontro e la collaborazione tra specie diverse), per un classico dal respiro formativo. Se ti sei emozionato guardando La collina dei conigli (1978), Le avventure del bosco piccolo non sarà da meno.

    3. Bear nella grande casa blu (1997)

    Chi non ha mai cantato la “Canzone dell'arrivederci” insieme alla Luna e all'orso Bear? Uno dei momenti più teneri della Melevisione e di Bear nella grande casa blu, la serie TV statunitense per i bambini di età prescolare. Protagonista un orso gigante e gentile che vive insieme ai suoi amici animali - il topo Tutter, l'orsacchiotta Ojo, il lemure Treelo e le lontre Pip e Pop – con i quali vive avventure quotidiane, risolvendo problemi e aiutandosi a vicenda.

    Il protagonista è un concentrato di empatia, simpatia e dolcezza che parla direttamente con i suoi piccoli spettatori, cantando canzoni sui temi di puntata, aiutandoli a crescere e a scoprire le emozioni, dalla gioia alla tristezza. Quattro stagioni, per un totale di 117 episodi da 24 minuti, che mettono il buonumore mentre insegnano a conoscere ciò che proviamo. Se sei un fan di Sesame Street (1969), non puoi perderti questa meraviglia. Anche se non si tratta di un cartone animato, è uno dei simboli più amati della Melevisione.

    2. Papà Castoro (1993)

    Ispirata ai personaggi dei libri Les Albums du Père Castor, la serie vede i tre piccoli e vivaci castorini Caline, Grignotte e Benjamin tenuti a bada dal papà attraverso il racconto di favole tradizionali e storie educative per trarne insegnamenti. Un racconto caldo dall'ambientazione provenzale e rassicurante. Attraverso il salotto di papà Castoro i bambini davanti alla TV vengono catapultati in mondi magici o antichi racchiusi nei suoi libri. Merito di favole come I tre porcellini o Il gatto con gli stivali, classici come Esopo o racconti folkloristici.

    Tutti scelti per permettere di affrontare tematiche diverse, dal coraggio all'onestà passando per l'umiltà e la generosità messi a confronto con sentimenti o gesti negativi. Inoltre, grazie alle fiabe sempre diverse raccontate nel corso di 156 episodi racchiusi in 3 stagioni da 6 minuti, l'animazione cambia di puntata in puntata rendendo Papà castoro una visione sempre nuova. Se ti sei divertito guardando le storie di SimsalaGrimm (1999), troverai la stessa varietà anche in questo classico d’animazione.

    1. La Pimpa (1982)

    Cinquant’anni compiuti nel 2025 - la sua prima apparizione risale al 1975 sul Corriere dei Piccoli - e non sentirli. La Pimpa, cagnolina bianca a pois rossi con la lingua a penzoloni e dal carattere curioso e vivace, mantiene intatta tutta la sua freschezza. Ne è una dimostrazione l’amore e la popolarità che ha riscosso anche nelle nuove generazioni. Creata da Altan per sua figlia, la Pimpa vive avventure per il mondo con il suo amato padrone\papà Armando e oggetti inanimati che prendono vita.

    Ogni episodio è l’occasione per visitare un luogo diverso nel mondo e fare nuovi amici per poi tornare a casa per cena e raccontare tutto all’amato “Armandone”. Dal 1982 ad oggi sono quattro le serie che l’hanno vista protagonista - La Pimpa (1983), Pimpa - Le nuove avventure (1997), Pimpa (2010) e Pimpa (2015) - tutte incentrate sull’ottimismo, la curiosità verso ciò che ci circonda e la voglia di imparare sempre cose nuove. Se ti piacciono Le avventure di Paddington (2020) e i Barbapapà (1974), preparati a farti conquistare dalla cagnolina più simpatica mai esistita!

  • Le migliori performance di Zendaya, dagli esordi fino a “Challengers”

    Le migliori performance di Zendaya, dagli esordi fino a “Challengers”

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Zendaya è una delle attrici più riconoscibili della sua generazione, ma la sua filmografia è ancora sorprendentemente corta. Infatti, dopo l’esordio da enfant prodige Disney, l’attrice ha costruito la carriera con una selettività quasi chirurgica: pochi ruoli, centratissimi, talvolta preferendo parti culturalmente rilevanti al box office. Ma il suo curriculum si sta arricchendo velocemente: in questo 2026 la rivedremo sul grande schermo nel ruolo di Atena nell'Odissea di Christopher Nolan e in The Drama, in cui è co-protagonista a fianco di Robert Pattinson.

    Se con Challengers (2024) di Luca Guadagnino Zendaya è entrata finalmente nella fase “autoriale” della sua carriera, è probabilmente in Euphoria (2019) che l’attrice è riuscita a dare per la prima volta un prova intensa, cruda, da alcuni inaspettata se si legge la sua carriera dagli esordi. Per questo, in attesa di vederla tornare a vestire i panni della sua Rue per terza stagione in arrivo nel 2026, abbiamo raccolto le sue interpretazioni più significative (dalla più acerba alla più memorabile) per raccontare come si è trasformata, passo dopo passo, da volto Disney a una delle attrici più interessanti e ricercate del cinema contemporaneo.

    K.C. Agente Segreto (2015)

    K.C. Agente Segreto è il ponte perfetto tra la Zendaya star Disney e l’attrice che verrà dopo. La serie mescola spionaggio, comedy e teen drama, con lei che tiene insieme tutto con la maturità di un’attrice già navigata. È credibile nell’azione, ha tempi comici precisi che riescono a portare tocchi di ironia all’interno di un copione altrimenti confinato all’interno delle dinamiche tipiche della sitcom. Ma l’importanza di questo titolo, certamente non il più luminoso della sua carriera, sta soprattutto dietro le quinte. L’attrice, infatti, aveva appena 17 anni quando negoziò per sé stessa un ruolo da produttrice per questa serie, quando per la prima volta dimostrò di voler prendere il controllo totale sulla sua immagine e sul proprio lavoro. Un titolo interessante soprattutto se paragonato all’esordio di A tutto ritmo (2010) dato che questa è la serie con cui Zendaya passò da essere semplicemente volto di un canale a vera e propria attrice protagonista.

    The Greatest Showman (2017)

    Forse i meno attenti non se ne saranno accorti, ma sì, Zendaya ha una parte in The Greatest Showman. Chiariamo subito, il suo personaggio è più simbolico che altro: una figura “romantica”, sospesa tra il circo e i toni più drammatici del film. Tuttavia, nonostante una sceneggiatura che le concede pochissimo, Zendaya riesce a cambiare il ritmo del film tutte le volte che entra in scena, soprattutto nei momenti musicali. La chimica con Zac Efron funziona, il passato da ragazzina prodigio esce tutto, nella voce e nelle coreografie sfoderate con Rewrite the Stars, eseguita con una naturalezza impressionante. Anche se questa parte rimane solo in superficie, lontana anni luce dalla complessità che darà in seguito ad alcuni dei suoi personaggi, con questo film l’attrice riuscì per la prima volta a dare uno spessore diverso alle capacità maturate negli anni Disney, quasi fosse un primo vero assaggio delle sue vere potenzialità. Un ruolo da riscoprire se amate i musical luminosi e romantici, da guardare più per lo spettacolo e le canzoni che per la profondità emotiva. Per quella c’era ancora tempo.

    The OA (2016)

    Anche nel caso di The OA il ruolo di Zendaya è breve, quasi un’apparizione, ma interessante nel modo in cui si inserisce nel mondo enigmatico creato da Brit Marling. Qui non ruba mai la scena, non è chiamata a dominare il racconto, ma si incastra in un’atmosfera oscura e rarefatta, fatta di simboli, misteri e linee temporali che si intrecciano. È una prova piccola ma elegante, tutta giocata in sottrazione, con un’energia totalmente diversa rispetto ai titoli più noti della sua filmografia. Non è certo la performance che definisce la sua carriera, ma è un segnale di curiosità e voglia di sperimentare anche in produzioni più di culto, lontane dal mainstream. Da vedere se amate le serie enigmatiche e volete scoprire un tassello laterale, ma significativo, della sua crescita.

    Malcolm & Marie (2021)

    Malcolm & Marie è il primo vero tentativo di Zendaya di scrollarsi di dosso l’etichetta teen e affrontare un personaggio adulto, nervoso, pieno di ferite. Con atmosfere riprese da Carnage (2011), il film è una lunga notte di litigi, monologhi, un duetto chiuso dentro quattro mura che vive solo di parole e sguardi. Zendaya ci mette tutto, la sua fragilità, la rabbia e l’ironia che ritroveremo più avanti nella sua carriera. Purtroppo questo personaggio rimane rigido, sembra scritto in modo talmente programmatico da “limitare” la spontaneità dell’attrice. A tratti il film sembra più un esercizio di stile che una storia vera e propria, e questo traspare anche nella prova di Zendaya, potente ma a volte quasi incastrata nella forma. Resta comunque un passaggio importante nella sua carriera, lo scarto netto verso la maturità. Da recuperare se vi piacciono i confronti ad alta tensione e volete vedere l’attrice in una versione più vulnerabile e “scoperta”, anche se non nel suo lavoro più riuscito.

    La trilogia di "Spider-Man" (2017 - 2021)

    Nell’universo Marvel Zendaya entra quasi di lato, ma finisce per diventare uno dei punti di riferimento emotivi della nuova trilogia dell’Uomo Ragno. La sua MJ è sarcastica, disincantata, piena di quell’ironia secca che diede contemporaneità al suo personaggio, preambolo del ruolo che l’ha poi portata a diventare un’icona generazionale. In Spider-Man: Homecoming (2017) sembra una presenza marginale, poi, con i successivi Far From Home (2019) e No Way Home (2021), il rapporto con Peter Parker cresce fino a diventare una delle linee narrative più solide della saga. La chimica con Tom Holland è uno dei cuori pulsanti dei film, soprattutto nei momenti più intimi in cui riesce a rendere credibile un amore adolescente in mezzo a multiversi, supereroi e caos apocalittico. La forza della sua interpretazione sta proprio nella naturalezza con cui Zendaya riesce a portare l’autenticità adolescenziale della sua MJ dentro un blockbuster gigantesco, senza mai risultare stonata rispetto al tono colossal tipico del MCU. Imperdibile se vi piacciono i cinecomic dalle tonalità più teen, questo è il ruolo che ha portato definitivamente Zendaya sotto i riflettori di Hollywood.

    "Dune" (2021) e "Dune: Parte Due" (2024)

    È vero, il trailer aveva fregato anche noi, tanto che ci eravamo rimasti male nello scoprire che nel primo Dune (2021) Zendaya è quasi un fantasma che attraversa sogni, visioni e deserti. Insomma, più una “promessa” che un vero personaggio. Promessa mantenuta in Dune: Parte Due (2024), con la sua Chani che prende finalmente forma, diventando la protagonista femminile di un’epopea sci-fi monumentale. Zendaya porta in scena una figura misteriosa e affascinante, radicata nella sabbia di Arrakis, divisa tra la lealtà al suo popolo e la disillusione verso le profezie che circondano Paul. La sua è una recitazione fatta di sguardi, silenzi, fratture emotive che attraversano un mondo dominato da potere, religione e guerra. Insieme a Chalamet, Zendaya dà profondità a un universo che rischierebbe di essere solo estetica e sottotrame politiche, riuscendo a splendere nonostante sia circondata da un cast all stars. Consigliatissimo a chi ama la fantascienza visiva e d’autore, importante anche perché porta un personaggio femminile al centro della trama, protagonista di una ribellione come non se ne vedevano da Leia Organa di Star Wars (1977).

    Euphoria (2019 - in corso)

    Con Euphoria arriva il cambio marcia definitivo e, di fatto, cambia anche la percezione che il pubblico aveva di Zendaya. Rue è un personaggio difficile, quasi scomodo per il target a cui (solo in teoria) questa serie doveva rivolgersi. Tossicodipendenza, depressione, traumi familiari, relazioni complicate, il tutto raccontato senza filtro, lontanissimo dagli schemi edulcorati dei teen drama mainstream. Lei affronta il ruolo costruendo un ritratto crudo, allo stesso tempo fragilissimo, una ragazza che oscilla continuamente tra autodistruzione e il desiderio disperato di essere amata. È una performance fisica, emotiva, a tratti devastante, che le è valsa due Emmy ma soprattutto un posto in prima fila nell’immaginario delle nuove generazioni. Euphoria è la serie da vedere se volete capire fino a che punto può spingersi un’attrice considerata “pop” quando le viene affidato un ruolo davvero complesso. Un punto di non ritorno nella sua carriera.

    Challengers (2024)

    Ma è con Challengers che arriva la vera consacrazione ad attrice di culto, il film in cui Zendaya non è più promessa, ma baricentro assoluto della trama. L’ex stella del tennis Tashi Duncan è un personaggio magnetico, pieno di zone grigie, in bilico tra manipolazione subdola, desiderio di rivalsa e ferite che non si rimarginano. Zendaya domina ogni scena, e lo fa quasi senza sforzo, attraverso i tempi dei suoi sguardi, delle sue battute, nel modo in cui “respira” dentro le inquadrature di Luca Guadagnino. La sua Tashi è affascinante e respingente allo stesso tempo, un personaggio “represso” ma mai neutrale, quasi subdolo nel modo che ha di tirare le redini del triangolo portato in scena, un The Dreamers (2003) sporco di terra rossa. È il ruolo perfetto per chi ama le storie di ossessione, potere e competizione che vanno ben oltre la storia sportiva. Challengers conferma Zendaya come una delle attrici più rilevanti del momento, capace di tenere in equilibrio le origini più pop con una profondità autoriale, pronta a prendersi il centro della scena in qualsiasi progetto decida di affrontare.

  • "Mare Fuori": guida completa alle serie TV e al film del fenomeno Rai

    "Mare Fuori": guida completa alle serie TV e al film del fenomeno Rai

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    A volte, per capire il successo di un film o di una serie TV, è necessario guardare anche alle sue bonarie parodie. È quello che è successo nel corso delle cinque stagioni di Mare fuori – con una sesta in arrivo a febbraio 2026 e una settima e ottava già confermate. La produzione targata Rai incentrata sulle storie di un gruppo di giovani detenuti del fittizio Istituto penale per minori di Napoli.

    Mentre i vari capitoli si sono succeduti, video e reel ispirati alla serie e ai suoi personaggi hanno dominato Instagram e TikTok contribuendo ad accrescerne la fama e trasformando gli attori nei beniamini delle nuove generazioni, da Massimiliano Caiazzo a Nicolas Maupas passando per Maria Esposito e Matteo Paolillo.

    Un racconto che dà voce a ragazzi cresciuti in contesti in cui la criminalità sembra l'unica strada percorribile, muovendosi tra colpa e possibile redenzione. Così popolare da attirare l'attenzione di critica e pubblico oltreoceano e un remake spagnolo, Mar afuera (2025), nonostante il forte radicamento nel tessuto sociale napoletano. Perché quello che racconta Mare fuori, tra coming of age e crime, è universale. Una storia di riscatto che si interroga sul peso delle scelte, l'ambiente sociale e il ruolo rieducativo delle carceri per dare una seconda possibilità.

    JustWatch ha stilato una guida alle serie e al film del fenomeno mediatico Rai dalla cui costola sono nati anche un musical e due romanzi, Mare Fuori. Le forme dell'amore e Mare Fuori. Io sono Rosa Ricci.

    1. Mare Fuori (2020)

    Le sbarre alla finestra e il mare, simbolo di libertà, all'orizzonte. È il contrasto alla base di Mare fuori e dell'IPM di Napoli che fa da sfondo alle giornate dei suoi protagonisti. Ragazzi e ragazze rei di crimini più o meno gravi, tutti vittime di contesti sociali e assenze che hanno segnato le loro giovani vite. La serie Rai ci porta alla scoperta di ognuno di loro, con un'attenzione particolare alla sfera psicologica che permette di empatizzare con loro e le loro storie, provando a capire – senza voler per forza giustificare – le loro azioni. Centrali anche le figure delle donne e degli uomini che lavorano come direttrici ed educatori all'interno dell'istituto. Guide e punti di riferimento che provano a mostrare che un'altra strada e vita, oltre il crimine, sono possibili. 

    Altra co-protagonista è Napoli, tra le cui strade si consumano lotte per il potere e conflitti sociali. A giocare un ruolo importante anche la colonna sonora di Stefano Lentini e i brani di Raiz e Matteo Paolillo che, oltre a essere uno dei protagonisti, è anche autore e interprete della sigla, 'O Mar For. Cinque stagioni (finora) per un totale di 74 da un'ora circa in cui la violenza e gli amori giovanili convivono con i colpi di scena e il riscatto. Da recuperare se ti è piaciuta Gomorra – Le origini (2026) e hai apprezzato i drammi adolescenziali di Euphoria (2019).

    2. Mare Fuori #Confessioni (2023)

    Tra le tante realtà nate dal successo della serie TV c'è anche Mare Fuori #Confessioni, un mockumentary e spin-off in cui i protagonisti si mettono a nudo davanti alla telecamera, approfondendo i traumi e i retroscena vissuti tra una stagione e l'altra all’interno del penitenziario minorile. Eventi di finzione commentati come se fossero reali e che offrono una prospettiva intima simile a quella di un diario segreto sulle emozioni di Carimne, Chiattillo, Rosa, Edoardo, Cardiotrap e tanti altri personaggi.

    Un formato visivamente molto essenziale, ma che dalla sua ha la capacità di rendere ancora più approfondite le psicologie dei giovani protagonisti permettendo al pubblico una conoscenza maggiore. Al momento sono disponibili 3 stagioni per 36 episodi complessivi da 6/7 minuti. Se i due episodi speciali di Euphoria del 2021, Parte 1: Rue e Parte 2: Jules, ti hanno emozionato, non perderti questo mockumentary. 

    3. Io sono Rosa Ricci (2025)

    Entrata come guest nella seconda stagione di Mare fuori, dalla terza ne è diventata un pilastro e uno dei personaggi più amati e carismatici della serie. Stiamo parlando di Rosa Ricci (Maria Esposito), figlia minore di Don Salvatore (Raiz) di cui ha ereditato l'impero criminale. Così popolare che era solo questione di tempo, quindi, prima che il personaggio diventasse protagonista di un film tutto suo.

    È successo nel 2025 con Io sono Rosa Ricci, spin-off e prequel della serie madre incentrato sul passaggio del personaggio da ragazzina schiva a giovane donna determinata a scegliere per sé il proprio destino. Non accolto con grande entusiasmo dalla critica, il film rappresenta un ponte narrativo perfetto per chi vuole conoscere qualche dettaglio in più sull'adolescenza e le dinamiche che hanno portato Rosa ad essere così determinata e desiderosa di vendetta. Se ti sono piaciuti La Regina del Sud (2011) e Rosy Abate - La serie (2017), troverai pane per i tuoi denti.

  • Aspettando “Return to Silent Hill”: tutti i film e serie TV del franchise Konami

    Aspettando “Return to Silent Hill”: tutti i film e serie TV del franchise Konami

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Con Return to Silent Hill in arrivo nei cinema italiani il 22 gennaio 2026 (in anteprima mondiale con Midnight Factory), il mondo di Silent Hill torna ufficialmente sul grande schermo. Il nuovo film di Christophe Gans è un adattamento diretto di Silent Hill 2, forse il capitolo più amato della saga Konami, e segue James Sunderland mentre torna nella città maledetta dopo una lettera della moglie morta.

    È l’occasione perfetta per ripercorrere tutti gli adattamenti live action e televisivi legati al franchise: dal film del 2006 che ha definito l’immaginario “nebbia + sirene + ruggine” per un’intera generazione, al sequel più action del 2012, fino all’esperimento di serie interattiva Silent Hill: Ascension, che ha portato l’orrore psicologico su una piattaforma streaming partecipativa.

    La cosa interessante è che ogni progetto ha provato a risolvere lo stesso problema: come trasformare un horror profondamente interattivo e mentale in qualcosa da guardare, non da giocare. Alcuni puntano sull’estetica malata, altri sulle creature iconiche, altri ancora sulla colpa e sul trauma più che sui mostri. Qui sotto trovi una guida ai film e alle (poche ma significative) serie legate a Silent Hill: cosa raccontano, cosa funziona, a chi possono piacere oggi.

    Silent Hill (2006)

    Il Silent Hill di Christophe Gans è il punto di partenza obbligato. Uscito nel 2006, è un adattamento abbastanza libero del primo videogioco, con qualche variazione importante: al centro non c’è Harry Mason, ma Rose, madre che entra nella città avvolta dalla nebbia per ritrovare la figlia adottiva Sharon/Alessa. Da qui in poi è un incubo a occhi aperti fatto di scuole abbandonate, sirene d’allarme, ruggine che mangia i muri e, ovviamente, Pyramid Head e infermiere senza volto.

    Il film è lontano dall’essere perfetto, ma ha due grandi meriti: prende sul serio la dimensione visiva e sonora dei giochi (con le musiche di Akira Yamaoka) e prova a mantenere un certo grado di ambiguità narrativa. È ideale per chi vuole un horror sporco, visivamente forte, più orientato all’atmosfera che ai jump scare; funziona anche per chi non ha mai toccato un pad, perché la storia madre/figlia è abbastanza autonoma. Se cerchi il “mood” Silent Hill – nebbia, colpa religiosa, culto fanatico – questo è ancora oggi il capitolo più riuscito sul fronte cinema.

    Silent Hill: Revelation (2012) 

    Silent Hill: Revelation 3D è il seguito diretto del film del 2006 e, al tempo stesso, un tentativo di adattare Silent Hill 3. Protagonista è Heather Mason, che vive sotto falsa identità col padre e comincia a essere perseguitata da visioni sempre più invasive fino al ritorno inevitabile nella città maledetta. Il film porta in scena molti elementi cari ai fan del terzo gioco – Heather, la setta, il parco divertimenti, le infermiere, ancora Pyramid Head – ma lo fa con un approccio più action-horror anni 2010, spingendo sull’uso del 3D e sugli effetti.

    Revelation è, oggettivamente, il capitolo più debole dal punto di vista critico, ma può avere un suo fascino “da maratona” visto oggi. È consigliato soprattutto a chi ha voglia di completare il quadro degli adattamenti o ama gli horror un po’ casinisti, pieni di mostri e citazioni visive, senza aspettarsi la stessa coerenza atmosferica del primo film. Più che spaventare, diverte con il suo eccesso. Per un pubblico di completisti, nostalgici dell’era 3D al cinema e fan irriducibili del franchise.

    Return to Silent Hill (2026)

    Con Return to Silent Hill, Christophe Gans torna alla regia del franchise e decide di ripartire dal capitolo più amato: Silent Hill 2. Protagonista è James, devastato dalla perdita della sua anima gemella Mary. Una lettera lo richiama a Silent Hill, dove trova una città deformata dal suo stesso senso di colpa, popolata da figure disturbanti come Pyramid Head e le Bubble Head Nurses. Stando alle prime informazioni e al trailer, il film punta su un tono molto più psicologico e intimo, vicino al gioco di riferimento.

    L’uscita fissata a gennaio 2026 lo posiziona come grande evento horror/videoludico di inizio anno, in parallelo con la nuova fase dei giochi (remake di SH2, Silent Hill f, ecc.). È il titolo che potrebbe finalmente chiudere il cerchio tra fans dei videogiochi e pubblico generalista: meno mitologia confusa, più storia d’amore malata, lutto e auto-distruzione. Consigliato a chi cerca un horror adulto, lento, dove il vero mostro è la mente del protagonista. E ovviamente a chi ha sempre considerato Silent Hill 2 il punto più alto del genere.

    Silent Hill: Ascension (2023) 

    Silent Hill: Ascension è l’esperimento più strano e divisivo del franchise: una serie horror interattiva in streaming, sviluppata da Genvid con Konami, Behaviour e Bad Robot. Presentata come “interactive streaming series”, segue più linee narrative in diverse parti del mondo, con famiglie tormentate da nuovi mostri e colpe ereditate. La particolarità è che gli spettatori possono influenzare, attraverso scelte e voti, lo sviluppo della storia in tempo quasi reale.

    Sulla carta è la risposta a una domanda interessante: se Silent Hill è così legato all’esperienza personale del giocatore, ha senso che anche la serie sia qualcosa di partecipativo. Nella pratica, Ascension ha diviso il fandom: alcuni apprezzano atmosfera, creature e il tentativo di fare qualcosa di nuovo; altri trovano la narrazione frammentata e troppo vincolata al “format evento”. È consigliata a chi è curioso di esperimenti crossmediali e non si aspetta una serie tradizionale da binge-watching. Più che un prodotto da “consumare”, è un evento da seguire, e come tale funziona soprattutto se ti piace commentare live con altri fan.

  • Golden Globes 2026: ecco i film e le serie TV vincitori

    Golden Globes 2026: ecco i film e le serie TV vincitori

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    L'83ª edizione dei Golden Globes, andata in scena al The Beverly Hilton Hotel di Los Angeles, ha decretato i suoi vincitori con una cerimonia condotta dalla comica, scrittrice e conduttrice radiofonica Nikki Glaser. Un totale di 28 categorie divise tra cinema, serie TV e podcast. Un nuovo premio portato a casa da Amy Poehler per il suo Good Hang With Amy Poehler. Tanti i presentatori che si sono succeduti sul palco, da George Clooney a Ayo Edebiri, per consegnare le ambite statuette a una platea di grandi star.

    Tra i vincitori della serata nella categoria cinema Timothée Chalamet come miglior attore protagonista in un film musical o commedia per Marty Supreme (2025), Stellan Skarsgård come miglior attore non protagonista in Sentimental Value (2026) e Rose Byrne come miglior attrice protagonista in un film musical o commedia per If I Had Legs I’d Kick You (2025). Tra i grandi esclusi No Other Choice - Non c’è altra scelta (2025) e Frankenstein (2025).

    Per le serie tv, invece, sono state premiate Michelle Williams come miglior attrice in una miniserie, antologica o film per la tv per Dying for Sex (2025), Rhea Seehorn come miglior attrice in una serie tv drammatica per Pluribus (2025) e Jean Smart come miglior attrice in una serie musical o commedia per Hacks (2021).

    Qui su JustWatch trovate una guida ai principali vincitori dei Golden Globes 2026, con una lista completa di tutti i titoli premiati in fondo all'articolo.

    1. "Una battaglia dopo l'altra" (2025): Miglior film musical o commedia, Miglior regista, Miglior attrice non protagonista e Miglior sceneggiatura

    Con nove nomination e quattro vittorie - Miglior film musical o commedia, Miglior regista, Miglior attrice non protagonista e Miglior sceneggiatura -, Una battaglia dopo l'altra si attesta come il grande trionfatore dell'edizione 2026 dei Golden Globes. Dopo Vizio di forma (2014), Paul Thomas Anderson ha scelto di portare ancora una volta sul grande schermo una storia tratta da un'opera di Thomas Pynchon, Vineland. Un adattamento libero come il suo cinema. Leonardo DiCaprio interpreta Bob, ex rivoluzionario e padre paranoico che vive ai margini di una società. Ma quando sua figlia viene rapita è costretto a tornare in azione.

    Un thriller che in 2 ore e 42 minuti fotografa un'America sprofondata nel caos e divisa da un radicalismo malato. Ma la pellicola è anche un'ode al futuro, rappresentato dalle nuove generazioni. Un cast strepitoso – dalla premiata Teyana Taylor a Sean Penn passando per Benicio del Toro, Regina Hall e Chase Infiniti – in cui la satira politica si mescola con il racconto familiare. Già cult la sequenza dell'inseguimento finale. Un capolavoro di regia e tensione.

    2. "Hamnet – Nel nome del figlio" (2025): Miglior film drammatico e Miglior attrice protagonista

    "Paul Mescal ha detto che girare il film gli ha fatto capire che la cosa più importante dell'essere un artista è imparare a essere abbastanza vulnerabili da permetterci di essere visti per quello che siamo, non per quello che dovremmo essere". Una visibilmente emozionata Chloé Zhao ha ritirato il premio come miglior film drammatico per Hamnet – Nel nome del figlio. Trasposizione dell'omonimo romanzo di Maggie O'Farrell, la pellicola racconta la vita di William Shakespeare (Mescal) e di sua moglie Agnes Hathaway (Jessie Buckley, premiata per la sua performance) dopo aver affrontato la morte del figlio adolescente.

    Il seme che porterà il Bardo a scrivere Amleto. Lontano anni luce da un piatto biopic, il film si addentra nel legame tra vita e morte, nel dolore della perdita e nella potenza consolatrice dell'arte. Un racconto struggente che, in poco più di due ore, segue i ritmi lenti della vita quotidiana fatta di piccoli gesti ripetuti, contatto con la natura e intimità familiare. Se hai apprezzato come è stato messo in scena il lutto genitoriale in First Man – Il primo uomo (2018) e ami la regia e le atmosfere di Nomadland (2020), non puoi perderti questo film. 

    3. "KPop Demon Hunters" (2025): Miglior film d'animazione e Miglior canzone originale

    Prendete elementi di mitologia, demonologia e K-pop, frullate tutto e otterrete KPop Demon Hunters. Il miglior film d'animazione ai Golden Globes 2026 che si accaparra anche il premio per la miglior canzone originale con Golden. Un concentrato di colori al neon influenzato massicciamente nelle coreografie dai video musicali K-pop e con una colonna sonora centrale a livello narrativo. Incoronata da Time come la rivelazione dell'anno, l'animazione ruota attorno alla storia di tre idol che, segretamente, sono cacciatrici di demoni. 

    Usano la loro musica e le loro esibizioni per combattere il male e proteggere l'umanità da un re demone, Gwi-ma, che vuole rubare le anime insieme a una boy band demoniaca rivale. Diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans, il film nei suoi 95 minuti parla di accettazione di sé dietro una patina apparentemente leggera sfruttando il successo di un fenomeno globale che va ben oltre i confini sudcoreani. Da recuperare se sei fan di Spider-Man: Across the Spider-Verse (2023).

    4. "L’agente segreto" (2025): Miglior film non in lingua inglese e Miglior attore protagonista in un film drammatico

    “The Secret Agent è un film sulla memoria – o sulla sua mancanza – e sul trauma generazionale. Credo che se il trauma può essere trasmesso di generazione in generazione, anche i valori possono esserlo. Questo film è dedicato a chi resta fedele ai propri valori nei momenti difficili”. Le parole pronunciate da Wagner Moura nel suo discorso di accettazione come miglior attore protagonista ne L'agente segreto. Il film diretto dal regista brasiliano Kleber Mendonça Filho che ha ottenuto il Golden Globe anche come miglior film non in lingua inglese.

    Un thriller politico di 144 minuti ambientato nel Brasile della fine degli anni '70 nel pieno della dittatura militare. Un neo-noir che omaggia la storia del cinema con una serie di citazioni raffinate – una su tutte quella de Lo squalo (1975) – mentre racconta una storia di oppressione e identità. Un'opera grandiosa, elegante, stratificata da recuperare se sei rimasto affascinato da Bacurau (2019) e La conversazione (1974).

    5. "I peccatori" (2025): Miglior colonna sonora e Miglior risultato al cinema e al botteghino

    Ryan Coogler ci ha portato indietro nel tempo, nel Mississippi del 1932, ne I Peccatori. Un horror con il quale ridefinisce la narrazione cinematografica sui vampiri. Protagonista un doppio Michael B. Jordan nei panni di due gemelli che tornano nella loro città natale sperando di ricominciare da capo. Ma finiranno per imbattersi in un male addirittura più terrificante del razzismo con il quale si confrontano fin dalla nascita. Due ore e 10 minuti dalla regia immersiva e raffinata in cui la musica blues gioca un ruolo centrale.

    Sebbene il brano “I Laid to You” - che accompagna una delle sequenze più sbalorditive del film - non abbia vinto, Ludwig Göransson è stato premiato per la sua colonna sonora che accompagna un'opera capace di far convivere l'intrattenimento (non a caso ha vinto come miglior risultato al cinema e al botteghino) con la critica sociale. Se ti sono piaciuti Scappa - Get Out (2017) e Antebellum (2020), devi recuperare anche I peccatori. 

    6. "Adolescence" (2025): Miglior miniserie, serie antologica o film per la TV, Miglior attore in una miniserie, serie antologica o film TV, Miglior attrice non protagonista in una serie TV e Miglior attore non protagonista in una serie TV

    Sul versante serie TV, Adolescence ha fatto l'en plein vincendo nelle principali categorie:  miglior miniserie, serie antologica o film per la TV, miglior attore in una miniserie, serie antologica o film TV per Stephen Graham, miglior attrice non protagonista in una serie TV per Erin Doherty e miglior attore non protagonista in una serie TV per l'esordiente Owen Cooper. Un trionfo per quella che fin dal suo debutto è stata acclamata come un'opera potentissima.

    Ideata dallo stesso Graham insieme a Jack Thorne, la serie – girata interamente in piano sequenza – racconta le conseguenze di un omicidio commesso da un tredicenne, Jamie, nei confronti di una coetanea che lo aveva respinto e il disperato tentativo di suo padre di comprendere come sia potuto accadere. Quattro episodi da un'ora che fanno trattenere il respiro tanta è scioccante e incomprensibile ciò a cui assistiamo. Impressionante l'episodio in cui Jamie si confronta con una psicologa in un faccia a faccia da brividi. La forza del racconto sta tutta nell'analisi di una mascolinità tossica che si è irradiata anche nelle fasce più giovani, influenzate dai social e abbandonate dal sistema educativo. Una visione imprescindibile, specie se hai trovato interessante In difesa di Jacob (2020).

    7. "The Pitt" (2025): Miglior serie TV drammatica e Miglior attore in una serie TV drammatica

    Noah Wyle è tornato tra le corsie di un ospedale e il pubblico non potrebbe esserne più felice. L'attore di E.R. - Medici in prima linea (1994), ha riunito le forze chiamata con lo showrunner R. Scott Gemmill e il produttore esecutivo John Wells del medical drama anni '90 per The Pitt. Già premiato con quattro Emmy, lo show ambientato in un fittizio ospedale di Pittsburgh ha vinto i Golden Globes come miglior serie tv drammatica e miglior attore in una serie TV.

    Ognuno dei 15 episodi da un'ora segue gli altrettanti 60 minuti di un turno al pronto soccorso, tra emergenze, limiti del sistema sanitario americano, dilemmi etici e storie personali di medici e infermieri. Un racconto corale, dinamico, convulso, toccante e umanissimo, dove il realismo crudo della messa in scena va di pari passo con l'omaggio al lavoro di chi ogni giorno opera in corsia con l'obiettivo di salvare vite. Se adori il ritmo caotico di The Bear (2022) e sei cresciuto con il Dr. Carter e il Dr. Ross di E.R., non puoi non vedere The Pitt. 

    8. "The Studio" (2025): Miglior serie TV musical o commedia e Miglior attore in una serie TV musical

    L'ottavo episodio di The Studio è ambientato durante una serata di premiazione dei Golden Globes in cui Zöe Kravitz viene chiamata sul palco a ritirare un premio. La star ringrazia per ultimo anche il capo dei Continentale Studios, il Matt Remick di Seth Rogen, chiamato a risollevare una major in crisi d'identità e di bilancio. Peccato che il microfono venga spento e nessuno senta il suo nome. A qualche mese dalla sua uscita, la serie ha vinto proprio a Golden Globes due statuette come miglior serie TV musical o commedia e miglior attore in una serie TV musical per il suo creatore, regista e interprete Seth Rogen, che questa volta ha potuto pronunciare un discorso senza intoppi.

    Una satira su Hollywood e certe assurdità dell' industria cinematografica odierna in cui gli algoritmi la fanno da padrone e registi del calibro di Martin Scorsese vengono ridotti alle lacrime. Spassosa, vertiginosa, brillante, irriverente. The Studio, però, oltre a prendersi gioco della fabbrica di celluloide dall'interno è anche una lettera d'amore al cinema e a un mondo che deve ritrovare la magia lasciando un po' in secondo piano l'ossessione per il profitto. Se ti sei divertito guardando Call My Agent! (2015), ti sbellicherai dalle risate.

  • "Conformity Gate" e altre 9 teorie dei fan su film e serie TV (mai diventate canon)

    "Conformity Gate" e altre 9 teorie dei fan su film e serie TV (mai diventate canon)

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Ci sono teorie formulate dai fan dalle menti più folli che vengono accettate come parte del canone di un film o una serie TV. In questi casi, la teoria diventa reale nel mondo immaginario di questi titoli. È successo a Jar Jar Binks di Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma (1999), ritenuto ormai da tutti un sith. Altro fatto dato per certo è l’inesistenza di avvenimenti soprannaturali in The Blair Witch Project (1999).

    Al contrario, molte speculazioni hanno una vita più complicata. Alcune dividono i fan e diventano il campo di battaglia di ogni cinefilo. Sarà mai vera la teoria dell’oppio in C'era una volta in America (1984), ossia la credenza che tutto ciò che vediamo nel film è frutto delle allucinazioni di Noodles? Questa e altre teorie non riescono a convincere inequivocamente tutti. Per questo, il loro status all’interno del canone rimane ambiguo.

    Se si tratta di speculazioni tirate per i capelli come quella del Conformity Gate di Stranger Things (2016), ci pensano direttamente gli studios, i creatori o gli addetti al lavoro a screditarne la reputazione. In occasione del finale della serie dei Duffer Brothers e dei mille dibattiti sulla teoria appena citata, abbiamo stilato una lista con 10 teorie folli su film e serie TV. Tutte queste ipotesi si sono, però, rivelate false, non diventando mai parte del canone.

    1. "Shining" (1980) - Kubrick e l’atterraggio sulla Luna

    Non temete, più avanti troverete la teoria del Conformity Gate. Tuttavia, non potevamo non iniziare la lista senza la regina delle teorie folli: Shining contiene messaggi subliminali con i quali Kubrick ammette di aver filmato l’atterraggio sulla Luna del 1969. Le teorie cospiratorie sul classico horror non finiscono mai, tanto che Rodney Ascher vi ha dedicato il documentario Overlook Hotel - Stanza 237 (2012). Peccato che l’assistente personale del regista, Leon Vitali, ha definito senza senso la maggior parte del documentario. Nonostante il capolavoro sci-fi 2001: Odissea nello spazio (1968) mostri il talento innato del regista per le scene nello spazio, sembra proprio che gli astronauti abbiano raggiunto il suolo lunare per davvero.

    2. "Il grande Lebowski" (1998) - Donny è frutto dell’immaginazione di Walter

    Il grande Lebowski rimarrà per sempre un classico cult degli anni ‘90. Sembra strano che le teorie cospirazioniste non abbiano trovato un posto nella sceneggiatura dei fratelli Coen. Sia il Drugo annebbiato dall’erba che il suo amico veterano Walter potrebbero essere due cospirazionisti della prima ora. Veniamo, però, al nodo della questione. Molti fan de Il grande Lebowski (1998) hanno teorizzato che Donny sia frutto dell’immaginazione di Walter, a causa dello stress post-traumatico indotto dal Vietnam. Questa ipotesi è degna della mente di qualunque fan del cult anni ’90, ma rimane infondata. Gli stessi registi hanno fatto notare come, dopo la sua dipartita, le ceneri di Donny vengano sparse nell’aria. O meglio, sul Drugo e su Walter. In ogni caso, le ceneri sono la prova dell’esistenza di Donny.

    3. "Harry Potter e la pietra filosofale" (2001) - Il Wizarding World è pura fantasia

    Non solo C'era una volta in America (1984) vanta una teoria dell'allucinazione. Harry Potter e la pietra filosofale e tutti gli altri titoli della saga dal successo globale sono stati oggetto di una teoria cospirazionista ultra pessimista. Tutto il Wizarding World è irreale ed è il prodotto della mente di Harry Potter. In realtà, il piccolo maghetto che diventerà l’arcinemico di Voldemort non ha mai lasciato la casa dei Dursley. I ripetuti abusi e la vita nel sottoscala hanno severamente condizionato la salute mentale di Harry. A tal punto che l’universo magico di Hogwarts non è altro che un’illusione, un meccanismo di difesa per sfuggire alla situazione. Come per Il grande Lebowski (1998), è stata la creatrice J. K. Rowling a negare ogni tipo di possibilità.

    4. "Inception" (2010) - La teoria del totem

    La teoria del totem di Inception continua a lasciare divisi tutti gli aficionados di Christopher Nolan. Anche se, similmente a Il grande Lebowski (1998) e alla saga di Harry Potter, è proprio la mente dietro il thriller sci-fi ad aver tolto qualsiasi dubbio. Il finale della pellicola aveva lasciato tutti con il fiato sospeso: la trottola di Dom Cobb gira ma i titoli di coda arrivano prima che lo spettatore sappia se l’uomo stia sognando. Eppure, il finale aperto sarebbe in realtà fittizio. Il vero totem di Cobb è il suo anello di matrimonio, che indossa solamente nei sogni. Secondo questa teoria, l’uomo non lo indossa negli istanti conclusivi, simboleggiando il ritorno alla realtà. Secondo Nolan, la chiave della soluzione si trova nello stato emotivo di Cobb: l’uomo ha accettato la realtà in cui si trova, qualsiasi sia il verdetto della trottola.

    5. "Scappa - Get Out" (2017) - Niente è reale

    Scappa - Get Out è uno degli horror più terrificanti del XXI secolo, grazie alla miscela esplosiva tra sottotesto sociale e tensione in chiave thriller. Quello che si sviluppa di fronte ai nostri occhi è una metafora sul razzismo neoliberista negli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni spettatori hanno visto qualcosa di differente. Secondo un’ipotesi, la vicenda di Chris è frutto di esagerazioni partorite dalla mente di Rod, il migliore amico del protagonista. Non a caso, nel finale Rod è l’eroe della situazione e ciò rappresenta il lungo percorso che la sua mente ha intrapreso per raccontarsi una storia del genere. La smentita del regista Jordan Peele non poteva essere più categorica: 100% falsa ha definito la teoria in un video per Vanity Fair.

    6. "I Simpson" (1989) - Homer è in coma dalla stagione 4

    Dopo cinque teorie smentite su altrettanti film, tocca volgere lo sguardo verso il piccolo schermo e, più precisamente, a I Simpson. Tra le innumerevoli speculazioni che hanno riguardato la serie TV, la più folle ha come protagonista Homer. Il papà di Bart è vittima di un incidente nell’episodio 18 della stagione 4 intitolato Siamo arrivati a questo: un clip show dei Simpson. L’uomo finisce in coma e, secondo l’ipotesi, tutto ciò che segue il fatidico episodio è frutto della sua mente. Ci ha pensato lo storico produttore della serie animata, Al Jean, a togliere ogni dubbio: le stagioni successive non sono solo nella testa di Homer. Pur definendola una tesi intrigante, il produttore ne ha comunque sancito la falsità.

    7. "Buffy the Vampire Killer" (1997) - La creazione di Dawn ha ucciso Joyce

    Avete capito bene. Secondo una congettura molto popolare tra i fan di Buffy the Vampire Killer, l’esistenza di Dawn ha messo a repentaglio la salute di Joyce fino alla sua dipartita. Dopo essere stata plasmata con forma umana, Dawn viene introdotta nella vita di Buffy come sua sorella. Per far sì che tutti pensino che lei ci sia sempre stata, i ricordi della cacciatrice di vampiri e di chiunque conosca Dawn vengono fabbricati. L’introduzione di questi ricordi nella mente di Joyce avrebbe causato l’aneurisma fatale. Il creatore della serie Joss Whedon ha messo tutto nero su bianco, screditando questa teoria. La morte di Joyce è avvenuta per un aneurisma naturale ed è servita a Buffy per affrontare un tema centrale della vita, il lutto.

    8. "Firefly" (2002) - Cancellata dal governo statunitense

    Chi poteva immaginarsi la connessione tra governo americano, teorie del complotto e industria dell’entertainment? Forse, anche solo un bambino di cinque anni. In ogni caso, dopo l’uscita al cinema di JFK - Un caso ancora aperto (1991), niente ci coglie di sorpresa. Quando parliamo della serie cult Firefly –formata da una sola stagione– le accuse sembrano essere pesanti. Secondo molti fan dell’opera, lo show sarebbe stato cancellato dalla Fox sotto pressione del governo a stelle e strisce. Tra le motivazioni, ci sarebbero i temi politici della ribellione contro un potere centrale e il contesto di un mondo in conflitto. La Fox ha sempre sconfessato queste ipotesi, giustificando la scelta in base alle recensioni tutt’altro che positive.

    9. "Stranger Things" (2016) - L’ultima illusione di Vecna

    Come promesso, non potevamo non citare la teoria del Conformity Gate di Stranger Things (2016). L’ipotesi è chiara e lineare: l’epilogo dolceamaro della serie non è la realtà, ma un’illusione creata da Vecna per mantenere il suo potere. Il capitolo 8 della stagione 5 non sarebbe la conclusione, ma il penultimo episodio. Un ulteriore capitolo segreto doveva essere pubblicato secondo gli speranzosi. La risposta di Netflix, però, non si è fatta attendere. Sulle pagine social della serie, una scritta tutta maiuscola si staglia imponente: “ALL EPISODES OF STRANGER THINGS ARE NOW PLAYING” (tutti gli episodi di Stranger Things sono ora disponibili). Con buona pace dei fedelissimi del mondo di Hawkins.

    10. "Westworld - Dove tutto è concesso" (2016) - GoT è un parco a tema in Westworld

    Tutto sommato, vista la disastrosa ultima stagione de Il Trono di Spade (2011), questa teoria alquanto folle potrebbe essere una consolazione. Per lo meno, tutto quello che abbiamo visto non era “reale”, ma bensì uno spettacolo all’interno del parco di divertimenti di Westworld. Nella stagione 3, durante l’episodio 2 intitolato “La linea invernale”, Bernard e Stubbs camminano attraverso un corridoio con stanze dai muri di vetro. Possiamo vedere alcuni lavoratori che riparano comparse per un parco a tema medioevale. Tra queste c’è una creatura che assomiglia a Drogon, uno dei draghi di Daenerys Targaryen. Se ciò non bastasse, i due addetti che lavorano sul drago sono David Benioff e D.B. Weiss, i creatori de Il Trono di Spade (2011). Nonostante tutte queste coincidenze, questo cameo dello show non è altro che un easter egg ispirato da George R. R. Martin. Niente di più.

  • Le 10 morti di villain televisivi più soddisfacenti di sempre

    Le 10 morti di villain televisivi più soddisfacenti di sempre

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Le migliori serie TV drammatiche di sempre non sono solo caratterizzate da storie intricate e personaggi positivi per cui tifiamo. Uno dei tratti fondamentali di questo tipo di show è la presenza di villain indimenticabili e perfidi. Sopra ogni cosa, questi personaggi riescono a suscitare un livello di odio tale che le loro morti sono salutate con fervore e soddisfazione dagli spettatori.

    Questa lista vi porta alla scoperta delle 10 morti di villain televisivi più soddisfacenti di sempre. Ovviamente, i paragrafi che seguono sono conditi di spoiler per chiunque non fosse al corrente delle dipartite degli antagonisti citati. A partire da Vecna, la cui corsa malvagia si è interrotta nell’attesissimo finale di Stranger Things. Questo è anche il motivo per cui vi proponiamo questa top 10.

    10. I Soprano (1999) - Phil Leotardo

    Ne I Soprano, tutti i personaggi sono dei villain, anche protagonisti come Tony. Nonostante ciò, niente è più soddisfacente di vedere Phil Leotardo lasciare questo mondo. Per due stagioni, il pezzo da novanta della famiglia mafiosa dei Lupertazzi ha dato filo da torcere a Tony e i suoi. Interpretato da un eccelso Frank Vincent, Leotardo trova la sua fine nel modo più classico possibile: giustiziato da un sicario di Tony con un colpo a bruciapelo e un secondo per sicurezza. Ironicamente, la sua morte ricalca quella mentalità vecchia scuola con la quale Leotardo si è mosso all’interno del crimine organizzato. La sua presenza nella top 10 è scontata, anche se al decimo posto per il suo tono anticlimatico.

    9. Oz (1997) - Vern Schillinger

    La serie cult Oz ci ha regalato un’infinità di villain. Nessuno, tuttavia, poteva superare la carica antagonista di Vern Schillinger. Molti anni prima di interpretare il violento maestro di jazz Terence Fletcher in Whiplash (2014), J. K. Simmons si è fatto odiare nei panni del detenuto nazista. Il suo pugno duro nel penitenziario di Oswald lo ha reso un re assai temuto dai detenuti. La sua morte si posiziona al nono posto perché, forse, sarebbe stato più opportuno se avesse ricevuto lo stesso grado di violenza dato. Una coltellata alla pancia, seppur non una passeggiata, è troppo poco per un villain di tale portata. 

    8. Dexter (2006) - Arthur Mitchell

    Durante la quarta stagione di Dexter, tutto lo spregio degli spettatori si è concentrato su Arthur Mitchell. Non vedevamo l’ora che Dexter ponesse le sue mani sul Trinity Killer, interpretato magistralmente da John Lithgow. Con una carriera trentennale come serial killer, Mitchell era destinato a incontrare la furia omicida di Dexter. Quando la sua “vittima” si ritrova legata al tavolo del nostro anti-eroe, la soddisfazione non poteva essere più grande. Dopo aver ucciso secondo un preciso rituale decine di persone, il killer si ritrova dall’altra parte, quasi accettando il suo destino. La morte di Arthur Mitchell si posiziona all’ottavo posto perché, forse, avremmo voluto gustarci qualche dettaglio cruente in più della sua fine.

    7. Sons of Anarchy (2008) - Gemma Teller-Morrow

    Gemma Teller ha fatto venire i sorci verdi a tutti i fan di Sons of Anarchy. Il suo carattere ultra protettivo, ma allo stesso tempo manipolatore, l’ha resa un personaggio tra i più odiati. Senza contare tutte le nefandezze che ha compiuto per mantenere il suo potere all’interno della gang di biker. La prima vittima delle sue decisioni è stata suo figlio Jax. Per questo motivo, non poteva che essere lui a porre fine alla sua esistenza fatta di bugie e macchinazioni. La morte di Gemma serve a Jax per vendicare suo padre John e il suo vero amore Tara ed è per questo che la trovate alla settima posizione. Al contrario di Arthur Mitchell e Dexter, Jax è risoluto ma triste riguardo al destino di sua madre.

    6. The Walking Dead (2010) - Il Governatore

    Il Governatore è uno degli spietati antagonisti di The Walking Dead. La sua morte non poteva non soddisfare i fan della serie zombie. Con un mondo popolato da morti viventi, doversi difendere dalla psicopatia di un uomo sembra il colmo. Ma se si tratta del Governatore, la minaccia zombie sembra quasi impallidire. Il sesto posto è d’obbligo non solo per la soddisfazione di vederlo giacere al suolo. La sua morte è da ricordare perché avviene a causa di due armi differenti. Non soddisfatto di essere stato trapassato al cuore dalla lama di Michonne, il villain riceve il colpo finale dalla pistola della sua ex fidanzata Lilly.  

    5. Il Trono di Spade (2011) - Ramsay Bolton

    Ramsay Bolton è uno di quei personaggi che vuoi veder morire dopo cinque minuti. Il figlio illegittimo di Roose Bolton è arcinoto per le sue tendenze psicopatiche, caratterizzate da una violenza estrema e dalla totale mancanza di freni inibitori. Il villain de Il Trono di Spade, però, semina quello che ha raccolto proprio come Phil Leotardo. Dopo aver utilizzato i suoi segugi per uccidere chi volesse, Ramsay cade vittima dei suoi stessi animali. Dopo essere stato catturato sul finale della Battaglia dei Bastardi, è dato in pasto ai suoi cani sotto lo sguardo di Sansa. Il quinto posto è perfetto per il grado di soddisfazione generato.

    4. Stranger Things (2016) - Vecna

    Era da quasi 10 anni che aspettavamo la sconfitta finale di Vecna. Niente, però, poteva prepararci al finale epico di Stranger Things (2016). Questa morte doveva essere posizionata in alto nella classifica perché i nostri devono vedersela contemporaneamente con il villain e con il Mind Flayer in versione mostro. Mentre Undici e Will si dedicano a Vecna, riuscendo a impalarlo, gli altri investono il mostro con tutta la loro potenza di fuoco. Potevamo già sentirci soddisfatti, ma niente poteva sorprenderci come la decapitazione di un Vecna morente da parte di Joyce. Proprio come per il Governatore, serviva uno sforzo collettivo per sconfiggere le creature.

    3. Breaking Bad (2008) - Gus Fring

    Come per Oz (1997), Breaking Bad è densa di villain pronti a tutto e spietati. Tra questi, Gus Fring occupa un posto speciale nel cuore di tutti i fan della serie di Vince Gilligan. Il personaggio di Giancarlo Esposito è amato per il suo comportamento quasi bipolare: uomo d’affari rispettato e gentile di giorno; principale responsabile di un impero di metanfetamine di notte. La soddisfazione provata per la sua morte non è data solo dalle sue nefandezze. Il suo trapasso avviene con lo stesso stile con il quale è vissuto. Dopo essere stato investito da una bomba, Fring compie qualche passo, si aggiusta la cravatta e cade al suolo con la faccia letteralmente aperta a metà. Il podio era scontato ma adeguato.

    2. Il Trono di Spade (2011) - Joffrey Baratheon

    Il Trono di Spade (2011) passerà alla storia come la serie con i villain più odiati di sempre. Se Ramsay Bolton ci aveva fatto ribollire il sangue, la faccia da schiaffi di Joffrey Baratheon ha di sicuro causato molti schermi rotti. Erede al trono e poi monarca, Joffrey è il classico despota che regna con il pugno di ferro sui suoi sudditi. Come per Ramsay, la sua mentalità è altamente sadica e priva di ritegno. Con nostra somma soddisfazione, il suo regno è durato poco grazie allo zampino del faccendiere Ditocorto. Il decesso poteva ambire al gradino più alto del podio se la sofferenza patita da Joffrey fosse stata in linea con le sue azioni.

    1. True Detective (2014) - Errol Childress

    La stagione 1 di True Detective è un must per chiunque ami le serie TV poliziesche. A convincere gli spettatori di mezzo mondo ci sono le interpretazioni sublimi di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e l’atmosfera nichilista della vicenda. Gli omicidi rituali del serial killer al centro della storia infondono una paura ancestrale nello spettatore ed è per questo motivo che chiunque ha tirato un sospiro di sollievo e di soddisfazione quando Errol Childress è morto. Seppur la sua fine sia stata fulminea –un colpo alla nuca da parte di Rust Cohle (McConaughey)– rimane la più soddisfacente mai vista sul piccolo schermo.

  • Musica, Maestro! “Primavera” e altri 10 film dedicati ai più grandi compositori di sempre

    Musica, Maestro! “Primavera” e altri 10 film dedicati ai più grandi compositori di sempre

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    C’è qualcosa di magnetico nel guardare al cinema i grandi compositori: geni spesso fragili, circondati da politici, mecenati, amanti e nemici, che traducono in note quello che noi comuni mortali riusciamo a malapena a pensare.

    L’uscita di Primavera di Damiano Michieletto – raffinato “non biopic” ambientato nella Venezia del Settecento, liberamente tratto da Stabat Mater di Tiziano Scarpa, e incentrato sul rapporto fra Antonio Vivaldi e una giovane violinista dell’Ospedale della Pietà – è l’occasione perfetta per tornare a parlare di cinema e grandi compositori.

    Il film, presentato a TIFF 2025 e poi approdato nelle sale italiane a dicembre, sceglie una prospettiva tutta femminile: non tanto la celebrazione agiografica di Vivaldi, quanto la storia di una ragazza che trova nella musica una possibilità di libertà in un sistema che vorrebbe solo venderla e metterla a tacere. In parallelo, la nuova miniserie Amadeus firmata Sky, adattamento televisivo dell’opera di Peter Shaffer con Will Sharpe e Paul Bettany, riporta al centro il mito di Mozart e Salieri, aggiornando l’immaginario creato dal film culto di Miloš Forman.

    Insomma: mai come adesso il racconto dei compositori è vivo, stratificato, discusso. Per questo abbiamo raccolto 10 film internazionali – da Primavera all’inevitabile Amadeus, passando per Beethoven, Mahler, Bach, Stravinsky e persino Hildegard von Bingen – che offrono prospettive diversissime sui “mostri sacri” della musica. Non è una lista di biopic scolastici: molti titoli sono dichiaratamente fantasie, altri scelgono punti di vista eccentrici o laterali. Tutti, però, provano a rispondere alla stessa domanda: cosa succede quando la vita reale deve fare i conti con un talento più grande di chi lo possiede?

    Primavera (2025) – Vivaldi e la musica come emancipazione

    Con Primavera, Damiano Michieletto porta al cinema la sua esperienza di regista d’opera e la mette al servizio di una storia di formazione al femminile. Siamo nella Venezia del XVIII secolo: Cecilia, orfana e violinista all’Ospedale della Pietà, suona dietro una grata per un pubblico di nobili che non la vedranno mai davvero. L’arrivo di Antonio Vivaldi, malato e in disgrazia, sconvolge gli equilibri dell’istituto: il prete-compositore riconosce in lei una scintilla diversa, la nomina primo violino e inizia con lei una relazione fatta più di musica che di parole.

    Il film è stato definito un “non biopic” su Vivaldi, perché la sua figura resta quasi laterale: ciò che conta è la percezione di Cecilia, il modo in cui la musica le permette di pensarsi fuori dal ruolo imposto (brava musicista finché serve a trovare marito, ma poi silenzio). È un titolo perfetto per chi ama i period drama eleganti, le storie in cui la musica è un personaggio a sé e i racconti di emancipazione femminile che non hanno paura di sfiorare il lato oscuro delle istituzioni religiose e sociali.

    Amadeus (1984) – Genio, invidia e un mito che non smette di funzionare

    Se si parla di film sui compositori, Amadeus di Miloš Forman è semplicemente inevitabile. Tratto dall’opera teatrale di Peter Shaffer, è una “fantasia su tema reale” più che un biopic: immagina il rapporto fra Wolfgang Amadeus Mozart e Antonio Salieri come un duello cosmico fra mediocrità e genio, con il compositore di corte che confessa in manicomio di aver “ucciso” Mozart distruggendolo lentamente a suon di intrighi.

    Storicamente è tutto discutibilissimo, ma dal punto di vista cinematografico è un trionfo: otto Oscar, colonna sonora clamorosa, scene che ricostruiscono la nascita di opere come Le nozze di Figaro e Don Giovanni come se fossero sequenze d’azione. È il film da mostrare a chi pensa che la musica classica sia “noiosa”: qui è sesso, sudore, risate, isteria, blasfemia e grazia assoluta. E oggi dialoga in modo interessante con la nuova miniserie Amadeus, che ne riprende l’impostazione ma la aggiorna per una generazione abituata alle serie evento.

    Amata Immortale (1994) – Beethoven fra mito romantico e detective story

    Amata Immortale parte da un’idea semplice: alla morte di Ludwig van Beethoven, il fedele Schindler scopre nel testamento un riferimento a un’“amata immortale”. Chi è questa donna? Il film segue la sua indagine e, tramite una serie di flashback, ripercorre la vita del compositore tedesco, dalle umiliazioni familiari alla sordità, fino alle grandi opere. Protagonista è un Gary Oldman intensissimo, che trasforma Beethoven in una figura rabbiosa, spigolosa, ma anche capace di dolcezza quasi infantile.

    La struttura da giallo sentimentale è un modo furbo per tenere agganciato lo spettatore mentre scorrono in sottofondo alcuni dei brani più celebri della storia della musica, usati con grande senso drammaturgico. Perfetto per chi ama le biografie romantiche e non si scandalizza davanti a qualche licenza storica pur di avere immagini che corrispondano alla potenza della colonna sonora. Se Amadeus è barocco e teatrale, Immortal Beloved è cupo e gotico, ma altrettanto deciso a trasformare il compositore in un’icona pop.

    Rhapsody in Blue (1945) – George Gershwin e il sogno americano in chiave sinfonica

    Molto diverso dai biopic più moderni, Rhapsody in Blue è un classico Hollywood anni ’40 dedicato alla vita di George Gershwin, autore di capolavori come Rhapsody in Blue e An American in Paris. Il film, sottotitolato “The story of George Gershwin”, segue l’ascesa del compositore newyorkese dai club e dai teatri di Broadway fino al riconoscimento nel mondo della musica colta, intrecciando melodramma, numeri musicali e l’idea del talento come motore del sogno americano.

    Oggi può sembrare datato, ma resta affascinante per chi è curioso di vedere come Hollywood raccontava i propri compositori “di casa”: il ritmo è quello del musical classico, il personaggio è reso un po’ più liscio e idealizzato, ma la musica esplode in sequenze che funzionano ancora. È consigliato a chi ama l’estetica vintage, i film in bianco e nero pieni di orchestrazioni, e vuole capire come Gershwin sia diventato, anche iconograficamente, il volto di un’idea molto precisa di modernità americana.

    L’altra faccia dell’amore (1971) – Tchaikovsky secondo Ken Russell

    Con L’altra faccia dell’amore, Ken Russell porta al massimo il suo stile eccessivo e viscerale, raccontando la vita del compositore russo Pëtr Il'ič Čajkovskij come un melodramma allucinato. Basato in parte sulla corrispondenza del musicista, il film mostra il matrimonio disastroso con Antonina, la relazione epistolare con la mecenate Nadežda von Meck e il conflitto fra desiderio omosessuale, repressione sociale e vocazione artistica.

    Non è un film per chi cerca il biopic “educativo”: Russell usa la vita di Tchaikovsky come materiale per costruire immagini barocche, sogni febbrili, sequenze quasi horror. La musica – dal Concerto per pianoforte n.1 al Lago dei cigni – diventa un’onda emotiva che investe lo spettatore e fa da specchio al caos interiore del protagonista. Perfetto per chi ama il cinema d’autore anni ’70, non ha paura del kitsch consapevole e vuole una versione di Tchaikovsky che non lo trasformi in una figurina da manuale di storia della musica.

    La perdizione (1974) – Un viaggio surreale nella mente del compositore

    Ancora Ken Russell, ma questa volta alle prese con Gustav Mahler. In La perdizione, il regista costruisce un film altamente simbolico, che alterna il viaggio in treno del compositore e della moglie Alma a una serie di flashback e sequenze oniriche che ripercorrono la sua vita, le sue nevrosi, la conversione al cattolicesimo e il rapporto con la morte. Il tutto accompagnato dalla musica di Mahler.

    Più asciutto di The Music Lovers ma ugualmente visionario, il film non ha nessuna intenzione di “spiegare” Mahler in modo lineare: preferisce restituire l’impressione di un uomo costantemente diviso fra ambizione, senso di colpa e ossessione per l’idea di “opera totale”. È un titolo ideale per chi già ama Mahler e vuole un’esperienza cinematografica che ne rispecchi la complessità, ma anche per chi è curioso di vedere come il linguaggio del biopic possa diventare, letteralmente, sinfonico e frammentato.

    Cronaca di Anna Magdalena Bach (1968) – Bach visto dagli occhi di chi gli è stato accanto

    Girato da Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, Cronaca di Anna Magdalena Bach è probabilmente il film più radicale della lista. Invece di romanzare la vita di Johann Sebastian Bach, i registi la raccontano tramite la voce e lo sguardo della moglie Anna Magdalena, alternando episodi biografici a lunghissime esecuzioni musicali con strumenti d’epoca e interpreti reali, fra cui il grande cembalista Gustav Leonhardt nei panni di Bach.

    Il risultato è quasi un ibrido fra concerto e diario intimo: pochissimo psicologismo, zero melodramma, tanta attenzione alla musica come lavoro quotidiano e pratica condivisa. È un film che parla soprattutto ai cinefili e agli appassionati hardcore di musica barocca, ma può conquistare anche chi apprezza le operazioni formali rigorose. Non aspettarti grandi scoppi emotivi: qui l’idea di genio passa attraverso la ripetizione, la disciplina, il tempo lungo delle prove e dell’esecuzione.

    Tutte le mattine del mondo (1991) – Barocco, lutto e silenzi fra Sainte-Colombe e Marais

    Con Tutte le mattine del mondo, basato sul romanzo di Pascal Quignard, il cinema francese rende omaggio alla viola da gamba e ai compositori Monsieur de Sainte-Colombe e Marin Marais. Il film racconta il ritiro quasi ascetico di Sainte-Colombe dopo la morte della moglie, l’arrivo del giovane Marais come allievo e la tensione fra ricerca spirituale e desiderio di successo a corte. Jean-Pierre Marielle e Gérard Depardieu (affiancato dal figlio Guillaume nei flashback) danno vita a un duo magnetico.

    È un film lento, contemplativo, pieno di silenzi, ma attraversato da una sensualità sotterranea che esplode nella musica. Le esecuzioni – rese celebri dalla colonna sonora firmata da Jordi Savall – sono quasi ipnotiche. Perfetto per chi ama le storie di maestri e allievi, il barocco francese, e i film in cui il conflitto non si consuma tanto a parole quanto nel modo in cui qualcuno posa l’arco sulle corde.

    Coco Chanel & Igor Stravinsky (2009) – Quando l’amore incontra la rivoluzione sonora

    Coco Chanel & Igor Stravinsky non è un biopic tradizionale, ma una romantica (e altamente romanzata) ricostruzione della presunta relazione fra la stilista più famosa del mondo e il compositore russo Igor Stravinskij negli anni successivi allo scandalo de La sagra della primavera. Il film si apre proprio con la storica prima parigina del balletto nel 1913 e poi segue l’incontro e la convivenza fra i due in una villa fuori città.

    Stravinskij, interpretato da Mads Mikkelsen, è un vulcano controllato; Coco Chanel (Anna Mouglalis) è tutta linee nette e desiderio di reinvenzione. Il rapporto fra i due diventa metafora del dialogo fra due rivoluzioni estetiche: la moda e la musica. È consigliato a chi ama i period drama glamour, le storie di passioni impossibili e vuole vedere il compositore non solo come genio isolato, ma come uomo immerso in una rete di relazioni, desideri e compromessi molto terreni.

    Vision – Aus dem Leben der Hildegard von Bingen (2009) – Hildegard, mistica e compositrice

    Con Vision, la regista Margarethe von Trotta porta sullo schermo la vita di Hildegard von Bingen, monaca benedettina del XII secolo, teologa, filosofa, guaritrice e – cosa spesso dimenticata – una delle prime compositrici della storia a noi note. Il film segue Hildegard dall’infanzia in convento alla fondazione di una sua comunità, passando per le visioni mistiche, i contrasti con la gerarchia ecclesiastica e la creazione dei suoi canti.

    Von Trotta sceglie un tono sobrio ma luminoso: niente santini, niente eccessi, ma un’attenzione costante al modo in cui una donna di quell’epoca riesce a ritagliarsi spazi di autonomia usando proprio la musica e la conoscenza come strumenti di potere “al femminile”. È il film ideale per chi cerca un biopic spirituale, interessato tanto alla dimensione religiosa quanto a quella artistica, e vuole ricordarsi che la storia della musica non è fatta solo di uomini in parrucca bianca.

  • Aspettando “Bridgerton 4”: le maggiori differenze (finora) tra la serie Netflix e i libri

    Aspettando “Bridgerton 4”: le maggiori differenze (finora) tra la serie Netflix e i libri

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Nel dicembre 2020 su Netflix, quasi in sordina, è arrivata Bridgerton. La serie TV prodotta da Shondaland e basata sui romanzi di Julia Quinn ambientati a Londra nell'era della Reggenza. Un racconto ucronico in cui il razzismo non esiste e in cui regine e nobili sono neri o mulatti. Un successo immediato che segue quello dei nove volumi ampliando il suo bacino di ammiratori anche al piccolo schermo. La trama segue le vicende dei fratelli Bridgerton mentre cercano l'amore nell'alta società, dedicando un libro a ciascuno di loro nel corso della stagione sociale. 

    Quella in cui l'alta società si riunisce partecipando a balli ed eventi mondani per cercare l'altra metà della mela. Il tutto mentre la misteriosa Lady Whistledown svela segreti e pettegolezzi della città. Un intreccio di passioni, intrighi e dinamiche familiari dal tono fresco e leggero che il 29 gennaio tornerà con una quarta stagione (mentre è già stata rinnovata per una quinta e una sesta) incentrata su Benedict Bridgerton (Luke Thompson), il bohemien secondogenito della famiglia. Su JustWatch trovate una guida alle maggiori differenze (finora) tra la serie Netflix e i libri.

    1. La relazione tra Daphne e Simon

    È grazie alla relazione tra Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e il duca di Hastings Simon Bassett (Regé-Jean Page) che il grande pubblico televisivo si è appassionato alla serie TV. Ma va detto che ci sono delle differenze sostanziali con il romanzo Il duca e io di Julia Quinn pubblicato nel 2000. Nel libro, infatti, la giovane è alla sua seconda stagione sociale ed è vista come un'amica degli uomini più in vista. Nella serie, al contrario, Daphne è al suo debutto e viene descritta come "un diamante di prima qualità".

    Inoltre, una celebre scena di sesso tra i due ha una resa molto più forte nel romanzo con la ragazza che “approfitta” del duca brillo per avere con lui un rapporto senza protezioni. Infine, nella prima stagione di Bridgerton vengono introdotti molti personaggi non presenti nei libri: dalla regina Carlotta a Genevieve Delacroix passando per il principe Federico e Henry Granville.

    2. La storia d'amore tra Anthony Bridgerton e Kate Sharma

    Il visconte che mi amava è la base letteraria per la seconda stagione della serie Netflix. Una delle principali differenze è che nel libro Anthony Bridgerton (Jonathan Bailey) è combattuto tra le sorelle Kate (Simone Ashley) ed Edwina Sheffield (Charithra Chandran) di Londra, mentre nella serie le due arrivano dall'India. Negli episodi assistiamo allo struggimento dei tre personaggi, sofferenti per motivi diversi. Anthony ed Edwina arrivano alle promesse nuziali quando la giovane realizza che il suo promesso sposo è innamorato di sua sorella e che quest'ultima ha il cuore spezzato perché il suo cuore batte per Anthony.

    Nel romanzo, al contrario, i promessi sposi non arrivano alla cerimonia e non nutrono sentimenti profondi l'uno per l'altra. Tra le sequenze più celebri della stagione quella della puntura dell'ape. Nel libro, Anthony tenta di succhiare il veleno via da Kate e, quando vengono scoperti da Lady Bridgerton (Ruth Gemmell) e Lady Featherington (Polly Walker), i due sono costretti a sposarsi. Nell'adattamento televisivo quel momento è reso in modo molto più romantico. Kate, nel tentativo di calmare Anthony vittima di un attacco di panico perché suo padre morì proprio per una puntura d'ape, appoggia delicatamente una mano sul petto in modo che possa sentire il suo battito cardiaco.

    3. La nascita dell'amore tra Colin e Penelope

    L'amore tra Colin (Luke Newton) e Penelope (Nicola Coughlan) è tra i più travagliati tra quelli raccontati da Julia Quinn. Ma tra Un uomo da conquistare e la terza stagione della serie ci sono parecchie differenze. A partire dalle lezioni di fascino che il terzogenito impartisce all'amica d'infanzia grazie a ciò che ha imparato nel corso del suo viaggio estivo lontano da Londra. Un punto non centrale nel volume, ma essenziale nella serie. Anche il loro primo bacio è messo in scena in modo diverso. Nell'adattamento, Colin arriva a casa di Penelope di notte corrompendo la sua cameriera perché restino soli.

    È lì che la ragazza, convinta di restare per sempre sola, chiede all'amico (che ama) di darle un bacio. Nel libro la scena si svolge di pomeriggio nel salotto dei Featherington e si dipana tra la fine del capitolo otto per proseguire nel nono. Anche la scena della carrozza differisce tra i due medium. Nel libro, si svolge dopo che Colin scopre che Penelope è Lady Whistledown, mentre nella serie dopo che Lord Debling (Sam Phillips) decide di non fare la proposta di matrimonio a Penelope durante un ballo. La giovane corre via e Colin le corre dietro dichiarandole i suoi sentimenti.

    4. Cambi di gender

    La terza stagione di Bridgerton, oltre ad anticipare la trasposizione de La proposta di un gentiluomo che vedremo nell'imminente quarto capitolo, apporta un cambiamento significativo tra romanzi e serie anticipando il sesto volume, Amare un libertino. In quel libro, Francesca Bridgerton (Hannah Dodd) e Michael Stirling si innamorano.

    Ma, come mostrato alla fine della terza stagione della serie, il personaggio viene presentato come Michaela Stirling (Masali Baduza). Un cambio di genere che preannuncia una storia d'amore queer all'interno di Bridgerton rendendolo ancora di più un racconto inclusivo in cui sempre più spettatori possono specchiarsi. Anche se un passo in avanti in questo senso è stato fatto proprio nel terzo capitolo con la bisessualità di Benedict Bridgerton non accennata nei romanzi.

    5. La vera identità di Lady Whistledown

    Il pubblico televisivo ha scoperto alla fine della prima stagione chi si celava dietro la firma di Lady Whistledown, l'autrice anonima di un opuscolo che racconta i pettegolezzi dell'alta società londinese. Sempre nella serie è Eloise (Claudia Jessie) la prima a scoprirne l'identità nell'amica Penelope che l'aveva sempre tenuta all'oscuro. Fatto che le allontana causando una frattura apparentemente insanabile tra le due. Nei romanzi invece, la giovane Featherington non rivela all'amica di essere lei la penna più letta di Londra fino alla fine del quarto volume, Un uomo da conquistare. Inoltre, la reazione di Eloise è completamente opposta a quella dell'adattamento TV.

    Sempre nel libro, il primo a scoprire chi si nasconde dietro il nome fittizio dell'autrice è Colin prima di chiedere la mano di Penelope. Un fatto che crea tensione tra i due perché l'uomo non vuole far trapelare la notizia portando la moglie a pensare che lui si vergogni di lei. In realtà, Colin è solo geloso delle sue capacità di scrittrice e condividerà con tutti la sua identità con un gesto romantico. Nella terza stagione, invece, il giovane Bridgerton ne viene a conoscenza prima delle nozze e sarà proprio lei a svelare a tutti chi si cela dietro la firma di Lady Whistledown davanti alla regina Carlotta abbandonando il suo anonimato e firmandosi come Penelope Bridgerton.

  • Netflix 2026: le 15 serie, nuove stagioni e film più attesi dell’anno

    Netflix 2026: le 15 serie, nuove stagioni e film più attesi dell’anno

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Nel classico video “What Next”, Netflix ha finalmente svelato la line-up del 2026: un calendario fitto di ritorni amatissimi, finali attesi da anni e nuove produzioni originali che puntano chiaramente a occupare ogni angolo del tuo tempo libero. Una vera e propria “annata evento”, con un mix di titoli seriali e film che coprono praticamente ogni genere, dal fantasy young adult alle crime story, passando per romcom, docuserie sportive e animazione.

    Tra gennaio e marzo si concentrano molti dei “colpi grossi”: Bridgerton stagione 4 arriva in due parti (29 gennaio e 26 febbraio), seguita dalla seconda stagione live action di One Piece e dal ritorno di Virgin River con la stagione 7, mentre il fronte cinema si accende con War Machine il 6 marzo e Peaky Blinders: The Immortal Man il 20 marzo.

    Più avanti nell’anno, l’attenzione si sposta sulle nuove grandi saghe e sugli adattamenti letterari: l’attesa è altissima per Avatar: The Last Airbender stagione 2, per 3 Body Problem stagione 2 e per la nuova serie Pride and Prejudice, mentre sul fronte filmico Narnia firmato Greta Gerwig promette di essere uno degli eventi di fine anno.

    Qui sotto trovi le 15 uscite Netflix 2026 che vale davvero la pena tenere d’occhio!

    Bridgerton S4 (gennaio–febbraio 2026)

    Il ritorno di Bridgerton è il primo “grande ballo” del 2026: la stagione 4 arriva in due parti (Parte 1 il 29 gennaio, Parte 2 il 26 febbraio) e promette di alzare ulteriormente la posta tra romanticismo torbido, intrighi di corte e commento sociale in corsetto.

    La serie rimane il punto di riferimento per chi ama i period drama sensuali ma autoironici: colori saturi, dialoghi affilati, una colonna sonora pop travestita da musica d’epoca. Per il pubblico di Regencycore, ma anche per chi cerca semplicemente una comfort serie invernale di altissimo budget. Il 2026 dovrebbe consolidare Bridgerton come il “Marvel Cinematic Universe del romance”, grazie anche al continuo espandersi di personaggi e sottotrame. Se vuoi qualcosa che ti faccia sospirare, ridere e tifare per ship improbabili, questo è il primo titolo da segnare.

    Avatar: The Last Airbender S2 (2026)

    La versione live action di Avatar torna nel 2026 con la seconda stagione e il focus sulla Terra: dopo la difesa del Polo Nord, Aang, Katara e Sokka partono alla volta del Regno della Terra per convincere l’elusivo Earth King ad affrontare il Signore del Fuoco Ozai.

    L’adattamento continua a camminare su una linea sottile: rispettare l’anime cult e, allo stesso tempo, sfruttare il formato live action per ampliare politica, guerra e trauma in modo più adulto. Il pubblico ideale sono i fan storici della serie animata, ma anche chi è cresciuto con il fantasy young adult di nuova generazione (Shadow and Bone, The Witcher). Aspettati un worldbuilding ancora più grande, effetti speciali più ambiziosi e un tono che alterna leggerezza, spiritualità e riflessioni sul potere.

    3 Body Problem S2 (2026)

    Dopo una prima stagione che ha diviso ma anche affascinato, 3 Body Problem torna per approfondire la risposta dell’umanità a una minaccia aliena sempre più imminente. La sinossi del comunicato parla del genere umano che “si prepara all’invasione, sulla Terra e altrove”, con un’espansione dell’azione nello spazio.

    È una serie per chi ama la fantascienza speculativa e cerebrale, alla Arrival (2016) e Foundation (2021 – 2025), ma con il tocco spettacolare di Netflix. Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui la serie trova davvero il suo ritmo, facendo convergere complotti politici, fisica teorica e melodrammi molto umani. Consigliata a chi vuole uno sci-fi complesso, con grandi idee e un’estetica raffinata.

    One Piece: Into the Grand Line (10 marzo 2026)

    La seconda stagione live action di One Piece porta finalmente Luffy e la sua ciurma nel leggendario Grand Line, dove il pericolo è all’ordine del giorno e il senso dell’avventura pure. Il comunicato promette nemici più feroci, isole bizzarre e missioni sempre più estreme, con la serie che si conferma una delle scommesse globali più ambiziose di Netflix. È perfetta per chi ha amato la prima stagione ma anche per chi, dell’anime, conosce solo i meme: l’energia della ciurma, i poteri rubberosi di Luffy e l’epica piratesca sono ancora il cuore del progetto. Se ti piacciono le grandi saghe d’avventura alla Pirates of the Caribbean (2003 – 2017) ma con un cuore shonen dichiarato, o sei un grande appassionato dell’opera anime e manga di Eiichirō Oda, questo è un must del 2026.

    Lupin S4 (autunno 2026)

    Assane Diop non ha ancora finito di giocare coi nervi della Francia. La stagione 4 di Lupin, in arrivo in autunno, vede Omar Sy tornare nel ruolo del ladro gentiluomo in una nuova serie di colpi, maschere e vendette incrociate.

    L’idea alla base rimane la stessa: usare il mito di Arsène Lupin per raccontare tensioni sociali contemporanee, xenofobia e la furbizia di chi è costretto a vivere ai margini. Il pubblico ideale sono gli amanti del crime elegante e dei heist show à la La Casa di Carta (2017 – 2021), ma con un protagonista ancora più carismatico. Aspettati una fotografia curata, colpi di scena e un’ulteriore escalation emotiva per Assane e la sua famiglia.

    The Gentlemen S2 (2026)

    La serie spin-off The Gentlemen dell’omonimo film (2020) di Guy Ritchie torna con una seconda stagione che promette caos ancora più raffinato. È passato un anno da quando Eddie e Susie hanno deciso di lavorare insieme nell’impero criminale ereditato, ma le decisioni del patriarca Bobby sembrano sempre più pericolose: la domanda è se i due protagonisti sceglieranno la lealtà o il colpo di mano definitivo.

    Se ti piacciono il crime britannico, i dialoghi al vetriolo e la violenza trattata con humour nero, questa è la tua serie. La S2 punta chiaramente a un tono ancora più “Ritchie-style”: gangster larger-than-life, estetica patinata e intrighi familiari che ricordano Succession (2018 – 2022) in salsa criminale.

    Beef S2 (16 aprile 2026)

    Dopo il successo della prima stagione, Beef diventa una sorta di antologia sull’ossessione e il rancore. La S2 sposta completamente l’attenzione: un giovane couple assiste a una lite violentissima tra il loro capo e sua moglie, finendo risucchiato in un gioco al massacro di favori e ricatti all’interno di un country club di super ricchi guidato da un magnate coreano.

    Il cast è di quelli che fanno venire voglia di premere play (Oscar Isaac, Carey Mulligan, Charles Melton, Cailee Spaeny, Youn Yuh-jung, Song Kang-ho), e il tono sembra ancora una volta sospeso tra dark comedy, thriller sociale e tragedia. Ideale per chi ama le storie sul classismo tossico alla The White Lotus (2021 – in corso), ma con il marchio A24 ben visibile.

    Pride and Prejudice (2026)

    Nuova trasposizione di Orgoglio e pregiudizio, questa volta in forma di serie scritta da Dolly Alderton e con Emma Corrin nel ruolo di Elizabeth Bennet, affiancata da un cast che include Olivia Colman e Rufus Sewell. Netflix punta chiaramente a un pubblico che ama sia i period drama tradizionali sia le reinterpretazioni contemporanee di classici letterari. Ci si può aspettare un equilibrio tra fedeltà al testo di Austen e sensibilità moderna sui temi di classe, matrimonio e desiderio femminile. È uno dei progetti più “prestigiosi” del 2026: se hai amato Sanditon (2019 – 2023), Emma. (2020) o Persuasion (2022), è molto probabile che questa rivisitazione diventi il tuo comfort watch dell’anno.

    Man on Fire (2026)

    Basata sui romanzi di A.J. Quinnell, Man on Fire racconta John Creasy, ex mercenario d’élite segnato dal PTSD, che tenta un impossibile percorso di redenzione prima di ritrovarsi di nuovo nel fuoco incrociato della violenza. La serie è guidata da Yahya Abdul-Mateen II e prodotta da New Regency e Chernin Entertainment, con un tono che promette action adulta e introspezione psicologica.

    È un titolo ideale per gli amanti del thriller ad alta tensione stile Jack Ryan (2018 – 2023) o Reacher (2023 – 2025), ma più cupo e personale. Aspettati sparatorie, complotti e una riflessione non banale su trauma e colpa, il tutto con una messa in scena vistosamente cinematografica.

    Virgin River S7 (12 marzo 2026)

    Il cuore da soap romantica di Netflix non rallenta: Virgin River torna con la stagione 7, confermando la serie come una delle colonne portanti del catalogo. La storia continua a ruotare attorno a Mel, infermiera che ha trovato in questo paesino sperduto una nuova casa e un amore complicato, tra drammi familiari, gravidanze, segreti e paesaggi da cartolina. È la serie perfetta per chi cerca un comfort drama classico, alla Hallmark ma con un respiro più seriale. Il 2026 potrebbe essere l’anno delle grandi svolte di lungo corso, visto che la saga letteraria da cui è tratta ha ormai oltre venti volumi: aspettati nuovi personaggi, ritorni inattesi e parecchie lacrime.

    Peaky Blinders: The Immortal Man (20 marzo 2026)

    Tommy Shelby non ha ancora finito. Ambientato nel 1940, Peaky Blinders: The Immortal Man riprende il personaggio in piena Seconda guerra mondiale: richiamato dall’esilio, è costretto a confrontarsi con il proprio passato e con una resa dei conti che coinvolge tanto la famiglia quanto il destino del Paese. Con Cillian Murphy affiancato da nomi come Rebecca Ferguson e Barry Keoghan, il film promette di essere un capitolo conclusivo (o quasi) dall’energia epica. È un must per chi ha seguito la serie, ma può funzionare anche come crime bellico d’autore per un pubblico più ampio. Aspettati fotografia cupa, violenza controllata e il solito mix di tragedia shakespeariana e politica criminale.

    Narnia (dicembre 2026)

    Dal punto di vista cinema, il grande evento di fine anno è Narnia diretto da Greta Gerwig, adattamento di uno dei romanzi più amati della saga di C.S. Lewis. È forse il progetto che più di tutti definisce l’ambizione family–fantasy di Netflix: una storia di portali magici, regni in guerra e crescita personale, con il potenziale di diventare il nuovo appuntamento natalizio fisso. Il target è ampio: bambini, famiglie, ma anche millennial cresciuti con la prima trilogia cinematografica. Con Gerwig alla regia, è lecito aspettarsi un equilibrio tra rispetto del materiale originale e sensibilità moderna su temi come il coraggio, il sacrificio e il potere.

    Enola Holmes 3 (estate 2026)

    La terza avventura di Enola Holmes arriva in estate e promette di rilanciare le indagini della sorella minore di Sherlock in chiave ancora più movimentata. Anche senza una sinossi dettagliata, il posizionamento nel calendario estivo e il richiamo del brand fanno intuire un mix collaudato: misteri, humour, rottura della quarta parete e chimica tra i protagonisti.

    È il titolo ideale per chi ama i gialli leggeri in costume, sulla scia di Knives Out (2019 – 2025), ma con un taglio YA molto marcato. Perfetto come visione “di famiglia” e come pausa frizzante tra produzioni più pesanti.

    War Machine (6 marzo 2026)

    War Machine è uno dei film più enigmatici (e potenzialmente divisivi) del primo trimestre 2026. Il titolo e il posizionamento accanto a altri progetti bellici e politici suggeriscono una storia che mescola azione, satira e riflessione sulla macchina militare moderna. Nel calendario Netflix è uno dei pochi film originali a prendersi una finestra “da evento” a inizio anno. È pensato per il pubblico che ha apprezzato titoli come War Dogs (2016) o The Hurt Locker (2008), ma con la libertà tonale tipica delle produzioni streaming. Atteso soprattutto dagli spettatori che cercano cinema di genere con una vena politico–sarcastica.

    Remarkably Bright Creatures (8 maggio 2026)

    Tratto dal bestseller di Shelby Van Pelt, Remarkably Bright Creatures segue una vedova che lavora in un acquario e stringe un legame inaspettato con un giovane in cerca della propria famiglia… e con un polpo gigante del Pacifico, che diventa il catalizzatore di un mistero e di una rinascita emotiva. 

    È il tipico film da lacrimuccia intelligente: drammatico ma pieno di speranza, perfetto per chi ha amato A Man Called Otto (2022) o The Hundred-Year-Old Man (2013). Il casting guidato da Sally Field promette interpretazioni intense e un tono a metà tra indie sentimentale e crowd-pleaser da club del libro. Ideale per chi cerca storie di seconde possibilità e famiglia trovata.

  • Ficarra e Picone: tutti i film e le serie TV con il duo comico siciliano

    Ficarra e Picone: tutti i film e le serie TV con il duo comico siciliano

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Siete reduci dalle vacanze con Sicilia Express (2025)? Tra i titoli di maggior successo della piattaforma nel corso delle feste, la nuova serie targata Netflix di Ficarra e Picone ha da subito conquistato il pubblico. Si tratta di una nuova conferma nella serialità per il celebre duo siciliano, a quasi due anni dall’uscita di Incastrati (2021-2022), che aveva attirato positivamente l’interesse degli spettatori.

    Ma niente è arrivato per caso. Un sodalizio artistico che dura dal 1993 quello di Salvatore Ficarra e Valentino Picone, che dal teatro alla televisione arriva al cinema, con una piccola parte nel film di Aldo, Giovanni e Giacomo, Chiedimi se sono felice (2000). All’inizio del nuovo millennio il primo film da protagonisti, Nati stanchi (2001), che segna la loro ascesa cinematografica, regalando negli anni a venire risate e divertimento sul grande schermo. Poi è arrivata anche la serialità. Ma procedendo per gradi, e nel tentativo di tracciare una panoramica sulla loro opera, quali sono i titoli più celebri che hanno visto protagonista il duo siciliano? Forse qualcuno sarà sorpreso nello scoprire che la loro filmografia non è costellata esclusivamente dal genere comico (senza dimenticare la loro incursione in Baarìa (2009) di Giuseppe Tornatore). Ripercorriamoli.

    Nati stanchi (2002)

    È il primo lungometraggio che vede protagonisti Ficarra e Picone. Allora non fu accolta positivamente al botteghino, ma la pellicola diretta da Dominick Tambasco offre uno spaccato divertente attraverso le vicende dei due giovani siciliani, dei fannulloni che trascorrono le loro giornate al bar. Il loro unico diversivo, per sfuggire di tanto in tanto alla routine, sono dei concorsi pubblici in giro per l’Italia ai quali partecipano per non vincere…ma improvvisamente tutto viene stravolto quando scoprono di averne vinto uno come bibliotecari a Milano. Se apprezzate la comicità del duo siciliano, e siete a digiuno delle loro prove cinematografiche, Nati stanchi (2002) rappresenta sicuramente un buon biglietto da visita.

    Il 7 e l’8 (2007)

    Esordio alla regia di Ficarra e Picone, affiancati da Giambattista Avellino, Il 7 e l’8 (2007) è una brillante commedia degli equivoci. L’incipit è uno scambio di culle che coinvolge i protagonisti, Tommaso (Ficarra) e Daniele (Picone), due trentenni agli antipodi. Da lì ne susseguiranno di tutti i colori per un film leggero capace di affrontare diverse tematiche, per esempio le differenze sociali e la ricerca della propria identità, e di intrattenere ed emozionare. Se avete apprezzato Nati stanchi (2002), vi imbatterete in un’ulteriore conferma della capacità del duo siciliano di condensare in un’ora e mezza il loro umorismo al servizio di una storia tipica di una piacevole commedia.

    La matassa (2009)

    Terzo film del duo comico siciliano, La matassa (2009) segue due cugini, tenuti per anni lontani a causa di litigi tra genitori, che si ritroveranno uniti nello sbrogliare proprio quella “matassa” dietro al conflitto. Uno sguardo ironico, che alterna battute a situazioni grottesche, sui rapporti umani nel Sud Italia per una storia che sottolinea l’importanza di cercare sempre di superare quei rancori passati capaci di condizionare il presente. Una commedia consigliata a chi è alla ricerca di una visione leggera in grado di raccontare quelle fragilità familiari con una precisione che supera quella di qualsiasi manuale di sociologia.

    Anche se è amore non si vede (2011)

    Commedia degli equivoci a tinte sentimentali con Ficarra e Picone, che sancisce il loro battesimo da solisti dietro la macchina da presa. Anche se è amore non si vede (2011) segue due amici d'infanzia, uno fidanzato troppo premuroso, l'altro single scatenato, accompagnano gruppi di turisti in giro per la città. Primo film del duo non ambientato in Sicilia, bensì a Torino e dintorni, che vede nel cast anche Ambra Angiolini e Diane Fleri, è da non perdere se si vuole trascorrere una serata all’insegna della leggerezza, accompagnata da un tono spensierato e decisamente buonista, che, pur risultando piacevole, potrebbe però risultare a tratti prevedibile.

    Andiamo a quel paese (2014)

    Una commedia che mette al centro con ironia alcuni vizi degli italiani. Andiamo a quel paese (2014), diretto e interpretato da Ficarra e Picone, segue le vicende di due amici siciliani disoccupati, trasferiti dalla città al paese natale di uno dei due, che improvvisano un sistema per trarre profitto dalle pensioni degli anziani abitanti. Tra i temi affrontati, in maniera leggera, la disoccupazione giovanile e la precarietà, per questo si conferma un film decisamente consigliato a chi è alla ricerca di uno sguardo non troppo cinico su dei problemi che ancora oggi affliggono l’Italia. Se vi siete finora divertiti con le commedie a sfondo sociale del duo, non resisterete a questo film.

    L’ora legale (2017)

    L’elezione di un sindaco onesto e integerrimo provoca scombussolo in un piccolo paese siciliano. Soprattutto da parte degli stessi cittadini, non proprio propensi al cambiamento. L’ora legale (2017) è tra i migliori film di Ficarra e Picone, stavolta alle prese con un racconto sempre ironico e preciso tra politica e ricerca della legalità. Un’ottima forma di cinema civile, da non snobbare bensì da abbracciare per ridere e pensare, sull’onda della gloriosa tradizione della commedia all’italiana. Se vi siete divertiti con la commedia con Antonio Albanese, Qualunquemente (2011), siete dunque nel posto giusto.

    Il primo Natale (2019)

    Siete alla ricerca di un altro cult natalizio con Ficarra e Picone? Ecco quel che fa al caso vostro: Il primo Natale (2019). Una commedia che li vede protagonisti. Salvo e Valentino, rispettivamente un ladro e un prete, che si ritrovano catapultati indietro nel tempo, precisamente nella Palestina dell’anno zero, a ridosso della nascita di Gesù Cristo. Ne susseguiranno di tutti i colori in una commedia dal sapore fantastico, adatta per tutta la famiglia, dove si ride e si riflette. Tra i titoli di maggior successo al botteghino del duo comico siciliano, è un film di Natale decisamente particolare, a partire dalla sua ambientazione, ma capace di toccare con ironia dei temi molto profondi, per esempio la solidarietà.

    Incastrati (2022-2023)

    Fortunato esordio di Ficarra e Picone nel mondo delle serie televisive, due le stagioni di Incastrati (2022-2023), con il duo alle prese con una storia che oscilla tra il crime e la commedia. Le esilaranti avventure di due colleghi e cognati, uno in particolare grande appassionato di un fittizio serial giallo, “The Touch of the Killer”, che si ritrovano coinvolti in un omicidio a stampo mafioso. Il ritrovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato diventa così l’innesco di una serie di situazioni surreali che vi terrà incollati alla poltrona, tra risate e tensione, per una visione godibilissima, senza grandi pretese.

    La stranezza (2022)

    Roberto Andò, Ficarra e Picone, che trio. Il regista palermitano, dietro a pellicole come Viva la libertà (2013) e Le confessioni (2016), sceglie come protagonisti il duo comico siciliano e li affianca a Toni Servillo per un film che si è rivelato essere una delle piacevoli scoperte del 2022 per il cinema nostrano. Siamo nella Sicilia del 1920, si ripercorre (in chiave del tutto immaginaria) la genesi dell’opera di Luigi Pirandello (Servillo), “Sei personaggi in cerca d’autore”. La Stranezza (2022) è un film sul processo creativo, un qualcosa non del tutto tangibile, mostrando di quanto esso possa essere frutto di diversi fattori, avvalendosi di una straordinaria interpretazione dei suoi attori, con un plauso al duo siciliano.

    Santocielo (2023)

    Commedia natalizia, Santocielo (2023) segue un “errore divino” per mano dell’angelo Aristide (Picone) che porta un uomo (Ficarra) a restare incinto di un nuovo Messia. Ne susseguiranno di tutti i colori per un film che si muove tra il sacro e il profano, che intrattiene con leggerezza e offre anche degli spunti di riflessione sul mondo contemporaneo, affrontando temi come il pregiudizio e la parità di genere. Diretta da Francesco Amato, è un film che piacerà sicuramente a chi vuole svagarsi per un paio d’ore con una storia alquanto curiosa, e che soprattutto non deluderà gli aficionados di Ficarra e Picone.

    L’abbaglio (2025)

    Squadra vincente non cambia. Reduce da La stranezza (2022), Roberto Andò sembra infatti di non poter fare a meno del duo, anzi per lui ormai trio Ficarra-Picone-Servillo, per L’abbaglio (2025), film dall’esito fortunato che rilegge la spedizione dei Mille. Accolta con entusiasmo dal pubblico e dalla critica, la pellicola racconta una storia ambientata nella Sicilia del 1860, concentrandosi su un episodio meno noto dell’impresa di Garibaldi – ma al tempo stesso di importanza decisiva. E anche stavolta è fondamentale l’apporto di Ficarra e Picone, capaci di restituire quella leggerezza e profondità che si erano dimostrate decisive nel precedente lavoro di Andò.

    Sicilia Express (2025)

    Il ritorno di Ficarra e Picone alla serialità. Cinque gli episodi di Sicilia Express (2025), miniserie che segue i nostri amati protagonisti nei panni di due infermieri a Milano, pendolari la cui vita oscilla tra il lavoro e la famiglia. A ridosso del Natale però si imbattono in un cassonetto in grado di trasportarli nella loro Sicilia in un batter d’occhio, e da quel momento la loro vita prende una piega inattesa. Sembra esserci una summa dei temi trattati nella loro filmografia, dal divario Nord-Sud alla precarietà, e soprattutto una maggior presa di coscienza di due artisti nel poterli affrontare con una leggerezza che sa andare dritta al punto, facendosi pungente. Si ride e si pensa in questo viaggio breve (in tutti i sensi), e questo basta decisamente.

  • Da “Scream 7” a “Werwulf”: i 15 film horror più interessanti in arrivo nel 2026

    Da “Scream 7” a “Werwulf”: i 15 film horror più interessanti in arrivo nel 2026

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Il 2026 sarà uno di quegli anni in cui, se ami l’horror, il problema non è “se” andare al cinema, ma quante volte al mese. Il calendario è pieno già da gennaio, quando il virus di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa torna a infettare le sale con il secondo capitolo della nuova trilogia firmata Nia DaCosta e Alex Garland, mentre Return to Silent Hill riporta sul grande schermo una delle storie più amate e disturbanti del gaming, l’iconico Silent Hill 2.

    Da lì in poi è un crescendo: a febbraio (attualmente in US) arriva Cold Storage, tratto dal romanzo di David Koepp, che trasforma un fungo mutageno in una corsa contro il tempo a metà tra catastrofe sci-fi e horror da creatura; a giugno Steven Spielberg firma Disclosure Day, il suo grande ritorno agli UFO, in un thriller paranoico su cosa succede quando la verità sugli alieni diventa impossibile da nascondere. In estate ci pensa Evil Dead Burn a tenere alto il tasso di sangue con il nuovo capitolo della saga del Necronomicon, mentre in autunno Robert Eggers chiude l’anno con Werwulf, cupo horror in costume sul mito del lupo mannaro, annunciato proprio per Natale. 

    Nel mezzo, il genere continua a reinventarsi: Ready or Not 2: Here I Come promette di alzare la posta dell’horror satirico, Whistle rimette al centro gli adolescenti e un fischietto azteco che ti condanna a vedere la tua morte, mentre altri titoli più “di nicchia” giocano con l’home invasion, il survival, il mostro politico.

    In questa guida abbiamo selezionato i 15 film più interessanti in arrivo nel 2026: grandi franchise, ritorni attesissimi e nuove idee malate che ci ricordano perché l’horror è ancora oggi il genere più vivo (e nervoso) del cinema.

    1. 28 anni dopo: Il tempio delle ossa (28 Years Later: The Bone Temple) (15 Gennaio)

    Secondo tassello della nuova trilogia iniziata con 28 Years Later, Il tempio delle ossa porta ancora più in là l’universo del virus della rabbia. Alla regia c’è Nia DaCosta, alla sceneggiatura sempre Alex Garland, con il ritorno di Ralph Fiennes e Jack O’Connell in un contesto ancora più estremo: una sorta di santuario-fortezza, il “Tempio delle ossa” del titolo, dove un nuovo ordine sociale si è costruito sulla violenza e sul culto della sopravvivenza. 

    Qui l’orrore non è solo negli infetti, ma nell’evoluzione dei superstiti: il focus è sul fanatismo, sulle nuove “sette” post-apocalittiche e sul modo in cui la paura viene usata come strumento di potere. Il film è annunciato come molto cupo e psicologico, con Cillian Murphy pronto a riaffacciarsi nella saga in un ruolo chiave per il capitolo finale. Se ti interessa l’horror politico e sociale, questo è praticamente obbligatorio. 

    2. Scream 7 (26 Febbraio)

    Il meta-slasher per eccellenza torna con un film che segna il ritorno definitivo di Sidney Prescott e, per la prima volta, sposta il focus sulla figlia della Final Girl più famosa degli anni ’90. Alla regia c’è Kevin Williamson in persona, storico sceneggiatore della saga, mentre Marco Beltrami torna alle musiche: è una dichiarazione d’intenti fortissima per i fan dei primi capitoli. 

    La trama di Scream 7 ruota intorno a una nuova ondata di omicidi nella tranquilla Pine Grove, Indiana: Ghostface prende di mira la figlia di Sidney, costringendola a fare i conti con decenni di traumi e con la propria eredità. Il film promette di giocare duro sul concetto di legacy sequel, tra commento sul franchise horror infinito e paura di diventare “il brand” della propria stessa vita. Per chi ama gli slashers intelligenti, ironici e insieme ferocissimi, è uno dei titoli dell’anno. 

    3. Evil Dead Burn

    Nuovo capitolo della saga Evil Dead, affidato a Sébastien Vaniček, che qui porta un tocco molto europeo e viscerale alla formula dei Necronomicon e della carne posseduta. Evil Dead Burn è presentato come terzo tassello “standalone” dopo il remake del 2013 e Evil Dead Rise (2023), con nuovi personaggi, nuova location e lo stesso spirito malato e blasfemo. 

    Producono Sam Raimi e Robert Tapert, garanzia che il film non si limiterà a citare il passato ma a spingerlo più in là in termini di cattiveria, body horror e humour nero. Il cast guidato da Souheila Yacoub e Hunter Doohan fa pensare a un gruppo di “normali” pronti a essere triturati dalla mitologia maledetta del franchise. Se ti piacciono le possessioni con litri di sangue, denti che scricchiolano e una vena di sadismo demoniaco, segna la data: l’estate 2026 potrebbe essere molto più rossa del solito.

    4. Resident Evil

    Nuovo giro, nuovo reboot cinematografico per Resident Evil, questa volta diretto da Zach Cregger (Barbarian, 2022), che ha dichiarato di voler fare un film pensato prima di tutto per chi ama i videogiochi, non per chi ricorda i vecchi film d’azione. La storia segue un corriere “qualsiasi” in missione attraverso una Raccoon City infestata, con l’idea di restituire la sensazione da survival horror: un protagonista relativamente inerme costretto a sopravvivere in un incubo urbano pieno di BOW e complotti Umbrella. 

    Il cast guidato da Austin Abrams e Paul Walter Hauser fa pensare a un tono più grounded, con personaggi “normali” travolti dagli eventi. Se mantiene la promessa di rispettare i ritmi lenti e l’atmosfera soffocante dei giochi (in particolare RE2 e RE3), potrebbe essere il primo film della saga davvero all’altezza del materiale originale. Must-see per fan Capcom e amanti degli horror urbani claustrofobici.

    5. Return to Silent Hill (22 Gennaio)

    Christophe Gans torna a Silent Hill per adattare uno dei capitoli più amati della serie, Silent Hill 2, Return to Silent Hill: un uomo torna nella cittadina nebbiosa dopo aver ricevuto una lettera dalla moglie morta, e si ritrova intrappolato in un incubo di sensi di colpa, mostri simbolici e strade che non portano da nessuna parte. 

    Il film promette di recuperare ciò che aveva reso memorabile il primo adattamento del 2006: atmosfera malata, nebbia quasi tattile, creature disturbanti e una dimensione emotiva fortissima legata al lutto e al trauma. Con Jeremy Irvine e Hannah Emily Anderson nel cast e Akira Yamaoka di nuovo alle musiche, l’operazione punta dritta al cuore dei fan del videogioco ma anche di chi ama l’horror psicologico, dove il vero mostro è ciò che stai cercando di non ricordare. Preparati a soffrire, nel senso migliore.

    6. Werwulf (Natale)

    Dopo The Witch (2015), The Lighthouse (2019) e Nosferatu (2024), Robert Eggers si lancia sul mito del lupo mannaro con Werwulf, ambientato nell’Inghilterra del XIII secolo. La premessa è semplice e perfetta per lui: un villaggio sperduto, una creatura che si aggira nella nebbia e un folklore che lentamente smette di essere solo superstizione. Il film viene descritto dallo stesso Eggers come “la cosa più oscura che abbia mai scritto”.

    Il cast include Aaron Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp, Willem Dafoe e Ralph Ineson, con dialoghi in inglese arcaico e l’ossessione per l’accuratezza storica che conosciamo bene. Aspettati meno jump scare e più atmosfera: fuochi che si spengono nel buio, ululati in lontananza, volti bruciati da candele tremolanti. È l’horror d’autore più atteso del 2026, perfetto per chi ama il cinema gotico, sporco e lentissimo, che ti rimane addosso come fumo.

    7. Ready or Not 2: Here I Come (9 Aprile)

    Grace non ha ancora finito di giocare. Nel sequel di Ready or Not (Finché morte non ci separi), Ready or Not 2, la Final Girl interpretata da Samara Weaving scopre che il massacro della famiglia Le Domas è solo l’inizio: ora tutte le famiglie potenti legate al patto demoniaco devono ucciderla, o perderanno le loro fortune. Per complicare la situazione, nel mirino finisce anche la sorella più giovane, Faith. 

    Tornano i registi di Radio Silence (2019) e lo sceneggiatore Guy Busick, quindi possiamo aspettarci la stessa miscela di sangue, sarcasmo e critica feroce all’1% che aveva reso il primo film un cult. Il tono sembra ancora più fuori di testa, con un’intera élite globale pronta a trasformare la caccia a Grace in un battle royale rituale. Se hai amato il precedente e ami gli horror satirici, questo è il party più velenoso del 2026.

    8. The Bride! (5 Marzo)

    Maggie Gyllenhaal rilegge il mito della Sposa di Frankenstein spostandolo nella Chicago degli anni ’30: la creatura di Frankenstein chiede a un medico di creare una compagna, e dal corpo di una donna assassinata nasce The Bride!, interpretata da Jessie Buckley. Da lì, il film promette romance mostruoso, tensione politica e una città che reagisce in modi imprevedibili a questa nuova figura femminile letteralmente “contro natura”. 

    Con un cast che include Christian Bale, Annette Bening, Jake Gyllenhaal e Penélope Cruz, The Bride! si annuncia come un mostro ibrido tra horror, melodramma e cinema d’autore. Il tema del corpo femminile costruito, reclamato, politicizzato sembra essere al centro, con un’estetica elegante e decadente. È il tipo di film mostruoso che potrebbe piacere sia ai fan dei classic Universal Monsters che a chi adora rivisitazioni sofisticate come Crimson Peak (2015) o Povere Creature (2023).

    9. Send Help (29 Gennaio)

    Sam Raimi torna all’horror con un survival “da ufficio” molto cattivo: in Send Help, una dipendente vessata dal suo capo sessista si ritrova bloccata su un’isola deserta proprio con lui dopo un incidente aereo. L’idea è semplice ma perfetta per Raimi: due persone, un ambiente ostile, rancori accumulati e una tensione che oscilla tra il grottesco e il genuinamente inquietante. 

    Protagonisti Rachel McAdams e Dylan O’Brien, in un film descritto come horror-thriller di sopravvivenza con forte componente dark comedy: aspettiamoci body horror “creativo”, slapstick crudele e dinamiche psicologiche che ribaltano continuamente il ruolo di vittima e carnefice. È uno dei titoli più curiosi del 2026, perfetto per chi ama l’energia malata dei vecchi film di Raimi e le storie in cui l’isolamento tira fuori il peggio (e il meglio?) delle persone.

    10. Cold Storage

    Tratto dal romanzo di David Koepp, Cold Storage è uno sci-fi horror-comedy che sembra fatto apposta per chi ha amato La Cosa (1982) ma non disdegna l’umorismo nero. La trama ruota attorno a un fungo mutageno altissimo rischio estinzione, custodito in un deposito segreto: quando le cose vanno male (ovviamente vanno male), due impiegati e un vecchio esperto di bioterrorismo devono sopravvivere alla notte più folle della loro vita mentre la creatura si diffonde. 

    Nel cast Joe Keery, Georgina Campbell, Liam Neeson, con un tono che dai trailer sembra mescolare tensione, gore e momenti di puro caos comico. È il tipo di film perfetto per una serata con amici: mostri schifosi, teste che rischiano di esplodere e dialoghi pungenti.

    11. Whistle

    Diretto da Corin Hardy (The Nun), Whistle è un teen horror incentrato su un oggetto maledetto molto specifico: un antico Aztec Death Whistle. Chi lo suona, condanna sé stesso a vedere (e subire) la propria morte futura. Un gruppo di studenti di liceo lo attiva per errore e deve scoprire le origini della maledizione prima che il conto alla rovescia finisca. 

    Il film viene descritto come un incrocio tra It Follows (2015), The Ring (2002) e l’immaginario teen alla Donnie Darko (2001): maledizione a regole precise, visioni disturbanti, atmosfera da coming-of-age molto dark. Nel cast, tra gli altri, Dafne Keen e Nick Frost, per una combinazione interessante di volto giovane e icona del genere. È uno dei titoli più chiacchierati per chi ama l’horror adolescenziale, i maledetti oggetti “non soffiare MAI qui dentro” e quella sensazione che il destino possa raggiungerti ovunque.

    12. Flowervale Street (13 Agosto)

    Con Flowervale Street, David Robert Mitchell (regista di It Follows) torna a giocare con il tempo e le paure suburbane: una famiglia negli anni ’80 comincia a notare strane anomalie nel quartiere, finché un temporale li catapulta in un passato remoto popolato da dinosauri e creature preistoriche. È un’idea che mescola nostalgia, fantascienza e mostri giganteschi: un po’ Stranger Things (2016 - 2025), un po’ film d’avventura anni ’80, ma filtrato attraverso la sensibilità inquieta di Mitchell. 

    Con Anne Hathaway ed Ewan McGregor nei panni dei genitori, il film sembra giocare molto sui contrasti: sicurezza apparente del sobborgo vs natura selvaggia, famiglia perfetta vs trauma, dino-horror vs lirismo. Non sarà l’horror più “puro” della lista, ma è uno dei progetti più intriganti per chi ama i film di genere che sfumano tra più registri.

    13. Ti Uccideranno 

    Diretto da Kirill Sokolov (Muori papà… muori!, 2918), Ti Uccideranno viene presentato come un mix tra Ready or Not e The Raid (2012): humour nerissimo, azione iper-fisica e una situazione che degenera stanza dopo stanza. Protagonista una giovane donna che accetta un lavoro da custode in un grattacielo molto particolare… e scopre di essere finita nel peggior “condominio” immaginabile.

    Nel cast spiccano Patricia Arquette, Tom Felton e Zazie Beetz, a conferma del tono folle ma di alto profilo. È una horror-action-comedy in cui ogni piano dell’edificio può nascondere una nuova violenza, una nuova trappola, un nuovo personaggio assurdo. Perfetto se cerchi qualcosa di più adrenalinico e ironico rispetto all’horror tradizionale, ma non hai paura del sangue e dei lividi.

    14. Psycho Killer (20 Febbraio)

    Scritto da Andrew Kevin Walker (lo sceneggiatore di Se7en, 1995), Psycho Killer segue una poliziotta del Kansas impegnata a dare la caccia a un serial killer soprannominato “Satanic Slasher” dopo l’omicidio del marito, trooper di stato. È un ritorno allo slasher/thriller anni ’90, ma con una sensibilità contemporanea: più attenzione al trauma della protagonista, al fanatismo che circonda l’assassino e al clima di paranoia nella comunità. 

    Protagonista Georgina Campbell, affiancata da Logan Miller, Grace Dove e Malcolm McDowell, in un film che promette violenza molto esplicita (rating R per sangue, sesso e droga) e un’estetica sporca, autunnale, da midwestern noir. È un titolo perfetto per chi rimpiange l’epoca d’oro dei thriller da grande schermo ma vuole vederli aggiornati con una protagonista più complessa e una messa in scena meno patinata.

    15. Disclosure Day

    Chiudiamo con qualcosa che sta a cavallo tra horror e sci-fi: Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, che lo riporta ufficialmente nel territorio UFO. La storia ruota intorno a un momento di “rivelazione” globale sull’esistenza degli extraterrestri e al caos mediatico, politico e sociale che ne deriva: meno invasione aliena spettacolare, più paranoia, complotti e guerra dell’informazione. 

    Con Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth nel cast, il film viene descritto come un incrocio ideale tra Incontri ravvicinati, Munich e il cinema sulla post-verità: meno jump scare, più ansia strisciante su ciò che è vero, ciò che viene nascosto e su come reagiamo collettivamente alla paura dell’Altro. Per chi ama l’horror “cosmico” più mentale che mostruoso, potrebbe essere uno dei titoli più discussi dell’anno.

  • “Stranger Things” è finito: dove rivedere il cast dell'iconica serie Netflix?

    “Stranger Things” è finito: dove rivedere il cast dell'iconica serie Netflix?

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    È calato il sipario su Stranger Things (2016), con l’ultimo episodio andato in onda il 1° gennaio 2026, con quasi dieci anni di Sottosopra, Demogorgoni e nottate su Dungeons & Dragons arrivati al capolinea. Per milioni di fan in tutto il mondo è stato come chiudere un pezzo di cuore, dire addio a personaggi che sono cresciuti insieme a loro e a una Hawkins che ormai conoscevano a memoria. 

    Ma se la serie Netflix è finita, la buona notizia è che il cast non sta per sparire dai radar. Al contrario, gli attori che per quasi un decennio hanno abitato la cittadina più famosa dell'Indiana stanno già correndo verso progetti nuovi e spesso inaspettati.

    Dalla fantascienza ai musical, dai blockbuster Marvel ai drammi d'autore, passando per il teatro di Shakespeare e la musica dal vivo, ognuno di loro sembra aver scelto una strada diversa per lasciarsi alle spalle Hawkins senza però dimenticare quello che la serie ha rappresentato. Alcuni si sono subito gettati nei grandi franchise, altri si prenderanno una pausa per studiare o sperimentare con progetti indie, altri ancora tornano alle loro passioni originali come il palcoscenico o la chitarra. Il punto è che nessuno di loro vuole essere ricordato solo per il personaggio che ha interpretato in Stranger Things, e i progetti in arrivo lo dimostrano.Vediamo quindi in quali film e serie TV è possibile rivedere il cast principale della serie Netflix, inclusi progetti futuri e nuove uscite.

    Millie Bobby Brown (Undici)

    Millie Bobby Brown è probabilmente l'attrice con il calendario più fitto tra i suoi (ex) colleghi. Il progetto più atteso è sicuramente Enola Holmes 3, che arriverà su Netflix nell'estate 2026 e la vedrà tornare nei panni della brillante detective in un'avventura ambientata a Malta, per il terzo capitolo della saga inaugurata con Enola Holmes (2020). Questa volta alla regia c'è Philip Barantini, lo stesso di Boiling Point (2021), e a quanto trapelato dai primi rumors sembra che questa volta le tonalità saranno più “oscure” rispetto ai film precedenti. Confermati nel cast anche Henry Cavill, Louis Partridge e Helena Bonham Carter, mentre per Brown questo ruolo rappresenta la possibilità di confermarsi in un franchise ormai consolidato in casa Netflix, cosa tutt'altro che scontata a Hollywood. Ma il progetto più ambizioso è probabilmente Perfect, un biopic sulla ginnasta olimpica americana Kerri Strug diretto da Gia Coppola, per un ruolo drammatico che con grande probabilità segnerà la svolta definitiva verso la maturità artistica per l’attrice che ha interpretato Eleven. Poi c'è Just Picture It, in uscita per Netflix, in cui Brown reciterà accanto a Gabriel LaBelle per la sua prima rom-com. Come se non bastasse, Brown è anche al lavoro sulla serie sci-fi Prism, ma come produttrice esecutiva, ennesima conferma delle ambizioni dell’attrice anche oltre la semplice recitazione.

    Winona Ryder (Joyce)

    Se c'era un'attrice di Stranger Things per cui sembrava che i giorni migliori fossero alle spalle, quella era Winona Ryder. E invece, dopo aver stupito milioni di spettatori nel ruolo Joyce Byers, ecco che Ryder ha lasciato ancora tutti a bocca aperta apparendo nel video musicale di A$AP Rocky realizzato per Punk Rocky, il singolo con cui il rapper ha anticipato il suo nuovo album Don't Be Dumb. Non è un ruolo da protagonista, il suo è soltanto un cameo (seppur “di lusso”), ma il punto non è quello. Tim Burton ha disegnato la copertina dell'album di Rocky, e questo crea un legame diretto con la storia pluridecennale di Ryder come musa del regista in film come Beetlejuice (1988) e Edward mani di forbice (1990). Un crossover tra hip-hop, cinema e lo stile gotico del regista, per niente casuale, che soprattutto conferma come Ryder sia definitivamente tornata nel mainstream dopo anni di apparizioni sporadiche. Per quanto riguarda il cinema vero e proprio, tuttavia, non si sa ancora nulla di definito, se non rumors su vecchie produzioni mai distribuite. Ryder sicuramente non ha fretta, e se c’è un’attrice che di sicuro non ha nulla da dimostrare, quella è certamente lei.

    David Harbour (Hopper)

    La situazione di David Harbour dice molto sul peso emotivo che può avere una serie come Stranger Things. Il 7 gennaio 2026, esattamente una settimana dopo il finale, è stato riportato che Harbour ha abbandonato il progetto Behemoth!, un dramma diretto da Tony Gilroy (il creatore di Andor, 2022) che lo avrebbe visto recitare accanto a Pedro Pascal, Olivia Wilde e Matthew Lillard. Secondo diversi media statunitensi, infatti, l’attore avrebbe sentito la necessità di prendersi una pausa dopo la fine della serie Netflix, sfiancato soprattutto dall’attesa che si era negli ultimi anni si era creata attorno alla stagione finale (seguita da mesi di press tour in giro per il mondo). Ma questo non significa certo che Harbour stia sparendo dai radar. È confermato che, dopo averlo visto indossare i panni di Red Guardian in Black Widow (2021) e I Nuovi Avengers (2025), Harbour tornerà a indossare la tuta da super(anti)eroe tornerà in Avengers: Doomsday, il grande evento MCU in uscita a dicembre 2026. Nel frattempo ha anche doppiato GOAT, un film animato sportivo che uscirà a febbraio 2026 e che vede nel cast vocale Gabrielle Union, Stephen Curry, Nick Kroll e Jennifer Hudson. E poi c'è DTF St. Louis, una miniserie di cui è produttore esecutivo e che uscirà nel 2026. Insomma, Harbour non sta affatto scomparendo. Si sta solo riposizionando, scegliendo progetti che non richiedano l'impegno emotivo e fisico che ha dato a Stranger Things. Dopo quasi dieci anni, è una scelta più che comprensibile.

    Sadie Sink (Max)

    Sadie Sink è l'attrice che ha sfruttato meglio il momentum di Stranger Things per lanciare la sua carriera che da baby prodigio la sta portando a diventare uno dei volti più richiesti a Hollywood. Non solo avrà un ruolo importante in Spider-Man: Brand New Day, il nuovo film Marvel con Tom Holland in uscita il 31 luglio 2026, ma sembra essere coinvolta anche per il progetto successivo, attualmente noto come Avengers: Secret Wars, per cui pare che l’attrice inizierà le riprese a Londra nel corso del 2026. Questi due annunci, arrivati a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, fanno pensare che Marvel abbia una strategia precisa per portare Sink dentro l’MCU in pianta stabile. Ma i blockbuster ultramilionari sono solo una parte del futuro di Sink. A marzo 2026, infatti, farà il suo debutto al West End di Londra nel ruolo di Giulietta in una nuova produzione di Romeo e Giulietta diretta da Robert Icke, dove reciterà accanto a Noah Jupe ( A Quiet Place, 2018). Questo è un passo enorme per un'attrice di 23 anni. Il West End è uno dei teatri più famosi al mondo, e recitare Shakespeare su quel palco significherebbe una prova decisiva, per qualunque attore e attrice, una prova completamente diversa da qualunque cosa il cinema possa offrire. E il fatto che riesca a fare questo mentre lavora alla post-produzione di un film Marvel dice molto sulla sua versatilità e sul suo talento puro, già ampiamente portato in scena con la sua prova in The Whale (2022), quando appena ventenne fu diretta da Darren Aronofsky. Possiamo dirlo, a star is born!

    Joe Keery (Steve)

    Joe Keery è sempre stato uno di quegli attori capaci di tenere in piedi due carriere parallele. Durante Stranger Things ha registrato album con il nome di DJO e si è costruito una discreta fan base nel mondo della musica. Per quanto riguarda il cinema, Keery sarà tra i protagonisti di Cold Storage, un film di fantascienza in uscita a febbraio 2026 con Liam Neeson e Georgina Campbell, ma ora la serie è finita, pare che in cima alla lista ci sia proprio la musica. Ha lanciato un tour Another Bite,  partito a settembre 2025  con date previste anche per il 2026, mentre il suo quarto album da studio The Crux è uscito da poco. In alcune interviste recenti Keery ha anche accennato al fatto di aver scritto moltissime canzoni negli ultimi anni, e di volersi dedicare alla produzione di nuovi album. Insomma, per il ciuffo più amato di Hawkins il futuro sembra aver più le sembianze di una chitarra elettrica che quelle di una macchina da presa.

    Finn Wolfhard (Mike)

    Nonostante abbia appena finito di lavorare a Crash Land, commedia con Gabriel LaBelle diretta da Dempsey Bryk, anche Finn Wolfhard sembra intenzionato a dedicarsi alla sua carriera da musicista. Come dichiarato in diverse interviste, la sua priorità sarà infatti la band The Aubreys. Non ha altri progetti di recitazione annunciati per il prossimo anno, cosa piuttosto rara considerando che l’attore ha sempre avuto un calendario ricco di franchise di successo come Ghostbusters - Legacy (2021) o It (2017). Al contrario, Finn vuole concentrarsi sul tour con la band e registrare un nuovo album usando materiale che ha scritto negli ultimi due anni. È una mossa controintuitiva per un attore ventitreenne che potrebbe facilmente sfruttare il suo status post-Stranger Things, ma Wolfhard ha sempre dato l'impressione di non essere interessato a seguire il percorso tradizionale di Hollywood. Tra i vari rumors, quello più interessante e concreto è il suo coinvolgimento nella serie IT: Welcome to Derry (2025), anche se farà parte del cast o se rimarrà un personaggio “sullo sfondo”.

    Gaten Matarazzo (Dustin)

    Forse l’attore più amato nel cast dai fan di Stranger Things, Gaten Matarazzo ha firmato due progetti piuttosto particolari che mostrano bene il suo lato comico. Il primo è The Untitled BriTANIcK Pizza Movie, una commedia per Hulu scritta dalla coppia comica BriTANIcK (Brian McElhaney e Nick Kocher) insieme a Sean Giambrone (The Goldbergs, 2013). Dai pochi dettagli trapelati, pare che il film giochi molto sull’assurdo e il no-sense, ma una vera e propria data d’uscita non c’è ancora. Poi c'è GOAT, acronimo di Greatest of All Time, un film animato in uscita il 13 febbraio 2026 distribuito da Sony Pictures, in cui sono coinvolti anche David Harbour e un altro (ex) bambino cresciuto nella taverna Wheelers. Molto probabile che Matarazzo tornerà a salire anche sui palchi Broadway, continuando la sua carriera parallela da star dei musical.

    Natalia Dyer (Nancy)

    A differenza di molti suoi colleghi che hanno già annunciato una serie di progetti futuri, Natalia Dyer sembra decisa a fermarsi almeno per un po’. Nessun grande annuncio, almeno niente di ufficiale, scelta decisamente inaspettata considerando l’hype che ha inglobato il cast della serie Netflix appena conclusasi. L’attrice ha infatti dichiarato in diverse interviste recenti di star iniziando “una nuova fase”, senza tuttavia aggiungere altri dettagli. Questo non significa che in questi anni non abbia lavorato oltre l’Upside Down, dato che l’abbiamo vista in alcuni progetti indie come Yes, God, Yes (2019) e L’apparenza delle cose (2021). Il suo sembra un approccio decisamente più conservativo rispetto a colleghe come Millie Bobby Brown o Sadie Sink, che hanno già un'agenda piena di impegni da qui ai prossimi anni, tra produzioni Netflix o colossal MCU. Dyer, al contrario, potrebbe essere in una posizione in cui sta selezionando con molta attenzione il prossimo ruolo. È probabile che nel corso del 2026 arriveranno degli annunci, ma per ora sembra volersi prendere il suo tempo.

    Maya Hawke (Robin)

    Il suo è il nome con più aspettative, dato il suo retaggio familiare, ma Maya Hawke sembra non sentire affatto la pressione. È confermato che sarà tra le protagoniste di The Hunger Games: Sunrise on the Reaping, in uscita a novembre 2026. Il film è un prequel ambientato 24 anni prima degli eventi raccontati nel primo capitolo della saga, e rappresenta l’occasione per Hawke di scrollarsi subito di dosso il personaggio di Robin per entrare in un nuovo universo narrativo del fortunatissimo franchise. Nel frattempo sta lavorando anche a Wishful Thinking, un film romantico-surreale diretto dal regista indie Graham Parkes, per un film che promette già tonalità opposte dal genere kolossal-action di Hunger Games. Poi c'è Lucia, un biopic su Lucia Joyce, figlia di James Joyce, dove Hawke interpreta l'eccentrica ballerina irlandese. E ancora One Night Only, una commedia in uscita ad agosto 2026 che la vedrà protagonista insieme a Julia Fox. 

    Charlie Heaton (Jonathan)

    Se c'è un attore il cui percorso post-Stranger Things ha una direzione molto chiara, quello è Charlie Heaton. Dopo aver passato anni a interpretare Jonathan Byers, il ragazzo sensibile e un po' introverso, Heaton ora ha deciso di trasformarsi in un attore drammatico più “adulto”. La sua prima mossa importante è stata Billy Knight, film presentato al Torino Film Festival nel 2025 in cui l’attore recita al fianco di sua maestà Al Pacino, anche se non è ancora chiaro quando il film verrà distribuito in Italia. Il 2026, inoltre, lo vedrà tra i protagonisti della quarta stagione di Industry (2020), la serie HBO ambientata tra gli squali della finanza londinese, decisamente lontano dalla cameretta condivisa col fratellino Will. Confermata, inoltre, la sua partecipazione a una serie Netflix filmata da Jesse McKeown (tra i creatori di The Umbrella Academy, 2019),  in uscita prevista per la fine del 2026. Nello stesso periodo dovrebbe uscire anche Twice Over, una commedia romantica ambientata in Australia con Mia Wasikowska come co-protagonista. Molta carne al fuoco per Heaton, anche lui deciso a non rimanere “inghiottito” nell’immaginario di Stranger Things e nel personaggio Jonathan Byers.

    Jamie Campbell Bower (Vecna)

    Jamie Campbell Bower rappresenta un caso particolare nel panorama post-Stranger Things. Ha interpretato Vecna/Henry Creel/001 per le ultime stagioni della serie, un ruolo che gli ha dato nomination come miglior antagonista ai Critics Choice Awards e agli MTV Movies Awards, oltre a una dose di viralità sorprendente, soprattutto dopo le foto backstage diffuse sui social. Il suo personaggio ha scalzato Eleven tra quelli più studiati dai fan della serie, che non vedono l’ora di scavare più a fondo nella storia di Henry. A raffreddare gli animi ci ha pensato subito lo stesso attore, con un intervista rilasciata al Tonight Show negli scorsi giorni in cui ha dichiarato di voler prendersi una pausa dai ruoli da villain, in modo diversificare la sua carriera e non rimaner imprigionato nell’Upside Down insieme a Vecna. Come per altri suoi compagni di set, anche Campbell Bower sarà coinvolto in blockbuster, con il suo nome che compare tra le new entries della serie Amazon Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere (2022), in arrivo con la terza stagione nel 2026. Una mossa con cui l’attore conferma di aver trovato il proprio habitat naturale dentro i grandi franchise fantasy, dato che in passato ha già recitato in blockbuster come Twilight New Moon (2009), Harry Potter e i Doni della Morte (2010) e Animali Fantastici: I crimini di Grindelwald (2018). 

    Noah Schnapp (Will)

    Noah Schnapp rappresenta un caso unico nel panorama post-Stranger Things, un attore che ha subito messo in chiaro e ribadito più volte, di volersi prendere una pausa dalla recitazione dopo quasi un decennio trascorso nei panni di Will Byers, un personaggio cresciuto letteralmente con lui dall'adolescenza all'età adulta. L’attore, attualmente impegnato con gli studi universitari, ha inoltre espresso il desiderio di voler sperimentare con il teatro, dichiarando (almeno al momento) che nel suo futuro non vede saghe o mega-franchise, al contrario della maggior parte dei suoi colleghi. Durante gli anni di Stranger Things ha partecipato progetti indie come Abe (2020) e Aspettando Anya (2020).

    Caleb McLaughlin (Lucas)

    Come vi avevamo anticipato, è Caleb McLaughlin l’ultimo nome tra le star di Stranger Things che ha partecipato al doppiaggio del film animato GOAT (Greatest of All Time), in uscita il 13 febbraio 2026 in concomitanza con l'NBA All-Star Weekend di Los Angeles. Per McLaughlin questo ruolo è particolarmente significativo dato che, dopo quasi dieci anni in un ruolo “secondario” nella serie Netflix, in questo film firmato da Sony Pictures l’attore avrà il ruolo principale, seppur come doppiatore.

  • Da “La ciociara” a “Ieri, oggi, domani”: i migliori film con Sophia Loren

    Da “La ciociara” a “Ieri, oggi, domani”: i migliori film con Sophia Loren

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Dalle strade di Pozzuoli a Hollywood il passo è stato breve per Sophia Loren. L'attrice italiana più conosciuta nel mondo, diventata un simbolo del nostro cinema fuori dai confini dell'Italia. Una bellezza abbacinante, uno spirito vivace, un talento spontaneo e una veracità che l'hanno trasformata in una leggenda vivente.

    La sua ultima apparizione sul grande schermo è del 2020 in La vita davanti a sé diretta dal figlio Edoardo Ponti. Ma, andando a ritroso nella sua carriera iniziata nel 1950 in Cuori sul mare di Giorgio Bianchi, la quantità di titoli a cui ha preso parte è impressionante, così come il calibro dei registi che l'hanno diretta e degli attori con cui ha collaborato. Su tutti Vittorio De Sica e Marcello Mastroianni ai quali affiancare, tra i tanti, Cary Grant, Charlie Chaplin, Marlon Brando, Paul Newman e Frank Sinatra.

    JustWatch ha stilato una lista con i suoi ruoli più iconici. Ma potete trovare l'elenco di tutti i suoi film in fondo alla guida.

    5. "Pane, amore e..." (1955) e "La baia di Napoli" (1960)

    Lo ammetto. Non ho saputo/potuto scegliere tra Pane, amore e... e La baia di Napoli. Il motivo è semplice. In entrambi questi film, il primo diretto da Dino Risi e il secondo da Melville Shavelson, c'è tutta l'essenza di Sophia Loren. Una commedia italiana e una hollywoodiana in cui è proprio la straripante forza dell'attrice a fare da comun denominatore. Sono due le sequenze che basterebbero per consegnare l'attrice al mito.

    Da un lato quella in piazza in cui Loren, fasciata in un abito rosso, si scatena sulle note di Mambo italiano, dall'altro quella ambientata in un locale notturno in cui, body verde scintillante e una gonnellina fatta di strisce di tessuto viola, intona Tu vuò fà l'americano accompagnata alla chitarra da Paolo Carlini. Due titoli, entrambi da 100 minuti, in cui la sua intelligenza, bellezza, sensualità ed ironia dominano e rubano la scena. Visioni imprescindibili se vuoi scoprire la magia di Sophia Loren sul grande schermo, oltre alla sua innata inclinazione per la commedia.

    4. Ieri, oggi, domani (1963)

    Non uno, non due, ma tre ruoli diversi per questo classico della commedia italiana diretto da Vittorio De Sica e in cui l'attrice fa coppia con Marcello Mastroianni. Tre episodi, tre città italiane, tre soggetti scritti da altrettanti grandi autori - Eduardo De Filippo, Alberto Moravia e Cesare Zavattini – per tre personaggi femminili interpretati da Loren.

    C'è Adelina, la venditrice abusiva di sigarette di Forcella che evita la galera grazie a continue gravidanze; Anna, la ricca milanese con una relazione con un uomo di condizioni modeste e, infine, Mara, la prostituta d'alto bordo di Piazza Navona che fa perdere la testa al dirimpettaio seminarista. Ieri, oggi e domani affronta sesso, borghesia e convenzioni sociali con ironia attraverso lo sguardo femminile e che vede l'attrice alle prese con un tour de force in cui sfoggia tutta la sua versatilità. Circa due ore di durata (da Oscar come miglior film straniero) cristallizzate nella celebre sequenza dello spogliarello con spettatore un ululante Mastroianni.

    3. Matrimonio all'italiana (1964)

    Seconda nomination all'Oscar per la sua interpretazione di Filumena Marturano, ex prostituta amante di un ricco pasticcere con il volto di Marcello Mastroianni che si finge in punto di morte per farsi sposare e garantire un futuro ai suoi tre figli segreti. Con Matrimonio all'italiana, Vittorio De Sica porta al cinema la commedia teatrale di Eduardo De Filippo e regala a Loren il ruolo che fu di Titina De Filippo.

    Un film che, in poco più di un'ora e quaranta minuti, si muove tra passato e presente, e in cui l'attrice anima un personaggio attraversato da molteplici emozioni in un'Italia retrograda in cui il patriarcato decideva il destino delle donne agendo nella più totale ipocrisia. Loren incarna un'eroina popolare che non cerca vendetta, ma giustizia. Una donna dura quanto dolce, ironica quanto addolorata. Indimenticabile il confronto finale tra lei e l'uomo che ha amato per vent'anni. Se hai apprezzato Filumena Marturano,la versione del 1951 diretta dallo stesso De Filippo, non resterai deluso dalla potenza dell'interpretazione di Sophia Loren.

    2. Una giornata particolare (1977)

    Una delle prove più compiute di Sophia Loren. Al suo fianco, anche questa volta, l'amico e collega di sempre: Marcello Mastroianni. Dietro la macchina da presa, invece, Ettore Scola. Una giornata particolare è un dramma sentimentale ambientato il 6 maggio del 1938 a Roma, giorno della visita di Hitler nella Capitale. I due attori interpretano Antonietta, una donna spenta vittima di un marito fervente fascista, e Gabriele, ex radiocronista prossimo al confino per la sua omosessualità.

    In un palazzo romano senza inquilini accorsi ad omaggiare il Führer, i due si incontrano e confrontano le proprie solitudini in un film che, in 106 minuti, denuncia tutta la ferocia del regime. Loren e Mastroianni sono straordinari nel trasformare il tempo trascorso insieme dai loro personaggi in un'ode alla libertà. Inoltre, l'attrice accantona tutta la sua bellezza per dare risalto a una donna consumata dalla rassegnazione che, grazie a quell'uomo appena conosciuto, ritrova un barlume di luce in se stessa. Anche solo per poche ore. Da recuperare se vuoi esplorare il lato opposto de Il conformista (1970).

    1. La ciociara (1960)

    Il film che non solo regala l'Oscar come migliore attrice a Sophia Loren, ma che dimostra il suo talento drammatico in quella che rappresenta la prova più alta della sua carriera. Ambientata durante la seconda guerra mondiale, la pellicola è un adattamento firmato da Vittorio De Sica e Cesare Zavattini del romanzo di Alberto Moravia. L'attrice interpreta Cesira, giovane vedova che nell'estate del 1943 fugge con la figlia Rosetta da Roma per raggiungere il suo paese di origine. Durante il cammino finiranno vittime della violenza di un gruppo di soldati. Un'ora e quaranta minuti in cui Loren si spoglia di tutto e lascia che sia l'essenza della sua interpretazione a venire a galla.

    Un film che rievoca l'orrore della guerra dal punto di vista delle donne mentre racconta del profondo legame che unisce una madre a sua figlia. Una visione quella de La ciociara che difficilmente può lasciare indifferenti sebbene la regia di De Sica non sia mai barocca o eccessiva quanto, al contrario, votata a una sobrietà che non fa mai rima con freddezza. Un film che vive attraverso le emozioni di Sophia Loren, per un film che ne definisce l'indiscussa bravura. Da vedere se la corsa disperata di Anna Magnani in Roma città aperta (1945) ti ha commosso.

  • I 10 migliori film comici italiani di sempre

    I 10 migliori film comici italiani di sempre

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Quali sono i migliori film comici italiani? Un argomento che torna puntualmente nelle discussioni ogni volta che esce "la nuova commedia italiana" del momento, per intenderci meglio, lo stra-successo di Buen Camino (2025), dominatore assoluto di queste feste. Ma la comicità non è una sola, perchè se da una parte c'è chi è convinto che basta farsi una risata per fare un buon film, dall'altra c’è chi sostiene che la  “vera” comicità italiana sia morta da decenni, oppure che una risata senza riflessione sia sostanzialmente “vuota”. 

    Per provare a orientarsi in mezzo a questo oceano di opinioni, abbiamo raccolto dieci titoli che attraversano sottogeneri diversi, dalla satira al teatrale, dallo slapstick alla commedia di costume, cercando di raccontare i film che più di altri hanno definito il firmamento della comicità italiana: dai maestri Totò e Alberto Sordi, fino ai classici firmati Villaggio o Troisi, dall’iconicità di Verdone o Aldo, Giovanni e Giacomo fino al successo di Benigni, per poi arrivare dritti verso i fuoriclasse contemporanei come Paola Cortellesi o, appunto, Checco Zalone.

    Non è una classifica di merito, ma un viaggio cronologico attraverso la storia della commedia italiana. Dieci film che, presi insieme, raccontano come è cambiato il modo di ridere (e di che cosa) nel nostro cinema, dagli anni Cinquanta a oggi.

    Totò, Peppino e la... malafemmina (1956)

    Impossibile parlare di comicità italiana senza passare da Totò, e Totò, Peppino e la... malafemmina è il titolo che, più di tutti, riesce a raccontare di una delle coppie comiche più prolifiche e celebrate del nostro cinema, quella formata dal Principe della risata e Peppino De Filippo. La trama la conosciamo tutti, due fratelli di provincia che arrivano a Milano con la “missione” di salvare il nipote, brillante studente di medicina, dalle grinfie dell’affascinante Marisa, ballerina di avanspettacolo, la “malafemmina” appunto. Ma ciò che conta davvero di questo film sono i momenti comici entrati a far parte dell’immaginario comune italiano, oltre la comicità, dal momento lettera dettata (“Punto, due punti e punto e virgola!”), il momento dell’arrivo a Milano con tanto pellicciotto per combattere il freddo del nord, o le indicazioni al vigile urbano in Piazza Duomo, “Noio volevàn savoir”. Giù il cappello, pardon, il colbacco. 

    Questo è il film che per primo definisce la comicità italiana, perfetto anche per chi vuole capire cosa significhi comicità teatrale trapiantata al cinema. Tempi, gesti, voci sono quelli del varietà tradizionale e del palcoscenico, ma l’adattamento al grande schermo trasformò la coppia Totò-Peppino nel paradigma della comicità italiana (da Aldo, Giovanni e Giacomo a Ficarra e Picone o Ale e Franz, tutto viene da lì). Un film che oggi potrebbe sembrare datato, ma che rimane un manuale di comicità pura, fondamentale per capire da dove viene tutto il resto.

    I soliti ignoti (1958)

    Se si dovesse scegliere un solo film per spiegare cosa sia la grande commedia all'italiana, I soliti ignoti sarebbe il candidato ideale. Il piano di un improbabile gruppo di ladruncoli che tenta il colpo della vita in una Roma di periferia è la scusa per unire noir, slapstick e ritratto sociale, con un cast leggendario: Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Totò (in un cameo gigantesco), Claudia Cardinale, Renato Salvatori. Già solo i nomi in cartellone bastano per guardare questo film. Per poi passare alla regia, firmata Mario Monicelli, praticamente il padre della commedia italiana con film come La grande guerra (1959) o L’armata Brancaleone (1966). 

    È il film ideale per chi cerca un classico della risata che non invecchia mai, questo titolo è un vero diamante nella storia del cinema italiano, tra tempi comici impeccabili e una malinconia di fondo che, vista con gli occhi di oggi, anticipa già la disillusione degli anni ‘60. I soliti ignoti è il punto di equilibrio perfetto: abbastanza pop da piacere a tutti, abbastanza raffinato da essere studiato ancora nelle scuole di cinema. Un film talmente celebrato da aver valicato i confini italiani, arrivando oltre oceano, fino a film americani come Crackers (1984) o Welcome to Collinwood (2002), anche se nessuno è mai davvero riuscito neanche ad avvicinarsi all’originale.

    Amici miei (1975)

    Amici miei è il ritratto di un'Italia in trasformazione, visto attraverso gli occhi di un gruppo di amici che si riunisce per fare "zingarate", scherzi sempre più elaborati e crudeli per esorcizzare la noia e la paura di invecchiare. Anche in questo caso, il cast è una parata di leggende: Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Duilio Del Prete, Adolfo Celi. Ogni personaggio porta con sé un pezzo di Italia, dal il conte decaduto al chirurgo cinico o il giornalista disilluso. 

    La commedia qui è amara, a tratti cattiva, gli scherzi partono come goliardate e finiscono per rivelare solitudine, frustrazione, vite che non sono andate come si sperava. Il film ha fatto scuola per tutto il cinema italiano successivo, influenzando generazioni di registi e attori, ricordato come il capolavoro di Monicelli. È perfetto per chi cerca una commedia adulta, dove si ride ma con un peso sullo stomaco, soprattutto se non si è più giovanissimi. Non è un film per tutta la famiglia, ma per chi vuole vedere quanto la commedia italiana sappia anche essere feroce, seppur dietro un velo di humor nero.

    Il secondo tragico Fantozzi (1976)

    Molti indicherebbero il primo Fantozzi (1975) come il vertice della saga ma, se si guarda bene, è ne Il secondo tragico Fantozzi che troviamo la sintesi definitiva del personaggio creato da Paolo Villaggio. Certo, nel primo c’è la mitica partita di tennis vs Filini, ma è in questo film che il ragioniere affronta la corazzata Potëmkin, la gita aziendale, l’acqua Bertier, la partita di biliardo, in un crescendo di gag che sono diventate un repertorio condiviso da generazioni. Leggenda della risata. 

    Un film tragicomico, in cui le umiliazioni dell’ufficio e della vita dell’impiegato raccontata per eccesso diventano materia comica, anticipando di decenni le tamatiche che oggi ritroviamo in serie osannate in tutto il mondo come The Office (2005). In confronto alla satira più alta di Sordi, con Fantozzi Villaggio lavora di abbassamento totale: non c'è spazio per la dignità, ma proprio questa caduta continua rende il personaggio unico e, ancora oggi, dolorosamente attuale. 

    Bianco, rosso e Verdone (1981)

    Con Verdone la comicità italiana prese una svolta inedita, con il regista e attore principale che interpreta tutti i protagonisti del film, diventati figure indimenticabili del cinema italiano. Il “tedesco” Pasquale Amitrano, il puntigliosissimo Furio e l’ingenuo Mimmo in viaggio con la nonna (una leggendaria Sora Lella), tutti compressi in un solo film grazie alla capacità trasformista tipica del cinema verdoniano, celebrata grazie anche a Un sacco bello (1980) o Viaggi di nozze (1995). Bianco, rosso e Verdone è una commedia on the road “elettorale” che attraversa l'Italia degli anni Ottanta, tra stazioni di servizio, pensioni sgangherate e incontri con personaggi surreali come Er Principe di Mario Brega, fotografando un paese ancora “innocente”, che in quel momento si stava preparando a entrare negli anni ‘80 e nell'era del consumismo.

    È perfetto per chi ama i film comici capaci di cambiare continuamente scenario e tonalità, consigliato soprattutto a chi vuole scoprire quanto Verdone sia stato capace di raccogliere l'eredità di Sordi aggiornandola a un'altra generazione. All'interno di questa lista,  Bianco, rosso e Verdone rappresenta una comicità più “de core”, con un tocco di satira ma meno metaforica rispetto a Fantozzi, rimane lucidissimo nell'osservare manie, nevrosi e fragilità dei suoi personaggi con cui raccontare l’Italia di quegli anni. Un film che ha definito un modo di fare commedia che influenza ancora oggi il cinema italiano.

    Il marchese del Grillo (1981)

    Con Il marchese del Grillo Alberto Sordi trova uno dei suoi personaggi più complessi: un aristocratico romano dell'Ottocento che alterna crudeltà e cinismo a lampi di consapevolezza sociale. Diretto (ovviamente) da Mario Monicelli, il film è una commedia in costume che usa il passato per parlare di tematiche attuali come privilegio, la distanza fra chi ha tutto e chi non ha nulla, l'idea di un potere che si diverte a cambiare le vite degli altri "perché sì". 

    È un film consigliato a chi ama una comicità tagliente, fatta di battute diventate mostri sacri della risata ("Io so' io e voi non siete un...") ma anche di una tristezza nascosta, quasi sotterranea, capace di emergere all’improvviso e cambiare totalmente i colori in scena. Sordi qui è al massimo della sua potenza attoriale, capace di far ridere e inorridire nella stessa scena, di essere odioso e affascinante allo stesso tempo. Questo titolo rappresenta il lato più satirico e amaro del suo cinema, un tassello fondamentale per capire l'evoluzione della commedia italiana.

    Non ci resta che piangere (1984)

    Il viaggio nel tempo di Massimo Troisi e Roberto Benigni, catapultati nel Quattrocento alle prese con dogane immaginarie, Leonardo da Vinci e tentativi di cambiare la storia, è uno di quei film diventati talmente iconici che anche chi non l’ha mai visto riesce subito a riconoscerne le scene più famose. Non ci resta che piangere è una commedia che procede a blocchi, con improvvisazioni, ripetizioni e dialoghi che sembrano nati più da improvvisazioni sul set che sulla pagina di un copione, ed è proprio lì che questo film trova il suo fascino più profondo. La chimica tra due giganti della risata genera un tipo di comicità quasi jazz, dove il piacere sta nel ritmo in cui una battuta risponde subito all’altra. 

    È il film perfetto per chi ama un umorismo che guarda verso il surreale, costruito su pure intuizioni comiche, quasi fosse un ponte ideale tra la tradizione di Totò e la libertà anarchica che ritroveremo decenni dopo in certi nella stand-up. Un film “disordinato” come i suoi due protagonisti, ma che continua a essere citato, imitato, discusso e adorato. Un cult imprescindibile.

    Tre uomini e una gamba (1997)

    Per chi è cresciuto negli anni Novanta, il vero rito di passaggio alla comicità italiana contemporanea è stato Tre uomini e una gamba, esordio cinematografico di Aldo, Giovanni e Giacomo. Il loro viaggio verso il Sud con una scultura al seguito è un pretesto per cucire insieme sketch, personaggi ricorrenti e situazioni assurde che arrivano direttamente dal loro repertorio teatrale e televisivo, ma rielaborati con un senso del racconto sorprendente. 

    È un film consigliato a chi ama un umorismo “fisico”, fatto di tempi comici studiati al dettaglio ma sempre con una malinconia leggera, mai troppo esplicitata ma sempre presente nelle dinamiche tra i tre. Mostra come si possa portare sul grande schermo la comicità da palcoscenico senza limitarla a un collage di sketch, influenzando di fatto tutta la commedia italiana dei vent'anni successivi. Se poi volete fare una vera maratona, step fondamentali sono anche Chiedimi se sono felice (2000) e Così è la vita (1998).

    Quo vado? (2016)

    Checco Zalone è ormai diventato la stella polare di ogni discussione sulla comicità italiana contemporanea, e Quo vado? è senza dubbio il suo film che più degli altri merita di entrare in questa lista. Il protagonista, incarnazione vivente del mito del posto fisso, attraversa l'Italia e il mondo pur di non rinunciare al proprio impiego pubblico, trasformando trasferimenti improbabili e situazioni estreme in una grande parabola su privilegi, immobilismo e paura del cambiamento. 

    È il film ideale per chi vuole capire perché Zalone ha diviso tanto il pubblico: da un lato la comicità popolare, fatta di tormentoni e gag immediate, dall'altro una capacità di satira sociale che, pur semplificando, riesce a colpire certe ossessioni italiane. È il trait d'union tra la commedia di costume tradizionale e il cinema comico contemporaneo (soprattutto francese), in cui tematiche come lavoro o migrazione sono rese esplicite. A distanza di anni resta uno dei pochi titoli recenti davvero capaci di reggere il confronto con i classici in termini di impatto culturale e di incassi.

    C'è ancora domani (2023)

    Certo, legati a Paola Cortellesi avremmo potuto inserire altri titoli, decisamente più comici, Come un gatto in tangenziale (2017) ad esempio, ma a chiudere questo viaggio nella commedia italiana mettiamo C'è ancora domani. Un film che, tecnicamente, nasce come dramma in bianco e nero, ma che utilizza gli strumenti della commedia divinamente, per parlare di violenza domestica, patriarcato e diritti, diventando in poco tempo un fenomeno nazionale, capace di conquistare anche il cinema europeo. 

    Ambientato nella Roma del dopoguerra, segue la storia di Delia, moglie e madre schiacciata da un marito violento, ma lo fa con un tono che alterna leggerezza, invenzioni visive, momenti quasi da vaudeville. È il film delicato, elegante, perfetto per chi cerca una commedia “politica”, capace di far sorridere per poi spostarsi verso tonalità più cupe e, infine, verso un finale luminoso e commovente. Questo titolo rappresenta forse la risposta più forte a chi sostiene che la comicità italiana sia morta, perché dimostra che si può usare un certo linguaggio della commedia classica per parlare (fortissimo) al presente, e che la risata, anche se amara, può ancora essere un'arma politica potente.

  • Da "The West Wing" a "Homeland": le 10 migliori serie TV sulla politica americana

    Da "The West Wing" a "Homeland": le 10 migliori serie TV sulla politica americana

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    A guardare la TV o leggere i giornali è impossibile non notare una certa inclinazione cinematografica nel modo in cui la politica americana si presenta al mondo. Lo abbiamo visto grazie a stelle di Hollywood che diventano governatori o presidenti – rispettivamente Arnold Schwarzenegger e Ronald Reagan – o ex tycoon che hanno finito per sedersi per ben due volte dietro la scrivania dello studio ovale.

    Per non parlare di come l'assalto a Capitol Hill sembrasse un thriller degno di Attacco al potere – Olympus Has Fallen (2013). A sua volta, cinema e serialità hanno spesso tratto ispirazione da ciò che avviene attorno alla Casa Bianca o al Congresso. Per quanto riguarda il piccolo schermo, l'ultima serie TV a farlo è stata The Diplomat, in cui l'ambasciatrice degli Stati Uniti nel Regno Unito Kate Wyler (Keri Russell) deve fronteggiare una crisi internazionale.

    In attesa dell'uscita della terza stagione disponibile dal 16 ottobre su Netflix, JustWatch ti porta alla scoperta delle 10 migliori serie TV sulla politica americana da (ri)vedere in streaming sulle principali piattaforme.

    10. Madam Secretary (2014-2019)

    Un dramma politico meno edificante di West Wing - Tutti gli uomini del presidente ma più leggero di House of Card: Gli intrighi di potere. Madam Secretary segue Elizabeth McCord (Téa Leoni), ex analista della CIA chiamata a diventare la segretaria di Stato degli Stati Uniti dopo la morte sospetta del suo predecessore. Dall'impianto simile a un procedurale, con ognuno dei 160 episodi che compongono le 6 stagioni dedicato a una crisi diplomatica o un problema internazionale, la serie mette al centro l'arte della diplomazia. 

    Come il presidente Bartlet della serie di Sorkin, anche Elizabeth McCord è mossa da una forte integrità morale e dal desiderio di fare la cosa giusta, magari infrangendo il protocollo quando necessario. Uno sguardo inedito sul mondo dei negoziati e delle alleanze internazionali che non disdegna una dimensione più intima dando anche spazio alla sfera privata della sua protagonista. Da vedere se ti è piaciuto State of Affairs (2014).

    9. Scandal (2012-2018)

    Quando il drama politico incontra Shonda Rhimes, il risultato è Scandal. Ovvero la politica c'è, ma è esasperata da una narrazione votata all'eccesso. Se ami le serie che sbirciano dal buco della serratura della “più grande democrazia del mondo”, ma non puoi fare a meno di un po' di sano intrattenimento le sue sette stagioni sapranno come inchiodarvi al divano. Al centro di tutto c'è Olivia Pope (Kerry Washington), ex direttrice della comunicazione della Casa Bianca ed ex amante del presidente divenuta una fixer. Una professionista in grado di risolvere i problemi dei potenti custodendo i loro segreti.

    Tra una miriade di colpi di scena e intrighi, la serie fa a pezzi le istituzioni e la loro facciata apparentemente pulita mostrandoci un sistema profondamente corrotto dove il ricatto è sempre in agguato. Aggiungi un triangolo sentimentale e avrai un'idea di quello che ti aspetta... Da recuperare se ti piace lo stile forsennato delle produzioni di Shonda Rhimes come Le regole del delitto perfetto (2014). 

    8. Parks and Recreation (2009-2015)

    Realizzata attraverso la tecnica del falso documentario, Parks and Recreation è una sit-com incentrata sulla politica locale americana. La protagonista è Amy Poehler nei panni dell'ottimista Leslie Knope, una funzionaria del dipartimento dei parchi di Pawnee, fittizia cittadina dell'Indiana. Una professionista che crede fermamente in quello che fa e si batte per rendere la città migliore scontrandosi con l'atteggiamento ben diverso dei colleghi. 

    Se ami l'umorismo di The Office (2005-2013), non resterai deluso dalle sette stagioni di Parks and Recreation. Per circa 40 minuti verrai catapultato in un mondo fatto di regolamentazioni assurde e rivalità tra dipartimenti che divertono per la verità estremizzata che mettono in scena.

    7. Designated Survivor (2016-2019)

    Quando il dramma politico si fonde con l'azione iperbolica del cinema statunitense nasce una serie TV come Designated Survivor. Il titolo si riferisce al “sopravvissuto designato”, quella figura istituzionale chiamata ad assumere il ruolo di presidente degli Stati Uniti nel caso di decesso del capo di stato e di tutte le altre cariche destinate a sostituirlo prima di lui. Quello che capita al Segretario della casa e dello sviluppo urbano Tom Kirkman (Kiefer Sutherland). 

    Tre stagioni – di cui la prima è di gran lunga la migliore – in cui si racconta di un sistema fragile dove il protagonista cerca di muoversi senza perdere la propria integrità morale. Un action che esplora il peso della presidenza senza disdegnare una buona dose di azione. Se la trama ti intriga, puoi vedere anche la coreana Designated Survivor: 60 Days (2019) che prende spunto proprio dalla serie con Sutherland.

    6. The Diplomat (2023)

    Ultima serie TV sulla politica americana in ordine di tempo, The Diplomat vede Keri Russell nei panni di una diplomatica abituata a confrontarsi con crisi internazionali chiamata a diventare ambasciatrice americana nel Regno Unito. Uno sguardo acuto e non privo di umorismo sulla politica estera a stelle e strisce.

    L'azione si svolge lontano dalle stanze del potere di Washington e racconta l'equilibrio complesso della diplomazia, tra pressioni interne ed esterne, alleanze e rivalità. Inoltre, grazie alla figura di Hal (Rufus Sewell), marito della protagonista e diplomatico, la serie offre anche uno spaccato sulla vita privata di una coppia alle prese con il tentativo di far funzionare i rapporti tra due Stati e il loro matrimonio. Un buon compromesso, similmente a Scandal, tra racconto politico e intrattenimento. Se Treason (2022) ti ha affascinato, The Diplomat non sarà da meno.

    5. Veep - Vicepresidente incompetente (2012-2019)

    Senza troppi giri di parole: Veep - Vicepresidente incompetente è l'antitesi di West Wing. E non è affatto detto che chi apprezza la creatura di Aaron Sorkin non possa fare altrettanto con la commedia scorretta di Armando Iannucci. Se il presidente Bartlet rappresenta il buono della politica, tutto ideali e scelte per il popolo, la vicepresidente Selina Meyer di Julia Louis-Dreyfus è molto più concentrata su se stessa e la sua scalata al potere. 

    Un personaggio, dunque, molto più vicino alla realtà di quanto possa sembrare all'apparenza. Ed è proprio questo a rendere le sue sette stagioni così spassose: perché quello che racconta è del tutto verosimile. Ma Meyer non è la sola a dimostrare la sua inettitudine. A farle compagnia ci pensa il suo staff composto da personaggi moralmente discutibili. Se vuoi assistere a una satira spietata della politica che si prende gioco del dilettantismo dei suoi rappresentanti, Veep è imperdibile. E lo è anche perché non fa distinzione tra partiti. Se hai riso di gusto guardando Candidato a sorpresa (2012) e The Brink (2012), preparati a sbellicarti dalle risate.

    4. The Americans (2013-2018)

    Cosa c'è di più classico di un racconto di spie nell'immaginario collettivo legato a Usa e Unione Sovietica? Lo sa bene Joe Weisberg, il creatore di The Americans che ha preso la Guerra Fredda e ne ha raccontato le sue implicazioni nella quotidianità di due agenti del KGB sotto copertura negli Stati Uniti. All'apparenza una tipica famiglia americana, in realtà due spie con il volto di Keri Russell e Matthew Rhys chiamate ad acquisire informazioni sul nemico. 

    La serie ne racconta le implicazioni psicologiche e familiari, specie con i due figli della coppia nati nel Paese rivale e cresciuti secondo i suoi ideali capitalistici. Un racconto di patriottismo, lealtà e propaganda sullo sfondo dell'amministrazione Reagan alle prese con la minaccia nucleare. Da recuperare se sei fan de La talpa (2011).

    3. House of Cards: Gli intrighi di potere (2013-2018)

    Se Veep è l'antitesi comica di West Wing, è anche vero che House of Card: Gli intrighi di potere ne rappresenta quella dark. Un dramma politico cupo sulla brama di potere, l'ambizione, la corruzione e l'individualismo estremo contrapposto al “noi” inteso come società. Il Frank Underwood di Kevin Spacey è uno stratega machiavellico che muove le fila della politica e dei suoi protagonisti per ottenere quello che vuole: la presidenza degli Stati Uniti. 

    E nel farlo si rivolge direttamente a noi spettatori infrangendo la quarta parete per ricordarci quanto la democrazia sia sopravvalutata. Se ami le opere di Shakespeare e le macchinazioni psicologiche, resteraii affascinato dalla serie che ha dato il via alla grande era dello streaming mostrandoci il cuore nero delle istituzioni. Imperdibile se hai apprezzato Miss Sloane - Giochi del potere (2016).

    2. Homeland: Caccia alla spia (2011-2020)

    Se con West Wing Aaron Sorkin ha messo in scena l'idealismo, Homeland: Caccia alla spia ci ha costretti a guardare dritto in faccia le conseguenze post 11/09 sulla politica americana. Lo ha fatto attraverso l’agente della CIA Carrie Mathison (una grandiosa Claire Danes) e la sua indagine sull’ex Marine Nicholas Brody (Damian Lewis) convertito alla causa terroristica di al-Qaida e pronto a compiere un attentato sul suolo americano proprio mentre i veri Stati Uniti festeggiavano la cattura di Osama Bin Laden. 

    Otto stagioni che hanno avuto la grande intuizione di dedicarsi ciascuna a un tema d'attualità grazie al quale mostrare la trasformazione della politica a stelle e strisce in presa diretta. Dall'evoluzione tecnologica adottata nei conflitti alla fake news, dallo spionaggio alle conseguenze della guerra preventiva, sempre spostandosi in varie parti del mondo. Uno sguardo attento e contemporaneo che colpirà chiunque voglia capire meglio un decennio decisivo che ha plasmato il nostro presente. Da recuperare se ti è piaciuto 24 (2001).

    1. West Wing - Tutti gli uomini del Presidente (1999-2006)

    L'ala Ovest della Casa Bianca, la scrittura di Aaron Sorkin e un idealismo politico oggi latente più che mai. Sono alcuni degli ingredienti che hanno reso West Wing - Tutti gli uomini del Presidente la serie televisiva per eccellenza sulla politica americana. Sorkin, tra la fine della presidenza Clinton a rischio impeachment per il caso Lewinsky e la presidenza Bush Jr. caratterizzata dalla guerra preventiva post Twin Towers, sceglie di portare nelle case degli americani un’amministrazione guidata da ideali e senso del dovere.

     Lo fa attraverso il democratico Jed Bartlet di Martin Sheen e il suo staff. Così attenta nel portare in scena un racconto quanto più ancorato al reale, West Wing ha visto il contributo alla sceneggiatura di Eli Attie, ex autore dei discorsi del vicepresidente Al Gore e assistente speciale di Clinton. Il risultato sono sette stagioni in cui la serie ha affrontato qualsiasi argomento: dal terrorismo alle crisi di governo, dalla diplomazia alla libertà di stampa. Se sei affascinato dalla scrittura fulminea di Sorkin come in The Social Network (2010) e vuole capire meglio i meccanismi di potere.

  • 5 domande sul primo trailer di “Avengers: Doomsday”: proviamo a rispondere

    5 domande sul primo trailer di “Avengers: Doomsday”: proviamo a rispondere

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    La Marvel non sa proprio cosa significhi la parola fine, soprattutto se si parla di saghe da incassi milionari. E il primo trailer di Avengers: Doomsday lo dimostra alla grande. Dopo che in Avengers: Endgame (2019) Steve Rogers aveva chiuso la sua storia per tornare nel passato e vivere finalmente il grande amore con Peggy Carter, eccolo di nuovo qui. 

    Il teaser lo mostra in una casa anni '50, con una moto parcheggiata fuori, la vecchia uniforme ripiegata in un cassetto e, soprattutto, un neonato in braccio. Mentre un countdown scorre sullo schermo. Poche scene, non di più, ma tanto è bastato per far scatenare i fan in tutto il mondo. Leak, breakdown del trailer fotogramma per fotogramma, teorie che partono dai fumetti e arrivano fino al multiverso. Ma in mezzo a tutto questo caos ci sono cinque domande che tutti si stanno facendo. Proviamo a rispondere.

    1. Chi è il bambino che Steve tiene in braccio?

    È la domanda che ha fatto impazzire tutti. Nel teaser Chris Evans rientra in casa, ripiega l'uniforme che lo aveva accompagnato fin dal primo film della saga, Captain America - Il primo vendicatore (2011) e prende in braccio un neonato. Poi compare la scritta "Steve Rogers will return in Avengers: Doomsday". Ma di chi è quel bambino? La risposta più ovvia è anche la più probabile: è suo figlio, nato dalla relazione con Peggy Carter. Gli sceneggiatori di Endgame hanno confermato che nella loro idea Steve è il padre dei figli di Peggy che avevamo già intravisto nei film precedenti. Quindi potrebbe essere uno di quei bambini da neonato, oppure un figlio nato dopo, nella timeline in cui Steve ha deciso di restare con lei. Poi ci sono le teorie più spinte. Nei fumetti Captain America ha figli e discendenti sparsi per varie realtà, e alcuni fan hanno tirato in ballo personaggi cosmici come Franklin Richards o perfino il Beyonder in versione bambino. C'è anche chi ha pensato a un setup tipo The Mandalorian (2019), con Steve che protegge “il cucciolo” più potente dell'universo. Per ora però sono più fantasie che indizi concreti.

    2. È davvero la casa del finale di "Endgame"?

    Chi ha visto Endgame mille volte (e sappiamo che siete in tanti) avrà riconosciuto subito l'estetica della casa: un sobborgo tranquillo, villetta pulita, atmosfera sospesa tra sogno e nostalgia. È praticamente identica al quartiere in cui Steve e Peggy ballano insieme nel loro lieto fine anni '50. Questo conferma che stiamo guardando la linea temporale in cui Steve Rogers che ha vissuto una vita intera con Peggy dopo Endgame, non una sua variante del multiverso. La casa rappresenta tutto quello per cui ha combattuto, il suo deisderio di una vita normale, con una famiglia e la possibilità di essere finalmente felice. Nel 2019 quella porta si chiudeva su di lui, qui si riapre. Ma il messaggio sembra chiaro già dopo pochissimi frame: quella pace sta per finire.

    3. La moto l'abbiamo già vista?

    Il trailer si apre con Steve che arriva a casa in moto. Non è una scelta casuale. Captain America e le moto sono sempre andati d'accordo, già nel primo Captain America (2011) ne guida una durante le missioni della Seconda guerra mondiale, così come in The Winter Soldier (2014). La moto di Doomsday sembra più vintage, in linea con gli anni '50 in cui Steve ha vissuto con Peggy. Non ci è ancora dato sapere se la moto sia la stessa vista nei film precendenti, ma il modello può già essere un indizio che porta ad atmosfere totalmente diverse da quelle viste a partire da The Avengers (2012), dominate da super astronavi aliene e la tecnologia futuristica firmata Stark. 

    4. Il casco è un easter egg?

    Certo che sì. Internet non perdona, e infatti qualcuno ha già analizzato il casco fotogramma per fotogramma. Il design richiama l'elmetto che Steve indossava durante la Seconda guerra mondiale in The First Avenger , con un’estetica S.H.I.E.L.D. anni '40. Solo che qui è un casco da moto, adattato alla sua nuova vita da civile. Ma c'è anche un secondo livello, più ironico. Per i fan di lungo corso il casco è quasi una presa in giro del famigerato elmetto del film tv Captain America del 1979, quello che sembrava uscito da un catalogo di giocattoli. Seppur quel film, visto oggi, risulti essere anni luce distante dai titoli contemporanei, il richiamo non è passato inosservato ai Marvel heads più preparati. Un dettaglio? Certamente, ma sappiamo bene quanti i dettagli siano preziosi nell’MCU

    5. Cosa significa il countdown finale?

    Il trailer finisce con un countdown gigante: mesi, giorni, ore, minuti, secondi. Qualcuno ha provato a trasformarlo in un enigma, ma la verità sembra essere molto più semplice: è un conto alla rovescia verso l'uscita del film. Un modo per dire che Doomsday non è un film come gli altri, ma un evento in linea con i precedenti titoli del mondo Avengers. Certo, alcune teorie lo hanno collegato alla trama. Magari è legato al villain, o che non si tratti di una finestra temporale per salvare il multiverso? Per ora non ci sono indizi concreti in questa direzione. Quello che è chiaro, però, è il messaggio, la vita “normale” di Steve ha i minuti contati. D’altronde, anche il titolo, Doomsday, non lascia molti dubbi.

  • I 10 migliori film di sempre presentati al Sundance Film Festival

    I 10 migliori film di sempre presentati al Sundance Film Festival

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Dal 1978, il Sundance Film Festival è la Bibbia del cinema indipendente americano. Creato tra gli altri da Robert Redford (non a caso il festival prende il nome dal personaggio interpretato dall’attore nel classico Butch Cassidy, 1969), il Sundance ha portato alla ribalta registi di fama mondiale come Paul Thomas Anderson e Quentin Tarantino.

    In occasione della quarantottesima edizione della competizione, che si terrà nello Utah tra il 22 gennaio e il primo febbraio 2026, vogliamo proporvi i migliori film di sempre presentati al Sundance Film Festival. Per la scelta dei titoli abbiamo tenuto in considerazione solamente i film americani che hanno visto la categoria più ambita del festival, ovvero il Gran premio della giuria.

    10. Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015)

    Dopo una sfilza di apparizioni come regista della seconda unità e il debutto in chiave slasher con il remake La città che aveva paura (2014), Alfonso Gomez-Rejon si presenta al Sundance 2015 con Quel fantastico peggior anno della mia vita. Questo film coming-of-age ha tutti gli ingredienti per vincere la competizione. Da un lato, la sceneggiatura perfetta oscilla tra momenti drammatici strappalacrime e toni da commedia che alzano il morale. Dall’altro, sono le interpretazioni dei tre protagonisti –Thomas Mann, RJ Cyler e Olivia Cooke– a catturare l’attenzione del pubblico. Seppur il film appare per certi versi formulaico, ergo la posizione numero 10, Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015) rimane un piccolo gioiello indie per gli amanti di titoli come Noi siamo infinito (2012).

    9. The Birth of a Nation - Il risveglio di un popolo (2016)

    The Birth of a Nation - Il risveglio di un popolo narra la vera storia di Nat Turner, una persona schiavizzata che guida una rivolta nella Virginia del 1831. Scritto, diretto e interpretato da Nate Parker, questo dramma storico si unisce ad altri titoli come Harriet (2019) e Free State of Jones (2016) nel raccontare i drammi della schiavitù negli Stati Uniti d’America. Oltre alla piccola rivincita nel titolo –The Birth of a Nation è anche il titolo del famigerato film pro Ku Klux Klan di D.W. Griffith– la pellicola di Parker non cerca solo di sensibilizzare il pubblico con un tono vittimista. Al contrario, dona ai protagonisti oppressi un forte tono di dignità e rivincita sociale. Se alcune imperfezioni registiche impediscono a The Birth of a Nation (2016) di oltrepassare il nono posto, il film è una visione consigliata per chi ama la storia.

    8. La diseducazione di Cameron Post (2018)

    La diseducazione di Cameron Post è un mix perfetto tra le atmosfere coming-of-age di Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015) e lo spirito ribelle di The Birth of a Nation (2016). Al primo impatto, ciò che colpisce sono le performance pregevoli del cast, a partire dalla prova magistrale della protagonista Chloë Grace Moretz. Come per il film di Alfonso Gomez-Rejon, la pellicola di Desiree Akhavan trova l’equilibrio perfetto tra dramma e umorismo. Tuttavia, quando gli aspetti tragici della storia si fanno sentire, tagliano nel profondo l’audience. L’unica pecca è forse la costruzione non completa dei personaggi. Per questo motivo, il film si ferma all’ottavo posto. Senza dubbio, però, La diseducazione di Cameron Post (2018) lascerà soddisfatti tutti coloro che cercano un film a tema LGBTQ+ con uno spirito autenticamente pungente.

    7. I Don't Feel at Home in This World Anymore (2017)

    Dopo una serie di collaborazioni con il regista Jeremy Saulnier come attore, Macon Blair esordisce nel 2017 come regista con I Don't Feel at Home in This World Anymore. Questo neo-noir farcito di umorismo nero colpisce per la sua capacità di raccontare la società in cui viviamo. I rapporti sociali sono difficili e caratterizzati dall’indifferenza e dalla legge del più forte. In questo contesto, I Don't Feel at Home in This World Anymore (2017) riesce a portare sullo schermo una storia dove l’umorismo dark e la violenza più sfrenata sono i punti centrali. Nonostante un finale non perfetto gli valga la settima posizione, questo piccolo gioiello indie non poteva mancare dalla lista grazie alla prova impeccabile di Elijah Wood nei panni del bizzarro Tony.

    6. Nanny (2022)

    Nanny è il debutto alla regia di Nikyatu Jusu e mescola sapientemente l’horror folkloristico con il thriller psicologico. A metà tra Noi (2019) e Presence (2025), questo film basa tutta la sua potenza sulla performance strepitosa di Anna Diop nei panni della protagonista. Apprezzabile è anche l’atmosfera minimal del film, con molte scene ambientate nella casa dove la protagonista lavora come tata. Il sottotesto sociale che corre lungo tutta la trama aggiunge, poi, uno strato in più che eleva l’opera di Nikyatu Jusu. La sesta posizione è più che meritata, anche se il film poteva ambire a qualcosa in più se non fosse per un ritmo troppo lento in alcuni punti. Ciò non toglie che gli amanti dei film posati andranno a nozze con Nanny (2022).

    5. Prossima fermata: Fruitvale Station (2013)

    Il tandem formato da Ryan Coogler e Michael B. Jordan ci ha regalato film memorabili come Creed - Nato per combattere (2015) e I peccatori (2025). La loro collaborazione artistica è, però, iniziata con Prossima fermata: Fruitvale Station, film d’esordio di Coogler. Come per The Birth of a Nation (2016), siamo di fronte a una storia vera che racconta ancora una volta il razzismo strutturale statunitense. Con una performance toccante, Jordan ripercorre le ultime 24 ore di vita di Oscar Grant, giovane afroamericano freddato dalla polizia ferroviaria. Il film è pazzesco non solo per la portata drammatica, ma soprattutto per la prova ineccepibile di Jordan. Un quinto posto scontato.

    4. Un gelido inverno (2010)

    Se Prossima fermata: Fruitvale Station (2013) ha messo sulla cartina Michael B. Jordan, lo stesso si potrebbe dire di Jennifer Lawrence con Un gelido inverno. Il film di Debra Granik è austero tanto quanto il paesaggio desolato in cui si svolge la vicenda. La potenza di questo thriller non è data da scene d’azione al cardiopalma e bombastiche, ma dalla performance indimenticabile di Jennifer Lawrence. Non a caso la prova le è valsa una nomination agli Oscar. Se cercate un film coming-of-age come La diseducazione di Cameron Post (2018), ma decisamente più ruvido e drammatico, Un gelido inverno (2010) sazierà il vostro appetito.

    3. Blood Simple - Sangue facile (1985)

    Blood Simple - Sangue facile è il film d’esordio dei fratelli Coen e porta con sé alcuni degli stilemi che renderanno grande il loro cinema. Dall’ambientazione nel sud degli Stati Uniti al sapore neo-noir della vicenda, questo gioiello d’inizio carriera è un cult imperdibile. Non sembra un mistero che la pellicola sia finita sul gradino più alto del podio al Sundance Film Festival. Dalla fotografia spettacolare ricca di luci neon alle performance di Frances McDormand e Dan Hedaya, non stupisce che Guillermo Del Toro abbia definito Blood Simple (1985) il miglior esordio registico di sempre. Il podio era il minimo per questo neo-noir che potrebbe far impazzire chi ha apprezzato I Don't Feel at Home in This World Anymore (2017).

    2. Whiplash (2014)

    Whiplash è stato di sicuro uno dei film dell’anno nel 2014. La seconda pellicola di Damien Chazelle ha portato il regista nell’Olimpo di Hollywood, oltre che solidificare la posizione di Miles Teller come uno degli attori più promettenti del XXI secolo. La dinamica di odio-amore tra il suo personaggio e quello di J. K. Simmons ha lasciato tutti a bocca aperta grazie all’intensità delle loro performance. Come ogni film di Chazelle che si rispetti, Whiplash (2014) è caratterizzato da una fotografia mozzafiato e da una colonna sonora da urlo. Al contrario di Nanny (2022), questa pellicola non si affida al ritmo slow-burning ma accoppia la veemenza della storia con una cadenza impetuosa. Meriterebbe il primo posto se non fosse per un film chiamato Minari (2021).

    1. Minari (2021)

    Se Whiplash (2014) è intenso e feroce nell’esprimere il suo livello drammatico, Minari di Lee Isaac Chung si affida a un’atmosfera più pacata e commovente. Ciò non toglie che la pellicola colpisce dritto al cuore con la sua storia sull’immigrazione e la redenzione. I punti di forza di Minari (2021) sono molteplici. La fotografia di Lachlan Milne esalta il paesaggio naturale dell’Arkansas, mentre la regia di Chung non sovrasta mai il focus del film, ovvero la trama. Inoltre, questo piccolo gioiello non sarebbe lo stesso senza le performance impeccabili di tutto il cast. È quasi impossibile trovare una pellicola dove un attore bambino di otto anni (Alan Kim) recita allo stesso livello di un’attrice di più di settanta (Youn Yuh-jung). La prima posizione è l’ennesima riprova della bellezza senza tempo di Minari (2021).

  • I 10 personaggi italiani più stereotipati (e divertenti) mai apparsi nei film americani

    I 10 personaggi italiani più stereotipati (e divertenti) mai apparsi nei film americani

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Che gli italiani siano tra i popoli più “cinematografici” del mondo è quasi un cliché… e infatti il cinema americano ci ha costruito sopra un intero immaginario. Accenti improbabili, pizza e pasta elevati a religione, gesti enormi, mamme e nonne iper-protettive, Vespini che sfrecciano davanti al Colosseo: la lista è infinita.

    Questi stereotipi, presi sul serio, sono ovviamente riduttivi. Ma se li guardiamo con un minimo di distanza (e autoironia), diventano anche un modo per capire come Hollywood vede “l’italianità”: un miscuglio di romanticismo, cibo, caos e voce alta. Non è l’Italia reale, ma una cartolina ipercolorata che gli sceneggiatori americani continuano ad amare.

    In questa lista ci concentriamo soprattutto su personaggi italiani (o italo-americani) raccontati da film stranieri, spesso interpretati da attori non italiani, e diventati memorabili proprio perché esagerati. Non è un processo all’Anti-Italianismo, ma un piccolo tour divertito fra popstar da cartolina, amici urlanti di terza classe, pizzaioli tragicamente romantici, tenori sotto la doccia e orde di nonne che cucinano per il mondo.

    Paolo Valisari – Il popstar da cartolina (The Lizzie McGuire Movie, 2003)

    Se sei cresciutə nei primi 2000, Paolo Valisari è probabilmente il tuo primo “italiano” cinematografico made in Disney: popstar romanissimo, bella presenza, Vespa rossa, Colosseo sullo sfondo e accento così marcato da sembrare uscito da un corso di italiano per turisti. In realtà l’attore Yani Gellman è nato a Miami e cresciuto tra Canada e Australia, e in interviste successive ha riso lui per primo del suo finto accento italiano.

    Nel film The Lizzie McGuire Movie, Paolo è il cantante affascinante che trascina Lizzie nella sua favola romana, salvo rivelarsi un fuccboi ante-litteram che non sa neanche cantare davvero. È la quintessenza dell’italiano da cartolina: romantico quanto inaffidabile, sempre in giacca elegante, sempre pronto a sfrecciare in motorino tra monumenti e cornicioni. Da vedere/recuperare se vuoi ridere dell’idea di Italia secondo la Disney, tra Vespini, look discutibili e pop anni 2000.

    Fabrizio De Rossi – L’amico urlante di terza classe (Titanic, 1997)

    In Titanic, accanto a Jack Dawson c’è Fabrizio De Rossi, l’amico italiano di terza classe: sorridente, chiassoso, con accento marcato e un entusiasmo che sfiora il cartone animato. È interpretato da Danny Nucci, attore nato in Austria e cresciuto tra Europa e Stati Uniti, che incarna tutti i cliché del “best friend italiano”: gesti larghi, “mamma mia” nell’aria, energia pura dal tavolo da poker al ponte della nave.

    Il personaggio è tenero e tragico, ma molti critici hanno sottolineato quanto rappresenti il prototipo dell’italiano hollywoodiano: rumoroso, comico, un po’ macchietta, destinato a fare da spalla emotiva al vero protagonista. Il suo epilogo (schiacciato dal fumaiolo) è entrato nel mito proprio perché esagerato quanto il personaggio. Ideale per chi ama Titanic ma non ha mai riflettuto su quanto il povero Fabrizio sia il concentrato di cento anni di stereotipi sugli italiani emigrati.

    Mario – L’italiano più famoso del mondo (The Super Mario Bros. Movie, 2023)

    È paradossale: Mario è probabilmente l’“italiano” più famoso della cultura pop… ma è nato in Giappone, è doppiato da attori americani e nel 2023 con il film animato The Super Mario Bros. Movie ha fatto discutere mezzo internet perché Chris Pratt non usava il classico super-accentone “It’s-a me, Mario!”.

    Per decenni, Mario è stato l’italo-americano da manuale: idraulico, baffuto, amante della pasta, con un modo di parlare caricaturale che mescola inglese e italiano da cartolina. Il film Illumination attenua l’accento, ma non l’idea: famiglia chiassosa, cognome “Mario”, Brooklyn, pizza ovunque. È meno offensivo dei vecchi giochi, ma resta un concentrato di stereotipi buoni per ridere più che per rappresentare davvero una comunità. Da vedere se ti interessa capire quanto un personaggio possa diventare “italiano” senza nessun contatto reale con l’Italia, ma anche per i gamer nostalgici, famiglie e chi ama smontare i cliché con un minimo di media literacy (tra una boss fight e l’altra).

    Leo, Nikki e tutta la comitiva di Little Italy (Little Italy, 2018)

    Se cerchi il pacchetto completo “italo-americani” versione manuale, Little Italy è il film. La storia d’amore tra Nikki (Emma Roberts) e Leo (Hayden Christensen) è solo un pretesto per scatenare una guerra di pizze, famiglie urlanti, nonni innamorati in segreto, santini, discussioni in dialetto e battute su sugo, basilico e cuore. La critica ha definito il film “più interessato ai cliché etnici che alla storia d’amore”, con stereotipi che colpiscono italiani, indiani e persone queer in egual misura.

    Qui gli italiani (o italo-canadesi) sono tutti rumorosi, sanguigni, gelosissimi dei loro impasti e quasi incapaci di parlare senza citare la famiglia. È talmente esagerato da diventare un guilty pleasure: se lo prendi come fumetto, diverte; se cerchi realismo, meglio cambiare canale. Se ami le romcom “troppo formaggio, ma va bene così” e vuoi un bignami di come il Nord America immagina i quartieri italiani, lasciandoti travolgere da una montagna di cliché, questo è un film (quasi) imprescindibile. 

    I ragazzi perfetti (e iper-italiani) di Love & Gelato (Love & Gelato, 2022)

    Love & Gelato è già nel titolo una dichiarazione di intenti: l’Italia vista come combo perfetta di romanticismo, carboidrati e selfie al tramonto. Il film, tratto da un romanzo YA, propone una Roma fatta di Ape car fiorite davanti a San Pietro, giri in Vespa su sanpietrini e ragazzi italiani bellissimi e misteriosi, con accenti inglesi volutamente marcati per suonare più “Mediterraneo”.

    Le figure maschili italiane – dal ragazzo riccioluto al tipo più tormentato – sembrano uscite da una fanfiction su “hot Italian boys, stat!”, come nota ironicamente anche chi ha analizzato il film. Non sono offensivi, ma incredibilmente standardizzati: sempre appassionati, sempre un po’ gelosi, sempre pronti a un monologo esistenziale con il Colosseo sullo sfondo. Da vedere se ti piacciono le storie di ragazze americane in viaggio di formazione, con l’Italia in modalità screensaver. Indubbiamente perfetto per un pubblico teen e young adult in cerca di romance leggerissimo e chiunque voglia ridere (affettuosamente) dell’Italia da cartolina secondo Netflix.

    Giancarlo, il becchino-tenore sotto la doccia (To Rome with Love, 2012)

    In To Rome with Love, Woody Allen porta all’estremo il binomio “Italia = opera” con il personaggio di Giancarlo, un impresario di pompe funebri che si rivela anche tenore eccezionale… ma solo quando canta sotto la doccia. Il ruolo è affidato al vero tenore Fabio Armiliato, che interpreta un padre di famiglia romanissimo, timido nella vita ma capace di riempire un teatro quando viene messo a nudo (letteralmente) su un palco con una cabina doccia.

    L’idea è geniale e buffa, ma rientra a pieno titolo nel filone “italiani = naturalmente portati per l’opera e per il melodramma”. Non a caso, in Italia il film è stato criticato proprio per l’uso pigro di stereotipi sul paese: cartolina romantica, caos simpatico, arte e cibo a ogni angolo. Da vedere se ami Woody Allen versione turistica e ti diverte l’idea di un Pagliacci cantato letteralmente in doccia.

    Tutta Verona come parco a tema Italia (Love in the Villa, 2022)

    In Love in the Villa, l’Italia – e in particolare Verona – diventa un grande set romcom dove ogni elemento “italiano” è spinto al massimo: balconi di Giulietta, ristorantini, vino, gesti larghi, turisti in delirio. La critica ha notato come il film usi “quanti più stereotipi italiani possibile”, trasformando città e personaggi locali (ristoratori, proprietari, passanti chiacchieroni) in comparse di un Luna Park romantico.

    Anche se i protagonisti sono americani/inglesi, i personaggi italiani sullo sfondo funzionano da coro greco caricaturale: commentano, suggeriscono, si intromettono, dispensano saggezza pseudo-romantica tra un piatto di pasta e l’altro. Non hanno sempre grande profondità, ma regalano comunque momenti involontariamente comici proprio perché sembrano usciti da un catalogo di stereotipi turistici. Perfetto se vuoi un film da mettere mentre prepari la valigia per un weekend a Verona e ti piace giocare a “conta le cartoline viventi”. Ma attenzione: è richiesta un’alta tolleranza al cringe…

    Le nonne da manuale di Nonnas (Nonnas, 2025)

    Con Nonnas, commedia Netflix ispirata a un vero ristorante di Staten Island dove cucinano solo nonne, Hollywood porta al massimo livello uno degli archetipi più amati: la nonna italiana che cucina per tutti, comanda su tutto, urla, ride e piange in cucina. Il film segue un uomo che decide di aprire un ristorante gestito da nonne di varie origini, con un cast di attrici iconiche come Susan Sarandon, Lorraine Bracco e Talia Shire a incarnare l’idea di nonna italiana/sud-europea a colpi di sugo e consigli di vita.

    Qui lo stereotipo è dichiaratamente affettuoso: le nonne sono rumorose, testarde, gelose delle loro ricette e capaci di risolvere (quasi) ogni trauma esistenziale con un piatto di pasta. È una rappresentazione idealizzata, certo, ma anche un omaggio a una figura reale molto amata nella diaspora italo-americana. Se per te il vero comfort movie è quello in cui qualcuno mette a sobbollire il ragù entro i primi dieci minuti, allora hai trovato pane per i tuoi denti. In più, se ami drammi familiari gentili, food movies e qualsiasi storia dove la soluzione è “mangia, che passa”, non ci sono dubbi: questo titolo fa proprio per te!

    Luigi (e Guido) – L’italianità da manuale di Radiator Springs (Cars, 2006)

    In versione animata, uno degli italiani più stereotipati (e adorabili) è sicuramente Luigi di Cars: una Fiat 500 gialla, proprietario della “Casa Della Tires”, con tanto di Torre di Pisa fatta di gomme e devozione assoluta per la Ferrari. Nel film è doppiato in originale da Tony Shalhoub, con accento italiano e entusiasmo incontenibile: Luigi vive per le corse, per le Ferrari e per l’idea di portare un po’ di “Italia” nel deserto americano. 

    Accanto a lui c’è Guido, il migliore amico che parla solo in italiano, pit-stop più veloce del West e cuore tenerissimo. Insieme sono la versione Pixar del trope “italiani chiassosi, appassionati, fissati con il loro Paese”, ma talmente affettuosa e caricaturale da risultare impossibile da prendere sul serio. Da (ri)vedere se: ami notare i dettagli – targa che rimanda a Maranello, foto di Ferrari alle pareti, bandierine tricolori – e vuoi un riassunto giocoso di come Hollywood anima l’italianità.

    Quasimodo Wilson – Lo chef italiano che vuole cucinare gli umani (Hotel Transylvania, 2012)

    In Hotel Transylvania, la tradizione “italiano = chef un po’ folle” diventa puro cartone animato con Quasimodo Wilson, cuoco dell’hotel e villain comico del film. È un gourmet chef gobbo, nasone, urlante, accompagnato dal suo ratto Esmeralda, ossessionato dall’idea di scovare un essere umano tra i mostri… per cucinarlo. È doppiato da Jon Lovitz e messo in scena come caricatura totale del cuoco italiano: orgoglioso, permaloso, teatrale, convinto che la cucina sia una questione di vita o di morte. 

    Il personaggio è talmente over the top da risultare più buffo che inquietante: ogni scena con lui è una piccola parodia dei tropi “chef pazzo”, “alta cucina” e “italiano passionale che alza la voce per tutto”. Sicuramente ideale per chi ama le commedie animate cariche di personalità sopra le righe e trova divertente l’idea di un mostro-chef italiano che prende il cibo molto più sul serio della trama principale.

  • Gli anime più attesi dell’inverno 2026 su Crunchyroll

    Gli anime più attesi dell’inverno 2026 su Crunchyroll

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    L’inverno 2026 di Crunchyroll è uno di quei momenti in cui ti verrebbe voglia di prendere ferie “per la stagione anime”. Tra nuove stagioni attesissime (Jujutsu Kaisen, Frieren, Hell’s Paradise, Oshi no Ko, Fire Force), sequel di cult come TRIGUN STARGAZE, finali di serie storiche (Golden Kamuy) e una valanga di nuove romcom, isekai e fantasy, il calendario da fine dicembre a metà gennaio è pieno quasi ogni giorno.

    La line-up è anche molto varia: grandi shonen da bingeare nel weekend, drammi dark per chi ama l’action adulto, romance scolastici “da comfort”, fantasy con villainess e reincarnazioni, fino ai titoli super di nicchia come SHIBOYUGI (battle royale domestica) o The Daily Life of a Part-time Torturer, che parte da un’idea assurda e ci costruisce sopra una workplace comedy.

    Qui sotto trovi prima gli anime più attesi, e poi l’elenco completo delle uscite invernali su Crunchyroll, diviso tra nuove serie, nuove stagioni e serie che proseguono dall’autunno 2025.

    1. JUJUTSU KAISEN – Stagione 3 (8 gennaio)

    Era LA stagione più attesa del 2025… e alla fine è diventata l’evento shonen dell’inverno 2026. Con la Stagione 3, Jujutsu Kaisen entra nell’arco del Culling Game: una sorta di battle royale tra stregoni disseminata in più colonie, che spinge al limite personaggi e sistema di poteri. Se la seconda stagione ha cambiato per sempre il mondo di JJK con Shibuya, qui si gioca il “dopo”: alleanze scomode, nuove regole, personaggi che tirano fuori tutto quello che hanno o spariscono dal campo.

    È la serie da vedere se ami shonen dark, combattimenti tecnici e drammi morali: Yuji, Megumi, Yuta, Maki & co. non sono più studenti qualunque ma pedine in una partita gigantesca. Crunchyroll conferma tutti i doppiaggi principali (incluso l’italiano), quindi è perfetta sia per chi la segue in simulcast sottotitolato, sia per chi preferisce il doppiaggio e vuole godersi l’azione senza sottotitoli.

    2. Frieren: Oltre la fine del viaggio – Stagione 2 (16 gennaio)

    Dopo aver conquistato pubblico e critica come una delle migliori serie fantasy degli ultimi anni, Frieren torna con una seconda stagione che promette di alzare ancora l’asticella. Al centro c’è sempre lei, maga elfica quasi immortale che deve fare i conti con il tempo umano: allievi che crescono, compagni che invecchiano, promesse fatte decenni prima. La nuova stagione continua a mescolare dungeon, magia e combattimenti con un tono contemplativo e quasi letterario.

    È la scelta ideale se ti piacciono i fantasy più emotivi che rumorosi, alla Made in Abyss (2017 - 2022) ma con meno crudeltà grafica, e storie che parlano di lutto, memoria e seconde possibilità. Ottima anche per chi cerca un titolo da seguire in coppia o in famiglia: c’è azione, ma il cuore è tutto nel modo in cui Frieren impara – lentamente – a capire le persone che la circondano.

    3. Hell’s Paradise – Stagione 2 (11 gennaio)

    Con la prima stagione, Hell’s Paradise si è ritagliato uno spazio tutto suo nel filone degli shonen “per grandi”: brutale, pieno di body horror, ma anche molto interessato ai traumi dei personaggi. La Stagione 2 porta Gabimaru e gli altri direttamente nel cuore del territorio dei Tensen, le divinità-mostro che governano l’isola. Tradotto: meno esplorazione, più resa dei conti, con combattimenti sempre più estremi e rivelazioni sulla natura di Shinsenkyo.

    Consigliato a chi ha amato Chainsaw Man (2022 - in corso), Jujutsu Kaisen (2020 - in corso) e Demon Slayer (2019 - in corso) ma vuole qualcosa di ancora più “sporco” e horror. Ottimo anche per chi apprezza i cast corali pieni di ambigui anti-eroi. Crunchyroll porterà la serie in simulcast con diversi doppiaggi (compreso l’italiano), quindi è il momento perfetto per recuperare la prima stagione e farsi travolgere dall’estetica malata di questo battle royale mistico.

    4. OSHI NO KO – Season 3 (14 gennaio)

    Dopo uno dei debutti più esplosivi degli ultimi anni e una seconda stagione intensissima, Oshi no Ko torna con la Season 3, pronta a spingere ancora di più sul lato oscuro del mondo dello spettacolo. Aqua e Ruby sono sempre più vicini al cuore del mistero che circonda la morte di Ai, mentre Akane, Kana e il resto del cast si ritrovano invischiati in progetti sempre più grandi, dalla musica al cinema.

    Se la segui, sai già cosa aspettarti: idol, reality, talent show e cinema usati come armi, critica feroce al fandom tossico e una gestione dei cliffhanger da manuale. È perfetta per chi ama i drama metanarrativi – Euphoria (2019 - in corso), Perfect Blue (1998), scie così – e non ha paura di un po’ di cinismo in più. Per chi non l’ha ancora iniziata, questo è il campanello d’allarme per recuperare subito: è una delle serie di cui si parlerà di più anche nel 2026.

    5. TRIGUN STARGAZE (10 gennaio)

    Dopo TRIGUN STAMPEDE (2023), Studio Orange torna nel mondo di Vash the Stampede con TRIGUN STARGAZE, che promette di essere il vero “capitolo finale” di questa nuova incarnazione del classico di Yasuhiro Nightow. Sono passati due anni e mezzo dalla tragedia di Lost July e il pianeta è nel caos: Vash vive nascosto come Eriks, Meryl è sulle sue tracce con una nuova partner (Milly!), Wolfwood torna in scena, e all’orizzonte si profila l’ennesima minaccia cosmica.

    È un must per chi ha amato la rilettura 3D spettacolare di Stampede e per chi è cresciuto con il Trigun originale e vuole vedere come si chiude questo “reboot/sequel” molto più drammatico. Aspettati sparatorie coreografate al millimetro, tanto melodramma spaziale e un’estetica che spinge ancora di più sul western post-apocalittico.

    6. Fire Force – Stagione 3 Parte 2 (9 gennaio)

    La terza stagione di Fire Force entra nel suo atto finale con la Parte 2, che continua direttamente gli eventi dell’autunno 2025. Mentre Shinra e la Compagnia 8 vengono accusati di tradimento e braccati dall’Esercito Imperiale di Tokyo, la guerra contro l’Evangelista si fa sempre più personale: nuovi assassini entrano in scena, vecchi alleati cambiano schieramento e i misteri attorno al mondo e alle origini del fuoco divino si avvicinano alla risoluzione.

    È la serie perfetta se ami shonen d’azione ipercinetici, con poteri visivamente creativi e una regia che trasforma ogni combattimento in un videoclip a passo di musica. Da recuperare assolutamente se stai già seguendo Tokyo Revengers (2021 - 2023), Blue Exorcist (2011 - 2025) o Soul Eater (2008, non a caso, dall’autore originale). Con doppiaggio italiano confermato, è anche un ottimo titolo da bingeare doppiato.

    7. Golden Kamuy – Stagione Finale (5 gennaio)

    Dopo anni di inseguimenti, tradimenti e viaggi tra neve, guerra e cultura Ainu, Golden Kamuy arriva alla Stagione Finale. È il momento in cui Sugimoto “l’Immortale” e Asirpa si avvicinano davvero al tesoro, con tutte le fazioni pronte a giocarsi l’ultima carta. L’anime, ora prodotto da Brains Base, è sempre stato una combinazione unica di violenza grafica, umorismo assurdo, storia giapponese e cucina wilderness.

    Questa stagione è obbligatoria per chi ha seguito anche solo una parte della serie: qui si tirano le fila di tutte le sottotrame – dall’oro tatuato alle ambizioni di Tsurumi – e l’equilibrio tra dramma e gag sembra promettere un finale all’altezza. Consigliato a chi apprezza i seinen storici pieni di personaggi larger-than-life, ma anche a chi vuole un anime diverso dai soliti battle scolastici.

    8. DARK MOON: THE BLOOD ALTAR (9 gennaio)

    Tra le novità pure, DARK MOON: THE BLOOD ALTAR è sicuramente uno dei titoli più curiosi: adattamento anime di un webtoon legato al mondo del K-pop, con sette vampiri bellissimi che nascondono un passato oscuro e una protagonista, Sooha, che odia i vampiri ma finisce al centro dei loro segreti. Ambientato nella città costiera di Riverfield e nella prestigiosa accademia Decelis, il tono è quello del fantasy romantico teen, tra misteri, sangue e angst.

    È un classico caso di serie fatta su misura per chi ama Twilight (2008), Vampire Knight (2008), i drama scolastici con soprannaturale e le produzioni legate agli idol. Ottima per un pubblico giovane (e molto online), probabilmente destinata a generare clip, edit e fanart già dopo i primi episodi.

    9. Sentenced to Be a Hero (3 gennaio)

    Sul fronte isekai/fantasy dark, Sentenced to Be a Hero è uno dei titoli più promettenti e particolari. L’idea di base è semplicissima ma potente: in questo mondo, fare l’eroe è una punizione. Xylo, condannato per aver ucciso una dea, è costretto a combattere all’infinito nella Penal Hero Unit 9004, morendo e resuscitando in un ciclo di battaglie senza scampo, finché l’incontro con una nuova misteriosa dea non accende l’idea di ribellione.

    Se ti piacciono gli isekai cinici, alla Re:Zero (2016 - 2024), ma con un occhio di riguardo per il commento sociale, è da tenere d’occhio: qui l’eroismo è sfruttamento istituzionalizzato e il fantasy diventa metafora di sistemi che bruciano le persone. Un buon candidato a “sleeper hit” per l’inverno.

    10. Fate/strange Fake (31 dicembre)

    Per chi ama il franchise di Fate, l’inverno 2026 si apre in anticipo: Fate/strange Fake arriva il 31 dicembre e fa da “ponte” perfetto verso la nuova stagione. Tratto dalle light novel di Ryohgo Narita, è ambientato negli Stati Uniti, nella città di Snowfield, dove viene organizzata una Guerra del Sacro Graal “falsa”: il rituale non è completo, le regole sono distorte e il risultato è l’evocazione di Servant estremamente inconsueti, in un mondo dove persino la definizione di “eroe” è stata ormai stravolta.

    Rispetto alle altre serie del brand, qui il tono è ancora più caotico e imprevedibile: complotti politici, maghi che mentono su tutto, Servant fuori dagli schemi e una città americana che diventa teatro di una guerra segreta tra fazioni. È una scelta obbligata per i fan di Fate/stay night (2006), Zero (2011), Apocrypha (2017) & co., ma funziona anche come entry point “diverso” per chi ama i battle royale magici e i cast corali pieni di personaggi eccentrici. Perfetta da tenere in cima alla watchlist di Capodanno, prima di tuffarsi nel resto della stagione invernale su Crunchyroll.

  • Da “Portobello” a “La grazia”: i film e le serie TV italiani più attesi del 2026

    Da “Portobello” a “La grazia”: i film e le serie TV italiani più attesi del 2026

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Mentre Checco Zalone continua a macinare record su record al botteghino con il suo Buen Camino, (2025) che chiude l'anno cinematografico italiano facendo respirare gli esercenti dopo mesi tentennanti, è tempo di bilanci. 

    Il 2025 è stato un anno di ottimi film e serie TV per il nostro mercato. Da M – Il figlio del secolo (2025) con Luca Marinelli a Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai passando per l'irresistibile Raul Gatti di Pierfrancesco Favino ne Il maestro (2025), L'arte della gioia (2025) di Valeria Golino, l'esordio alla regia di Greta Scarano con La vita da grandi (2025) o Il mostro (2025). Il 2026 si appresta a non essere da meno, tra il ritorno di Gabriele Muccino con Le cose non dette (2026) e Luca Argentero nei panni inediti di un legale in Avvocato Ligas (2026).

    JustWatch ha stilato una lista delle serie TV e dei film più attesi del 2026.

    1. Portobello (2026)

    Dopo il rapimento Moro raccontato in Esterno notte (2022) – inserita dal New York Times tra le migliori serie dell'anno insieme a M – Il figlio del secolo – Marco Bellocchio torna ad occuparsi della storia italiana. Lo fa attraverso uno degli errori giudiziari più clamorosi mai visti nel nostro Paese: quello dell'arresto di Enzo Tortora accusato ingiustamente di associazione camorristica e traffico di droga. Portobello arriverà il 20 febbraio su HBO Max dopo essere stata presentata in anteprima a Venezia 82.

    La serie, ambientata nel 1983, seguirà il celebre presentatore interpretato da Fabrizio Gifuni passare dall'apice del successo al dramma umano e legale vissuto a causa delle false accuse mosse nei suoi confronti dal camorrista Giovanni Pandico (Lino Musella). Un'analisi dei risvolti drammatici scaturiti dalla gogna mediatica e della fragilità del nostro sistema giudiziario. Nel cast anche Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano, Carlotta Gamba, Irene Maiorino, Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi, Pier Giorgio Bellocchio, Alessio Praticò e Gianfranco Gallo.

    2. La grazia (2026)

    Film di apertura di Venezia 82 dove Toni Servillo ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, La grazia segna il ritorno di Paolo Sorrentino alla regia dopo l'accoglienza contrastante di Parthenope (2024). Nelle nostre sale dal 15 gennaio, il film vede Servillo nei panni di Mariano De Santis, fittizio presidente della Repubblica giunto alla fine del suo mandato. Vedovo e cattolico ha una figlia, Dorotea (Anna Ferzetti), giurista come lui. Tra i suoi ultimi compiti quello di prendere una decisione su due richieste di grazia. Un dilemma che finirà per intrecciarsi con il suo privato. Un film malinconico, a tratti divertentissimo – merito di personaggi come Coco Valori – che parla di memoria, potere, dubbio e condizione umana.

    3. Nord Sud Ovest Est (2026)

    Hanno ucciso l'Uomo Ragno - La leggendaria storia degli 883 è stata una delle grandi sorprese del 2024. Un racconto immerso negli anni '90 con protagonisti due adolescenti di Pavia, Max Pezzali e Mauro Repetto, con il sogno di fare musica. L'origin story degli 883 che, dalle loro camerette di periferia, sono riusciti a scalare le classifiche facendo cantare e ballare tutta l'Italia.

    Quest'anno su Sky vedremo Nord Sud Ovest Est, secondo e ultimo capitolo che in otto episodi ambientati nel 1993 ci mostra i due amici interpretati da Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli alle prese con il peso della fama e le prime crepe nella loro amicizia. Sydney Sibilia (anche regista), Francesco Agostini e Marco Pettenello hanno firmato la sceneggiatura che vede il duo muoversi tra la Milano delle case discografiche e delle feste agli Stati Uniti sognati da bambini. La storia di un sogno diventato realtà e delle tante sfumature che può significare.

    4. Succederà questa notte (2026)

    Sul suo account Instagram Nanni Moretti ha condiviso un video di lui e il cast del suo ultimo film, Succederà questa notte, che cantano sulle note di Incoscienti giovani di Achille Lauro, diventando immediatamente virale. La pellicola dovrebbe uscire nella primavera 2026 e vede il regista tornare a dirigere un film la cui sceneggiatura è basata su un'opera di Eshkol Nevo, uno dei racconti di Legami, dopo l'adattamento di Tre piani.

    Un racconto corale sui sentimenti e le relazioni umane che guarda alle paure, ai desideri e alle fragilità della contemporaneità. Girato tra Roma, Torino e la Spagna, il film vede la partecipazione di Jasmine Trinca – con la quale Moretti torna a lavorare a 25 anni di distanza da La stanza del figlio (2001) - Louis Garrel, Elena Lietti, Angela Finocchiaro, Antonio De Matteo, Andrea Lattanzi e Melina Åkerman.

    5. Due spicci (2026)

    L'annuncio ufficiale è arrivato dal Lucca Comics and Games dal diretto interessato che ha condiviso la notizia con il pubblico salendo su un palco e scrivendo il titolo su una lavagna. Il 2026 segna il ritorno di Zerocalcare su Netflix con Due spicci, una nuova serie animata originale dopo il successo globale di Strappare lungo i bordi (2021) e Questo mondo non mi renderà cattivo (2023).

    Ancora nessun dettaglio ufficiale è stato diffuso sulla trama, ma quello che è certo è che la storia è scritta e diretta dal fumettista. Altra anticipazione quella del ritorno di Valerio Mastandrea nei panni dell'Armadillo, la coscienza cinica e pigra dello stesso Zerocalcare in tutte le strisce e i libri a fumetti dell'autore romano. La serie sarà prodotta da Movimenti Production in collaborazione con Bao Publishing.

    6. Gli ultimi giorni di vita di Leonardo Revelli, figlio unico (2026)

    Dopo le sceneggiature di Più buio di mezzanotte (2014) e Una famiglia (2017), Stefano Grasso debutta alla regia di un lungometraggio con Gli ultimi giorni di vita di Leonardo Revelli, figlio unico. Una storia scritta dallo stesso regista insieme a Massimo Gaudosio, Giuditta Avossa e Caterina Venturini con protagonista Francesco Gheghi nei panni di Leonardo, un giovane uomo che sembra avere tutto.

    L'amore, il lavoro dei sogni e due genitori – interpretati da Valerio Mastandrea e Valeria Bruni Tedeschi - che lo hanno sempre fatto sentire speciale. Quando sua madre si ammala, il ragazzo si ritrova senza più punti di riferimento ed è costretto a ridefinire se stesso attraverso un intenso confronto con il padre. Un film sulla perdita delle certezze, l'impatto del dolore nelle nostre vite e il faccia a faccia con la nostra mediocrità di individui.

  • I 10 film con gli incassi più alti del 2025

    I 10 film con gli incassi più alti del 2025

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Il 2025 è stato un anno schizofrenico per il botteghino globale. Tra la consacrazione definitiva grlobale dell’ animazione asiatica che ha infranto ogni record, franchise storici rientrati in pista e adattamenti da videogiochi, la Top 10 mondiale del 2025 racconta un'industria che incassa il grosso dei profitti solo grazie film "evento". Qui sotto trovate i dieci maggiori incassi dell'anno, dal "meno ricco" al campione assoluto, per capire non solo quanto hanno incassato, ma anche perché hanno colpito (o diviso) il pubblico.

    10. I Fantastici 4: Gli Inizi – 522,8 milioni di dollari

    Chiudere una top 10 mondiale con un film dei Fantastici Quattro è già una notizia. I Fantastici 4: Gli Inizi è il tentativo di riportare sul grande schermo la prima famiglia Marvel in modo finalmente all'altezza del loro versione a fumetti, dopo anni di adattamenti dimenticati in fretta. Il film punta su un tono da fantascienza “vintage”, dove i rapporti all’interno della famiglia super contano quanto i superpoteri. Rispetto ad altre versioni, come I Fantstici 4 e Silver Surfer (2007) questa nuova rielaborazione gioca meno sul cupo e più sulla meraviglia, focalizzandosi maggiormente sulle esplorazioni spaziali, villain cosmici e atmosfere vicine a uno stile Jack Kirby tanto quanto alla fantascienza pop moderna. Nonostante in questa classifica sia dietro a un altro film supereroistico, questo titolo riporta i Fantastici Quattro al centro dell’immaginario Marvel, lasciando presagire una nuova saga dell’MCU. 

    9. Mission: Impossible – The Final Reckoning – 598,8 milioni di dollari

    Mission: Impossible – The Final Reckoning dimostra ancora una volta che il marchio Ethan Hunt è ancora lontano dalla pensione, con un format action acrobatico ancora capace di portare al cinema (tantissimi) spettatori solo per vedere "fin dove si sono spinti stavolta". La struttura è quella collaudata (missione impossibile, tradimenti, tecnologia fuori controllo, squadra affiatata), ma il film lavora sull'idea di chiusura di un ciclo, mettendo in gioco la vulnerabilità di un protagonista che da quasi trent'anni continua a lasciare il mondo col fiato sospeso. Ideale per chi ama il cinema d'azione classico, tra inseguimenti, coreografie spettacolari e location mozzafiato in giro per il mondo, The Final Reckoning conferma la saga come punto di riferimento per chi è stanco di computer grafica totale e preferisce la fisicità “immortale” di Tom Cruise mentre si lancia da un aereo (per davvero). In una top 10 piena di franchise, è forse il titolo più classico nel senso buono del termine: non reinventa nulla, ma dimostra quanto una formula possa restare vitale quando dietro c'è un'idea chiara.

    8. Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba – Il Castello dell’Infinito – 614,1 milioni di dollari

    Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba – Il Castello dell’Infinito è uno di quei casi in cui chiamarlo "film" sta un forse po' stretto. Per i fan questo titolo è stato un vero evento, il modo giusto per vivere in sala un arco narrativo che la serie animata ha preparato per anni. Con incassi fortemente sbilanciati sui mercati asiatici, il film porta sul grande schermo una delle parti più attese della storia di Tanjiro, puntando su scene d'azione esplosive, duelli spettacolari al limite dello splatter e un uso del colore e della musica che toccano livelli altissimi. È perfetto per chi è già dentro l'universo di Demon Slayer e cerca l'esperienza “definitiva”, meno adatto come punto d'ingresso per chi non conosce personaggi e dinamiche, perché dà per scontato un bagaglio emotivo accumulato stagione dopo stagione. Messo accanto a colossi occidentali come Jurassic World: La Rinascita (2025), racconta un'altra idea di franchise: qui niente riavvii o riscritture, ma la progressione lineare di un'unica saga che arriva al suo momento più spettacolare direttamente in sala.

    7. Superman – 616,7 milioni di dollari

    Il nuovo Superman arriva in un momento complicato per i film di supereroi (soprattutto in casa DC) e proprio per questo finisce sotto la lente d'ingrandimento più del solito: ogni scelta su toni, estetica e caratterizzazione sembra il frutto di un attento studio su come raccontare l'eroe più iconico di tutti. Il film cerca un equilibrio tra classico e moderno; rispetto a Dwan of Justice (2016) Clark Kent è ritratto meno “tormentato”, in un film che si concentra più sulle “paure” del mondo contemporaneo, come il rapporto tra media e potere, fino alla solita domanda su quanto un alieno possa davvero essere "uno di noi". Perfetto per gli spettatori affezzionati al Superman tradizionale, anche se il lavoro sul personaggio fatto nei film precedenti rimane.

    6. F1: Il Film – 631,3 milioni di dollari

    F1: Il film è l'evoluzione naturale di anni di documentari e serie dietro le quinte di successo. Dopo che il mondo della Formula 1 è uscito dalle piste per conquistare lo streaming, il passaggio al grande schermo non poteva che puntare su un mix di adrenalina e dramma sportivo. Il film sfrutta il fascino dei circuiti reali e dei paddock, costruendo una storia che intreccia rivalità tra piloti, strategie di squadra, pressioni dei media e le vite al limite dei protagonisti, con scene in pista montate come veri climax emotivi più che come semplice spettacolo di motori. È il titolo ideale per chi ama il motorsport e ha divorato prodotti come Drive to Survive (2019), ma funziona anche per chi cerca un racconto alla Rush (2013) o Le Mans ‘66 - La grande sfida (2019), dove il rombo dei motori è il sottofondo alla storia e all rivalità dei protagonisti, romanzate alla perfezione. All'interno della top 10, F1 porta qualcosa di diverso dagli altri franchise: non un mondo di fantasia, ma un mito contemporaneo reale, trasformato in spettacolo pop senza perdere il senso di rischio che rende la Formula 1 così magnetica.

    5. Dragon Trainer – 636,2 milioni di dollari

    Il ritorno di Dragon Trainer in sala è una di quelle mosse che parlano direttamente al cuore di chi è cresciuto con Hiccup e Sdentato: questo nuovo capitolo (o remake, a seconda di come lo si vuole vedere) punta a intrecciare nostalgia e rinnovamento. L'anima è sempre quella della saga: una storia di crescita, di convivenza tra umani e creature considerate mostri, raccontata con un senso dell'avventura che fa leva tanto su scene di volo spettacolari e draghi realizzati in CGI pensati per stupire. È perfetto per chi cerca un'alternativa all'animazione Disney/Pixar e ama mondi fantasy carichi di emozioni, con una componente d'azione divertente ma mai cinica. In una top 10 dove la concorrenza animata dall’Asia gioca un altro campionato se si guarda agli incassi, questo Dragon Trainer appare forse più tradizionale ma anche più accessibile a tutta la famiglia.

    4. Jurassic World: La rinascita – 868,8 milioni di dollari

    Questo film è l'esempio perfetto di come un franchise, nonostante i dicenni passati dal primo capitalo, sia ancora ingrando di affinarsi e rilanciarsi, anche senza inventare nulla, anzi. Dinosauri sempre più realistici, parchi naturali creati da umani che credono di avere tutto sotto controllo fino al momento in cui non ce l'hanno più. Il film gioca a carte scoperte con la nostalgia per il primo Jurassic Park (1993), citandone iconografia e tensioni, ma prova anche a spingere su nuovi scenari e nuove tematiche, soprattutto ambientaliste, per collocare la saga in un presente dove il rapporto con la natura è al centro dell’attualità. È un titolo pensato per chi vuole esattamente quello che promette il marchio: spettacolo da sala grande, audio che ti fa sobbalzare sulla poltrona, scene di inseguimenti e assalti che sfruttano al massimo il 3D o l'IMAX. Rispetto a Mission: Impossible – The Final Reckoning, che costruisce la tensione sulla fisicità delle acrobazie, Rebirth è il trionfo della creatura digitale come star: meno artigianale, ma ancora efficace.

    3. A Minecraft Movie – 957,9 milioni di dollari

    Un film Minecraft è forse il titolo più divisivo della top 10: per una parte di pubblico questo è un film volutamente “oltre”, per divertirsi senza pretese, per un'altra è l'esempio perfetto di titolo che si accontenta del minimo indispensabile, puntando tutto sulla fama del brand. Le recensioni oscillano tra chi ne apprezza l'energia, l'umorismo e la capacità di sfruttare la comicità della coppia Jack Black/ Jason Momoa, e chi sottolinea quanto la trama sia prevedibile, i personaggi poco sviluppati e l'idea di "creatività senza limiti" tipica del gioco venga ridotta a semplice cornice per battute. È un film perfetto per bambini, famiglie e gamer fan del franchise, meno per chi cerca un adattamento capace di dire qualcosa di nuovo sul rapporto tra gioco e immaginazione. All'interno della top 10, è il manifesto di una tendenza: anche quando la critica resta tiepida o divisa, un marchio di questo peso può portare al botteghino quasi un miliardo di dollari, semplicemente traducendo un videogame dalla fama stellare al cinema.

    2. Lilo & Stitch – 1,038 miliardi di dollari

    Il remake in live action di Lilo & Stitch entra in top 10 direttamente al secondo posto, con oltre 1,03 miliardi di dollari, confermando che la strategia Disney di rifare i propri classici continua a funzionare, nonostante l’oceano di controversie che si porta dietro tutte le volte. La critica ha parlato di un film piacevole ma non rivoluzionario: chi lo ama sottolinea la dolcezza, le interpretazioni (in particolare quella della giovane attrice che fa Lilo) e il modo in cui la storia della famiglia allargata risuona ancora di più oggi, mettendo in primo piano il peso economico e psicologico di una sorella maggiore che cresce una bambina praticamente da sola. Chi lo critica lo accusa invece di essere un prodotto studiato a tavolino, lontano dalle sorprese dell'originale animato del 2002, più attento al politically correct che a stupire. Tuttavia rimane un film perfetto per famiglie, sia che siate fan dell'originale o spettatori in cerca di un film adatto ai più piccoli. Rispetto ai remake live action più contestati come Biancaneve (2025) o La Sirenetta (2023), Lilo & Stitch appare come un “buon compromesso”, non stravolgendo un classico ma dimostrando quanto potenziale ci sia ancora nel tornare su storie che parlavano ai bambini già vent'anni fa di temi come diversità, solitudine e famiglie non convenzionali.

    1. Ne Zha: L’ascesa del guerriero di fuoco – 1,9 miliardi di dollari

    In cima al podio, e con distacco enorme, c'è Ne Zha: L’ascesa del guerriero di fuoco con oltre 1,9 miliardi di dollari nel mondo, con un botteghino cinese talmente dominante da far impallidire quasi tutti i concorrenti americani messi insieme. Il film è il seguito di un vero cult dell'animazione Made In China e porta avanti la rilettura in chiave azione e fantasy del mito di Nezha, alzando ancora di più la posta con battaglie “celestiali”, uno stile d’animazione super riconoscibile e un protagonista ritratto in modo profondo, raccontando il conflitto tra destino e libera scelta in modo accessibile anche ai più giovani. In Cina ha infranto record storici, diventando il film cinese con i maggiori incassi di sempre. All'estero ha mantenuto un profilo più di nicchia, proprio perché molto radicato in un immaginario locale che non tutti conoscono. È un titolo da non perdere per chi ama l'animazione fantasy e vuole capire dove sta andando il cinema mainstream cinese: messo accanto a Lilo & Stitch o Dragon Trainer, mostra un altro modo di usare il linguaggio dell'animazione per raccontare una mitologia propria, senza passare attraverso Hollywood. Il fatto che sia proprio questo film, e non un titolo americano, a guidare la classifica 2025 dice molto su quanto il concetto di blockbuster globale si stia spostando da un centro unico a un sistema davvero multipolare.

  • Da “Tre fratelli e un bebè” e “Natale a Biltmore”: i migliori film natalizi di Hallmark (e i nostri 10 consigli)

    Da “Tre fratelli e un bebè” e “Natale a Biltmore”: i migliori film natalizi di Hallmark (e i nostri 10 consigli)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Puntuale come l'insalata di rinforzo o le domande indiscrete sulla tua vita privata tra un fritto e una fetta di pandoro, Natale è cadenzato anche dai film natalizi di Hallmark. Il canale via cavo che trasmette titoli generalisti pensati per tutta la famiglia.

    Dal 2009, con la nascita di Countdown to Christmas, la rete manda in onda film, speciali e programmi a tema dall'ultimo fine settimana di ottobre al 1° gennaio presentando decine di nuove storie al pubblico.

    Un vero e proprio rito fatto di elementi che si ripetono seguendo una struttura narrativa ed estetica simile nonostante ogni film abbia una trama e un'ambientazione differente. Se amate la neve, le decorazioni pompose, i baci sotto il vischio e le storie d'amore con un lieto fine, Hallmark ha il film giusto per voi. Basta spulciare il loro ricchissimo catalogo. JustWatch ha selezionato 10 titoli imperdibili dal catalogo Hallmark.

    10. Il destino sotto l’albero (2015)

    Galeotta fu una bufera di neve. In questo film natalizio on the road i due protagonisti, la scrittrice Paige e il barista Dylan, si incontrano su un aereo diretto a New York. Ma una tempesta manda all'aria i loro piani e li costringe a una convivenza forzata. Se lei è diretta dal suo futuro sposo per conoscere i suoceri, lui deve rivedere la sua famiglia con la quale non scorre buon sangue dopo anni di assenza.

    Inutile dire che il loro incontro non pianificato finirà per mandare all'aria i rispettivi piani di vita. Poco più di un'ora e 20 minuti in cui dubbi, batticuore e pittoreschi scenari innevati alimentano una storia semplice quanto romantica che parla della forza del destino capace di prevalere su qualsiasi progetto. Se ti è piaciuto Natale a Winters Inn (2017), non resterai deluso da Il destino sotto l'albero.

    9. The Christmas Cottage (2017)

    Un cottage che promette amore eterno. È quello che Lacey, damigella d’onore della migliore amica Ava, si è offerta di decorare per la sua prima notte di nozze. Lei che all’amore ha rinunciato da tempo, buttandosi a capofitto sul lavoro. Ma la giovane donna dovrà ricredersi quando, complice la neve, dovrà trascorrere lì la notte in compagnia di Charlie, il fratello della sposa.

    Se cerchi un film dove romanticismo e un pizzico di magia si fondono per raccontare una storia sulle seconde possibilità (da dare a se stessi e alla vita), allora The Christmas Cottage fa al caso tuo. Un’ora e 24 minuti che scioglieranno il cuore anche dei più scettici. Da recuperare se hai amato Un cottage da sogno (2023).

    8. Il segreto di Natale (2014)

    Come per molti dei titoli targati Hallmark, anche ne Il segreto di Natale la protagonista è una donna che sembra aver già il percorso tracciato. Lauren ha scritto il suo futuro nella sua testa. Al terzo anno di specializzazione fa richiesta per una borsa di studio di un prestigioso ospedale di Boston. Peccato che venga spedita a fare il medico in una piccola cittadina dell’Alaska. Qui incontra Andy, un uomo affascinante il cui padre assomiglia incredibilmente a Babbo Natale.

    Come se non bastasse l’uomo ha una renna e gestisce un’azienda di spedizioni top secret. Già dal titolo, il film svela che, oltre all'immancabile storia d'amore sbocciata sotto il vischio, nei suoi 86 minuti di durata c'è una nota deliziosamente magica legata alla trama. Se hai apprezzato La parata del Natale (2014), dai una chance anche a questo titolo.

    7. Lights, Camera, Christmas! (2022)

    Un racconto metacinematografico per questo film del 2022 che vede protagonista Kerry, la proprietaria di un piccolo negozio locale. Quando la troupe di un film natalizio allestisce un set nella sua cittadina, la donna viene reclutata come costumista. Con sguardo ironico Lights, Camera, Christmas! ci permette di sbirciare dietro le quinte di uno dei tanti titoli Hallmark, giocando con i suoi (innumerevoli) cliché.

    Non manca la nota romantica grazie al legame che si instaura tra Kerry e la stella del cinema protagonista della produzione per la quale si trova a lavorare. Ma, a differenza di molti film del catalogo che l'hanno preceduto, in questo il loro rapporto si basa su dinamiche più pungenti e spiritose. Da non perdere se ti sei divertito guardando Natale a Hollywood (2022).

    6. Sposami a Natale (2017)

    Similmente a Lights, Camera, Christmas! anche in Sposami a Natale c'è lo zampino di Hollywood. Madeline, la proprietaria di una boutique di abiti da sposa, deve organizzare il matrimonio della sorella di un celebre attore, Johnny, finendo per innamorarsi di lui.

    La chimica tra i due protagonisti funziona ed è giocata sul confronto di due mondi agli antipodi così come sulla lenta scoperta tra i due che va oltre la celebrità e la fama. Un favola moderna che in 84 minuti bilancia il caos della preparazione di un matrimonio con parentesi più intime legate alla scoperta reciproca di Madeline e Johnny. Da recuperare se ti sei divertito con Natale a Dollywood (2019).

    5. Scambiamoci a Natale (2017)

    “L'erba del vicino è sempre più verde”. Almeno così devono pensarla Kate e Chris Lockhart, due gemelle ai ferri corti e gelose l'una della vita dell'altra perché insoddisfatte della propria. Le sorelle decidono di scambiarsi le vite fino al giorno di Natale, uno switch che permette loro di scoprire che le rispettive esistenze non sono poi così migliori della propria. Ad interpretarle la stessa attrice nel corso di un'ora e 25 minuti: Candace Cameron Bure.

    Una delle regine del Natale di Hallmark protagonista, dal 2010 al 2022, di 30 film natalizi del canale via cavo prima di firmare con un'altra rete, la Great American Family. La sua doppia interpretazione in Scambiamoci a Natale permette di affrontare tematiche che spaziano dalla solitudine allo stress legato al lavoro che affliggono le protagoniste. Da vedere se ti sei goduto Uno scambio per Natale (2020).

    4. Tre fratelli e un bebè (2022)

    Prendi Tre scapoli e un bebè (1987) e aggiungi un'ambientazione natalizia, miscela il tutto e avrai Tre fratelli e un bebè. Una commedia in cui tre fratelli molto diversi tra di loro si ritrovano a doversi prendere cura di un neonato abbandonato nella stazione dei pompieri dove lavora uno di loro.

    Tra le pellicole di Hallmark Channel più riuscite grazie all'ottimo mix di tenerezza e comicità data dalle differenze dei tre protagonisti e le loro difficoltà alle prese con un bambino appena nato, tra biberon e pannolini da cambiare. Qui la componente romantica passa decisamente in secondo piano per concentrarsi, in 84 minuti, nel mostrare la crescita dei tre fratelli come famiglia e come uomini. Imperdibile se hai adorato il classico degli anni '80 con Tom Selleck, Steve Guttenberg e Ted Danson.

    3. The Christmas Card - Un magico incontro (2006)

    Uno dei primi film realizzati da Hallmark Channel che, a distanza di anni, continua a mantenere intatto il suo fascino. The Christmas Card - Un magico incontro ruota attorno alla storia di un soldato alla ricerca del mittente di una cartolina di auguri natalizi spedita a un commilitone morto in missione. Arrivato nella cittadina da cui è stata spedita, rintraccia la donna che l'aveva scritta senza però rivelarle il motivo della sua presenza in città.

    Una pellicola commovente e romantica ambientata nella provincia americana dove all'atmosfera natalizia è sorretta da tematiche più ampie che spaziano dal senso del dovere al sacrificio passando per l'importanza di aggrapparsi a qualcosa per superare le difficoltà. Un classico che sembra resistere al passare del tempo. Da vedere se ti è piaciuto Tornando a casa per Natale (2013).

    2. Un Natale inaspettato (2021)

    Il Natale si sa, può essere un momento molto stressante. Specie se lo si deve passare in famiglia e aggiornare tutti sulla propria vita sentimentale. Proprio come Jamie, il protagonista di Un Natale inaspettato, che torna a casa una settimana prima del 25 dicembre senza dire nulla a nessuno della fine della sua relazione con Emily. Quando la ragazza arriva in città per lavoro, Jamie le propone di fingersi ancora la sua ragazza.

    Anche se la trama non è delle più originali, quello che rende questo film uno dei migliori del catalogo Hallmark è la brillantezza dei dialoghi e il calore che la dinamica tra i due protagonisti sprigiona. Il loro fingersi ancora una coppia porta a una serie di imprevisti imbarazzanti che, al tempo stesso, fanno venire a galla i motivi della rottura e il loro sentimento. Un'ora e 24 minuti in cui emozione e umorismo convivono in modo perfettamente equilibrato. Da recuperare se ti sei divertito nel vedere Holidate (2020).

    1. Natale a Biltmore (2023)

    Ispirato a La vita è meravigliosa (1946) e La moglie del vescovo (1947), Natale a Biltmore è quanto di meglio sia stato prodotto da Hallmark Channel nel corso degli anni. Un film che intreccia viaggi nel tempo, elementi fantasy e citazioni al cinema classico attraverso la storia di Lucy Collins. Una sceneggiatrice chiamata a lavorare al remake di un film natalizio d'epoca si ritrova magicamente proprio su quel set del 1947 dove inizia a interagire con i suoi protagonisti alle prese con problemi di cuore.

    Quello che colpisce della pellicola è l'attenzione minuziosa alla ricostruzione storica, dalle scenografie ai costumi, che si confronta con una trama legata a una componente sci-fi in modo lieve. L'ambientazione di fine anni '40, poi, regala al film un'atmosfera elegante e raffinata che rende Natale a Biltmore una visione più che piacevole. Da non perdere se ti sono piaciuti A Timeless Christmas (2020) e Next Stop, Christmas (2021).

  • Da “Alla ricerca di Nemo” a “Zootropolis 2”: come i film hanno cambiato il modo in cui trattiamo gli animali

    Da “Alla ricerca di Nemo” a “Zootropolis 2”: come i film hanno cambiato il modo in cui trattiamo gli animali

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Da Pets – Vita da animali (2016) a Sing (2016) passando per L'isola dei cani (2018), Madagascar (2005) o Il libro della giungla (1967), la quantità di film dedicati al mondo animale è impressionante. Che sia raccontato in chiave comica o drammatica, poco importa. Al centro ci sono sempre storie che, a prescindere dal genere, hanno la capacità di emozionare e colpire chiunque le guardi. 

    Sarà perché sono creature meravigliose, buffe, pure o perché – nella loro versione antropomorfa – permettono di farci specchiare in loro con tutta l'ironia che ne deriva.

    Ma c'è anche un altro motivo che ha reso i film con protagonisti gli animali così importanti. Attraverso avventure, racconti commoventi o storie fantastiche la nostra percezione del regno animale è cambiata permettendoci di accrescere la nostra consapevolezza e sensibilità nei confronti di tematiche come la caccia o la cattività. Perché il modo in cui trattiamo gli animali racconta molto di chi siamo come individui e società. JustWatch ha stilato una lista di film che hanno cambiato il modo in cui trattiamo gli animali.

    1. Dumbo – L'elefante volante (1941)

    Uno dei classici Disney più amati e strappalacrime di sempre. Dumbo – L'elefante volante vede protagonista un piccolo e dolce pachiderma dalle orecchie giganti. Deriso per il suo aspetto e separato dalla madre, scopre di poter volare diventando una star del circo. Realizzato all'inizio degli anni 40, il film ha contribuito a cambiare al modo in cui guardiamo agli spettacoli itineranti.

    Dietro la magia dei numeri e dei trucchi c'è spesso la sofferenza emotiva degli animali sfruttati e tenuti in condizioni di schiavitù. Lo dimostra una delle sequenze più strazianti della storia del cinema: quella in cui il piccolo protagonista fa visita alla madre incatenata dentro una cella. Se hai pianto tutte le tue lacrime guardando Bambi (1942), prepara i fazzoletti per replicare con Dumbo.

    2. La carica dei 101 (1961)

    Nel corso della sua lunga storia, Disney ha sensibilizzato su svariati temi attraverso i suoi film. Tra questi anche La carica dei 101. La storia di due dalmati impegnati a salvare i propri cuccioli dalla perfida Crudelia De Mon che vorrebbe trasformarli in una pelliccia maculata.

    Attraverso i suoi piccoli protagonisti, quel capo di abbigliamento così alla moda ha permesso di riflettere sulla crudeltà ingiustificata che si cela dietro un simbolo di lusso, sottolineando la sofferenza alla quali gli animali sono costretti a sopperire. Un'ora e 40 minuti di dolcezza, amore familiare (umano e animale) e una nuova consapevolezza e sensibilità verso i diritti degli animali. Se ti è piaciuto Crudelia, il live action del 2021 con Emma Stone, devi recuperare il classico animato.

    3. Free Willy – Un amico da salvare (1993)

    Un classico per ragazzi degli anni '90. Free Willy – Un amico da salvare è la storia del legame speciale che si instaura tra un dodicenne orfano e un'orca in cattività. Sarà proprio il giovane protagonista a mettere in atto un piano per liberarla e farla tornare in mare aperto. L'impatto sul pubblico fu tale che, all'indomani dell'uscita in sala, si scatenò un vero e proprio movimento per liberare Keiko, l'orca scelta per interpretare Willy.

    Catturato nel 1979, venduto ad un acquario islandese e poi a un parco acquatico messicano, il mammifero marino fu liberato senza mai, però, riuscire a riunirsi a un branco o sostenersi da solo. La sua storia è stata in grado di cambiare la nostra percezione sulle orche portando anche alla chiusura di molti programmi di cattività. Quasi due ore in cui “amicizia” fa rima con “libertà”. Da vedere se Il mio amico Nanuk (2014) ti ha fatto commuovere.

    4. Babe – Maialino coraggioso (1995)

    Adattamento dell'omonimo romanzo di Dick King-Smith, Babe – Maialino coraggioso è un classico del cinema per tutta la famiglia. Il suo piccolo, dolce ed eroico protagonista è un Large White rosa vinto come premio in una fiera della contea destinato alla tavola di Natale prima di dimostrare di essere un ottimo “cane” da pastore. In un'ora e mezza, la pellicola di Chris Noonan ci (di)mostra come gli animali non si dividano tra quelli da compagnia e quelli da servire a tavola con un contorno di verdure.

    Non a caso, dopo l'uscita del film e l'ottimo risultato al botteghino, si è registrato un aumento di alimentazione vegetariana. Lo stesso James Cromwell, l'attore che veste i panni del fattore Hoggett, alla fine delle riprese ha scelto di adottare un'alimentazione senza carne. Perché lui, come tanti nel pubblico, ha visto cambiare la sua percezione nei confronti di animali come i maiali comunemente intesi come cibo e non come esseri viventi in grado di provare emozioni. Se ti sei emozionato guardando La tela di Carlotta (2006), non puoi perderti un classico come Babe – Maialino coraggioso.

    5. Alla ricerca di Nemo (2003)

    "Sono uno squalo, non una macchina mangia-tutto senza cervello. Se devo cambiare la mia immagine, devo prima cambiare me stesso. I pesci sono amici, non cibo". Basta questa frase pronunciata dallo squalo bianco Bruto durante il suo incontro con Marlin e Dory per capire quanto Alla ricerca di Nemo abbia uno spirito ecologista. Uno dei più grandi successi della Pixar su un pesciolino pagliaccio catturato da un subacqueo e rinchiuso in un acquario.

    Un film d'animazione che per 100 minuti ci ha condotti in fondo al mare per mostrarci la meraviglia degli ecosistemi marini e la loro fragilità messa in pericolo dall'uomo e la sua condotta sconsiderata. C'è anche un altro lato della medaglia, però. Dopo l'uscita del film si è riscontrato l'aumento della richiesta di pesci pagliaccio nei negozi di animali. Una domanda che andava a scontrarsi con il messaggio stesso del film che mostra gli acquari come delle prigioni, sottolineando lo stress che gli animali vivono in cattività. Se vuoi approfondire queste tematiche, puoi vedere anche il sequel Alla ricerca di Dory (2016).

    6. Ferdinand (2017)

    Dalla Spagna all'America Latina passando per il sud della Francia. Sono numerosi i Paesi in cui la corrida è una tradizione che si perde nei secoli. Una tradizione – aggiungiamo – disumana e crudele. Nel 2017 ci ha pensato un film d'animazione, Ferdinand, a puntare il dito contro lo spietato spettacolo. Lo ha fatto con la storia del toro dal cuore d'oro e l'indole pacifica che dà il titolo alla pellicola.

    Un bovino che alle arene preferisce i prati fioriti e che cerca di sfuggire a un destino che sembra segnato. Capace di abbracciare un pubblico vasto, in un'ora e 48 minuti il film ha permesso di sensibilizzare le nuove generazioni e far riflettere quelle più grandi cresciute senza troppo mettere in discussione la tauromachia. Senza mai dimenticare la sua natura di film d'animazione, Ferdinand sottolinea quanto sia ingiustificata la violenza contro gli animali in virtù di una manifestazione. Da vedere se hai apprezzato Galline in fuga (2000).

    7. Okja (2017)

    Quello di Bong Joon-ho è un film manifesto sull'orrore dell'industria della carne e i dubbi etici legati alle biotecnologie. La storia ruota attorno a una ragazzina coreana, Miija, che fa di tutto per impedire a una potente multinazionale di mettere le mani su Okja, il suo supermaiale e amico geneticamente modificato.

    Un dramma sci-fi di 120 minuti capace di far riflettere sul consumo etico della carne e sul trattamento che riserviamo agli animali mandati al macello dopo un'esistenza vissuta in allevamenti dove esiste solo sofferenza. Il potere del cinema che ha portato molti spettatori a decidere di diventare vegani o vegetariani dopo la visione. Se ami la satira del regista coreano di Snowpiercer (2013) e Parasite (2019), non puoi non vedere Okja.

    8. Kangaroo – Una storia di amore e odio (2019)

    Insieme ai koala sono un simbolo dell'Australia. Stiamo parlando dei canguri, i protagonisti di Kangaroo – Una storia di amore e odio, documentario diretto dalla coppia di cineasti-animalisti Kate e Michael McIntire. Un film d'inchiesta che in 103 minuti svela una verità scioccante sul massacro che vede vittime i mammiferi marsupiali nello stesso Paese che li ha eletti ad emblema.

    La risposta alla visione è stata così forte che il documentario ha portato moltissimi attivisti in tutto il mondo a chiedere un inasprimento delle leggi per tutelare gli animali selvatici. Inoltre, svariate aziende di abbigliamento hanno smesso di utilizzare la pelle di canguro per la realizzazione di scarpe. Da recuperare se The Cove – La baia dove muoiono i delfini (2009) ti ha fatto emozionare e sdegnare.

    9. Il mio amico in fondo al mare (2020)

    Chi l'avrebbe mai detto che un documentario su un polpo sarebbe stato capace di commuoverci fino alle lacrime? Eppure è successo con Il mio amico in fondo al mare, film diretto da Pippa Ehrlich e James Reed che documenta l'amicizia tra il regista Craig Foster e un polpo in una foresta di alghe in Sudafrica nel corso di un anno.

    Un'ora e 25 minuti in cui ogni pregiudizio viene abbattuto a colpi di empatia. Il mollusco cefalopode protagonista viene mostrato in tutta la sua intelligenza, curiosità e capacità di provare emozioni. Grazie al documentario si è aperta una discussione sulla crudeltà insensata e ingiustificata degli allevamenti intensivi di polpi, oltre a sottolineare l'importanza di proteggere gli habitat marini. Da recuperare se sei rimasto colpito dalla visione di Gunda (2021).

    10. Zootropolis 2 (2025)

    Un sequel che si concentra nel raccontare la ricchezza insita nella diversità. Con Zootropolis 2 la volpe Nick e la coniglietta Judy si ritrovano a condurre una nuova indagine che scuote dall'interno la loro comunità che da anni ha relegato ai margini i rettili. Ma è proprio la determinazione della vipera blu Gary a permettere al film di parlare di pregiudizi e stereotipi. Quelli che, stando ai dati che arrivano dalla Cina, sembrerebbero essere stati superati.

    Nello Stato asiatico, infatti, molti giovani stanno acquistando vipere velenose spinte dalla visione del film che incoraggia ad andare oltre i preconcetti che da sempre accompagnano determinate specie animali. Quello che stona è lo stato di cattività nel quale si troveranno a vivere questi rettili. Ma se c'è qualcosa che il film fa nei suoi 107 minuti, è senza dubbio quello di sottolineare l'importanza della coesistenza, del rispetto e del diritto di ogni specie a esistere senza essere vittima di costrizioni. Se hai adorato Zootropolis (2016), non resterai deluso da questo nuovo capitolo.

  • Tutti i film di Checco Zalone: la nostra classifica

    Tutti i film di Checco Zalone: la nostra classifica

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Per oltre quindici anni Checco Zalone è stato una sorta di termometro comico dell’Italia. Ogni suo film ha registrato incassi da record e ha fotografato nevrosi, vizi e “deformazioni” del Paese: dalla crisi economica alla fuga dei cervelli, dall’ossessione per i migranti fino a quella per il posto fisso. La sua filmografia per il cinema è sorprendentemente compatta, pochi titoli ma quasi tutti diventati cult.

    Con l’uscita in sala del nuovo film Buen Camino (2025), arrivato al cinema il 25 dicembre, è il momento perfetto per rimettere in fila i capitoli precedenti e capire come si è evoluto il suo sguardo sul presente italiano. Metterli in classifica dal peggiore al migliore non significa cercare un “bocciato”, ma vedere dove funzionano meglio la scrittura, il ritmo comico e la capacità di trasformare il costume nazionale in satira pop. Qui sotto li trovate tutti, dal meno riuscito al più iconico (tranne l'ultimo arrivato in sala).

    5. Tolo Tolo (2020)

    In fondo alla classifica, più per la sua natura di esperimento irrisolto che per un vero flop, c'è Tolo Tolo (2020). Il primo progetto in cui Zalone firma anche la regia, un viaggio tra Italia e Africa che usa il tema delle migrazioni come spina dorsale di una commedia on the road, con molti momenti musicali e una forte componente politica. Il film mostra l'autore nel momento in cui prova consapevolmente a uscire dalla propria comfort zone. L'ambizione di fare "il film impegnato" convive con la necessità di non tradire il pubblico che si aspetta gag immediate e leggerezza, e questo crea una tensione interna che rende Tolo Tolo affascinante ma spezzato. È consigliato soprattutto a chi ha già familiarità con gli altri titoli di Zalone e vuole vedere dove il suo cinema prova ad allargarsi, sia sul piano puramente “geografico” che su quello tematico. Rispetto ai suoi lavori più riusciti, qui si percepisce l'altalena tra momenti brillanti e passaggi meno a fuoco, motivo per cui in questa classifica finisce all'ultimo posto pur restando un esperimento importante nel suo percorso.

    4. Sole a catinelle (2013)

    Un gradino più su troviamo Sole a catinelle (2013), che segna la piena maturità del suo successo in sala e sposta il baricentro sul rapporto padre-figlio in piena crisi economica. La storia del venditore di aspirapolvere indebitato che promette al figlio una vacanza da sogno "se prende tutti dieci" è una cornice perfetta per raccontare un'Italia schiacciata tra precarietà e ossessione per l'apparenza, con resort di lusso, status symbol e ansia da fallimento come sfondo costante. È un film ideale per chi cerca una commedia da vedere con tutta la famiglia, capace di alternare la tipica comicità di Zalone a momenti di grande tenerezza. Pur essendo il più “zuccherato” tra i film presenti in questa lista, Sole a catinelle merita un rewatch soprattutto per la struttura da road movie e per la dinamica emotiva tra padre e figlio, anche se sul piano dello humor rimane forse passo indietro rispetto agli altri titoli.

    3. Cado dalle nubi (2009)

    A metà classifica c'è Cado dalle nubi (2009), l'esordio cinematografico che porta per la prima volta sul grande schermo il personaggio Checco Zalone, il titolo con cui il comico si è definitivamente affermato anche al cinema dopo le (fortunatissime) esperienze in tv. La vicenda del cantante neomelodico pugliese che sogna di sfondare nella musica e si trasferisce al Nord, finendo ospite di una famiglia leghista e scontrandosi con pregiudizi, omofobia strisciante e stereotipi sull'Italia spaccata in due, è il prototipo perfetto della sua comicità. È un film da non trascurare perché mostra come il suo sguardo "finto ingenuo" riesca già da subito a far esplodere le contraddizioni, smontando posizioni ideologiche semplicemente portandole all'estremo. È adatto a chi ama le commedie d'esordio un po' scomposte ma ricche di inventiva, con un uso ancora più marcato di dialetto e numeri musicali rispetto ai titoli successivi. Infatti, seppur in questo titolo il personaggio di Checco rimanga ancora legato agli sketch televisivi, Cado dalle nubi permette di cogliere l'evoluzione della sua scrittura comica alle prese con il lungometraggio. Punto in più anche per la “hit” Angela, una delle canzoni più divertenti del suo repertorio.

    2. Che bella giornata (2011)

    Salendo al secondo posto troviamo Che bella giornata (2011), il film che consacra definitivamente Zalone come fenomeno nazionale, con incassi da record e un successo che trasformò il comico in uno dei volti più amati dal pubblico italiano. Seguendo le disavventure di un addetto alla sicurezza del Duomo di Milano, ingenuo, patriottico e un po' cialtrone, che si innamora di una ragazza araba coinvolta in un piano terroristico, la commedia cammina su un terreno minato ma riesce quasi sempre a spostare la risata dalla "diversità" al modo in cui l'Occidente guarda questa diversità. È un film perfetto per chi cerca una commedia leggera, anche romantica,ma  con un sottotesto politico chiaro e mai predicatorio, capace di mettere d'accordo platee diverse tra loro. Rispetto a Tolo Tolo, che affronta temi analoghi con tono più dispersivo, Che bella giornata è più centrato: il conflitto è chiaro, i personaggi più a fuoco e il ritmo resta alto fino alla fine. 

    1. Quo vado? (2016)

    In vetta alla classifica c'è Quo vado? (2016), che rappresenta l’apice del suo cinema e la sintesi più riuscita tra comicità popolare, satira e racconto sentimentale. Il protagonista, incarnazione vivente del mito del "posto fisso", è disposto ad accettare ogni trasferimento pur di non perdere il proprio impiego pubblico, in una specie di Odissea che lo porta dall'ufficio di provincia alla base artica in Norvegia, passando per situazioni sempre più improbabili. È un film da vedere (o rivedere) se si cerca una commedia che, seppur in modo leggero, riesca a fotografare alcuni dei vizi italiani, con gag che toccano apici di comicità da sbellicarsi (una su tutte, il Checco norvegese). La satira sulla burocrazia, sulle raccomandazioni e su un Paese immobilizzato dalla paura del cambiamento qui convivono con una regia più curata rispetto agli altri film di Zalone, la scrittura è più affilata e la trama si sviluppa in maniera mai banale. Un film che non stanca mai, adatto ad ogni età, perfetto per ridere sulle contraddizioni italiane. In rapporto agli altri film in lista, Quo vado? vince per compattezza: dove Cado dalle nubi è più istintivo e Tolo Tolo più irregolare, qui ogni elemento, dalle gag ai momenti emotivi, sembra pensato per costruire una grande commedia corale che resta, a oggi, il vertice del suo percorso.

  • Tropi narrativi stranamente specifici che vedrai in (quasi) ogni film romantico natalizio

    Tropi narrativi stranamente specifici che vedrai in (quasi) ogni film romantico natalizio

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    I film romantici natalizi in stile Hallmark/Netflix sono come il panettone industriale: sai esattamente cosa stai per mangiare, ma è proprio per questo che ti ci butti ogni anno. C’è sempre una città frenetica, un paese pieno di lucine, un genitore single estremamente affascinante, un lavoro teorico e tantissimi maglioni a trecce.

    Questi film vivono di tropi iperspecifici che ormai riconosciamo al volo e che, per qualche motivo misterioso, ci rendono felici. Qui raccogliamo quelli più spassosi, spiegando come funzionano e indicando un paio di titoli da recuperare se vuoi farti una maratona di cliché natalizi consapevoli (e fieri di esserlo).

    1. Lei ha un lavoro super importante… che non fa mai davvero

    La protagonista è quasi sempre una donna in carriera: dirige un’azienda di regali, è una scrittrice bestseller, una super manager del marketing, una consulente di qualcosa. Peccato che, una volta iniziato il film, la vediamo al massimo rispondere a una telefonata, mandare una mail e poi sparire in una nuvola di zucchero filato natalizio.

    In Christmas Inheritance (2017), Ellen è l’erede di una compagnia di regali e deve dimostrare di essere pronta a prendere le redini dell’azienda… venendo spedita in un paesino innevato con pochi contanti e un compito simbolico, dove più che lavorare serve caffè, piega lenzuola e si innamora del gestore della locanda. In A Castle for Christmas (2021), Sophie è una romanziera di successo che “scappa da uno scandalo” e passa il resto del film a litigare/flirtare con un duca scozzese e decorare un castello, più che a scrivere. Perfetti se ami il fantasy urbano in cui il tuo burnout da open space viene curato da villaggi innevati, castelli e uomini brontoloni in kilt.

    2. L’ex di lui è morta, così non potrà mai essere un vero ex

    Benvenuti nel tropo del vedovo natalizio perfetto: lui è buono, fa il papà single, è ancora segnato dal lutto… e quindi il film ti assicura che non ti lascerà mai, perché l’unica donna che ha “deluso” è quella che purtroppo è morta. Il conflitto di coppia? Sostituito dal trauma risolto in 90 minuti e una canzone sotto l’albero.

    In Falling for Christmas (2022), Lindsay Lohan cade (letteralmente) nella vita di Jake, proprietario di un lodge e vedovo adorabile con figlia inclusa, prototipo del “single dad di Natale” che internet ha ormai eletto a tropo ufficiale. The Holiday (2006) usa una versione più dramedy dello stesso concetto con il personaggio di Jude Law, papà vedovo che ritrova la voglia di amare grazie alla nuova arrivata. Perfetti se vuoi piangere ma in modo controllato, con garanzia di happy ending. 

    3. I bambini come “project manager” della tua vita sentimentale

    Nei film romantici natalizi, i bambini sono spesso più investiti della tua vita amorosa di quanto lo sia tu stessa. Fanno domande tipo “Ti piace il mio papà?”, ti spingono verso il love interest, orchestrano piani che manco un wedding planner.

    In A Boy Called Christmas (2021), Nikolas è più fantasy che romcom, ma il pattern è simile: è il bambino a funzionare da catalizzatore emotivo per gli adulti, ricordando loro che la magia (e l’amore) esistono se ci credi. In Christmas with a View (2018), i giovanissimi side character e i teen del resort spingono in tutti i modi per far scattare la scintilla tra Clara, manager del ristorante, e Shane, chef-star televisiva: commentano, complottano, li fanno finire insieme in cucina e ad altri eventi vari. Perfetti se ti sciogli davanti a qualsiasi bambino che fa da Cupido con espressione serissima. 

    4. La famiglia ossessionata dal “perché sei ancora single a Natale?”

    Non sarebbe davvero Natale senza parenti che ti chiedono dei figli, del matrimonio e del/la fidanzato/a ogni tre secondi. Nei film romantici natalizi, però, questo assillo diventa il motore di tutte le trame: se la protagonista non fosse bombardata da domande, non nascerebbero mai patti assurdi, finti fidanzati e colpi di fulmine.

    In Holidate (2020), Sloane è letteralmente perseguitata dalla sua famiglia perché è l’unica single al tavolo: da qui nasce il patto con Jackson per essere “holidate” l’uno dell’altra in tutte le festività, con prevedibile evoluzione da accordo cinico a vera storia d’amore. In Single All the Way (2021), i genitori di Peter lo amano talmente tanto che gli organizzano un blind date a sorpresa mentre lui è già arrivato con il migliore amico finto-boyfriend: il concetto di boundaries non pervenuto, ma i buoni intenti sì. Perfetti se ti rivedi dolorosamente in ogni domanda scomoda al pranzo di Natale. 

    5. Dicembre come contratto full time di attività natalizie

    C’è una caratteristica comune a quasi tutti questi film: nessuno sembra lavorare davvero a dicembre. Tutti hanno un’agenda fittissima di cose da fare, ma l’elenco è: mercatini, pattinaggio, gara di biscotti, accensione dell’albero, beneficenza, balli di corte, decorazioni infinite.

    La trilogia di A Christmas Prince (2017–2019) ti porta nel regno fittizio di Aldovia, dove ogni singolo giorno sembra un evento a tema (balli, feste, conferenze stampa con palle di neve in sottofondo) e la giornalista protagonista passa più tempo in carrozza che a scrivere. The Princess Switch (2018–2021) e i suoi sequel moltiplicano il concetto: principesse, sosia, castelli illuminati, gala benefici, con il 90% del runtime occupato da preparativi natalizi che nessuno sembra trovare minimamente faticosi. Perfetti se vuoi immergerti in un dicembre parallelo in cui nessuno ha mai una scadenza, ma tutti hanno tempo per fare il pane allo zenzero.

    6. La ragazza di città spedita nel paesino delle lucine (e del vero amore)

    Tropo fondamentale: lei viene da una grande città stressante, lui (o il nuovo mondo) arriva da un paesino da cartolina. Che sia per lavoro, eredità o fuga, la protagonista finisce sempre in un posto dove tutti si conoscono, nessuno usa la parola “deadline” e la neve cade solo in modo fotogenico.

    Natale a Grandon Falls (2019), Lauren lascia il suo lavoro di insegnante in città e, complice un cambio imprevisto di treno, si ritrova nella cittadina di Grandon Falls, dove la comunità è talmente perfetta che sembra un set permanente. Miracoli a Natale (2016) manda invece Riley, dirigente in crisi, a chiudere una piccola azienda in un paesino del Vermont: indovina un po’? Finirà per innamorarsi sia dei colleghi locali sia dell’idea di restare. Perfetti se: vuoi sognare di mollare l’open space per un negozietto indipendente.

    7. L’albero, la locanda o la fattoria di alberi da salvare assolutamente

    Se non c’è almeno un’attività natalizia in pericolo, è quasi come se il film non avesse davvero una trama. L’albero storico rischia di essere abbattuto, il negozio di decorazioni sta per chiudere, l’inn di famiglia è coperto di debiti, la tenuta vinicola natalizia sta per essere venduta a una multinazionale.

    In Il Paese di Natale (2015), la protagonista eredita una fattoria di alberi di Natale e, inizialmente pronta a venderla, finisce ovviamente per innamorarsi sia del posto che del tipo locale determinato a salvarlo. Natale nel vigneto (2024) porta la stessa logica tra filari e botti: la vigna di famiglia è in difficoltà, e l’arrivo della forestiera è la scintilla per salvare tutto con un grande evento natalizio. Perfetti se: ami le storie “salviamo il posto del cuore” e ti commuovi davanti a qualsiasi community che si unisce per raccogliere fondi e mettere lucine.

    8. La relazione finta per sopravvivere alle feste

    Il fake dating natalizio è una forma d’arte: ci si finge fidanzati per evitare domande scomode, impressionare il capo, ottenere un’eredità, e ovviamente si finisce per innamorarsi davvero.

    In A Christmas Proposal (2021), un avvocato ambizioso chiede a una chef di fingersi la sua fidanzata durante le vacanze con la famiglia per fare colpo sul padre (e socios). Tra cene, pranzi di famiglia e discussioni sulla carriera, l’accordo business si trasforma in qualcosa di molto meno finto. In The Spirit of Christmas (2015), l’elemento finto/assurdo è ancora più alto: la protagonista deve valutare una locanda infestata e finisce per trascorrere del tempo con un fantasma che appare vivo solo a Natale. Non è fake dating in senso classico, ma è sicuramente una relazione che “non dovrebbe esistere” e che parte da una messinscena professionale. Perfetti se ami il tropo “stiamo solo recitando” ma sai benissimo come andrà.

    9. Due sosia identiche, un regno immaginario e un Natale molto extra

    Anche senza tirare di nuovo in ballo The Princess Switch, il tropo della commoner che entra in una micro-monarchia natalizia è diffusissimo: regni di fantasia, balli di gala, alberi giganteschi e protocolli che saltano grazie all’amore.

    In A Christmas Princess (2019), una chef di New York viene ingaggiata per cucinare a una festa di Natale reale in un piccolo regno europeo: tra incomprensioni culturali, abiti da ballo e tradizioni natalizie di corte, finisce ovviamente per legare con il principe. Christmas at the Palace (2018) mostra una pattinatrice artistica chiamata ad allenare le figlie di un re in un paese da fiaba: anche qui, il Natale è l’occasione per rompere il ghiaccio (letteralmente e metaforicamente) tra mondi diversi. Perfetti se vuoi costume drama in versione low budget ma ad alto tasso di lucine.

  • Inizia questi 10 film la notte di Capodanno... e guarda cosa succede a mezzanotte!

    Inizia questi 10 film la notte di Capodanno... e guarda cosa succede a mezzanotte!

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    La notte più lunga dell'anno. Quella che in molti detestano e altrettanti festeggiano tra centinaia di sconosciuti o in località remote. Stiamo parlando del Capodanno. Un anno che va via e uno nuovo che inizia. Una notte immortalata in moltissimi film nel corso degli anni per il suo potere emotivo e simbolico. Da Il filo nascosto (2017) a Il diario di Bridget Jones (2001) passando per Carol (2015), L'appartamento (1960) e Boogie Nights (1997). 

    Una serata che i più saggi potrebbero trascorrere in compagnia sul divano guardando un film ambientato proprio alla fine dell'anno. JustWatch ha stilato una lista di film da iniziare la notte di Capodanno per scoprire cosa succede allo scoccare della mezzanotte.

    1. Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza (1977)

    Primo film del franchise di Guerre Stellari ambientato in “una galassia lontana lontana”, Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza è la creatura di George Lucas in cui l'Alleanza Ribelle, un gruppo di combattenti per la libertà, prova a distruggere la Morte Nera, la nuova arma dell'Impero.

    Una lotta epica ambientata nello spazio in cui facciamo la conoscenza del giovane Luke Skywalker (Mark Hamill), del contrabbandiere Han Solo (Harrison Ford), della principessa Leia (Carrie Fisher) e del malvagio Darth Vader (David Prowse). Un film fondamentale per immergersi nella mitologia sci-fi della saga che contrappone la lotta tra Bene e Male. Se puntate la sveglia alle 22:02:43 potrete vedere l'incredibile sequenza della distruzione della Morte Nera a mezzanotte spaccata.

    2. Alien (1979)

    Un altro capostipite di un altro fortunato franchise ambientato nello spazio. Questa volta dietro la macchina da presa troviamo Ridley Scott. Il regista ci conduce a bordo dell'astronave Nostromo nel 2122 il cui equipaggio si imbatte in uova aliene su un pianeta desolato, dando inizio a una contaminazione devastante a causa dello Xenomorfo, un parassita alieno.

    Protagonista assoluta di Alien, il tenente Ellen Ripley di Sigourney Weaver per un capolavoro horror sci-fi dove il tono del film è caratterizzato da una tensione costante e si muove tra i corridoi dell'astronave che amplificano l'atmosfera claustrofobica. Se iniziate a vedere il film alle 11:03:38, a mezzanotte potete assistere all'atroce fine di Kane, membro dell'equipaggio dal cui petto fuoriesce il primo Xenomorfo.

    3. Ritorno al futuro (1985)

    Un cult assoluto. Ritorno al futuro di Robert Zemeckis è uno dei film più iconici della storia del cinema. Una commedia che intreccia fantascienza e avventura con protagonista il Marty McFly di Michael J. Fox, diciassettenne che finisce accidentalmente dal 1985 al 1955 a bordo della DeLorean trasformata in macchina del tempo dal suo eccentrico amico, lo scienziato "Doc" Brown (Christopher Lloyd).

    Un film perfetto che parla di nostalgia, famiglia e destino e che ci ha regalato alcune delle sequenze e battute più leggendarie della settima arte. Dall'esibizione sulle note di Johnny B. Goode a "Strade? Dove stiamo andando non c'è bisogno di strade!". Se iniziate a vederlo alle 22:19:07 sarete sincronizzati con il ritorno di Marty nel 1985 mentre scoccherà la mezzanotte.

    4. Trappola di cristallo (1988)

    Uno dei film considerato un classico di Natale è l'action thriller con protagonista Bruce Willis. Trappola di cristallo vede l'attore nei panni di John McClane, poliziotto di New York alle prese con un gruppo di criminali internazionali la notte della vigilia di Natale.

    L'azione si svolge tutta tra le mura del Nakatomi Plaza di Los Angeles dove il nostro eroe imperfetto e dalla battuta sempre pronta si ritrova a fronteggiare Hans Gruber, l'antagonista carismatico con il volto di Alan Rickman. Se premete play alle 21:56:27 potrete vedere la caduta di Gruber dalla cima del Nakatomi Plaza e il momento in cui tocca terra nell'istante esatto in cui arriverà il nuovo anno.

    5. Harry ti presento Sally... (1989)

    Quando si pensa alle commedie romantiche, un posto sul podio delle migliori di tutti i tempi lo ricopre Harry ti presento Sally... di Rob Reiner. Il merito è anche dell'incredibile sceneggiatura firmata da Nora Ephron che infonde ai dialoghi un'onestà e una brillantezza che hanno fatto scuola. La domanda al centro del film è una delle più complicate con le quali l'essere umano si sia trovato a confrontarsi: un uomo e una donna posso essere amici senza che il sesso complichi tutto?

    Billy Crystal e Meg Ryan provano a rispondere attraverso una storia lunga 12 anni fatta di battibecchi, incontri casuali, incomprensioni e allontanamenti. Indimenticabile, grazie anche a una serie di omaggi e parodie, la scena dell'orgasmo simulato di Sally al tavolino di Katz's Deli. Se iniziate il film alle 22:30:27 potete festeggiare il Capodanno in contemporanea con i protagonisti del film in una sequenza diventata un classico delle rom-com.

    6. Ghostbusters II - Acchiappafantasmi II (1989)

    Ambientato cinque anni dopo la fine del primo capitolo campione d'incassi al botteghino, Ghostbusters II - Acchiappafantasmi II ci mostra di nuovo il quartetto di amici composto da Peter (Bill Murray), Egon (Harold Ramis), Ray (Dan Aykroyd) e Winston (Ernie Hudson). Ma all'inizio del film non lavorano più insieme per mancanza di fenomeni paranormali. A invertire la rotta lo spirito di un tiranno del XVI secolo e una melma rosa che si nutre delle emozioni negative di New York.

    Un capitolo che tiene testa all'originale (seppur inarrivabile) e che mescola commedia, avventura e fantascienza con freschezza. Poco più di un'ora e 40 minuti di grande intrattenimento che può diventare ancora più divertente se fate partire il film alle 22:21:00. Così sarete perfettamente sincronizzati con l'arrivo al Museo delle Arti di Manhattan della Statua della Libertà, animata dal quartetto di acchiappafantasmi, proprio all'inizio del nuovo anno.

    7. Forrest Gump (1994)

    Un altro capolavoro firmato da Robert Zemeckis che intreccia la grande storia del '900 con quella privata di un uomo con il volto di Tom Hanks. È il suo nome a dare il titolo al film: Forrest Gump. Una pietra miliare del cinema, grazie a un mix sapiente di emozioni ed effetti speciali sbalorditivi per l'epoca. La performance di Hanks è di quelle indimenticabili mentre, seduto su una panchina, racconta a ritroso la sua storia che ingloba eventi storici come la Guerra del Vietnam o lo scandalo Watergate.

    Un personaggio dall'animo puro attraverso il quale Zemeckis parla di amore, amicizia, perdita sulle note di una colonna sonora semplicemente perfetta che alterna la partitura di Alan Silvestri a classici come “Everybody Talkin'” e “Mrs. Robinson”. Potete festeggiare l'inizio del nuovo anno iniziando il film alle 22:38:55 così da sincronizzarvi con la scena del conto alla rovescia di Capodanno.

    8. Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell'Anello (2001)

    Il kolossal di Peter Jackson che adatta per il grande schermo la prima parte dell'omonimo volume della saga fantasy di J.R.R. Tolkien. Con Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell'Anello, il regista ci catapulta nella Terra di Mezzo dove l'hobbit Frodo eredita l'Unico Anello, gioiello di immenso potere che lo porta a intraprendere un viaggio per poterlo distruggere nel Monte Fato, formando così la Compagnia dell'Anello.

    Uno dei migliori fantasy di sempre reso tale grazie alla spettacolare regia di Jackson che riesce nell'ardua impresa di catturare lo spirito dell'opera letteraria mentre realizza sequenze visivamente maestose. Un'opera epica e avventurosa che non tralascia le emozioni. Se volete potete iniziare il nuovo anno in compagnia di Gandalf e la sua esclamazione, “Non passerai!”, indirizzata al Balrog sul ponte di Khazad-dum. Vi basterà avviare il film alle 21:51:30.

    9. Avengers: Infinity War (2018)

    Il 19° film del Marvel Cinematic Universe è un epico racconto corale che vede protagonisti Avengers e Guardiani della Galassia uniti per combattere Thanos, il Titano pazzo alla ricerca delle sei Gemme dell'Infinito per dimezzare la popolazione dell'universo e "riequilibrare" la vita. Un villain potente e determinato a portare a compimento il suo folle piano che dà vita a un blockbuster capace di far convivere azione e sentimenti.

    I fratelli Russo alla regia alternano con riuscita sequenze d'azione complesse e spettacolari con parentesi più intime e strazianti, bilanciando le due anime che sorreggono il film. Uno dei capitoli più scioccanti e coraggiosi della storia del MCU. Se volete passare un Capodanno alternativo potete programmare la sveglia alle 21:48:52 così potrete festeggiare l'arrivo del nuovo anno nello stesso istante in cui Thanos schiocca le dita e fa sparire metà della popolazione.

    10. Avengers: Endgame (2019)

    Il capitolo finale della "Saga dell'Infinito" che riprende il racconto immediatamente dopo il devastante piano che Thanos è riuscito a portare a termine. I restanti eroi – tra cui Iron Man e Captain America - si ritrovano a dover affrontare il lutto, ma trovano anche una scintilla di speranza in un piano che potrebbe invertire la Decimazione. Una pellicola dove dramma e avventura convivono fianco a fianco e che omaggia una storia cinematografica lunga oltre 20 anni.

    Visivamente ed emotivamente impressionante la battaglia finale che vede il ritorno di tutti i personaggi scomparsi per un'ultima resa dei conti dal retrogusto leggendario. Se iniziate il film alle 21:29:30 potete vedere Iron Man schioccare le dita per far dissolvere Thanos alla mezzanotte in punto.

  • Tutti i film di “Black Panther” nell’ordine corretto

    Tutti i film di “Black Panther” nell’ordine corretto

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Black Panther è stato il primo titolo del Marvel Cinematic Universe a ricevere una candidatura agli Oscar come miglior film ottenendo numerosi elogi da critica e pubblico. La pellicola ha segnato un punto di svolta narrativo all'interno dei cinecomics grazie alla capacità di far convivere molti generi all'interno di un racconto epico quando caratterizzato da sfumature geopolitiche.

    La Pantera nera di Chadwick Boseman ha lasciato un segno indelebile nell'immaginario pop prima della sua prematura scomparsa. Altrettanto significative sono state la sceneggiatura e la regia di Ryan Coogler, che hanno saputo rappresentare la cultura nera sullo schermo in un film in cui convivono azione, effetti speciali, elementi sci-fi, combattimenti e influenze africane. JustWatch vi porta alla scoperta di tutti i film di Black Panther da poter (ri)vedere in ordine in streaming sulle principali piattaforme.

    1. Captain America: Civil War (2016)

    Prima del film che porta il suo nome, la Pantera nera è comparsa in Captain America: Civil War. Un film che ha ridefinito il MCU ponendo i Vendicatori in contrasto tra di loro su un piano emotivo e ideologico. La pellicola introduce sia il re di Wakanda che lo Spider-Man di Tom Holland, entrambi alleati di Iron Man, convinto del bisogno di una supervisione esterna agli Avengers dopo i fatti di Sokovia. Una posizione diametralmente opposta a quella di Steve Rogers che porta attrito all'interno del gruppo creando due fazioni. Un film che affronta i temi di lealtà e responsabilità unendo la fantascienza al thriller.

    2. Black Panther (2018)

    In Black Panther, T’Challa torna a Wakanda dopo la morte del padre per succedergli al trono e prendere il suo posto come legittimo re. Ma quando un nemico fa ritorno, il suo ruolo di sovrano e l'identità come Pantera nera vengono messi alla prova. Ha così inizio un pesante conflitto che mette a rischio il futuro della nazione africana e del suo popolo. Un film visivamente affascinante in cui Ryan Coogler si confronta con i temi di eredità, identità e giustizia. Un vero spartiacque nel MCU capace di rappresentare e includere un'importante fetta di pubblico grazie alle tradizioni e alla cultura africane. Protagonista un cast di attori strepitosi: Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong'o, Martin Freeman, Daniel Kaluuya, Angela Bassett ,Forest Whitaker ed Andy Serkis.

    3. Avengers: Infinity War (2018)

    Avengers: Infinity War è un'epopea senza precedenti nel MCU che vede protagonista un cast corale da capogiro unito per contrastare la minaccia inarrestabile di Thanos. Un despota determinato a conquistare le 6 gemme dell'Infinito per mettere in atto il suo piano contro il genere umano. Uno dei villain più riusciti dell'universo Marvel che vede schierati Vendicatori e Guardiani della Galassia, con l'aiuto di Black Panther e Spider-Man, per sconfiggerlo. Un film dal finale impressionante, ricco di scene d'azione articolate e una componente emotiva di grande impatto.

    4. Avengers: Endgame (2019)

    Avengers: Endgame è il 22º film del Marvel Cinematic Universe nonché sequel di Avengers: Infinity War e della Saga dell'Infinito. Ancora una volta un film dal respiro corale ricco di epica e commozione. Una conclusione degna che pone omaggio ai suoi eroi e ad un capitolo importante e fondante dei Marvel Studios. Un'esperienza cinematografica maestosa che parla di eredità, amicizia e sacrificio. Anche in questo film la presenza di Black Panther è a favore di un racconto collettivo che celebra l'eroismo dei suoi protagonisti.

    5. Black Panther: Wakanda Forever (2022)

    Black Panther: Wakanda Forever è il capitolo dell'omaggio alla sua icona, Chadwick Boseman, venuto a mancare per una malattia incurabile. Il film affronta la perdita di T'Challa e la sua eredità esplorando il tema del lutto. Un film dal tono e dal ritmo diverso rispetto agli altri titoli targati Marvel Studios che affronta anche il tema del colonialismo e della conservazione della propria identità grazie al vibranio che Wakanda non vuole vendere agli altri Paesi del mondo. Centrali i personaggi femminili. Su tutti la principessa di Wakanda, Shuri, diventata la nuova Black Panther dopo la morte del fratello.

  • "Zootropolis 2": l'omaggio a Stephen King e altri 9 Easter Egg divertenti (che potresti non aver notato)

    "Zootropolis 2": l'omaggio a Stephen King e altri 9 Easter Egg divertenti (che potresti non aver notato)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Una storia lunga un secolo e una miriade di film d'animazione che l'hanno costruita come tanti piccoli mattoncini nel corso degli anni. Stiamo parlando della Disney, la multinazionale fondata nel 1923 dai fratelli Walt e Roy che ha modellato il nostro immaginario fatto di storie e personaggi che hanno come comun denominatore la magia che solo il cinema riesce a far vivere.

    Storie diversissime tra di loro, ma che spesso si omaggiano a vicenda grazie all'inserimento di Easter Egg che permettono di trovare riferimenti a pellicole passate. Ne è un esempio il granchio rosso pizzicato dal Genio della lampada di Aladdin (1992) che tanto ricorda Sebastian de La sirenetta (1989) il fiore magico di Rapunzel - L'intreccio della torre che riappare in Oceania (2016). Tutte citazioni che non si limitano ad altri titoli Disney, ma che si allargano anche ad altri film o elementi entrati a far parte della nostra cultura pop.

    L'ultimo classico in ordine di tempo – il numero 64 – è Zootropolis 2, sequel del successo del 2016 dedicato alle peripezie della coniglietta Judy Hopps e della volpe Nick Wilde. JustWatch ha stilato la lista di 10 Easter Egg divertenti che potresti non aver notato nel film.

    10. Babe – Maialino coraggioso (1995)

    Come da tradizione è molto frequente che alcune delle citazioni orali o visive presenti nei film Disney vengano colte da un pubblico più adulto rispetto a quello dei più piccoli. C'è un momento in Zootropolis 2, ad esempio, in cui il capitano Hogbottom (Michelle Gomez), cinghiale a capo della squadra SNFR associata al dipartimento di polizia della città che dà il titolo alla pellicola, riesce a fermare uno dei cattivi di questo secondo capitolo.

    In quel preciso momento il suo compagno, Truffler (David Fane), le dice: "Basta così, maialino. Basta così". Una battuta divenuta celebre nel 1995 grazie a Babe – maialino coraggioso di Chris Noonan. Una frase pronunciata dal fattore Hoggett nei confronti del piccolo protagonista dalla coda arricciata e il cuore gentile per fargli capire di aver fatto un buon lavoro.

    9. Rapunzel - L'intreccio della torre (2010)

    Durante il Zootenial Gala, evento che celebra il 100º anniversario dalle barriere climatiche della città, organizzato dalla famiglia di linci discendente del loro fondatore, Ebenezer Lynxley, Nick e Judy si imbattono nel serpente Gary. Solo che la volpe, oltre ad essere spaventata dal rettile, è convinta che sia il villain della situazione e in una colluttazione lo colpisce alla testa con una padella che gli fa perdere momentaneamente i sensi.

    Quella stessa mossa è fatta dalla principessa dai capelli dorati, Rapunzel, che ha a disposizione solo una padella nella torre in cui è confinata per difendersi da Flynn Rider, un furfante che la ragazza crede voglia rubare i suoi capelli magici. A confermare la citazione lo stesso co-regista Jared Bush che ha dichiarato che: “Per il colpo di padella abbiamo usato lo stesso effetto sonoro di Rapunzel. Quindi, a livello sonoro, è esattamente la stessa padella".

    8. A Bug's Life - Megaminimondo (1998)

    La quantità di dettagli che vengono inseriti spesso sullo sfondo e solo per una manciata di secondi ha dell'incredibile. Fortuna che c'è chi aguzza la vista e si accorge di omaggi che altrimenti rischierebbero di restare sconosciuti. Come la citazione all'animazione del 1998, A Bug's Life – Megaminimondo. In una breve scena dedicata al reparto IT della polizia di Zootropolis è visibile un cartello che recita "Schiaccia gli insetti". 

    Un gioco di parole tra bug (insetto) e debugging (il processo di individuazione e correzione di errori – bug - nel codice sorgente di un software) scritto con lo stesso logo e font della pellicola di fine anni '90. Come se non bastasse, uno dei minuscoli dipendenti del reparto, sulla scrivania ha un modellino di un piccolo Mickey Mouse.

    7. Huluzoo

    Uno dei tanti tratti che hanno reso i film Disney e Disney/Pixar così amati e popolari da un pubblico eterogeneo e trasversale è dato dall'intelligenza dimostrata nel saper parlare a tutti. Poco importa che chi si ritrova davanti lo schermo abbia 5 o 50 anni. Entrambi troveranno qualcosa per loro nella storia che guardano. Un esempio è la sequenza in cui Nick si ritrova seduto sul divano e vorrebbe concedersi una serata tranquilla davanti alla TV tra una miriade di servizi streaming che abbiamo a disposizione.

    Quella alla quale accede è Huluzoo, parodia di Hulu, piattaforma di proprietà proprio di Disney. Tra le sezioni e i titoli che compaiono si sprecano i giochi di parole con il mondo animale. Pigsar (Pixar), Star Roars (Star Wars, 1977), Rat Geo (National Geographic) ELKS (ESPN). E poi ancora: Ham-ilton (Hamilton, 2020), Platypus (scritto con il font di Alien, 1979), Die Herd (Die Hard, 1988), Ramdor (Andor, 2022), Futurllama (Futurama, 1999) o Piggity Falls (Gravity Falls, 2012).

    6. Disneyland

    Quando Nick e Judy sono ritenuti da tutti due fuggitivi pericolosi per essere fuggiti con il diario che secondo Gary contiene le prove secondo le quali i serpenti non sono animali pericolosi, i due ricevono aiuto da boss del crimine Mr. Big e della figlia Fru Fru. Sono infatti loro a metterli in contatto con Nibbles Maplestick, castoro a capo di un blog complottista, che li porta al Marsh Market.

    Un'area semiacquatica di Zootropolis lasciata a se stessa fin dalla sua fondazione in cui hanno trovato rifugio i rettili allontanati dalla società. Mentre il coniglio e la volpe camminano per quelle strade sullo sfondo si possono leggere nomi di negozi che rimandano ad attrazioni di Disneyland. Qualche esempio? Ariel's Grotto (La Sirenetta, 1989), Hook's Bait and Tackle (Le avventure di Peter Pan, 1953) Mr. Toad's (Le avventure di Ichabod e Mr. Toad, 1949).

    5. Lilli e il vagabondo (1955)

    Tra Judy e Nick è innegabile una forte alchimia, anche se nascosta da tonnellate di frecciatine e risposte acide. Così quando i due si ritrovano a bordo di un tricheco (sì, avete letto bene) diretto al Marsh Market e pronunciano la parola “anniversario”, il mammifero marino in questione pensa a una ricorrenza romantica e attiva una serie di luci romantiche facendo partire “Bella notte”. Lo stesso brano presente in una delle scene più celebri non solo della Disney, ma dell'intera storia del cinema. 

    Quella in cui Biagio e Lilli si innamorano davanti a un piatto di spaghetti con le polpette in Lilli e il vagabondo. “Che tu lo voglia o no, nel momento sbagliato, quando sei a cavallo di un tricheco, quella è la canzone che vuoi sentire. Non vedo l'ora di vedere quell'attrazione arrivare nei parchi a tema”, ha dichiarato il co-regista Byron Howard. 

    4. Il silenzio degli innocenti (1991)

    Occhiali dalla montatura spessa, vestito floreale, giacca e un filo di perle. Dawn Bellwether ha tutta l'aria di una pecorella deliziosa e gentile. Ma dietro quell'apparenza si nasconde la vera villain del primo Zootropolis. Quando la incontriamo nel sequel, il suo ingresso in scena è di quelli indimenticabili. La sua cella è identica a quella di Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti con tanto di mobilio realizzato con il suo stesso manto lanoso e una tuta arancione da detenuta.

    “Quella sequenza doveva durare quattro minuti", ha dichiarato Bush. “Abbiamo rifatto parola per parola la prima scena in cui Hannibal incontra Clarice, fino alla guardia che dice: 'Tutto a sinistra, resta a destra'”. Un lavoro poi tagliato in montaggio per non distogliere troppo l'attenzione della trama principale. 

    3. Ratatouille (2007) + Everything Everywhere All at Once (2022)

    Un doppio omaggio quello che Zootropolis 2 fa a due film davvero molto diversi tra di loro, eppure entrambi divenuti iconici. Stiamo parlando di Ratatouille ed Everything Everywhere All at Once. Nella scena in cui Nick e Judy si aggirano per il palazzo che ospita il gala finiscono nella cucina in cui uno chef leone sta preparando una delle portate. Ma l'inseguimento che vede al centro i due protagonisti gli fa cadere il cappello da cuoco. 

    È a quel punto che vediamo un topolino che lo tiene per i capelli, proprio come nel film d'animazione del 2007. Subito dopo lo chef procione che gli sta accanto esclama: “Lo sapevo”. Questa è una sottile citazione al film premio Oscar dei Daniels in cui è presente una parodia di Ratatouille. In quello stesso momento possiamo sentire risuonare la colonna sonora composta da Michael Giacchino per il film e, come se non bastasse, l'intera sequenza è stata animata dallo stesso animatore del film sul topolino che sogna di diventare chef.

    2. Shining (1980)

    Un paesaggio innevato, un labirinto di siepi, un inseguimento al freddo. No, non stiamo parlando di Shining ma di una delle scene finali di Zootropolis 2. Quella in cui uno zoppicante Pawbert Lynxley cerca di raggiungere Reptile Ravine, villaggio che si trova sulle terre della sua famiglia sepolto dalla neve, per trovare e distruggere il brevetto ottenuto dalla bisnonna di Gary, Agnes De'Snake, la vera autrice del diario, fondatrice di Zootropolis e creatrice delle barriere meteo. 

    Naturalmente è tutto un Easter Egg che rimanda al romanzo di Stephen King e al capolavoro di Stanley Kubrick del 1980. Una citazione per un pubblico più adulto in cui il compositore Michael Giacchino ha incorporato il tema della colonna sonora del film.

    1. Zootropolis (2016)

    “Nooooooo... problem”. Quando c'è bisogno di lui, che sia un timbro alla motorizzazione o una fuga in macchina, Flash c'è sempre. Se Zootropolis ha avuto così tanto successo nel 2016, parte del riscontro favorevole è da ascrivere anche al lentissimo bradipo protagonista di una spassosa sequenza diventata immediatamente un classico moderno dell'animazione Disney.

    Il mammifero con la camicia a mezze maniche verde e la cravatta a righe torna anche nel sequel. Ma l'Easter Egg che collega i due film è racchiuso in un flashback che mostra il bradipo bollare con il suo timbro il brevetto di Agnes De'Snake con la stessa lentezza che lo contraddistingue fin dalla prima volta che è comparso sullo schermo. Un'auto citazione che non può che lasciare con il sorriso.

  • I migliori anime tratti dai grandi classici della letteratura mondiale

    I migliori anime tratti dai grandi classici della letteratura mondiale

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Tra streaming, cofanetti recuperati e cicli Studio Ghibli al cinema, gli anime tratti da grandi romanzi stanno vivendo una seconda giovinezza. Non parliamo solo di light novel moderne, ma proprio di classici veri e propri: Dumas, Victor Hugo, Shakespeare, le sorelle ottocentesche della letteratura per ragazzi, Ursula K. Le Guin, Astrid Lindgren… negli anni il Giappone ha trasformato un bel pezzo di biblioteca mondiale in animazione, spesso con riletture sorprendenti.

    Da un lato c’è la tradizione dei World Masterpiece Theater, nati proprio come “I capolavori della letteratura in animazione”, che hanno portato in TV Heidi, Anna dai capelli rossi, Tom Sawyer e tanti altri romanzi per ragazzi. Dall’altro gli esperimenti più audaci: space opera tratte da Dumas, tragedie shakespeariane in salsa fantasy, antologie che animano la grande narrativa giapponese del Novecento.

    In questa guida trovi 10 (più uno) anime perfetti se ami i libri e vuoi vederli prendere vita sullo schermo: non semplici riassunti, ma adattamenti che giocano con i testi originali, aggiornano temi e ambientazioni e, a volte, li ribaltano completamente.

    1. Gankutsuou – Il Conte di Montecristo (2004)

    Adattamento liberissimo de Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, Gankutsuou sposta la storia nel 5053, tra pianeti in guerra e aristocrazia spaziale, ma mantiene il cuore del romanzo: un uomo tradito che ritorna per vendicarsi, con una nuova identità e risorse illimitate. La serie segue soprattutto gli occhi di Albert, giovane nobile affascinato dal misterioso Conte, e costruisce lentamente il puzzle del passato.

    La forza dell’anime è nella sua estetica radicale (pattern saturi, riferimenti a Klimt, 3D psichedelico) e in una lettura più cupa dell’originale: vengono quasi eliminati gli elementi cristiani di perdono e redenzione, per concentrarsi su come l’ossessione di vendetta contamini tutti. È la scelta perfetta se ami i grandi feuilleton ottocenteschi ma vuoi vederli filtrati da fantascienza, melodramma e design sperimentale. Da recuperare in binge, come un romanzo a puntate che diventa opera visiva.

    2. Il cuore di Cosette (2007)

    Prodotto da Nippon Animation, Il cuore di Cosette è un adattamento fedele e dilatato de I miserabili di Victor Hugo, visto soprattutto dal punto di vista di Cosette, dalla sua infanzia maltrattata fino all’età adulta accanto a Jean Valjean. È parte del rilancio dei World Masterpiece Theater negli anni 2000 e conta ben 52 episodi. 

    Rispetto alle versioni musicali o ai film hollywoodiani, qui c’è spazio per tutti i dettagli quotidiani: la povertà, la Parigi in trasformazione, le lotte studentesche, la tenacia delle donne. Il tono resta adatto anche a un pubblico giovane, ma non addolcisce troppo la miseria e la violenza sociale descritte da Hugo. È consigliato se cerchi un anime storico, classico nel look, da vedere con calma: un po’ come affrontare il romanzo originale, ma accompagnato da sigle malinconiche e da un enorme affetto per Cosette, Valjean e gli altri personaggi.

    3. Anna dai capelli rossi (1979)

    Diretto da Isao Takahata e animato con la collaborazione di un giovanissimo Hayao Miyazaki, Anna dai capelli rossi è una delle perle assolute del World Masterpiece Theater: 50 episodi tratti dal romanzo di Lucy Maud Montgomery. Seguiamo Anne Shirley, orfana dal carattere vulcanico e immaginazione smisurata, accolta per sbaglio dai fratelli Cuthbert nell’Isola del Principe Edoardo.

    L’anime è quasi filologico nei ritmi e nelle atmosfere: l’infanzia, la scuola, l’amicizia con Diana, la rivalità con Gilbert, il rapporto complesso con Marilla e Matthew. Niente forzature moderne, solo un’attenzione infinita ai paesaggi, alle stagioni e alla crescita emotiva della protagonista. È ideale se ami le storie di formazione, Piccole donne, gli slice of life lenti e contemplativi. E, per chi scrive, è anche il modo migliore per capire quanto il linguaggio dell’anime sappia rendere universale una storia profondamente radicata nel Canada di inizio Novecento.

    4. Romeo x Juliet (2007)

    Romeo x Juliet parte dalla tragedia di Shakespeare e decide di… farne un fantasy politico. L’azione si sposta a Neo Verona, città sospesa nel cielo, dove i Montague hanno sterminato i Capuleti; Giulietta è cresciuta nascosta sotto mentite spoglie, mentre Romeo inizia a dubitare del regime del padre. Da qui in poi il copione si diverte: ribellioni, draghi, magie legate all’albero che sostiene la città, cameo di personaggi e titoli presi da altre opere shakespeariane. Il bello è che, pur cambiando tutto, l’anime resta fedele allo spirito della tragedia: l’amore impossibile, la responsabilità verso la propria casata, la tensione tra desiderio individuale e destino collettivo. È una scelta perfetta se vuoi far scoprire Shakespeare in modo accessibile, oppure se ami i fantasy romantici alla Yona of the Dawn ma con un sottotesto più teatrale.

    5. Aoi Bungaku Series (2009)

    Se vuoi qualcosa di più “letterario” e sperimentale, Aoi Bungaku è un must: una serie antologica di 12 episodi che adatta sei classici moderni della narrativa giapponese, tra cui No Longer Human e Corri, Melos! di Osamu Dazai, Kokoro di Natsume Sōseki e Hell Screen di Ryūnosuke Akutagawa. 

    Ogni blocco ha regia e character design specifici (con la partecipazione di autori come Takeshi Obata e Tite Kubo), e l’anime non ha paura di essere scomodo: alienazione, colpa, tradimento, follia artistica. Non è l’introduzione più facile alla letteratura giapponese, ma è potentissima proprio perché rifiuta di semplificare i testi originali. Perfetto se ti interessa vedere come l’animazione può affrontare temi da romanzo esistenziale o psicologico, e magari ti incuriosisce poi recuperare i libri di Dazai & co. È la scelta “da festival” della lista: intensa, cupa, molto adulta.

    6. Il castello errante di Howl (2004)

    Spesso percepito come “un Miyazaki originale”, in realtà Il castello errante di Howl è tratto dal romanzo omonimo di Diana Wynne Jones, grande autrice britannica di fantasy. Il film segue Sophie, trasformata in anziana da una maledizione, e il mago Howl, fuggitivo capriccioso che vive in un castello semovente.

    Miyazaki prende la struttura di base del romanzo – casa magica, contratto col demone Calcifer, identità multiple – e la fonde con temi a lui cari: il pacifismo, la critica alla guerra, l’elogio della cura e della quotidianità. Il risultato è una fiaba visiva straripante, che ha quasi eclissato il libro nell’immaginario pop, pur essendo piuttosto diversa nella seconda metà. Consigliato sia a chi ama le storie romantiche “scompigliate”, sia a chi vuole vedere come un classico moderno anglofono può essere riletto attraverso sensibilità e simboli molto giapponesi.

    7. I racconti di Terramare (2006)

    Altro caso di incontro difficile ma affascinante tra classico occidentale e anime: I racconti di Terramare è ispirato ai primi quattro romanzi del ciclo Earthsea di Ursula K. Le Guin, ma li mescola in una storia nuova, diretta da Gorō Miyazaki. 

    Le Guin stessa ha criticato il film per le forti differenze rispetto ai libri, ma ha riconosciuto la bellezza delle immagini; ed è proprio così che va preso: non come sostituto dei romanzi, ma come variazione libera sul tema del rapporto tra vita e morte, equilibrio del mondo e responsabilità del potere magico. Il mago Ged, il tormentato principe Arren e la misteriosa Therru diventano archetipi in un racconto lento, a tratti disomogeneo ma spesso ipnotico. Da vedere se ami il fantasy contemplativo e vuoi farti un’idea di cosa succede quando uno dei cicli più influenti del genere incontra lo sguardo (non sempre docile) dello Studio Ghibli.

    8. Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento (2010)

    Basato sulla serie di romanzi The Borrowers di Mary Norton, Arrietty (2010) racconta la vita di una minuscola famiglia che vive nascosta sotto il pavimento di una casa, “prendendo in prestito” micro-oggetti dai giganteschi umani. L’anime segue la giovane Arrietty e l’amicizia proibita con il ragazzo malato Shō.

    Qui la fedeltà al testo è alta sul piano dell’idea, ma la trasposizione è profondamente giapponese nella messa in scena: la cura per il verde del giardino, il peso del silenzio in casa, la malinconia del “dover andare via” che attraversa tutto il film. È una storia di ecologia in miniatura, precarietà e sguardi scambiati tra mondi diversi. Perfetto se ami i racconti per ragazzi che non trattano i bambini come stupidi, e se ti intriga l’idea di vedere un romanzo inglese degli anni ’50 diventare un piccolo poema sull’impermanenza, con l’animazione morbida e dettagliata tipica di Ghibli.

    9. Ronja, la figlia del brigante (2014)

    Co-prodotta da Studio Ghibli e Polygon Pictures, Ronja, la figlia del brigante è una serie anime in CGI tratta dal romanzo Ronia, the Robber’s Daughter di Astrid Lindgren, autrice di Pippi Calzelunghe. Racconta l’infanzia selvaggia di Ronja, figlia di un capo bandito che vive in un castello-diviso-in-due, tra rivalità tra bande, foreste stregate e amicizia proibita con il figlio del clan rivale.

    Rispetto ad altre produzioni Ghibli, qui l’uso del 3DCG è marcato, ma il cuore è assolutamente “lindgreniano”: amore per la natura, libertà dei bambini, critica implicita all’autoritarismo degli adulti. L’adattamento si prende il tempo di mostrare stagioni che passano, esplorazioni del bosco, creature assurde e momenti di pura meraviglia. È consigliato se ami le storie d’avventura per ragazzi con un sottotesto politico gentile – e se vuoi vedere come un classico svedese possa diventare anime senza perdere la sua anima nordica.

    10. Moriarty the Patriot (2020)

    Tratto da un manga che a sua volta rilegge i racconti di Arthur Conan Doyle, Moriarty the Patriot è uno degli esempi più riusciti di “classico remixato” in chiave anime. L’idea è semplice ma geniale: prendere William James Moriarty, la nemesi di Sherlock Holmes, e farne il protagonista di una grande cospirazione contro il sistema classista dell’Inghilterra vittoriana.

    La serie non adatta fedelmente i singoli racconti, ma li usa come mattoni: casi, personaggi e situazioni iconiche (dal “Problem of the Final Problem” agli incontri con Holmes e Watson) vengono rimescolati in una trama che trasforma Moriarty in un anti-eroe rivoluzionario. Il tono è elegante, pieno di complotti, balli, duelli di logica e crimini “teatrali” che puntano a smontare l’aristocrazia dall’interno.È perfetto se ami i gialli classici, le atmosfere alla Sherlock o Enola Holmes, ma vuoi una prospettiva totalmente diversa sul canone: qui il “cattivo letterario” per eccellenza diventa il personaggio con cui empatizzi di più, senza che la serie smetta mai di giocare con l’ombra gigantesca di Doyle alle sue spalle.

  • I migliori film del 2025 presentati ai Festival di Roma e Venezia: tiriamo le somme

    I migliori film del 2025 presentati ai Festival di Roma e Venezia: tiriamo le somme

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    È stato un anno fruttuoso e variegato per il cinema di tutto il mondo: ai numerosi festival della settima arte che si tengono ogni anno, sono stati presentati titoli di tutti i tipi, dai blockbuster che hanno già riscosso un successo mondiale alle piccole gemme che rischiano di passare inosservate per le sale (o per le piattaforme di streaming).

    Come sappiamo, in Italia sono due i grandi festival del cinema più noti e chiacchierati: quello di Venezia e quello di Roma. Vediamo quindi quali sono stati i 20 film (italiani e internazionali) più interessanti e discussi alle kermesse del nostro paese in questo 2025.

    Festival del Cinema di Roma 2025: i migliori dieci film

    Giunta quest’anno alla sua 20° edizione, la kermesse capitolina è trascorsa all’insegna di un’offerta variegata, con ben quattro film italiani in gara nel concorso Progressive Cinema. Quest’anno tra i premiati dalla giuria presieduta da Paola Cortellesi, La mia famiglia a Taipei (2025) di Shih-Ching Tsou come miglior film, Nino (2026) di Pauline Loquès con il gran premio della giuria e Jasmine Trinca e Anson Boon rispettivamente come miglior attrice ne Gli occhi degli altri (2026) e miglior attore in Good Boy (2026). Menzione d’onore per 40 secondi (2025) di Vincenzo Alfieri, che si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria al cast, e per Tienimi presente (2026) di Alberto Palmiero, premiato come miglior opera prima Poste italiane. Ma quali sono i titoli da tenere d’occhio? Ecco dieci film che ci sono piaciuti e che vi consigliamo per accompagnare le vostre prossime serate invernali e primaverili.

    La mia famiglia a Taipei (2025)

    Esordio da solista di Shih-Ching Tsou, La mia famiglia a Taipei (2025) è una storia al femminile su una madre e due figlie, del loro ritorno ai Taipei, tra segreti familiari e voglia di riscatto. Un racconto filtrato dalla tenera protagonista, di appena cinque anni. Vincitore della Festa del Cinema di Roma, il cui titolo originale è Left-Handed Girl, il film è co-sceneggiato, montato e prodotto da Sean Baker, vincitore dell’Oscar all’ultima edizione con Anora (2024). È stato definito un debutto potente quello di Shih-Ching Tsou, che con Baker vanta un lungo sodalizio professionale. Un premio come miglior film alla Festa del Cinema di Roma non può che aumentare la curiosità attorno a un titolo, di cui si parlerà sicuramente nei prossimi mesi.

    Gli occhi degli altri (2026)

    Andrea De Sica torna a occuparsi di cronaca. Dopo la serie Baby (2018), prende spunto da un caso che sconvolse l’Italia all’inizio degli anni Settanta: il delitto Casati Stampa. Ma chi si aspetta un approccio documentaristico potrebbe restare deluso. Nel film con Filippo Timi e Jasmine Trinca, rispettivamente nei panni di Lelio ed Elena, quel tragico evento è solo un pretesto per indagare dei temi universali. Un racconto di amore tossico che sfocia in violenza nell’Italia degli anni Sessanta capace di raccontare la contemporaneità, parlando di revenge porn e di femminicidio, e che soprattutto si avvale di una straordinaria interpretazione dei suoi protagonisti.

    40 secondi (2025)

    Tratto dall’omonimo libro-inchiesta di Federica Angeli,40 secondi (2025) di Vincenzo Alfieri ripercorre le 24 ore che hanno preceduto il feroce omicidio di Willy Monteiro Duarte per mano dei fratelli Bianchi. Come si è arrivati a un disumano accanimento nei confronti di un ragazzo che aveva soltanto 21 anni? Cosa ha portato a quei “40 secondi” di inaudita violenza? Per chi è alla ricerca di un film scioccante ma al tempo stesso necessario, espressione di un certo cinema civile che non teme di denunciare una realtà da contrastare affinché, un domani, non ci siano più altre vittime come Willy.

    Il falsario (2026)

    Con la regia di Stefano Lodovichi e la sceneggiatura di Sandro Petraglia, tratta dal libro “Il falsario di Stato” di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, il film ripercorre la vita di Tony Chichiarelli e offre uno spaccato della Roma degli anni Settanta. Artista e figura ambigua con legami con la criminalità e il potere, “il falsario” è ben interpretato da Pietro Castellitto, che si presta alla perfezione agli stessi toni del film. Al di là di alcune situazioni macchiettistiche, spaziando tra ironia e dramma, Il falsario (2026) intrattiene, diverte e soprattutto rimanda sul piano visivo ad alcuni titoli, come Romanzo Criminale (2005) di Michele Placido e Romanzo di una Strage (2013) di Marco Tullio Giordana(non è un caso se condividono la stessa penna di Petraglia e produzione, la Cattleya).

    La vita va così (2025)

    Ci vuole coraggio per restare. La vita va così (2025) di Riccardo Milani è una fiaba che vede contrapposto un anziano pastore sardo a un colosso delle costruzioni, intenzionato a edificare un resort di lusso nel Sud della Sardegna. Il primo infatti non è intenzionato a vendere la sua porzione di territorio, nonostante le incredibili offerte milionarie. Il film d’apertura della Festa del Cinema di Roma unisce divertimento e riflessione, avvalendosi di un cast di nome del calibro di Virginia Raffaele, Diego Abatantuono e Giuseppe Ignazio Loi, che interpreta il pastore al centro della vicenda, Efisio Mulas. Consigliato per chi ha apprezzato le commedie di Milani, titoli come Scusate se esisto! (2014) e Ma cosa ci dice il cervello (2019), che hanno saputo mescolare in maniera equilibrata ironia e denuncia sociale.

    Good Boy (2026)

    Un thriller firmato dal regista candidato all’Oscar, JanKomasa. Good Boy (2026) racconta la storia di Tommy, un diciannovenne che conduce una vita tra droga e violenza, che viene rapito e si ritrova sottoposto da una famiglia apparentemente rispettabile a un processo di riabilitazione forzata per diventare un “bravo ragazzo”. Alla Festa del Cinema di Roma l’interprete principale, Anson Boom, si è aggiudicato il premio Marcello Mastroianni come miglior attore per un film che gioca su più generi, che pone anche delle domande scomode sulla famiglia, forse in linea con una delle serie più discusse dell’anno, Adolescence (2025). Entrambi i cast annoverano Stephen Graham.

    Breve storia d’amore (2025)

    Il debutto di Ludovica Rampoldi dietro la macchina da presa. L’acclamata sceneggiatrice de Il traditore (2019) e di 1992 (2015) mette assieme Pilar Fogliati, Adriano Giannini, Valeria Golino e Andrea Carpenzano per un film che spazia tra la commedia e il thriller incentrato su due coppie borghesi, appartenenti a generazioni differenti, immerse in una Roma contemporanea. È un esordio interessante, pur trattando una storia “non particolarmente innovativa”, riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo fino alla fine, scavando allo stesso tempo nella psicologia dei personaggi raccontati e nelle loro fragilità. Se amate il genere, è il film che fa sicuramente al caso vostro.

    Un semplice incidente (2025)

    Vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2025, Un semplice incidente (2025) è tra i film dell’anno. Come anticipa il titolo, nel nuovo lungometraggio di Jafar Panahi, realizzato “di nascosto”, senza l’autorizzazione delle autorità iraniane, un banale incidente d’auto si trasforma nella scintilla di un catena di eventi sempre più inarrestabili. Tra dramma e ironia, il regista intreccia temi come il dubbio e la vendetta, spingendo lo spettatore a interrogarsi sul confine tra vittima e carnefice. Ma il film è anche, e soprattutto, un potente gesto di resistenza creativa da parte di un autore che continua a sfidare apertamente il regime. L’opera è stata scelta per rappresentare la Francia, uno dei paesi coproduttori, alla prossima edizione degli Oscar.

    Hamnet - Nel nome del figlio (2026)

    Premiato al Festival di Toronto, Hamnet (2026) del premio Oscar Chloé Zhao è stato accolto con entusiasmo anche nella Capitale. Tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, “Nel nome del figlio. Hamnet” (2021), edito in Italia da Guanda, il film ripercorre il rapporto tra William Shakespeare e la moglie Agnes, e soprattutto il loro drammatico lutto, quello del loro figlio Hamnet, scomparso a soli undici anni. Protagonisti Jessie Buckley e Paul Mescal per un film che farà sicuramente discutere cinefili e non solo, e c’è persino chi parla di una papabile vittoria agli Oscar.

    Tienimi presente (2026)

    Un esordio molto interessante. Quello di Alberto Palmiero, il cui Tienimi presente (2026) è stato premiato come “miglior opera prima Poste Italiane”. È una storia autobiografica, quella di un ragazzo di quasi trent’anni che sogna di diventare un regista. Nonostante il diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, si scontra con la dura realtà del mestiere, tra incontri con produttori che non portano a nulla e il lavoro occasionale come comparsa sui vari set. Deluso, decide di mollare e tornare nella sua città natale….ma il sogno non lo abbandonerà. È un film sincero, molto personale che riesce a parlare agli altri, soprattutto a chi è ancora alla ricerca del proprio posto nel mondo.

    Mostra del Cinema di Venezia 2025: i migliori dieci film

    Si preannunciava già una ricca 82° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Ne abbiamo avuto conferma. È stata infatti un’edizione ricca di storie emozionanti, di ritorni, di debutti e di novità. Una mostra caratterizzata soprattutto dal racconto dell’attualità, dall’attenzione sul mondo in cui viviamo. Tra i riconoscimenti il Leone d’Oro a Father Mother Sister Brother (2025) di Jim Jarmush, il Leone d’Argento – Gran premio della giuria a La voce di Hind Rajab (2025) di Kaouther Ben Hania, Il Leone d’argento - miglior regia a Benny Safdie per The Smashing Machine (2025). Premi a parte, ecco dieci tra i film più discussi alla Mostra quest’anno, prossimamente al cinema e in streaming.

    Father Mother Sister Brother (2025)

    Il vincitore di Venezia. Il massimo riconoscimento della 82° Mostra è infatti andato a Father Mother Sister Brother (2025), pellicola che ha segnato il fortunato ritorno al Lido del regista Jim Jarmush. Tre storie, tre nazioni, tre famiglie. Cosa accomuna i tre episodi del film? Le relazioni nelle famiglie. Una commedia a tratti malinconica che ci racconta di quanto possano essere complicate. Lo fa concentrandosi sulla quotidianità, sui piccoli dettagli di questi spaccati, che possono ancora dire moltissimo Da non perdere per gli appassionati del cinema di Jarmush. Non consigliato, invece, a chi è alla ricerca un film frenetico, ricco di tensione, proprio perché come definito dallo stesso regista è un “anti film d’azione”.

    La voce di Hind Rajab (2025)

    Opera potente, scritta e diretta dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania (Quattro figlie (2023), ricostruisce la tragica storia di Hind Rajab, una bambina palestinese, uccisa il 29 gennaio 2024 durante un attacco dell’esercito israeliano. Aveva solo sei anni. Accolto con ben 24 minuti di applausi alla fine della proiezione veneziana, La voce di Hind Rajab (2025), utilizzando le vere registrazioni audio delle telefonate tra la bambina, i familiari e i volontari della Mezzaluna, è un pugno allo stomaco, che non può che riportare una maggior attenzione del pubblico sul drammatico scenario internazionale, quotidianamente sotto gli occhi di tutti.

    La grazia (2025)

    La grazia (2025) ha aperto la Mostra. Era attesissimo al Lido il lungometraggio di Paolo Sorrentino, che vede protagonista (per la settima volta) Toni Servillo. Per il suo ruolo del fittizio Presidente della Repubblica, Mariano De Santis, Servillo si è aggiudicato la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile. Definito il film “più politico” del regista partenopeo, la trama ruota attorno agli ultimi giorni di De Santis a Capo dello Stato, nei quali dovrà occuparsi di due delicate richieste di grazia, che finiranno per intrecciarsi con la sua vita privata, e una legge sull’eutanasia. Imperdibile per gli amanti del cinema cosiddetto “Sorrentiniano”, ma anche per chi è affascinato dal racconto del potere e delle fragilità che albergano nei suoi uomini, con riferimento a temi legati alla memoria, all’amore, al rapporto genitori-figli.

    The Smashing Machine (2025)

    Il Leone d’Argento – Miglior regia è andato al regista Benny Safdie, al suo esordio da solista per il biopic su Mark Kerr. The Smashing Machine (2025) offre un ritratto del leggendario campione di lotta libera, MMA e Vale Tudo, interpretato da Dwayne “The Rock” Johnson. Non si sottrae dal racconto dei lati oscuri e delle fragilità del mito, e secondo le prime recensioni la prova affrontata dall’attore, affiancato da Emily Blunt, è stata molto intensa, tanto da far parlare persino di una possibile candidatura agli Oscar. Imperdibile per gli appassionati di pellicole a sfondo sportivo, con qualche tinta oscura, che potrebbe ricordare The Fighter (2010) con Mark Wahlberg e Christian Bale.

    À pied d'œuvre (2025)

    Il premio per la miglior sceneggiatura a Valérie Donzelli e Gilles Marchand. Descritto dalla stessa Donzelli come “il ritratto di un uomo che si lascia alle spalle una vita agiata per dedicarsi alla scrittura, scivolando infine nella precarietà”, À pied d’œuvre (2025) è una pellicola consigliata agli amanti dei film d’autore, a chi è alla ricerca di un racconto più intimo, in questo caso che rifletta sulle difficoltà di intraprendere una carriera artistica e dell’odierno mercato del lavoro. C’è una storia vera dietro, tratta da un romanzo autobiografico, che restituisce in un’ora e mezza il senso di inadeguatezza di chi prova a vivere inseguendo i propri sogni, con estremo realismo.

    Bugonia (2025)

    Due uomini con l’ossessione per le cospirazioni rapiscono la CEO di una grande multinazionale, convinti che si tratti di un’aliena intenzionata a distruggere la terra. Remake del film sudcoreano Save the Green Planet!, Bugonia (2025) ha segnato il ritorno al Lido di Yorgos Lanthimos, accompagnato dalla sua attrice-musa, Emma Stone (dopo La favorita (2018), Povere creature! (2023) e Kinds of Kindness (2024) i due sono alla quarta collaborazione). Consigliato agli appassionati del regista greco, ma soprattutto a chi è alla ricerca di un film tra commedia nera, a tratti grottesca, e thriller in grado di raccontare in maniera graffiante il dilagante complottismo dei nostri tempi.

    A House of Dynamite (2025)

    Kathryn Bigelow è tra gli altri grandi ritorni al Lido. Nonostante non sia riuscita a portare a casa alcun premio, ha regalato al pubblico veneziano un film molto interessante, e soprattutto terribilmente attuale. A House of Dynamite (2025) ruota attorno a un missile di provenienza ignota che sta per abbattersi sugli Stati Uniti, e seguiamo le decisioni della Casa Bianca in merito a come reagire di fronte a una minaccia di tale portata. Da non perdere se si è alla ricerca di un thriller ad alta tensione, che non esita ad affrontare un tema terribilmente contemporaneo come la paura legata alla minaccia nucleare.

    No Other Choice – Non c’è altra scelta (2025)

    Dopo La donna del mistero (2022), il ritorno del maestro Park Chan-Wook. Il cineasta racconta la storia di Yoo Man-soo, interpretato da Lee Byung Hun, celebre per Squid Game (2021-2025), un uomo che viene improvvisamente licenziato dalla cartiera per cui ha lavorato per oltre venticinque anni. Passato qualche tempo, essendo ancora disoccupato, escogita un singolare piano per assicurarsi un nuovo impiego: eliminare (letteralmente) la concorrenza. Una black comedy, ma soprattutto una spietata riflessione sul mondo del lavoro. Probabilmente sarà apprezzato dai fan di Parasite (2018), dunque per la capacità del regista di raccontare un altro tipo di conflitto sociale facendo ricorso a più registri, spaziando da momenti di umorismo a scene molto violente.

    Frankenstein (2025)

    Frankenstein (2025) non è l’ennesimo riadattamento. Stavolta è Guillermo Del Toro a rileggere il romanzo di Mary Shelley, e nel farlo si è avvalso di due ottimi interpreti per i ruoli principali, Oscar Isaac come Victor Frankenstein e Jacob Elordi come la Creatura. Secondo le prime impressioni, la pellicola presentata in concorso è realizzata con estrema cura sul piano visivo e tecnico, ma esplicita anche l’approccio cercato dall’autore a farne un racconto pieno di umanità. Se amate il cinema di Del Toro, da Il labirinto del fauno (2006) a La forma dell’acqua - The Shape of Water (2017), e siete interessati a una trasposizione “fresca” del libro di Shelley, non potrete sottrarvi dal dare una possibilità al suo Frankenstein, che ha rincorso per anni e anni.

    Il mago del Cremlino (2025)

    L’ascesa di Vladimir Putin vista da Vadim Baranov, il fittizio “regista” della sua immagine da zar. Tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Il mago del Cremlino (2025) è stato presentato fuori concorso, finendo per essere acclamato da pubblico e critica. È stata elogiata l’interpretazione di Jude Law, definito un “impressionante” Putin, ma anche il lavoro del vero protagonista, il braccio destro dello zar interpretato da Dano. Con la sceneggiatura a firma dello stesso regista con il pluripremiato scrittore Emmanuel Carrère, il film di Olivier Assayas è consigliato agli appassionati di thriller che mischiano storia e intrighi di potere e soprattutto per chi volesse avere uno sguardo sulla Russia a partire dalla scomparsa dell’URSS fino ai nostri giorni.

  • Stereotipi ridicoli (ma iconici) che continuiamo a vedere nei film horror

    Stereotipi ridicoli (ma iconici) che continuiamo a vedere nei film horror

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Parte del divertimento dell’horror è proprio questo: sapere già cosa succederà e comunque urlare allo schermo “NO, NON FARLO!”. Alcuni tropi narrativi sono talmente radicati che fanno quasi parte del contratto con il pubblico: ci aspettiamo che i personaggi facciano scelte assurde, che l’assassino torni dall’oltretomba, che i cellulari muoiano al momento sbagliato.

    Eppure, per quanto siano ridicoli, sono anche rassicuranti: sono il linguaggio condiviso del genere. Qui raccogliamo alcuni stereotipi horror ancora diffusissimi (chiamati "trope" in inglese), spiegando perché funzionano o perché non dovrebbero più, e indicando film che li incarnano alla perfezione. Ogni voce è una mini-recensione: così puoi decidere subito se è il tipo di paura (e di stupidità) che fa per te.

    1. Separarsi senza una buona ragione

    Il gruppo è in pericolo, il killer è lì fuori… quindi la decisione logica è: “Dividiamoci!”. È uno dei tropi più presi in giro di sempre, ma anche uno dei più utili per i registi: separare i personaggi permette di isolarli, farli morire uno alla volta e creare tensione a pacchetti. Quella casa nel bosco (2012) lo usa e lo smonta in modo geniale: il film parte come il classico “ragazzi in una baita” e poi rivela che i loro comportamenti stupidi – inclusa la scelta di dividersi – sono letteralmente manipolati da una cabina di controllo che orchestra i cliché dell’horror. 

    Da vedere se ti piacciono gli horror meta alla Scream (1996) e vuoi ridere proprio delle convenzioni che ami. Il pubblico ideale è chi conosce il genere abbastanza da cogliere le citazioni, ma ha ancora voglia di saltare sulla sedia quando le cose vanno (di nuovo) malissimo.

    2. Fluidi misteriosi? Tocchiamoli, annusiamoli, magari assaggiamoli

    Altro grande classico: personaggi addestrati, magari scienziati, trovano sostanze sconosciute, viscide, magari aliene. E la loro prima reazione è… infilarci le mani, avvicinarsi con la faccia, portarsele in laboratorio senza nessuna precauzione. In Prometheus (2012) il famigerato “black goo” è un concentrato di questo tropo: liquido nero di origine ignota, capace di dissolvere e ricombinare la materia vivente, usato con una leggerezza quasi suicida da androidi e umani. 

    Il film mescola fantascienza e body horror, ma molti spettatori ricordano soprattutto la frustrazione di vedere personaggi super qualificati fare scelte da “primo giorno al campeggio horror”. È consigliato a chi ama la saga di Alien (1979) e vuole un prequel più filosofico (e caotico), e a chi si diverte a urlare “non toccarlo!” sapendo benissimo che lo faranno.

    3. Nessuno ti crede: forze dell’ordine e adulti irrealisticamente scettici

    Altro trope-pilastro: il/la protagonista racconta ciò che sta succedendo – mostri, stalker sovrannaturali, case infestate – e nessun adulto o poliziotto lo prende sul serio. In A Nightmare on Elm Street (1984), Nancy prova ripetutamente ad avvertire genitori e polizia che qualcuno sta uccidendo i ragazzi nei sogni, ma viene trattata come isterica o disturbata; suo padre, che è un poliziotto, arriva sempre tardi, minimizza o la blocca “per proteggerla”, costringendola a cavarsela da sola. 

    Questo tropo è talmente diffuso da essere considerato uno dei più abusati in assoluto dai fan dell’horror, ma funziona perché aumenta la sensazione di isolamento e impotenza. Il film è imperdibile per chi ama gli slashers anni ’80 e le “final girl” intelligenti, ed è perfetto per chi vuole un horror dove la vera paura è anche non essere creduti da chi dovrebbe proteggerci.

    4. Il killer torna per un ultimo spavento

    Se pensi che il film sia finito… non è finito. Il “final scare” è uno dei tropi più longevi: il mostro o l’assassino apparentemente sconfitto che torna per un’ultima inquadratura, spesso sotto forma di jumpscare. In Halloween (1978), dopo lo scontro finale, il corpo di Michael Myers scompare, lasciando lo spettatore con il dubbio che sia ancora vivo e ovunque. 

    In Carrie, la scena del cimitero con la mano che sbuca dalla tomba è talmente famosa da essere ancora oggi citata come uno dei finali più spaventosi in assoluto, e ha ispirato altri horror come Venerdì 13 (1980) a chiudere con un colpo di coda simile. Questi film sono perfetti per chi ama l’horror classico anni ’70 e ’80 e vuole capire da dove arriva quella sensazione di “non è mai davvero finita” che ancora oggi chiude tantissime saghe.

    5. Nessun segnale, batteria scarica: il complotto contro i cellulari

    Da quando esistono gli smartphone, l’horror ha dovuto trovare continuamente scuse per toglierli di mezzo: niente campo, batteria al 2% proprio quando serve, telefoni rotti o rubati, zone misteriose dove la tecnologia smette di funzionare. Il trope è talmente diffuso da avere un nome tutto suo, “Cell Phones Are Useless”: i telefoni vengono persi, si scaricano o diventano improvvisamente inservibili, come eredi moderni del vecchio “hanno tagliato i fili del telefono”. 

    Un esempio perfetto è The Descent (2005): un gruppo di amiche si avventura in una grotta inesplorata, dove ovviamente non c’è traccia di segnale. L’ambientazione sotterranea rende credibile l’assenza di tecnologia, ma di fatto serve a incastrare le protagoniste in un incubo senza vie di fuga, tra crolli, claustrofobia e creature che si muovono al buio meglio di loro. È uno di quei casi in cui l’escamotage “niente telefono” non è solo una scorciatoia, ma diventa parte integrante della tensione. Consigliato se ami i survival horror duri e puri, con pochissime vie d’uscita e un crescendo di panico fisico. Pubblico ideale: chi non soffre troppo di claustrofobia… o vuole scoprire di soffrirne guardando il film.

    6. Restare nella casa infestata (quando chiunque di noi se ne andrebbe)

    Altro grande classico: la casa è chiaramente maledetta, succedono cose orribili, ma la famiglia resta. In The Conjuring (2013), i Perron si trasferiscono in un casale del Rhode Island e iniziano a subire fenomeni sempre più violenti: odori inspiegabili, rumori, apparizioni, possedimenti. Eppure la fuga non è un’opzione immediata, perché gli spiriti si “attaccano” alla famiglia e non solo al luogo, complicando la via di uscita. 

    Da un lato, è un trope un po’ ridicolo (“mettete in vendita e via”); dall’altro, riflette problemi reali: mutui, povertà, mancanza di alternative. Qui l’horror funziona anche come metafora delle situazioni tossiche da cui è difficile andarsene. The Conjuring è consigliato a chi ama i ghost movie classici e le storie “alla vecchia scuola”, con lento crescendo di tensione e un forte elemento famigliare.

    7. La porta che non deve essere aperta (e, invece, puntualmente…)

    Se c’è una cosa che l’horror ci ha insegnato è questa: se ti dicono di non aprire una porta, quella è ESATTAMENTE la porta che verrà aperta. È un tropo semplicissimo ma potentissimo: una soglia proibita, una regola chiara (“non scendere in cantina”, “non varcare quella stanza”, “non oltrepassare quella porta”), e qualcuno che la infrange per curiosità, arroganza o pura stupidità.

    Nel classico Non aprite quella porta (1974), il titolo italiano è praticamente un tutorial anti-horror che i personaggi ignorano in ogni modo possibile: esplorano case sconosciute, entrano dove non dovrebbero, varcano soglie che li portano dritti nelle braccia di Leatherface e famiglia. L’orrore scatta proprio nel momento in cui capiamo che quella porta non è solo un oggetto fisico, ma il confine tra “siamo ancora in tempo per andarcene” e “ormai è troppo tardi”.

    Un’altra variante iconica è La Casa (1981): la botola della cantina che non andrebbe mai sollevata, sigilli misteriosi, libro maledetto… e ovviamente qualcuno decide di leggere ad alta voce l’incantesimo proibito. Qui la porta non è solo un limite, è un invito: l’horror vive del desiderio (nostro e dei personaggi) di vedere cosa c’è dall’altra parte, anche sapendo che ci farà malissimo. Questo trope è perfetto per chi ama l’horror “da rito” – quello in cui sai che la porta verrà aperta e ti gusti ogni secondo che porta a quel gesto inevitabile. Ideale anche per chi apprezza metafore più sottili: ogni porta proibita è, in fondo, una scelta sbagliata a cui non si può più rimediare.

    8. Correre, inciampare, cadere (sempre al momento peggiore)

    La scena è sempre quella: protagonista che corre nel bosco o in un corridoio, panico totale, e poi… trip! cade rovinosamente, si incastra in un ramo, si sloga qualcosa. È diventato talmente riconoscibile da essere spesso citato come uno dei cliché più odiati, legato all’immagine della “bionda che inciampa mentre scappa dal killer”. 

    Per quanto sia facile prenderlo in giro, il trope ha una base realistica (chi non inciamperebbe correndo al buio in un bosco pieno di radici?) ma viene usato così tanto da sembrare un obbligo contrattuale. Lo trovi in infiniti slasher anni ’80 e ’90, e viene parodiato apertamente in saghe come Scary Movie (2000). È ideale per chi ama gli horror “da popcorn”, dove metà del piacere sta nel criticare le decisioni dei personaggi… mentre in realtà faremmo probabilmente lo stesso.

    9. Il mostro che cammina lentamente ma ti raggiunge lo stesso

    Altro trope amatissimo: la creatura non corre mai, ma è inarrestabile. Michael Myers in Halloween è l’esempio perfetto: cammina con passo regolare, quasi annoiato, eppure raggiunge vittime che scappano urlando. 

    In It Follows (2015), l’entità che perseguita i protagonisti li tallona a passo lento ovunque vadano: è “molto lenta, ma non stupida”, e non si ferma mai, trasformando una camminata in un incubo senza fine. È un tropo che sembra ridicolo (“basta camminare più veloce!”) ma in realtà tocca paure profondissime: la minaccia costante, l’ansia che prima o poi qualcosa ci raggiungerà comunque. Questi film sono perfetti per chi preferisce un horror più atmosferico, dove il terrore nasce dal tempo che passa e dalla consapevolezza che non puoi correre per sempre.

    10. La “final girl” forte… ma nessuno la ascolta finché non è troppo tardi

    Non è un singolo stereotipo, ma un pacchetto: spesso la protagonista è l’unica davvero lucida della situazione, quella che capisce per prima che qualcosa non va, eppure viene sistematicamente ignorata finché non è troppo tardi. È la “final girl”: l’ultima rimasta in vita che affronta il killer (o l’intera famiglia assassina), spesso dopo che le sue intuizioni sono state liquidate come paranoia, isteria o esagerazione.

    In Finché morte non ci separi (2019), Grace entra in una famiglia ricchissima che la accoglie con un “gioco tradizionale”: una notte di nascondino che si rivela un rituale di caccia umana. Il film è apertamente satirico, ma il meccanismo è chiarissimo: lei fiuta subito che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’intera situazione, viene gaslightata e ridicolizzata, finché non deve cavarsela da sola, sporca di sangue e devastata, mentre gli altri continuano a negare la realtà fino all’ultimo.

    In You’re Next (2013), Erin è l’unica a prendere sul serio l’attacco alla casa di famiglia e a reagire in modo sensato, ma viene guardata con sospetto, trattata come “esagerata”, finché le sue strategie non diventano l’unica cosa che tiene in vita chi è rimasto. Anche qui, il tropo è doppio: da un lato l’ennesima final girl che nessuno ascolta finché non c’è più scelta, dall’altro una messa in discussione molto ironica dell’idea di “ragazza indifesa” dell’horror classico.

  • I 10 migliori Babbo Natale nei film: la nostra classifica

    I 10 migliori Babbo Natale nei film: la nostra classifica

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Le vacanze sono alle porte, cambiano i palinsesti (in TV, in streaming, al cinema), e per le prossime settimane gli schermi saranno invasi da orde di Babbi Natale, letteralmente. Ce ne sarà per tutti i gusti, per tutte le età, generazioni di Santa Claus si alterneranno fino al 25 dicembre, per una vera abbuffata natalizia. Versioni classiche, ovviamente, ma anche ritratti umanizzati, altri più cinici, fino a Babbi ultra muscolosi, persino horror. 

    Ma non vi preoccupate, per orientarsi in questo vortice di giacche rosse e barbe bianche, e per evitare di vederci doppio dopo le abbuffate, abbiamo creato per voi una guida, ripercorrendo le “migliori” versioni di Santa Claus, dalle più assurde fino a quelle più tradizionali. Buone visione e… buone feste!

    10. Art the Clown travestito da Babbo Natale in “Terrifier 3” (2024)

    Partiamo dall'estremo opposto del "vero" Babbo Natale. In Terrifier 3 (2024) Art the Clown ruba il costume a un Santa da centro commerciale e lo usa per trasformare la Vigilia in un incubo splatter. Nessuna letterina o fioretti per l’anno nuovo, ma scene da accapponare la pelle e un Natale ridotto a scenario di pura violenza. È l'esatto contrario del comfort viewing tipico delle feste, in cui il dolce vecchietto con la barba bianca viene ritratto in versione killer, ispirata da una tradizione di film horror natalizi che parte da Natale di sangue (1984). Un titolo decisamente per cuori forti, tra costumi e lucine imbrattati di sangue, con il clown Art travestito da Babbo Natale come protagonista assoluto di un incubo al pan di zenzero. È una scelta adatta solo a chi vive il Natale come stagione per recuperare slasher e gore, più che per rivedere Love Actually (2003). Se cercate calore e cioccolata calda, fossi in voi andrei altrove.

    9. Il Babbo Natale sepolto nel ghiaccio in “Trasporto eccezionale, un racconto di Natale” (2010)

    In Trasporto Eccezionale (2010) il mito di Babbo Natale viene ribaltato completamente alla radice: nel nord della Finlandia un gruppo di scavatori trova una misteriosa creatura sepolta nel ghiaccio che sembra essere la versione “originale”, arcaica e decisamente più inquietante di Santa Claus. Un’idea decisamente sui generis, con un Santa Claus che sembra arrivare da leggende folkloristiche, più a un uomo delle nevi che a un nonno bonario. Il film sta esattamente a metà tra fiaba nera e l’horror, anche se con qualche tocco humor, seppur questo film si prenda meno sul serio rispetto ai titoli simili. Il Babbo Natale di Rare Exports quasi non parla, è una presenza, un'idea, un peso che incombe sul villaggio e sui bambini protagonisti del film. Proprio per questo rimane uno dei babbi più memorabili, perché rappresenta appieno il lato oscuro di Santa, quasi fosse un demone antico che punisce, ma zero regali. Perfetto per chi vuole un Natale un po' perverso e folkloristico, lontano anni luce dalle atmosfere ultra-natalizie di film come L’amore non va in vacanza (2006).

    8. Il Babbo Natale di Tim Allen in “The Santa Clause” (1994) e sequel

    Tim Allen è uno dei volti che più hanno definito Babbo Natale negli anni Novanta. In The Santa Clause (1994) interpreta un padre divorziato che, quasi per caso, si ritrova costretto a prendere il posto di Santa Claus dopo un incidente sul tetto. L'idea è semplice ma efficace, un classicone delle feste: raccontare la trasformazione di un uomo cinico in Babbo Natale, con tanto di barba che cresce da sola, un guardaroba improvvisamente rosso e chili che compaiono anche senza cenone. Questo è uno dei Santa più famosi dei film natalizi, ma che ancora oggi riesce a toccare temi delicati, come il rapporto genitori-figli e le difficoltà di diventare adulti (anche se tardi). È un Babbo Natale perfetto per chi è cresciuto con i family movie Disney degli anni Novanta e ancora oggi cerca quell'equilibrio tra cinismo leggero e buoni sentimenti. Non rivoluziona il mito, ma lo rende vicino, quasi domestico.

    7. Jack Skeletron in “Nightmare Before Christmas” (1993)

    Una delle riletture più geniali che siano mai state fatte del mito di Babbo Natale, con il re del mondo Halloween che decide di prendere le redini della slitta, più per esperimento che per per vocazione. Che cos’è il Natale? Canta Jack Skeletron (Skellington in inglese) nella colonna sonora strepitosa di Nightmare Before Christmas (1993). Qui siamo davanti a uno dei personaggi natalizi più iconici del cinema, tassello fondamentale dell’immaginario gotico creato da Tim Burton, soprattutto in Edward mani di forbici (1990), da cui Jack riprende la malinconia e il bisogno di trovare un proprio posto altrove. Una fiaba da albero di natale? Non proprio, ma non per questo inadatto a una visione in famiglia, anche se i più piccoli potrebbero spaventarsi con qualche personaggio, soprattutto sul finale. Consigliatissimo per un rewatch “da brividi” durante le feste.

    6. Il Babbo Natale rock di Kurt Russell in “Qualcuno salvi il Natale” (2018)

    Kurt Russell porta in Qualcuno salvi il Natale (2018) una versione "rock" di Babbo Natale. Cappotto rosso sì, ma look curato, sguardo alla Clint Eastwood e movenze da star anni Ottanta, il tutto con grandissime dosi d’azione. È un Santa che guida il suo slittino come se fosse una Mustang, in una scena organizza addirittura una jam session insieme a dei carcerati. L’attore si diverte, e si vede. Questa versione di Babbo Natale funziona perché non cerca di cancellare l'immagine classica, ma la aggiorna. Il film, infatti, racconta di un Babbo Natale consapevole della propria fama, un po' infastidito dai luoghi comuni che lo circondano, ma ancora legato all'idea di portare meraviglia ai bambini. Qualcuno salvi il Natale è il film giusto per chi ama i film di Natale contemporanei, con un ritmo e un'estetica freschi. Se pensate che Santa Claus sia la vera rockstar delle feste, questa è la versione che fa per voi.

    5. La versione action di David Harbour in “Una notte violenta e silenziosa” (2022)

    In Una notte violenta e silenziosa (2022) David Harbour interpreta uno dei Babbo Natale più sorprendenti degli ultimi anni: stanco, disilluso, con un passato da guerriero vichingo e una certa inclinazione a usare mazza e martello quando i cattivi minacciano di rovinare il giorno di Natale. È come se qualcuno avesse preso Die Hard (1988) e Mamma, ho perso l'aereo (1990) e li avesse shakerati dentro il costume rosso. Quello che potrebbe essere solo una gag lunga un film diventa invece un personaggio vero. Harbour gioca continuamente sul contrasto tra la figura iconica e l'uomo logoro che c'è sotto, uno che non crede più molto né in sé stesso né negli esseri umani, ma che in una notte è costretto a ricordarsi quale sia il proprio mestiere. Violent Night è perfetto per chi vuole un Natale d'azione, pieno di splatter e di cinismo (seppur romantico). Non è certo la scelta ideale per una serata con bambini più piccoli, ma potrebbe diventare il nuovo cult delle feste per chi è cresciuto con i film d'azione di fine anni Ottanta.

    4. Il Babbo Alcolizzato di Billy Bob Thornton in “Babbo Bastardo” (2003)

    Babbo Bastardo (2003) è la versione più tossica, disperata e insieme irresistibile di Babbo Natale. Billy Bob Thornton interpreta un ladro alcolizzato che lavora come Santa Claus nei centri commerciali solo per poter svaligiare i negozi a fine giornata. Il film è una demolizione sistematica dell'idea che “a Natale si è tutti più buoni”, fatta di dialoghi taglienti e politicamente scorretti. Thornton porta in scena un uomo alla deriva, ma che sotto la facciata da “brutto e cattivo” conserva accesa la luce del Natale, seppur sfocata. È un Babbo Natale per chi non ne può più di essere ingozzato di zucchero a velo, ma che non ha paura di trovare, sotto gli strati di cinismo del protagonista, un barlume di affetto. Se amate le commedie nere e volete un anti-Christmas movie da recuperare, questo Santa Claus è un punto di passaggio obbligato.

    3. Il Babbo Natale più umano di Ed Asner in “Elf” (2003)

    Spesso si sottovaluta quanto Babbo Natale sia in Elf (2003) un personaggio fondamentale. Nonostante in questo film possa sembrare paradossalmente un personaggio “laterale”,  Ed Asner riesce a dargli uno dei volti “più umani” che si potessero immaginare, un Babbo Natale anziano e stanco, ma allo stesso tempo conscio dell’importanza fondamentale del proprio lavoro. Nonostante infatti il protagonista del film qui sia Buddy (interpretato da Will Ferrell) Santa Claus rimane l’asse portante attorno a cui gira la trama, la ragione da cui parte la missione  dell’elfo “fuori misura" nel mondo degli umani per risolvere una crisi di fede natalizia. Quella di Aner è una una prova fatta di sfumature, che non alza mai i toni, non cerca gag facili. Nonostante l’attore abbia interpretato Babbo Natale in altri sette film, qui costruisce un ritratto reale, più vicino al nonno che al mito, controparte alla comicità “oltre” di Ferrell. Il suo Santa dona a questo film un lato romantico e delicato, è quasi un dettaglio, ma decisivo per dare a Elf una profondità altrimenti assente. È il Babbo Natale ideale per chi ama i Christmas movie più classici ma vuole un tocco di ironia contemporanea, un ponte tra la tradizione e la generazione cresciuta con le commedie dei primi anni Duemila.

    2. Il tradizionale Babbo Natale di Edmund Gwenn in “Il miracolo della 34a strada” (1947)

    Edmund Gwenn è il Babbo Natale che ha fissato lo standard per tutti gli altri. In Il miracolo della 34a strada (1947)  interpreta Kris Kringle, un anziano assunto per impersonare Santa alla parata dei magazzini Macy's, che tuttavia insiste nel dire di essere davvero lui. Il film gioca fino in fondo su questa ambiguità, portando la questione in tribunale in uno dei processi più surreali della storia del cinema, ma il cuore resta la sua interpretazione. Gwenn costruisce un Santa pieno di gentilezza, ironia e un pizzico di malinconia. Non è mai stucchevole, mai troppo "dolce", ma emana una calma e una sicurezza che spiegano perché i bambini si fidino di lui senza esitare. È la versione del personaggio più vicina alla tradizione, un classico in bianco e nero che oggi potrebbe risultare forse un po’ stereotipato, ma se volete riscoprire le “vere” origini di Babbo Natale come lo conosciamo oggi, è qui che dovete andare.

    1. L'iconico Babbo Natale di Richard Attenborough in “Miracolo nella 34a strada” (1994)

    Se Edmund Gwenn è il modello originale, Richard Attenborough è la versione ripensata per il pubblico contemporaneo. Nel remake del 1994 di Miracolo nella 34a strada l’attore prende il ruolo di Kris Kringle e lo aggiorna senza tradirlo. Il suo Babbo Natale è caldo, sorridente, ma attraversato da una malinconia sottile che emerge nei momenti in cui il mondo smette di credere in lui. Rispetto all’originale, Attenborough porta il personaggio su una dimensione più teatrale, con un Babbo meno stereotipato ma che meglio interpreta i momenti di tristezza che percorrono la trama. Grazie alla sua performance, il film riesce a dare un piglio nuovo a uno dei Christmas movie più famosi di sempre, pur mantenendo intatto il nucleo originale. Questa versione di Santa si prende il primo posto, proprio per come riesce a rimanere in perfetto equilibrio tra tradizione e modernità, perfetta per chi cerca un gusto retrò ma senza pennichella dopo il cenone.

  • Non sai da dove iniziare con “Jujutsu Kaisen”? Ecco l’ordine perfetto!

    Non sai da dove iniziare con “Jujutsu Kaisen”? Ecco l’ordine perfetto!

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Con Jujutsu Kaisen: Esecuzione (2025) al cinema a dicembre – film compilation che riassume il devastante Shibuya Incident della seconda stagione e mostra in anteprima i primi episodi della stagione 3 – l’universo di Jujutsu Kaisen (2020 – in corso) è ufficialmente entrato nella sua “fase 2”. E dall’8 gennaio 2026 arriverà su Crunchyroll ufficialmente anche la terza stagione, dedicata all’arco del Culling Game, uno dei più attesi del manga.

    Risultato: perfetto per i fan, un incubo per chi vuole recuperare tutto adesso. Tra stagioni, prequel, flashback e film compilation, capire da dove cominciare non è più così immediato. La buona notizia è che, rispetto ad altri battle shonen infiniti, Jujutsu Kaisen è ancora “gestibile”: poche stagioni, zero filler dichiarati, una struttura chiara… se sai in che ordine muoverti. 

    Qui sotto trovi l’ordine di visione consigliato per Jujutsu Kaisen: ideale per chi parte da zero dopo aver sentito parlare dei film, ma anche per chi è fermo alla prima stagione e vuole arrivare pronto a Esecuzione e al Culling Game.

    Come vedere "Jujutsu Kaisen" in ordine di uscita

    Se sei un fan della visione cronologica per uscita, che ti permette anche di lasciarti sorprendere da alcuni retroscena che – con i loro tempi – spiegano il perché di alcune scelte, allora l’ordine consigliato è questo:

    1. Jujutsu Kaisen – Stagione 1 (2020 – 2021)

    Perché partire da qui? Perché è pensata proprio come porta d’ingresso al mondo di JJK. In 24 episodi conosci Yuji Itadori, Sukuna, Gojo, Megumi, Nobara, la Scuola di Arti Occulte di Tokyo e le regole base delle maledizioni. È l’arco “classico” da shonen: club scolastico, primo trauma, allenamenti, torneo (l’evento di scambio con Kyoto), nemesi che si affacciano sullo sfondo. 

    A livello di ritmo, la S1 è ancora relativamente “umana”: tanta azione ma anche episodi scolastici, humor, momenti di respiro. Perfetta per capire se il tono dark & weird di JJK fa per te senza essere subito travolto dal caos (e traumi) di Shibuya. Le guide sul watch order tendono tutte a partire da qui, anche quando parlano di cronologia, proprio perché è pensata per i neofiti. Sebbene, indubbiamente, sia poi l’arco meno accattivante di tutto l’anime. 

    2. Jujutsu Kaisen 0 (film, 2021)

    Una volta entrato nel mood, il passo successivo è Jujutsu Kaisen 0, film prequel che racconta la storia di Yuta Okkotsu (originariamente il vero protagonista del manga di Gege Akutami) e della maledizione Rika. Ufficialmente si svolge prima della serie, ma la maggior parte delle guide consiglia di vederlo dopo la Stagione 1, e aveva anche una release successiva rispetto all’anime. 

    Perché dopo? Perché così riconosci nomi e facce (Gojo, Geto, Panda, Maki…) e capisci meglio perché tutti parlano di Yuta come di una leggenda vivente. In più, certe rivelazioni sul rapporto tra Gojo e Geto risuonano meglio – e destano molto più curiosità alimentando la sensazione che sotto deve esserci molto, ma molto di più –  se hai già visto il Geto “attuale” nella serie. Possiamo dire che la valanga emotiva funziona di più seguendo l’ordine di uscita, rispetto a quello “storico”. 

    3. Jujutsu Kaisen – Stagione 2, arco Hidden Inventory / Premature Death (episodi 25–29, 2023)

    Ora che conosci il presente, si torna nel passato. I primi 5 episodi della Stagione 2 adattano l’arco Hidden Inventory / Premature Death, dedicato a Gojo e Geto studenti: è il flashback che ti fa vedere com’erano quando erano migliori amici e come sono arrivati a diventare ciò che sono nella linea temporale principale. 

    Qui JJK alza tantissimo il livello emotivo: l’arco è breve ma devastante, sicuramente quello dal carico emotivo più alto, sviluppandosi in quella che potremmo definire un vero e proprio roller coster sentimentale. Inoltre, come spesso accade, le versione giovani dei personaggi adulti (Gojo, Geto e Shoko), perfettamente speculari ai protagonisti del presente (Yugi, Megumi e Nobara), sanno sempre essere più accattivanti e interessanti. Del loro passato, dei momenti “slice of life”, non se ne avrebbe mai abbastanza. 

    Molte letture dicono apertamente che è “la chiave” per capire tutta la serie, in modo particolare i suoi temi cardine. Vedendolo dopo S1 e dopo il film 0, la caduta di Geto e la stanchezza di Gojo hanno un peso enorme, perché hai già visto le conseguenze future e puoi collegare i puntini. In alternativa al rewatch, esiste anche una compilation cinematografica di questi episodi, Jujutsu Kaisen: Hidden Inventory / Premature Death – The Movie (2025), pensata come recap elegante prima di Culling Game. È un’aggiunta carina, ma non fondamentale se hai già visto gli episodi. 

    4. Jujutsu Kaisen – Stagione 2, arco Shibuya Incident (episodi 30–47, 2023)

    Una volta chiuso il flashback, puoi lanciarti nell’arco che ha trasformato JJK in “una delle serie più importanti degli ultimi cinque anni”, per citare la maggior parte degli anime addicted ed addetti ai lavori: lo Shibuya Incident. È il cuore della Stagione 2, dall’episodio 30 al 47, ed è un’unica, lunghissima ed estenuante notte di Halloween in cui tutti i personaggi importanti sono in campo, Gojo viene preso di mira e la storia cambia per sempre. 

    Qui è vietato saltare anche un solo episodio, ma siamo sicuri che non lo fareste neanche sotto tortura. Shibuya è pura escalation: piani multipli, alleanze provvisorie, morti dolorose, colpi di scena legati a Geto/Kenjaku, e un senso di “non si torna indietro” che rende la visione pesante ma irresistibile. Per arrivare pronti a Esecuzione e alla Stagione 3, questo arco è obbligatorio: il film compilation riprende proprio questi eventi, e il Culling Game è costruito letteralmente sulle macerie di Shibuya. Se sei in ritardo, il consiglio è di prenderti il tempo per vederlo bene, senza trattarlo come un semplice recap da skippare.

    5. Jujutsu Kaisen: Esecuzione (film compilation, 2025)

    Ed eccoci al pezzo del momento: Jujutsu Kaisen: Esecuzione. È un film compilation che riassume il Shibuya Incident e include i primi due episodi del Culling Game (Stagione 3, Parte 1). In pratica, è un ponte tra la seconda e terza stagione: ripassa il disastro di Shibuya su grande schermo e ti fa sbirciare l’inizio del nuovo arco. 

    Sicuramente non è adatto ai novizi: dà per scontato che tu sappia chi è chi e cosa è successo finora. Per questo, non lo consigliamo a chi è completamente a digiuno. Perfetto, invece, per chi vuole rinfrescarsi la memoria e vivere l’avvio del Culling Game in sala, con animazione e audio potenziati. 

    6. Jujutsu Kaisen – Stagione 3 (Culling Game, dal 2026)

    Ultimo step, quello verso cui tutto sta convergendo: la Stagione 3 di Jujutsu Kaisen, che adatterà il mastodontico arco del Culling Game. L’uscita è fissata per l’8 gennaio 2026 su Crunchyroll, e la stagione è descritta come un “battle royale di stregoni” disseminato in dieci colonie in tutta il Giappone. 

    Narrativamente, il Culling Game è costruito come la conseguenza diretta del caos di Shibuya e delle mosse di Kenjaku: Yuuji, Megumi, Yuta, Hakari, Maki e molti altri vengono spinti dentro un gioco di sopravvivenza con regole crudeli e margini di fuga ridottissimi. Chi ha letto il manga lo considera uno degli archi più intensi e controversi, con morti pesanti, redesign drastici e tantissima worldbuilding sugli stregoni e demoni. 

    Come vedere "Jujutsu Kaisen" in ordine cronologico degli eventi

    Se, invece, preferisci la cronologia per eventi, dando un senso più logico a ciò che caratterizza lo sviluppo drammaturgico di questo anime, allora potresti guardarlo in questo modo:

    1. Jujutsu Kaisen – Stagione 2, arco Hidden Inventory / Premature Death (episodi 25–29)
    2. Jujutsu Kaisen 0 (film)
    3. Jujutsu Kaisen – Stagione 1 (episodi 1–24)
    4. Jujutsu Kaisen – Stagione 2, arco Shibuya Incident (episodi 30–47)
    5. Jujutsu Kaisen – Stagione 3 (Culling Game)

    Qualunque sia l'ordine scelto: buona visione! Qui sotto, trovi la lista completa di tutti i titoli.

  • “Avatar”: 10 dettagli che non sapevi sulla saga (che la rendono ancora più affascinante)

    “Avatar”: 10 dettagli che non sapevi sulla saga (che la rendono ancora più affascinante)

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    È dal 2009 che il franchise di Avatar continua a sbalordire gli spettatori con la sua epopea ecologica. Dopo l’uscita di Avatar (2009), la saga di James Cameron ha fatto attendere i suoi fan più di dieci anni prima del sequel, l’acclamato Avatar - La via dell'acqua (2022). Nonostante il successo stratosferico dell’opera, alcune critiche sono state mosse alla creatura di Cameron, in primis un world-building non sviluppato a sufficienza.

    Per l’uscita del terzo capitolo della saga, Avatar - Fuoco e cenere (2025), vogliamo stimolare la vostra curiosità e mostrarvi che, in realtà, il mondo di Avatar è ricco di dettagli e segreti che lo rendono unico nel suo genere. Qui sotto trovate 10 elementi del franchise che forse non conoscevate e che vi faranno venire voglia di rivedere i primi due capitoli uno dietro l’altro.

    1. La lingua del popolo Na’vi è stata creata da zero

    Nonostante le differenze tra i diversi popoli presenti su Pandora, oltre alla loro connessione con Eywa c’è un altro elemento che li accomuna: la lingua Na’vi. Il modo di comunicare degli abitanti di Pandora è formato da 33 suoni che vanno a formare le parole dell’idioma. L’alfabeto della popolazione Na’vi si distingue da quello umano per la presenza di sette vocali  e 20 consonanti, oltre che quattro dittonghi e due suoni simili a una vocale. La gestazione della lingua Na’vi è avvenuta in due fasi. In primo luogo, Cameron ha creato di suo pugno 30 parole iniziali. La seconda fase ha alzato il livello produttivo con l’aiuto del professore di linguistica Paul Frommer. Il docente dell’Università della California Meridionale ha prodotto un totale di 1000 parole ispirate ai suoni e alle strutture delle prime 30.

    2. Molte creature di "Avatar" hanno sei zampe

    L’ecosistema di Pandora è ricco di animali che possiedono sei zampe. Può trattarsi di creature addomesticate dal popolo Na’vi come il Pa’li, la loro versione di cavallo. Al contrario, troviamo anche animali feroci e poco amichevoli come il Palulukan, il predatore numero uno della foresta pluviale, o il Nantang, l’equivalente di un lupo sul pianeta ricco di unobtainio. La struttura a sei zampe di questi animali non li aiuta solamente a muoversi con maggiore agilità e destrezza. Questa caratteristica è il frutto dell’evoluzione delle specie all’interno di Pandora. Infatti, tutte queste creature provengono da un antenato comune che possedeva proprio sei arti.

    3. I Tulkun sono una specie marina senziente

    La foresta pluviale non è l’unico ecosistema in cui si possono trovare animali dalle caratteristiche uniche. In Avatar - La via dell'acqua (2022), il paesaggio marino fa da padrone alle ambientazioni della storia. Tra le acque della barriera corallina dove vivono i Metkayina vive una creatura marina incredibile. I Tulkun sono l’equivalente delle nostre balene, anche se si distinguono dai cetacei per il fatto di essere senzienti. Con una storia ricca di sangue e cultura, i Tulkun sono diventati con il tempo una specie pacifica e creatrice di poemi e musica. Oltre a essere legati al popolo Metkayina con una connessione spirituale, contengono nel loro cervello la sostanza anti invecchiamento chiamata amrita.

    4. Gli alberi di Pandora che esplodono

    Oltre alla fauna immensa e multiforme che popola Pandora, il pianeta sotto attacco da parte della RDA è dotato anche di una flora impareggiabile e multicolore. Tra le impareggiabili piante che possiamo trovare sul pianeta ci sono due specie di alberi senza paragoni. Il Pxorna’ è caratterizzato da frutti molto particolari. Se agitati, i frutti esplodono cospargendo il terreno con una grande quantità di semi appiccicosi. Anche il Paymaut, l’albero fontana, è dotato di frutti che esplodono quando il loro contenuto liquido raggiunge la capienza massima. Dopo l’esplosione molti semi inondano le zone attigue continuando il processo di riproduzione del Paymaut.

    5. La caratteristica che fa fluttuare le Montagne Hallelujah

    Le montagne Hallelujah sono tra i paesaggi più mozzafiato che si possono ammirare su Pandora. Quando ci si trova di fronte a enormi porzioni di terreno che fluttuano nel cielo e che sono adornate da cascate, c’è poco da fare se non spalancare la bocca. Questa struttura rocciosa è ispirata all’area panoramica di Yuanjiajie, che si trova in Cina. L’iconicità delle montagne Hallelujah è tale che il governo cinese ha cambiato il nome di uno dei pilastri rocciosi che si trovano nell’area, rinominato Avatar Hallelujah Mountain. Oltre a questo dettaglio, alcuni spettatori potrebbero essersi persi il motivo per il quale le montagne fluttuano: è grazie a un campo magnetico creato dall’immenso deposito di unobtainio.

    6. Le Armature AMP sono il nostro futuro

    Il livello di fantascienza presente nel franchise di Avatar potrebbe farci pensare che il futuro raccontato dalla saga sia lontano anni luce dal nostro presente, proprio come la distanza di Pandora dalla Terra. Soprattutto se si considera quella macchina di morte chiamata AMP o Amplified Mobility Platform (Piattaforma di Mobilità Amplificata), le strutture esoscheletriche utilizzate dai militari sul Pianeta. Nonostante questo tipo di macchinari militari non sia ancora in esistenza, sono anni che gli eserciti più avanzati tecnologicamente sperimentano con esoscheletri più compatti che facilitano le operazioni dei soldati. Il futuro tanto lontano di Avatar potrebbe essere a un tiro di schioppo. Letteralmente.

    7. Un processo creativo lungo decenni

    Basterebbe conoscere la gestazione pluridecennale della saga per capire il livello di dedizione e dettagli di questa epopea sci-fi. Infatti, una prima bozza di Avatar (2009) risale alla metà degli anni ‘90, periodo in cui la tecnologia non rendeva possibile un sogno cinematico di tale portata. Con l’avanzamento della tecnica, il regista riuscì a rilasciare il primo capitolo solo nel 2009, 12 anni dopo il suo ultimo film Titanic (1997). Ne sono passati 13 prima del sequel, solamente perché il regista ha deciso di ingaggiare un team di sceneggiatori per scrivere tutti e quattro i capitoli successivi. Per farlo, gli sceneggiatori hanno potuto attingere da una modica quantità di note lasciate da Cameron, solamente 1500 pagine.

    8. Gli animali di "Avatar" fanno i versi dei dinosauri di "Jurassic Park"

    Vi ricordate il temibile Palulukan a sei zampe già trattato nel secondo paragrafo? Il protagonista Jake Sully (Sam Worthington) lo incontra nella sua prima spedizione nella foresta pluviale di Pandora. Oltre al suo aspetto a dir poco terrificante, ciò che farebbe paralizzare la maggior parte delle persone è il suono di morte che proviene dai suoi versi. Questo non ci sorprende perché il team di Avatar (2009) ha utilizzato i suoni strazianti dei T-rex presenti in Jurassic Park (1993). Se volevano risvegliare le nostre paure ancestrali con il Palulukan, ci sono riusciti. Non a caso il classico di Steven Spielberg ha vinto la statuetta d’oro per il miglior sonoro agli Oscar del 1994.

    9. James Horner ha inventato nuovi strumenti musicali per la colonna sonora

    Pandora non ha solamente paesaggi, animali e piante unici al mondo. Per ricreare sullo schermo quell’autenticità che permette allo spettatore di immergersi nel mondo di Avatar, la colonna sonora è stata un elemento essenziale. Il compositore James Horner, aiutato dalla etnomusicologa Wanda Bryant, ha firmato una delle colonne sonore migliori degli ultimi anni, attingendo da culture musicali di tutto il mondo. Per esprimere al meglio il carattere autoctono delle musiche, Horner ha deciso anche di creare strumenti digitali da zero. Grazie alla tecnologia, il compositore ha unito più strumenti creando suoni mai sentiti prima che popolassero le musiche di Avatar.

    10. Non è una coincidenza che Lo'ak abbia i capelli simili a John Connor

    Lo'ak (Britain Dalton) è il figlio ribelle di Jack Sully e Neytiri in Avatar - La via dell'acqua (2022). Per questo motivo, non dovrebbe sorprenderci che la sua acconciatura sia un omaggio ai capelli asimmetrici di John Connor (Edward Furlong) in Terminator 2 - Il giorno del giudizio (1991). I due personaggi, infatti, condividono un certo dissapore verso le regole e l’autorità, in primo luogo quella genitoriale. Questo easter egg non è solo un mero omaggio a uno dei film più famosi di Cameron. I caratteristici capelli di Lo'ak sono ben pensati e servono a rappresentare visivamente la natura indisciplinata del quattordicenne.

  • I migliori film e serie TV sui giochi da tavolo (e gli adattamenti più attesi)

    I migliori film e serie TV sui giochi da tavolo (e gli adattamenti più attesi)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Tra il trailer di Finché morte non ci separi 2 e l’annuncio che Netflix porterà I coloni di Catan sullo schermo con film, serie e progetti non scritti, il legame tra giochi da tavolo e cinema non è mai stato così forte. Sulla scia di Barbie e del futuro film di Monopoly prodotto da LuckyChap di Margot Robbie, Hollywood ha capito che i party game e le plance esagonali possono diventare universi narrativi a tutti gli effetti.

    Questa guida raccoglie i migliori film e serie TV che ruotano attorno a giochi da tavolo reali o immaginari – dai cult anni ’90 alle commedie nere più recenti – e chiude con uno sguardo agli adattamenti più attesi, quelli che potrebbero cambiare per sempre il modo in cui pensiamo ai board game su schermo. Sono titoli perfetti da recuperare (o scoprire) in streaming mentre aspettiamo che i dadi ricomincino a rotolare nelle nuove produzioni.

    1. Jumanji (1995) + i sequel moderni

    Impossibile parlare di giochi da tavolo al cinema senza partire da Jumanji. Il film del 1995 con Robin Williams è diventato un classico perché prende un innocuo gioco da tavolo e lo trasforma in una condanna: ogni tiro di dado libera animali, tempeste e caos nel mondo reale, finché la partita non viene conclusa. 

    Oggi, a trent’anni dall’uscita, il film viene celebrato come un cult familiare che ha segnato un’intera generazione, al punto che la cittadina dove è stato girato organizza eventi ad hoc per ricordarlo. I due sequel moderni – Jumanji: Welcome to the Jungle (2017) e The Next Level (2019) – trasformano il gioco in un videogioco, ma conservano lo spirito del board game “maldito”: personaggi che cambiano avatar, vite bonus, regole letali. È una saga perfetta se cerchi avventura family-friendly, nostalgia anni ’90 e un’idea molto concreta di cosa significa “il gioco prende il controllo della tua vita”.

    2. Zathura – Un’avventura spaziale (2005)

    Cugino spaziale di Jumanji (nasce infatti da un altro libro di Chris Van Allsburg), Zathura è il film da recuperare se ami le serate in famiglia che degenerano nel disastro cosmico. Due fratellini trovano in cantina un gioco da tavolo vintage a tema fantascientifico: ogni carta pescata spinge letteralmente la loro casa nello spazio profondo, tra piogge di meteoriti, robot impazziti e lucertoloni alieni. 

    Il bello di Zathura è che, pur essendo pensato per un pubblico giovane, non edulcora i conflitti: la dinamica tra fratelli, la gelosia, il senso di abbandono vengono portati in scena insieme alle regole rigide del gioco (“devi finire la partita se vuoi tornare a casa”). È l’opzione ideale se ti è piaciuto Jumanji ma vuoi qualcosa di meno visto e più “di nicchia”, con un gusto per la fantascienza anni 50 che oggi risulta sorprendentemente fresco.

    3. Clue (1985)

    Prima di tutti gli altri, c’è Clue (in Italia conosciuto anche come Signori, il delitto è servito): un whodunit brillante, tratto dal celebre gioco da tavolo Cluedo. Siamo in una villa isolata, un gruppo di perfetti sconosciuti, un cadavere e una serie di possibili colpevoli dai nomi coloratissimi (Mrs. Peacock, Professor Plum, Miss Scarlet, ecc.). Il film gioca esplicitamente con le regole del board game: stanze, armi, sospetti e soprattutto la possibilità di finali alternativi. 

    All’uscita fu un mezzo flop, ma col tempo è diventato un cult assoluto, al punto da tornare periodicamente al cinema per il suo 40° anniversario con le tre diverse soluzioni proiettate in giorni differenti. Se ami i murder mystery alla Cena con delitto ma vuoi qualcosa di più teatrale e giocoso, Clue è la definizione di comfort movie nerd: un perfetto esempio di come un regolamento da scatola possa diventare una commedia noir irresistibile.

    4. Game Night (2018)

    Game Night parte da un presupposto semplicissimo – una serata giochi tra amici – e lo trasforma in un incubo comico sempre più fuori controllo. Un gruppo di adulti competitivi si ritrova ogni settimana per sfidarsi a quiz, charade, giochi in scatola; quando uno di loro organizza una “cena con delitto” realistica, nessuno capisce più dove finisce il gioco e comincia il crimine vero. 

    Il film è interessante perché mette in scena l’ossessione contemporanea per i board game come forma di socialità adulta – escape room, party game, serate a tema – e la spinge al limite. Non è un adattamento di un gioco specifico, ma cita e reinventa tantissimi meccanismi ludici (dal passare un “oggetto” come in Hot Potato al costruire torri alla Jenga). È consigliatissimo se ti piacciono le commedie nere in stile Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri (non a caso condividono i registi) e cerchi qualcosa che prenda sul serio la cultura del gioco… senza prendersi sul serio.

    5. Ouija (2014) & Ouija: Origin of Evil (2016)

    Sul versante horror puro, la saga Ouija è l’esempio più diretto di “film tratto da un gioco da tavolo”, visto che si basa ufficialmente sulla tavoletta spiritica prodotta da Hasbro. 

    Il primo film è un teen horror piuttosto derivativo ma efficace se ami jump scare e ambientazione da casa infestata: un gruppo di ragazzi invoca la loro amica morta e, ovviamente, richiama qualcosa di molto peggio. Molto più interessante – e spesso citato come uno dei migliori film mai tratti da un gioco da tavolo – è il prequel Ouija: Origin of Evil, firmato da Mike Flanagan. Qui la tavola diventa il centro di un dramma familiare ambientato nella Los Angeles degli anni 60, con una madre e due figlie che truffano i clienti con finte sedute spiritiche finché qualcosa di reale risponde dall’altra parte.

    6. Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri (2023)

    Ok, tecnicamente Dungeons & Dragons è un gioco di ruolo, non un board game classico. Ma la sua influenza sul mondo dei giochi da tavolo è così enorme che escluderlo sarebbe un delitto. Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri è l’adattamento che finalmente ha capito lo spirito del tavolo: una banda di incapaci simpatici che improvvisa, sbaglia, si incastra in situazioni assurde e, ogni tanto, riesce in qualcosa di eroico. 

    Il film mescola heist movie, fantasy classico e commedia, con scene d’azione che sembrano uscite da una sessione giocata la sera prima (“tiriamo a caso e vediamo che succede”). Le recensioni l’hanno definito una delle migliori trasposizioni da gioco mai arrivate al cinema, molto amata dalla community e riscoperta in streaming dopo un box office inferiore alle aspettative. È ideale se cerchi qualcosa che restituisca l’energia di un vero tavolo da gioco: amici, caos, improvvisazione e un mondo pieno di mostri e tesori.

    7. La Regina degli scacchi (2020)

    Gli scacchi sono forse il “gioco da tavolo” più iconico di sempre, e La Regina degli scacchi ha dimostrato quanto possano essere cinematografici. La miniserie Netflix segue l’ascesa di Beth Harmon nel mondo degli scacchi competitivi, trasformando tornei e aperture in puro thriller psicologico. Il risultato? Un boom globale di vendite di scacchiere e libri sul gioco, con aumenti stimati tra l’87% e oltre il 600% a seconda del mercato. 

    Nonostante le fake news ricorrenti, al momento non esiste una vera seconda stagione in produzione: lo show resta una miniserie autoconclusiva, anche se l’effetto “nuova ondata scacchistica” continua ancora oggi e ha ispirato altri format televisivi, reality e programmi dedicati. Perché guardarla (o riguardarla)? Perché è una delle migliori dimostrazioni di come un gioco da tavolo possa diventare metafora di potere, dipendenza e talento, parlando a chi ha mai fissato una plancia – sia essa di scacchi, Catan o Risiko – cercando di prevedere tre mosse avanti.

    8. Ready or Not (2019) + Ready or Not 2: Here I Come (2026)

    Se Game Night racconta il lato comico delle serate tra amici, Ready or Not (Finché morte non ci separi) rappresenta l’incubo definitivo: sposarsi in una ricchissima famiglia che ti accoglie con un “gioco” tradizionale, ovvero una caccia all’uomo in stile nascondino mortale. Il film del 2019 è già un cult tra gli horror-fan, con una protagonista iconica (Samara Weaving in abito da sposa insanguinato) e una satira feroce sulla ricchezza ereditaria. 

    L’universo “ludico” di Ready or Not sta per espandersi: il sequel Ready or Not 2: Here I Come arriverà nei cinema l’11 aprile 2026, con un gioco ancora più grande che coinvolge diverse famiglie potenti e regole letali aggiornate. Se ami l’idea che un semplice mazzo di carte o una notte di riti pseudo-ludici possa trasformarsi in una lotta per il potere globale, questa saga è il ponte perfetto tra gioco in scatola, slasher e black comedy.

    9. Catan – l’universo in arrivo su Netflix

    Per ora Catan non è ancora arrivato su schermo, ma solo il progetto merita un posto in questa lista. Nel 2025 Netflix ha acquisito i diritti globali per trasformare il celebre gioco di colonizzazione dell’isola in film, serie (live action e animate) e perfino format non scritti come reality o game show. 

    È la prima volta che l’universo esagonale fatto di legno, pecore e mattoni viene trattato come un vero e proprio franchise narrativo. Le potenzialità sono enormi: conflitti per le risorse, alleanze che cambiano, pirati e ladri, espansioni che permettono di esplorare mari e terre inesplorate. Se ben gestito, potrebbe diventare una via di mezzo tra Game of Thrones (per intrighi e alleanze) e un’epopea di esplorazione in stile One Piece. Per ora siamo allo stadio di pura attesa, ma se ami i giochi di strategia, vale la pena tenere d’occhio questi progetti: sono il segnale più chiaro che il futuro delle serate gioco passerà anche dalla serialità.

    10. Monopoly – tra film live-action e reality competitivo

    Dopo il successo di Barbie (2023), era solo questione di tempo prima che un altro colosso dei giochi da tavolo prendesse la via del cinema. Il film live-action di Monopoly è ufficialmente in sviluppo presso Lionsgate, con la produzione di LuckyChap (la casa di Margot Robbie) e la sceneggiatura affidata a John Francis Daley e Jonathan Goldstein, già autori di Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri. 

    In parallelo, Netflix sta preparando una serie competitiva in stile reality show basata sulle meccaniche del gioco, separata dal film ma perfettamente complementare per espandere il “Monopoly-verse”. L’idea di vedere le logiche di compravendita, fallimenti e speculazione immobiliare trasformate in narrazione – tra satira del capitalismo e drama personale – è potenzialmente esplosiva. Se ti mancano le serate infinite passate a litigare per il Parco della Vittoria, tieni d’occhio questi adattamenti: potrebbero essere l’equivalente cinematografico di una partita che dura tutta la notte.

  • “Breve storia d’amore” e altri film italiani su relazioni e tradimenti

    “Breve storia d’amore” e altri film italiani su relazioni e tradimenti

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Breve storia d’amore (2025) è un esordio pungente. Una sceneggiatrice italiana bravissima, Ludovica Rampoldi, ha deciso infatti di mettersi per la prima volta dietro la macchina da presa per raccontare una storia da tempo nel cassetto. Il risultato? L’ha raccontata molto bene. Ma di quale storia si parla? Uscito al cinema a novembre 2025, il film con Adriano Giannini, Pilar Fogliati, Valeria Golino e Andrea Carpenzano affronta un tema caro (e dolente) a tutti: il tradimento coniugale. 

    Perché a tutti piace parlare di corna, e al tempo stesso tutti hanno paura di averle. Passioni che comportano inganni e bugie nei confronti dell’altro, che a sua volta li subisce e talvolta li ripete, sono parte integranti di una sterminata filmografia, che ha dato vita a pellicole come Closer (2004), Match Point (2005), Attrazione fatale (1987) e L’amore infedele- Unfaithful (2002). L’Italia non è stata da meno. Escludendo le commedie a sfondo vacanziero, come la maggior parte dei cosiddetti “cinepanettoni”, e in attesa dei prossimi lavori di Gabriele Muccino e Paolo Genovese, rispettivamente Le cose non dette (2026) e Il rumore delle cose nuove (2026), quali sono però altri film italiani incentrati sul tradimento, che sono stati capaci di raccontarlo in maniera altrettanto singolare? Se siete rimasti colpiti da Breve storia d’amore (2025), ecco dei titoli che possono fare al caso vostro.

    Breve storia d’amore (2025)

    Opera prima di Ludovica Rampoldi, Breve storia d’amore (2025) segue la storia di due coppie, i trentenni Lea (Pilar Fogliati) e Andrea (Andrea Carpenzano) e Rocco (Adriano Giannini) e Cecilia (Valeria Golino) sulla cinquantina. I loro destini collidono quando Lea e Rocco, dopo essersi conosciuti in un bar, cominciano a intraprendere una relazione clandestina, che finirà per prendere una piega imprevista. Si tratta di un dramma psicologico che si muove tra la commedia e il thriller, alternando momenti di leggerezza ad altri di forte tensione, per mettere a nudo la vita di coppia con tutte le sue fragilità in un gioco a incastri ben orchestrato. Se siete alla ricerca di una storia d’amore non convenzionale, non potete perdere questo debutto alla regia. 

    L’ultimo bacio (2001)

    Tra i titoli più importanti della filmografia di Gabriele Muccino, L’ultimo bacio (2001) è incentrato sul tradimento e le sue conseguenze. Il film segue Carlo (Stefano Accorsi), trentenne preso follemente dalla passione per la giovane Francesca (Martina Stella). Tutto bene, se non avesse una moglie incinta del loro primo figlio, Giulia (Giovanna Mezzogiorno). Particolarmente apprezzato da chi predilige storie complesse con oggetto la coppia, colpirà sicuramente chi è interessato a capire come si può arrivare, e soprattutto, cosa può comportare il tradire una persona amata. Da non aspettarsi però un manuale sentimentale, bensì uno sguardo senza alcun giudizio su comportamenti del tutto umani.

    Le fate ignoranti (2001)

    Quando il lutto svela un tradimento. È la miccia de Le fate ignoranti (2001) di Ferzan Özpetek, dove la protagonista Antonia (Margherita Buy) scopre la doppia vita del marito a seguito della sua prematura scomparsa, intraprendendo un viaggio alla riscoperta di sé stessa. Un film che si è trasformato in un cult, che ha avuto anche una trasposizione seriale, Le fate ignoranti – La serie (2022), da non perdere se siete alla ricerca di una storia dove l’infedeltà non è trattata in maniera superficiale, bensì come un evento di rottura che apre la porta a un nuovo modo per discutere sé stessi.

    L’amore è eterno finché dura (2004)

    L’amore tra due persone può essere davvero “per sempre”? Carlo Verdone non offre una risposta assoluta sul tema, in quanto nessuno sarebbe in grado di darla. Bensì ci regala un film, da lui scritto, diretto e interpretato, in cui il tema del tradimento è centrale. L’amore è eterno finché dura (2004) segue le vicissitudini di Gilberto (Verdone), un cinquantenne che viene lasciato dalla moglie Tiziana (Laura Morante), che l’ha scoperto partecipare a un incontro al buio con una ragazza. Una commedia che osserva le complessità e le fragilità dei rapporti sentimentali, capace di far ridere e far riflettere. Particolarmente consigliata, oltre che ai fan dell’attore e regista romano, a chi vuole accostarsi al tema con sapiente leggerezza.

    Cosa voglio di più (2010)

    Al centro della storia Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino), due persone comuni che intraprendono una relazione clandestina. Il peso del tradimento comincia a farsi sentire in quanto entrambi hanno qualcuno che li aspetta a casa. Diretto da Silvio Soldini, Cosa voglio di più (2010) risulterà appassionante per chi cerca un racconto realistico, capace di mostrare che dietro l’adulterio, oltre a una travolgente passione, possono nascondersi dei bisogni del tutto umani, a partire dalla necessità di fuggire da una routine precaria e opprimente. È un film che mostra, non giudica e dunque si conferma adatto a un pubblico più aperto.

    Perfetti sconosciuti (2016)

    Il film dei record. Perfetti Sconosciuti (2016) ad oggi detiene il maggior numero di remake mai realizzati, e di recente sembrerebbe che abbia avuto persino un diretto contributo alla nomina della cucina italiana come patrimonio dell’UNESCO. La pellicola di Paolo Genovese si avvale di un’unica location, una casa dove un gruppo di amici si riunisce a cena. All’improvviso viene proposta l’idea di un “gioco”, che consiste nel mettere lo smartphone di ciascun commensale al centro del tavolo e condividere ad alta voce qualsiasi messaggio ricevuto. Da lì una reazione a catena, dove verranno svelati i segreti più intimi, creando conflitti drammatici fino ad arrivare a minare radicalmente le fondamenta di molte coppie sedute lì in quell’istante. Un cast corale, da Valerio Mastandrea a Alba Rohrwacher, passando per Marco Giallini, Kasia Smutniak, Edoardo Leo, Anna Foglietta e Giuseppe Battiston, per una storia che tra risate e drammi affronta anche il tema dell’adulterio in una chiave del tutto originale per una storia che ancora oggi ci dimostra quanto il cellulare sia davvero la scatola nera della nostra vita.

    Gli infedeli (2020)

    Remake dell’omonimo francese, Gli infedeli (2020) è un film a episodi che parla di infedeltà coniugale. Come suggerito dal titolo, segue diverse storie di coppie alle prese con i relativi tradimenti, con uno sguardo puntato sulla gloriosa commedia all’italiana che fece grande il nostro cinema, sia per la struttura sia per la capacità di usare i vizi come lente d’ingrandimento sulla società. Stefano Mordini dirige un cast corale, da Riccardo Scamarcio a Laura Chiatti, da Valerio Mastandrea a Valentina Cervi, servendosi di un copione, firmato anche da uno degli sceneggiatori di Perfetti Sconosciuti (2016), Filippo Bologna.

    Muori di lei (2025)

    Dietro la macchina da presa di questo thriller molto interessante, purtroppo ignorato dal grande pubblico ai tempi dell’uscita cinematografica, Stefano Sardo, sceneggiatore che ha tra l’altro ha collaborato diverse volte con la Rampoldi. Ossessione e desiderio fanno da padroni in Muori di lei (2025), ambientato ai tempi del Covid, con il protagonista Luca (Riccardo Scamarcio) che si ritrova a mettere a rischio il proprio matrimonio con Sara (Maria Chiara Giannetta) per un’avventura clandestina con la vicina Amanda (Mariela Garriga). Ma cosa potrebbe succedere se la posta in gioco finisse per riguardare la sua stessa sopravvivenza? Sardo guarda a mostri sacri come Hitchcock, costella il film di citazioni, accompagnando lo spettatore al gran finale con uncontinuo susseguirsi di colpi di scena. Consigliato a chi è alla ricerca di un film capace di intrattenere sul filo tra erotismo e tensione.

  • La scena di un film Ghibli che impiegò più di un anno per essere animata (e altri 7 aneddoti sull'animazione)

    La scena di un film Ghibli che impiegò più di un anno per essere animata (e altri 7 aneddoti sull'animazione)

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    I film d’animazione vengono spesso sottovalutati e definiti “film per bambini” dai loro detrattori. Chi li ama, invece, non può resistere alle loro immagini ricche di colori, costruite con l’intenzione precisa di ammaliare gli occhi di grandi e piccini.

    Non fa eccezione Zootropolis 2 (2025), da poco uscito al cinema e già campione di incassi e di critica. Il film passerà anche alla storia per contenere una scena dove sono presenti decine di migliaia di animali in una sola sequenza. Se pensate che questo aneddoto sia incredibile, dovreste essere messi al corrente della famosa sequenza della folla in Si alza il vento e del lavoro impressionante racchiuso in quei pochi secondi di filmato.

    In occasione dell’uscita di Zootropolis 2 (2025) e della sbalorditiva sequenza appena descritta, vogliamo proporvi otto film d’animazione e gli aneddoti pazzeschi che si celano dietro queste pellicole. Cominciando proprio dall’incredibile sequenza di Si alza il vento (2013).

    1. Si alza il vento (2013)

    Si alza il vento (2013) è uno dei tanti capolavori partoriti dalla mente straordinaria di Hayao Miyazaki. Il film con al centro l'ingegnere aeronautico realmente esistito Jiro Horikoshi ha stupito tutti con una storia che intreccia guerra, amore e pezzi di vita reale. Se la sostanza è fondamentale in un film dello Studio Ghibli, lo stesso si potrebbe dire della forma. Basti pensare che ci sono voluti ben 15 mesi per ricreare una sequenza di quattro secondi nella quale una folla si muove caoticamente dopo un terremoto, ogni personaggio con un preciso scopo, movimento e atteggiamento. Creata senza l’uso di computer grafica, questa scena è composta da 96 frame dipinti interamente a mano.

    2. Ponyo sulla scogliera (2008)

    Potremmo trovare aneddoti incredibili in ogni singolo film dello Studio Ghibli, ma ci limiteremo a citarne due per lasciare spazio ad altri studi d’animazione. Ponyo sulla scogliera non è solamente uno degli anime più redditizi di sempre. Il film di Miyazaki è uno spartiacque creativo fondamentale nella storia dello studio d’animazione. Pur non avendo mai fatto un uso eccessivo della CGI, lo Studio Ghibli aveva sfruttato questa tecnologia innovativa sin da Principessa Mononoke (1997). Per Ponyo (2008), tuttavia, la musica cambia. Miyazaki chiude temporaneamente il reparto CGI dello studio e concepisce l’opera con colori brillanti e centinaia di migliaia di illustrazioni interamente disegnate a mano.

    3. Atlantis - L'impero perduto (2001)

    Sono passati più di vent’anni dall’uscita di Atlantis - L'impero perduto. Nonostante il film della Disney non riscosse il successo che tutti si aspettavano, il tempo trascorso ha fatto sì che la pellicola potesse essere rivalutata. Oggi Atlantis - L'impero perduto (2001) è uno dei classici animati più apprezzati dai fan, in primis per il coraggio creativo dell’opera. Diciamocelo, la Disney ha sempre espresso la sua potenza attraverso film musicali. Per questo, nessuno si aspettava una pellicola action e fantascientifica del calibro di Atlantis - L'impero perduto (2001). Gli addetti ai lavori, però, avevano messo le cose in chiaro sin dal principio, indossando una t-shirt durante la produzione che recitava così: “Fewer songs, more explosions” (Meno canzoni, più esplosioni).

    4. La sirenetta (1989)

    Lo Studio Ghibli non è l’unico a dedicare mesi e mesi per la realizzazione di un’unica sequenza. Pensate che per La sirenetta di John Musker e Ron Clements, ci sono voluti ben 12 mesi per confezionare l’impressionante scena della tempesta all’inizio del film. Stiamo parlando di un anno di produzione che si condensa in soli due minuti di contenuto. Potrebbe sembrare un lavoro eccessivo, se non fosse per la complessità della rappresentazione animata dell’acqua, delle onde e della pioggia. Con 10 artisti specializzati in effetti speciali chiamati a realizzarla, non sorprende che la sequenza sia una delle più belle e drammatiche dell’intero film.

    5. Cars - Motori ruggenti (2006)

    Prima che passasse sotto il controllo della Walt Disney Company, la Pixar aveva come maggior azionista Steve Jobs. La mente dietro Apple era stato anche uno dei fondatori dello studio d’animazione. L’uscita di Cars - Motori ruggenti sanciva, però, la fine del rapporto tra Jobs e la Pixar, proprio grazie all’acquisizione da parte della Disney. Nonostante il cambio di proprietà, il film ha voluto omaggiare il visionario con un piccolo cameo. In una delle corse della Piston Cup possiamo intravedere per pochi secondi un veicolo da corsa sponsorizzato da Apple e con il numero 84. Non è un numero a caso. Infatti, il 1984 è stato l’anno di uscita del primo Macintosh.

    6. Lilo & Stitch (2002)

    Lilo & Stitch non è famoso solo per le splendide ambientazioni hawaiane o per la sua storia fondata sui temi dell’appartenenza e della famiglia. Il film di Chris Sanders e Dean DeBlois è legato a doppio filo alle musiche di Elvis Presley. Lilo, infatti, stravede per il cantante nato nel Mississippi, tanto da utilizzare i suoi inni generazionali per addomesticare Stitch. La cosa che potrebbe sorprendere molti lettori è che Lilo & Stitch (2002) contiene più canzoni di Elvis rispetto ai film del cantante. Quindi, la prossima volta che volete godere delle migliori canzoni dell’icona, non dovete guardare Viva Las Vegas (1964) o Il delinquente del rock'n'roll (1957). Vi basta Lilo & Stitch (2002).

    7. Shrek (2001)

    Dalla colonna sonora con le canzoni degli Smash Mouth agli iconici personaggi che animano questo classico della DreamWorks, Shrek ha lasciato un marchio indelebile nella cultura di massa del nuovo millennio. Il capolavoro animato di Andrew Adamson e Vicky Jenson, però, era destinato ad apparire sullo schermo in un’altra versione. Infatti, il team creativo di Shrek (2001) aveva inizialmente optato per un film live-action da animare in un secondo momento. Per nostra fortuna, i test condotti portarono a risultati deludenti e al cambiamento dei piani, in favore di una versione 100% animata. Basta vedere le poche immagini pubbliche dei test, chiamate I Feel Good Animation Test, per tirare un grande sospiro di sollievo.

    8. Megamind (2010)

    I migliori attori comici di sempre condividono una caratteristica che li rende insuperabili. Che si tratti di Robin Williams, Rebel Wilson o Eddie Murphy, questi comici sono degli assi quando si tratta di improvvisare. Lo stesso si potrebbe dire di Will Ferrell, uno dei re dell’improvvisazione con momenti esilaranti in Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy (2004) e Elf - Un elfo di nome Buddy (2003). Le sue doti non hanno smesso di funzionare in Megamind. Per esempio, le pronunce sbagliate di alcune parole sono state aggiunte dall’attore e rappresentano uno dei momenti comici più riusciti. Senza dimenticarci dell’omaggio al grandissimo Marlon Brando. Tutto ciò, però, non sarebbe stato possibile senza le doti d’improvvisazione dell’attore.

  • Da “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” a “Fabrizio De André: Principe libero”: la musica italiana sul piccolo schermo

    Da “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” a “Fabrizio De André: Principe libero”: la musica italiana sul piccolo schermo

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    La musica italiana piace a tutti, anche al piccolo schermo. Negli ultimi anni si è assistito a un proliferare di film e serie TV che hanno ripercorso vita e carriera di figure che, con i loro brani, hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo nazionale (e non solo).

    Da Fabrizio De André a Rino Gaetano, da Mia Martini a Peppino di Capri, fino alla serie di incredibile successo dedicata agli 883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 (2024), da poco ritornata in cima agli interessi del grande pubblico, probabilmente in vista dell’arrivo della seconda stagione, prevista per il prossimo anno. Parliamo di produzioni che spesso cercano di raccontare non solo il lato umano dei cantautori più amati, ma anche il contesto storico e culturale in cui hanno operato, dimostrando una forte capacità di avvicinare le nuove generazioni e di preservare, al tempo stesso, il prezioso patrimonio musicale del nostro Paese. Ripercorriamo alcuni titoli, che vi porteranno a sentire in loop brani ineguagliabili.

    Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 (2024)

    Hanno ucciso l’Uomo Ragno, chi sia stato non si sa. Ma possiamo cercare di sapere chi erano Max Pezzali e Mauro Repetto, il duo dietro agli 883. Ben interpretati da Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggoli, sono infatti i protagonisti di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 (2024), otto episodi che raccontano la nascita del gruppo musicale e delle loro canzoni più celebri, che negli anni Novanta da Pavia hanno conquistato un vasto pubblico in tutto il Paese, conquistandosi un posto nella storia della musica italiana. Brani come “Nord Sud Ovest Est”, “Jolly Blue” e “Come mai” sono rimasti nel cuore di tanti appassionati, ma sono entrati anche in quello di giovanissimi che non hanno vissuto in prima persona la loro ascesa. In attesa della seconda stagione, Nord Sud Ovest Est (2026), recuperate questa serie che porta la firma di Sydney Sibilia, regista e sceneggiatore dietro a film di successo come Mixed by Erry (2023) e la trilogia di Smetto quando voglio (2014-2017), per appassionarvi anche alle vicende che hanno portato alla genesi dei brani che ancora oggi cantiamo a squarciagola.

    Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu (2007)

    Rino Gaetano, la vita oltre l’artista. Si tratta di un racconto complesso come la stessa figura oggetto della miniserie Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu (2007), riproposta su Rai 1 il 2 giugno 2021, in occasione del 40° anniversario della scomparsa del celebre cantautore di origini calabresi. Nel 2007 andò in onda sul primo canale in due puntate, scatenando inevitabilmente qualche polemica in merito all’attendibilità dei fatti raccontati, copione visto e rivisto quando si va a toccare la vita di personaggi realmente esistiti. Non sarà sicuramente l’opera definitiva su Gaetano, ma è una miniserie che si fa comunque apprezzare, complice anche una buona interpretazione dell’attore protagonista, Claudio Santamaria.

    Fabrizio De André: Principe libero (2018)

    Luca Marinelli è un impressionante Fabrizio De André in un biopic dedicato a una figura centrale della storia artistico-culturale del nostro paese. Fabrizio De André: Principe libero (2018). Non imita alla lettera il cantautore genovese, di qui sono da tralasciare le polemiche in merito alla mancata aderenza con l’accento ligure,ma ci regala un’interpretazione intensa per una miniserie in due puntate di ottima manifattura, un racconto non eccessivamente didascalico, strettamente consigliato agli appassionati della storia della musica italiana, ma in particolar modo ai giovanissimi che volessero avvicinarsi all’uomo che ha dato testi e voce a “Il pescatore” a “La canzone dell’amore perduto”. 

    Champagne – Peppino Di Capri (2025)

    Reduce dal film su Gianna Nannini, Cinzia TH Torrini ripercorre la storia di un’altra icona della musica italiana. Parliamo di Peppino di Capri, al quale è dedicato il film per la TV Champagne – Peppino di Capri (2025), un viaggio non solo nella vita del cantante capace di emozionare diverse generazioni, ma anche nella storia del nostro Paese dalla fine della guerra alle prime edizioni del Sanremo a colori degli anni Settanta. È stato fondamentale ai fini della realizzazione del progetto l’incontro tra la regista e lo stesso artista, che ha condiviso molti racconti sulla propria vita. Il risultato è un film godibile, ben interpretato dal giovane Francesco Del Gaudio, attore e musicista originario di Pompei. 

    Califano (2024)

    Non un’agiografia. Non aspettatevela da Califano (2024), film TV di Alessandro Angelini, che offre al pubblico un ritratto di Franco Califano, senza ometterne eccessi e fragilità. Liberamente ispirata dal romanzo dello stesso Califfo, scritto con Pierluigi Diaco, la sceneggiatura di Isabella Aguilar e Guido Iuculano racconta prima di tutto la storia di un uomo e della sua volontà di affermarsi come artista, che l’ha portato a incidere un tassello indimenticabile nella storia della musica nostrana. Un film per la TV che sancisce l’esordio sul set di Leo Gassman, che evita qualsiasi forma di caricatura da Tale e Quale, dimostrando di essere stata la scelta giusta per impersonare un personaggio così affascinante e controverso.  

    Volare – La grande storia di Domenico Modugno (2013)

    Siete curiosi di conoscere il dietro le quinte di uno dei brani italiani più famosi al mondo? Affrettatevi nel recuperare Volare – La grande storia di Domenico Modugno (2013) di Riccardo Milani. Il regista, in questi giorni nelle sale con La vita va così (2025), dirige Beppe Fiorello nei panni del leggendario cantante, rivelando così una scelta azzeccata per l’incredibile somiglianza fisica e vocale per la miniserie in due puntate. Imperdibile per chi volesse conoscere la storia di Modugno, della sua carriera e della sua vita privata, costellate di gioie e dolori. Una storia dove la perseveranza è centrale, e che dunque nasconde un certo senso di ispirazione, particolarmente apprezzato dagli amanti dei biopic incentrati su personaggi di origini umili che sono riusciti a raggiungere le vette del successo, in questo caso anche internazionale.

    Sei nell’anima (2024)

    Sei nell’anima (2024) è un fermo immagine sulle emozioni, un biopic che passa in rassegna i primi trent’anni di Gianna Nannini, raccontando la strada che l’ha portata al successo. Il film, uscito su Netflix, racconta la strada in salita, decisamente tormentata, che ha percorso una delle cantautrici più importanti della nostra storia, ben interpretata da Letizia Toni, capace di restituirne una rappresentazione “non sopra le righe”, tenendo conto anche degli aspetti meno conosciuti, su cui ha avuto modo di prepararsi attraverso un confronto diretto con la stessa Gianna. Operazione non di certo facile per un film di quasi due ore, che con la stessa autobiografia della cantante da cui è tratto, rappresenta una porta d’accesso per capire più profondamente la sua opera.

    La bambina che non voleva cantare (2021)

    La storia di Nada è diventata un film. La bambina che non voleva cantare (2021) di Costanza Quatriglio è consigliato, oltre a chi volesse conoscere più da vicino l’artista dietro a successi come “Ma che freddo fa” e “Amore disperato”, soprattutto a chi è alla ricerca di una storia commovente, di una bambina che inizia a cantare per far star bene sua madre, capace di toccare delle corde universali. Nonostante un tono del racconto (volutamente) didascalico, adatto a un pubblico più trasversale possibile, si avvale di ottime interpretazioni, dalla protagonista Tecla Insolia a Carolina Crescentini nei panni della madre di Nada, Viviana.

    Mia Martini - Io sono Mia (2019)

    Dopo un breve passaggio in sala, Mia Martini - Io sono Mia (2019) è il film andato in onda su Rai 1 che ripercorre la vita e la carriera di Mia Martini. Un talento indimenticabile, dalla voce unica, visto a ritroso dal Sanremo dell’89, edizione che sancì il suo ritorno dopo una lunga assenza dalle scene. Diretto da Riccardo Donna, è un racconto che inevitabilmente si prende alcune libertà narrative, come la presenza di Andrea, un personaggio ispirato a Ivano Fossati, con cui la Martini ebbe una travagliata storia d’amore. A indossare i panni di Mimì l’attrice Serena Rossi, acclamata dal pubblico oltre per la capacità di interpretare i suoi brani leggendari, come “Padre davvero” e “Minuetto”, soprattutto per quella di restituire la determinazione e il dolore di una donna, che ha trascorso un’esistenza tormentata, seppur all’insegna della leggenda. Da non perdere. 

  • I migliori doppiaggi italiani nel cinema: le 10 coppie voce-personaggio che hanno lasciato il segno

    I migliori doppiaggi italiani nel cinema: le 10 coppie voce-personaggio che hanno lasciato il segno

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Non deve sorprendere se in Italia le vecchie generazioni non masticano una parola d’inglese o di altre lingue. Guardare film in lingua originale è tra i modi migliori per apprendere un nuovo idioma, ma come si fa quando l’Italia è dotata di alcuni dei migliori doppiatori di sempre? 

    Tra le eccellenze italiane ci sono alcuni nomi che sono andati oltre, legando indissolubilmente le loro voci al personaggio doppiato. In occasione dei 25 anni dall’uscita de Il gladiatore e della prova magistrale di Luca Ward nel doppiaggio di Russell Crowe, vogliamo rendere omaggio ai migliori doppiaggi italiani nel cinema. Qui sotto trovate 10 doppiaggi iconici che hanno lasciato il segno, al punto da poter ascoltare le battute recitate dal doppiatore a occhi chiusi e riconoscere il personaggio e i film all’istante.

    10. “Scarface” (1983): Elvira Hancock doppiata da Emanuela Rossi

    A volte, il doppiaggio italiano non solo rende più comprensibile un film, ma lo eleva se gli attori o le attrici non sono in gran forma. Non ci troviamo di fronte a un caso simile con Scarface, dove le performance sono una più bella dell’altra. Nonostante ciò, il film di Brian De Palma è rimasto impresso nella mente di tutti sia per il doppiaggio di Al Pacino (Ferruccio Amendola) che quello di Michelle Pfeiffer a opera di Emanuela Rossi. Quest’ultimo è fenomenale perché Rossi riesce a bilanciare perfettamente il carattere duro e rude di Tony Montana. Elvira in italiano ha una voce delicata che, però, non ha paura di esprimere pareri contrastanti. Con l’aumentare dell’abuso di droga e dei problemi mentali di Elvira, la sua voce cambia ancora una volta e diventa sempre più sfacciata.

    9. “Pretty Woman” (1990): Vivian Ward doppiata da Cristina Boraschi

    Cristina Boraschi non solo anima perfettamente il personaggio di Vivian Ward interpretato da Julia Roberts nel cult Pretty Woman. La doppiatrice è stata la voce nostrana di Roberts per tutti i suoi ruoli più iconici ed è per questo che, a occhi chiusi, ogni spettatore italiano può riconoscere l’attrice in qualsiasi film. Questo legame inscindibile non sarebbe lo stesso senza il successo stratosferico della rom com di Garry Marshall. La voce di Boraschi calza a pennello con la fisionomia e le espressioni facciali di Roberts, come se quella fosse veramente la sua voce. Allo stesso tempo, la doppiatrice è sul pezzo in tutte le sfaccettature del personaggio, esprimendo humor, dolore e amore con grande forza.

    8. “Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello” (2001): Aragorn doppiato da Pino Insegno

    Doppiare l'erede al trono di Gondor ne Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello non è un compito facile. Soprattutto perché Aragorn non è il classico eroe che brandisce spada ed elmo. La sua grinta e il suo coraggio sono bilanciati da una forte umiltà e un’irriducibile senso di speranza. Queste caratteristiche lo rendono un personaggio multiforme e difficile da doppiare. Se ti chiami Pino Insegno, però, la sfida non sembra per nulla insormontabile. Il doppiatore modula la sua voce con grande maestria, incollandola all’aspetto fisico e alle movenze di Aragorn. Che si tratti di sussurrare parole dolci a Arwen o spronare soldati a combattere, Insegno mostra tutto il suo range legandosi per sempre a personaggio.

    7. “The Wolf of Wall Street” (2013): Naomi Lapaglia doppiata da Domitilla D'Amico

    Come per Aragorn nel film di Peter Jackson, Naomi Lapaglia è un personaggio più complesso di quello che sembra. La parte iconica di Margot Robbie in The Wolf of Wall Street può sembrare a prima vista un ruolo dove le apparenze sono l’unica cosa che conta. Con l’evolversi della trama, però, l’estetica di Naomi passa in secondo piano, lasciando spazio a una varietà di emozioni che il personaggio deve affrontare. Domitilla D'Amico è la voce indimenticabile che dà vita a ognuna di esse, dai momenti sensuali a quelli drammatici. Poco importa se Naomi flirta con Jordan (Leonardo DiCaprio) o gli urla dietro dopo l’ennesimo abuso psicologico, D'Amico dona con la sua voce il senso naturale di fiducia e di sicurezza che appartiene al personaggio.

    6. “Training Day” (2001): Alonzo doppiato da Francesco Pannofino

    Training Day di Antoine Fuqua è ormai un classico moderno del filone gangster, soprattutto per la prova mastodontica di Denzel Washington nei panni dell’agente corrotto Alonzo Harris. Tra le sue parti più eccessive, il personaggio è sguaiato, pieno di sé, violento, sarcastico e ricco di linee di dialogo leggendarie. La voce ruvida e decisa di Francesco Pannofino si sposa alla perfezione con queste caratteristiche, dando peso a ogni parola e a ogni cambiamento d’umore di Alonzo. Basta godersi il monologo finale del detective in cui il doppiatore sfoggia tutta la sua capacità espressiva per capire che Pannofino-Washington sono una coppia perfetta.     

    5. “Shining” (1980): Jack Torrance doppiato da Giancarlo Giannini

    La cura maniacale di Stanley Kubrick per ogni sua pellicola è nota a tutti. Non dovrebbe stupire nessuno che il regista inglese seguiva ogni passo della produzione minuziosamente, incluso il mixaggio delle parti doppiate. La situazione non era, quindi, delle migliori per Giancarlo Giannini quando si è ritrovato a doppiare nientepopodimeno che Jack Nicholson in Shining. Con una prova da storia del cinema dell’attore, la sfida di Giannini era quella di esprimere in lingua italiana la pazzia surreale, eccentrica e violentissima di Jack. Grugniti, urla, parole a bassa voce, impennate di volume: Giannini non sbaglia una virgola e rimane nei cuori di molti come l’unica possibile voce di Jack.

    4. “Mamma ho perso l’aereo” (1990): Kevin McCallister doppiato da Ilaria Stagni

    Doppiare un attore o un’attrice adulti è già un’impresa non da poco. Pensate quanto possa essere difficile immedesimarsi in un bambino. Ilaria Stagni lo ha fatto in maniera eccellente legandosi per sempre a doppio filo con il personaggio di Kevin in Mamma ho perso l’aereo. Doppiare Macaulay Culkin a dieci anni è possibile solo se si riesce a dare leggerezza ed espressività al personaggio che interpreta. Missione decisamente compiuta per Stagni, che mostra tutta la sua versatilità con un ruolo facile solo in apparenza. Non a caso, la doppiatrice ha donato la voce a un altro iconico personaggio bambino, Bart ne I Simpson (1989).

    3. “Il diavolo veste Prada” (2006): Miranda Priestly doppiata da Maria Pia Di Meo

    Maria Pia Di Meo è la voce di Meryl Streep da sempre. Le sue prove di doppiatrice in film leggendari come Il cacciatore (1978) e The Iron Lady (2011) hanno sedimentato l’accostamento della sua voce a una delle attrici più importanti della storia del cinema. Ma niente poteva prepararci al doppiaggio intramontabile di Miranda Priestly nel blockbuster di David Frankel Il diavolo veste Prada (2006). Di Meo ha un tono di voce saccente e posato che ricalca alla perfezione lo spirito di superiorità della direttrice della rivista Runway, donandoci una delle prove più memorabili e riuscite della storia del doppiaggio italiano.

    2. “Taxi Driver” (1976): Travis Bickle doppiato da Ferruccio Amendola

    Quando si parla di linee di dialogo che hanno fatto la storia, uno dei primi nomi che saltano alla mente è Taxi Driver. L’incredibile monologo di Robert De Niro di fronte allo specchio è cinema puro, tanto da essere stato omaggiato nel cult L'odio (1995). Come per Meryl Streep e Maria Pia Di Meo, gli spettatori italiani si sono goduti i personaggi di De Niro attraverso la voce senza tempo di Ferruccio Amendola. Forse il migliore tra i doppiatori, Amendola recita ogni parola con grande attenzione e carisma, dando profondità e intensità alla versione italiana di Travis Bickle. Si troverebbe al primo posto se non fosse per la coppia Ward-Crowe.

    1. “Il gladiatore” (2000): Massimo Decimo Meridio doppiato da Luca Ward

    Non c’è altra possibilità quando si parla delle migliori coppie composte da doppiatori e personaggi interpretati. La prova di Luca Ward nei panni del generale Massimo non solo è famosa a tutti. La sua voce si lega così bene alle fattezze di Russell Crowe da farci pensare che l’attore neozelandese sia in realtà italiano. Il carattere tenace e ruvido del gladiatore trova nel timbro profondo e caloroso di Ward la sua espressione naturale. La prova del doppiatore è diventata talmente iconica che, tutt’oggi, molte persone continuano a fermarlo per la strada chiedendo di recitare la famosa linea di dialogo sullo scatenamento dell’inferno.

  • "Emily in Paris (o in Rome?)" e altri 9 film e serie TV che celebrano le capitali europee

    "Emily in Paris (o in Rome?)" e altri 9 film e serie TV che celebrano le capitali europee

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Film e serie permettono di viaggiare ovunque. Attraverso il grande o piccolo schermo possiamo passeggiare tra piazze storiche, perderci nei vicoli di città sconosciute, osservare la vita quotidiana di città. Roma, Parigi, Londra, Madrid. Le grandi città europee, in particolare, si prestano perfettamente a questo tipo di racconto: luoghi carichi di storia e identità, capaci di influenzare profondamente le storie che ospitano.

    Emily in Paris è un esempio emblematico di questo viaggio immaginario, capace di trasformare la metropoli francese in una destinazione ancora più ambita. Fascino, glamour, sogno e opportunità lavorative. Tuttavia, nelle stagioni più recenti la serie sembra guardare oltre la Senna, spostandosi anche in Italia. Ma che si tratti di un cambio di scenario o solo di una parentesi narrativa, il messaggio è chiaro: le capitali europee continuano a esercitare un fascino irresistibile sullo schermo.

    Se anche voi amate viaggiare restando sul divano, Just Watch ha stilato una lista con i 10 film e serie TV perfetti per esplorare altre capitali europee attraverso storie indimenticabili.

    10. Emily in Paris (2020)

    Fin dal suo debutto, Emily in Paris interpretata da Lily Collins ha trasformato Parigi in una vetrina pop fatta di moda, relazioni sentimentali e duro lavoro nel campo del marketing. Nei capitoli più recenti, però, lo show sembra aprirsi a una nuova possibilità narrativa, puntando al viaggio itinerante: nel corso delle cinque stagioni composte da dieci episodi, l'ambientazione si sposta da Parigi a Roma e poi Venezia.

    Ritroviamo quindi atmosfere diverse, più mediterranee ma comunque legate alla storia. La narrativa si sussegue come una serie di cartoline italiane, che alternano il Colosseo ai canali della Serenissima. Questa scelta ci comunica come le città europee non siano semplici scenari di film o serie TV, ma elementi capaci di cambiare il tono e il senso di una storia. Se hai amato i colori, le storie e gli eccessi di Sex and the City (1998), non puoi perderti Emily in Paris. 

    9. Ratatouille (2007)

    Diretto da Brad Bird, Ratatouille è uno dei ritratti più affettuosi della Ville Lumière mai realizzati, anche se in versione animata. I tetti, i vicoli e, soprattutto, le cucine dei ristoranti, diventando il simbolo della fantasia e del talento che può nascere ovunque e nei luoghi più inaspettati.

    Nella Parigi viva e pulsante degli anni '70 si muove infatti il topolino Rémy con il sogno di diventare un cuoco, avendo come idolo lo chef Gusteau. In cento minuti, il film delle Pixar diventa una lettera d’amore al sogno parigino, e alla creatività di una città straordinaria. Una città resa ancora più calda da un'animazione in grado di riflettere i suoi inimitabili colori. Il film è assolutamente da recuperare se Paddington 2 (2017) ti ha fatto emozionare.

    8. Vacanze Romane (1953)

    Audrey Hepburn e Gregory Peck, insieme in Vespa, sono il simbolo di un cinema hollywoodiano che ha fatto le sue fortune in Europa. Vacanze Romane ha fissato per sempre l’immagine cinematografica di Roma. La città viene mostrata come un museo a cielo aperto.

    Piazza di Spagna, il Colosseo, la Bocca della Verità (per una scena cult) e il Tevere non sono semplici sfondi, ma tappe fondamentali del percorso sentimentale dei protagonisti, entrati nell'immaginario collettivo. In due ore, Roma appare luminosa, elegante e fuori dal tempo. Si tratta della cornice perfetta per una storia d'amore che dura l'attimo di un gelato. Ancora oggi resta uno dei ritratti più romantici della Capitale italiana. Se hai amato Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (1961), la amerai anche in Vacanze Romane.

    7. Notting Hill (1999)

    Firmato da Richard Curtis, Notting Hill è tra le migliori rom-com di sempre. Hugh Grant e Julia Roberts in 120 minuti si muovono in una Londra alternativa e inusuale, raccontata attraverso uno dei suoi quartieri più caratteristici (che dà il titolo alla pellicola), lontano dalla folla.

    Il mercato di Portobello Road, le strade residenziali (divenute mete turistiche) e le librerie indipendenti costruiscono un’immagine intima della capitale britannica, pur avendo tra le location anche il rinomato Hotel Savoy. Londra, secondo la commedia cult, è quindi il luogo in cui l’ordinario incontra lo straordinario, senza mai rubare la scena. Straordinario come l'amore impossibile tra un libraio e una star del cinema. Da non perdere se adori le rom-com inglesi come Il diario di Bridget Jones (2001).

    6. Babylon Berlin (2017)

    Quattro stagioni, 40 episodi da circa 50 minuti per lo show interpretato da Volker Bruch e Liv Lisa Fries. Siamo in piena Repubblica di Weimar, e seguiamo il commissario della buoncostume, Gereon Rath. Un miscuglio di vizi e delitti animano una città febbrile, attraversata da tensioni politiche, crisi economiche e fermento culturale.

     I cabaret, le strade affollate e i palazzi istituzionali di Berlino raccontano una capitale sul punto di esplodere. Da Alexanderplatz al quartiere di Gesundbrunnen, Berlino non è solo lo sfondo della storia, ma la sua anima inquieta. Una peculiarità: ogni quartiere riflette le contraddizioni dell’epoca. Se ti sei appassionato con Kleo (2022), farai lo stesso anche con Babylon Berlin.

    5. La casa di carta (2017)

    La scrittura di Alex Pina per una delle serie fenomeno, capace di trasformare Madrid in un simbolo globale. Úrsula Corberó, Álvaro Morte, Pedro Alonso e Itziar Ituño sono i ladri rivoluzionari che, in tre stagioni da 48 episodi, scardinano il Capitalismo. Che sia il Banco di Spagna, o Bar Las Estancias, la capitale ispanica è il cuore di una narrazione che mescola azione, politica e dramma umano.

    Per questo, gli edifici istituzionali assumono un valore simbolico ancora più forte. Pur essendo uno show itinerante, ne La Casa di Carta Madrid è sempre presente, anche quando non è direttamente in scena. E diviene persino parte della ribellione. Se lo spin-off Berlino (2023) ti ha colpito, non perdere la serie originale che ha fatto nascere il mito.

    4. The Bridge (2011)

    Creata da Hans Rosenfeldt e interpretata da Sofia Helin e Kim Bodnia, The Bridge sfrutta al meglio una Copenaghen fredda, razionale e silenziosa. La serie cattura infatti quella parte della città definita da spazi urbani essenziali, colori spenti e atmosfere tese (seppur la capitale danese sappia spiccare anche per i suoi edifici colorati, i canali animati e i bellissimi giardini nella realtà!). Centro del thriller in quattro stagioni da 38 puntate, il ponte di Øresund che collega la Danimarca a Malmö, in Svezia.

    Un luogo narrativo efficace, sfondo delle indagini portate avanti dai detective Saga Norén e Martin Rohde. Copenaghen, in questo caso, riflette il tono cupo e realistico della serie. Un ritratto splendidamente nordico. Se hai visto e amato il remake americano The Bridge (2013), amerai anche la serie originale. 

    3. Mission: Impossible (1996)

    Interpretato da Tom Cruise, il primo Mission: Impossible ha utilizzato Praga come sfondo per le sue celebri note thriller. Il Ponte Carlo, Kampa Park, la Città Vecchia verso Mala Strana, le rive del Moldava. La capitale ceca appare elegante, misteriosa e carica di tensione.

    Se l'azione non manca nel primo capitolo della saga, la Praga rivista da Brian De Palma sembra sospesa nel tempo, perfetta per storie di segreti e tradimenti. La città amplifica la suspense e il fascino del racconto, impreziosendo l'ora e 40 di durata. Una città affascinante per uno degli action movie più influenti di sempre. Se ti sei emozionato con l’ultimo Mission: Impossibile - The Final Reckoning (2025), ti emozionerai anche con il primo film della saga.

    2. Lisbon Story (1994)

    Una vera e propria lettera d'amore alla capitale portoghese. Diretto da Wim Wenders e interpretato da Rüdiger Vogler, Lisbon Story racconta una città unica (e poco conosciuta) attraverso i suoni, la luce e il ritmo delle strade. Lisbona è malinconica, contemplativa e autentica. Non è una città che si impone, ma che si lascia scoprire lentamente.

    La vista unica dal vecchio acquedotto, e poi Alfama e Mouraria, specchio di una città multietnica. Senza scordare il ritmo che, in un'ora e quaranta, è modulato dalle musiche di Madredeus. Ogni quartiere contribuisce a creare un ritratto intimo e poetico. Lisbona, fin dal titolo, è la vera protagonista del film. Se ami i film omaggio come Buena Vista Social Club (1999), non perdere Lisbon Story.

    1. La grande bellezza (2013)

    Altro omaggio a chiudere la lista: quello di Paolo Sorrentino all'opulenza e allo splendore di Roma. La Grande Bellezza, con protagonista Toni Servillo, racconta una Capitale notturna, decadente e profondamente malinconica. Uno scrittore in crisi, nei suoi abiti sartoriali, si muove da via Veneto agli Acquedotti, dal Colosseo a Piazza Navona.

    La città eterna diventa infatti il riflesso dello stato d’animo del protagonista, Jep Gambardella. Un luogo sospeso tra splendore artistico e vuoto esistenziale. Palazzi storici, terrazze panoramiche e feste mondane mostrano una capitale viziata e disillusa. Roma non è solo cornice, ma anima. Un ritratto che ha ridefinito la narrazione cinematografica attorno alla Capitale. Se hai apprezzato Parthenope e il racconto di Napoli (2024), recupera La grande bellezza.

  • I 10 film Disney più sottovalutati di sempre

    I 10 film Disney più sottovalutati di sempre

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Quando si parla di classici Disney pensiamo sempre agli stessi titoli: Il re leone (1994), La Bella e la Bestia (1991), Frozen (2013), forse Encanto (2021) per le nuove generazioni. Intorno però c'è un'intera galassia di film passati quasi in sordina, usciti nel momento sbagliato o oscurati da successi più rumorosi. Alcuni hanno floppato al botteghino e sono diventati cult solo più tardi, altri hanno pagato il prezzo di essere ritenuti troppo “strani”, troppo cupi o semplicemente troppo avanti per il pubblico dell'epoca. 

    In questa lista proviamo a rimettere al centro dieci film Disney animati sottovalutati, in ordine cronologico. Non sono "i migliori in assoluto", ma quelli che ancora oggi sorprendono per coraggio, idee visive o personaggi, e che raccontano le fasi più sperimentali dello studio. La buona notizia: quasi tutti si recuperano facilmente su Disney+.

    1. Basil l'investigatopo (1986)

    Sottovalutato??? Alcuni strabuzzeranno gli occhi, dato che Basil l’Investigatopo (1986) è oggi considerato un piccolo cult dell’animazione Disney. Eppure, nonostante l’idea geniale di “abbassare” Sherlock Holmes alle dimensioni di un topo londinese, questo film spesso viene messo in secondo piano. In generale, in mezzo ai titoli del Rinascimento Disney, Basil sembrava un film “minore”, tanto più che quando uscì (nonostante un discreto successo di incassi e i dichiarati rimandi allo Studio Ghibli) venne “oscurato” da un’altra storia di roditori e metropoli, Fievel sbarca in America, uscito lo stesso anno co-prodotto addirittura da Steven Spielberg. Per non parlare poi delle varie La Sirenetta (1989) e La Bella e la Bestia (1991), arrivati nei cinema qualche anno dopo in pieno grandeur disneyano. Per fortuna, Basil col passare del tempo è stato rivalutato come meritava e, nonostante non sia comunque entrato nell’immaginario dei classici Disney, rimane un titolo importante, anche solo perché fu il primo a utilizzare tecniche di animazioni digitale.

    2. Oliver & Company (1988)

    Negli anni in cui New York diventava il set ideale per le rom-com anni '90, Oliver & Company (1988) ci portava già tra taxi gialli e skyline di grattacieli, trasportando nel mondo Disney una versione di Oliver Twist ma con cani randagi e un gattino rimasto orfano. In tanti ricordano il titolo, ma alzi la mano a chi verrebbe in mente questo film quando si parla dei grandi classici Disney. Eppure gli ingredienti ci sono, c’è una New York nel pieno della pop culture, ci sono le canzoni, addirittura la voce di Billy Joel, che più anni ‘80 non si può. La trama paga un po’ in semplicità, troppo “uguale” all’originale ma, come nel titolo precedente, anche in questo film già si iniziano a vedere i primi esperimenti di animazione che porteranno al mix 2D/computer grafica degli anni successivi. 

    3. Bianca e Bernie nella terra dei canguri (1990)

    Sequel del più celebre Le avventure di Bianca e Bernie (1977), questo secondo capitolo ambientato in Australia diventò un caso (e non in positivo). Primo film Disney interamente colorato in digitale, ottime recensioni, ma risultati al botteghino ben sotto le aspettative, tanto da essere spesso citato come uno dei titoli più sottovalutati dell'era pre-Rinascimento. Eppure la regia è ancora oggi impressionante: il volo iniziale con l'aquila Marahutè ha un senso di vertigine che molti blockbuster moderni si sognano, le distese australiane danno una profondità rara da trovare in un film in 2D e la coppia Bianca e Bernie è una storia dentro la storia. Unica pecca, pochi (e poco memorabili) momenti musicali, per cui questo è uno dei titoli “pecora nera” dello stile tipico della casa d’animazione. Ci sono le scene d’azione, temi come la preservazione dell’ambiente e degli animali, le gag tra i due protagonisti, vale un rewatch, e dargli una chance oggi significa anche scoprire un pezzo importante dell'evoluzione tecnica di Disney.

    4. Il gobbo di Notre Dame (1996)

    Il gobbo di Notre Dame (1996) è l'anomalia per eccellenza nella filmografia Disney degli anni '90. Arriva dopo Il re leone (1994) ed è molto più cupo, adulto, ossessionato da temi come peccato, desiderio, fanatismo religioso. All'uscita molti lo hanno trovato "troppo" per un pubblico di bambini e ancora oggi viene ricordato meno spesso rispetto ai vicini di catalogo, nonostante diversi critici lo considerino uno dei film più sottovalutati dello studio. Visivamente è un'opera imponente, con Notre-Dame protagonista assoluta e folle di Parigi animate come se fossero un kolossal storico. Le canzoni tengono insieme Broadway e tragedia, mentre personaggi come Esmeralda e Frollo hanno una complessità che raramente si è vista in casa Disney. Se siete cresciuti con la VHS e vi sembrava "stranamente pesante", riguardarlo oggi da adulti è quasi un altro film, più vicino per toni a certi musical di Victor Hugo portati in teatro che alle favole edulcorate. Difficile che crescendo non abbiate già fatto un rewatch ma, se non lo avete fatto, è ora di premere play.

    5. Hercules (1997)

    Per anni Hercules (1997) è stato considerato il fratello minore del canone: uscito dopo la maestosità de Il Gobbo e prima della standing ovation per Mulan (1998), ha incassato meno di altri film usciti negli stessi anni, impiegando tanto tempo per diventare un vero cult da rewatch. Negli ultimi anni però è entrato in tante liste di "underrated Disney", complice anche una rilettura più affettuosa della sua estetica (pazzesca!) e della sua colonna sonora in chiave mitologia gospel (pazzeschissima!). Il film venne volutamente pensato come un uragano: le divinità della Grecia antica e uno stile grafico ispirato ai vasi ellenici mescolati a battute modernissime e riferimenti alla contemporanea cultura delle celebrity. Ade è uno dei villain più divertenti mai scritti, Megara è ancora oggi una delle protagoniste femminili più sarcastiche e interessanti del catalogo. Sia che siate alla ricerca di un vero gioiellino Disney, sia che abbiate fatto il classico e vogliate insegnare ai vostri figli gli dei dell’Olimpo, questo è il titolo giusto.

    6. Le follie dell'imperatore (2000)

    Qui siamo in territorio cult puro, anzi, purissimo. Le follie dell'imperatore (2000) all'uscita andò bene, ma senza fuochi d'artificio. Troppo “strano” rispetto alle aspettative del pubblico, che si aspettava ancora grandi musical epici, tra principesse e relativi principi azzurri. Oggi però è uno dei titoli più rivalutati, soprattutto per la sua vena comica, più vicina al sarcasmo Looney Tunes che al "classico Disney". Il film dura poco, ha un ritmo forsennato, vive di improvvise rotture della quarta parete, montaggi assurdi, personaggi come Kuzco, Yzma e Kronk che sembrano usciti da una sitcom più che da una fiaba. Niente grandi canzoni (tranne l'intro), poca melassa, tantissima comedy. Se vi è piaciuto da bambini, riguardarlo oggi in italiano, con il doppiaggio firmato Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Anna Marchesini e Adalberto Maria Merli, è quasi un altro film, fidatevi. Tempi comici perfetti, che anticipano il modo in cui tantissime serie animate di oggi hanno mescolato meme, meta umorismo e ritmi da stand-up. È già un comfort movie per molti, ma meriterebbe di essere trattato come un vero classico.

    7. Atlantis – L'impero perduto (2001)

    Anche Atlantis (2001) è un altro esempio di film uscito nel momento sbagliato. Nel 2001 il pubblico si aspettava ancora musical e fiabe, e si è trovato davanti un'avventura steampunk senza canzoni, con un cast corale di esploratori e una civiltà perduta raccontata con toni più vicini a Indiana Jones (1981) che a Cenerentola (1950). Al botteghino non è andata bene, ma negli anni il film è diventato un cult tra chi ama la fase più sperimentale Disney. La direzione artistica è il suo vero punto di forza, con linee spigolose, colori saturi, tecnologie immaginate a metà tra fantascienza e archeologia, un mondo che sembra pronto per un intero franchise mai davvero esploso. Milo e Kida sono protagonisti decisamente meno immediati dei principi disneyani, ma certamente più reali e contemporanei. Se siete fan dei film d'avventura anni '90, Atlantis è un titolo che dovete assolutamente riscoprire.

    8. Il pianeta del tesoro (2002)

    Il pianeta del tesoro (2002) è forse il caso più clamoroso di film Disney “sottovalutato”. All'uscita è stato un vero disastro commerciale, con incassi estremamenti inferiori al budget, tanto da essere spesso citato come uno dei flop più pesanti dello studio. Solo col tempo è stato riscoperto per la sua ambizione visiva, che mischia fantascienza e romanzo d'avventura classico, ispirandosi a L'isola del tesoro di Stevenson ma in versione space opera. Lo stile grafico combina disegno tradizionale e ambienti digitali, con navi spaziali che sembrano velieri aerei e un universo pieno di dettagli. La relazione tra Jim e Silver è una delle più sottovalutate in casa Disney, un rapporto padre-figlio mancato che dà al film una profondità emotiva spesso ignorata. Se vi piace l'idea di un'animazione che guarda a Star Wars (1977) o alla fantascienza per ragazzi degli anni '80, Il pianeta del tesoro è esattamente quel tipo di film, in ritardo sul pubblico ma in anticipo sull'idea di "ibrido" che nei titoli di oggi diamo per scontata.

    9. Koda, fratello orso (2003)

    Come tanti titoli in questa lista, anche Koda, fratello orso (2003) è uno di quei film che pagano lo scotto di essere usciti in un momento complicato, in piena ascesa Pixar. Al cinema ha funzionato, ma senza esplodere, e le recensioni sono state decisamente più tiepide rispetto ai grandi apici del passato Disney, tanto da relegarlo spesso nella fascia "minore" del catalogo. Rivisto oggi, però, colpisce per il modo in cui racconta il rapporto tra empatia e colpa, con un protagonista che letteralmente diventa l'animale che ha odiato. Le ambientazioni del Nord America sono rese con colori caldi, quasi pittorici, e la colonna sonora firmata Phil Collins funziona meglio di quanto ricordassimo. È un film che parla di lutto, responsabilità e fratellanza ma con un tono più contemplativo rispetto al “classico Disney”, pur riprendendo tematiche “tipiche” come il rispetto per la natura e per gli animali, con tanto di ambientazioni à la Pocahontas (1995). Se cercate un titolo da vedere in famiglia, capace anche di insegnare ai bambini (ma non in maniera scontata), Koda è un’ottima risposta, soprattutto per gli spettatori più piccoli cresciuti con Oceania (2016).

    10. I Robinson – Una famiglia spaziale (2007)

    I Robinson (2007) è uno di quei film che sembrava essere sparito dai radar subito dopo l'uscita, e invece è un tassello importante nella transizione di Disney verso la CGI moderna. Al botteghino andò discretamente, ma senza lasciare il segno, mentre oggi viene spesso citato come uno dei titoli più sottovalutati dei primi anni ‘2000, complice una storia che usa il viaggio nel tempo per parlare in realtà di adozione, famiglia scelta e resilienza. L'animazione è piuttosto grezza, soprattutto se paragonata ai Pixar che in quegli anni spopolavano tra Ratatouille (2007), Cars (2006) o WALL-E (2008). Tuttavia, le idee visive non mancano, ma è soprattutto nella tematica della “famiglia allargata” trattata nella trama in cui bisogna trovare la chiave di lettura per rivalutare questo film, arricchita da salti temporali e viaggi spaziali. Se vi piacciono storie in stile Big Hero 6 (2014) o film che mischiano sci-fi e crescita personale, I Robinson è un recupero obbligato, e un buon modo di chiudere questa carrellata di film che all'epoca non hanno avuto l'attenzione che meritavano.

  • Addio “My Hero Academia”: 10 titoli per riempire il vuoto nel cuore

    Addio “My Hero Academia”: 10 titoli per riempire il vuoto nel cuore

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Il 13 dicembre 2025, dopo un’ottava stagione che ha fatto emozionare e commuovere in ogni singolo episodio, va in onda l’ultimo della stagione finale di My Hero Academia (2016 - 2025), chiudendo ufficialmente un anime che ci accompagna dal 2016 e che, insieme a Demon Slayer (2019 - in corso) e Jujutsu Kaisen (2020 - in corso), è considerato uno dei pilastri della nuova generazione shonen.

    Dopo quasi dieci anni di Deku, All Might, Shigaraki e delle follie della U.A., è davvero la fine di un’epoca: niente più “Plus Ultra” urlati in simulcast, niente più speculazioni su chi diventerà il Numero Uno. Solo un enorme vuoto nel cuore… e nella watchlist. Sebbene, tutti quanti noi porteremo marchiata a fuoco l’effige nella nostra mente dell’unico e vero HERO di tutti i tempi!

    Parte della forza di My Hero Academia è sempre stata la sua capacità di usare il linguaggio del battle shonen per parlare d’altro: “che cos’è un eroe, davvero?”, come ripete spesso il suo autore Kōhei Horikoshi. In un mondo in cui i Quirk sono la norma, la serie affronta temi come discriminazione e pregiudizio (soprattutto verso gli eteromorfi), il peso delle aspettative sociali, il culto tossico dei “pro hero” e l’idea di una società costruita attorno allo spettacolo della salvezza. Tutto filtrato attraverso una classe di ragazzini che imparano, sbagliano, crescono e costruiscono una famiglia trovata tra i banchi.

    È anche per questo che My Hero Academia viene spesso definito uno degli shonen più importanti dell’ultimo decennio, premiato, amatissimo dai fan e costantemente in cima alle classifiche di popolarità. 

    Se ti manca già, sappi che sei in buona compagnia. In questa guida abbiamo raccolto 10 anime e serie TV animate che condividono con MHA alcuni punti chiave: scuole di eroi, società distopiche, mentori imperfetti, underdog testardi, ma anche la stessa miscela di botte spettacolari e crisi esistenziali.

    1. My Hero Academia: Vigilantes (2025 - in corso)

    Partiamo dal più ovvio, ma anche dal più necessario: My Hero Academia: Vigilantes è il prequel ufficiale, ambientato cinque anni prima della serie principale. L’anime, andato in onda da aprile a giugno 2025, segue Koichi Haimawari, uno studente con un Quirk “da poco” che non può diventare pro hero e sceglie la strada del vigilante illegale, insieme all’influencer Kazuho e al brutale Knuckleduster. 

    Se MHA è il lato “istituzionale” della Hero Society, Vigilantes ne mostra il retroscena grigio: gente comune che aiuta dove i pro hero non arrivano, quartieri lasciati ai criminali, sistemi che proteggono solo chi è già dentro. Ritrovi la stessa energia da shonen supereroistico – Quirk creativi, combattimenti coreografati, camei di personaggi che conosci – ma con una domanda più sporca: cosa significa essere eroe quando la legge non è dalla tua parte? È il titolo perfetto da guardare subito dopo il finale per restare nello stesso mondo, ma con un sapore più adulto e disilluso.

    2. Jujutsu Kaisen (2020 - in corso)

    Se in MHA i Quirk sono poteri spettacolari, in Jujutsu Kaisen le maledizioni sono letteralmente l’incarnazione degli incubi umani. La serie segue Yuji Itadori, liceale che diventa il vaso del Re delle Maledizioni Sukuna per salvare i suoi amici, entrando in una scuola di stregoni che ricorda molto la U.A., ma declinata in chiave horror. 

    Qui ritrovi diversi elementi cari ai fan di MHA: classe di studenti con poteri unici, insegnanti borderline (Gojo come versione caotica di All Might), esami e missioni sul campo che diventano prove di maturità. Ma il tono è decisamente più cupo: JJK spinge sui sacrifici, sui traumi e su una società degli stregoni rigidissima e conservatrice, non troppo diversa dal lato più marcio della Hero Society. 

    Se hai amato le parti più dure di MHA – le guerre, gli attacchi ai civili, il meltdown di Deku solitario – Jujutsu Kaisen è l’evoluzione naturale: stesso linguaggio shonen, ma con la consapevolezza che non sempre i “buoni” vincono e non sempre le istituzioni meritano fiducia.

    3. Kaiju No. 8 (2024 - in corso)

    In un mare di protagonisti adolescenti, Kaiju No. 8 ha fatto rumore per una scelta semplice ma rivoluzionaria: il suo eroe, Kafka Hibino, ha più di trent’anni, fa un lavoro frustrante nelle squadre di pulizia dei kaiju e ha già “fallito” l’esame per entrare nella Japan Defense Force. 

    Quando un parassita mostruoso gli dà il potere di trasformarsi lui stesso in kaiju, Kafka diventa al tempo stesso minaccia e pilastro della difesa, costretto a nascondere la propria identità a colleghi e superiori. È l’anime perfetto per chi amava il lato sociale di MHA: qui c’è un’organizzazione militare al posto dell’Hero Society, ma i meccanismi sono simili – esami, classifiche, gerarchie, media – e la domanda è la stessa: cosa significa essere “degni” di salvare gli altri? La serie lavora molto sul tema del secondo tentativo, del sentirsi fuori tempo massimo rispetto ai propri sogni, qualcosa che risuona con la parte più malinconica del percorso di Deku e All Might.

    Se ti mancano gli scontri spettacolari e le trasformazioni all’ultimo secondo, Kaiju No. 8 riempie quel vuoto con battaglie enormi, mostri inquietanti e una sana dose di autoironia.

    4. Mob Psycho 100 (2016–2022)

    Se di My Hero Academia ti è sempre rimasta addosso la frase non detta “avere un Quirk non ti rende automaticamente migliore degli altri”, allora devi recuperare Mob Psycho 100. La serie segue Shigeo “Mob” Kageyama, ragazzo dall’aspetto banalissimo ma con poteri psichici devastanti, tanto forti da costringerlo a reprimere ogni emozione per paura di perdere il controllo. 

    Mob è, in un certo senso, la versione più ansiosa e introversa di Deku: un adolescente che rifiuta di definirsi tramite i suoi poteri e che impara, stagione dopo stagione, a crescere come persona prima che come “arma”. La serie demolisce l’idea di “prescelto” e insiste sul fatto che il vero lavoro eroico è interno: accettare le proprie fragilità, integrare le parti oscure, chiedere aiuto. Il tutto con un’animazione espressiva e sperimentale, gag surreali e combattimenti che fanno sembrare alcuni scontri di MHA quasi sobri. Se cerchi una storia che ti faccia ridere, piangere e rimettere in prospettiva il concetto di “potere”, Mob Psycho 100 è un salto obbligato.

    5. Black Clover (2017– in corso)

    In un mondo dove tutti usano la magia, Asta nasce senza un briciolo di mana, un po’ come Deku nato senza Quirk. Il suo sogno, ovviamente, è diventare Imperatore Magico: il più grande di tutti. Black Clover parte da un cliché apertamente simile a MHA – underdog vs sistema meritocratico – e lo spinge all’estremo, con un protagonista che compensa la mancanza di talento con una quantità ridicola di allenamento, urla e tenacia. 

    Qui ritrovi tanti elementi familiari: squadre equivalenti alle classi della U.A., esami, rivalità amichevoli alla Deku/Bakugo, un mondo pieno di discriminazioni (soprattutto contro chi viene dai distretti poveri) e un’elite magica che non è sempre dalla parte giusta della storia. Rispetto a MHA è più “grezzo” e rumoroso, ma è proprio quel caos a conquistare: se ti manca il lato shonen puro, fatto di power-up gridati e amicizie che si cementano sul campo di battaglia, Black Clover riempie benissimo quel vuoto.

    6. One Punch Man (2015 - in corso)

    Dove My Hero Academia racconta la salita verso la vetta, One Punch Man parte dall’arrivo: Saitama è già così forte da sconfiggere chiunque con un solo pugno. Il risultato è un anime che parodia sia i supereroi che gli shonen, ma senza perdere di vista temi molto simili a quelli di MHA: il burnout, il bisogno di riconoscimento, il ruolo delle classifiche e delle agenzie nell’idea stessa di “eroe”. 

    L’Associazione Eroi è una versione ancora più cinica dell’Hero Society: tutto è ridotto a rating, posizionamento e immagine, mentre i veri salvataggi spesso passano inosservati. Saitama, che ha realizzato il sogno di essere “il più forte”, è più annoiato che felice; i suoi colleghi vivono intrappolati in un sistema che li misura in base a parametri spesso ridicoli. Se ti hanno colpito i momenti in cui MHA criticava la spettacolarizzazione del salvataggio (dagli scandali mediatici all’arco di Stain), One Punch Man offre una lettura ironica ma lucidissima della stessa ossessione. E in più ti fai delle risate, che post-finale non guastano.

    7. Tiger & Bunny (2011- 2022) 

    Prima ancora che MHA arrivasse, Tiger & Bunny stava già giocando con l’idea di supereroi come celebrità aziendalizzate. Nella città di Stern Bild, gli “Heroes” salvano persone in diretta TV, accumulano punti in classifica e sfoggiano sponsor veri (Pepsi, Amazon, SoftBank) stampati sulle armature. 

    La serie segue la strana coppia Wild Tiger / Barnaby Brooks Jr., costretti a fare team in un sistema che premia più i numeri che l’etica. Se hai amato in MHA tutto il discorso sulla Hero Society come industria dello spettacolo, qui è il cuore stesso del concept: ogni salvataggio è un contenuto, ogni errore può significare la perdita di sponsor.

    Tiger & Bunny, però, non è solo satira: lavora molto sulle relazioni tra colleghi, sui conflitti tra generazioni di eroi e su cosa significhi invecchiare in un lavoro che ti vuole sempre giovane e perfetto. È una visione imprescindibile se vuoi esplorare un’altra declinazione dell’idea di “eroe come brand” che MHA ha reso così centrale.

    8. Invincible (2021 - in corso)

    Se cerchi qualcosa di più adulto ma non vuoi abbandonare il mondo dei supereroi, Invincible è probabilmente la scelta migliore. La serie di Prime Video, adattata dal fumetto di Robert Kirkman, racconta la storia di Mark Grayson, figlio del supereroe più potente della Terra, che scopre a poco a poco quanto sia tossica e violenta la realtà dietro la facciata perfetta del padre. 

    È una sorta di università dopo il liceo di MHA: stesso amore per i costumi, le squadre e le città distrutte, ma con una violenza grafica e un cinismo che non troverai mai nella U.A. Anche qui però il cuore non è il gore, ma il conflitto tra eredità e identità: Mark, come Deku, deve capire che tipo di eroe essere in un mondo dove i simboli che ha idolatrato sono costruiti su compromessi e bugie. Se il finale di MHA ti lascia con la voglia di storie che mettano veramente in crisi il concetto di “simbolo di pace”, Invincible è un passo successivo naturale – consapevole, emotivo e sorprendentemente commovente dietro il sangue.

    9. Sky High (2005)

    Tra i film live action, pochi parlano la stessa lingua di MHA quanto Sky High – Scuola di superpoteri. Il protagonista, Will Stronghold, è figlio di due leggende del supereroismo e viene mandato in un liceo volante per ragazzi con poteri… peccato che i suoi ancora non si siano manifestati. Viene così relegato alla classe “Hero Support”, la serie B della scuola. 

    Suona familiare? Tra test di abilità, divisioni tra “eroi” e “spalle”, bullismo supereroistico e genitori ingombranti, Sky High sembra quasi il cugino live action di MHA. Ovviamente il registro è più leggero e da teen movie Disney, ma la riflessione è simile: cosa succede a chi cresce all’ombra di simboli troppo grandi, e quanto la scuola contribuisca a creare gerarchie ingiuste. È il titolo perfetto se vuoi qualcosa di più corto e autoconclusivo rispetto a un anime lungo, ma non ti va di abbandonare l’idea di “classe di giovani eroi” che fa parte del DNA di My Hero Academia.

    10. Naruto (2002 - 2017)

    Chiudiamo con un classico che, in un certo senso, è il nonno di My Hero Academia: Naruto. La storia del ninja emarginato che sogna di diventare Hokage ha definito intere generazioni di shonen, e Horikoshi stesso ha spesso citato l’opera di Kishimoto come una delle influenze principali. 

    Naruto, come Deku, è un ragazzino guardato dall’alto in basso, la cui crescita avviene attraverso esami, missioni di gruppo, mentori severi ma affettuosi e una rete di amici-rivali che lo accompagnano per centinaia di episodi. Al posto dei Quirk trovi jutsu e kekkei genkai; al posto della U.A. c’è l’Accademia Ninja e i villaggi nascosti; al posto della Hero Society, un mondo politico complesso che impara lentamente dai propri errori. 

    Se vuoi capire da dove arriva l’ossessione di MHA per il concetto di “erede”, “simbolo” e “nuova generazione che deve superare la vecchia”, Naruto è il binge-watch ideale: lungo, emotivo e pieno di momenti che ti colpiranno nello stesso punto in cui lo hanno fatto Deku, Bakugo e Todoroki.

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