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Ti è piaciuto "Una di famiglia"? Ti consigliamo 10 thriller con plot twist incredibili (senza spoiler!)

Ti è piaciuto "Una di famiglia"? Ti consigliamo 10 thriller con plot twist incredibili (senza spoiler!)

Andrea Ballerini

Andrea Ballerini

Editor a JustWatch

Una di famiglia (2025) ha chiuso l’anno 2025 con il botto, portandosi a casa più di 380 milioni di dollari ai botteghini. Il film di Paul Feig ha convinto pubblico e critica grazie alle performance eccellenti di Amanda Seyfried e Sydney Sweeney.

Il plauso unanime è arrivato anche grazie a una sceneggiatura compatta che ha investito tanto in un colpo di scena micidiale. Thriller come Una di famiglia sono soliti utilizzare i colpi di scena non solo per il fattore wow. Questi cambi repentini modificano non solo la trama, ma anche tutte le congetture che lo spettatore dava per certe fino a quel momento. Tra confusione e stupore, il colpo di scena focalizza ancora di più gli occhi di chi sta guardando il film.

Se il plot twist di Una di famiglia vi ha lasciato a bocca aperta e ne volete altri, questa lista fa decisamente per voi. Qui sotto trovate 10 thriller con plot twist che vi lasceranno sbalorditi. La scelta è ricaduta su titoli moderni usciti dagli anni 2000 in poi, includendo sia cult che classici del genere. Ça va sans dire, non troverete nessuno spoiler sui colpi di scena.

1. Mulholland Drive (2001)

Mulholland Drive ha aperto il nuovo millennio con il botto. Il capolavoro di David Lynch è considerato uno dei migliori film di sempre. Il maestro de I segreti di Twin Peaks (1990) porta lo stesso cocktail di mistero e surrealismo in questo thriller losangelino. Tra le performance eccezionali di Naomi Watts e Laura Harring e uno stile visivo autenticamente lynchiano, Mulholland Drive (2001) è forse il picco del regista. Il plot twist della pellicola è il cuore pulsante di essa e la confusione suscitata da esso vi farà optare per una seconda visione in un batter d’occhio. Se siete fan di thriller cervellotici come Enemy (2014) e Animali notturni (2016), questa visione è fondamentale.

2. OldBoy (2003)

Qualche anno dopo Mulholland Drive (2001), ci pensa OldBoy di Park Chan-wook a folgorare gli spettatori con uno dei plot twist più iconici di sempre. Se la folgorazione è dovuta alla potenza artistica del colpo di scena, dal punto di vista emotivo questa svolta è come un grande pugno nello stomaco. La sensazione di rimanere senza fiato è una valida alternativa. Come molti altri film dell’autore sudcoreano, OldBoy (2003) è intenso e senza mezzi termini. Per coloro che non hanno ancora sperimentato la sua visione, il film è altamente raccomandato per il plot twist, la regia impeccabile e una prova da storia del cinema di Choi Min-sik. Per fan di film di vendetta come Mandy (2018).

3. La pelle che abito (2011)

Quando si tratta di thriller dove la sessualità e la psicologia creano un tutt’uno, Pedro Almodóvar è il vostro regista di fiducia. Dopo aver perfezionato questo sottogenere negli anni ‘80 con perle come Matador (1986) e La legge del desiderio (1987), il cineasta spagnolo ha dato il meglio di sé ne La pelle che abito. Il film con Antonio Banderas e Elena Anaya è simile a Una di famiglia (2025) per la fiducia riposta nel plot twist. Il risultato, però, ha decisamente ripagato la scelta. Oltre alla bellezza estetica, La pelle che abito (2011) ti ipnotizza con la sua sceneggiatura e ti porta sulle montagne russe. Non perdetevelo se non potete fare a meno de Il sacrificio del cervo sacro (2017) o di Antichrist (2009).

4. Prisoners (2013)

L’ansia che provoca Prisoners alla prima visione non si scorda mai. Potrei giurare che il film di Denis Villeneuve rimane ansiolitico anche dalla seconda visione in poi. La costruzione della trama è la principale colpevole di questo stato d’animo. Parlando di un duplice rapimento, il film mostra due linee di indagine, quella legittima del detective Loki (Jake Gyllenhaal) e quella illegale del padre di una delle bambine rapite (Hugh Jackman). Il susseguirsi delle due linee narrative crea un effetto ping pong che complica la ricerca del colpevole da parte dello spettatore. Il tutto si conclude con un epico colpo di scena che elimina ogni dubbio, oltre che lasciare a bocca aperta tutti. Guardatelo se Mystic River (2003) vi ha piacevolmente impressionato.

5. Coherence - Oltre lo spazio tempo (2014)

Coherence - Oltre lo spazio tempo fa parte del crescente movimento indie dei primi anni 2010 e, come molti altri film di questo filone, fa della sceneggiatura la sua vera forza. Questo thriller del mistero combina anche elementi sci-fi e contiene un livello di complessità paragonabile a Mulholland Drive (2001). Come per il film di Lynch, una prima visione farà sicuramente scaturire la voglia di rivederlo immediatamente. La pellicola di James Ward Byrkit offre allo spettatore molteplici colpi di scena, concludendosi con un plot twist a dir poco geniale. Non perdetelo se non vi siete dimenticati di gioielli low budget come Primer (2004) e The Signal (2014).

6. L'amore bugiardo - Gone Girl (2014)

Oltre a film meno conosciuti come Coherence (2014) e La pelle che abito (2011), non potevo non lasciare spazio anche a classici moderni del cinema mainstream. L'amore bugiardo - Gone Girl (2014) è l’esempio calzante di un thriller che vuole attirare il maggior numero di spettatori senza rinunciare alla qualità. La pellicola di David Fincher vive di un’atmosfera ansiolitica che stenta a calare per tutta la sua durata. Gli accenni al poliziesco e al melodramma, poi, offrono strati ulteriori che completano stilisticamente il film. I colpi di scena, due in particolare, hanno una tempistica perfetta. Il primo aiuta il proseguimento della trama mentre il secondo pone fine al film con un effetto shock.

7. Predestination (2014)

La fama di Predestination è legata indissolubilmente agli svariati plot twist che abitano la sua sceneggiatura. Non c’è alcun dubbio, infatti, che l’opera dei fratelli Spierig sia la definizione di film “mindfuck”, ovvero di quei titoli che giocano con la mente dello spettatore fino all’estremo. Per questo motivo, tra viaggi attraverso il tempo e un’ambientazione da neo-noir, Predestination (2014) fa della complessità e del mistero i suoi cavalli di battaglia. Vi troverete in sintonia con questa pellicola se film come Source Code (2011), Looper - In fuga dal passato (2012) e Tenet (2020) hanno stimolato la vostra curiosità e il vostro interesse.

8. The Invitation (2016)

The Invitation segue la strada già percorsa da Coherence (2014), optando per un approccio minimalista dovuto al budget ridotto. Lasciata da parte la fantascienza, la pellicola di Karyn Kusama sfoggia una sceneggiatura completamente thriller che brilla per due elementi distintivi. Da un lato, l’approccio slow-burning calibra il crescere della tensione, che passa lentamente da appena palpabile a fuoco che divampa. Il secondo punto di forza è l’utilizzo del plot twist. Anzi, dei plot twist, visto che i colpi di scena fondamentali sono precisamente due. Quando si consumano, queste svolte nella trama aggiungono uno strato di tensione ulteriore che rende unica questa pellicola.

9. Goksung - La presenza del diavolo (2016)

Goksung - La presenza del diavolo è una miscela esplosiva che combina thriller e horror. Questa pellicola sudcoreana lascia senza parole sia per quanto riguarda la forma che la sostanza. Sul piano estetico, la mano del regista Na Hong-jin è possente sia con la camera a mano che per le inquadrature statiche. Sul versante della trama, questo thriller horror sorprende per il suo potere immersivo e per l’imprevedibilità del colpo di scena centrale. Goksung (2016) è un titolo perfetto per chi cerca intrattenimento e paura costruiti in maniera intelligente. Caldamente consigliato a chi ha apprezzato The Medium (2021) e Weapons (2025).

10. Parasite (2019)

Il colpo di scena eccellente di Parasite può competere con plot twist iconici come quello ne I soliti sospetti (1995) e ne Il sesto senso (1999). Sulla falsariga di Goksung (2016), la pellicola di Bong Joon Ho lascia lo spettatore senza parole con una svolta che nessuno poteva prevedere. Questo colpo di scena è fondamentale perché cambia repentinamente l’atmosfera del film. Se prima siamo di fronte a una commedia satirica, dopo il momento fatidico Parasite (2019) evolve in un thriller senza esclusione di colpi. Allo stesso tempo, il film vi colpirà per la sua potenza visiva senza compromessi, tra fotografia, montaggio e movimenti di macchina sopraffini.

I 5 documentari Netflix che ti faranno venire voglia di cancellare i tuoi profili social

I 5 documentari Netflix che ti faranno venire voglia di cancellare i tuoi profili social

Giovanni Berruti

Giovanni Berruti

Editor a JustWatch

Mi tolgo da Instagram. Quante volte abbiamo pronunciato o almeno pensato questa frase? I motivi possono essere molteplici. Passiamo troppe ore sui social; un tempo che potremmo sfruttare meglio. Ma non è solo un problema di tempo. Esiste anche un’altra faccia, più oscura, che limita profondamente la nostra libertà. 

È fatta di notifiche incessanti, studiate per tenerci incollati allo schermo, di dati personali raccolti e trasformati in “merce”, di un sistema che orienta ciò che pensiamo e persino la nostra realtà. Tutti tasselli di un puzzle che ci accompagna quotidianamente. 

Ecco, dunque, una lista di documentari che ci raccontano i meccanismi dei social, ma anche i pericoli che nascondono e gli effetti che hanno sulla società. Non demonizzano, bensì invitano a una riflessione critica (fondamentale in una democrazia).

The Social Dilemma (2020)

Ogni giorno scorriamo, clicchiamo, mettiamo like. Cosa c’è però dietro lo schermo? Chi si nasconde in quelle raccomandazioni “perfette” che sembrano leggerci nel pensiero? Ma soprattutto quali sono gli effetti di tutto questo sulla società? Attraverso interviste a ex dipendenti di Facebook, Google, Twitter e altre grandi compagnie tecnologiche, The Social Dilemma (2020) si pone l’obiettivo di rispondere a queste domande, svelando come le piattaforme siano pensate per catturare costantemente la nostra attenzione, oltre che per renderci un prodotto nel passaggio che ci ha portato da fruitori a serbatoio di dati. È importante guardarlo in quanto stimola uno sguardo critico sull’utilizzo quotidiano dei social media e offre una riflessione sull’impatto della tecnologia sulle nostre scelte. Forse non li cancelleremo, ma potremmo fare dei social un uso un po’ più moderato e costruttivo dopo la visione.

Il truffatore di Tinder (2022)

Un documentario che ci racconta una delle truffe digitali più significative di sempre. Il truffatore di Tinder (2022) ripercorre la storia di Simon Leviev, il cui vero nome è Shimon Yehuda Hayut, che si è finto un ricco erede di un magnate dei diamanti per sedurre donne su Tinder. Tra jet privati, hotel a cinque stelle e ristoranti costosi, offriva loro il sogno di una lussuosa vita romantica, salvo poi inventarsi storie per farsi prestare denaro e gettarle così nella spirale dei debiti, continuando ad ampliare la sua rete. Quella di Simon è una storia che ci mostra come un sogno d’amore (o meglio, un’illusione a cui scegliamo di credere) possa sfociare in incubo senza fine. Quello in cui si finisce per cadere, se non si usa la necessaria cautela quando ci si rapporta con sconosciuti dietro lo schermo, è uno schema manipolatorio, messo in piedi a regola d’arte. Ma soprattutto, è una vicenda che sottolinea come la rete abbia cambiato il nostro modo di cercare l’amore e di – letteralmente – cadere nelle sue trappole. Non perdetevelo se anche solo una volta vi è venuto il sospetto di essere vittima di catfishing.

The Great Hack – Privacy violata (2019)

Se pensate che inserire numeri di telefoni, indirizzi e luoghi visitati sui social serva solo per ottenere annunci pubblicitari personalizzati… forse dovreste guardare The Great Hack – Privacy violata (2019). Questo documentario ci mostra il lato oscuro dello sfruttamento dei dati informatici, ripercorrendo lo scandalo Cambridge Analytica, impresa che sfruttò in maniera illecita i dati personali di milioni di utenti di Facebook. Ci mostra come le informazioni raccolte possano essere utilizzate per influenzare opinioni politiche e campagne elettorali, come sembrerebbe essere stato per le elezioni presidenziali americane del 2016 o per il referendum sulla Brexit. Attraverso testimonianze dirette, come quella di Brittany Kaiser, che ricopriva un ruolo centrale nell’azienda, e tra l’altro successivamente ha scritto anche un libro molto interessante sul tema, “La dittatura dei dati”, è un film che sottolinea la nostra vulnerabilità in un mondo iperconnesso e che ci ricorda il valore dei nostri dati, mostrandoci i rischi nascosti dietro l’uso quotidiano dei social media. Da non perdere se pensate di essere completamente al sicuro su qualsiasi social…

Dancing for the devil: Storia di una setta su TikTok (2024)

Da ballerini ad adepti di una setta. E per Miranda e Melanie, da sorelle unite a sconosciute. È una storia inquietantemente vera quella raccontata da Dancing for the devil: Storia di una setta su TikTok (2024), docuserie che svela l’altra faccia del successo. I ballerini iscritti a un’agenzia sarebbero stati infatti manipolati, persino allontanati dalle loro famiglie. Al centro c’è la vicenda della ballerina Miranda; notata sul suo profilo TikTok in cui danzava con la sorella Melanie, la ragazza sarebbe stata manipolata e fatta entrare in un culto (la sedicente agenzia 7M) per poi tagliare i contatti con la sorella e i genitori. Il tutto non soltanto per profitto economico derivato da follower e visualizzazioni: il culto prometteva ai ballerini la salvezza spirituale. Attraverso testimonianze dirette, gli episodi ripercorrono le accuse alla società e al suo fondatore, in particolare riguardo a ciò che si nasconde davvero dietro all’agenzia 7M. Soprattutto, però, offrono una riflessione sulla vulnerabilità che può celarsi dietro l’ambizione ai tempi dei social e sui rischi legati alla ricerca del successo online.

Numero sconosciuto: Uno scandalo di cyberbullismo (2025)

Un susseguirsi di messaggi vili e provocatori sui cellulari. Una coppia di giovani finisce al centro del mirino di una vera e propria persecuzione digitale. È una storia vera quella raccontata in Numero sconosciuto: Uno scandalo di cyberbullismo (2025), docufilm che accompagna lo spettatore attraverso le testimonianze di chi ha vissuto un vero e proprio incubo virtuale. L’incertezza è costante: chi c’è dietro lo stalking? L’anonimato rende davvero le persone così spietate, facendole sentire onnipotenti e impunibili? Senza entrare nei dettagli, pur trattandosi di una vicenda nota alle cronache, rimane tra i casi più inquietanti mai conosciuti nel Michigan; è un racconto che offre una riflessione sulle dinamiche, e soprattutto sul peso, di una piaga digitale purtroppo sempre attuale: il cyberbullismo.

Emerald Fennell consiglia questi 13 film per capire il suo “Cime Tempestose”

Emerald Fennell consiglia questi 13 film per capire il suo “Cime Tempestose”

Gabriella Giliberti

Gabriella Giliberti

Editor a JustWatch

Ogni grande film nasce da un universo di altri film, e uno degli elementi più interessanti dell’arte risiede proprio nel suo saper influenzare; arte richiama altra arte. Per questo, quando si parla di una regista eclettica e divisiva come Emerald Fennell, l’occhio e la mano dietro a Una donna promettente (2020) e Saltburn (2023), vale la pena approfondire le sue reference per comprendere meglio ciò che ha ispirato lo stile estetico e poetico del suo ultimo chiacchieratissimo “Cime Tempestose”.

Se non sapete di cosa stiamo parlando – evidentemente non frequentate molto i social in queste ultime settimane – ve lo diciamo subito: lo scorso 12 febbraio è arrivato in sala uno dei film più controversi dell’anno, appunto “Cime Tempestose”, adattamento liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Emily Brontë del 1847 considerato uno dei testi più oscuri, sensuali e moralmente ambigui della letteratura vittoriana.

Quello della Fennell è più una sua libera interpretazione, basata soprattutto sull’idea che il libro, quando l’ha letto la primissima volta, le ha suscitato, confezionando quasi un retelling gotico che mette al centro del discorso esclusivamente Cathy e Heathcliff, nella pellicola in questione interpretati da Margot Robbie e Jacob Elordi.

Il British Film Institute ha invitato Fennell a curare una selezione di tredici film sotto il titolo “Love Stories”: un programma pensato non come semplice omaggio personale, ma come mappa cinematografica per orientarsi dentro la sua visione. Se guardiamo per bene questa selezione, possiamo già individuare una chiave di lettura per poterci approcciare alla poetica della regista britannica.

I tredici film selezionati non parlano d'amore nel senso più rassicurante del termine: non ci sono lieti fine garantiti, non c'è romanticismo patinato, non ci sono coppie che superano insieme le difficoltà con un sorriso. Quello che accomuna questa lista è piuttosto una concezione dell'amore come forza destabilizzante, totalizzante, capace di attraversare il tempo e la morte, di distorcere la percezione della realtà, di abbattere qualsiasi convenzione morale. È l'amore come ossessione, come violenza, come fusione impossibile tra due esseri che non riescono a esistere separati. Esattamente il tipo di amore che Heathcliff e Catherine vivono nelle pagine della Brontë, e che Fennell intende portare sullo schermo con tutta la sua potenza scomoda.

Quale modo migliore per prepararsi alla visione del film, o magari per comprendere meglio le scelte dietro questo tipo di operazione, se non guardando/scoprendo proprio queste 13 pellicole?

Prigionieri del passato (1942)

Un ufficiale britannico perde la memoria durante la Prima Guerra Mondiale e costruisce una nuova vita, dimenticando la donna che amava. Prigionieri del passato è uno dei melodrammi più puri e devastanti del cinema classico hollywoodiano, con Ronald Colman e Greer Garson in due performance di rara intensità emotiva. Fennell lo ha inserito nella sua lista perché il film tocca uno dei temi centrali del suo “Cime Tempestose”: l'amore come qualcosa di iscritto nell'identità profonda di una persona, qualcosa che non può essere cancellato nemmeno da una perdita totale di memoria. Catherine e Heathcliff non si scelgono razionalmente, si riconoscono, come se l'uno fosse già contenuto nell'anima dell'altra.

Scala al paradiso (1946)

Un pilota della RAF sopravvive miracolosamente a una caduta impossibile e si innamora di una ragazza americana, mentre il paradiso burocratico reclama la sua anima. Powell e Pressburger realizzano con Scala al paradiso  una storia d'amore che letteralmente attraversa il confine tra vita e morte, raccontata con un sistema visivo straordinario – il mondo dei vivi a colori, quello dei morti in bianco e nero – e una fede totale nel potere dell'amore come argomento capace di rovesciare persino l'ordine cosmico. Sta proprio qui il collegamento con “Cime Tempestose”: Heathcliff è un personaggio che non si rassegna alla morte di Catherine, che continua a sentirla presente, che costruisce tutta la sua esistenza attorno a un amore che ha già perso ma che si rifiuta di lasciare andare. Fennell ha parlato spesso di come il suo film voglia esplorare quella dimensione quasi soprannaturale del legame tra i due protagonisti, anche se poi la pellicola si ferma molto prima… 

Via dalla pazza folla (1967)

L'adattamento di Schlesinger del romanzo di Thomas Hardy è uno dei film più belli mai tratti dalla letteratura vittoriana inglese, e la sua presenza nella lista di Fennell non sorprende affatto. Julie Christie nei panni di Bathsheba Everdene – indipendente, desiderante, incapace di accontentarsi di ciò che la società le offre – incarna un tipo di femminilità che risuona profondamente con la Catherine di Emily Brontë. Via dalla pazza folle condivide con “Cime Tempestose” non solo il paesaggio – le brughiere inglesi come spazio di libertà e pericolo – ma anche una certa concezione della donna come essere troppo grande per il mondo che la circonda, destinata a fare scelte sbagliate proprio perché le scelte giuste non le appartengono.

La favolosa storia di pelle d’asino (1970)

La favolosa storia di pelle d’asino è una fiaba musicale di Jacques Demy con una magnifica Catherine Deneuve nei panni di una principessa che fugge dal padre incestuoso travestendosi da contadina. Il perturbante dentro la fiaba viene rappresentato dal desiderio proibito, il tabù, la violenza che si nasconde sotto le canzoni e i colori sgargianti. Jacques Demy non moralizza, non condanna, si limita “semplicemente” a raccontare. E lo fa con uno stile che trasforma il disagio in bellezza, il trauma in incanto. “Cime Tempestose” è, in fondo, anche questo: una storia in cui l'amore ha radici oscure, in cui il desiderio non rispetta confini né convenzioni sociali. Emerald Fennell ha dichiarato di volere un film che abbia la stessa qualità onirica e al tempo stesso la stessa crudezza di certe fiabe originali, e La favolosa storia di pelle d’asino è il modello cinematografico perfetto per questa ambizione. 

Il portiere di notte (1974)

Forse il film più provocatorio e difficile dell'intera lista, e per questo anche il più rivelatore delle intenzioni della regista Emerald Fennell. Il portiere di notte di Liliana Cavani racconta la relazione tra un ex ufficiale delle SS e una sua ex prigioniera che si ritrovano per caso anni dopo la guerra. Quello che si sviluppa tra loro è qualcosa che sfida qualsiasi definizione convenzionale di amore o abuso, un legame sadomasochistico che entrambi sembrano scegliere liberamente, pur all'interno di una struttura di potere mostruosamente squilibrata. Il film fu accusato di tutto, dalla glorificazione del nazismo alla pornografia, ma l’intenzione di Liliana Cavani era qualcosa di molto più sottile e scomodo, cioè esplorare come certi legami traumatici diventino parte dell'identità di chi li ha vissuti, impossibili da separare da chi si è diventati. Questo è esattamente il tipo di amore-ossessione che Fennell racconta in “Cime Tempestose” e che, guarda caso, viene aspramente criticato soffermandosi sulla superficie. 

Bram Stoker's Dracula (1992)

Per chi ama il gotico questo è IL FILM. Il Dracula di Coppola è uno dei film esteticamente più barocchi e sovraccarichi della storia del cinema, un'opera che trasforma il gotico vittoriano in un trionfo di stile, colore, sesso e morte. Gary Oldman è un Dracula che non è semplicemente un mostro: è un uomo che ha perso la donna amata e ha trascorso secoli a cercarla in ogni forma possibile, disposto a tutto pur di riaverla. Come non si può considerare la frase “Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti” come una delle più belle citazioni cinematografiche? Semplice, non si può! Il collegamento con Heathcliff, neanche a dirlo, è immediato e profondo. Anche lui è una figura gotica che porta su di sé la perdita come una condanna, che trasforma il lutto in ossessione, che non riesce a smettere di amare anche quando l'amore ha già consumato tutto. Coppola usa il gotico come Fennell vuole usarlo: non come decorazione, ma come linguaggio emotivo, come modo per portare sullo schermo stati interiori che il realismo non riesce a contenere. La fotografia lussureggiante, i costumi da favola, le inquadrature distorte: tutto contribuisce a creare uno spazio in cui le emozioni hanno dimensioni cosmiche.

Crash (1996)

Nella selezione della Fennell a superare l’effetto provocazione di Il portiere di notte, forse troviamo Crash, l'adattamento cronenberghiano del romanzo di J.G. Ballard in cui un gruppo di persone sviluppa una feticizzazione erotica degli incidenti automobilistici. Film fisico, freddo, deliberatamente disturbante (in pieno stile Cronenberg), Crash esplora il confine tra eros e trauma, tra piacere e dolore, tra il corpo come strumento di desiderio e il corpo come territorio di violenza. La scelta di Fennell di includerlo nella sua lista dice qualcosa di fondamentale sulla sua concezione del desiderio, intenso come intreccio tra sofferenza e i modi che sfidano la comprensione razionale. In “Cime Tempestose”, l'amore tra Catherine e Heathcliff non è mai stato confortevole: è bruciante, distruttivo, incapace di trovare pace. Cronenberg, come pochissimi altri registi, sa come mettere in scena questa dimensione scomoda dell'eros, e Fennell ne riconosce la grandezza.

Romeo + Juliet (1996)

Il Romeo + Juliet di Baz Luhrmann è un film che non ha paura di se stesso: prende Shakespeare, lo sposta nell'America contemporanea, lo riempie di neon, pistole, musica pop e velocità visiva, e allo stesso tempo mantiene intatta la potenza del testo originale. È un film sul fatto che le grandi storie d'amore hanno una qualità senza tempo che sopravvive a qualsiasi trapianto di epoca o stile. Ma anche che, il più delle volte, gli adattamenti sono anche dei tradimenti! Infatti, il contributo di questa scelta alla comprensione del “Cime Tempestose” della Fennell è soprattutto stilistico. Baz Luhrmann dimostra che si può prendere un classico della letteratura e trattarlo con libertà assoluta, senza rispetto reverenziale, portandone fuori l'essenza emotiva attraverso scelte radicali di messa in scena.

Fine di una storia (Neil Jordan, 1999)

L'adattamento di Neil Jordan del romanzo di Graham Greene è uno dei film più dolorosi e precisi mai realizzati sull'impossibilità di smettere di amare qualcuno. Ralph Fiennes e Julianne Moore in una Londra wartime grigia e piovosa, un amore adulterino che finisce, o meglio che non finisce mai davvero, che continua a esercitare la sua forza anche attraverso l'assenza, la gelosia, il rimpianto. Fine di una storia è un film sulla perseveranza del desiderio, su come certi amori continuino a definirci anche quando sono finiti, anche quando l'altra persona non c'è più. Ritorniamo sull’ossessione di Heathcliff che, nel romanzo, dopo la morte di Catherine, non smette di amarla e cercarla nei volti degli altri, la invoca nel sonno, chiede letteralmente di essere perseguitato dal suo fantasma. Il film di Jordan è la versione contemporanea più riuscita di questa stessa ossessione, e la fotografia di Roger Pratt – quel grigio luminoso della Londra degli anni '40 – ha sicuramente influenzato il visual language che Fennell ha costruito per le sue brughiere.

Romance (1999)

Catherine Breillat è una delle autrici più radicali nell'esplorazione del desiderio femminile nel cinema europeo degli ultimi trent'anni, e Romance è il suo film più frontale e intransigente. Una donna in una relazione con un uomo che si rifiuta di fare sesso con lei comincia a cercare altrove la soddisfazione del suo desiderio, in modi che la società giudica degradanti. Ma Catherine Breillat non giudica, bensì osserva come il desiderio femminile non assecondato diventi una forza che travolge tutto, e lo fa con uno sguardo clinico e al tempo stesso profondamente empatico. La presenza di Romance nella lista di Fennell ci dice che il suo “Cime Tempestose” vuole dare spazio al punto di vista di Catherine non come vittima né come oggetto del desiderio di Heathcliff, ma come soggetto consapevole, con la sua sessualità, la sua insoddisfazione, il suo rifiuto di esistere solo dentro lo sguardo altrui. Se c’è un elemento che sicuramente Breillat e Fennell condividono – motivo per cui entrambe sono spesso aspramente criticate – è lo stesso coraggio nel guardare il desiderio femminile senza romanticizzarlo. 

Bluebeard (2010)

Sempre Breillat, ma questa volta con un ritorno alla fiaba come territorio di esplorazione dell'eros e del potere. Barbe Bleue racconta – come ci suggerisce il titolo stesso – la storia di Barbablù attraverso una doppia struttura temporale, sovrapponendo la fiaba originale a una storia contemporanea di due sorelle che la leggono, creando un dialogo tra epoche e sguardi che interroga il fascino perturbante delle storie in cui le donne vengono uccise da uomini troppo potenti e possessivi. Barbablù è, in fondo, un archetipo narrativo che appartiene alla stessa famiglia di Heathcliff: uomini che amano in modo totale e distruttivo, che concepiscono il possesso come forma d'amore. Mettendo a paragone Barbe Bleue con Romance, sembra quasi che la Fennell abbia costruito il suo “Cime Tempestose” come un dialogo con Catherine Breillat, la quale non ha mai smesso di interrogarsi sulla struttura del desiderio eterosessuale, la sua violenza implicita, la sua irresistibile attrazione, tanto nella rappresentazione quanto nella realtà. 

Mademoiselle (2016)

Mademoiselle di Park Chan-wook è uno dei film più belli e ipnotici degli anni Dieci del duemila. Un thriller erotico ambientato nella Corea degli anni '30 sotto occupazione giapponese, costruito su strati di inganno e rivelazione che si moltiplicano fino a capovolgere completamente tutto quello che si credeva di sapere. Ma sotto la struttura labirintica c'è una storia d'amore pura e assoluta, quella tra due donne che si scelgono nonostante tutto, contro tutti, in un mondo che le vuole strumenti del potere maschile. Park Chan-wook ha una capacità unica di lavorare con la bellezza visiva senza che essa diventi mai mera decorazione, ogni inquadratura è carica di significato emotivo e narrativo. Fennell ha dichiarato di essere stata profondamente influenzata dal suo approccio alla messa in scena del desiderio, e guardando Mademoiselle si capisce cosa intende: un cinema che non separa mai il corpo dalla psiche, che usa l'eros come strumento di conoscenza e liberazione.

L’inganno (Sofia Coppola, 2017)

Sofia Coppola ha rifatto il film di Don Siegel del 1971 rimuovendo deliberatamente il punto di vista maschile e raccontando la storia da quello delle donne: un gruppo di ragazze e insegnanti in un collegio del Sud americano durante la Guerra Civile trovano un soldato ferito, lo nascondono, e la sua presenza innesca dinamiche di desiderio, gelosia e pericolo che cambieranno tutto. L’inganno è un film claustrofobico, sensoriale, carico di una sessualità repressa che trasuda da ogni inquadratura, da ogni abito di mussola, da ogni cena al lume di candela. Coppola costruisce uno spazio femminile in cui l'arrivo dell'elemento maschile è allo stesso tempo liberatorio e devastante. È forse il film della lista che parla più direttamente dell'ambiente – metaforico e non – in cui si svolge “Cime Tempestose”: la brughiera come spazio chiuso, la casa come prigione dorata, la comunità femminile sconvolta dall'irruzione di qualcuno che non dovrebbe esserci. In questo film c’è anche una certa concezione della violenza come conseguenza naturale del desiderio a lungo represso che Fennell certamente ha tenuto in mente.

I 10 episodi di serie TV più spaventosi di sempre

I 10 episodi di serie TV più spaventosi di sempre

Gabriella Giliberti

Gabriella Giliberti

Editor a JustWatch

Ci sono serie horror solide, serie cult e serie tecnicamente impeccabili. Poi però esistono quegli episodi che appaiono quasi come delle mosche bianche, staccandosi da tutto il resto e diventando un punto di riferimento nel modo in cui la serialità costruire la paura. Si, la paura, ma non quella dettata necessariamente dal sangue.

Anzi, spesso in questi casi si parla di una paura molto più profonda, di quella che entra sottopelle e non se ne va più, affondando le radici in tematiche che non hanno nulla a che vedere con l’irrazionale, ma sono estremamente vicine a noi. Paure ataviche messe in scena che lavorano sul non detto, sui tempi morti, sull’ansia che cresce mentre lo spettatore capisce troppo tardi che qualcosa non va o, peggio, qualcosa di terrificante sta per accadere.

Questa selezione dei 10 episodi di serie TV più spaventosi di sempre punta proprio a quei titoli capaci di mescolare horror puro, thriller psicologico e drammi personali che hanno fatto la storia della televisione. 

Buffy l’ammazzavampiri – “Hush” (1999)

Nella storia della serialità, non credo esista episodio più terrificante e doloroso di questo, soprattutto per tutti gli amanti di Buffy l’ammmazzavampiri. “Hush” è una lezione di regia travestita da episodio horror. Sunnydale si sveglia senza voce, e quando nessuno può più urlare arrivano i Gentlemen, figure sorridenti e scheletriche che sembrano uscite da un incubo vittoriano. Il colpo di genio è tutto nel suono, o meglio nella sua assenza. Togliendo quasi del tutto i dialoghi, l’episodio ti obbliga a sentire ogni fruscio, ogni passo, ogni movimento nello spazio. È ancora oggi uno degli episodi più iconici di sempre, non a caso ricordato anche per il riconoscimento ai premi di scrittura. Da vedere se ami gli horror “eleganti”, più atmosferici che splatter, dove il mostro non ti salta “al collo” subito ma ti osserva a lungo finché non abbassi la guardia.

Doctor Who – “Listen” (2014)

“Listen” in Doctor Who è uno di quegli episodi che dimostrano quanto la paura televisiva possa funzionare senza effetti ridondanti. Il cuore del racconto è la possibilità che esista una creatura perfettamente nascosta, sempre presente e impossibile da vedere davvero. Da lì in poi l’episodio gioca con il buio delle stanze, con i rumori domestici e con la paranoia infantile che ritorna intatta anche in età adulta. Non ti dà mai una spiegazione rassicurante, ma ti lascia nel dubbio, e il dubbio è spesso più disturbante del mostro. In più, il capitolo regala un ritratto del Dottore più fragile del solito, meno in controllo, quindi più umano ed esposto. Se ti piacciono gli horror psicologici che lavorano di suggestione, questo è un piccolo capolavoro “quieto”, quasi sussurrato.

The X-Files – “Home” (1996)

“Home” ha una reputazione leggendaria nella storia di The X-Files. È un episodio che all’epoca fece discutere tantissimo per violenza e temi, tanto da ricevere un avviso per i contenuti forti e da diventare uno dei capitoli più controversi dell’intera serie. Ma ridurlo a “episodio shock” sarebbe ingiusto. La sua forza sta nel modo in cui mescola gotico rurale, body horror e umorismo nerissimo. È sporco, disturbante, volutamente eccessivo, ma ha anche una lucidità formale che lo rende memorabile. L’orrore non è solo nelle immagini, è nella sensazione che quel mondo marcio sia completamente isolato e impermeabile a qualsiasi normalità. Se cerchi un episodio davvero scomodo, uno che non prova a piacerti ma a ferirti, “Home” resta un test di resistenza perfetto. Ancora oggi è il capitolo che molti fan citano quando si parla del lato più estremo di X-Files.

Twin Peaks – “Lonely Souls” (1990)

Fermo restando che sarebbe difficile trovare anche solo un singolo episodio di Twin Peaks non disturbante, ma forse tocca a “Lonely Souls” raccogliere l’onere di episodio “più terrificante” dell’intera serie creata dal genio di David Lynch. L’episodio contiene una delle rivelazioni più famose della TV anni Novanta e lo fa con una messa in scena che alterna melò, surreale e brutalità improvvisa. È questa oscillazione continua a destabilizzare, perché non sai mai se la scena successiva sarà struggente, ironica o devastante. La sequenza centrale resta tra le più inquietanti mai viste nella serialità mainstream per il modo in cui frantuma il confine tra identità e possessione. Lynch usa suono, luci e montaggio come armi psicologiche, e il risultato è un episodio che ti lascia senza appigli. Un po’ come tutto il suo cinema, del resto. Da recuperare soprattutto oggi, perché molte serie contemporanee “weird horror” devono tutto a questa grammatica.

Black Mirror – “Playtest” (2016)

“Playtest” è uno dei capitoli più ansiogeni di Black Mirror perché gioca con una paura piuttosto comune: la perdita di controllo. Un tester prova un sistema di realtà aumentata che personalizza il gioco in base ai suoi traumi. Cosa potrebbe mai andare storto? Ehm… Da lì in poi l’episodio diventa una spirale dove non sai più distinguere simulazione e realtà. A differenza di altri episodi più filosofici, qui il corpo è centrale. Battito, panico, riflessi, istinto di fuga. È horror neurologico, se vogliamo chiamarlo così, e funziona benissimo grazie alla regia tesa e alla performance di Wyatt Russell, che regge praticamente tutto il peso emotivo dell’episodio. Perfetto per chi ama i racconti di paura contemporanei, quelli che non parlano di castelli infestati bensì di tecnologie quotidiane ma che potrebbero diventare le nostre peggiori nemiche. Dopo averlo visto, non sono certa che avrai ancora voglia di giocare con il visore e la realtà aumentata.

Atlanta – “Teddy Perkins” (2018)

“Teddy Perkins” è la prova definitiva che il terrore può sbocciare dentro una serie che formalmente non è horror puro, e Atlanta non lo è per nulla. L’episodio segue Darius in una villa isolata, dove incontra il misterioso Teddy, personaggio inquietante, pallido e idiosincratico, il cui volto ricorda quello di una maschera. Il racconto si muove come se fosse una fiaba nera, tra stanze vuote, silenzi lunghi e una tensione che cresce senza bisogno di jump scare. L’elemento più estraniante è proprio il tono, perché diverso dalla stragrande maggioranza degli episodi e più di una volta ci si chiede se sia il caso di ridere o meno, proprio per l’assurdità della messa in scena. In realtà, è anche un episodio molto politico, travestito da ghost story psicologica sul trauma familiare, sul corpo e sull’immagine pubblica. Forse più che spaventoso, sicuramente strano.

The Haunting of Hill House – “The Bent-Neck Lady” (2018)

“The Bent-Neck Lady” è uno di quegli episodi che riescono a fare due cose insieme: spaventati e distruggerti emotivamente. Il capitolo segue Nell, perseguitata sin da bambina da una figura con il collo spezzato, e costruisce un crescendo tragico dove ogni apparizione diventa il pezzo di un puzzle che indica, inevitabilmente, un tragico destino. Qui la regia di Mike Flanagan fa completamente la differenza, costruendo un episodio tutto in piano sequenza. Tra l’altro, se ci fai caso, in tutte le serie TV di Mike Flanagan il quinto episodio si distingue dagli altri. Se l’episodio gioca per lo più sul piano della paura, improvvisamente quel terrore diventa puro dolore. Un colpo basso e straziante. Non è un caso che sia rimasto uno dei più discussi dell’intera stagione di The Haunting of Hill House e che venga spesso citato come vertice dell’horror TV recente. Da vedere se cerchi un episodio capace di unire jumpscare, melodramma e fatalismo gotico senza perdere coerenza.

Mindhunter – stagione 1, episodio 2 (2017)

Mindhunter gioca quasi sempre su un orrore “freddo”, fatto di conversazioni e dettagli procedurali, ma il secondo episodio della prima stagione è particolarmente disturbante perché mette al centro il faccia a faccia con Ed Kemper. Niente inseguimenti, niente musica martellante. Solo parole precise, calme, pronunciate da qualcuno che racconta atrocità con lucidità quasi didattica. Da cosa nasce la paura? Esattamente da questa tranquillità, normalizzazione dell’orrore, perché l’episodio ti costringe a restare nella stanza e ad ascoltare, e più ascolti più capisci che il vero mostro qui è la razionalizzazione del male. Al di là del singolo episodio, consigliatissima tutta la serie TV se ami il true crime psicologico e i thriller dove il terrore non arriva dal soprannaturale ma dalla “banalità del male”. Esperienza gelida, densissima, difficile da dimenticare.

Stranger Things – “Chapter Two: The Weirdo on Maple Street” (2016)

Il secondo episodio della primissima stagione di Stranger Things è quello in cui la serie ci dice su che tipo di paura ha intenzione di spingere. L’anomalia che penetra nella quotidianità. La scena legata a Barb ha avuto un impatto fortissimo proprio per questo, perché ribalta le aspettative dello slasher classico e colpisce dove lo spettatore si sente più “al sicuro”. Tra i fan c’è chi ancora chiede giustizia per questo personaggio, e hanno ragione! L’episodio costruisce benissimo il senso di minaccia invisibile. Luci, telefoni, boschi, interni domestici, tutto comincia a vibrare come se fosse già contaminato da qualcosa che non vediamo ancora bene. È un “horror” pop, certo, ma molto più cupo di quanto ci si ricordi. Se oggi riguardi questo capitolo dopo le stagioni successive, noti quanto fosse efficace nella sottrazione. Pochi elementi, atmosfera fortissima e un cliffhanger che ha definito il tono emotivo dell’intera serie.

The Walking Dead – “Seed” (2012)

“Seed” è l’apertura della terza stagione e resta uno degli episodi più tesi di The Walking Dead. Il gruppo entra nel carcere e inizia a ripulirlo, corridoio dopo corridoio, con una regia che trasforma lo spazio in un labirinto claustrofobico. Qui la paura non è solo nei walker, ma nel senso continuo di assedio, nell’idea che ogni angolo possa nascondere una minaccia mortale. L’episodio è anche importante perché segna un ulteriore salto di qualità nella serie. Più azione, più gore, più pressione narrativa, ma senza mai perdere la componente umana. La lotta per conquistare un posto “sicuro” diventa subito una lotta per non disumanizzarsi che, in fondo, è da sempre stato il vero fulcro tanto del fumetto quanto della serie.

  • I 5 migliori film di Sofia Coppola

    I 5 migliori film di Sofia Coppola

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    L’abbiamo vista sfilare sull’ultimo red carpet di Venezia 82 con l’amico Marc Jacobs al centro del suo primo documentario, Marc by Sofia (2025), dedicato proprio al leggendario stilista. Ma si può dire che Sofia Coppola abbia passato tutta la sua vita sui set cinematografici. La prima volta che ne ha visitato uno era ancora una neonata e il padre, Francis Ford Coppola, la volle per interpretare Michael Francis Rizzi, nipote di Michael Corleone, nella scena del battesimo ne Il Padrino (1972).

    Ma la sua incursione cinematografica più nota è quella, molto criticata, di Mary Corleone ne Il padrino – Parte III (1990) per la quale in molti già davano per spacciata la sua carriera, ancor prima che iniziasse.

    La storia ha dimostrato il contrario quando, nel 2004 diventa la prima regista statunitense candidata all'Oscar per Lost in Translation – L'amore tradotto. Con una manciata di film è riuscita a creare uno stile immediatamente riconoscibile grazie all'uso di inquadrature suggestive, una fotografia curata e una colonna sonora sempre di rilievo. Il suo è uno sguardo profondamente femminile che esplora temi come l'adolescenza, la ricerca di identità, la solitudine e la fama grazie a protagoniste spesso in crisi o in momenti di forte transizione.

    JustWatch ha stilato una lista dei migliori film di Sofia Coppola da vedere in streaming.

    5. Somewhere (2010)

    Mai avremmo pensato di vedere il Telegatto, Valeria Marini e Simona Ventura in un film di Sofia Coppola, ma le vie del cinema sono infinite. Ce lo insegna Somewhere, Leone d'Oro a Venezia 2010 e ispirato alla gioventù della regista come figlia di Francis Ford Coppola. Una delle tante incursione nella solitudine del suo cinema. Quella di Johnny Marco (Stephen Dorff), una star di Hollywood la cui vita è scandita da alcol, donne e macchine veloci sullo sfondo dello Chateau Marmont, leggendario albergo di L.A. dove ha scelto di vivere. 

    Una quotidianità vuota interrotta dall'arrivo della figlia undicenne, Cleo (Elle Fanning), che lo riporta alla realtà. Un film dall'andamento lento che, in 98 minuti, ci immerge nella noia di un'estate losangelina, ma che è anche il racconto di un rapporto padre/figlia e una riflessione sui lati meno glamour della fama. Se il rapporto padre/figlia raccontato da Coppola in On The Rocks (2020) ti ha emozionato, non puoi esimerti dal vedere Somewhere.

    4. Priscilla (2023)

    Un ritratto intimo e affascinante che esplora l'adolescenza e la ricerca della propria identità. Priscilla si basa sul libro di memorie Elvis and Me scritto da Priscilla Presley e Sandra Harmon. Uno sguardo sulla vita di una ragazzina che, inaspettatamente, inizia a frequentare la star più celebre del mondo, Elvis Presley, finendo per innamorarsene e sposarlo. Ma la pellicola non è interessata a mostrare il lato ammaliante della fama, bensì le ombre che hanno caratterizzato la loro relazione. 

    Cailee Spaeny offre una performance impressionante, catturando la vulnerabilità e la forza interiore del personaggio che viene a galla lentamente. Jacob Elordi ci regala un Elvis inedito, tanto carismatico quanto insicuro e tormentato. Come in altri suoi film, anche qui Coppola infonde il film, della durata di quasi due ore, di un'atmosfera onirica – merito anche della colonna sonora – per raccontare una storia di crescita, identità e liberazione femminile racchiusa tutta in un'ultima sequenza emotivamente potente sulle note di I Will Always Love You di Dolly Parton. Se l’emancipazione femminile al cinema ti affascina in ogni suo genere, da Barbie (2023) a Povere creature! (2023), il film di Coppola non sarà da meno.

    3. Marie Antoinette (2006)

    Cosa c'entrano gli Strokes con la Versailles del '700, un paio di Converse con le parrucche dell'aristocrazia francese? Basta vedere Marie Antoinette di Sofia Coppola per scoprilo. La regista torna al tema caro dell'adolescenza e del suo spaesamento raccontando una delle figure storiche più influenti di sempre: l'ultima regina di Francia dell'ancien régime data in sposa, quattordicenne, al futuro Luigi XVI. Con questo film la regista rivoluziona il biopic in costume in 123 minuti realizzando un'opera pop strepitosa, dove la precisione storica è accantonata per realizzare il ritratto di una giovane donna in un mondo fatto di lusso e solitudine. 

    Una gioia per gli occhi grazie ai dettagli minuziosi di costumi e scenografie che accosta Vivaldi ai New Order e dà vita a inquadrature che sembrano dipinti in movimento. Kirsten Dunst è perfetta nell'incarnare le tante anime che abitano la protagonista, dallo smarrimento ai capricci, fino alla sua disperata ricerca di felicità. Un film imprescindibile della filmografia di Sofia Coppola da recuperare se hai amato The Great (2020) e Maria Antonietta (2022).

    2. Lost in Translation - L’amore tradotto (2003)

    Una frase sussurrata all'orecchio in una strada trafficata prima di dirsi addio. Quello di Lost in Translation – L'amore tradotto è uno dei finali più iconici e potenti del cinema contemporaneo. Ispirato a esperienze dirette della regia durante i suoi viaggi a Tokyo, il film è un'ode alla solitudine e alla connessione inaspettata. La città, prevalentemente raccontata nelle sue notti al neon, fa da sfondo all'intesa che si crea tra un attore in crisi di mezza età (Bill Murray) e una giovane neo-sposa (Scarlett Johansson). 

    Un film che si nutre di sguardi e silenzi, serate al karaoke e giornate uggiose. La regia è essenziale ed elegante mentre ci accompagna in un viaggio introspettivo dal sapore dolceamaro che cattura la solitudine dei suoi protagonisti che, lentamente, si apre al romanticismo. Una gemma divertente e tenera che, in un’ora e 40 minuti, mette a confronto due crisi, quella dei vent'anni e quella dei 50, grazie alle quali ogni spettatore può identificarsi. Da non perdere se hai adorato Her (2013), la risposta di Spike Jones, ex marito della regista, al film che si dice essere ispirato in parte alla loro relazione.

    1. Il giardino delle vergini suicide (1999)

    Il debutto alla regia di Sofia Coppola con una sceneggiatura tratta dal romanzo omonimo di Jeffrey Eugenides scritta quando aveva solo 27 anni. Più che un film, Il giardino delle vergini suicide sembra il manifesto del suo cinema, un concentrato di tante delle tematiche che tornerà ad affrontare nei suoi lavori successivi. Ambientato negli anni '70, il film ci introduce alle cinque enigmatiche sorelle Lisbon, viste attraverso gli occhi affascinati e confusi di un gruppo di adolescenti del quartiere. 

    Sono loro, in 97 minuti, a raccontare la storia di quelle piccole donne impenetrabili prigioniere di regole e divieti asfissianti contro cui cercheranno invano di ribellarsi. A rendere la pellicola un cult sono l'atmosfera onirica, la fotografia eterea e una colonna sonora indimenticabile firmata dagli AIR. Attraverso di essi, la regista, in un'ora e mezza circa, ha messo in scena un dramma fatto di incomunicabilità, oppressione sociale e resistenza estrema. Un'opera prima sorprendente che segna anche l'inizio di un fortunato sodalizio con Kirsten Dunst. Se la gioventù turbolenta raccontata in Palo Alto (2013) ti ha catturato, non puoi perdere Il giardino delle vergini suicide.

  • Perché la nuova serie TV di Brandon Sanderson non ci deluderà come ha fatto “Game of Thrones”

    Perché la nuova serie TV di Brandon Sanderson non ci deluderà come ha fatto “Game of Thrones”

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Maggio 2019. Il mese in cui ci svegliavamo a orari improbabili per vedere settimanalmente le puntate dell'ultima stagione de Il trono di spade (2011 -2019) in contemporanea con gli Stati Uniti. Lo stesso in cui, dall'estero, arrivavano le immagini di visioni collettive nei pub inglesi o nei bar americani con il pubblico/clientela che condivideva le stesse emozioni. 

    Ne è un esempio il colpo di scena in cui Arya Stark, stretta nella morsa del Re della Notte, rovescia la situazione e pronuncia l'indimenticabile: “Not today”.

    Ma quello è stato anche il mese della petizione dei fan per riscrivere l'ultima stagione della serie tratta da Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin. Una domanda firmata da quasi due milioni di persone insoddisfatte del risultato e dei cambiamenti apportati dalla sceneggiatura firmata da David Benioff, D.B. Weiss, Bryan Cogman e Dave Hill. Qualcosa che non dovrebbe accadere con l'opera di Brandon Sanderson, lo scrittore fantasy che ha da poco firmato un accordo con Apple TV+ per dare vita ai libri del suo Cosmoverso.

    Brandon Sanderson è fortemente coinvolto nella sua serie per Apple TV+

    Classe 1975, Sanderson è forse l'autore fantasy più prolifico in circolazione con all'attivo oltre 70 libri racchiusi in 20 anni di attività. Sul suo sito pubblica barre di avanzamento dei suoi libri per tenere costantemente aggiornati i lettori ed è spesso stato definito il Tolkien moderno. Molto strano quindi che, finora, nessuna piattaforma o Studios sia riuscito a strappargli un accordo per portare sul grande o piccolo schermo una delle sue opere. Ci ha pensato Apple TV+, però, a invertire la rotta.

    Il colosso streaming di proprietà della multinazionale di Cupertino deve esserci riuscito con una mossa intelligente e lungimirante. Stando a quanto trapelato, Sanderson avrà il controllo creativo diretto come sceneggiatore, produttore e consulente, con l'approvazione finale sugli adattamenti. Un controllo senza precedenti che potrebbe dare il via al prossimo grande franchise fantasy per tutti gli appassionati del genere.

    I titoli che dovrebbero aprire le danze sono due. Il primo è Mistborn, ciclo di romanzi high fantasy ambientati nel fittizio e oppresso mondo di Scadrial dove nebbie misteriose appaiono di notte e dal cielo cade cenere ininterrottamente. È lì che, tra intrighi politici e un sistema di magia basato sui metalli, si scatena una rivoluzione contro un impero dispotico che vede protagonisti una giovane ladra e il suo mentore. Stando alle prime informazioni condivise si tratterebbe di trasposizioni cinematografiche. Mentre sul versante seriale, Apple TV+ ha messo gli occhi su The Stormlight Archive – conosciuto in Italia come Le cronache della Folgoluce -, chiamando Blue Marble a rivestire il ruolo di produttrice esecutiva.

    Una serie di romanzi molto complessa e densa che Sanderson ha immaginato composta da 10 volumi divisi in due cicli distaccati da un lungo intervallo di tempo. Ambientata su Roshar, gigantesca Pangea circondata da alcune isole e flagellata da tempeste magiche, la trama mette al centro la lotta dei cavalieri radiosi contro il ritorno di un antico male rappresentato dai Nichiliferi. Materiale, dunque, vasto e intricato che, se lasciato nelle mani sbagliate, potrebbe tradursi in un fiasco totale. Ecco perché la determinazione di Sanderson a non lasciare che altri abbiano il controllo sul suo lavoro e l'accortezza di Apple TV+ a permettere all'autore di avere l'ultima parola dimostrano che dagli errori (altrui) si impara.

    Sebbene George R. R. Martin abbia lavorato con gli showrunner de Il trono di spade, non ha avuto il controllo creativo imposto dallo scrittore del Nebraska. Per questo in più di un'occasione si è trovato in disaccordo con le scelte fatte. Fino alla quinta stagione, Martin era solito scrivere un episodio a stagione della serie HBO per poi uscire definitivamente di scena e lasciare tutto in mano di David Benioff e D.B. Weiss. 

    In più di un'occasione si è ritrovato a criticare le scelte apportate, dalla decisione di fermarsi all'ottava stagione che non ha permesso di adattare correttamente i suoi libri all'eliminazione di personaggi o modifiche che, a sua detta, non hanno fatto altro che peggiorare il racconto. Un'eventualità che Brandon Sanderson dovrebbe aver scongiurato. O, nel caso in cui il passaggio dalla carta allo schermo, non fosse all'altezza, la responsabilità sarà soltanto sua.

    Apple TV+ è la casa perfetta per l'universo Cosmoverso di Brandon Sanderson

    Prima piattaforma a vincere l'Oscar nel 2022 con Coda – I segni del cuore, Apple TV+ si è distinta fin dalla sua nascita per la raffinatezza dei suoi contenuti. Che si tratti di commedia, dramma, animazione o thriller, non c'è mai uno show o un film che non lasci il segno. Nonostante la possibilità per ogni spettatore di trovare un titolo ideale per i propri gusti, rispetto agli altri colossi streaming, quello di Apple TV+ è un approccio meno votato alla quantità rispetto alla qualità. Le “rivali” Netflix e Prime Video, ad esempio, hanno una linea ben diversa. Basta scorrere i rispettivi cataloghi delle produzioni originali per rendersene conto.

    Accanto a film o serie TV di pregio, convivono altrettante produzioni pensate per la massa, meno attente alla scrittura e alla messa in scena e più votate al “consumo” veloce. Se, al contrario, si guarda a ciò che in questi anni ci hanno offerto gli Apple Studios, la differenza è notevole. Da Scissione (2022) a Slow Horses (2022) passando per Ted Lasso (2020) e The Morning Show (2019), Platonic (2023) o Killers of the Flower Moon (2023), il focus è sempre stata rivolto a raggiungere un livello produttivo di un certo spessore. Gli ultimi due esempi, in ordine di tempo, che potremmo fare sono The Studio (2025) e Pluribus (2025).

    Da un lato la commedia meta cinematografica di Seth Rogen che bacchetta Hollywood mentre gli dichiara amore incondizionato a suon di piani sequenza, autoironia e guest star incredibili, dall'altro la dramedy sci-fi post-apocalittica di Vince Gilligan con protagonista Rhea Seehorn alle prese con un virus che ha reso l'umanità un'unica mente collettiva pacifica, felice e priva di conflitti. Due titoli molto distanti per genere e tono che, però, rendono bene l'idea sia della qualità produttiva che dell'audacia narrativa degli Apple Studios. Non è un caso, quindi, che dalla sua fondazione ad oggi siano riusciti ad ottenere svariate nomination e riconoscimenti nel corso dell'award season.

    Oltre alla libertà creativa alla base dell'accordo siglato da Brandon Sanderson c'è anche la consapevolezza che l'approccio della piattaforma, così attento al pregio della scrittura e della messa in scena, possa essere la casa giusta in cui sviluppare gli adattamenti delle sue opere. Questo non solo amplierebbe il bacino di utenti del colosso streaming – l'autore ha venduto oltre 50 milioni di libri nel mondo -, ma permetterà di tradurre in immagini pagine e pagine densissime di parole e mondi iper dettagliati. Un'impresa ambiziosa capace di coniugare potenza visiva e contenuto. Due elementi che, altrove, non sempre vanno a braccetto.

  • Tutti i film vincitori dei premi BAFTA 2026

    Tutti i film vincitori dei premi BAFTA 2026

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Si è svolta pochi giorni fa a Londra l’ultima edizione dei BAFTA Film Awards. Spesso definiti gli “Oscar inglesi”, si tratta dei premi assegnati dalla British Academy of Film and Television Arts, che negli anni si sono rivelati “altamente indicativi” per gli Academy Awards, la cui cerimonia di assegnazione si svolgerà nella notte tra il 15 e il 16 marzo al Dolby Theatre di Los Angeles. Il vincitore assoluto dei BAFTA? Una battaglia dopo l’altra (2025) di Paul Thomas Anderson, che si è portato a casa ben sei premi, tra cui miglior film. Tante le sorprese, tanti i colpi di scena.

    Il più inaspettato? Sicuramente la vittoria di Robert Aramayo, che ha conquistato la statuetta di miglior attore protagonista per I Swear (2026), sbaragliando una concorrenza di nomi del calibro di Leonardo DiCaprio (Una battaglia dopo l’altra (2025)) e Timothée Chalamet (Marty Supreme (2025)). 

    È andata bene anche a I Peccatori (2025), che oltre ad aver segnato un record agli Oscar con ben sedici candidature, è entrato anche nella storia dei BAFTA, con Ryan Coogler che è diventato il primo regista di colore ad essere premiato per la miglior sceneggiatura originale. Ripercorriamo i principali vincitori di quest’anno, aggiungendo infine la lista di tutti i titoli premiati.  

    “Una battaglia dopo l’altra” (2025): 6 premi

    Sei premi per Una battaglia dopo l’altra (2025). Il miglior film di questa edizione è proprio l’ultima opera di Paul Thomas Anderson, un film d’autore dal sapore commerciale, che parla a un pubblico molto ampio con un sapiente mix tra azione, dramma, thriller e commedia. Al centro della trama un gruppo di ex rivoluzionari, che si riunisce dopo sedici anni per salvare la figlia di uno di loro dal ritorno di un vecchio nemico. Tra i titoli più interessanti arrivati in sala lo scorso anno, gode di interpretazioni eccezionali, da uno spaesato Leonardo DiCaprio a un cattivissimo Sean Penn, che è stato premiato come miglior attore non protagonista. Due ore e quaranta minuti, tante sequenze memorabili per una pellicola pluripremiata, che ha portato a casa anche la miglior regia, la migliore sceneggiatura, il miglior montaggio e la migliore fotografia. Ne sentiremo sicuramente parlare di nuovo, anche da Los Angeles.

    “I peccatori” (2025): 3 premi

    Nuovo primato per I peccatori (2025). Dopo le 16 candidature agli Oscar, un record assoluto, per la prima volta nella storia dei BAFTA un regista di colore ha vinto un premio, quello per la miglior sceneggiatura originale. Ma la pellicola scritta e diretta da Ryan Coogler ha ottenuto anche altri due premi, miglior attrice non protagonista, conferito a Wumni Mosaku, e miglior colonna sonora originale. Acclamato dal pubblico e dalla critica, anche se c’è chi ha storto il naso di fronte al gran numero di nomination per la prossima edizione degli Academy Awards, è un film che racconta la storia di due gemelli afroamericani, ambientata nel Mississippi degli anni Trenta. I protagonisti, entrambi magnificamente interpretati da Michael B. Jordan, decidono di aprire un Juke Joint, nel tentativo di lasciarsi un passato travagliato alle spalle e ricominciare una nuova vita, che verrà inevitabilmente messa a repentaglio da una presenza oscura. Un dramma storico dagli elementi soprannaturali, che gioca con diversi generi, dal musical all’horror, tra vampiri e Ku Klux Klan, che si è sicuramente conquistato un posto di rilievo tra le “esperienze cinematografiche più originali dello scorso anno”. Da guardare, almeno una volta.

    “Hamnet – Nel nome del figlio” (2026): 2 premi

    Sono due i premi conferiti a Hamnet – Nel nome del figlio (2026). La pellicola di Chloé Zhao è infatti il miglior film britannico, ma soprattutto si avvale della miglior interpretazione femminile. Indossando i panni di Agnes, moglie di William Shakespeare, Jessie Buckley ha infatti ottenuto la statuetta come miglior attrice protagonista. Stavolta il risultato sembrava abbastanza scontato, in quanto la Buckley, reduce dal Golden Globe per la miglior attrice in un film drammatico, ha fatto un lavoro sbalorditivo sul personaggio, una madre annichilita dal dolore per la morte del figlio undicenne, Hamnet, che avrebbe poi portato il drammaturgo a scrivere l’Amleto. Un dolore tangibile per lo stesso spettatore, che fino al termine della visione non potrà fare a meno di ricorrere ai fazzoletti per asciugare le lacrime. Tra i titoli più struggenti degli ultimi mesi, è un film imperdibile, che toglie il fiato, da recuperare assolutamente all’alba della notte degli Oscar, dove sicuramente saprà lasciare il segno.

    “Sentimental Value” (2025): 1 premio

    Otto candidature, un premio vinto. Sentimental Value (2025) si è portato infatti a casa la statuetta per “Miglior film non in lingua inglese”, un riconoscimento importante per un titolo decisamente degno di attenzione. L’ultima opera di Joachim Trier è uno spaccato familiare, protagonista un pessimo padre (Stellan Skarsgård), per anni un fantasma nella vita delle due figlie, che da adulte lo ritrovano improvvisamente nelle loro vite. L’uomo, famoso regista cinematografico, è infatti intenzionato a girare un film autobiografico, pensato per la figlia Nora che fa l’attrice, che invece non vuole saperne nulla. Un rifiuto che lo porterà ad affidare il ruolo a una giovane star hollywoodiana, che finirà per sconvolgere ulteriormente degli equilibri familiari già precari. Una cornice metacinematografica per raccontare una famiglia nelle sue fragilità: si potrebbe forse riassumere con questa immagine la pellicola del regista norvegese, la cui filmografia vanta titoli come La persona peggiore del mondo (2021), con cui condivide la protagonista, che anche stavolta si conferma di essere uno degli autori più interessanti della cinematografia europea. 

    “I Swear” (2026): 2 premi

    L’indimenticabile colpo di scena dei BAFTA. A gran sorpresa, tanto che non riusciva a crederci nemmeno lui, Robert Aramayo ha infatti vinto sia il premio come miglior attore esordiente (EE Rising Star, l’unico votato direttamente dal pubblico) sia quello come miglior attore protagonista per I Swear (2026), il film di Kirk Jones che accende i riflettori sulla sindrome di Tourette. Si aggiunge anche la vittoria per il miglior casting per una pellicola ancora inedita negli Stati Uniti e in Italia, che ripercorre la vita dell’attivista John Davidson, affetto da una grave forma della patologia. Sì, perché Aramayo, che interpreta Davidson da adulto, ha avuto la meglio su dei rivali che ci hanno regalato delle grandi performance, come Leonardo DiCaprio e Timothée Chalamet, i grandi favoriti. Basta forse solamente questa vittoria totalmente inaspettata, che ha lasciato addetti ai lavori e non solo a bocca aperta, per correre a vedere I Swear (2026), la cui uscita è prevista entro la fine dell’anno. 

    “Frankenstein” (2025): 3 premi

    Tre premi anche per Frankenstein (2025). Presentato in concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, la rilettura di Guillermo del Toro del romanzo di Mary Shelley si aggiudica “miglior scenografia”, “miglior trucco e acconciatura” e “migliori costumi”, ponendo così enfasi sul lato tecnico. Si tratta di riconoscimenti importanti per questo tipo di pellicola, cui il regista messicano ha dedicato decenni di lavoro prima di metterla in scena. Se avete amato Il labirinto del fauno (2006) e La forma dell’acqua (2017), ritroverete in questo adattamento tutta la sua poetica, capace di trasformare ancora una volta l’orrore in opera d’arte dai profondi risvolti umani.

  • 10 Cattivi dei film che avevano perfettamente ragione

    10 Cattivi dei film che avevano perfettamente ragione

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Ci sono villain indifendibili le cui azioni sono il frutto della loro malvagità ed efferatezza. Sto parlando di personaggi negativi come il nazista cacciatore di ebrei Hans Landa in Bastardi senza gloria (2009) e lo yuppie psicopatico Norman Bates di American Psycho (2000). Essendo protagonisti dei film in questione, il loro operato serve a far luce sulla profondità della crudeltà umana.

    Altri film, invece, hanno presentato villain che agiscono andando oltre le concezioni di bene e di male. Non fraintendetemi, alcune delle loro azioni potrebbero farvi storcere il naso. Altre addirittura farvi inorridire. Ciò non toglie che questi 10 cattivi non solo avevano le loro buone ragioni per comportarsi in quel modo. Sotto sotto, non sarebbe fuori luogo affermare che avessero ragione.

    1. “Il mago di Oz” (1939) - La malvagia Strega dell'Ovest

    La missione della perfida Strega dell'Ovest nel classico di Victor Fleming Il mago di Oz potrebbe non avere nessun sostenitore al principio. Sarebbe difficile giustificare il tentativo di uccidere la giovane Dorothy. Se non fosse che la comparsa all’improvviso della ragazza a Oz provoca la morte della sorella della strega, la malvagia Strega dell'Est. La Strega dell'Ovest si ritrova all’improvviso senza sua sorella e, secondo il principio che oltre al danno ci possa essere anche la beffa, non può neanche riavere le scarpette rosse della parente deceduto. Queste appartengono a Dorothy, artefice involontaria della morte della strega. È automatico che una creatura dai poteri fenomenali come la Strega dell'Ovest faccia di tutto per riavere ciò che le spetta.

    2. “Lo squalo” (1975) - Lo squalo

    Lo squalo non è solo uno dei film più importanti della storia del cinema. La pellicola che ha sdoganato il blockbuster moderno è anche l’ennesima testimonianza di un concetto basilare: l’uomo all’interno del mare è un estraneo. Non importa quanto lunga sia la scia di vittime del megalodonte. L’acqua salata è la sua casa, oltre che il suo terreno di caccia. Un animale non ha il lusso dell’umano di poter accedere a fonti di cibo camminando al supermercato più vicino. Per questo motivo, lo squalo non può far altro che approfittare del lauto bottino e afferrare con i suoi denti tutto quello che si ritrova tra i piedi. Quella è la sua natura.

    3. “Point Break - Punto di rottura” (1991) - Bodhi

    Gli anni ‘90 sono stati un decennio segnato da anti-eroi e cattivi che andavano oltre i concetti di bene e male. Uno degli esempi più luccicanti è Bodhi, il surfer capelluto di Point Break - Punto di rottura. Il personaggio di Patrick Swayze è un simbolo del ripudio del consumismo e del conformismo della società americana. È vero, assalta banche appropriandosi di ogni banconota che trova sul suo cammino. Tuttavia, i suoi gesti criminali hanno uno scopo esistenziale che va oltre l’arricchimento immediato: poter vivere in piena libertà la sua vita, senza dover vedere sé stesso dal lunedì al venerdì. Non a caso, Johnny Utah, il poliziotto interpretato da Keanu Reeves che si infiltra nella sua banda, lancia il distintivo alla fine del film, come gesto di approvazione verso la filosofia di Bodhi.

    4. “X-Men” (2000) - Magneto

    Magneto è uno dei personaggi più complessi della saga di X-Men. Le sue azioni lo rendono allo stesso tempo uno dei villain più iconici e potenti oltre che un anti-eroe dalle motivazioni più che comprensibili. Avendo vissuto il trauma supremo dell’Olocausto, Magneto è conscio della possibilità che tragedie simili possano ripetersi. Per questa ragione, il mutante non riesce a credere nei sogni di coesistenza del suo amico Professor X. La separazione totale tra mutanti e genere umano è necessaria per preservare l’esistenza dei primi. È ironico e tragico come la voglia di Magneto di difendere i mutanti lo porti a covare intenzioni genocide contro gli umani. Come se il dolore e il trauma del suo passato si fossero convertiti nella capacità di infliggere lo stesso tipo di sofferenze.

    5. “Blade Runner: The Final Cu” (2007) - Roy Batty

    Blade Runner (1982) ha sconvolto il mondo di tutti gli appassionati di fantascienza portando sullo schermo un neo-noir futuristico dove i personaggi positivi non vengono presi in considerazione. Anzi, l’unico che si muove all’interno del film con un minimo di ragione è proprio il “villain” Roy Batty, interpretato dall’immenso Rutger Hauer. Immaginatevi nei panni di un replicante creato solamente per essere uno schiavo, nonostante la sua superiorità oggettiva rispetto ai suoi creatori. Una volta fatto ciò, è impossibile dare ragione a Roy e alla sua banda, nonostante le efferatezze che compiono. Le vedrete per intero nella versione rieditata di Blade Runner: The Final Cut e, nonostante il livello superiore di violenza, non potrete che continuare a parteggiare per il Nexus 6 ribelle.

    6. “Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie” (2014) - Koba

    Come per Magneto e Roy Batty, Koba di Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie non si fida per nulla degli umani. Al contrario del leader del suo gruppo, Caesar. La scimmia condivide con Magneto anche un passato burrascoso fatto di violenze e soprusi. Essendo stato vittima di esperimenti terribili nei laboratori umani, Koba non può credere nella pacifica coesistenza tra umani e primati. Anche se la sua irriducibile contrarietà agli uomini si manifesta attraverso la violenza più brutale, Koba ha ragione a temere la potenza genocida dell’essere umano. Il suo personaggio è ancora più significativo se si considera che appartiene alla specie dei bonobo, scimmie tendenzialmente più pacifiche dei loro simili.

    7. “Ex Machina” (2015) - Ava

    Ex Machina porta sullo schermo un concetto simile a Blade Runner: The Final Cut (2007), ovvero la creazione da parte dell’uomo di un’intelligenza artificiale per i propri scopi. Come per il classico di Ridley Scott, il film di Alex Garland sviluppa la vicenda mostrando i dilemmi etici rispetto a questa scelta. Ancora una volta, però, gli uomini non ne escono bene. Ava, l’androide protagonista interpretata da Alicia Vikander, non è altro che un animale da laboratorio su cui sperimentare. La sua esistenza è identica a quella di una carcerata. Per questa ragione, non ci sorprende di come l’androide cerchi in tutti i modi di liberarsi.

    8. “Black Panther” (2018) - Killmonger

    C’è poco da dire. Dopo aver visto Black Panther, molti daranno ragione a Killmonger. Con un passato da NAVY Seal, Killmonger ne ha viste di cotte e di crude. Senza dimenticare che T'Chaka, il padre di T’Challa (Chadwick Boseman), ha giustiziato suo papà per aver rotto la politica di isolazionismo della nazione di Wakanda. Ed è questo il nocciolo della questione. Killmonger critica Wakanda per aver nascosto il loro progresso tecnologico al mondo e non averlo utilizzato per supportare la liberazione di altre popolazioni. Al contrario dell’atteggiamento svizzero di T’Challa, Killmonger è molto più aggressivo e risoluto. E chi potrebbe biasimarlo?

    9. “Avengers - Infinity War” (2018) - Thanos

    Quando si pensa ai villain che avevano ragione, Thanos di Avengers - Infinity War è tra i primi nomi che vengono in mente. Certo, le sue tattiche sono del tutto discutibili. Alla fine dei conti, l’Eterno non è altro che un genocida. I sostenitori della correttezza del pensiero di Thanos lo appoggiano più da un lato filosofico. Thanos è convinto del male supremo della sovrappopolazione della galassia ed è pronto a tutto pur di evitare la catastrofe che aveva colpito la sua terra natia. Come sempre, il passaggio dalla teoria alla pratica di Thanos crea una catastrofe simile a quella che vorrebbe evitare. Tuttavia, per molti le sue intenzioni erano più che giustificabili.

    10. “Crimes of the Future” (2022) - Lang Dotrice

    Crimes of the Future è passato più in sordina rispetto ad altri film nella lista, ma contiene un esempio brillante e provocatorio. Lang Dotrice è il leader di un gruppo clandestino che crede nell’evoluzione della specie. Il contesto del film di Cronenberg vede gli umani in un periodo epocale di cambiamento a livello biologico. Mentre i governi del mondo cercano in tutti i modi di controllare le mutazioni, il gruppo di Lang si posiziona sull’altro lato della barricata. Con un fare accelerazionista, Lang è a favore di questi cambiamenti. Non solo perché è impossibile fermare la natura, ma soprattutto perché le mutazioni servirebbero a salvare l’umanità. Infatti, il suo gruppo ha sviluppato un nuovo tipo di stomaco capace di digerire i rifiuti tossici che stanno distruggendo il mondo.

  • I 10 migliori comfort movie horror (secondo gli utenti di Reddit!)

    I 10 migliori comfort movie horror (secondo gli utenti di Reddit!)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Comfort movie e horror: una combinazione che, a prima vista, potrebbe sembrare un ossimoro. Come può un film pensato per terrorizzarti diventare il tuo rifugio preferito nelle serate di pioggia, sul divano, con la copertina e una tazza di tè? Eppure, chiunque frequenti la community horror di Reddit lo sa benissimo: i fan del genere hanno una relazione tutta particolare con certi film, riguardandoli e riesaminandoli ossessivamente, quasi come si fa con le proprie canzoni preferite.

    Ma perché? Semplice! L'horror, nella sua essenza, offre un luogo sicuro in cui confrontarsi con le proprie paure, elaborate attraverso la finzione, la metafora, il mostro che non esiste davvero. Quando un film ti ha già spaventato una volta, rivederlo significa goderselo senza il peso dell'ignoto, lasciandosi trasportare dalla storia, dalle atmosfere, dai personaggi che ormai senti come vecchi amici.

    Parlando proprio della relazione tra comfort movie e horror, qualche tempo fa, sul subreddit r/horror, qualcuno ha fatto una domanda destinata a scatenare una discussione travolgente: “Quali sono i vostri comfort movie horror?”. Le risposte hanno rivelato un panorama sorprendentemente variegato – dai classici slasher degli anni '70 e '80 alle horror comedy più recenti, dai monster movie dell'epoca d'oro di Hollywood fino ai cult sci-fi.

    Quello che emerge, leggendo commento dopo commento, è che il concetto di “comfort” nell'horror è profondamente soggettivo e spesso legato alla nostalgia, alle visioni condivise con amici o familiari, a quel particolare senso di familiarità che si crea quando sai già come finisce, ma ti immergi comunque nel film come fosse la prima volta. Abbiamo selezionato i 10 migliori comfort movie horror tra i titoli più interessanti, amati e citati dagli utenti di Reddit nella loro discussione.

    Halloween (1978)

    Se dovessimo indicare il comfort movie horror per antonomasia, citato praticamente in ogni thread sull'argomento, quello di John Carpenter sarebbe probabilmente in cima a qualsiasi lista. Halloween ha un segreto che molti non realizzano finché non lo rivedono: non è un film particolarmente cruento. Ma la sua fama sì! Michael Myers non corre, non urla, non brandisce armi esotiche. Semplicemente cammina, con quella maschera bianca e quello sguardo vuoto che Carpenter ha trasformato nell'immagine dell'orrore puro. È un’ombra; anzi, l’ombra. Cosa rendere particolare questo film? La sua tensione costruita lentamente, la colonna sonora iconica, l'atmosfera di una piccola città americana in una sera di Halloween a rendere questo film così potente. E così… riguardabile! La Haddonfield di Carpenter ha qualcosa di stranamente accogliente: quelle strade di periferia, le case illuminate dalle zucche, i bambini in costume. Un'America autunnale e nostalgica che fa da contrasto perfetto alla minaccia silenziosa che si muove nell'oscurità. Ogni visione successiva è un ritorno a casa.

    Scream (1996)

    Sul thread di Reddit, un utente ha scritto che Scream è il suo comfort movie perché “lo rende nostalgico” e perché è uno dei film con più citazioni in assoluto. Come dargli torto!? Il capolavoro di Wes Craven è forse il film horror più autoironico e cinefilo che sia mai stato realizzato: i personaggi guardano horror, parlano di horror, conoscono le regole dell'horror, e vengono comunque ammazzati. Un manuale dello slasher – di cui Craven è stato uno dei padri fondatori – sull’onda del tramonto dello slasher. C'è qualcosa di incredibilmente divertente e affettuoso nel modo in cui Craven gioca con le convenzioni del genere, smontandole pezzo per pezzo pur rispettandole profondamente. E poi Ghostface, con il suo costume da carnevale e le sue telefonate cinematografiche, è un villain quasi simpatico nella sua teatralità! Ricordiamo anche che senza Scream non avremo una delle saghe che più ci ha fatto ridere sbeffeggiando l’horror: Scary Movie (2000-2013). A volte, viene quasi da chiedersi quale dei due intrattenga di più.

    La Cosa (1982)

    Può una base scientifica in Antartide, isolata dalla tempesta, con una creatura aliena capace di imitare qualsiasi forma di vita, essere considerata “accogliente”? Per molti appassionati horror su Reddit, a quanto pare sì. La Cosa di John Carpenter è uno di quei film che torna prepotentemente nei thread sui comfort movie, e la cosa (per l’appunto) ha una sua logica perversa. C'è qualcosa di stranamente coccoloso nell'ambientazione nevosa e claustrofobica, nei personaggi che bevono caffè e giocano a scacchi tra un momento di paura e l'altro, nella sensazione di essere tutti insieme contro qualcosa di incomprensibile. Gli effetti pratici di Rob Bottin sono ancora oggi sconvolgenti, ma proprio perché li si conosce già, rivederli diventa quasi un piacere artigianale, un'ammirazione per la maestria tecnica. La Cosa è anche un film profondamente pessimista e senza lieto fine – completamente diverso dal film degli anni ’50 – eppure quella sua oscurità totale, paradossalmente, risulta quasi rassicurante nella sua coerenza.

    Alien (1979)

    Alien è forse il film più sorprendente di questa lista, eppure è uno dei più citati nei thread Reddit dedicati ai comfort horror. Ridley Scott ha creato qualcosa di unico: un film di fantascienza che è anche horror puro, con un mostro di design inarrivabile firmato H.R. Giger e una tensione spaziale che non allenta mai. Eppure, per chi lo ha visto decine di volte, c'è qualcosa di quasi familiare nella Nostromo, nella sua crew variegata e disfunzionale, in Ripley che diventa a poco a poco la protagonista che non ti aspetti. Il ritmo lento e meticoloso del film, così lontano dagli standard contemporanei, contribuisce a quella sensazione di comfort: non ci si annoia mai, ma non ci si sente neanche sopraffatti. L'orrore è costruito con precisione, e rivederlo significa godersi un'opera di altissima artigianalità cinematografica. Come ha scritto un utente su Reddit: “Alien è uno di quei film che si potrebbe rivedere ogni settimana e trovare sempre qualcosa di nuovo”.

    La Casa 2 (1987)

    Sam Raimi con La Casa 2 ha fatto qualcosa di straordinario: ha preso il suo stesso film horror, lo ha rigenerato con budget maggiore e ha trasformato tutto in una giostra slapstick lisergica in cui Bruce Campbell, nei panni dell’iconico Ash Williams, viene martoriato da ogni tipo di creatura soprannaturale immaginabile con un'energia comica che rasenta il genio puro. La Casa 2 è un film che non sa bene cosa vuole essere, e proprio per questo è perfetto: è horror, è commedia, è cinema d'autore travestito da exploitation, è un'ode agli effetti pratici più assurdi della storia del cinema. Sul thread Reddit è citato spesso con un affetto genuino, quello che si riserva alle cose che ti hanno fatto ridere e spaventare allo stesso tempo la prima volta e che continuano a farlo ogni volta che le rivedi. Ash Williams è diventato uno dei personaggi più amati dell'horror proprio grazie a questo film, e capire perché basta un singolo monologo della sua mano posseduta.

    L’alba dei morti dementi (2004)

    Edgar Wright, Simon Pegg e Nick Frost insieme confezionano una horror comedy che funziona perfettamente sia come commedia che come film di zombie. L’alba dei morti dementi è tecnicamente preciso, costruito su una sceneggiatura di orologeria dove ogni dettaglio introdotto nei primi venti minuti torna a pagare dividendi nella seconda metà. Ma soprattutto, è un film sull'amicizia, sulla crescita, sulle relazioni che si complicano, sul diventare adulti in una società che non ti prepara a niente, nemmeno all'apocalisse zombie. I personaggi sono adorabili nella loro mediocrità, l'umorismo è intelligente senza essere snob, e c'è una scena con la colonna sonora dei Queen che è probabilmente la migliore sequenza di una horror comedy degli ultimi trent'anni. Su Reddit, L’alba dei morti dementi è quasi unanimemente considerato il comfort movie horror perfetto per chi non è un appassionato sfegatato del genere: abbastanza spaventoso da soddisfare i fan, abbastanza divertente da non alienare chi sull'horror storce il naso.

    The Conjuring (2013)

    Sul thread Reddit, un utente ha scritto che quando sta male, si guarda The Conjuring in binge con tutto il resto della saga. Questo dice molto sul tipo di horror comfort che questo franchise offre. James Wan ha costruito qualcosa di molto furbo con The Conjuring: un film di fantasmi che si appoggia su meccanismi collaudatissimi del genere, eseguiti però con precisione artigianale e un'attenzione al personaggio inusuale per il cinema horror mainstream. Ed e Lorraine Warren sono una coppia credibile, il loro amore è reale, la loro dedizione è commovente. E poi c'è la casa: quella vecchia proprietà rurale americana che è diventata uno dei set più riusciti dell'horror recente. The Conjuring spaventa, certo, ma lo fa seguendo regole precise che il pubblico impara a riconoscere e persino anticipare, trasformando la visione ripetuta in un'esperienza quasi rituale. James Wan sa esattamente cosa stai aspettando e ti dà esattamente quello, nel momento giusto.

    La vendetta di Halloween (2007)

    Pochissimi film catturano l'essenza di Halloween come questo piccolo gioiello antologico di Michael Dougherty. Troppo, troppo sottovalutato! La vendetta di Halloween (Trick 'r Treat) è composto da cinque storie interconnesse che si svolgono tutte nella stessa notte di Halloween in una città americana, collegate da Sam, una delle creature più iconiche dell'horror degli anni 2000: un bambino con un sacchetto di juta in testa e un pigiama arancione, custode delle tradizioni della festa. Il film è stato inizialmente ignorato e poi distribuito direttamente in home video, ma nel corso degli anni si è guadagnato un culto enorme. La vendetta di Halloween ama il 31 ottobre profondamente, ne celebra il folklore, l'atmosfera, il senso del pericolo che si nasconde nell'ordinario. È un film che si vede ogni anno come un rito, che cresce ad ogni visione grazie alle connessioni tra le storie che si scoprono solo con la seconda o terza visione.

    Fog (1980)

    Probabilmente uno dei titoli più inaspettati nella discussione Reddit, eppure citato con grande affetto da diversi utenti, è Fog di John Carpenter. Uscito subito dopo Halloween, il film racconta di una cittadina californiana assediata da una nebbia soprannaturale che nasconde i fantasmi di marinai annegati in cerca di vendetta. Non è il film più spaventoso di Carpenter, né il più raffinato, ma ha qualcosa di irresistibilmente atmosferico: quella nebbia che avanza lentamente, il faro, la radio locale gestita da una Adrienne Barbeau memorabile, la musica ipnotica ancora firmata dal regista stesso. Un utente ha definito Fog semplicemente “pura divertente storia di fantasmi pirati, niente da analizzare troppo”. Ed è esattamente quello: un film che non pretende di essere più di quello che è, un racconto gotico americano eseguito con mestiere e amore per il genere. Perfetto da vedere con le luci spente e una tempesta in arrivo.

    Freaky (2020)

    Chiudiamo con una delle sorprese più belle dell'horror recente, citata su Reddit con un entusiasmo quasi disarmante. Freaky di Christopher Landon è uno slasher-body-swap: una liceale e un serial killer si scambiano i corpi grazie a un coltello maledetto, con risultati esilaranti e sorprendentemente commoventi. Vince Vaughn che interpreta una ragazza di diciassette anni intrappolata nel corpo di un assassino è semplicemente una delle performance più divertenti del cinema horror degli ultimi anni. Ma Freaky funziona perché ha un cuore genuino: parla di invisibilità sociale, di trovare la propria voce, di coraggio. Landon, già autore di Auguri per la tua morte (2017), ha una capacità rara di mescolare generi senza tradire nessuno dei due, e Freaky è la sua opera più riuscita. Su Reddit, qualcuno ha scritto che i film di Landon sono “così rilassanti” nella loro esecuzione perfetta, e guardando Freaky si capisce esattamente cosa intende: è un film che scorre meravigliosamente, che sa dove vuole andare e ci arriva con stile.

  • Sanremo 2026: film e serie TV in cui ascoltare i cantanti in gara

    Sanremo 2026: film e serie TV in cui ascoltare i cantanti in gara

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    C'è un momento preciso in cui una canzone smette di appartenere solo a chi l'ha scritta. Succede quando finisce in un film, si lega a una scena, diventa inseparabile da un'immagine. Da quel momento in poi non si ascolta più allo stesso modo: parte la melodia e tornano in mente i personaggi, la luce di quella inquadratura, l'emozione provata in sala o sul divano. 

    È il potere delle colonne sonore, e molti dei cantanti che saliranno sul palco dell'Ariston dal 24 al 28 febbraio lo conoscono bene.

    Prima di Sanremo 2026, prima di scoprire cosa porteranno in gara sotto la direzione artistica di Carlo Conti, questi artisti hanno già prestato la voce a storie che il pubblico ha amato. Non cameo o apparizioni televisive: canzoni che hanno dato anima a film e serie TV, che hanno accompagnato scene impossibili da dimenticare. Vi proponiamo 8 titoli da recuperare in streaming per riscoprire queste voci in un contesto diverso e per capire perché certi registi le hanno volute a tutti i costi.

    Malika Ayane – “La prima cosa bella” (2010) e “Il Divin Codino” (2021)

    Paolo Virzì stava girando il film più personale della sua carriera. Una storia di famiglia, di amori sbagliati e scelte discutibili, di una madre impossibile da non amare anche quando combina disastri. Serviva una canzone per i titoli di coda, qualcosa che arrivasse dopo due ore di montagne russe emotive e riuscisse a non stonare. Virzì ha scelto di riprendere La prima cosa bella di Nicola Di Bari, il brano che dà il titolo al film, e ha chiesto a Malika Ayane di reinterpretarlo. Non è stata una scelta scontata. Quel pezzo del 1970 è un classico, uno di quelli che gli italiani conoscono a memoria. Metterci le mani significa prendersi una responsabilità enorme. Malika l'ha fatto con delicatezza, la sua versione mantiene la dolcezza dell'originale ma la sporca di malinconia, la rende più adulta, più consapevole. Nel film, la canzone arriva dopo che la famiglia Michelucci ha attraversato trent'anni di gioie e casini, dopo che Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli hanno fatto innamorare il pubblico dello stesso personaggio in due epoche diverse. La cover ha ottenuto il disco d'oro ed è entrata nella top 5. Malika si è esibita ai David di Donatello, dove il film ha trionfato. Ma quello che conta davvero è che da quel momento La prima cosa bella è diventata anche sua, non solo di Nicola Di Bari. È il segno che la cover ha funzionato. La prima cosa bella è uno dei migliori film italiani degli anni Duemila, e la canzone interpretata da Malika ne è parte integrante.

    Nel 2021, poi, ha reinterpretato Self Control di Raf per Il Divin Codino, il film che racconta la carriera di Roberto Baggio attraverso i momenti chiave della sua vita professionale e personale. Andrea Arcangeli interpreta il calciatore, dal debutto in Serie A fino al famoso rigore sbagliato nella finale dei Mondiali 1994. Come anticipato, la versione prodotta dagli Altarboy è diversa dall'originale. Le atmosfere sono più rarefatte, il ritmo meno incalzante, il suono più contemporaneo. Ma l'anima del brano resta riconoscibile. Nel film, la canzone accompagna i momenti cruciali: il rapporto difficile con gli allenatori, le rivalità, le incomprensioni. Baggio è stato il giocatore più amato e più discusso del calcio italiano, e la voce di Malika riesce a restituire una faccia di quella complessità.

    Arisa – “Il ragazzo dai pantaloni rosa” (2024)

    Andrea Spezzacatena aveva quindici anni quando si è tolto la vita. Era il 20 novembre 2012, e nei mesi precedenti era stato preso di mira dai compagni di scuola perché aveva indossato un paio di pantaloni rosa. Una storia terribile, di quelle che non si vorrebbe mai raccontare ma che è necessario raccontare. Nel 2024 Margherita Ferri ne ha fatto un film con Claudia Pandolfi nel ruolo della madre, e quel film aveva bisogno di una canzone che sapesse parlare di dolore senza scadere nella retorica. 

    Arisa ha scritto Canta ancora, e il risultato è un brano spacca cuore, tra i più riusciti nel repertorio della cantante. La canzone è una lettera d'amore tra madre e figlio, parla di protezione, di un legame che resiste a tutto, di una voce che si continua a sentire anche quando non c'è più. Arisa l'ha dedicata a Teresa Manes, la vera madre di Andrea, e ha raccontato di aver pianto scrivendo perché da ragazza anche lei era stata vittima di bullismo. Il ragazzo dai pantaloni rosa è diventato uno dei film italiani più visti del 2024, oltre 7 milioni di euro al botteghino. Un film necessario, di quelli che andrebbero mostrati nelle scuole, e la canzone di Arisa ne amplifica il messaggio senza mai cadere nel didascalico.

    Michele Bravi – “Coco” (2017)

    Miguel è un ragazzino messicano che sogna di diventare musicista, ma la sua famiglia ha bandito la musica da generazioni. Durante il Día de los Muertos finisce per sbaglio nella Terra dei Morti, dove scopre la verità sulla storia dei suoi antenati. Al centro del film c'è una canzone, Ricordami, che compare in forme diverse, da inno gioioso a ninna nanna sussurrata da un padre alla figlia, infine come dichiarazione d'amore capace di sconfiggere la morte. 

    Per la versione italiana dei titoli di coda, la Disney ha scelto Michele Bravi. Aveva ventidue anni, era ancora lontano dal successo degli anni successivi, ma la sua voce delicata era adatta a un brano che parla di memoria e del terrore di essere dimenticati. Bravi ha raccontato di aver tremato quando ha ricevuto la proposta, di aver pensato alla frase di Walt Disney "Se puoi sognarlo, puoi farlo" e di essersi convinto che fosse vera. Nel 2020, durante il lockdown, ha reinterpretato Ricordami per un'iniziativa Disney a favore della Croce Rossa Italiana. Coco è un film di una dolcezza disarmante, tra i più riusciti di casa Pixar, adatto e commovente a tutte le età.

    Ermal Meta – “Braccialetti rossi” (2014-2016)

    Prima di vincere Sanremo con Non mi avete fatto niente, Ermal Meta scriveva canzoni per altri. Da Emma Marrone a Marco Mengoni, da Renga a Patty Pravo, come autore era già stimato, ma come interprete non aveva ancora trovato il suo pubblico. Poi è arrivata Braccialetti rossi, la serie Rai su un gruppo di adolescenti ricoverati in un reparto di pediatria, e con lei due brani che gli hanno aperto una porta. Tutto si muove accompagna la prima stagione, Volevo perdonarti, almeno (in duetto con Niccolò Agliardi) fa parte della colonna sonora della seconda. 

    La serie, ispirata al format spagnolo Polseres Vermelles, racconta la malattia nel suo lato più umano, “quotidiano”, senza esagerare i toni, e i brani di Ermal Meta catturano lo stesso tono, parlavano di fragilità senza piangersi addosso. Per Ermal, quei brani hanno segnato il passaggio dalla carriera da autore nell'ombra a quella da cantante sotto i riflettori. Braccialetti rossi ha segnato un'epoca della televisione italiana, parlando di temi difficili a un pubblico giovane. 

    Raf – “Rimini Rimini” (1987) e “Skam Italia” (2018)

    Self Control è uscita nel 1984, e dopo quarant'anni continua a essere una hit devastante, ripresa ovunque, da telenovele brasiliane a commedie italiane, fino a fortunatissime serie teen. Ha venduto oltre 20 milioni di copie nel mondo, considerando anche la cover di Laura Branigan, diventando uno dei brani simbolo dell'italo-disco. In Rimini Rimini, commedia del 1987 diretta da Sergio Corbucci con Paolo Villaggio e Jerry Calà, la canzone fa da sottofondo all'estate romagnola di quegli anni. Spiagge affollate, discoteche, amori destinati a finire a settembre. Trent'anni dopo, nella seconda stagione di Skam Italia, il brano ricompare, ma "adattato" agli adolescenti di oggi. 

    Nel 2021 Malika Ayane ne ha inciso una cover per Il Divin Codino, il film su Roberto Baggio, con una versione, prodotta dagli Altarboy stravolge l'arrangiamento originale, rendendolo più intimo e malinconico. Rimini Rimini è un documento di un'Italia che non esiste più, divertente e un po' triste allo stesso tempo. Skam Italia ha raccontato la generazione Z meglio di qualunque altra serie italiana. Due modi diversi di incontrare lo stesso brano, a trent'anni di distanza.

    Levante – “Baby” (2020), “Romantiche” (2023) e “FolleMente” (2025)

    Tra le cantautrici più apprezzate della scena pop italiana, nel 2020 Levante ha firmato Vertigine per l'ultima stagione di Baby, la serie sulle baby squillo dei Parioli. Ma quello era solo l’inizio, perché nel 2023 ha curato l'intera colonna sonora di Romantiche, il film diretto e interpretato da Pilar Fogliati. L’attrice e la cantante si incrociano di nuovo, con FolleMente, diretto da Paolo Genovese e uscito nel 2025, interpretato proprio da Fogliati (affiancata da Edoardo Leo). Il film racconta un primo appuntamento svelando i pensieri nascosti dei protagonisti. La canzone esplora lo stesso territorio: il conflitto tra cuore e mente, la voglia di lasciarsi andare e la paura che blocca.

    Tommaso Paradiso – “Baby” (2019) e “Sotto il sole di Riccione” (2020)

    Tommaso Paradiso non ha mai nascosto la passione per il cinema italiano degli anni Ottanta. Parla dei fratelli Vanzina come riferimento estetico, cita Sapore di mare (1983) e Vacanze di Natale (1983) come film formativi. Quando Enrico Vanzina ha scritto Sotto il sole di Riccione per Netflix, era inevitabile che finissero per lavorare insieme. Il film è un jukebox dei Thegiornalisti: Riccione, Completamente, Fine dell'estate, Felicità puttana. Le canzoni della band accompagnano l'estate di un gruppo di ragazzi sulla riviera romagnola, e Paradiso compare anche in un cameo nei panni di se stesso. Il vero debutto solista è arrivato con Non avere paura, brano principale della seconda stagione di Baby. La prima canzone firmata solo col suo nome dopo l'addio ai Thegiornalisti, lanciata come colonna sonora di una serie Netflix. Il pezzo racconta il desiderio di proteggere la persona amata, di esserci sempre anche quando è notte. Nel contesto della serie, che parla di adolescenti fragili finiti in situazioni più grandi di loro, le parole acquistano un peso particolare. Sotto il sole di Riccione è un film leggero e nostalgico, nel solco delle commedie estive all'italiana. Baby è un racconto più cupo. In entrambi, le canzoni di Paradiso trovano il loro posto naturale.

  • Tutte le serie TV da vedere prima di "The Mandalorian & Grogu"

    Tutte le serie TV da vedere prima di "The Mandalorian & Grogu"

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    C'era una volta una galassia lontana, lontana... Una frase leggendaria, che in poche parole sottolinea il potere narrativo della saga sci-fi più influente e amata della storia: Star Wars. Film, serie, fumetti, romanzi. Un'epopea pressoché infinita che, come tradizione vuole, mette al centro l'eterna sfida tra il Bene e il Male. Il nuovo capitolo in arrivo, The Mandalorian and Grogu (2026), diretto da Jon Favreau, allarga ancor di più l'universo espanso creato dal genio di George Lucas nel 1977.

    In che modo? Portando sul grande schermo due eroi della serialità moderna, capaci immediatamente di entrare nel cuore del pubblico. Sequel della serie, il film ci porta nella Nuova Repubblica, tra ex imperiali, droidi, stormtrooper e minacce di guerra. Protagonista Pedro Pascal. Con lui anche Sigourney Weaver nel ruolo del colonnello Ward e Jeremy Allen White nella parte di Rotta, figlio di Jabba the Hutt.

    Per chiunque voglia arrivare preparato alla visione di The Mandalorian and Grogu, JustWatch ha stilato una lista cronologica con le serie TV da vedere prima del film.

    1. Star Wars: The Clone Wars (2008)

    Star Wars: The Clone Wars ci riporta indietro nel tempo, piazzandosi a cavallo tra la vecchia trilogia e quella prequel. Una serie animata non direttamente propedeutica, ma capace di arricchire la comprensione della cultura mandaloriana e della Darksaber. In The Clone Wars, suddivisa in sette stagioni da 133 puntate, viene esplorata la storia politica di Mandalore, le sue divisioni interne e le radici del conflitto che ancora influenza gli eventi attuali.

    Amatissima dai fan, ha introdotto diversi personaggi chiave (come la stessa Ahsoka), allargando a dismisura lo storytelling di Guerre Stellari. Vederla permette di cogliere meglio le motivazioni di personaggi come Bo-Katan e di comprendere perché la riconquista di Mandalore sia così importante. Se vuoi arrivare preparato al film, con una consapevolezza più profonda del background storico e culturale, è una visione impegnativa ma entusiasmante. Da non perdere sei un appassionato di Star Wars Rebels (2014).

    2. The Mandalorian (2019)

    Atmosfere western per la miglior serie legata al mondo di Star Wars. Ovviamente, una visione fondamentale perché costruisce completamente il rapporto tra Din Djarin e Grogu, che è il cuore emotivo della storia. La serie, ideata da Jon Favreau, mostra come un cacciatore di taglie solitario e rigidamente legato al credo mandaloriano sviluppi un legame paterno con un bambino sensibile alla Forza, mettendo in crisi le sue convinzioni.

    Essendo ambientata dopo Star Wars: Il Ritorno dello Jedi (1983), lo show – diviso in tre stagioni da 24 episodi dalla durata variabile – introduce i rimasugli dell’Impero, legati agli esperimenti su Grogu. Le stagioni 2 e 3 ampliano la trama mostrando il destino della Darksaber, le lotte interne tra i Mandaloriani e il tentativo di riconquistare Mandalore: tutto questo definisce il contesto politico e culturale in cui si muoveranno i protagonisti di The Mandalorian and Grogu. Senza questo show, mancherebbe completamente la base narrativa del film. Se hai amato Star Wars: Il Risveglio della Forza (2015) amerai anche The Mandalorian.

    3. The Book of Boba Fett (2021)

    Se The Book of Boba Fett in parte ha deluso le aspettative dei fan, entusiasti di ritrovare uno dei personaggi più amati ed enigmatici di tutto l'universo galattico, ovvero il cacciatore di taglie Boba Fett, la serie ha comunque offerto vari spunti legati al Mandaloriano di Pedro Pascal. Come? Facendo da ponte diretto tra la seconda e la terza stagione di The Mandalorian, in particolare durante gli episodi 5, 6 e 7 dell’unica stagione realizzata.

    Nello specifico, le puntate, che oscillano tra i 40 e 50 minuti, mostrano cosa accade a Din dopo aver consegnato Grogu ai Jedi, approfondiscono la sua crisi identitaria legata all'elmo e al credo mandaloriano, e soprattutto raccontano la decisione cruciale di Grogu riguardo al suo futuro. La loro riunione cambia definitivamente la direzione della storia e prepara il terreno per gli eventi successivi, puntando sempre più verso un legame padre-e-figlio. Saltare questi episodi significa perdere un passaggio decisivo per capire dove si trovano Din e Grogu all’inizio del film. Devi recuperarla se il tuo capitolo preferito è Star Wars: L'impero colpisce ancora (1980), in cui il cacciatore di taglie appare per la prima volta.

    4. Ahsoka (2023)

    Una sola stagione lunga otto puntate. Ahsoka, forte di una protagonista iconica (interpretata alla grande da Rosario Dawson), amplia lo scenario galattico post-Impero e introduce una minaccia di portata molto più grande rispetto ai conflitti locali visti in The Mandalorian. Approfondisce la situazione politica della Nuova Repubblica, la fragilità dell’equilibrio galattico e il ritorno di figure strategiche imperiali, legate al passato. Una su tutte? Anakin Skywalker.

    Anche se Din e Grogu non sono al centro della trama, il film potrebbe inserirsi proprio in questo quadro più ampio, quindi conoscere ciò che accade in questa serie aiuta a comprendere il contesto geopolitico e le possibili conseguenze future. Del resto, sappiamo quanto il disegno di Star Wars sia legato a uno schema ampio e potenzialmente infinito. Da vedere se ti emozioni con Star Wars - Episodio III: La vendetta dei Sith (2005).

  • "Scream 7": la teoria dei fan sull'identità del nuovo Ghostface

    "Scream 7": la teoria dei fan sull'identità del nuovo Ghostface

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Sono passati esattamente 30 anni da quando il primo capitolo di Scream diretto da Wes Craven diede nuova linfa al genere slasher. Ora la saga torna con un nuovo capitolo, Scream 7,  il primo diretto da Kevin Williamson – già sceneggiatore di Scream, Scream 2 (1997) e Scream 4 (2011) oltre che produttore esecutivo di Scream (2022) – dopo l'uscita di scena di Christopher Landon che ha deciso di abbandonare le riprese nel dicembre 2023 a causa delle minacce di morte ricevute dai fan che lo accusavano del licenziamento di Melissa Barrera.

    L'attrice messicana messa alla porta dalla produzione dopo aver condiviso sui social le sue opinioni relative al genocidio palestinese da parte di Israele. Uscita di scena forzata che ha portato Jenna Ortega ad abbandonare volontariamente il progetto. Un doppio evento che ha portato Williamson e Guy Bisick a rivoluzionare la trama. Questo ha permesso il ritorno in scena della final girl per eccellenza degli anni '90, Sidney Prescott, interpretata da Neve Campbell.

    Ma non è il solo volto storico che rivedremo nel film. Anche Gale Weathers (Courteney Cox), Dewey Riley (David Arquette) e Stu Macher (Matthew Lillard) torneranno. Quello che bisognerà capire per gli ultimi due è in che forma, dato che entrambi sono morti nei capitoli precedenti. Tra i volti noti anche Mason Gooding e Jasmin Savoy Brown, che interpretano i fratelli Chad e Mindy nei film del 2022 e 2023. Tra le new entry, invece, Joel McHale, Anna Camp, Mckenna Grace, Isabel May, Michelle Randolph, Ethan Embry, Mark Consuelos, Jimmy Tatro, Celeste O'Connor, Asa Germann e Sam Rechner.

    Stando a quanto rivelato finora della trama assisteremo a un nuovo assassino mascherato da Ghostface pronto a seminare il terrore nella tranquilla cittadina dove Sidney si è ricostruita una vita. È lì che i suoi incubi più profondi diventano realtà. La nuova vittima designata dal killer, infatti, è sua figlia (Isabel May). Decisa a proteggere ciò che ama, Sidney dovrà riaprire le porte al suo passato e affrontare, ancora una volta, l’orrore che pensava di essersi lasciata alle spalle.

    Chad Meeks-Martin ha tutte le carte in regola per diventare Ghostface

    Fin dall'annuncio della sua produzione e, ancor di più, con l'uscita del primo trailer, i fan si sono sbizzarriti con le teorie più fantasiose nel tentativo di individuare chi si nasconda questa volta dietro la maschera di Ghostface. Il finale di Scream 4  ha visto Sam e Tara, i personaggi di Melissa Barrera e Jenna Ortega, sopravvivere gli attacchi di ben tre killer mascherati: il detective Bailey (Dermot Mulroney), Quinn Bailey (Liana Liberato) ed Ethan Landry (Jack Champion). Ma c'è anche chi, nel tentativo di proteggere Tara, viene aggredito e accoltellato più volte da due degli assassini. Stiamo parlando di Chad, sopravvissuto anche alla fine del capitolo del 2022.

    Nipote di Randy Meeks, tra i protagonisti del film originale, e figlio di sua sorella Martha, il ragazzo ha una sorella gemella, Mindy (Jasmine Savoy Brown). Secondo un utente Reddit, potrebbe essere proprio lui il Ghostface di Scream 7. Le motivazioni sarebbero da rintracciare proprio nei traumi subiti nel corso dei due film precedenti, tra tentativi di omicidio e la perdita di molti amici. Inoltre, dato che Tara, il suo interesse sentimentale, non sarà presente nella pellicola, è possibile che Chad abbia il cuore spezzato. La scelta di vestire la tonaca nera e la maschera dell'iconico assassino si potrebbe rintracciare nella volontà di uccidere Sidney e sua figlia per mettere fine all'origine di una scia di sangue che continua a scorrere da 30 lunghi anni.

    I fan sono preoccupati per il destino di Chad

    Un altro aspetto legato al personaggio è connesso a un'altra teoria che circola da mesi online e che vorrebbe il nuovo killer un esperto di intelligenza artificiale. Un elemento tirato in ballo per giustificare la presenza nel cast di personaggi morti nei capitoli precedenti della saga. Ghostface, dunque, utilizzerebbe l'IA per “resuscitare” personaggi del passato. Un algoritmo che permetterà, magari, di far materializzare il volto di Stu Macher in una video chiamata terrificante. Chad avrebbe l'età giusta per poter utilizzare questo strumento con facilità e costringere Sidney a ritrovarsi faccia a faccia con il suo passato.

    Ma se una parte dei fan sono convinti che il personaggio di Mason Gooding sia il nuovo villain, c'è un'altra parte di affezionati al franchise slasher che teme per il suo destino. Come ogni capitolo di Scream che si rispetti, ci aspettiamo che anche il settimo sia costellato di morti. E tra le papabili vittime c'è anche Chad che in passato è stato graziato per ben due volte dalla furia omicida di Ghostface, scampando per un soffio alla morte. Chissà, magari entrambe le teorie sono corrette. Chad è il nuovo Ghostface che, però, morirà alla fine del film per mano di Sidney Prescott.

    Altre teorie su Ghostface che vale la pena considerare

    Inutile dirvi che quella di Chad non è l'unica teoria che circola in rete. I fan della saga stanno dando il meglio di loro analizzando anche i più piccoli dettagli dei trailer diffusi. Tra le aggiunte al cast c'è la già citata McKenna Grace. L'attrice indossa una gonna scozzese blu e verde; fino a qui nulla di strano, direte voi. Ma chi conosce bene il franchise ha notato che, nel corso dei vari film, i killer indossavano sempre lo stesso colore e la stessa fantasia prima che la loro identità venisse smascherata. Secondo alcuni, però, si tratterebbe di una falsa pista messa in atto per depistare i fan.

    Anche perché, guardando al poster ufficiale del film, c'è anche un altro attore, Sam Rechner, con una camicia di flanella con gli stessi colori e fantasia. E, come se non bastasse, il suo ruolo non è ancora stato rivelato. Che si tratti di una coppia di Ghostface o di un buco nell'acqua, lo scopriremo presto. Tra i personaggi papabili per vestire i panni del cattivo c'è anche un'altra new entry, Anna Camp. Come per Rechner, anche per lei non si hanno ancora dettagli specifici sul suo ruolo.

    Questo è uno dei motivi che ha portato i fan a sospettare di lei. Secondo alcuni, interpreterà uno dei vicini di casa di Sidney Prescott e, tra le varie ipotesi, potrebbe essere la sorella di Stu Macher pronta a vendicare il fratello. Tra le altre ipotesi che circolano online quella che Scream 7 dia il via a una nuova trilogia con protagonista Sidney e che Ghostface non venga eliminato alla fine del film, ma continui a perseguitarla per i successivi due film. Una novità per il franchise che potrebbe regalare alla saga un nuovo entusiasmante e terrificante orizzonte.

  • Perché a 50 anni dall'uscita "Taxi Driver" rimane un film capace di parlare del presente

    Perché a 50 anni dall'uscita "Taxi Driver" rimane un film capace di parlare del presente

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    8 febbraio 1976. Al Coronet Theatre di New York va in scena la prima di Taxi Driver di Martin Scorsese (in Italia sarebbe uscito in agosto). Un film destinato a cambiare la storia del cinema e a diventarne uno dei pilastri. Palma d’Oro a Cannes, quattro nomination agli Oscar e due ai Golden Globes, quasi 20 milioni di incasso al fronte di soli 1,9 milioni di dollari di budget.

    E poi, ancora, la colonna sonora incentrata sulla melodia languida e malinconica del sax firmata da Bernard Herrmann (morto la notte del 24 dicembre 1975 dopo aver finito le sessioni di registrazione); le luci al neon della fotografia di Michael Chapman, il monologo allo specchio improvvisato da Robert De Niro con quel “You talkin' to me?” citato e parodiato all'infinito; la violenza esibita che costrinse Scorsese a desaturare i colori della sparatoria finale per ottenere una classificazione R e Jodie Foster, all'epoca tredicenne, nei panni di una baby prostituta.

    Sono innumerevoli i motivi per i quali il quinto lungometraggio di Scorsese è di quelli che non si dimenticano. Ma, al di là del suo valore cinematografico, il film continua a parlare con il presente a distanza di 50 anni dalla sua uscita grazie ai pensieri e alle azioni del suo protagonista, Travis Bickle, nato dalla penna di Paul Schrader. Un tassista notturno della New York degli anni '70. Insonne cronico, ex veterano del Vietnam che, dal finestrino della sua auto, osserva una città allucinata e sprofondata nel degrado. Criminali, papponi, prostitute, sporcizia, politici ipocriti. Quello che vede lo disgusta e decide di diventare il “diluvio universale” che porterà pulizia nelle strade.

    A far scattare il clic definitivo nella sua testa il rifiuto sentimentale di Betsy (Cybill Shepherd), membro dello staff elettorale del senatore candidato alle presidenziali Palantine e la decisione della giovane prostituta Iris di non abbandonare il suo protettore Sport (Harvey Keitel). È così che il suo delirio psicotico esplode e quella frattura con la società che lo circonda, non lo riconosce e lo esclude diventa impossibile da ricomporre.

    Il contesto storico in cui è nato “Taxi Driver”

    Taxi Driver prende forma in un momento storico di profonda crisi della società statunitense. Nel 1974 Richard Nixon si era dimesso a seguito di un'inchiesta del Washington Post che svelò il coinvolgimento della Casa Bianca nell'insabbiamento del Watergate. A soli due mesi di distanza dall'uscita del film in sala, dopo il ritiro delle truppe nel 1973, anche gli ultimi funzionari americani presenti a Saigon lasciarono il Paese, sancendo la definitiva sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam.

    Non è difficile, dunque, capire il terreno sul quale poggia le sue fondamenta il film. Travis torna in un Paese senza più punti di riferimento, orfano di una politica e di politici ai quali credere e affidarsi. Assistiamo, per citare il film di Justine Triet, all'anatomia di una caduta di un uomo e dell'America stessa.

    Ma, nonostante il contesto storico sia così preciso, è impressionante come Taxi Driver non sia solo un film figlio degli anni '70. Guardarlo oggi significa assistere allo sbocciare di un seme che ha finito per radicarsi nel nostro presente, tanto che l'alienazione, la misoginia e il razzismo di cui parla il film sono diventati endemici.

    La sceneggiatura di Paul Schrader

    Di uomini solitari è piena la filmografia di Paul Schrader. Basti pensare anche solo alla recente trilogia della redenzione che comprende First Reformed – La creazione a rischio (2017), Il collezionista di carte (2021) e Il maestro giardiniere (2022). Ma tutti gli uomini raccontati nella sua carriera sono racchiusi in Travis Bickle che ne rappresenta l'archè. Un personaggio nato da spunti diversi, alcuni autobiografici. A partire dall'insonnia che attanagliava lo sceneggiatore negli anni '70 e che lo portava a frequentare librerie e cinema porno – come quelli in cui si reca il protagonista – perché aperti tutta la notte. Sempre in quegli anni, Schrader si ritrovò a vivere in macchina dopo il divorzio dalla moglie.

    In quei giorni leggeva An Assassin’s Diary, ovvero i diari tenuti da Arthur Bremer che, nel 1972 a Laurel, nel Maryland, aveva tentato di uccidere George Wallace, al tempo candidato democratico alle presidenziali americane. I deliri di un uomo alienato che replicherà nella sceneggiatura di Taxi Driver, trasformati da Martin Scorsese nella voce fuori campo di Travis. Ma a ispirare lo sceneggiatore anche due libri rappresentati della letteratura esistenzialista – La nausea di Jean-Paul Sartre e Lo straniero di Albert Camus - insieme all’Ethan Edwards di John Wayne in Sentieri Selvaggi (1956). Altro spunto fu il tentativo di Sara Jane Moore di uccidere il presidente Gerald Ford nel 1975.

    Ben due tentativi di omicidio a danni di altrettanti rappresentanti politici, dunque, ispirarono il film che, a sua volta, per una tragicomica ironia della sorte, portarono John Hinckley Jr. a tentare di assassinare il presidente Ronald Reagan nel 1981. Un attentato per il quale l'uomo, ossessionato da Jodie Foster, arrivò a radersi i capelli in stile mohawk come Bickle nel film. Un evento che scosse così tanto Scorsese al punto da farlo pensare al ritiro dal cinema. 

    Un cortocircuito tra realtà e finzione dove l'una alimenta l'altra e in cui il ruolo della politica è centrale. O sarebbe meglio dire della sua assenza. Perché quello che suggerisce la pellicola è che Palantine non sia altro che un simbolo vuoto come gli slogan della sua campagna presidenziale. Altro tema che avvicina Taxi Driver al nostro presente, tra populismo, disillusione e rappresentanti politici non all'altezza del ruolo chiamato a ricoprire.

    Perché “Taxi Driver” è ancora un film attuale, tra rabbia e sottocultura Incel

    Solo, rabbioso, alienato. Il protagonista di Taxi Driver è immerso in una città brulicante di persone, eppure vive isolato, perso nei suoi pensieri deliranti, carico di risentimento. Anche noi viviamo in una società iperconnessa, eppure di esseri umani come Travis ne esistono a bizzeffe. Se lui si rifugiava nei cinema porno, oggi è lo schermo dei nostri device a diventare lo scudo protettivo dietro il quale alimentare frustrazioni o cercare anestetizzazione. Una solitudine che può sfociare in isolamento e radicalizzazione. In un'incapacità di gestire il reale, emozioni comprese.

    Ne è un esempio il rapporto tra Travis e Betsy. Una donna idealizzata e poi odiata al suo rifiuto. O quello con Iris che alla salvezza promessa dal tassista newyorkese preferisce la vita accanto all'uomo che la fa prostituire. Questo doppio rifiuto fa scattare in lui “il piano finale”, scatenando quella rabbia covata a lungo. Un salvatore misogino che guarda alle donne come “angeli” fino a quando non lo respingono.

    Una mentalità simile a quella degli Incel. Celebri involontari che, seppur desiderino una partner, non riescono a trovarla, dando la colpa alle donne e al femminismo e sfociando, in alcuni casi, in atti di violenza di massa. Se negli anni '70 Travis Bickle vagava per le strade di New York, parlava da solo davanti allo specchio o riempiva di parole farneticanti il suo diario, oggi potrebbe riempire di altrettanti deliri forum e gruppi online. Con un'ironia amara, Schrader e Scorsese ci mostrano il protagonista trasformato dalla stampa in un eroe vigilante nel finale del film. Ma lo sguardo repentino nello specchietto retrovisore del suo taxi, ci racconta un'altra storia.

    Travis, così dedito a lucidare, smontare e rimontare la sua pistola, potrebbe essere l'artefice di una delle tante sparatorie che flagellano gli Stati Uniti. Se vissuto ai giorni nostri ne avrebbe addirittura potuto compiere una in diretta social o riprendendo tutto tramite GoPro. Un personaggio contenitore, al cui interno troviamo tutti gli elementi esplosi nel nostro presente, alimentati a dismisura, moltiplicati come un virus. Ne è un esempio Joker (2019) di Todd Phillips che prende a piene mani da Taxi Driver e da Re per una notte (1982), con tanto di cameo di De Niro, per mostrarci come il giustiziere solitario di Scorsese si è trasformato nel punto di riferimento di uomini che si truccano il viso come lui.

  • 10 film che ti faranno apprezzare la vita

    10 film che ti faranno apprezzare la vita

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    A volte basta un film per aiutarci a cambiare prospettiva. Per ricordarci che anche nei momenti più difficili esiste una via d'uscita, che la perseveranza paga, che le piccole cose contano più di quanto pensiamo. Non parliamo di favole con lieti fini magici dove tutto si risolve con uno schiocco di dita, ma di storie in cui i protagonisti lottano, cadono, si rialzano e alla fine conquistano qualcosa che assomiglia alla felicità. 

    Viaggi di scoperta interiore, battaglie contro la povertà o la malattia, famiglie disfunzionali che imparano ad amarsi: questi dieci film raccontano la vita con tutte le sue difficoltà, ma ci lasciano sempre con la sensazione che valga la pena viverla. Alcuni sono classici intramontabili, altri sorprese più recenti. Tutti, a modo loro, ci ricordano perché è bello essere vivi.

    Ricomincio da capo (1993)

    Phil Connors è un meteorologo televisivo arrogante, cinico e profondamente infelice. Quando si trova a rivivere lo stesso giorno all'infinito, il 2 febbraio a Punxsutawney in Pennsylvania, la sua prima reazione è lo smarrimento. Poi arriva la disperazione, e infine qualcosa di inaspettato. Bill Murray offre una delle prove migliori della sua carriera in Ricomincio da capo, una commedia che, dietro tonalità leggere, nasconde una riflessione profonda sul senso della vita. Il film di Harold Ramis racconta il percorso del protagonista, costretto a rivivere un loop in cui costantemente migliorarsi, con cui apprezzare il valore di ciò che lo circonda, soprattutto di chi lo circonda. 

    Il film scorre senza intoppi, senza mai appesantire la narrazione o il ritmo, pur funzionando come una metafora sulle possibilità di migliorare la propria vita attraverso le occasioni che ogni giorno ci vengono offerte, soprattutto dagli altri, che qui diventano via per una felicità non casuale, ma che è frutto di un percorso insieme. Un film che andrebbe rivisto almeno una volta all'anno, possibilmente il 2 febbraio. Ideale per chi si sente bloccato nella routine e ha bisogno di ricordare che il cambiamento è sempre possibile.

    Forrest Gump (1994)

    Tom Hanks interpreta un uomo con un quoziente intellettivo sotto la media (ma allo stesso tempo ingenuamente geniale) che attraversa trent'anni di storia americana, dalla guerra in Vietnam al Watergate, incontrando leggende del pop, attivisti e presidenti, diventando involontariamente protagonista di eventi epocali. Ma Forrest Gump non è solamente un modo geniale per ri-scrivere la Storia, perché il film racconta la dolcezza della semplicità, la delicatezza dei rapporti umani. Forrest non capisce le complessità del mondo, eppure vive più intensamente di chiunque altro. Corre, ama, perde, ricomincia. La sua filosofia è racchiusa nella metafora della scatola di cioccolatini, dove non sai mai cosa ti capita ma puoi scegliere come affrontarlo. 

    Robert Zemeckis dirige con mano sicura un film che rischiava di essere stucchevole e invece commuove senza mai cadere nello sdolcinato. La storia d'amore con Jenny è straziante proprio perché imperfetta, e il finale con Forrest che scopre di essere padre chiude il cerchio in modo delicato. Un film che ha fatto piangere generazioni di spettatori e che continua a conquistare con il suo messaggio universale. Sei Oscar nel 1995, incluso Miglior Film.

    La vita è bella (1997)

    Guido Orefice è un cameriere ebreo toscano che conquista la donna dei suoi sogni con un corteggiamento fatto di trovate surreali e poesia. Poi arriva la guerra, la deportazione, il campo di concentramento. Ed è qui che La vita è bella compie il suo miracolo, trasformando l'orrore in una favola non per negarlo ma per mostrare la forza dell'amore di un padre, disposto a tutto pur di difendere il figlio dalle atrocità sullo sfondo. Per proteggere il piccolo Giosuè, Guido inventa un gioco assurdo in cui tutto diventa una prova da superare per vincere un carro armato. Le privazioni, la fame, la paura, ogni cosa viene filtrata attraverso l'immaginazione e l’amore incondizionato, nel tentativo disperato di preservare il bene nel bambino, per far sì che alla fine di tutto il bene possa per lui ancora esistere.

    Roberto Benigni ha scritto, diretto e interpretato un film che commuove, affascina, stupisce ma senza mai banalizzare la tragedia, sempre in primo piano eppure defilata. Il finale è agrodolce, Guido muore, ma suo figlio si salva, e con lui si salva la speranza. Tre premi Oscar, tra cui Miglior Film Straniero e Miglior Attore per Benigni, primo italiano a vincerlo. Un film che insegna come anche nelle circostanze più terribili si possa scegliere il modo in cui guardare il mondo.

    Il favoloso mondo di Amélie (2001)

    Amélie Poulain lavora come cameriera a Montmartre e vive una vita solitaria, fatta di piccoli piaceri. Rompere la crosta della crème brûlée con il cucchiaino, far rimbalzare i sassi sull'acqua, infilare la mano nei sacchi di legumi al mercato. Un giorno decide di dedicarsi a rendere felici gli altri, orchestrando piccoli miracoli quotidiani per i suoi vicini. Jean-Pierre Jeunet costruisce un universo visivo unico, fatto di colori saturi, inquadrature inventive e una Parigi che sembra uscita da un sogno. Audrey Tautou è perfetta nel ruolo della protagonista, con quegli occhi enormi e quello sguardo tra il timido e il malizioso. 

    Il favoloso mondo di Amélie (2001) è un inno alla gioia delle piccole cose, un invito a guardare il mondo con meraviglia invece che con cinismo. Non c'è una grande trama, solo Amélie e il suo sguardo. C'è la sua vita quotidiana, ma raccontata dalla prospettiva della meraviglia, nascosta anche nelle impercettibilità quotidiane, se impariamo a vederla. Un film che dopo la visione lascia addosso una leggerezza rara, da recuperare quando si ha bisogno di ricordare che la bellezza è ovunque, basta cercarla.

    La ricerca della felicità (2006)

    Chris Gardner vende apparecchi medici che nessuno vuole comprare. Ha un figlio piccolo, una moglie che lo lascia, e presto si ritrova senza casa, costretto a dormire nei bagni delle stazioni e nei rifugi per senzatetto. Eppure non molla mai. Will Smith interpreta questa storia vera con una intensità che gli è valsa la candidatura all'Oscar, e la scelta di avere accanto il figlio vero Jaden rende tutto ancora più autentico. Gabriele Muccino, al suo primo film americano, dirige con la sensibilità che lo contraddistingue ma evitando pietismo e eccessivo romanticismo, ma concentrando lo sguardo sul senso di dignità del protagonista.

    La ricerca della felicità passa dalla fatica, dalle lacrime, dall’ostinazione di Chris, tra notti insonni e umiliazioni quotidiane. La scena in cui scopre di aver ottenuto il lavoro, con le lacrime che scendono mentre cammina tra la folla applaudendo a se stesso, racchiude l’essenza e il messaggio del film. Da consigliare a chiunque stia attraversando un momento difficile e abbia bisogno di credere che ne uscirà.

    Quasi amici (2011)

    Philippe è un aristocratico parigino rimasto tetraplegico dopo un incidente di parapendio. Driss è un ragazzo delle banlieue appena uscito di prigione che si presenta al colloquio per diventare il suo assistente solo per farsi firmare le carte della disoccupazione. Da questo incontro improbabile nascono un'amicizia vera e due rinascite parallele. Quasi amici (2011) è tratto da una storia vera, e forse per questo evita tutte le trappole del genere. 

    Non c'è pietismo, non c'è retorica sulla disabilità, ma black humor, all’apparenza “scorretto” liberatorio per il protagonista, finalmente trattato Philippe come una persona e non come una vittima. François Cluzet e Omar Sy hanno una chimica perfetta, con Sy che ha vinto il César per questo ruolo che lo ha lanciato a livello internazionale. Le scene in cui Driss porta Philippe a fare cose "proibite" sono tra le più divertenti del cinema francese recente. Il film è stato un successo mondiale proprio perché parla di qualcosa di universale, ovvero il potere dell'amicizia di trasformare la vita, anche quando sempre impossibile, anche quando l’altro sembra essere “diverso”.

    Wild (2014)

    Cheryl Strayed ha toccato il fondo. Dopo la morte della madre, il divorzio e un periodo di tossicodipendenza, decide di fare qualcosa di folle. Percorrere da sola 1.700 chilometri sul Pacific Crest Trail, uno dei sentieri più impegnativi d'America. Non ha esperienza di trekking, il suo zaino è troppo pesante, i suoi scarponi le distruggono i piedi. Ma va avanti. Reese Witherspoon, candidata all'Oscar per questo ruolo, porta sullo schermo una donna che non cerca redenzione ma semplicemente un modo per sopravvivere al proprio dolore. Jean-Marc Vallée, già regista di Dallas Buyers Club (2013), alterna il presente del cammino ai flashback del passato costruendo un ritratto stratificato e imperfetto, riuscendo a ritrarre la persona al di là del personaggio. 

    Wild racconta il processo di guarigione, la fatica della conquista quotidiana, la sofferenza immensa dietro “la bella storia” da copertina, e lo fa riuscendo a catturare lo spirito più profondo dal libro di memorie da cui è tratto. Consigliato a chi sta cercando la forza di ricominciare dopo un brutto periodo, questo film vi darà la spinta di cui avete bisogno.

    Soul (2020)

    Joe Gardner insegna musica in una scuola media ma sogna di diventare un jazzista professionista. Quando finalmente arriva la sua grande occasione, cade in un tombino e si ritrova nell'Ante-Mondo, il luogo dove le anime si preparano alla vita sulla Terra. Qui incontra 22, un'anima che non ha nessuna voglia di nascere. La Pixar con Soul ha realizzato forse il suo film più adulto e filosofico, ponendo una domanda apparentemente semplice ma in realtà profondissima. Cosa rende la vita degna di essere vissuta? La risposta che offre è sorprendente nella sua semplicità. Non sono i grandi traguardi, ma i piccoli momenti quotidiani. Il sapore di una pizza, la luce del sole su una foglia, una passeggiata senza meta. 

    Pete Docter, già regista di capolavori come Up (2009) e Inside Out (2015), esplora territori esistenziali che raramente il cinema d'animazione osa affrontare, affrontando tematiche molto complesse, “adulte”, ma con la leggerezza tipica dell’infanzia, ed è in questo contrasto che sta la meraviglia di questo film. La colonna sonora jazz di Jon Batiste aggiunge un livello ulteriore di bellezza a un film che parla ai bambini ma colpisce soprattutto gli adulti, quelli che hanno dimenticato di fermarsi ad apprezzare le piccole cose mentre correvano dietro ai loro sogni. Oscar come Miglior Film d'Animazione nel 2021.

    CODA - I segni del cuore (2021)

    Ruby è l'unica persona udente in una famiglia di pescatori sordi del Massachusetts. Fin da bambina fa da interprete per i genitori e il fratello, traducendo il mondo per loro. Ma Ruby ha un sogno, quello di cantare. Quando un insegnante scopre il suo talento e la spinge a fare l'audizione per una prestigiosa scuola di musica, la ragazza si trova davanti a una scelta impossibile tra i suoi sogni e la sua famiglia. CODA - I segni del cuore è il remake americano del francese La famiglia Bélier (2014), ma con una differenza fondamentale. Qui gli attori sordi sono davvero sordi, e questo cambia tutto, una potenza e un significato prima assenti. 

    Troy Kotsur ha vinto l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista per il ruolo del padre, offrendo un'interpretazione tra le più commoventi degli ultimi anni. Il film racconta una storia di emancipazione e amore familiare, tra contrasti e il bisogno di appartenere, Ruby capisce che non deve scappare dalla sua famiglia, ma deve trovare un modo per crescere insieme a loro. Senza spoilerare il finale, preparate i fazzoletti perché ci sarà da piangere, e parecchio. Oscar come Miglior Film nel 2022, a sorpresa su tutti i pronostici.

    C'è ancora domani (2023)

    Roma, 1946. Delia è una donna che accetta la vita che le è toccata. Un marito violento, un suocero dispotico, tre figli da crescere nella povertà del dopoguerra. La sua unica speranza è un buon matrimonio per la figlia maggiore, che permetta almeno a lei di uscire da quel ciclo di miseria. Poi arriva una lettera misteriosa, e qualcosa cambia. Paola Cortellesi al suo esordio alla regia ha realizzato il film italiano più apprezzato degli ultimi anni, un fenomeno culturale prima ancora che commerciale. C'è ancora domani è girato in bianco e nero con lo stile del neorealismo, ma parla al presente, e lo fa fortissimo. La violenza domestica, il patriarcato, il diritto delle donne a decidere per sé stesse. Il colpo di scena finale, che ribalta completamente il significato e la potenza del film. Valerio Mastandrea è perfetto nel ruolo del marito, odioso ma mai caricaturale, un uomo che crede davvero di essere nel giusto. 

    Sei David di Donatello e 37 milioni di euro al botteghino italiano testimoniano quanto il pubblico avesse bisogno di questa storia. Un film che ricorda alle donne quanta strada è stata fatta e quanta ne resta da fare, e che insegna a tutti il valore della perseveranza e del coraggio di immaginare un futuro diverso.

  • Il film più disturbante di Nicolas Cage nasconde un bizzarro cameo di Kurt Cobain

    Il film più disturbante di Nicolas Cage nasconde un bizzarro cameo di Kurt Cobain

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Kurt Cobain è stata una delle icone più emblematiche degli anni ‘90. Con i Nirvana e il movimento grunge, l’artista ha contribuito a spazzare via l’atmosfera edonistica e satinata del decennio precedente. Dai capelli cotonati e gli abiti sgargianti si è passati a look più trasandati e dalle tonalità scure.

    La musica ha subito un cambiamento simile, esplorando tematiche introspettive e depressive e sperimentando con un suono più grezzo. Questo ritorno all’essenza e all’immediatezza ha catturato anche il mondo del cinema. Gli anni ‘90 sono diventati sinonimo di film indipendenti, fuori dagli schermi e provocanti. Non a caso, gli eroi di questo decennio sono Quentin Tarantino (Le iene (1992), Pulp Fiction (1994)) e David Fincher (Seven (1995), Fight Club (1999)). Oltre a loro due, altri film che hanno segnato questa epoca sono stati gli ultra-violenti Assassini nati - Natural Born Killers (1994) e 8mm - Delitto a luci rosse (1999).

    Il film di Joel Schumacher si connette alla rivoluzione artistica degli anni ‘90 non solo per il suo spirito audace e sanguinolento. Al suo interno, infatti, Kurt Cobain appare in un bizzarro “cameo” post-mortem che rende ancora più intrigante il retroscena di questa pellicola controversa.

    “8mm” con Nicolas Cage fa un riferimento velato a Kurt Cobain 

    8mm - Delitto a luci rosse (1999) affronta la storia torbida della scomparsa di una ragazza, della sua apparizione in un presunto snuff movie e delle indagini del detective privato Tom Welles (Cage) per verificarne l’autenticità. Durante le fasi iniziali della sua ricerca, Welles si reca a casa della giovane ragazza, dove trova la madre. Perlustrando la camera da letto e poi il bagno in cerca di indizi, l’uomo si imbatte negli effetti personali della giovane.

    Tra questi ci sono alcune fotografie di Kurt Cobain su un cassettone. Altre immagini della rockstar adornano la copertina del diario segreto della ragazza, che Welles scopre nel serbatoio che contiene l’acqua per lo scarico del water. L’aspetto bizzarro di queste immagini è l’accuratezza temporale rispetto alla cronologia del film. Le foto, infatti, risalgono a prima del 1993, anno della scomparsa della giovane.

    C’è da domandarsi il motivo per il quale la produzione sia stata così meticolosa nel scegliere le fotografie. Inoltre, perché proprio quelle di Kurt Cobain? La risposta al primo quesito potrebbe essere più pragmatica di quanto si possa credere. Cobain è morto il 5 aprile 1994, dopo mesi in cui è stato quasi sempre recluso in casa. Come testimonia il film ispirato ai suoi ultimi giorni Last Days (2005). Dunque, è improbabile che ci siano molte fotografie di lui datate 1994.

    La scelta dell’icona per gli effetti personali della ragazza scomparsa potrebbe essere dovuta all’influenza culturale della sua immagine. La giovane non vedeva Cobain come un dio del rock solamente per il suo talento musicale. Sua madre, interrogata da Welles, non fa mistero della natura ribelle della giovane. È probabile che il carattere anticonformista della star riflettesse proprio lo spirito indisciplinato della ragazza.

    L’eredità controversa di “8mm”

    Sono passati decenni dall’uscita di 8mm - Delitto a luci rosse (1999) e la sua eredità rimane tuttora controversa e dibattuta. Come potrebbe essere altrimenti con una trama che affronta temi legati alla sessualità violenta e senza consenso e all’omicidio filmato? La cosa più sorprendente è che lo sceneggiatore Andrew Kevin Walker, già penna del citato Seven (1995), ha rinnegato la pellicola per alcuni cambiamenti alla sceneggiatura da parte della produzione.Apparentemente, lo scandaloso 8mm - Delitto a luci rosse (1999) doveva essere ben più violento e oscuro. La versione ufficiale del film è il frutto di alcune riscritture autorizzate anche da Schumacher, per le quali il regista e Walker hanno avuto una faida. Nonostante le rifiniture, il film ha ricevuto il dissenso unanime dalla critica, che non ha potuto che definire fine a sé stessa e senza motivo l’eccessiva violenza della pellicola.

    L’unica voce fuori dal coro è stata quella del celebre critico cinematografico Roger Ebert. Nella sua recensione, non fa mistero del materiale provocante dell’opera, ma si discosta dal parere unanime dei suoi colleghi evidenziando il lato morale della trama. La violenza e la depravazione sono al massimo storico, ma la storia dà spazio anche a una riflessione su di esse e alla necessità di prendere una posizione a riguardo.

    Vale la pena guardare “8mm”?

    Avete ampiamente capito che la visione di 8mm - Delitto a luci rosse (1999) non è per tutti. Tuttavia, a distanza di molti anni, lo shock e le controversie scoppiate per i temi trattati e la violenza mostrata potrebbero sembrare esagerati per chi è abituato a film eccessivi. Il ben più mainstream Seven (1995) non è tanto distante da 8mm (1999) in fatto di violenza. Inoltre, dal 1999 sono uscite pellicole ben più brutali –come The Substance (2024), La passione di Cristo (2004) o il caro e vecchio John Wick (2014)– che farebbero impallidire il nostro Tom Welles.

    L’unica resistenza che potreste trovare non è data dagli aspetti più grafici. 8mm - Delitto a luci rosse (1999) resta impresso nella memoria per la sua atmosfera torbida e tenebrosa. Non a caso, qualsiasi sprazzo di violenza non compete con la scena in cui Welles esplora un mercato clandestino di pellicole estreme. Un innocuo cartello che informa il “cliente” della categoria di film in vendita, in questo caso “bambini”, lascia lo spettatore pietrificato dall’orrore. 8mm - Delitto a luci rosse (1999) è un thriller veramente dark che non può far altro che dividere gli spettatori. Tuttavia, se avete apprezzato film con una verve simile come Hardcore (1979) e Videodrome (1983), sarete sorpresi dalla divergenza tra la sua reputazione negativa e l’effettivo contenuto del film. Dunque, sì, vale la pena guardare 8mm - Delitto a luci rosse (1999), ma solo se siete disposti ad andare oltre i pregiudizi. E se avete uno stomaco forte.

  • “The Good Witch”: come vedere i film e la serie TV in ordine cronologico

    “The Good Witch”: come vedere i film e la serie TV in ordine cronologico

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Sono innumerevoli i film e le serie TV che negli anni hanno portato in scena storie magiche con protagoniste delle streghe. Dal recente dittico composto da Wicked (2024) e Wicked – Parte 2 e (2025) a Sabrina, vita da strega (1996) passando per Le terrificanti avventure di Sabrina (2018), Streghe (1998), The Witch (2015), Le streghe di Eastwick (1987) o Vita da strega (1964).

    Ma c'è uno show che ha saputo riscrivere il nostro modo di guardare a queste figure magiche dando vita a quello che potremmo definire un cosy fantasy.

    Stiamo parlando di Good Witch, franchise targato Hallmark ambientato nell'immaginaria cittadina di Middleton. È lì che si trasferisce la Cassie Nightingale di Catherine Bell portando con sé il suo carisma, gli infallibili rimedi erboristici e la capacità di ascoltare il prossimo. A differenza dei molti titoli citati, non assistiamo a battaglie epiche contro il male, incantesimi o trucchi magici. Quello che ha reso i film e la serie così amati è il racconto dei piccoli grandi problemi del quotidiano a cui vanno incontro i vari personaggi che Cassie aiuta in un perfetto equilibrio tra magia e sensibilità.

    JustWatch ha stilato una guida che vi permette di vedere i film e la serie TV in ordine cronologico. 

    1. The Good Witch - Un amore di strega (2008)

    È con The Good Witch - Un amore di strega che il pubblico ha fatto per la prima volta la conoscenza di Cassie Nightingale. Una donna considerata misteriosa e, all'inizio, guardata con sospetto dalla comunità di Middleton al punto da convincerla ad andarsene. Ma in breve tempo riesce a conquistare gli abitanti della cittadina, trasferendosi nella Grey House, aprendo il suo negozio di elisir ed erbe e facendo breccia nel cuore del capo della polizia Jake Russell (Chris Potter).

    Proprio l'alchimia tra i due attori e la dolcezza insita nella protagonista sono due degli elementi che hanno decretato il successo del film e dato il via al franchise. Un fantasy romantico e semplice che, in un'ora e mezza, parla di apertura verso il prossimo. Da recuperare se Chocolat (2000) è uno dei tuoi film preferiti.

    2. The Good Witch’s Garden - Il giardino dell’amore (2009)

    C'è una linea mystery in questo secondo capitolo della saga Hallmark. Con The Good Witch’s Garden - Il giardino dell’amore Cassie si ritrova a doversi difendere da un uomo misterioso che sostiene di essere il legittimo erede di Grey House, residenza ereditata che intanto la donna ha trasformato in un B&B. Un film che ci permette di conoscere qualcosa di più del suo passato e dei suoi genitori, i Grey, persi in un incidente quando era solo una bambina.

    Mentre la trama principale è incentrata sulla tensione data dall'introduzione di un'antagonista, parallelamente il rapporto sentimentale tra Cassie e Jake prosegue con una proposta di matrimonio. Un film che in 86 minuti parla dell'importanza di avere un luogo da chiamare “casa” che simboleggia la nostra stabilità e identità. Se Inheritance (2020) ti ha intrigato, qui troverai una storia di eredità e segreti dai toni più tenui.

    3. The Good Witch’s Gift - Il matrimonio di Cassie (2010)

    Il terzo film del franchise ambientato a Natale. Per un titolo Hallmark che ha fatto delle festività natalizie il suo biglietto da visita nel mondo, è facile immaginare quanto le ambientazioni e l'atmosfera siano avvolte da magia e calore. Con The Good Witch’s Gift - Il matrimonio di Cassie, ecco che la protagonista si trova a un passo dal grande “sì” coinvolgendo l'intera comunità di Middleton nei preparativi. Peccato che ci sarà più di un ostacolo prima di arrivare all'altare.

    Compreso il ritorno in città di un ex detenuto che Jake aveva arrestato 10 anni prima. Un film che parla di seconde possibilità, perdono e di famiglie allargate in un'ora e 23 minuti ricchi di decorazioni, frenesia e il solito buonsenso della protagonista. Se ami i film Hallmark ambientati sotto il vischio come Una sposa per Natale (2012), puoi star certo che The Good Witch’s Gift - Il matrimonio di Cassie non ti deluderà.

    4. The Good Witch’s Family - Una nuova vita per Cassie (2011)

    Un piccolo terremoto sotto forma di essere umano irrompe nella vita di Cassie e di tutta Middleton. Si tratta di Abigail, cugina della protagonista che porta scompiglio con il suo uso della magia molto diverso da quello a cui ci ha abituati “la strega buona”. Come se non bastasse, Cassie ha deciso di candidarsi a sindaco nel bel mezzo di una crisi politica dovuta alla costruzione di un ponte che divide la comunità. Manipolazioni, pozioni d'amore, visioni opposte, non detti, invidie.

    C'è davvero di tutto negli 87 minuti di durata di The Good Witch’s Family - Una nuova vita per Cassie, che porta il film ad essere uno dei più riusciti e ricchi dell'intero franchise. Ma, nonostante non manchino i conflitti, alla fine Cassie riesce sempre a conciliare tutto e tutti con il suo atteggiamento positivo e aperto al dialogo. Anche se l'entrata in scena di Abigail era l'elemento che mancava per equilibrare un racconto che tende ad essere a tratti smielato. Da vedere se hai apprezzato Chesapeake Shores (2016).

    5. The Good Witch’s Charm - L’incantesimo di Cassie (2012)

    È vero. Con quel suo atteggiamento sempre calmo e gentile, Cassie più che una strega buona può sembrare un'aliena. Ma ci pensa la nascita della sua prima figlia, Grace, e il ruolo di neo sindaca di Middleton a darle una parvenza più umana. Anche Cassie, come noi comuni mortali, fatica a conciliare tutto.

    Con The Good Witch’s Charm - L’incantesimo di Cassie, la protagonista ci mostra una vulnerabilità inedita accentuata anche dai tentativi di un giornalista investigativo che cerca di screditare la sua immagine agli occhi dei concittadini e del mondo dopo la diffusione di un video divenuto virale. Un capitolo che, in un'ora e 20 minuti, mostra le insidie delle notizie false e della difficoltà di essere una madre lavoratrice. Da non perdere se ti è piaciuto Tully (2018).

    6. The Good Witch’s Destiny - Il destino di Cassie (2013)

    Similmente a The Good Witch’s Garden - Il giardino dell’amore, anche The Good Witch’s Destiny - Il destino di Cassie ha una trama legata a un mistero e di mezzo c'è sempre il passato della protagonista. Già perché mentre il suo compleanno si avvicina, la donna deve cercare di spezzare una maledizione che sembra colpire le donne della sua famiglia. Uno dei capitoli più suggestivi e magici, con una nota (leggermente) più cupa e sinistra rispetto ai precedenti.

    Inoltre, molto dell'ora e 22 minuti di durata è dedicato anche ai coprotagonisti e alle loro storie che si sviluppano parallelamente a quella principale. Una pellicola sul potere delle nostre scelte che determina il nostro destino, al di là di incantesimi o maledizioni. Se hai adorato Amore & Incantesimi (1998), devi dare una chance anche a questo film.

    7. The Good Witch’s Wonder - Un’amica per Cassie (2014)

    La fine di un'era. Con The Good Witch’s Wonder - Un’amica per Cassie ci congediamo dal formato cinematografico prima del passaggio alla serie TV. La protagonista, mentre è intenta a organizzare il matrimonio del figliastro dopo aver lasciato la fascia di prima cittadina, si ritrova ad accogliere in casa una giovane donna, Audrey, bisognosa di aiuto.

    Ma quando il passato della donna torna a perseguitarla e mette a rischio l'armonia di Middleton, Cassie dovrà fare fronte a tutta la sua saggezza e bontà d'animo per rimettere insieme ogni pezzo del puzzle. Un arrivederci che, nei suoi 84 minuti, mantiene intatto ogni elemento che ha contribuito a rendere così amato e popolare il franchise. Se sei un fan di Sweet Magnolias (2020) e Virgin River (2019), qui troverai pane per i tuoi denti.

    8. Good Witch - La Serie (2015-2021)

    Sette film e qualche anno dopo ritroviamo Cassie, ora vedova, alle prese con la crescita della figlia adolescente Grace e l'arrivo dei nuovi vicini da New York, il dottor Sam e suo figlio Nick. Ed è proprio la contrapposizione tra il pensiero scientifico del nuovo arrivato e l'intuito magico della protagonista a rendere così piacevoli le sette stagioni - per un totale di 75 episodi da circa 40 minuti. 

    Ritroviamo tutto ciò che è stato così amato nei film – dall'attenzione all'ascolto e al dialogo ai piccoli drammi quotidiani -, ma con l'aggiunta di un approfondimento psicologico che solo il formato televisivo permette. In più, dando maggiore spazio alla generazione di Grace e Nick, lo show permette di ampliare i propri orizzonti narrativi e abbracciare un pubblico più vasto concentrandosi sulle problematiche tipiche dell'adolescenza. Se sei cresciuto guardando Una mamma per amica (2000) ed Everwood (2002), anche Good Witch - La Serie saprà scaldarti il cuore.

  • 10 drammi storici degli ultimi 10 anni molto più erotici di "Cime Tempestose"

    10 drammi storici degli ultimi 10 anni molto più erotici di "Cime Tempestose"

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    La nuova versione cinematografica del classico di Emily Brontë, Cime tempestose (2026) con Margot Robbie e Jacob Elordi, ha parzialmente cambiato i toni della storia. Anche se rimane l’impronta gotica e torbida, la pellicola di Emerald Fennell dà spazio anche ad atmosfere erotiche. Così facendo, il classico diventato controverso per i temi della vendetta, dell’ossessione e della crudeltà guadagna una carica provocatoria ulteriore.

    Tuttavia, lo scalpore nato dopo il trailer sensuale, l’uscita nelle sale nel giorno di San Valentino e il casting di due dei sex symbol più celebrati di Hollywood non sono serviti a farci dimenticare di un piccolo dettaglio. Negli ultimi anni, sia il cinema che la TV hanno regalato opere storiche che intrecciano dramma ed erotismo in maniera superiore. Per questa ragione, qui sotto trovate 10 drammi storici degli ultimi 10 anni molto più erotici di Cime tempestose (2026).

    1. Mademoiselle (2016)

    Mademoiselle di Park Chan-wook non fa problemi a mischiare erotismo e crudeltà proprio come Cime tempestose (2026). Tuttavia, questo thriller ambientato durante l’occupazione giapponese della Corea alza l’asticella quando si tratta di scene esplicite. Non aspettatevi solamente un erotismo che sfocia in scene di sesso bollenti. Il film è anche capace di costruire dinamiche di attrazione più implicite e sensuali. Il lato thriller dell’opera, infine, dà il colpo di grazia, facendo ondeggiare lo spettatore tra eccitazione e sgomento. Consiglio questo film a chi è rimasto stupito dall'erotismo in stile autoriale di pellicole come Ecco l'impero dei sensi (1976) e Nymphomaniac - Volume 1 (2013).

    2. Lady Macbeth (2016)

    Il romanzo di Emily Brontë ha rotto gli schemi criticando non troppo velatamente gli abusi domestici. Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo Lady Macbeth di William Oldroyd, il film della svolta per Florence Pugh. L’attrice si cala nella parte omonima con grande maestria nonostante la sua poca esperienza sul grande schermo. Il desiderio sessuale del suo personaggio è al tempo stesso provocante e simbolico. Il fervore sensuale delle scene esplicite, dunque, non è fine a sé stesso. Simboleggia la ribellione di una donna prigioniera di un matrimonio abusivo e privo di romanticismo. Il sesso diventa quindi un’arma per l’emancipazione, anche se l’agognata libertà si trasforma sempre più in tragedia.

    3. La favorita (2018)

    La favorita mischia erotismo e dinamiche di potere tanto quanto Lady Macbeth (2016), ma lo fa senza indugiare sulle scene esplicite. Il film di Yorgos Lanthimos punta tutto sul desiderio che cresce, diminuisce e si altera nel trio protagonista (Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz). In questo modo, La favorita (2018) si discosta da altri film che esplorano l’universo saffico con l’intenzione di sfruttarne la carica erotica per sbancare ai botteghini (sì, sto parlando di titoli osannati come La vita di Adele, 2013). Non lasciatevelo sfuggire se non avete resistito a pellicole come The Libertine (2004) e Marie Antoinette (2006).

    4. Ritratto della giovane in fiamme (2019)

    Ritratto della giovane in fiamme offre un approccio erotico molto simile a La favorita (2018). Al contrario, la distanza tra il film di Céline Sciamma e Cime tempestose (2026) non potrebbe essere più grande. Il sensazionalismo viene lasciato da parte, preferendo una costruzione sottile e delicata dell’attrazione tra le due protagoniste (Noémie Merlant e Adèle Haenel). Lo sfiorarsi delle mani, uno sguardo profondo di troppo, una conversazione. Questi sono gli elementi essenziali che definiscono questa storia d’amore. Lo sguardo femminile di Ritratto della giovane in fiamme (2019) è una ventata di aria fresca che infonde desiderio in maniera delicata ed estremamente autentica.

    5. Benedetta (2021)

    Una relazione saffica con al centro una monaca. Una statua della Madonna riconvertita in un dildo. Tutto farebbe supporre di essere di fronte a un film demenziale di bassa lega, per non parlare di una pellicola a luci rosse. Eppure, Benedetta di Paul Verhoeven è il film perfetto per chi cerca il lato provocante di Cime tempestose (2026). La pellicola offre un erotismo bizzarro e totalmente insolito, dove orgasmi e visioni mistiche diventano i territori in cui la protagonista Benedetta (Virginie Efira) afferma tutta la sua potenza. Anche se il film ha fatto discutere per il suo spirito oltre gli schemi, sarebbe un disservizio semplificarne la sua eredità. Il connubio tra sessualità, misticismo ed emancipazione non va svilito, risultando molto più potente di qualche scena esplicita.

    6. I peccatori (2025)

    I peccatori è un miscuglio di generi di una qualità superiore. Horror, thriller, dramma, film storico, realismo magico. Il successo commerciale e di critica di Ryan Coogler ha conquistato tutti con una trama elettrizzante, un impianto tecnico fenomenale e un cast su di giri. Tra vampiri succhiasangue e schitarrate blues, la pellicola con Michael B. Jordan ha dato spazio anche a scene bollenti. L’erotismo ne I peccatori (2025) è decisamente più esplicito rispetto a La favorita (2018) e a Ritratto della giovane in fiamme (2019), ma fortunatamente non appare come una caduta di tono. Anzi, è efficace nel mostrare attimi intimi che trovano solitamente poco spazio in blockbuster di questa portata.

    7. Harlots (2017)

    Sul versante serie TV, i drammi storici di natura erotica sono innumerevoli. Tra le punte di diamante di questo preciso sottogenere troviamo Harlots, serie britannica ambientata nella Londra del XVIII secolo. Nella serie creata da Alison Newman e Moira Buffini troverete atmosfere e tematiche che richiamano sia La favorita (2018) che Lady Macbeth (2016). Le protagoniste sono sex worker che cercano di migliorare le loro condizioni di vita con l’unico strumento disponibile per una donna di quell’epoca: il corpo. Questo aspetto socio-politico non danneggia la carica erotica della serie, espressa in maniera esplicita in molteplici scene. Gli ambienti lussureggianti e decadenti, inoltre, offrono un tocco in più che non guasta.

    8. Bridgerton (2020)

    Quando si tratta di erotismo in costume, il primo titolo che viene alla mente è l’acclamata serie TV di Chris Van Dusen Bridgerton. La serie di successo di Netflix non poteva mancare da questa lista per le variegate tonalità di erotismo presenti. Mentre alcune relazioni vivono del non detto, della tensione sessuale e del desiderio, altre sono molto più esplicite e dirette. Tra romanticismo e pulsioni piccanti, Bridgerton (2020) riesce simultaneamente a intrattenere e ad accendere il fuoco passionale in ognuno di noi. Se non bastasse, lo show porta sullo schermo dinamiche di letto spesso utilizzate solamente per far scalpore. Nel mondo di Bridgerton (2020), invece, il sesso a tre, un incontro carnale all’aperto o il piacere dato a sé stessi hanno il loro perché.

    9. The Great (2020)

    Morto Stalin, se ne fa un altro (2017) ha affrontato con umorismo caustico una parte saliente della storia moderna russa. The Great porta indietro le lancette ancora di più e fa lo stesso con il regno di Caterina la Grande. Tra i titoli nella lista, la serie con Elle Fanning e Nicholas Hoult è decisamente la più provocatoria. Le scene di sesso e nudità sono innumerevoli. Le battute a sfondo sessuale sono altrettanto copiose. Ciò potrebbe apparire di cattivo gusto, ma l’ambientazione lussureggiante della reggia nella quale la regnante vive crea un contrasto tra “alto” e “basso” che risulta vincente. The Great (2020) ci ricorda che l’erotismo non deve essere per forza serioso o passionale. Alle volte, sesso e umorismo sono il connubio perfetto.

    10. Mary & George (2024)

    Mary & George è un’altro esempio di erotismo tra le mura di corte. Il regnante in questo caso è Giacomo I d'Inghilterra e, come ne La favorita (2018), il monarca intrattiene una relazione omosessuale segreta. La miniserie creata da D.C. Moore crea un amalgama intrigante tra sessualità e potere che aggiunge tensione al momento erotico. Allo stesso tempo, lo show con Julianne Moore e Nicholas Galitzine vive del suo tono allusivo, della continua provocazione suscitata in Giacomo dalla presenza di George, il frutto proibito da mordere in continuazione. In un’epoca in cui sesso e potere sembrano legati più che mai, la visione di Mary & George (2024) potrebbe farci ricordare che, in alcuni ambienti, è sempre stato così.

  • “Portobello”, la serie HBO Max su Enzo Tortora: intervista esclusiva al protagonista Fabrizio Gifuni

    “Portobello”, la serie HBO Max su Enzo Tortora: intervista esclusiva al protagonista Fabrizio Gifuni

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Dallo studio televisivo all’aula di tribunale. In mezzo il carcere, tanto accanimento, tanta sofferenza, ma soprattutto tanta incredulità.

    È l’odissea giudiziaria di Enzo Tortora, che ha letteralmente distrutto la sua vita da quel 17 giugno del 1983, quando i Carabinieri vennero a bussare nella stanza d’albergo dell’Hotel Plaza di Roma dove alloggiava. Un uomo all’apice del successo, alla conduzione di un programma, “Portobello”, visto ogni venerdì sera sulla Rai da 28 milioni di spettatori, arrestato con l’accusa di associazione camorristica, traffico di stupefacenti e di avere un presunto ruolo di collegamento tra la criminalità organizzata e il mondo dello spettacolo. 

    Non esistono prove concrete. Solo la testimonianza di numerosi collaboratori di giustizia, appartenenti alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata (NCO), come Giovanni Pandico, Pasquale Barra e Gianni Melluso. Una vicenda che si trasforma inevitabilmente in un caso mediatico e successivamente in una battaglia civile. Nonostante alcune contraddizioni tra i pentiti e l’incapacità di certi accusatori, come Melluso, di sostenere con credibilità le accuse nei suoi confronti, il 17 settembre 1985 il Tribunale di Napoli condanna Tortora a dieci anni di carcere, oltre a una multa e all’interdizione dai pubblici uffici. Una sentenza devastante, che travolge un uomo, già ampiamente umiliato. 

    Per fortuna, il processo d’appello cambierà il triste scenario: Enzo Tortora viene infatti assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli il 15 settembre 1986, e definitivamente in Cassazione nel giugno dell’anno successivo. Il fatto non sussiste.Non c’è il lieto fine: nonostante il ritorno alla conduzione di “Portobello”, Tortora morirà pochi mesi dopo, segnato irrimediabilmente da una delle pagine più dolorose della storia della televisione e della giustizia italiana. 

    Una storia che merita di essere conosciuta soprattutto dai più giovani. Proprio per questo Marco Bellocchio l’ha raccontata, trasponendola in formato seriale, come aveva fatto con Esterno Notte (2022) sul caso Moro. Sta infatti per uscire su HBO Max Portobello (2026), prima serie originale italiana della piattaforma da poco sbarcata nel nostro Paese. La scelta del 20 febbraio per il debutto non è casuale: proprio quel giorno di quasi trent’anni fa, Tortora tornava in tv, a seguito del calvario giudiziario. 

    Ne abbiamo parlato con il protagonista. Fabrizio Gifuni, che dopo aver interpretato Aldo Moro ritrova Bellocchio per la loro seconda collaborazione in forma episodica, che in quest’intervista esclusiva per JustWatch ci svela qualche retroscena e considerazione di un progetto, accolto con grande entusiasmo alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e fortemente atteso dal pubblico. 

    Prima della lettura della sceneggiatura, cosa l’aveva colpita della vicenda di Enzo Tortora?

    “Andando indietro con la memoria, quello che mi aveva colpito in quegli anni fu naturalmente ciò che aveva impressionato milioni di italiani: la notizia shock di un arresto improvviso e imprevedibile di un uomo che abitualmente il venerdì sera entrava nelle case di milioni di spettatori, inclusa la mia. Ricordo, però, con maggior precisione il processo di primo grado, perché legato ai miei esami di maturità, che facevo nell’estate del 1985. Avevo deciso, soprattutto per prendere tempo in attesa di trasformare il mio attuale mestiere in un vero lavoro, di iscrivermi a giurisprudenza. Dunque, la sera accendevo Radio Radicale per ascoltare tutte le udienze del processo. Era interessante scoprire dall’interno la macchina del processo penale e di conseguenza anche un fatto di cronaca mi aveva colpito molto. Quelle voci che arrivavano dall’aula di giustizia, soprattutto se ascoltate alla radio, raccontavano anche il gran teatro del processo, dalle lunghe arringhe alle lunghe requisitorie, le testimonianze e i confronti erano uno spaccato della commedia umana, anche se lì si consumava sulla carne viva di un innocente, per limitarsi a Tortora”. 

    Cosa ha riscontrato nell’approfondimento della figura di Tortora?

    “Nel corso degli anni mi era capitato tante volte di ripercorrere quella storia. Soprattutto negli ultimi decenni mi era capitato di pensare come fosse singolare il fatto che la televisione italiana, in particolare la Rai, anche nei programmi dedicati alla sua storia, penso a “Techetechetè”, non facesse mai comparire un’immagine di Enzo Tortora. Era una cosa voluta? Quando però ho iniziato a immergermi nella vicenda umana e giudiziaria, come faccio normalmente quando affronto un lavoro di questa complessità, ho capito che quella sensazione di rimosso era qualcosa di più. Era una cattiva coscienza, il bisogno di cancellare, non soltanto una delle pagine più tristi e sciagurate della giustizia italiana, ma anche una delle più nere del giornalismo, della televisione e dei media del nostro Paese. Basti ricordare come sin dalle ore successive all’arresto, tutti si scagliarono con una ferocia incomprensibile sulla figura di Tortora, esponendolo sin dall’uscita dalla caserma di via in Selci come un osceno trofeo”. 

    Come mai, secondo lei, un Paese è stato pronto a voltargli le spalle?

    “Ci siamo posti con Bellocchio questa domanda. Ci è voluta la pazienza di approfondire, di mettere sul tavolo il maggior numero di elementi per ricostruire un quadro, che non ammette una risposta univoca. Cito un libro che amo molto, “Quer pasticciacciobrutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, dove il commissario Ingravallo diceva sempre che “i delitti non sono mai risultanti di una sola causale, ma di molte convergenti che costituiscono quel gomitolo da dipanare”. Abbiamo capito, innanzitutto, quanto Tortora fosse un’anomalia all’interno del sistema televisivo, una persona indipendente in un’epoca in cui esistevano solo due canali della televisione di Stato, che si batteva pubblicamente contro la fine del monopolio e per la liberalizzazione delle televisioni. Una sua affermazione estrapolata da un’intervista che fece nel ’69 gli costò l’esilio dalla Rai per sette anni consecutivi, pur essendo un grande giornalista e importante presentatore. Non godeva infatti di protezioni politiche, era fieramente laico in un’Italia fortemente cattolica. Secondo me, poi c’è un ulteriore elemento: quando nel 1981 scoppiò il grande scandalo della Loggia P2, abbiamo scoperto che Tortora teneva due piccole rubriche della posta in cui parlava liberamente, dove scriveva in maniera coraggiosa, attaccando in prima persona la massoneria. Nessuna di queste cose è sufficiente da sola a spiegare, ma messe tutte assieme forniscono un quadro più preciso sul perché ci fosse una parte del Paese che non avesse interesse a proteggerlo, se non a godere della sua disavventura, come successo”. 

    Cosa accomuna Tortora e Aldo Moro? 

    “Pur trattandosi di vicende diverse, con due figure molto distanti, entrambe condividono lo stesso periodo storico. Per esempio, quando Moro venne rapito, il giorno dopo Tortora fece una lunga diretta con una serie di ospiti su una televisione che aveva fondato, Antenna 3, che aveva raggiunto ascolti superiori a Rai 2. Curiosamente, una cosa che li accomuna è l’aver vissuto l’ultima parte della loro vita in uno stato di privazione della libertà, Moro nei fatidici 55 giorni e Tortora negli ultimi cinque anni. Poi, forse, se vogliamo aggiungere qualcosa su questa sottile linea rossa, entrambi sperimentarono una sensazione di abbandono e di tradimento. Moro, infatti, avvertì, a qualche settimana dal suo rapimento, alcuni segnali di una precisa volontà di condannarlo a morte, mentre Tortora si accorse di essere stato tradito dall’azienda per cui aveva lavorato per molti anni, con colleghi e persone che lo avevano seguito con grande affetto che improvvisamente gli voltarono le spalle. Nel presente, infine, curiosamente un regista e un attore hanno condiviso questo racconto a pochi anni di distanza, prima con Esterno notte (2022) e oggi con Portobello (2026)”.

    Cosa le ha lasciato, sul piano personale, interpretare un uomo annichilito dal dolore?

    “Faccio un lavoro meraviglioso, con lo stesso entusiasmo con cui ho iniziato a farlo più di trent’anni fa. È un lavoro un po’ folle perché alle volte si tratta di evocare dei fantasmi, giocare seriamente a riportarli in vita. La preparazione di Portobello (2026) è durata un anno e le riprese quasi sei mesi, stare per così tanto tempo nel corpo di un’altra persona ti porta innanzitutto a immaginare e a sentire quella che deve essere stata quell’esperienza. Per esempio, in quel periodo abbiamo girato intere puntate del programma “Portobello”, per sintesi ridotte a circa 30/40 minuti nel primo episodio. In sostanza, vivevo nello studio, presentando ospiti, conducendo i giochi, vendendo al mercatino e incontrando dei personaggi, proprio come nelle rubriche del programma. Lì ho sperimentato tutta l’euforia dell’uomo di televisione, capace di raggiungere ascolti inimmaginabili, che era diventato il presentatore più seguito in Italia. Allo stesso tempo si tratta di una persona anomala per la tv. Era sì popolare, ma con un suo aplomb, un certo distacco, dall’italiano perfetto, dal gusto per il mercatino anglosassone di Portobello Road, dai modi garbati e puntuti al momento giusto, dunque diversi dai tre colleghi più celebri, Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado”. 

    In cosa differivano?

    “Le gaffe e i doppi sensi di Bongiorno, per esempio, erano frutto di una strategia ben studiata che andava in favore del grande pubblico, mentre Tortora manteneva i suoi modi, senza voler essere simpatico a tutti i costi. E il fattore simpatia tornerà spesso in questa storia”.

    In che modo?

    "Dopo l’arresto, è capitato persino di leggere in alcuni editoriali “Tortora non mi è simpatico”, in cui si sfogava l’antipatia pregressa per il personaggio. L’aver mantenuto la costante di non voler strizzare l’occhio del pubblico racconta qualcosa del suo carattere, della sua indipendenza, del suo orgoglio di essere una persona colta. Si rideva nella sua trasmissione, ma in modo diverso. Tortora ha persino scritto questa cosa che mi colpì,mentre viveva il calvario: “In Italia si è pronti a perdonare tutto, anche i crimini più atroci. Quello che non si perdona è non essere simpatici”. Se uno è simpatico gli si perdona tutto, la profondità di questo pensiero racconta molto del carattere degli italiani. Non è un caso che spesso sentiamo anche “ne ha fatte di cotte di crude, ma quanto era simpatico”. 

    Cosa nasconde, invece, quello che spesso si tende a definire come “uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana”? 

    “Una sintesi oggettiva, dal momento dell’arresto a tutta la fase istruttoria al processo di primo grado, parliamo di macroscopici errori persistenti, anche quando probabilmente persone di cultura come erano quei giudici, non potevano non rendersi conto di avere elementi sufficienti tra le mani, ma ci fu un’ostinazione, dovuta al fatto che si trattasse della prima grande inchiesta/ primo grande processo contro la Camorra in cui lo Stato doveva rispondere. Levando la carta di Tortora poteva cadere tutto il castello, rendendo meno forte un processo che poi andava a colpire autentici criminali. Una volta inserita quella carta nel mazzo, si fatica ad ammettere che fosse fasulla. A distanza, bisogna essere oggettivi sul processo di secondo grado, e infine la Cassazione, in cui dei giudici hanno ritenuto che Tortora fosse completamente innocente. Ora che questo non abbia risarcito una vita completamente rovinata, oltre a una reputazione e probabilmente la salute, si ammalò probabilmente di questo, è oggettivo. Dal punto di vista giudiziario ci fu un errore macroscopico, fortunatamente emendato, in primis dal Giudice Morello. “Ma di cosa stiamo parlando? Non c’è riscontro alle parole dei pentiti”. Risulta evidente che questa persona fu tirata in ballo da “estranea ai fatti”. Quello che impressiona è il macroscopico errore giudiziario che ha distrutto la vita di Tortora e della famiglia, ma da un punto di vista oggettivamente giudiziario anche all’epoca ci fu un sistema, col vecchio codice di procedura penale di stampo inquisitorio, riformato dopo Tortora (oggi viviamo con un codice distante da quello), squilibrato a favore dell’accusa, c’erano anticorpi che resero possibile un secondo processo per dimostrarne la totale innocenza. La giustizia è amministrata dagli uomini. Puoi avere il miglior codice di procedura, le migliori leggi, i giudici più equilibrati del mondo, l’errore non si potrà mai estirpare. Gli uomini sono fallaci. Quando un giudice si ritira in camera di consiglio e deve decidere se condannare o assolvere qualcuno imputato di reati gravissimi, si assume la responsabilità di sbagliare, mettendo in prigione un innocente o lasciando libero un criminale. Non si può semplificare, cambiare due norme e così diventano più bravi”. 

    Perché il pubblico dovrebbe guardare la serie “Portobello”?

    “È l’ennesima opera straordinaria di uno dei più grandi registi contemporanei, Marco Bellocchio. Ogni volta rimango incantato dalla potenza, dalla profondità, dalla modernità del linguaggio. Per esempio, Esterno notte (2022) è una serie che è stata vista da tanti ragazzi, penso alle mie figlie che con i loro amici lo hanno guardato come se fosse “una loro serie”. Li aveva intercettati, attraverso un linguaggio e un ritmo contemporaneo pur raccontando una storia lontana. È successo di nuovo con Portobello (2026), un real crime che ti tiene inchiodato.L’abbiamo constatato con la stampa internazionale, quando ha visto i primi due episodi a Venezia e i restanti nelle ultime settimane per l’uscita nei diversi Paesi. Per motivi geografici, non sapevano nulla della vicenda Tortora, di cui alla fine si sono appassionati, ponendoci tante domande. C’è qualcosa, dunque,nell’opera che si lega strettamente a Marco Bellocchio, che ripeto è il motivo principale per cui tutti dovrebbero guardare questa serie”.

    "Portobello" è una serie da vedere oggi, per non sbagliare domani

    Senza dimenticare le parole di Gifuni, Portobello (2026) ha tanti motivi per essere vista. Innanzitutto, ha tutte le carte in regola per essere la punta di diamante dell’offerta seriale nostrana di quest’anno. La qualità è indiscutibile, è evidente una minuziosa cura nella ricostruzione del periodo storico, frutto di una macchina produttiva marcata sin dal primo fotogramma. Dalle scenografie ai costumi, dalla splendida fotografia di Francesco Di Giacomo alla colonna sonora di Theo Theardo, e quei brani dal repertorio musicale di quegli anni (in testa “Jesahel” dei Delirium, che avrete voglia di ascoltare all’infinito). 

    L’ideale è guardare tutti e sei gli episodi, uno di seguito all’altro. Si apprezza così fino in fondo il lavoro di Francesca Calvelli, che ci regala un montaggio che non indugia su tempi morti, complice anche una sceneggiatura ben scritta da Stefano Bises, Giordana Mari, Peppe Fiori, oltre che dallo stesso Bellocchio, che mescola più registri e annulla la percezione dell’effettiva durata di sei ore, in quanto vi ritroverete trasportati da una vicenda surreale, purtroppo vera. Non vi riuscirete a capacitare di come sia stato possibile un accanimento di questo. Proverete tanta rabbia, ma anche sollievo quando vi imbatterete in chi ha contribuito a porre fine all’incubo giudiziario. Straordinarie le interpretazioni di tutto il cast. Personalmente. ci tengo a soffermarmi su Lino Musella, che ci restituisce le storture di un personaggio negativo come Pandico, detto O’pazzo, a partire dalla sua ossessione nei confronti di Tortora, che si trasformerà in invidia, motore di quella macchina del fango dalle irreversibili conseguenze sul destino del celebre presentatore. Perché purtroppo di ingiustizia si può morire. 

    E poi c’è proprio lui, Marco Bellocchio. È sorprendente quanta vita ci sia in questo signore di ben ottantasei anni, che continua a sfornare progetti su progetti, che ultimamente si focalizzano sulla storia contemporanea del nostro Paese. Ora sarà già alle prese,assieme agli sceneggiatori. della stesura del copione del suo prossimo film su Sergio Marchionne. Proprio come sottolineava Gifuni, Bellocchio riesce a raccontarci con incredibile modernità delle pagine importanti, spesso buie, di un’Italia che non sembrano poi essere così cambiate. 

    Prendendo la storia di Tortora, non si può non pensare a quanto possa essere ancora semplice infangare irrimediabilmente una persona e quanto poco basti per annientarla. Portobello è una serie che ci ricorda che un domani possiamo essere tutti Enzo Tortora. Così come oggi possiamo essere anche complici di quello stesso sistema che ha sancito la sua condanna, con il pressapochismo, con la voglia di giungere a conclusioni affrettate, o peggio ancora con la presunzione di non poter sbagliare mai. È una storia di umanità, di fragilità nascoste per poter restare a galla nel tritacarne della vita. Guardarla è un atto civile, per arricchire il nostro bagaglio culturale e per regalarsi un monito per il domani.

  • 10 errori di editing clamorosi in film e serie TV (che non ti aspetteresti)

    10 errori di editing clamorosi in film e serie TV (che non ti aspetteresti)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Sui set cinematografici esiste una figura professionale fondamentale: lo script supervisor (da noi tradotto nella segretaria di edizione). Colui o colei, cioè, con il compito di mantenere la continuità narrativa e visiva tra le scene e il montaggio. 

    Una responsabilità non da poco, fatta di uno stretto contatto con il regista, di annotazioni maniacali di ogni dettaglio (dai dialoghi alle luci passando per movimenti e costumi) e della compilazione di un bollettino di edizione di importanza centrale una volta che il girato arriva in sala di montaggio.

    Tutto per evitare errori grossolani che spezzino la continuità e verosimiglianza di quello che guardiamo. Ma è anche vero che non sempre questo avviene e di errori e sviste è piena la storia del cinema e della serialità. Inesattezze e sbagli che, paradossalmente, hanno amplificato la loro popolarità.

    Su JustWatch trovate una lista a 10 errori di editing clamorosi in film e serie TV.

    1. Ragazze a Beverly Hills (1995)

    Un classico del cinema teen anni '90 che riadatta, in versione contemporanea, Emma di Jane Austen. Se il romanzo era ambientato ai tempi della Reggenza inglese, Ragazze a Beverly Hills di Amy Heckerling si muove tra le strade della città californiana. È proprio lì che avviene una svista al montaggio divenuta celebre. 

    Si tratta di un errore di continuità che vede protagonista Cher (Alicia Silverstone) intenta a effettuare l'esame di guida. Dopo che la ragazza graffia un'auto bianca con la fiancata della sua vettura e lo specchietto retrovisore lato passeggero si ripiega verso l'interno, ecco che magicamente la macchina torna come nuova nell'inquadratura successiva. Con tanto di specchietto miracolosamente intatto!

    2. Il gladiatore (2000)

    Cinque premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e il miglior attore protagonista per Russell Crowe. Un biglietto da visita niente male per Il gladiatore, uno dei più amati e importanti drammi storici del XXI secolo. Così popolare da dare vita a un sequel nel 2024 con protagonista Paul Mescal. Ambientata nel 180 d.C., durante i regni dell'imperatore Marco Aurelio e Commodo, la pellicola contiene più di uno scivolone anacronistico involontario.

    In una sequenza ambientata nel Colosseo, durante la battaglia di Cartagine, uno dei carri viene capovolto. Una volta che la polvere sollevata in aria si dirada, è visibile una bombola del gas precedentemente nascosta nella parte posteriore del carro. In un altro momento, quando Massimo Decimo Meridio dà un pezzo di mela a un cavallo nell'accampamento militare, è visibile un membro della troupe con un paio di jeans addosso. Errore che si ripete in un altro paio di occasioni per una frazione di secondo.

    3. Bridgerton 4 (2026)

    Anche chi non ha mai visto un solo episodio di Bridgerton, la serie targata Shondaland tratta dai romanzi di Julia Quinn, sa benissimo che la Reggenza inglese portata sullo schermo è ben diversa dalla realtà storica. Un'epoca in cui non esiste il razzismo e sovrani e nobili possono avere la pelle scura.

    Ma nel corso della quarta stagione, dedicata alla storia d'amore tra Benedict Bridgerton e Sophie Baek, ai fan più attenti non è sfuggito un errore che nulla ha a che vedere con la revisione storica. Katie Leung, che nello show interpreta Lady Araminta, nel primo episodio della stagione indossa un cerotto moderno per coprire un piercing situato sulla parte alta dell'orecchio. Peccato che quel tipo di cerotto moderno nel 1813 non poteva essere in commercio essendo stato creato nel 1920.

    4. Troy (2004)

    Sia per Il gladiatore che per Troy, circolano online immagini del film in cui compare un aereo nel cielo. Elemento impossibile vista l'ambientazione storica di entrambe le pellicole. Passato alla storia come l'esempio principe degli errori di editing più clamorosi della storia del cinema, è in realtà un (doppio) fake. Questo non significa però che la pellicola con Brad Pitt sia scevra da inesattezze. Anzi! Lo sceneggiatura di David Benioff, oltre ad aver eliminato quasi ogni elemento divino o soprannaturale così centrale nella società del tempo, ha scelto anche di cambiare, eliminare o spostare dei passaggi cronologici dell'Iliade, dalla morte di Achille al ruolo di Patroclo passando per l'uccisione di Agamennone e i funerali di Ettore.

    Tra gli altri errori presenti nel film anche la scelta di inserire tecniche di combattimento come la “testuggine romana”, inventata secoli dopo, o scudi rettangolari introdotti solo tempo dopo. Come se non bastasse, sul braccio di Brad Pitt è presente il segno della cicatrice della vaccinazione anti-vaiolo, mentre sulla spalla di Sean Bean è visibile un tatuaggio molto famoso: il “9” elfico che l'attore si è fatto tatuare insieme agli altri otto interpreti che formano la Compagnia dell'Anello dei film di Peter Jackson.

    5. Il trono di spade (2011-2019)

    Otto stagioni ambientate nei fittizi continenti di Westeros e Essos sono parecchie. Un mondo fantasy immaginario dove convivono re, draghi, cavalieri, nobili e sacerdotesse. Inevitabile che Il trono di spade contenesse qualche disattenzione. La più grande è, senza dubbio, la tazza di Starbucks presente in un'inquadratura durante l'ultima stagione dello show. Così assurda e palese la sua presenza, eppure ignorata da chiunque sul set e in post-produzione, tanto da restare al montaggio finale.

    Fortuna che il creatore David Benioff, dopo l'iniziale imbarazzo, ha ammesso di averla presa a ridere. Sempre con una bevanda ha a che fare un altro errore presente nel capitolo finale. Questa volta si tratta di una doppia bottiglia d'acqua di plastica. La prima situata vicino al piede di Samwell Tarly che, poco dopo, compare accanto a quello di Ser Davos nel corso dell'ultima puntata.

    6. Pulp Fiction (1994)

    Uno dei titoli che hanno definito il cinema degli anni '90, diventandone simbolo indiscusso. Ma anche Pulp Fiction non è esente da disattenzioni. Ne è un esempio una delle sequenze cult del film di Tarantino. Quella in cui i sicari Vincent (John Travolta) e Jules (Samuel L. Jackson) uccidono tre degli uomini che avevano rubato la valigetta al loro capo, Marsellus Wallace. L'errore?

    Se si guarda bene dietro le spalle dei due attori, nel muro sono visibili i fori di proiettile esplosi dal quarto uomo, nascosto in bagno, prima ancora che esploda un solo colpo. Per il resto, la pellicola contiene altre inesattezze di raccordi tra una scena e l'altra. Un esempio è il sacchetto del Big Kahuna Burger tenuto da Jules che scompare e riappare tra un'inquadratura e l'altra.

    7. Pretty Woman (1990)

    La rom com di Garry Marshall ha fatto la storia del genere, lanciando la carriera di Julia Roberts e incassando una cifra record di oltre 463 milioni di dollari al botteghino. Nella scena ambientata dopo il primo incontro tra i due protagonisti, si vede Edward Lewis (Richard Gere) ordinare la colazione in camera per lui e Vivian (Roberts).

    La giovane donna viene inquadrata mentre mangia un croissant. Il montaggio di Pretty Woman poi si sposta sul volto dell'uomo. Nel lasso di tempo che intercorre tra le battute "Sono riuscita a finire solo l'ultimo anno di liceo" e "I tuoi genitori devono essere piuttosto orgogliosi, eh?", la macchina da presa torna su Julia Roberts. Questa volta l'attrice stringe tra le mani un pancake. Lo sbaglio più dolce di questa lista!

    8. Braveheart - Cuore impavido (1995)

    Un altro grande classico del cinema. Uno di quelli visti e rivisti in VHS che ha superato la prova del tempo. Un colossal storico con regista e protagonista Mel Gibson nei panni del patriota ed eroe nazionale scozzese William Wallace da cinque Oscar su 10 nomination complessive. Un film ambientato nel XIII secolo che vede il protagonista, dopo l'uccisione della moglie da parte degli occupanti inglesi, alla guida di una sanguinosa rivolta per l'indipendenza della Scozia contro il re Edoardo I.

    Visivamente, in oltre 30 anni dall'uscita, chiunque pensa a Braveheart - Cuore impavido vede davanti ai suoi occhi il kilt e il volto dipinto di blu di Gibson. Peccato che il kilt non sarebbe stato inventato prima del XVI-XVII secolo e la pittura facciale non veniva più usata da un secolo. Come se non bastasse, in una delle scene di battaglia è visibile sullo sfondo un automobile. Qualcuno deve essersi dimenticato di chiudere la strada prima del Ciak!

    9. C’era una volta a Hollywood (2019)

    Dopo Bastardi segna gloria (2009) e Django Unchained (2012), Quentin Tarantino chiude la sua trilogia sul revisionismo storico con C'era una volta a Hollywood. Lo fa attraverso la storia di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), attore televisivo in declino, e della sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt). Nel tentativo di farsi strada a Hollywood, i due si ritrovano a essere i vicini di casa di Sharon Tate (Margot Robbie) qualche mese prima del massacro di Cielo Drive del 1969. Una sceneggiatura, dunque, in cui alcuni noti fatti passati alla Storia vengono deliberatamente modificati.

    Ma ci sono altri dettagli che, più semplicemente, sono sfuggiti all'accuratezza storica. In alcune scene si può notare uno Starbucks (catena nata nel 1971), una rampa di uscita numerata (in California non sarebbe arrivata prima del 2002) e il Pussycat Theatre (aperto solo nel 1974). Un altro errore vede protagonista Rick Dalton a bordo di un Boeing 747. Sebbene l'aereo abbia effettuato il suo volo di prova nel febbraio '69, sarebbe entrato in servizio solo nel gennaio 1970.

    10. American Sniper (2014)

    Sei candidature all'Oscar per un film basato sull'omonima autobiografia di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia dei Navy SEAL statunitensi interpretato da Bradley Cooper. Un veterano della guerra in Iraq che Clint Eastwood racconta in un film attento alla rappresentazione realistica della guerra, concentrandosi sul riadattamento dei veterani alla vita civile, tra disturbi post-traumatici e reinserimento nella società.

    Una storia votata al realismo, tranne per un dettaglio. Stiamo parlando della sequenza rimasta impressa a chiunque abbia visto il film: quella in cui il personaggio di Cooper stringe tra le braccia il suo neonato. Peccato che qualcuno debba aver pensato che sarebbe stata un'ottima idea sostituire un bambino vero con uno di plastica. Il risultato è così posticcio da rendere l'intera scena involontariamente comica.

  • I 10 migliori drammi storici romantici (e gotici) per anime tormentate

    I 10 migliori drammi storici romantici (e gotici) per anime tormentate

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Se i drammi storici con un sapore romantico sono tra i vostri preferiti, il 2026 è il vostro anno. Dopo l’uscita di Hamnet - Nel nome del figlio (2025) sulla tragedia che ha spronato Shakespeare a scrivere l’Amleto, è ora il turno di Cime tempestose (2026). Dopo innumerevoli versioni, tra cui Cime tempestose (1992) con Ralph Fiennes e Juliette Binoche, i ruoli di Catherine e Heathcliff ora appartengono a Margot Robbie e Jacob Elordi.

    Il film tratto dall’omonimo romanzo di Emily Brontë affronta temi legati all’amore e alla vendetta, che si intrecciano con ossessione e perdita di controllo. Il romanzo è anche un classico della letteratura gotica, grazie all’ambientazione tetra nello sperduto Yorkshire. Dopo la visione di Cime tempestose (2026), se il vostro animo tormentato desiderasse non lasciare quelle atmosfere, potrete godervi i 10 migliori drammi storici, romantici e gotici presenti in questa lista.

    10. Jane Eyre (2011)

    Quando le parole d’ordine sono “storico”, “romantico” e “gotico”, Jane Eyre è uno dei primi film che saltano alla mente. La storia d’amore impossibile tra l’omonima protagonista (Mia Wasikowska) e il nobile Mr. Rochester (Michael Fassbender) fa da sfondo a una trama che si tinge ben presto di mistero. Come per Cime tempestose (2026), questo dramma gotico è un altro adattamento di Emily Brontë. Jane Eyre (2011) vi lascerà a bocca aperta grazie alla sua estetica superba, tra costumi, set e fotografia. Anche se la pellicola di Cary Joji Fukunaga appare frettolosa in alcuni passaggi, ergo il decimo posto, la sua visione è indiscutibile grazie alle performance eccelse di Mia Wasikowska e Michael Fassbender.

    9. Intervista col vampiro (1994)

    Intervista col vampiro con Tom Cruise e Brad Pitt rimane un cult senza tempo anche dopo decenni dalla sua uscita. Ciò è dimostrato anche dal ritorno della storia in formato serie TV con Intervista col vampiro (2022). Prima dello show, tutto era cominciato con la pellicola di Neil Jordan. Il film entra nella lista alla posizione nove perché la trama non riesce a mantenere lo stesso livello qualitativo nella prima e seconda parte. Nonostante ciò, la visione vi farà vivere un’esperienza gotica senza paragoni. A vincere su tutto è l’atmosfera macabra data dai set mastodontici e dalla fotografia ricca di ombre.

    8. Frankenstein (2025)

    Guillermo del Toro è il regista moderno che ha innalzato di più il genere gotico. Non a caso, scoprirete più avanti che Frankenstein non l’unico film del regista messicano nella lista. Il suo tocco di mida per tutto ciò che è gotico non poteva non incontrare il romanzo di Mary Shelley, iconico lavoro letterario dark. Come sempre, i film del regista brillano per un world-building fenomenale. I set di grande respiro sono illuminati e velati allo stesso tempo da un gioco di luci e ombre sublime. I costumi lasciano a bocca aperta e ci fanno pensare allo sfarzo di Barry Lyndon (1975). Forse un film su Frankenstein nel 2025 risulta fuori tempo massimo ed è per questo che si posiziona all’ottavo posto. Tuttavia, come possiamo noi negare a un luminare del gotico un’opera di tale bellezza.

    7. Il corvo (1994)

    Tutti i film nella lista hanno una forte impronta storica, a eccezione di due titoli che non potevano assolutamente mancare. Uno di questi è Il corvo con lo strepitoso Brandon Lee. Nonostante l’ambientazione moderna, i temi dell’amore e della vendetta nel film di Alex Proyas creano una sintonia tematica eccellente con Cime tempestose (2026). L’unica pecca che lascia questa opera così suggestiva al settimo posto è la trama, a tratti prevedibile. Nonostante ciò, l’estetica gotica spicca in maniera evidente similmente a Frankenstein (2025). Ne Il corvo (1994) non c’è mai il sole, la pioggia è incessante e il paesaggio urbano spunta tra l’oscurità della notte. L’atmosfera dark è completata da una colonna sonora rock d’eccezione, con mostri sacri gotici come The Cure e Nine Inch Nails.

    6. Dracula di Bram Stoker (1992)

    Dracula di Bram Stoker è uno dei film storici dal sapore gotico più apprezzati di sempre. Prima di parlare dei motivi per cui la pellicola di Francis Ford Coppola deve essere vista, è meglio parlare fin da subito dell’elefante nella stanza. È vero, la prova di Keanu Reeves è mediocre e, per certi versi, quasi buffa. Per questa ragione, il film sfiora la metà della classifica. Se si riesce ad andare oltre, ci si ritrova immersi in un universo oscuro di prim’ordine. Coppola spinge l'acceleratore estetico con una fotografia e delle location tanto lussuriose quanto funeree. La colonna sonora dal tono epico e sinistro completa il tutto. Se cercate altri capolavori visivi da brividi come Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) e Byzantium (2013), l’avete trovato.

    5. Mademoiselle (2016)

    Mademoiselle di Park Chan-wook mostra tutta la forza creativa a cui ci ha abituato il regista sudcoreano. Tra colpi di scena, una trama avvolta nel mistero e un’impronta visiva da capogiro, il film con Kim Min-hee e Ha Jung-woo entra di diritto in questa lista. Gli aspetti romantici del film sono mitigati da una vena erotica spiccata e contorta, che aggiunge al racconto uno strato torbido. Come per Dracula di Bram Stoker (1992) e Intervista col vampiro (1994), le location eleganti illuminate da una fotografia tenue elevano l’ambientazione temporale vintage dell’opera. Mademoiselle (2016) si assesta al quinto posto per un ritmo a tratti troppo posato. I fan dei thriller che si prendono il loro tempo, invece, saranno estasiati da questa visione.

    4. Solo gli amanti sopravvivono (2013)

    Nuova posizione, altro film atmosferico come Frankenstein (2025) in cui lo spettatore vorrebbe perdersi. Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch è la seconda pellicola moderna insieme a Il corvo (1994). Non poteva mancare per i temi legati al vampirismo, all’amore, alla decadenza e al romanticismo di stampo gotico. Anche se la mancanza di una trama coesa lascia la pellicola al quarto posto, Solo gli amanti sopravvivono (2013) supera questo neo grazie a un’estetica eccellente e a linee di dialogo intelligenti e filosofiche. Nonostante l’apparente sofisticazione, il film non si prende sul serio ed esprime tutta la sua forza emotiva senza l’utilizzo di fronzoli. Per fan di The Addiction - Vampiri a New York (1995) e Il bacio della pantera (1982).

    3. Rebecca - La prima moglie (1940)

    Rebecca - La prima moglie è il suo primo film di Alfred Hitchcock negli Stati Uniti e coniuga il thriller secondo canoni romantici e gotici. La forza di questo classico, tratto dalla penna di Daphne du Maurier, è proprio l'intrecciarsi di queste due sensibilità. La storia d’amore tra Maxim de Winter (Laurence Olivier) e la sua seconda moglie senza nome (Joan Fontaine) è sempre influenzata dal fantasma della prima moglie Rebecca. Oltre al romanticismo smorzato dal passato torbido, gli accenti gotici e romantici vengono espressi anche visivamente. Rebecca - La prima moglie (1940) ha una fotografia che spinge forte sulle ombre, ma smussando il contrasto tra bianco e nero. Il risultato è un equilibrio perfetto, tetro e soffuso. La terza posizione è assicurata.

    2. Crimson Peak (2015)

    Il contributo di Guillermo del Toro a questo sottogenere di film ha trovato il suo apice in Crimson Peak (2015). Un dramma storico che si esprime in chiave romantica e gotica trova il suo punto di forza nell’atmosfera. Il film con Mia Wasikowska e Tom Hiddleston colpisce nel segno in questo senso. Le scenografie sono sontuose e decadenti, la fotografia bilancia i toni scuri con sprazzi di colori alla Mario Bava e i costumi sfarzosi danno un indizio su dove sia finita buona parte del budget. L’atmosfera giusta fa sì che gli attori e le attrici possano esprimere al meglio tutto il range di emozioni - amore, passione, terrore, stupore, curiosità - necessarie per questo genere di film. Crimson Peak (2015) si aggiudica il secondo posto perché centra il punto con forma e sostanza.

    1. Il mistero di Sleepy Hollow (1999)

    Se c’era un regista che poteva competere con Guillermo del Toro sull’estetica gotica, questo è Tim Burton. Il mistero di Sleepy Hollow va controcorrente rispetto a Crimson Peak (2015), optando per una fotografia dai colori desaturati. L’elemento gotico spicca anche con alcuni temi ricorrenti d’impatto: il bosco in autunno, un villaggio sperduto e le storie di fantasmi. Come per Rebecca - La prima moglie (1940), Il mistero di Sleepy Hollow (1999) si appoggia sulla storia d’amore tra Ichabod Crane (Johnny Depp) e Katrina Van Tassel (Christina Ricci) per riportare equilibrio tra il gotico e il romantico. Forse tra i più sottovalutati di Burton, Sleepy Hollow (1999) è invece uno dei suoi picchi artistici.

  • Peter Jackson non dirige un film da 12 anni: la ragione vi spezzerà il cuore

    Peter Jackson non dirige un film da 12 anni: la ragione vi spezzerà il cuore

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Era il 2014 quando Peter Jackson firmò la regia di Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate, terzo lungometraggio della trilogia de Lo Hobbit nonché prequel di quella de Il Signore degli Anelli. Come sempre al fianco del regista, fin dal 2001 – anno di uscita del primo adattamento cinematografico del romanzo di J.R.R. Tolkien – c'era il direttore della fotografia Andrew Lesnie.

    Una figura centrale per dare vita a un mondo filmico che ha ridefinito il concetto di fantasy e di blockbuster. Un anno dopo, però, Lesnie è venuto a mancare - a soli 59 anni - per un arresto cardiaco. Una perdita umana e professionale che ha lasciato un segno indelebile nella vita e nella carriera del regista neozelandese come ha lui stesso dichiarato in occasione del ritorno nelle sale della trilogia de Il Signore degli Anelli per il 25° anniversario de La Compagnia dell’Anello. Film per il quale Lesnie vinse l'Oscar per la miglior fotografia. 

    Da allora, infatti, il regista non ha più realizzato opere di finzione, svelando che la motivazione di questa pausa lunga 12 anni risiede proprio nella perdita dell'amico e sodale.

    Le conseguenze della morte di Andrew Lesnie

    Dopo la morte del direttore della fotografia, Jackson ha sentito di non potersi fidare di un'altra figura professionale così come faceva con Leslie. “È stato un colpo terribile per me perdere Andrew. Non è stata una decisione consapevole. Dopo di allora ho realizzato un documentario usando vecchi filmati, poi un documentario sui Beatles, sempre partendo da materiale già esistente”, ha dichiarato recentemente Jackson riferendosi a They Shall Not Grow Old – Per sempre giovani (2018) e The Beatles: Get Back (2021).

    “Mi rendo conto di aver evitato i film drammatici perché avrei dovuto lavorare con qualcun altro che non fosse Andrew. La sua morte ha cambiato il mio percorso creativo. Il risultato è che per 11 o 12 anni non ho diretto un film narrativo, perché questo avrebbe richiesto di costruire un nuovo rapporto con un altro direttore della fotografia”. All'indomani della sua morte, il regista ha ricordato di essersi seduto in sala di montaggio e di aver realizzato che nessun altro direttore della fotografia avrebbe potuto ricoprire il ruolo di Lesnie.

    Il legame tra Peter Jackson e Andrew Lesnie

    Il direttore della fotografia australiano ha avuto un ruolo centrale nel ricreare visivamente le luci e i colori che caratterizzano la Terra di Mezzo. Lo ha fatto dando vita a una serie di sfumature di marrone e di verdi che hanno animato le immagini ispirate al romanzo fantasy del 1954. Per farlo ha scelto di girare su pellicola, utilizzando telecamere Arri e obiettivi Zeiss. Per Jackson questo ha definito ogni decisione visiva della trilogia.

    “Stavamo preparando tre film contemporaneamente, quindi avevamo già più lavoro del solito quando abbiamo iniziato a cercare un direttore della fotografia. Dopo l'arrivo di Andrew, alcuni dei nostri piani sono cambiati radicalmente. Mi piace essere una persona collaborativa e consideravo Andrew il mio collaboratore più stretto”, aveva dichiarato il regista ad American Cinematographer.

    “Facevo molto affidamento su di lui per trovare il modo di inquadrare e lui trovava sempre elementi interessanti da mettere in primo piano per definire l'immagine. Era coinvolto nell'illuminazione di ogni singola scena, indipendentemente dal fatto che si trovasse effettivamente su un determinato set. Parlava con gli altri direttori della fotografia e guardava i giornalieri. In alcuni giorni, quando giravamo con quattro o cinque unità, avevamo cinque ore di materiale da guardare una volta terminate le riprese a fine giornata! Era come vedere Ben-Hur (1959) o Via col vento (1939)”.

    Ma il legame tra i due artisti non si è limitato solo alla trasposizione dell'opera di J.R.R. Tolkien. I due hanno lavorato insieme anche in King Kong (2005) e Amabili resti (2009). Film molto lontani dalle atmosfere della Terra di Mezzo. A riprova di come la loro collaborazione fosse capace di spaziare e creare mondi diversi con la stessa intensità e intesa. Per Jackson, più che un collaboratore, Andrew Lesnie è stato un partner creativo che ha contribuito a plasmare il suo cinema.

    Le dichiarazioni di Peter Jackson all'indomani della morte di Andrew Lesnie

    Per capire meglio quanto la scomparsa del direttore della fotografia abbia inciso sulla vita di Peter Jackson, è significativo riprendere le parole che il regista affidò a una lettera pubblicata all'indomani della sua morte. “Essendo figlio unico, sono cresciuto chiedendomi come sarebbe stato avere un fratello. Solo oggi, mentre cercavo di affrontare la terribile notizia della scomparsa di Andrew, ho capito quanto fosse diventato quella persona per me – qualcuno che potevo amare e di cui potevo fidarmi intrinsecamente – il che, ora so, significa qualcuno pronto ad affrontare ogni situazione, nel bene e nel male”, scriveva nel 2015 Jackson.

    “Andrew era una parte insostituibile della mia famiglia e non riesco a credere che non sentirò mai più la sua risata contagiosa, né potrò beneficiare della sua silenziosa saggezza, né godere dei suoi generosi elogi. Andrew ha creato immagini indimenticabili e bellissime sullo schermo, e lo ha fatto ripetutamente, perché ha sempre servito solo ciò in cui credeva: era un artista indipendente, separato da me, ma sempre impegnato con generosità per migliorare ciò che cercavamo di creare insieme”.

    La lettera, poi, continua con un ricordo legato al tempo trascorso insieme sul set. “Abbiamo sviluppato la capacità di lavorare insieme usando il minimo delle parole – un raro incontro di menti. Ricorderò sempre di quando mi presentavo, innumerevoli volte, alle cinque del mattino, tutti quei momenti di tranquillità che ho trascorso con lui, quando potevo salire sul set e sapere che lui era lì: imperturbabile, pronto, ad ascoltarmi, interessato e, cosa più importante, pronto a cogliermi in flagrante se avessi vacillato. Mi ha sempre coperto le spalle. Una roccia solida nel mondo imprevedibile in cui entrambi abbiamo scelto di lavorare”.

    Per poi chiudere: “Carissimo Andrew, non hai mai cercato né desiderato elogi - non hai mai avuto bisogno di sentirti dire quanto fossi bravo, ti importava solo di fare un ottimo lavoro e di rispettare il lavoro degli altri. Ma a nome di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di collaborare con te, ti voglio bene e, a mia volta, rispetto la tua maestria nella narrazione, nella luce e nella magia del cinema: sei uno dei più grandi direttori della fotografia del nostro tempo”.

    Cosa possiamo aspettarci dal futuro cinematografico di Peter Jackson?

    Nonostante la lunga pausa dal cinema di finzione, Peter Jackson ha aperto alla possibilità di tornare presto dietro la macchina da prese per nuovi progetti. Come dichiarato a Screen Rant, il regista ha confidato che tre sceneggiature sono in fase di sviluppo. “Non sono in pensione! Mi è piaciuto lavorare ai documentari e probabilmente continuerò a farlo. Ma sto lavorando su tre copioni diversi”. 

    Chissà se uno di questi progetti potrebbe ha che fare con il sequel de Le avventure di Tintin - Il segreto dell'Unicorno (2011). Un progetto a lungo atteso dai fan. O se il regista ci riporterà, ancora una volta, nelle Terre di Mezzo – oltre alla produzione di The Hunt for Gollum (2027) - per omaggiare l'amico con il quale ha condiviso una parte fondamentale della sua vita.

  • "Ricomincio da capo" (Groundhog Day) può essere considerato un film horror?

    "Ricomincio da capo" (Groundhog Day) può essere considerato un film horror?

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Se dovessero chiedermi qual è il film che meglio racconta la sensazione di vivere sempre lo stesso giorno, non avrei dubbi nel rispondere Ricomincio da capo (Groundhog Day) di Harold Ramis. Uscito nel 1993 con Bill Murray, è diventato nell’immaginario collettivo un comfort movie, una commedia di quelle che riguardi volentieri e che molti catalogano come fantasy romantica con venature filosofiche.

    Eppure, se ci pensiamo un po’ più attentamente, l’idea alla base è un vero e proprio incubo. Ma vi immaginate a svegliarvi ogni mattina nello stesso letto, alla stessa ora, con la stessa canzone, e scoprire che il tempo non sta andando avanti ma girando su sé stesso come una ruota dentata che ti mastica? Ok, forse questo lo viviamo un po’ tutti quanti, ma per lo meno qualche piccola sfumatura, di giorno in giorno, c’è. Invece, per il povero Phil Connors manco quello.

    Di cosa parla “Ricomincio da capo” (e perché ci riguarda ancora oggi)

    Ricomincio da capo racconta il peggior lunedì della tua vita, ripetuto all’infinito. Phil Connors, meteorologo televisivo sarcastico e piuttosto insopportabile, arriva a Punxsutawney per il servizio sul Giorno della Marmotta e resta bloccato nel 2 febbraio: stessa sveglia, stessa canzone, stesse facce, stessi dialoghi, ogni singolo giorno.

    Ad oggi questa premessa non suona affatto “vecchia”. Al contrario, sembra scritta per il nostro presente. Non a caso “il giorno della marmotta” è diventato un modo di dire codificato nei dizionari per indicare una situazione che si ripete uguale, spesso in modo negativo o monotono, senza veri progressi. Quando un film smette di essere solo un titolo e diventa una parola del lessico quotidiano, significa che ha intercettato qualcosa di profondo e condiviso.

    Ci riguarda perché parla di una paura molto contemporanea, cioè la sensazione di vivere in modalità automatica. Routine, stanchezza, giornate fotocopia, l’impressione di fare mille cose senza muoversi di un millimetro. Durante periodi collettivi di sospensione, questa lettura è riemersa con forza anche nel dibattito critico, proprio perché il film mette in scena l’angoscia di un tempo bloccato e di un senso che non arriva mai da fuori.

    La teoria fan su Reddit: quando il loop temporale diventa horror

    Esiste una teoria fan che torna ciclicamente online e teorizza, appunto, che il film più che essere una commedia sia un vero e proprio horror. Lì per lì, ho storto il naso, ma sotto sotto, in fondo, la trama di questo film c’è qualcosa di disturbante a pulsare. Per esempio, l’angoscia di non sapere perché sei intrappolato, né quanto durerà questa condanna. Ed è proprio lì che, secondo me, Ricomincio da capo smette di essere “solo” una commedia intelligente e comincia a sfiorare un territorio che l’horror conosce benissimo: la perdita di controllo sul reale.

    La teoria horror funziona perché non forza il testo, lo legge alla lettera. Phil Connors è un uomo isolato in un sistema senza regole comprensibili. Nessuno ricorda ciò che lui ha vissuto, quindi ogni legame è destinato a cancellarsi al reset successivo. Ogni gesto, anche il più disperato, è assorbito da un mondo che torna identico. La vera tortura non è solo la monotonia, ma l’ignoranza radicale sull’origine e sulla fine del loop. Questo è puro horror esistenziale, l’idea che il tempo possa trasformarsi da misura della vita a prigione senza uscita. Poi c’è il lato psicologico, ancora più feroce. Phil passa dall’arroganza alla manipolazione, poi alla disperazione, fino ai tentativi di suicidio ripetuti – scene che il film mostra con tono ironico, ma che restano, in sostanza, una sequenza di autoannientamento. E qui scatta la parte più interessante: il tono comico non annulla la materia tragica, la rende più straniante. È quasi un “horror in piena luce”, senza nebbia né mostri, con la cittadina innevata al posto del castello gotico.

    Anche su Reddit, tra chi sostiene apertamente la lettura horror e chi la rifiuta in nome del tono comico, emerge proprio questo discrimine: non cosa accade, ma come ci viene raccontato. Il che, paradossalmente, rafforza la tesi: basta cambiare regia, fotografia e colonna sonora, e la stessa storia diventa un film dell’orrore nel giro di cinque minuti. Non è un caso che il cinema successivo abbia preso quella struttura e l’abbia spinta esplicitamente nel genere, da Auguri per la tua morte (2017)  in avanti, venduto e recensito proprio come variante slasher di Ricomincio da capo.

    Più che un horror di genere, un horror esistenziale

    Quindi: Ricomincio da capo è davvero un horror? “Snì”. Se parliamo di genere nel senso stretto del termine, allora sicuramente no. Nasce, vive e viene distribuito come commedia fantastica con arco romantico. Ma se parliamo di nucleo emotivo, di paura fondativa, di idea-madre che ti resta addosso quando spegni lo schermo, la risposta per me è molto meno timida: sì, può esserlo eccome. Perché il terrore più contemporaneo non è per forza il sangue, il jump scare o il mostro dietro la porta. A volte è la prospettiva di restare bloccati in una versione eterna di noi stessi, in una giornata che non evolve, in una vita che non cambia mai davvero. E in un’epoca in cui l’alienazione quotidiana è diventata quasi un linguaggio comune, quella premessa fa più paura di molti horror dichiarati. Il film di Ramis sceglie la via della redenzione e ci offre un’uscita luminosa; ma la stanza da cui parte quella redenzione è buia, eccome. Ed è forse questo il suo colpo di genio: aver nascosto una storia dell’orrore dentro uno dei racconti più popolari sulla possibilità di cambiare. In altre parole, Ricomincio da capo non è un horror per genere, ma lo è per vertigine. E a volte la vertigine, sul serio, è peggio del mostro.

  • I 10 flop cinematografici più clamorosi di sempre (considerando l'inflazione)

    I 10 flop cinematografici più clamorosi di sempre (considerando l'inflazione)

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    La storia del cinema ci ha insegnato che nessuno è immune a un catastrofico flop al box office. Può trattarsi di un attesissimo sequel che non mantiene le aspettative come Joker: Folie à Deux (2024). Può essere il progetto della vita di una leggenda del cinema che naufraga come Megalopolis (2024).

    In alcuni casi, anche un film pregiato come Babylon (2022) può ritrovarsi con un bilancio in rosso. Anche se lo sforzo artistico di una produzione si concentra solo sull’aspetto creativo dell’opera, lo schiaffo realista è sempre dietro l’angolo. Infatti, che si tratti di un blockbuster o di un film d’autore, ogni titolo che esce nelle sale deve portarsi a casa una quantità di incassi che si aggiri sul triplo del costo di produzione.

    Questi tecnicismi economici sono conosciuti fin troppo bene dai 10 flop cinematografici più clamorosi di sempre che trovate di seguito. I film presi in considerazione sono stati scelti tenendo conto dell’inflazione.

    10. Milo su Marte (2011)

    Milo su Marte è uno di quei film che la Disney vorrebbe dimenticare. Se non altro per i 201 milioni di dollari persi. Questa pellicola animata sci-fi non riesce ad andare oltre tutti i suoi difetti. Da un lato, la trama non colpisce nel segno e la storia di un bambino che deve salvare la madre dagli alieni risulta riciclata. Dall’altro, lo stile animato della motion capture aliena lo spettatore. La tecnica, infatti, rende gli occhi dei personaggi quasi spiritati e del tutto innaturali. Il risultato più che deludente al box office non sembra dunque una sorpresa, anche se è necessario spezzare una lancia per Milo su Marte (2011): l’universo sci-fi creato potrebbe lasciarvi intrigati, soprattutto nelle scene all’esterno della Terra.

    9. Battleship (2012)

    Milo su Marte (2011) non è l’unico film di fantascienza ad aver toppato al box office. Il genere cinematografico è sempre una scommessa, a causa della difficoltà nel creare un mondo irrealistico in maniera credibile. L’universo di Battleship non aveva bisogno di un lavoro creativo esteso, essendo tratto dall’omonimo gioco della Hasbro. Tuttavia, i 205 milioni di perdita sono più che comprensibili. In primis, i dialoghi non sono all’altezza di un film che aspira a catturare milioni di spettatori. La trama è più che prevedibile e non convince neanche nelle scene d’azione. Infine, il cast stellare con Liam Neeson, Taylor Kitsch, Alexander Skarsgård, Jesse Plemons e Rihanna non riesce a salvare una pellicola destinata al dimenticatoio.

    8. Strange World - Un mondo misterioso (2022)

    Dopo aver cercato di cancellare dalla memoria Milo su Marte (2011), la Disney dovrà fare uno sforzo in più per relegare nell’oblio Strange World - Un mondo misterioso. Altro film di fantascienza, altro flop colossale. Questa volta, il bilancio negativo tocca quota 212 milioni. Come per Battleship (2012), questo cartone animato punta molto su un cast d’eccezione, con nomi leggendari come Jake Gyllenhaal, Lucy Liu, Dennis Quaid e Gabrielle Union. Peccato che le linee di dialogo che devono interpretare non sono all’altezza del loro livello. Ciò è un peccato, anche a fronte di un aspetto visivo di grande impatto e ricco di colori. L’unico modo per gustarsi Strange World (2022) rimane uno solo: con il volume sullo zero.

    7. Sinbad - La leggenda dei sette mari (2003)

    Sinbad - La leggenda dei sette mari è un punto di svolta per la DreamWorks. Il totale fiasco della pellicola non solo ha quasi mandato in bancarotta la casa di produzione. I 214 milioni di perdite hanno spinto lo studio responsabile di Shrek (2001) e Kung Fu Panda (2008) ad abbandonare l’animazione analogica per quella al computer. Tra i film nella lista, questa pellicola è una delle poche che non merita questo infausto primato. I punti di forza sono un buon ritmo tra avventura e azione, un’animazione alla pari di qualsiasi produzione DreamWorks e un cast astronomico tra cui Brad Pitt, Catherine Zeta-Jones e Michelle Pfeiffer. Tuttavia, un film più che decente come Sinbad (2003) stona al cospetto dei grandi capolavori della DreamWorks.

    6. Corsari (1995)

    Ci sono pellicole caotiche e fuori controllo come Apocalypse Now (1979) che finiscono per diventare caposaldi della settima arte. Ci sono pellicole caotiche e fuori controllo come Corsari che non riescono a scrollarsi dalle spalle i problemi di produzione. Soprattutto se le difficoltà sono state su più fronti. Il film di Renny Harlin ha subito molteplici modifiche della sceneggiatura. Allo stesso tempo, a cambiare sono stati anche alcuni membri del cast e della troupe. Alla Carolco Pictures, però, dovrebbero sapere che quando tutto cambia, tutto rimane come prima. Infatti, le modifiche non hanno impedito a Corsari (1995) di perdere la bellezza di 217 milioni.

    5. Macchine mortali (2018)

    L’avevamo detto: fare un film di fantascienza non è per nulla una passeggiata. Macchine mortali è l’ennesima dimostrazione di questo fatto. Il film di Christian Rivers costruisce l’universo steampunk dell’omonimo romanzo di Philip Reeve con grande creatività, ma non riesce ad andare oltre i suoi lati negativi. Come per Battleship (2012), il film pecca per i suoi aspetti derivativi, risultando un mix non riuscito tra Hunger Games: La ragazza di fuoco (2013), Guerre stellari (1977) e Interceptor (1979). Anche se il world-building va premiato e il filone del genere Young Adult ha effettivamente attraversato la sua epoca d'oro, Macchine mortali (2018) non poteva che essere destinato a uno scivolone ai botteghini. Se vogliamo chiamare “scivolone” 219 milioni di perdite.

    4. Il 13° guerriero (1999)

    Con i suoi 243 milioni persi, Il 13° guerriero si posiziona a ridosso del podio. Il film con Antonio Banderas e Omar Sharif condivide con Sinbad (2003) il nefasto status di flop, nonostante la mancanza di un apparente motivo. Anche se è vero che la trama non brilla per originalità, questo cult offre comunque una grande forma. I combattimenti sono epici, la fotografia è perfetta e la mancanza di effetti al computer non può che essere un toccasana. Tuttavia, forse per la trama debole, forse per il poco sviluppo dei personaggi, Il 13° guerriero (1999) non è riuscito a conquistarsi il favore del pubblico.

    3. The Marvels (2023)

    Negli ultimi quindici anni, lo stradominio della Marvel ha riscritto la formula dei blockbuster, puntando tutto su scene d’azione epiche e trame concatenate. Tuttavia, prima o poi doveva arrivare il passo falso. Quest’ultimo si chiama The Marvels. Il film non è un completo disastro come suggerirebbe il box office. I dialoghi sono divertenti e d’effetto, mentre la recitazione delle protagoniste è gradevole. Nonostante ciò, il film ha fatto fatica a decollare per il calante interesse del pubblico verso l’universo Marvel e una trama a tratti confusionaria. Se film come Il 13° guerriero (1999) sono stati rivalutati come cult, altri come The Marvels (2023) sono destinati a una fine più crudele.

    2. The Lone Ranger (2013)

    The Lone Ranger sfonda il quarto di miliardo di perdita e si assesta a un poco invidiabile secondo posto. I punti di debolezza della pellicola di Gore Verbinski sono molteplici e fin troppo evidenti. La trama passa in secondo piano, schiacciata tra una scena d’azione e l’altra. La lunghezza eccessiva di ben due ore e mezza rende la visione impegnativa. E questo è assolutamente da evitare quando si vuole intrattenere e fare cassetta. Neanche il personaggio sopra le righe di Johnny Depp riesce a salvare un film destinato al fallimento. L’unico aspetto positivo che si salva è l’atmosfera da spaghetti western, che va a sgrassare l’elemento action.

    1. John Carter (2012)

    Molti alla Disney si sono messi le mani nei capelli dopo l’uscita di John Carter, il film di Andrew Stanton che ha perso la bellezza di 274 milioni di dollari. Come per altri titoli sci-fi nella lista, questo film è colpevole del peccato mortale numero uno: poca originalità nella trama. Anche se il mondo di John Carter (2012) è accattivante e le scene d’azione colpiscono nel segno, senza una storia brillante è difficile fare breccia nel cuore del pubblico. Bisogna, però, ammettere che la visione del film non è così penosa come la sua reputazione vorrebbe farci credere. John Carter (2012) riesce comunque a intrattenere nelle sue due ore e poco più di durata, nonostante i suoi difetti.

  • Innamorati di "Heated Rivalry"? Ecco altre 10 serie TV queer da non perdere!

    Innamorati di "Heated Rivalry"? Ecco altre 10 serie TV queer da non perdere!

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    L'arrivo in Italia di Heated Rivalry (2025), l'adattamento del popolare romanzo di Rachel Reid che racconta la storia d'amore proibita tra due giocatori di hockey rivali nella NHL, ha riacceso i riflettori su un fenomeno in costante crescita: le serie TV con protagonisti e storyline LGBTQIA+ non sono più una nicchia (ed era pure ora!), ma rappresentano una parte fondamentale del panorama dell'intrattenimento contemporaneo.

    La serie TV conferma come le storie queer possano conquistare un pubblico trasversale, non solo per la qualità della narrazione ma anche per la capacità di affrontare tematiche universali come l'identità, l'accettazione e l'amore in contesti spesso ostili.

    Heated Rivalry si inserisce in un filone narrativo che negli ultimi vent'anni ha saputo evolversi profondamente, dalle rappresentazioni pionieristiche e a volte crude degli anni 2000, siamo passati a narrazioni sempre più sfaccettate, che sanno bilanciare l'intrattenimento con la riflessione sociale. Oggi le serie LGBTQIA+ affrontano la complessità delle relazioni, dell'autodeterminazione e della lotta contro i pregiudizi senza rinunciare a essere coinvolgenti, romantiche, drammatiche o addirittura esilaranti.

    Per chi ha amato la tensione emotiva e la chimica tra i protagonisti di Heated Rivalry, abbiamo selezionato dieci serie imperdibili che hanno segnato la storia della rappresentazione queer in televisione, ognuna con il proprio stile distintivo e il proprio messaggio potente.

    Queer as Folk (2000–2005)

    Quando si parla di serie televisive che hanno rivoluzionato la rappresentazione LGBTQIA+, Queer as Folk è un nome che non può mancare. Questa serie statunitense, remake dell'omonima produzione britannica, ha letteralmente fatto la storia della televisione queer, portando sugli schermi di Showtime una rappresentazione senza precedenti della vita gay maschile a Pittsburgh. Seguendo le vicende di un gruppo di amici – Brian, Michael, Justin, Emmett e Ted – la serie ha affrontato senza filtri temi come il coming out, l'HIV/AIDS, l'omofobia, la sessualità e la ricerca dell'amore autentico in una società ancora profondamente pregiudizievole. Ciò che ha reso Queer as Folk un manifesto generazionale è stata la sua volontà di non edulcorare la realtà: la serie mostrava scene di sesso esplicite, vita notturna, droga e relazioni complesse senza alcuna censura, rivendicando il diritto delle persone queer di essere rappresentate in tutta la loro umanità, con pregi e difetti.

    Il rapporto tra il cinico e libertino Brian Kinney e il giovane Justin Taylor ha conquistato milioni di spettatori in tutto il mondo, diventando una delle love story più iconiche della televisione queer. Queer as Folk non è stata solo intrattenimento: è stata una dichiarazione politica, un grido di libertà che ha ispirato un'intera generazione a vivere apertamente la propria identità e a lottare per i propri diritti.

    Heartstopper (2022–in corso)

    Se Queer as Folk ha rappresentato la rivoluzione queer degli anni 2000, Heartstopper incarna perfettamente l'evoluzione della narrazione LGBTQIA+ nel nuovo millennio. Basata sui graphic novel di Alice Oseman, questa serie Netflix ha conquistato il mondo con la sua rappresentazione dolce, sana e profondamente empatica dell'amore adolescenziale tra Charlie Spring, un ragazzo apertamente gay, e Nick Nelson, giocatore di rugby che scopre la propria bisessualità.

    Ciò che rende Heartstopper così speciale è la sua capacità di affrontare tematiche complesse come il bullismo omofobico, i disturbi alimentari, l'ansia sociale e il coming out attraverso una lente ottimistica e positiva, senza mai sminuire la serietà di questi argomenti. La serie è diventata un fenomeno culturale proprio perché offre ai giovani spettatori qualcosa che per troppo tempo è mancato: una storia d'amore queer che non culmina necessariamente in tragedia o dolore, ma celebra la gioia, la tenerezza e la scoperta di sé. 

    Il modo in cui Heartstopper rappresenta il consenso, la comunicazione emotiva e il supporto reciproco all'interno di una relazione ha stabilito nuovi standard per le rom-com teen.

    Pose (2018–2021)

    Pose è senza dubbio una delle serie più importanti e rivoluzionarie degli ultimi anni, non solo per la comunità LGBTQIA+ ma per la televisione in generale. Creata da Ryan Murphy, Steven Canals e Brad Falchuk, la serie ambientata nella New York degli anni '80 e '90 porta sullo schermo il mondo delle ballroom culture, le competizioni drag che rappresentavano uno spazio sicuro e di affermazione per la comunità LGBTQIA+ afroamericana e latina.

    Con il più grande cast di attori transgender mai riunito in una serie televisiva regolare, Pose racconta storie di sopravvivenza, famiglia scelta, resilienza e dignità in un'epoca segnata dall'epidemia di AIDS e dalla marginalizzazione sociale. I personaggi come Blanca Rodriguez, Elektra Abundance, Angel Evangelista e Pray Tell sono diventati icone, interpretati magistralmente da attori come Mj Rodriguez, Dominique Jackson, Indya Moore e Billy Porter (quest'ultimo vincitore di un Emmy per la sua performance).

    La serie affronta con delicatezza e forza temi come la transizione di genere, il sex work, la discriminazione razziale e di classe, l'HIV/AIDS e la ricerca di accettazione familiare. Celebra la creatività, la voglia di vivere e l'amore incondizionato che caratterizzavano le "houses" delle ballroom, vere e proprie famiglie alternative per chi era stato rifiutato dalla società. La sua importanza storica e culturale è immensa: ha dato visibilità a storie troppo a lungo ignorate e ha dimostrato che le narrazioni trans possono e devono essere raccontate da persone trans.

    Schitt's Creek (2015–2020)

    Schitt's Creek potrebbe sembrare una scelta inaspettata in questa lista, ma questa sitcom canadese creata da Dan e Eugene Levy ha rappresentato una rivoluzione silenziosa ma potentissima nel modo di raccontare le relazioni queer in televisione. La serie segue la ricca famiglia Rose che, dopo aver perso tutto, è costretta a trasferirsi nella cittadina di Schitt's Creek, che avevano acquistato per scherzo anni prima. Il personaggio di David Rose, interpretato da Dan Levy (che è anche creatore e produttore esecutivo), è pansessuale e la sua relazione con Patrick Brewer è diventata una delle love story più amate della televisione recente.

    Ciò che rende Schitt's Creek così importante è il modo in cui normalizza completamente la queerness: in questa cittadina non esiste omofobia, i personaggi LGBTQIA+ non devono affrontare discriminazioni legate al loro orientamento sessuale, e le loro relazioni sono trattate esattamente come quelle eterosessuali. Questa scelta narrativa, lungi dall'essere una fuga dalla realtà, rappresenta un atto politico potente: mostra un mondo possibile in cui l'amore queer è semplicemente amore, senza bisogno di giustificazioni o drammi legati all'identità sessuale.

    Il matrimonio tra David e Patrick, culminato in un episodio che ha fatto piangere milioni di spettatori in tutto il mondo, è stato celebrato dalla critica come uno dei momenti più belli e autentici della televisione.

    The L Word (2004–2009)

    Prima che The L Word facesse il suo debutto su Showtime, la rappresentazione delle donne lesbiche e bisessuali in televisione era praticamente inesistente o relegata a stereotipi dannosi. Questa serie ha cambiato tutto, diventando la prima a centrare completamente la narrazione su un gruppo di donne queer a Los Angeles. Seguendo le vite intrecciate di Bette, Tina, Shane, Alice, Dana e le altre, The L Word ha esplorato le relazioni, le carriere, la maternità, la politica e la sessualità femminile con una franchezza mai vista prima. La serie è stata pionieristica nel mostrare diverse sfaccettature dell'identità lesbica e bisessuale, rompendo lo stereotipo della “lesbica monolitica” e presentando personaggi con background, personalità e desideri completamente diversi. Non è stata una serie senza controversie: alcune scelte narrative e la mancanza di diversità razziale e di classe sono state giustamente criticate, ma il suo impatto culturale è innegabile.

    The L Word ha creato una comunità globale di fan, ha lanciato conversazioni importanti sulla rappresentazione e ha aperto la strada a produzioni successive. La sua eredità è stata riconosciuta con il sequel The L Word: Generation Q (2019–2023), che porta la narrazione nell'era contemporanea introducendo nuovi personaggi e affrontando tematiche come la non-binarietà, la diversità razziale e le questioni trans.

    Per una generazione di donne queer, The L Word è stata molto più di una serie TV: è stata una finestra su un mondo in cui potevano vedersi riflesse e una conferma che le loro storie meritavano di essere raccontate.

    It's a Sin (2021)

    Russell T Davies, il creatore di Queer as Folk, è tornato a scrivere una storia profondamente personale e devastante con It's a Sin, miniserie britannica ambientata durante gli anni '80, nel pieno dell'epidemia di AIDS. La serie segue un gruppo di giovani amici gay – Ritchie, Roscoe e Colin – che si trasferiscono a Londra per vivere la propria vita lontano dai pregiudizi delle loro città natali, trovando amore, amicizia e libertà in un appartamento che chiamano affettuosamente “The Pink Palace”.

    It's a Sin è un'opera potente e necessaria che racconta con onestà brutale l'impatto dell'AIDS sulla comunità gay britannica, la negligenza governativa, lo stigma sociale e il coraggio di chi ha combattuto per la dignità e i diritti delle persone sieropositive. Ogni episodio copre un anno diverso del decennio, mostrando come la malattia abbia progressivamente devastato la comunità, portando via vite giovani e piene di promesse. La performance di Olly Alexander nel ruolo di Ritchie è straziante e indimenticabile, così come quella di Lydia West nei panni di Jill, l'alleata eterosessuale che si batte instancabilmente per i suoi amici. La serie non è solo un memoriale per chi è stato perso, ma anche una celebrazione della vita, dell'amore e della resistenza queer. Inoltre ha avuto un impatto culturale enorme nel Regno Unito, portando a un aumento del 400% nei test HIV e riaccendendo conversazioni importanti sulla storia queer e sulla necessità di continuare a combattere lo stigma.

    Looking (2014–2016)

    Spesso sottovalutata al momento della sua uscita, Looking di HBO è una serie che merita di essere riscoperta e apprezzata per la sua ritratto intimo e realistico della vita gay contemporanea a San Francisco. Creata da Michael Lannan, la serie segue tre amici – Patrick, Agustín e Dom – mentre navigano relazioni, carriere e la ricerca di significato nelle loro vite. Ciò che distingue Looking è il suo tono contemplativo e la sua estetica quasi cinematografica: la serie rifiuta i drammi esagerati tipici di molte produzioni e sceglie invece di concentrarsi sui piccoli momenti di connessione, incertezza e crescita personale. La relazione tra Patrick e Kevin, così come quella con Richie, è rappresentata con una complessità emotiva rara, esplorando temi come la monogamia, la classe sociale, le aspettative romantiche e la comunicazione all'interno delle relazioni.

    Looking è stata criticata da alcuni per essere “troppo lenta” o “privilegiata”, concentrandosi principalmente su uomini gay bianchi di classe media, ma la sua onestà emotiva e la qualità della scrittura l'hanno resa un cult per molti spettatori. La serie esplora anche la tensione tra la ricerca di stabilità e il desiderio di libertà, tra l'idealizzazione delle relazioni e la realtà delle persone imperfette. Dopo due stagioni, HBO ha concluso la serie con un film televisivo che ha dato una chiusura soddisfacente alle storyline. Looking rimane un ritratto prezioso della vita queer urbana contemporanea, un'opera che privilegia l'autenticità emotiva rispetto allo spettacolo.

    Feel Good (2020–2021)

    Feel Good è una gemma semi-autobiografica creata e interpretata dalla comica canadese Mae Martin, che porta sullo schermo Netflix una storia di amore, dipendenza e identità con un'onestà disarmante e un umorismo tagliente. La serie segue Mae, una stand-up comedian non binaria in recupero dalla dipendenza da droghe, che inizia una relazione con George, una donna che non aveva mai avuto esperienze con altre donne prima di incontrarla.

    Ciò che rende Feel Good così speciale è la sua capacità di affrontare tematiche pesanti – la dipendenza, il trauma, l'ansia, la compulsione, la fluidità sessuale e di genere – con leggerezza e humor senza mai sminuirne la serietà. La relazione tra Mae e George (interpretata brillantemente da Charlotte Ritchie) è rappresentata con tutta la sua complessità: l'amore profondo, la gelosia, l'insicurezza, il bisogno di controllo e la paura dell'abbandono. Mae Martin porta nella serie elementi della propria vita reale, inclusa la relazione complicata con la madre e il percorso di scoperta della propria identità di genere non binaria. La seconda e ultima stagione approfondisce ulteriormente questi temi, esplorando come il passato influenzi il presente e come la guarigione sia un processo continuo e non lineare.

    Feel Good è riuscita a creare un equilibrio perfetto tra commedia e dramma, tra momenti di pura gioia e attimi di profonda vulnerabilità. È una serie che parla a chiunque abbia mai lottato con l'accettazione di sé, con la dipendenza (in qualsiasi forma) o con la paura di non essere abbastanza per le persone che amiamo.

    Orange Is the New Black (2013–2019)

    Orange Is the New Black ha rivoluzionato Netflix e la televisione in generale quando è uscita nel 2013, diventando uno dei primi grandi successi della piattaforma di streaming. Creata da Jenji Kohan e basata sulle memorie di Piper Kerman, la serie ambientata in un penitenziario federale femminile ha portato sullo schermo una diversità di personaggi femminili – e femminili queer – mai vista prima in televisione. Sebbene la serie inizi seguendo Piper Chapman, una donna bianca di classe medio-alta incarcerata per un crimine legato a una relazione passata con una trafficante di droga, Orange Is the New Black ha rapidamente spostato l'attenzione sull'incredibile ensemble di personaggi che popolano Litchfield.

    La serie ha dato voce e profondità a donne di tutte le razze, classi sociali, età e orientamenti sessuali, esplorando le loro storie prima e durante l'incarcerazione. La relazione tra Piper e Alex Vause ha catturato l'attenzione iniziale, ma sono stati personaggi come Sophia Burset (interpretata dalla straordinaria Laverne Cox, prima donna transgender nominata agli Emmy come attrice), Big Boo, Poussey Washington e Nicky Nichols a rendere la serie veramente rivoluzionaria.

    Orange Is the New Black ha affrontato questioni sistemiche come il razzismo istituzionale, la privatizzazione delle prigioni, l'abuso di potere, la violenza di genere e i diritti dei detenuti, pur mantenendo momenti di umanità, umorismo e speranza. La rappresentazione di personaggi trans, lesbiche e bisessuali è stata significativa e ha contribuito a normalizzare la presenza LGBTQIA+ nel mainstream televisivo.

    Sex Education (2019–2023)

    Sex Education di Netflix è riuscita nell'impresa di creare una serie teen che parla apertamente di sesso, identità e relazioni con intelligenza, sensibilità e un humor britannico perfettamente calibrato. Ambientata in una fittizia scuola secondaria inglese, la serie segue Otis Milburn, figlio di una terapista sessuale, che insieme alla ribelle Maeve inizia a offrire consulenza sessuale ai compagni di scuola. Ma ciò che rende Sex Education essenziale in questa lista è la sua rappresentazione straordinariamente inclusiva e sfaccettata della sessualità e dell'identità queer. Il personaggio di Eric Effiong, miglior amico di Otis, è uno dei ritratti più belli e complessi di un giovane gay nero in televisione: la serie esplora il suo coming out, la sua relazione con la fede nigeriana della sua famiglia, le sue relazioni romantiche e la sua ricerca di accettazione con profondità e rispetto.

    Dalla seconda stagione in poi, Sex Education ha introdotto personaggi pansessuali, asessuali, non binari e un intero spettro di identità LGBTQIA+, rendendoli parte integrante della narrazione senza mai ridurli a stereotipi o token character. La relazione tra Adam Groff, il bullo della scuola, e Eric è stata particolarmente toccante, mostrando la complessità del coming out per un adolescente che ha represso la propria sessualità dietro comportamenti aggressivi. La serie affronta anche temi come l'aborto, la violenza sessuale, la disfunzione erettile, la vaginismo e innumerevoli altre questioni legate alla sessualità e alla salute riproduttiva con una franchezza rara ma mai gratuita. Sex Education è divertente, commovente e incredibilmente educativa, riuscendo a parlare a spettatori di tutte le età sulla bellezza e la complessità della sessualità umana.

  • 8 sequel di cui non c'era bisogno (ma che non vediamo l'ora di guardare)

    8 sequel di cui non c'era bisogno (ma che non vediamo l'ora di guardare)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Se è vero che Hollywood potrebbe aver perso originalità, puntando verso le saghe e i remunerativi franchise, è anche vero che i sequel sono sempre molto attesi dal grande pubblico. C’è la voglia di riabbracciare - spesso dopo molti anni - personaggi leggendari e mondi fantastici, capaci di entrare nell’immaginario collettivo. Saghe che magari hanno avuto la loro ottima conclusione (basti pensare a Toy Story 3), continuando però a essere al centro dell’attenzione, tutt’ora riviste e aggiornate.

    Ne sono un esempio i trailer rilasciati durante il Super Bowl, che hanno letteralmente acceso l’attesa dei fan, racimolando milioni di visualizzazione senza mostrare nulla di nuovo (pensando spesso: ce n’era bisogno?). Tra le clip e i trailer mostrati ritroviamo il mitico Super Mario in Super Mario Galaxy – Il film (2026), i personaggi della Illumination in Minions & Monsters (2026) e la maschera cult di Ghostface in Scream 7 (2026).

    Se questi sono solo alcuni dei titoli che vedremo presto al cinema, JustWatch ha stilato una lista con gli otto sequel più attesi in uscita tra il 2026 e il 2027.

    8. Toy Story 5 (2026)

    Una saga che non ha bisogno di presentazioni. Se Toy Story (1995) ha rivoluzionato il mondo dell’animazione, i successivi quattro sequel hanno rafforzato la forza di una storia generazionale che sembra non conoscere fine. Se il finale di Toy Story 3 (2010) aveva sancito una definitiva conclusione, il quarto film uscito nel 2019 ha ridato linfa al franchise, con uno dei lavori più divertenti tra i recenti film Disney Pixar. Per questo, Toy Story 5 è un sequel attesissimo perché riporta al centro Woody e Buzz dopo la separazione emotiva del quarto capitolo.

    Soprattutto, il pubblico vuole capire se e come i due amici si ritroveranno. Nel cast vocale originale sono attesi Tom Hanks e Tim Allen, simboli della saga. La trama esplorerà il rapporto tra giocattoli e tecnologia moderna, a cominciare da un tablet che, secondo le prime informazioni, dovrebbe rappresentare una specie di nuovo villain per i nostri protagonisti. Ci si aspetta un equilibrio tra nostalgia e innovazione, esplorando un tema che rende proprio questo capitolo importante e rilevante: l'evoluzione della tecnologia digitale. Emozione, umorismo e riflessioni sulla crescita saranno come sempre centrali. Da non perdere se pensi che Toy Story 2 (1999) sia un sequel sottovalutato.

    7. Finché morte non ci separi 2

    Finché morte non ci separi 2 è uno dei sequel horror più attesi, perché riprende la storia di Grace dopo il sanguinoso massacro del primo film, lasciando spazio a nuove conseguenze e vendette. Il cast? Squadra che vince non si cambia: torna protagonista Samara Weaving, affiancata da Kathryn Newton e Sarah Michelle Gellar, con l’ingresso nel cast di Elijah Wood e, pensate un po’, del regista David Cronenberg.

    La trama segue Grace mentre cerca di rifarsi una vita, ma viene nuovamente trascinata in un incubo legato alla maledizione della famiglia Le Domas. Unica sopravvissuta, scopre che le famiglie più ricche e influenti della Terra devono ucciderla in un nuovo gioco. Il primo film è stato un successo, mischiando al meglio horror e black humour, e preparando la strada per un ovvio sequel. Viste le premesse non mancheranno azione e ironia, in un mix ben dosato tra sangue e satira. Seppur la trama possa risultare un po' forzata, non puoi perderlo se ti sei divertito con Finché morte non ci separi (2019). 

    6. Scary Movie 6

    Avevamo davvero bisogno di un sesto capitolo di Scary Movie? Certo che sì. Se i primi tre capitoli, a forza di battute e clip divenute leggendarie, sono dei cult, gli altri due - usciti nel 2006 e nel 2013 - hanno perso la forza comica. Più di dieci anni dopo riecco allora il ritorno della saga, pronta a far ridere i fan con la sua comicità demenziale.

    Marlon Wayans, uno degli sceneggiatori storici, nonché protagonista, ha anticipato che Scary Movie 6 è pronto a mescolare risate e terrore. Se ci si aspetta riferimenti alla cultura pop, tra gag irriverenti e ritmo assurdo, saranno diversi i titoli “presi di mira”. Qualche esempio? Scappa – Get Out (2017) e Nope (2022), e poi ancora Longlegs (2024) e I Peccatori (2025). Insomma, ne vedremo (e sentiremo) delle belle. Da vedere se hai imparato a memoria le battute di Scary Movie (2000) e non vedi l'ora di vedere un parodia aggiornata di tutti i più grandi successi horror degli ultimi anni.

    5. Il diavolo veste Prada 2

    Più che atteso, un sequel bramato. David Frankel, a vent’anni dal primo lungometraggio, riporta sullo schermo l’iconico mondo della moda di lusso. Sfida tutt’altro che facile, vista la posta in gioco. Se non mancheranno dialoghi taglienti, glamour e nuove sfide, lo spunto narrativo guarda al presente: ritroviamo infatti Miranda Priestly contro Emily Charlton, la sua ex assistente diventata una rivale, mentre entrambe competono per gli introiti pubblicitari. Non sarà facile, dato il declino della carta stampata e l’evoluzione digitale dell’editoria. 

    Il cast de Il Diavolo Veste Prada 2? Niente paura, all’appello ci sono tutti: Meryl Streep, Anne Hathaway ed Emily Blunt riprendono ruoli originali, così come Stanley Tucci, di nuovo nei panni dell’amato Nigel. Altro punto di forza, le location: se il film del 2006 era ambientato quasi totalmente a New York, il nuovo capitolo si sposta anche a Milano. Molti i camei attesi, dalla cantante Ciara alla star di Hollywood Sydney Sweeney. Se hai amato Il Diavolo veste Prada (2006) non potrai perdere questo sequel.

    4. Minions & Monsters

    Settimo capitolo della saga di Cattivissimo Me, e sequel di Minions: Come Gru diventa cattivissimo (2022). I personaggi creati dalla Illumination - buffi, teneri, gialli e incomprensibili - sono ben presto diventati un punto di riferimento per la cultura pop, generando un universo comico a sé, tra merchandising e prodotti derivati (nonché continuando a essere garanzia di incasso e successo al botteghino).

    Minions & Monsters, diretto da Pierre Coffin, promette un tono ancora più avventuroso e colorato, oltre al solito umorismo slapstick, perfetto per un pubblico di grandi e piccoli. La trama ruota attorno a un indicibile pasticcio combinato dai Minions, che adesso si improvvisano registi e sceneggiatori di film horror: dopo aver liberato dei mostri nel mondo, provano a salvare il salvabile… prima che sia troppo tardi. Un sequel che non puoi perdere se ami l'umorismo fisico (e anche linguistico!) di Minions (2015).

    3. Scream 7

    Se c’è una saga slasher che vale la pena di essere vista al cinema, quella è Scream. Con una grande novità che ha mandato in visibilio i fan: strano ma vero, Scream 7 è il primo capitolo del franchise diretto da Kevin Williamson, che aveva creato il mito nel 1996, affidando poi la regia a Wes Craven. E la sfida diventa ancora più pericolosa: Sidney Prescott dovrà difendere sua figlia da un nuovo Ghostface. Come? Affrontando definitivamente il proprio passato.

    Non mancheranno collegamenti agli eventi precedenti con una nuova serie di omicidi, e non mancheranno i colpi di scena, come sempre centrali per sorprendere il pubblico. Sono queste le peculiarità per una serie che, per quanto allungata, non cala mai di qualità. Tra le protagoniste, Neve Campbell e Courtney Cox, oltre alla giovane Isabella May. Con una domanda, pronta a riaccendere il brivido: “Qual è il tuo film horror preferito?”. Non puoi perderlo se hai amato capitoli che sembravano ridondanti ma che si sono rivelati brillanti, come Scream 4 (2011).

    2. Hunger Games: L’alba sulla mietitura

    Il mondo brutale e pericoloso creato dalla penna di Suzanne Collins è pronto a riprendere vita sul grande schermo. Hunger Games: L’alba sulla mietitura espande l’universo distopico esplorando il passato dei Giochi. Nonostante possano sorgere perplessità sul bisogno incessante di prequel, questo capitolo è decisamente atteso, perché approfondisce dinamiche politiche, oltre alle origini della ribellione.

    Ambientato 24 anni prima degli eventi del capitolo iniziale, il protagonista è Haymitch Abernathy, scelto per partecipare alla 50ª edizione degli Hunger Games. Ci si aspetta toni ancora più cupi e drammatici. Intrighi, sacrifici e critica sociale saranno, come sempre, gli elementi fondamentali. Ci attende anche un cast stellare: Joseph Zada, Lenore Dove, Mckenna Grace, Ralph Fiennes e Jesse Plemons. Se Hunger Games - La ballata dell'usignolo e del serpente (2023) ti ha soddisfatto e ha saziato la tua curiosità sul passato dei Giochi, non puoi perderti questo nuovo titolo.

    1. Shrek 5 (2027)

    Sarebbe dovuto uscire nel 2026, ma la DreamWorks l’ha rimandato di un anno. Il ritorno dell’orco verde si farà quindi aspettare, nonostante sia uno degli eventi animati più epocali degli ultimi anni. Come spesso accade, il titolo è già molto chiacchierato. Non sorprende quindi che i fan, dopo le prime immagini, abbiano espresso diverse perplessità riguardo al design aggiornato dei personaggi (probabile causa del rinvio del titolo!)

    A proposito: confermato il voice cast originale, a cominciare da Mike Myers e Eddie Murphy. Con loro, una new entry decisamente esplosiva: Zendaya, che doppierà la figlia di Fiona e Shrek. Ancora top secret la sinossi, ma di certo non mancheranno ironia, sentimenti e atmosfere fiabesche, per un ritorno nel regno di Molto Molto Lontano. Se hai amato Shrek (2001), devi prepararti per Shrek 5.

  • Perché "Cime Tempestose" sta dividendo la critica, ma potrebbe conquistare il pubblico

    Perché "Cime Tempestose" sta dividendo la critica, ma potrebbe conquistare il pubblico

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Mentre scriviamo questo articolo “Cime tempestose” di Emerald Fennell ha un indice di gradimento su Rotten Tomatoes del 61%. Questo, però, alla luce di un incasso nel nostro Paese di tre milioni 266 mila euro in quattro giorni di programmazione e oltre 34 milioni di dollari al box office statunitense nel primo weekend in sala.

    La riprova della divisione netta tra l'opinione dei critici e l'indice di gradimento del pubblico. Con un'uscita in sala strategica pensata per San Valentino, la pellicola ispirata al classico di metà '800 di Emily Brontë ha l'obiettivo di trasformarsi nel Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996) per la Gen Z – grazie anche a un marketing martellante - come affermato dalla sua stessa regista. “Sono andata a vederlo al cinema otto volte, e sono rimasta a terra a piangere quando non mi è stato permesso di tornare per la nona. Voglio che sia così”.

    Il romanzo inglese, per chi non l'avesse letto e non avesse familiarità con la sua trama, racconta l'ossessiva e burrascosa storia d'amore tra Heathcliff e Catherine Earnshaw. Trovatello lui, figlia dell'uomo che lo toglie dalla strada lei. Cresciuti insieme a Wuthering Heights, i due si amano di un amore simbiotico e viscerale, seppur casto. Ma quando le differenze sociali portano la giovane donna a sposare il ricco Edgar Linton, il dolore provato da Heathcliff lo porta a giurare vendetta all'amata e alle loro famiglie fino alla morte di entrambi. Una storia d'amore travolgente e romantica quanto profondamente tossica ambientata tra le ventose e uggiose brughiere dello Yorkshire.

    Cosa dicono i critici di "Cime tempestose"

    Grazie ad anteprime organizzate in giro per il mondo, molti critici hanno potuto vedere il film prima della sua uscita in sala, scrivendo recensioni che osannano o distruggono il lavoro di Fennell. “Anche se questo amore dovrebbe essere così intenso, non mi sento toccato o consumato da ciò che vedo e sento. Rimane impresso a malapena”, scrive Carlos Boyero di El Pais. “I cambiamenti apportati al film sono - nella migliore delle ipotesi - una lettura errata di ciò che il libro cercava di dire o, nella peggiore, una trasformazione di "Cime tempestose" di Fennell in qualcosa che non è affatto Cime tempestose”, gli fa eco Jackson Weaver di CBC News. A non aver apprezzato l'adattamento cinematografico anche Mick LaSalle del San Francisco Chronicle che scrive: “Emerald Fennell prende "Cime tempestose" di Emily Bronte e ne fa un disastro assoluto”.

    Neppure Clarisse Loughrey su The Indipendent ci va per il sottile: “Usa la maschera dell'interpretazione per sventrare uno dei romanzi più appassionati ed emotivamente violenti mai scritti, per poi gettarne la pelle scorticata su qualsiasi cliché romantico sembri più commerciabile. Adattamento o meno, è un'opera sorprendentemente vuota”. Un'opinione che risuona anche nelle parole di Hannah Strong di Little White Lies. “Non c'è nulla che risuoni sotto la superficie; questa è una storia ricordata a metà, avvolta in uno splendido abito che sembra destinato alle modifiche dei fan di TikTok e alle mood board di Pinterest piuttosto che a una commovente catarsi emotiva”.

    Ma tra i membri della stampa c'è anche chi si è goduto la visione, ravvisando il positivo presente nella trasposizione del libro di Emily Brontë. Ne è un esempio Johnny Oleksinski che sulle pagine del New York Post scrive: “Si tratta di una rivisitazione sexy, divertente, affascinante e oscura che mantiene intatti l'ossessività spaventosa, la tossicità emotiva e il sadismo di Heathcliff, ma al tempo stesso trasforma abilmente la storia in una storia d'amore decadente, moderna e tuttavia decisamente gotica”. Di idee simili anche Dana Stevens di Slate - “C'è del divertimento in questa "Cime tempestose" pulp, carnale e orgogliosamente idiota” - e Manohla Dargis del New York Times: “Fennell lancia idee su donne, uomini, sesso, libertà e dominio, anche se elude la questione della razza di Heathcliff e cerca di trasmettere visivamente la potenza della scrittura di Brontë”.

    Guardando ai film precedenti di Fennell – Una donna promettente (2020) e Saltburn (2023) -, David Rooney di The Hollywood Reporter ha un'opinione precisa: “L'adattamento di Fennell sfiora la follia e, se si riesce a liberarsi dai preconcetti su come questa storia dovrebbe essere raccontata, si può dire che sia il film più puramente divertente della sceneggiatrice e regista”. Positivo anche il punto di vista di Linda Marric di HeyUGuys. “Per gli spettatori disposti ad abbracciare un'interpretazione stilizzata e modernizzata piuttosto che un tradizionale dramma in costume, questo Cime tempestose offre un viaggio torbido, provocatorio e stranamente avvincente”.

    Leggendo questi stralci di recensioni, quello che affiora è un quadro piuttosto polarizzato dove raramente tra le due fazioni opposte è possibile ravvisare un terreno d'incontro. Ma non necessariamente questo deve essere visto come un male. È sempre più raro che un film riesca a generare un dibattito collettivo e la possibilità di confrontarsi o leggere articoli che spingono il lettore/spettatore ad andare in sala per formarsi una propria opinione è alla base stessa di un mestiere sempre più tallonato da influencer e marketing che, al contrario, non permettono un esercizio critico individuale.

    Perché questo adattamento di Cime tempestose è così divisivo

    Ormai è cosa nota che Emerald Fennell abbia voluto inserire delle virgolette al titolo per sottolineare che quella del film è la sua versione di Cime tempestose e non un adattamento fedele del romanzo. Quello che vediamo sullo schermo, infatti, è ciò che la regista immaginava mentre, quattordicenne, leggeva Brontë. Il risultato è un'opera divisiva che si allontana dal classico della letteratura inglese grazie a una serie di cambiamenti e liberà che hanno fatto storcere il naso a tutti i lettori puristi. Ad iniziare dal cast. La scrittrice vissuta nell'Inghilterra vittoriana ha lasciato delle descrizioni precise di Catherine e Heathcliff che Fennell ha scelto di stravolgere chiamando Margot Robbie e Jacob Elordi per interpretare una giovane ragazza bruna emaciata e uno “zingaro dalla pelle scura”.

    Fin dalla notizia del cast circolata in rete si è scatenata una vera tempesta social che vedeva schierati da un lato chi riteneva Fennell l'unica in grado di catturare l'essenza del romanzo, dall'altro chi è arrivato a parlare di whitewashing. C'è anche chi ha ribattezzato la protagonista femminile Barbie Cathy, facendo riferimento alla celebre bambola Mattel interpretata da Robbie in Barbie (2023) di Greta Gerwig. Troppo bella, troppo bionda, troppo solare, troppo adulta per vestire i panni del personaggio descritto nel romanzo.

    La scelta di mettere in scena un personaggio dalla pelle bianca - fatta in tutti gli adattamenti precedenti ad eccezione di Cime tempestose (2011) di Andrea Arnold -, fa si che uno dei temi principali del romanzo - il razzismo - svanisca dalla sceneggiatura. Tra gli altri elementi che fanno della pellicola un adattamento divisivo si sono anche la scelta di non includere anche la seconda parte del romanzo nel film, limitando la riflessione sulla vendetta generazionale; l'uso di costumi (meravigliosi) realizzati da Jacqueline Durran che nulla hanno a che vedere con la moda del tempo; una scenografia firmata da Charlotte Dirickx non accuratamente storica e fortemente estetizzante che non dà priorità alla profondità emotiva e psicologica e la fotografia di Linus Sandgren troppo debitrice a uno stile da videoclip o pubblicità. Tutti elementi che i più maligni hanno definito perfetti per TikTok più che per il grande schermo.

    Infine, la scelta di concedere a Catherine e Heathcliff di vivere il loro amore anche da un punto di vista sessuale, alimentando la narrazione cavalcata dal marketing di un film “bollente”, si è scontrata contro opinioni ben distanti. Le scene di sesso di “Cime tempestose” sono state paragonate a Bridgerton (2020), 50 sfumature di grigio (2015) e al corrispettivo cinematografico di un Harmony. La passione e l'alchimia tra i due protagonisti sarebbe più sbandierata che effettiva lasciando un senso di distacco che poco si addice a una storia conosciuta per essere impetuosa.

    Perché il pubblico potrebbe apprezzare "Cime tempestose" più dei critici

    Tutta la serie di motivazioni che hanno portato il film ad essere così criticato, potrebbe però decretarne la sua fortuna al botteghino e nel cuore degli spettatori. Basta pensare a grandi piattaforme come Netflix, HBO o Prime Video. Una fetta importante dei loro investimenti sono dedicati all'adattamento per il piccolo schermo di successi letterari nati su piattaforme come Wattpad. Da Fabbricante di lacrime (2024) alla saga di After, passando per la trilogia Culpables, Heated Rivalry (2025) e Love Me Love Me (2026).

    Ovviamente non stiamo paragonando uno dei libri più complessi, stratificati e importanti della letteratura inglese (e non solo) a romanzi rosa e fanfiction dalla struttura narrativa molto più semplice e immediata. Ma è palese come il pubblico sia orientato a quel genere di adattamenti e alla richiesta di storie d'amore dalle sfumature dark. Non a caso oggi un personaggio come Heathcliff verrebbe bollato come una “red flag” irresistibile. Di quella richiesta di trasposizioni “Cime tempestose” è come se ne rappresentasse l'esempio più produttivamente ricco. In fin dei conti stiamo parlando di una pellicola il cui seme nasce dalle fantasie di un'adolescente. Fantasie poi prese e fatte evolvere in una produzione da milioni di dollari a firma di una regista capace di creare scompiglio e polemiche ogni volta che realizza un film.

    Se Andrea Arnold nella sua versione è stata attenta a seguire alla lettera alcuni passaggi fondamentali del romanzo, è anche vero che il pubblico non ha premiato il suo sforzo. Accompagnato da un marketing che ha spinto moltissimo sul legame di co-dipendenza tra i due protagonisti anche fuori dal set – come recentemente avvenuto anche per Glen Powell e Sydney Sweeney per Tutti tranne te (2023) – e un press tour fatto di abiti mozzafiato ispirati alle atmosfere del film, “Cime tempestose” è un film figlio del suo tempo e pensato per il pubblico del suo tempo.

    Anche Sofia Coppola ai tempi di Marie Antoinette (2006) – citato da Fennell insieme a Via col vento (1939), Il giardino delle vergini suicide (1999), L'inganno (2017), Dracula di Bram Stoker (1992) e Romeo + Giulietta di William Shakespeare - fu massacrata per la sua versione della regina di Francia teenager con le Converse. Sarà il tempo (e il pubblico) a decretare se dietro le fragole giganti, la colonna sonora di Charli XCX, la bellezza sfacciata dei suoi protagonisti e le pareti color carne rimarrà qualcosa di duraturo capace di lasciare un segno o se si tratta solo di una mirabile confezione perfetta per attirare l'attenzione, ma cui manca la sostanza.

  • Stop al Second Screening! Posa il telefono se vuoi capire la trama di questi film e serie TV

    Stop al Second Screening! Posa il telefono se vuoi capire la trama di questi film e serie TV

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Il modo di fruire i contenuti è cambiato. Era inevitabile, è evidente, lo possiamo constatare quotidianamente guardando film e serie televisive. Un tema centrale però è quello dell’attenzione: recentemente, hanno fatto rumore alcune dichiarazioni di Matt Damon.

    L’attore statunitense, protagonista di The Rip – Soldi sporchi (2026), ha infatti recentemente sottolineato l’esistenza di una tendenza nel ripetere più volte la trama nel corso di un film per assecondare gli spettatori distratti. Una tendenza assecondata dagli stessi servizi di streaming, sempre più orientati su titoli che sin dalla sceneggiatura consentano al pubblico di riprendere il filo in qualsiasi momento. Tutta colpa del “Second Screening”, ossia l’uso simultaneo di un secondo dispositivo, spesso uno smartphone, mentre si sta guardando la TV. Il film scorre, e tu scrolli.

    Capita a chiunque, nessuno si salva.Ed è così che la difficoltà dello staccarsi dai social è arrivata a influenzare persino la scrittura di un film o di una serie, impoverendo di conseguenza l’offerta. Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Non staremo a consigliarvi come non distrarsi, bensì vi porteremo all’attenzione alcuni film e serie TV che, per essere apprezzati (e soprattutto compresi) appieno, vi spingeranno a mettere da parte lo smartphone. Si tratta, in breve, di storie che non consentono il “secondo schermo”.

    True Detective (2014)

    Siete amanti del crime e cercate un cult? True Detective è quello che fa per voi. Una serie antologica, quattro stagioni in cui cambiano sempre personaggi e location. Qui, però, ci focalizziamo sulla prima, con le indelebili interpretazioni di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e un approccio cupo del regista Cary Fukunaga, senza tralasciare la solida scrittura di Nic Pizzolatto (a cui va il merito di aver portato il grande cinema sul piccolo schermo). Sì, perché True Detective (2014) è in realtà un film lungo otto ore, che alternandosi su due piani temporali, gioca sulla tensione costante, fatta di dettagli nascosti, che emergono gradualmente per accompagnarci non solo alla scoperta dell’identità del serial killer, ma soprattutto a un’indagine esistenziale per affrontare i grandi temi della vita. Un doppio binario per cui è obbligatoria la massima attenzione, dove siamo richiamati a non lasciare nulla al caso per apprezzare pienamente una trama articolata e sorprendente. Più che un imperativo, verrà naturale mettere da parte il telefono.

    Dark (2017)

    Serie tedesca di Netflix, Dark ha incollato milioni di spettatori al piccolo schermo. Tutto ha inizio con la scomparsa di due bambini nella fittizia città di Winden, che dà vita a un susseguirsi di eventi in cui passato e presente si intrecciano irrimediabilmente. Una trama intricata, tanti personaggi da tenere a mente e continui indizi seminati qua e là, sono solo alcuni degli elementi di una saga familiare a tinte soprannaturali dal tono cupo, che non ammette alcuna distrazione. Pure nel suo svolgersi lento, ogni tassello è indispensabile per venire a capo di un puzzle di piani temporali, ricco di intrecci. Un rompicapo che non resterà indifferente a chi è alla ricerca di storie corali, di qualità e soprattutto di enigmi.

    Lost (2004)

    Se ci sono dei titoli da cui gli sceneggiatori di Dark (2017) hanno preso spunto, Lost è sicuramente uno di questi. Ogni dettaglio è fondamentale nella storia di un gruppo di superstiti di un incidente aereo che si ritrova su un’isola misteriosa. Non sono ammesse distrazioni nell’intercettare preziosi tasselli che ci spingono a formulare congetture, a essere attivi verso un racconto appassionante, che intreccia misteri, segreti, simboli, oltre alla lotta per la stessa sopravvivenza dei protagonisti. Se volete cominciare a guardare una delle serie più interessanti di tutti i tempi, spegnete i telefonini e allacciate le cinture per un viaggio lungo sei stagioni di ben 114 episodi.

    Inception (2010)

    Un action movie ambientato nell’architettura dei sogni. Inception di Christopher Nolan prende avvio dalla missione del protagonista, Dom Cobb (Leonardo DiCaprio): innestare un’idea nella mente di qualcuno. Da questo presupposto si sviluppa un’avventura rocambolesca che si trasforma in un viaggio attraverso più livelli onirici. Dal passaggio da un livello all’altro ai temi affrontati, è un film che richiede attenzione costante, un vero e proprio atto di fede verso l’esperienza cinematografica, stavolta per cercare di contemplare il labirinto edificato da Nolan che ci accompagna a un finale criptico. Attenzione: una sola visione potrebbe non bastare. L’importante è che si faccia senza scrolling dei social!

    Memento (2000)

    La tesi di laurea di Christopher Nolan. Oltre a essere l’opera che l’ha fatto conoscere al grande pubblico, Memento è uno di quei film che merita obbligatoriamente di esser visto almeno una volta nella vita. La storia prende le mosse da Leonard Shelby (Guy Pearce), che a seguito di un’aggressione si ritrova ad avere problemi con la memoria a breve termine. L’uomo dimentica infatti quanto accaduto ogni quindici minuti e si ritrova continuamente a ricominciare, affannosamente animato dallo scopo di trovare coloro che hanno violentato e ucciso sua moglie. Il montaggio è la rappresentazione della confusione mentale del protagonista, ci porta a immedesimarci nel suo spaesamento attraverso un racconto degli eventi a ritroso, che ne rispecchia l’amnesia anterograda da cui è affetto. Semplificando ai massimi, Memento (2000) è un film al contrario che ci obbliga a forte concentrazione per coglierne la struttura alquanto articolata, anche se bisogna dire che esiste anche una versione del film montata in ordine cronologico, ma proprio come Nolan, sconsigliamo una visione diversa da quella originale.

    La donna che visse due volte (1958)

    Tra i capolavori di Alfred Hitchcock, con titolo originale Vertigo, La donna che visse due volte è un film che merita tutta la vostra attenzione. Semplicemente perché è cinema allo stato puro, che ancora oggi valorizza i propri punti di forza. Per quanto concerne la trama, è sicuramente un labirinto in cui è facile smarrirsi, che esplora tematiche come l’ossessione e il doppio. Dunque, durante la visione non sono ammessi messaggi su Whatsapp o altre attività, che non solo potranno farvi perdere il filo, ma soprattutto risulterebbe penalizzante per un’esperienza altamente immersiva nella psicologia degli stessi personaggi di quello che è da considerarsi indubbiamente una pietra miliare della storia del cinema.

  • "Cime Tempestose": tutti gli adattamenti per il cinema e la TV, dal meno al più fedele

    "Cime Tempestose": tutti gli adattamenti per il cinema e la TV, dal meno al più fedele

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Con l'uscita in sala di “Cime tempestose”, il terzo lungometraggio di Emerald Fennel che dà vita alla sua versione del romanzo di Emily Brontë, si sta tornando a parlare non solo del classico della letteratura inglese – con tanto di Gen Z alle prese con il volume dell'800 -, ma anche dei suoi adattamenti cinematografici e televisivi. 

    L’argomento più discusso è la fedeltà delle sceneggiature al materiale letterario da cui prendono forma. In questo caso, la storia è quella dell'amore ossessivo e tormentato tra Heathcliff, un trovatello selvaggio, e Catherine Earnshaw, ambientato tra le brughiere dello Yorkshire. Dopo che la giovane donna decide di sposare un altro, l'uomo è travolto da una sete di vendetta che si abbatterà anche sulle generazioni successive, trovando pace solo nella morte. E se è vero che adattare per un altro medium significa tradire, è anche vero che per i lettori puristi non sempre vedere stravolto il libro che hanno amato è facile da accettare.

    Su JustWatch trovate la classifica di tutti gli adattamenti per il cinema e la TV di Cime tempestose, dal meno al più fedele.

    10. Wuthering Heights (2003)

    Dalle ventose e uggiose brughiere dello Yorkshire alla soleggiata California. Nel 2003 MTV decide di prendere il classico della letteratura inglese e trasformarlo in un film teen dove le antiche dimore degli Earnshaw e dei Linton si trasformano in ville e fari isolati. La fedeltà al romanzo si rintraccia vagamente nel triangolo sentimentale tra i protagonisti: Heath, Cate ed Edward. Ma tutto è raccontato in chiave moderna, tra Heathcliff che si trasforma in un outsider con il pallino per il rock, bullismo, e una colonna sonora firmata da Jim Steinman.

    Wuthering Heights è una rivisitazione pop, pensata per un pubblico specifico, che semplifica una struttura narrativa molto più stratificata e ricca, eliminando tutta la seconda parte del romanzo e le sue sfumature cupe e gotiche. Anche il linguaggio è modernizzato per adattarsi al periodo storico in cui prende vita la storia. Un'ora e mezza precisa che, alla larga, può ricordare Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996) di Baz Luhrmann.

    9. La voce nella tempesta (1939)

    Quello di William Wyler è l'adattamento più famoso del romanzo dell'800. La versione che ha cristallizzato per sempre l'immagine di Heathcliff, interpretato da Laurence Olivier, come eroe romantico (ignorando tutto il resto). Nel ruolo di Catherine, invece, Merle Oberon. Una trasposizione di 104 minuti in bianco e nero che accentua l'atmosfera gotica del film diretto da William Wyler.

    Come spesso accade, anche ne La voce nella tempesta manca la rappresentazione della seconda parte del romanzo con il racconto dedicato alle vite di Hareton Earnshaw e Catherine Linton. Una scelta che tronca a metà il senso stesso dell'opera letteraria. Se la storia scritta da Emily Brontë parla di vendetta e redenzione, questa versione hollywoodiana si concentra solo su una storia d'amore tragica. Inoltre, il finale – a modo suo – ha addirittura delle sfumature da happy ending che vanno contro ciò che incarna il romanzo stesso.

    8. Abismos de Pasión (1954)

    Anche un regista geniale e leggendario come Luis Buñuel si è confrontato con il capolavoro di Emily Brontë. In Abismos de Pasión, la remota fattoria di Wuthering Heights si trasferisce nel Messico rurale. Ma, anche se il contesto è completamente differente, Buñuel riesce a catturare lo spirito di quell'ossessione sentimentale che attanaglia i due protagonisti. Una passione distruttiva che si intreccia con quel presagio di morte che attraversa il romanzo e che culmina, addirittura, in un pensiero necrofilo.

    Le modifiche al testo originale sono molteplici, dal cambiare i nomi dei personaggi all'eliminare ogni narratore passando per l'ambientazione calda e sensuale del Sud America fino al decidere di concentrarsi solo sugli eventi che accadono tra i capitoli X e XVI (dal ritorno di Heathcliff alla morte di Cathy). Eppure la crudeltà di Alejandro/Heathcliff è forse la più vicina a quella del personaggio letterario, così come la perversione e malvagità che si annida in questa storia. Uno dei film minori del regista surrealista, ma che in un'ora e 30 minuti sceglie di non addolcire e mitigare nulla della forza violenta che si annida tra le pagine del romanzo inglese. Da vedere se hai amato Quell'oscuro oggetto del desiderio (1977).

    7. “Cime tempestose” (2026)

    Le virgolette ad aprire e chiudere il titolo sono d'obbligo. Perché “Cime tempestose” di Emerald Fennell altro non è che la versione del romanzo che la regista aveva in mente mentre lo leggeva. Una versione stilizzata - tra abiti meravigliosi che nulla hanno a che vedere con il periodo storico, fragole giganti, pavimenti rosso sangue e pareti color pelle – e provocatoria del classico. Anche la scelta dei protagonisti, Margot Robbie e Jacob Elordi, è dissonante rispetto alle descrizioni di Catherine e Heathcliff fatte da Brontë nel libro. Così azzardato nella messa in scena, che in molti all'uscita del trailer erano convinti si trattasse di un sogno o di una fantasia di una lettrice.

    Un'ipotesi non poi così lontana dalla realtà. Quello che vediamo è, effettivamente, frutto dell'immaginazione della regista/lettrice che lesse per la prima volta il romanzo a 14 anni. Tra le infedeltà della sceneggiatura c'è la scelta di concentrarsi solo sulla prima parte del volume, ignorando la vendetta di Heathcliff sugli Earnshaw, l'aver tagliato svariati personaggi e aver dedicato una lunga parentesi all'amore carnale dei protagonisti che nel libro non si sfiorano neppure. Quasi due ore che parlano di desiderio tossico e tornano ad affrontare uno dei temi cari al cinema della regista, la disparità di classe, già affrontata in Saltburn (2023).

    6. La voce nella tempesta (1970)

    Se l'Heathcliff di Laurence Olivier eliminava ogni traccia di cattiveria e brutalità dal personaggio, ci pensa Timothy Dalton ne La voce nella tempesta di Robert Fuest a riportare queste sfumature (necessarie) nel film. Questo, inoltre, permette di mostrare anche la sua infanzia complessa e caratterizzata da umiliazioni e abusi che ne hanno plasmato il carattere così duro.

    Ancora una volta, anche questa versione sceglie di mettere da parte la seconda parte del romanzo fermandosi alla morte di Catherine (Anna Calder-Marshall), senza prendere in considerazione la seconda generazione di personaggi e come la sete di vendetta di Heathcliff si abbatta su di loro. Anche perché il personaggio muore poco dopo la scomparsa di Cathy. Una scelta che elimina totalmente uno dei pilastri narrativi del romanzo. Quello, cioè, dell'ossessione di rivalsa e punizione. A favore del film, però, un'ambientazione che replica fedelmente la rovina e la desolazione di Wuthering Heights.

    5. Cime tempestose (2011)

    Com'è tipico del cinema di Andrea Arnold, questa trasposizione del romanzo vive più di sensazioni ed emozioni che di parole. La regista di American Honey (2016) porta in scena la versione più cruda del libro in cui è l'ambientazione l'elemento che più di tutti fa brillare gli occhi ai lettori di Brontë. La regista riesce a riprodurre le caratteristiche tipiche della brughiera dello Yorkshire, tra fango, freddo, pioggia e vento.

    Inoltre – elemento quasi sempre assente - Heathcliff è interpretato da un attore nero, James Howson, che rispetta la descrizione fatta dalla scrittrice nel suo romanzo oltre a permettere di affrontare il tema del razzismo di cui è vittima da parte della famiglia Earnshaw. Poco più di due ore in cui Cime tempestose elude la presenza del narratore così come la decisione di inserire passaggi della seconda parte del libro e alcuni dei dialoghi più celebri. Tutto a favore di un approccio meno verboso e viscerale e più sensoriale. Al centro rimane il racconto di un amore contrastato fatto di rivalità, gelosie e vendette.

    4. Wuthering Heights (1998)

    Una versione televisiva di poco meno di due ore targata BBC con protagonisti Robert Cavanah e Orla Brady che si attesta come una via di mezzo tra fedeltà e tradimento. Il film mantiene la figura di Lockwood come narratore e la scelta di dare spazio all'intero arco narrativo del romanzo, ma condensare così tanto materiale in un tempo così breve porta inevitabilmente a delle infedeltà.

    Se Wuthering Heights si sforza di mettere al centro il tema del divario di classe, che molte altre trasposizioni non hanno sufficientemente sottolineato, è anche vero che l'epilogo appare troppo affrettato, privando i personaggi del giusto approfondimento psicologico. Se il tono è simili a quello del romanzo, la messa in scena non ha la stessa forza delle descrizioni evocate da Brontë. E anche la sofferenza e la passione che caratterizzano il rapporto tra Heathcliff e Cathy è manchevole di quella scintilla che ha da sempre caratterizzato il loro rapporto.

    3. Cime tempestose (2009)

    Una miniserie in due episodi della durata complessiva di 180 minuti in cui Tom Hardy e Charlotte Riley interpretano i due protagonisti principali. Con Cime tempestose ci troviamo di fronte ad uno degli adattamenti più completi. Il merito è quello di una rappresentazione di Heathcliff vicina a quella presente nel romanzo. Non nell'aspetto, ma nel carattere feroce e pericoloso e nel modo in cui la sua presenza a Wuthering Heights influisca negativamente sulla dimora e i suoi abitanti.

    In più, questa versione è stata particolarmente apprezzata per aver incluso nella sceneggiatura anche la generazione dei figli, dando un senso di maggiore completezza narrativa. Ciò che differisce dal volume dell'800 è la scelta di accorpare o semplificare alcuni passaggi, scegliendo di concentrarsi troppo su Heathcliff – dando connotazioni più fisiche al suo rapporto con Catherine – che mettono in parte in ombra la nota di riscatto del finale per il futuro di Hareton a Cathy.

    2. Wuthering Heights (1978)

    Grazie alle sue oltre quattro ore di durata divise in cinque episodi, questa miniserie della BBC è considerata tra le versioni più fedeli di Cime tempestose. Specialmente per quanto riguarda il testo scritto da Emily Brontë. Sebbene - essendo stata filmata in studio - l'ambientazione non rispecchi lo spirito selvaggio e indomito delle brughiere dello Yorkshire, Wuthering Heights ha la sua forza nella sceneggiatura.

    Rispetto a tante altre versioni che hanno dedicato il loro nucleo narrativo solo all'amore tormentato dei due protagonisti, qui c'è un'attenzione dedicata a tutti i personaggi e alla seconda parte del libro, troppo spesso accantonata. È così che uno dei tempi del romanzo, quello della redenzione, trova spazio per essere approfondito e messo in scena. In più, anche il ruolo di Lockwood e Nelly come narratori, viene rimesso in primo piano. Se cercate una trasposizione fedele alle parole (a discapito delle immagini), non resterete delusi.

    1. Cime tempestose (1992)

    Con Cime tempestose ci troviamo a relazionarci con quella considerata da molti la miglior versione cinematografica del classico della letteratura inglese di metà '800. Un'ora e 45 minuti in cui ci si concentra sulla natura oscura, gotica e vendicativa della storia. Tra i più grandi punti di forza del film c'è l'interpretazione di Ralph Fiennes. L'attore ci regala un Heathcliff demoniaco, complesso e morboso che si allontana dalla versione romantica del 1939. Inoltre, la sceneggiatura si impegna nell''includere il romanzo nella sua interezza, dedicando la parte finale del film alla seconda generazione.

    Ovviamente in un lasso di tempo così contenuto molto è stato sacrificato per far sì che 30 anni di storia potessero essere condensati mantenendo credibilità. Rimane la natura cupa del racconto e un'attenzione alla fedeltà visiva delle descrizioni letterarie. Un (doppia) piccola curiosità: all'inizio del film vediamo Emily Brontë osservare le rovine di una dimora un tempo sontuosa. Da quella visione trarrà ispirazione per la stesura del romanzo di lì a poco narrato. Nel film, Juliette Binoche interpreta sia Cathy che sua figlia Catherine.

  • Italiani all'estero: le 10 migliori performance di attori e attrici italiani in film stranieri

    Italiani all'estero: le 10 migliori performance di attori e attrici italiani in film stranieri

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    C'è stato un tempo in cui “bastava” essere italiani per avere un ruolo a Hollywood. Quel tempo erano gli anni Cinquanta e Sessanta, quando Gina Lollobrigida e Claudia Cardinale incarnavano un'idea di Europa sofisticata ed elegante che faceva impazzire il pubblico americano.

    La Lollobrigida fu soprannominata "la donna più bella del mondo" e contesa dagli studios, la Cardinale divenne il primo vero ruolo femminile nel cinema di Sergio Leone finanziato dalla Paramount. Poi le cose sono cambiate, l'industria si è globalizzata, e gli attori italiani hanno dovuto guadagnarsi ogni singolo ruolo parlando inglese meglio degli inglesi.

    Oggi la situazione è diversa. Le produzioni internazionali cercano volti nuovi, le piattaforme streaming hanno moltiplicato le opportunità, e una nuova generazione di interpreti italiani ha imparato a muoversi tra Roma, Parigi e Los Angeles con disinvoltura. Alcuni hanno costruito carriere parallele, altri sono esplosi grazie a un singolo ruolo che li ha fatti conoscere al mondo. Ecco dieci performance che hanno portato l'Italia oltre confine, dagli anni Cinquanta ai giorni nostri.

    Gina Lollobrigida in “Trapezio” (1965)

    Lola è un'acrobata ambiziosa che si inserisce tra due trapezisti legati da un passato doloroso. Mike Ribble, interpretato da Burt Lancaster, è un ex campione rovinato da un incidente, mentre Tino Orsini, Tony Curtis, è il giovane talento che sogna di realizzare il triplo salto mortale. Lola li seduce entrambi, trasformando il circo in un triangolo di desiderio e gelosia.

    Trapezio di Carol Reed fu la consacrazione hollywoodiana di Gina Lollobrigida. La Lollo, come la stampa americana aveva iniziato a chiamarla, era già una star in Europa grazie a film come Pane, amore e fantasia (1953) e Fanfan la Tulipe (1952). Piccola (ma importantissima) curiosità, Howard Hughes aveva cercato di metterla sotto contratto esclusivo fin dal 1950, ma lei aveva rifiutato il contratto per cui, quando finalmente arrivò a Hollywood, alle sue condizioni, lo fece da vera diva.

    Il film fu girato al Cirque d'Hiver di Parigi con veri acrobati che eseguivano le scene più pericolose. Lancaster, ex trapezista nella vita reale, fece molte delle sue acrobazie personalmente. Lollobrigida reggeva il confronto con due delle più grandi star maschili dell'epoca, portando una sensualità europea che il cinema americano faticava a contenere nei codici del Production Code. Dopo quel film l’attrice divenne uno dei volti più ricercati del cinema mondiale, tanto che l'anno successivo arrivarono Il gobbo di Notre Dame (1956) con Anthony Quinn e Salomone e la regina di Saba (1959) con Yul Brynner. E ancora, nel 1961 vinse il Golden Globe per Torna a settembre (1961) con Rock Hudson, con tanto di Henrietta Award come attrice più popolare del mondo. Nel 2018, a 91 anni, ha ricevuto una stella sulla Hollywood Walk of Fame.

    Claudia Cardinale in "C'era una volta il West" (1968)

    Jill McBain è un'ex prostituta di New Orleans che arriva nel West per sposare un proprietario terriero. Quando lo trova massacrato insieme ai suoi figli, deve decidere se fuggire o restare a difendere quella terra che vale più di quanto sembri. Attorno a lei si muovono un assassino dagli occhi di ghiaccio, un bandito dal cuore d'oro e un misterioso vendicatore con un'armonica.

    Sergio Leone aveva sempre relegato le donne a ruoli marginali nella sua Trilogia del Dollaro, ma le cose erano destinate a cambiare, proprio grazie a un’attrice italiana. Il cambio di rotta arrivò con C'era una volta il West, prodotto dalla Paramount Pictures con un budget senza precedenti, film che poi divenne il vero kolossal firmato dal regista italiano. Jill doveva essere il cuore del film, la figura che simboleggia la nascita della civiltà nel West selvaggio. Claudia Cardinale, già celebre per Il Gattopardo (1963) e 8½ (1963) di Fellini, era l'unica scelta possibile.

    La scena dell'arrivo alla stazione di Flagstone è entrata nella storia del cinema. La macchina da presa segue Cardinale attraverso una finestra, poi sale oltre il tetto della stazione per rivelare l'intera città costruita in mezzo al deserto. Il movimento è sincronizzato perfettamente con il tema di Ennio Morricone, composto prima delle riprese proprio per permettere questa coreografia. Una scena che da sola valeva il prezzo del biglietto, talmente potente che Stanley Kubrick, rapito dopo aver visto il film, chiamò Leone per chiedergli come avesse ottenuto quell'effetto. Ad oggi C'era una volta il West  è considerato il più grande western mai realizzato, e tanto del merito va alla performance di Cardinale, nonostante la sua voce fosse stata doppiata nella versione destinata al pubblico anglofono.

    Valeria Golino in "Rain Man" (1988)

    Susanna è la fidanzata di Charlie Babbitt, un giovane venditore di auto di lusso che scopre di avere un fratello autistico. Quando Charlie rapisce Raymond per ottenere parte dell'eredità paterna, Susanna assiste alla lenta trasformazione del suo compagno, dall'egoismo iniziale alla comprensione finale.

    Barry Levinson cercava un'attrice che potesse reggere il confronto con Dustin Hoffman e Tom Cruise senza farsi schiacciare. Valeria Golino, all'epoca poco conosciuta fuori dall'Italia, ottenne il ruolo battendo decine di concorrenti d’oltreoceano. La sua interpretazione di Susanna è il cuore del film, l'unico personaggio capace di vedere oltre le nevrosi di Charlie e di intuire l'umanità nascosta in Raymond.

    Rain Man (1988) vinse quattro Oscar, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore per Hoffman. Golino non ricevette nomination ma il film le aprì le porte di Hollywood. Seguirono Hot Shots! (1991) e il sequel, poi una carriera divisa tra Italia, Francia e Stati Uniti che continua ancora oggi. Quarant'anni dopo, resta una delle poche attrici italiane ad aver avuto un ruolo significativo in un film vincitore dell'Oscar come Miglior Film. 

    Monica Bellucci in "Matrix Reloaded" (2003)

    Persephone è un programma della prima versione di Matrix, intrappolata in un matrimonio infelice con il Merovingio. Annoiata, cinica, affamata di emozioni vere, aiuta Neo, Morpheus e Trinity a raggiungere il Fabbricante di Chiavi in cambio di un bacio che le ricordi cosa significa provare qualcosa.

    Le sorelle Wachowski contattarono Monica Bellucci dopo aver visto Malèna di Giuseppe Tornatore. Per Matrix Reloaded (2003) cercavano un’attrice che riuscisse a rappresentare la seduzione come arma, la bellezza come forma di potere. Bellucci portò al personaggio un'eleganza che contrastava con l'estetica cyber-punk del film, creando proprio per questo una delle figure più memorabili della trilogia.

    La carriera internazionale di Bellucci era iniziata nel 1992 con un piccolo ruolo in Dracula di Bram Stoker (1992) di Francis Ford Coppola. Dopo Matrix arrivarono La Passione di Cristo (2004), I fratelli Grimm e l'incantevole strega (2005), e nel 2015 Spectre, dove divenne la Bond girl più matura della storia del franchise a 51 anni, tra i punti più alti di una carriera costruita tra cinema d'autore e blockbuster, tra Italia, Francia e Hollywood. 

    Giancarlo Giannini in "Casino Royale" (2006)

    René Mathis è il contatto di James Bond in Montenegro, un agente dell'MI6 che sembra sapere più di quanto dica. Per gran parte del film lo spettatore non capisce se sia un alleato o un traditore, e questa ambiguità è esattamente ciò che rende il personaggio interessante.

    Prima di Casino Royale Giancarlo Giannini aveva già una carriera leggendaria alle spalle quando accettò il ruolo. Candidato all'Oscar per Pasqualino Settebellezze (1975) di Lina Wertmüller, doppiatore italiano di Al Pacino e Jack Nicholson, aveva lavorato con i più grandi registi europei per quattro decenni. Il suo Mathis portò al reboot di Bond un tocco europeo a una produzione sempre più americana, portando quell’atmosfera tipica degli 007 anni ‘60.

    Il ruolo si espanse in Quantum of Solace (2008), dove Mathis ha una morte straziante tra le braccia di Bond. Nel 2023 Giannini ha ricevuto una stella sulla Hollywood Walk of Fame, riconoscimento tardivo ma più che meritato per una carriera che ha attraversato sei decenni di cinema.

    Sergio Castellitto in "Le Cronache di Narnia: Il Principe Caspian" (2008)

    Re Miraz è l'usurpatore che ha rubato il trono di Narnia al giovane nipote Caspian. Spietato, calcolatore, disposto a tutto per mantenere il potere, è il villain che costringe i fratelli Pevensie a tornare nel mondo magico per combattere una nuova guerra. Sotto la corona si nasconde un uomo divorato dall'ambizione e dalla paranoia.

    Per Le Cronache di Narnia: Il Principe Caspian Andrew Adamson cercava un attore europeo che potesse incarnare la crudeltà regale senza cadere nella caricatura. Sergio Castellitto, già celebre in Italia per Non ti muovere (2004) e L'ora di religione di Marco Bellocchio, portò a Miraz una complessità che elevava il personaggio oltre il semplice antagonista da film fantasy. C'è qualcosa di shakespeariano nel suo usurpatore, un'eco di Riccardo III nella fame di potere che lo consuma.

    La produzione Disney fu girata tra Praga, la Nuova Zelanda e la Slovenia con un budget di 225 milioni di dollari, con Castellitto che si trovò a recitare in inglese per la prima volta in una produzione mastodontica. Il film incassò 420 milioni di dollari nel mondo,e per Castellitto fu l'inizio di una carriera internazionale che lo avrebbe portato fino al SAG Award vinto con il cast di Conclave nel 2025. 

    Pierfrancesco Favino in "World War Z" (2013)

    Il dottor Andrew Fassbach è il virologo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che dovrebbe trovare una cura per l'epidemia di zombie che sta devastando il pianeta. Teorico brillante ma terrorizzato dall'azione, rappresenta la fragilità della scienza di fronte all'apocalisse. La sua fine prematura è uno degli shock più efficaci del film.

    Marc Forster cercava un attore che potesse incarnare l'intellettuale europeo catapultato nell'orrore. Favino, già stranoto in Italia per Romanzo criminale (2005) e il lavoro con Gabriele Muccino per L’ultimo bacio (2001) o Ricordati di me (2003), portò al ruolo una vulnerabilità che contrastava decisamente con l'eroismo muscolare di Brad Pitt. Il suo Fassbach è l'uomo comune travolto dagli eventi, quello che il pubblico teme di essere.

    World War Z (2013) fu una delle produzioni più travagliate di Hollywood, con riscritture continue e un budget lievitato a 190 milioni di dollari. Nel frattempo, quello stesso anno, uscì Rush di Ron Howard, in cui Favino interpretava il pilota Clay Regazzoni: due ruoli completamente diversi in produzioni hollywoodiane di prima fascia. Con la Coppa Volpi vinta a Venezia nel 2020 per Padrenostro è oggi l'attore italiano più presente nel cinema internazionale. 

    Riccardo Scamarcio in "John Wick: Capitolo 2" (2017)

    Santino D'Antonio è un boss della Camorra che costringe John Wick a onorare un debito di sangue. Elegante, spietato, convinto di poter controllare l'assassino più letale del mondo, sottovaluta quanto sia pericoloso un uomo che non ha più niente da perdere.

    Chad Stahelski cercava un antagonista che incarnasse il crimine europeo con classe e crudeltà. Scamarcio, già forte di una carriera che dal cult teen Tre metri sopra il cielo (2004) arrivava al lavoro con Sorrentino per Loro (2018), portò al ruolo un fascino mediterraneo che contrastava con la violenza coreografata del franchise. Gran parte di John Wick: Capitolo 2 è, infatti, ambientata a Roma, tra catacombe, musei e palazzi antichi trasformati in campi di battaglia.

    Il villain di Scamarcio funziona perché non è un semplice cattivo da action movie. C'è arroganza aristocratica nel modo in cui tratta Wick, una presunzione di superiorità tutta "europea" che rende la sua fine inevitabile, persino soddisfacente. Il film incassò 174 milioni di dollari nel mondo, consolidando il franchise e aprendo a Scamarcio le porte di altre produzioni internazionali come Assassinio a Venezia (2023). 

    Sabrina Impacciatore in "The White Lotus" (stagione 2) 

    Valentina è la manager del mega resort White Lotus di Taormina: una donna rigida, sola, nascosta dietro una facciata di ultra professionalità. Ma sotto la superficie si agitano desideri repressi che emergeranno nel corso della settimana più surreale della sua vita.

    Mike White creò il personaggio pensando a un'attrice italiana che potesse reggere scene di commedia e dramma con la stessa naturalezza. In Italia Impacciatore era già un’icona del cinema nostrano, dagli esordi in programmi come Non è la Rai e Macao negli anni Novanta e per film come Sei mai stata sulla luna? (2015) o A casa tutti bene (2018). Per la seconda stagione di The White Lotus (2022), l’attrice portò a Valentina una complessità che sorprese il pubblico americano. La scena improvvisata in cui cita Peppa Pig (2004) a Jennifer Coolidge è diventata un cult, virale in tutto il mondo.

    La candidatura agli Emmy come Miglior Attrice Non Protagonista arrivò nel 2023, insieme a quella per la connazionale Simona Tabasco che interpretava Lucia, la sex worker che manipola i turisti americani. Fu la prima volta che due attrici italiane ricevevano nomination nella stessa categoria per la stessa serie. Impacciatore vinse anche lo Screen Actors Guild Award insieme al cast. Da lì è arrivata The Paper (2025), spin-off di The Office (2005) prodotto da Peacock.

    Simona Tabasco in "The White Lotus" (stagione 2)

    Lucia Greco è una ragazza che si presenta come escort ai clienti del resort siciliano. Quello che sembra un personaggio marginale si rivela il centro emotivo della stagione, una donna che usa l'intelligenza per sopravvivere in un mondo che la considera solo un corpo.

    Mike White scrisse Lucia come contrappunto alle ricche turiste americane. Mentre loro si perdono in crisi esistenziali, Lucia sa esattamente cosa vuole e come ottenerlo, ad ogni costo. La truffa finale ai danni di Albie, il giovane idealista convinto di salvarla, è una delle scene più discusse della serie. Chi è la vittima? Chi è il carnefice?

    Simona Tabasco era già nota in Italia per Doc - Nelle tue mani (2020) e I bastardi di Pizzofalcone (2017). Il successo internazionale di The White Lotus le ha aperto le porte di Hollywood e nel 2023 è entrata nel cast di Immaculate (2024), horror psicologico con Sydney Sweeney. La candidatura agli Emmy l'ha confermata come uno dei talenti italiani più richiesti della sua generazione e, insieme alle compagne di serie Sabrina Impacciatore e Beatrice Grannò, ha dimostrato che il pubblico americano è pronto ad accogliere attori italiani anche in ruoli di primo piano.

  • La vera fine di Jim Hopper in "Stranger Things" potrebbe nascondersi in "Predator"

    La vera fine di Jim Hopper in "Stranger Things" potrebbe nascondersi in "Predator"

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Il finale di Stranger Things (2016) ha lasciato i fan divisi. C’è chi non ha potuto trattenere qualche lacrima per la fine della saga sci-fi dei Duffer Brothers. C’è chi non ha potuto nascondere qualche perplessità per la direzione incerta dell’epilogo.

    Una cosa è sicura. Sia i nostalgici che i perplessi si aggrapperanno ai lati positivi della serie - world-building, interpretazioni, colonna sonora, dialoghi leggendari - per indorare la pillola. Che si tratti di affrontare il fatto che non ci saranno più episodi di Stranger Things (2016) o che il finale abbia gettato un’ombra sull'intera serie.

    Tra i lati positivi, tutti i fan hanno da sempre apprezzato le innumerevoli connessioni, omaggi ed easter egg tra lo show con Millie Bobby Brown e Winona Ryder e i film anni ‘80, soprattutto se fantascientifici o d’azione. Il cult Predator (1987) combina i due generi ed è al centro di una teoria tanto pazzesca quanto dibattuta.

    “Predator” è l’archetipo di action anni Ottanta

    Non è un mistero che un film come Predator (1987) venga omaggiato decenni successivi dalla sua uscita. Il film con Arnold Schwarzenegger è diventato con gli anni non solo un cult, ma un classico del genere action anni '80. A partire dalla trama. Niente fa più anni '80 di un gruppo di paramilitari muscolosi che si lanciano, armi in pugno, in una missione di salvataggio nella giungla. Anzi, forse c'è qualcosa ancora più "eighties": un extraterrestre dalle doti sopraffine quanto pericolose in cerca di prede. 

    Il film è diventato un capostipite dell'action muscolare anche per i nomi legati al progetto. A cominciare da John McTiernan, uno specialista alla regia quando si tratta di azione. È il suo curriculum a parlare chiaro: Trappola di cristallo (1988), Caccia a Ottobre Rosso (1990) e Last Action Hero - L'ultimo grande eroe (1993). La sua mano solida è solo l'inizio. Davanti alla macchina da presa troviamo Dutch, il nerboruto leader del gruppo di operativi interpretato da Schwarzenegger, il re dell'action anni '80 insieme a Sylvester Stallone.

    Già visto al fianco dell'attore italo-americano nella saga di Rocky, Carl Weathers si unisce ad Arnie nei panni di Al Dillon, agente della CIA inviato con Dutch nella giungla guatemalteca. Altro peso massimo dei film d'azione è Bill Duke, già visto in Commando (1985) e Due nel mirino (1990). L'attore afroamericano è il primo a essere testimone dell'esistenza del Predator. Se alla trama sopra le righe e al cast stellare, aggiungete armi, esplosioni, atteggiamenti stoici ed - l’abbiamo già detto? - esplosioni, gli anni ‘80 sono serviti.

    La teoria dei fan sulla vera fine di Jim Hopper

    Veniamo ora al succo dell'articolo. Il finale di Stranger Things (2016) ci ha fatto assistere alla sconfitta definitiva di Vecna per mano di Eleven e del resto della combriccola di Hawkins. Hopper ha dato un contributo fondamentale, dagli scontri contro i militari deviati alle "missioni" all'interno del Sottosopra. Sono passati quattro anni dal 1983, anno in cui Will è rimasto intrappolato nel Sottosopra e, da agente della polizia locale, Hopper si è trasformato in una macchina di distruzione. Sopravvivere ai Demogorgoni, ad apparati deviati dello stato americano e a un gulag sovietico non può che renderti una persona distinta dalla massa.

    Le skills che Hopper ha appreso sono forse le ragioni principali che rendono la teoria su Stranger Things (2016) e Predator (1987) intrigante. Hopper sarebbe sopravvissuto a Vecna e avrebbe preso parte a una missione nella giungla guatemalteca precedentemente alla spedizione di Dutch. Non a caso, quando il commando di Dutch ritrova alcuni cadaveri in pessima forma, il personaggio di Dillon afferma sbalordito che il Predator aveva fatto fare la stessa fine a Jim Hopper. Quel Jim Hopper.

    Riassumendo: Hopper sopravvive a Vecna, viene inviato dalla CIA in Guatemala e perde la vita a causa del Predator.

    Perché la connessione tra "Stranger Things" e "Predator" potrebbe essere forzata?

    Non c'è dubbio che i Duffer Brothers abbiano voluto omaggiare Predator (1987) utilizzando il nome di Jim Hopper. Come ulteriore prova c'è il personaggio di Shane Black, la prima vittima del gruppo di Dutch per mano del Predator. L'attore poi diventato regista e sceneggiatore - curiosamente, è suo il copione del già citato Last Action Hero (1993) - interpreta l'operatore radio del commando, che si chiama niente popò di meno che Rick Hawkins. Tuttavia, "Hawkins" e "Jim Hopper" potrebbero essere solamente dei riferimenti al cult anni '80, anziché una vera e propria connessione con la saga.

    Confrontando la timeline delle due opere, sorgono alcuni dubbi. Possiamo lasciar passare il fatto che il finale di Stranger Things (2016) e le vicende di Predator (1987) siano entrambi ambientati nel 1987. Può risultare improbabile che Hopper sia ritornato in azione immediatamente dopo quattro estenuanti anni sul filo della morte e della catastrofe. Ma forse non vogliamo dubitare del suo coraggio, della sua dedizione e della sua inesauribile energia di fronte ai pericoli più estremi. 

    Tuttavia, è impossibile dimenticarsi di un piccolo fatto saliente. Dopo la sconfitta di Vecna, il vero finale di Stranger Things (2016) ci mette al corrente del fato dei nostri eroi. Le immagini finali sono, però, ambientate 18 mesi dopo. L'anno è dunque il 1989, più di 500 giorni dopo il 1987 e dopo la presunta morte di Hopper in Guatemala. Il problema è che il poliziotto è vivo. Talmente vivo da chiedere a Joyce di sposarlo. Cade dunque tutto il castello e la connessione tra le due opere rimane più un omaggio che un vero e proprio legame.

  • Le 10 migliori commedie romantiche dell'Età d'Oro delle romcom

    Le 10 migliori commedie romantiche dell'Età d'Oro delle romcom

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    San Valentino è la festa per eccellenza dell’amore. Ogni anno, le coppie di tutto il mondo aspettano con trepidazione il 14 febbraio. Cioccolatini, fiori, cene romantica. Queste sono alcune delle tradizioni predilette per celebrare la festa degli innamorati. Con un nuovo San Valentino alle porte, ogni cinefilo che si rispetti vorrebbe passare la serata con la sua dolce metà a guardare film.

    Per questo, abbiamo stilato una lista che racchiude le 10 migliori romcom della Golden Age delle commedie romantiche.

    Dalla fine degli anni ‘80, questo genere di commedie è diventato sempre più popolare, raggiungendo il suo apice verso i primi anni ‘00. Questa è considerata l’epoca d’oro delle romcom e i film della lista sono usciti in questa finestra di tempo, a eccezione di uno.

    Un’ultima cosa. Chi non sopporta San Valentino non deve temere! Abbiamo preparato una lista diametralmente opposta con 10 film perfetti da vedere il 14 febbraio se si odia San Valentino.

    10. Non per soldi... ma per amore (1989)

    Le romcom di Cameron Crowe hanno sempre un sapore coming-of-age e uno status leggendario di cult. Non fa eccezione il suo debutto registico Non per soldi... ma per amore, con un indimenticabile John Cusack. Come molte opere simili degli anni ‘80, il film bilancia il lato comico con quello romantico in maniera perfetta. In più, gli ostacoli economici alla storia tra Lloyd (Cusack) e Diane (Ione Skye) offrono anche una lettura sociale spesso trascurata. Non per soldi... ma per amore (1989) gode anche di una colonna sonora cucita a pennello per il film. La famosa scena di Lloyd che fa ascoltare a Diane In Your Eyes di Peter Gabriel è nella top 10 dei migliori usi di canzoni nel cinema. Si posiziona al decimo posto per il suo spirito datato, anche se i nostalgici degli anni ‘80 ci andranno a nozze.

    9. Ragazze a Beverly Hills (1995)

    Ragazze a Beverly Hills è un cult anni ‘90 difficile da dimenticare. Soprattutto perché è un adattamento di Jane Austen unico nel suo genere. Il romanzo Emma viene trasposto in chiave moderna e trasformato in un film coming-of-age anni ‘90, con al centro alcune studentesse di una prestigiosa scuola superiore. Questo cambio di contesto infonde freschezza al materiale di Austen e ne dimostra tutta la sua flessibilità. Inoltre, i vari rapporti intricati tra i protagonisti sono costruiti in modo tale da tenervi incollati allo schermo per vedere il finale. Ragazze a Beverly Hills (1995) si posiziona al nono posto perché potrebbe intrigare solo uno spettatore che condivide l’età delle protagoniste. Tuttavia, nel regno delle teen comedy rimane una pietra miliare da onorare.

    8. Love Actually - L'amore davvero (2003)

    Basta la scena cult dove Mark (Andrew Lincoln) si dichiara a Juliet (Keira Knightley) sull’uscio di casa della donna per far entrare Love Actually - L'amore davvero nella classifica. Per molti non è una sorpresa, visto che alla regia troviamo Richard Curtis. Il cineasta britannico è una garanzia in fatto di romcom, avendo sceneggiato classici come Quattro matrimoni e un funerale (1994) e Il diario di Bridget Jones (2001). Il film si trova all’ottavo posto perché il lato romantico sovrasta quello comico, diventando a tratti troppo zuccherino. Nonostante ciò, Love Actually (2003) è una visione che lascia lo spettatore leggero e soddisfatto. A colpire sarà il cast stellare con luminari della recitazione come Hugh Grant, Emma Thompson, Colin Firth e Alan Rickman. L’ambientazione natalizia aggiunge un livello di comfort che non guasta. 

    7. Stregata dalla luna (1987)

    Alla settima posizione troviamo un altro cult degli anni ‘80 dopo Non per soldi... ma per amore (1989). Stiamo parlando di Stregata dalla luna, il film che ha regalato un Oscar a Cher come Miglior attrice protagonista. Non potrebbe essere altrimenti. La vicenda amorosa tra Loretta Castorini (Cher) e Ronny Cammareri (Nicolas Cage) non sarebbe la stessa senza la performance portentosa della cantante. Cher si muove in maniera disinvolta tra le scene ad alto tasso di romanticismo e quelle dove la comicità regna suprema. Con un regista straordinario come Norman Jewison dietro la macchina da presa, questa romcom è elevata da uno stile visivo pregiato. Stregata dalla luna (1987) si ferma al settimo posto perché il suo lato comico a volte prevale su quello romantico.

    6. Come farsi lasciare in 10 giorni (2003)

    Siamo già alla sesta posizione ed è il momento di alzare il tiro. Se la sua carriera più recente ha mostrato un Matthew McConaughey in grande forma in ruoli drammatici, Come farsi lasciare in 10 giorni testimonia il periodo in cui l’attore era sinonimo di romcom. La premessa del film è un classico del genere: due persone diventano una coppia per motivazioni nascoste e, pur non essendo sinceri, finiscono per innamorarsi. Anche se la sceneggiatura è a tratti prevedibile - ergo la sesta posizione - Come farsi lasciare in 10 giorni (2003) rimane uno spasso, sia per le situazioni comiche da sbellicarsi che per lo spirito leggero. Se non siete ancora convinti, la sintonia davanti alla macchina da presa tra McConaughey e Kate Hudson non vi darà altra scelta.

    5. Notting Hill (1999)

    Tra i suoi capolavori romcom, Richard Curtis ha firmato anche il copione di Notting Hill. Questo classico intramontabile condivide con Come farsi lasciare in 10 giorni (2003) un tassello fondamentale per ogni commedia romantica: la chimica irresistibile tra i due protagonisti. In questo caso si tratta di Hugh Grant, un vero re del genere al pari di McConaughey, e Julia Roberts, il cui contributo all’immaginario romcom è indiscusso. Notting Hill (1999) è imbattibile su tanti aspetti, dall’ambientazione alla sceneggiatura ricca di dialoghi stimolanti, intelligenti ed esilaranti. L’unica pecca che impedisce alla pellicola di andare oltre il quinto posto è il finale fin troppo sdolcinato. Tuttavia, se le romcom intelligenti sono il vostro pane quotidiano, Notting Hill (1999) è sempre una scelta sicura.

    4. Harry, ti presento Sally... (1989)

    Per molti, Harry, ti presento Sally… è il non plus ultra quando si tratta di commedie romantiche. Il classico anni ‘80 con Billy Crystal e Meg Ryan è rimasto impresso nella mente di molti grazie all’alchimia dei due, alle linee di dialogo che bilanciano intelligenza e umorismo e alle scene da pop culture. Prima fra tutte il finto orgasmo nel famoso negozio di pastrami Katz's Delicatessen. Il film di Rob Reiner, tuttavia, si ferma al quarto posto per il sapore vintage dell’opera. Guardandola, si assisterà a una pellicola perfetta per il suo tempo ma che pecca di una visione della coppia fin troppo stereotipata. Nonostante ciò, il ritmo slow-burn la distingue da molti titoli nella lista ed è per questo che rasenta il podio.

    3. 10 cose che odio di te (1999)

    10 cose che odio di te tenta la formula già sperimentata da Ragazze a Beverly Hills (1995), portando sullo schermo una versione moderna de La bisbetica domata di William Shakespeare. Al contrario del film con Alicia Silverstone, questa pellicola riesce ad andare oltre il suo pubblico di riferimento, intrigando spettatori di tutte le età. Da un lato, ci sono le prove eccelse di Julia Stiles, Joseph Gordon-Levitt, Heath Ledger e Larisa Oleynik. Dall’altro, la trama a volte già vista non penalizza oltremodo la pellicola, che brilla grazie a una colonna sonora rock indimenticabile. 10 cose che odio di te (1999) si aggiudica di diritto la top 3, perché a distanza di anni continua a regalarci emozioni.

    2. Crazy, Stupid, Love. (2011)

    Crazy, Stupid, Love. è da considerare l’ultima grande pellicola romcom dell’età d’oro, uscita fuori tempo massimo. Il film con Ryan Gosling, Emma Stone e Steve Carell è sempre sulla bocca di tutti grazie all’irresistibile chimica tra Jacob (Gosling) e Hannah (Stone), oltre a quella disfunzionale tra Jacob e Cal (Carell). Il film racchiude alcuni punti di forza di pellicole precedenti ed è per questo che lo trovate a ridosso del gradino più alto del podio. Dialoghi divertenti e intelligenti come per Notting Hill (1999). Scene cult a non finire alla Love Actually (2003). Un reparto tecnico in grande forma come per Stregata dalla luna (1987). Infine, immagino che gli addominali di Gosling siano stati la ciliegina sulla torta per molti spettatori.

    1. Pretty Woman (1990)

    Come già detto, Julia Roberts non scherza quando si tratta di commedie romantiche. Il contributo dell’attrice americana a Pretty Woman è fondamentale per il raggiungimento del primo posto. Il classico di Robert Marshall ha sbancato il botteghino nel 1990 per svariati motivi. La dinamica tra la sex worker Vivian Ward (Roberts) e il ricco imprenditore Edward Lewis (Richard Gere) risulta a tratti politicamente scorretta e retrograda. Nonostante ciò, l’incontro tra i loro stili di vita offre un angolo differente che distingue Pretty Woman (1990) dalla maggior parte delle romcom. Se a ciò aggiungiamo le prove incredibili dei protagonisti, una regia pulita e solida e una colonna sonora da urlo, il gioco è fatto.

  • Il tuo primo amore è il brivido? Ecco i 10 migliori film horror da vedere a San Valentino

    Il tuo primo amore è il brivido? Ecco i 10 migliori film horror da vedere a San Valentino

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    San Valentino può essere zucchero, cuoricini e playlist romantiche, oppure può essere la serata perfetta per un film che ti faccia stringere il plaid con una mano e la persona accanto con l’altra. Negli ultimi mesi il mix tra romance e paura è tornato fortissimo, e Heart Eyes (2025) lo ha confermato con una formula rom-com slasher che ha convinto critica e pubblico, tanto da crescere addirittura nel weekend di San Valentino.

    In pratica, non è più solo un gusto di nicchia, è un mood preciso. Se ti va una maratona che tenga insieme flirt, tensione e qualche urlo ben piazzato, questi dieci titoli sono il modo migliore per festeggiare. C’è spazio per i classici cult, per il teen horror più ironico e per gotici sensuali da vera date night.

    Heart Eyes (2025)

    Se vuoi restare sul pezzo e partire da un titolo recentissimo, Heart Eyes è la scelta più naturale. L’idea è semplice e geniale, due colleghi vengono scambiati per una coppia da un killer che prende di mira gli innamorati proprio a San Valentino. Il film si diverte a giocare con i cliché della rom-com e quelli dello slasher senza trattarli come parodia pigra, e questa è la sua forza. Funziona bene se ami i film che alternano leggerezza, battute e momenti sanguinosi senza cambiare identità ogni cinque minuti. È perfetto per una visione di coppia perché ti lascia sulla pelle quella sensazione da luna park horror, con ritmo veloce e un tono pop che non si prende troppo sul serio. Per una serata “noi due contro il killer col cuore rosso”, è difficile chiedere di meglio.

    Warm Bodies (2013)

    Tra i romance horror più accessibili di sempre, Warm Bodies resta un piccolo gioiello. Parte da una premessa assurda ma dolcissima, uno zombie si innamora di una ragazza umana e quel legame inizia lentamente a restituirgli qualcosa che sembrava perduto. È una storia tenera, autoironica e molto più emotiva di quanto il concept faccia pensare, quindi è perfetta se vuoi il brivido in versione morbida. Qui l’horror non schiaccia la componente romantica, la accompagna con un tono malinconico e buffo che regge benissimo anche oggi. È il titolo da scegliere quando vuoi un film che faccia ridere, sospirare e anche riflettere un po’ su cosa significhi “tornare vivi” grazie a qualcuno. Se il vostro San Valentino è più coccole che jump scare, questo è un primo appuntamento ideale con il lato dark.

    Lisa Frankenstein (2024)

    Lisa Frankenstein è la proposta perfetta per chi vuole un San Valentino horror con estetica pop, spirito anni Ottanta e una vena romantica volutamente stramba. Zelda Williams dirige e Diablo Cody scrive, e si sente perché il film ha un’identità molto precisa, camp, malinconica e sopra le righe al punto giusto. La protagonista è un’adolescente outsider che si lega a un cadavere vittoriano rianimato, e già questa frase basta a chiarire che siamo nel territorio del romance gotico più eccentrico. È consigliatissimo se amate le storie d’amore sbilenche, i personaggi un po’ freak e quel tono da fiaba nera che non chiede permesso. Non è il classico horror da spavento puro, è più una lettera d’amore ai mostri sentimentali, quelli che fanno tenerezza proprio mentre combinano disastri. Per una serata diversa dal solito, è davvero centrato.

    Auguri per la tua morte (2017)

    Se cercate un film che tenga insieme tensione, comicità e ritmo da maratona, Auguri per la tua morte è ancora una bomba. La protagonista viene uccisa la sera del suo compleanno e continua a rivivere lo stesso giorno finché non scopre chi la sta braccando. Il meccanismo da loop temporale rende tutto più giocoso e ti tiene incollata perché ogni ciclo cambia qualcosa, tra indizi, gag e svolte da slasher universitario. È ideale per chi vuole un horror “fun” che non rinuncia all’intrattenimento, con una protagonista che cresce scena dopo scena e non resta mai passiva. Per San Valentino funziona benissimo perché ha un’energia da roller coaster, quindi niente tempi morti e tanto coinvolgimento. È uno di quei titoli che metti per passare una serata leggera e finisci per riguardare ogni volta che hai voglia di brividi con sorriso incluso.

    Freaky (2020)

    Freaky prende lo scambio corpi alla Freaky Friday e lo trasforma in uno slasher brillante, sanguinoso e sorprendentemente tenero. Una liceale si scambia il corpo con un serial killer e da lì parte un gioco folle su identità, genere e sopravvivenza che non perde mai il senso del divertimento. Vince Vaughn e Kathryn Newton reggono il film con una chimica comica fortissima e una fisicità che rende ogni scena più gustosa. Se volete un titolo da San Valentino che non scivoli nel solito romance ma mantenga un cuore emotivo, questo è perfetto. È adatto a chi ama l’horror che osa con il tono e non si limita a ripetere formule. In coppia funziona perché alterna risate e coltellate con naturalezza, e alla fine ti lascia quella sensazione rara di avere visto qualcosa di davvero giocoso, non solo derivativo.

    Finché morte non ci separi (2019)

    Con Finché morte non ci separi il romanticismo dura giusto il tempo di una cerimonia, poi si passa alla caccia notturna più elegante e feroce degli ultimi anni. Una sposa entra nella famiglia sbagliata e scopre che il rito nuziale prevede letteralmente una partita mortale. Samara Weaving è magnetica, il tono è nero ma mai pesante, e il film usa la satira sociale senza diventare predica. È la scelta giusta se vi piacciono gli horror con ritmo alto e personalità, dove la suspense convive con una comicità tagliente. Per San Valentino è perfetto quando volete una visione più “noi contro il mondo” che “cena romantica”, perché trasforma il matrimonio in un campo di battaglia con stile e cattiveria. Tra sangue, ironia e ribaltamenti, resta uno dei migliori date movie horror degli ultimi anni.

    Jennifer’s Body (2009)

    Negli anni Jennifer’s Body è passato da titolo frainteso a vero cult, e oggi si guarda con occhi diversi perché la sua miscela di desiderio, amicizia tossica e mostruosità femminile era avanti rispetto al marketing dell’epoca. La storia segue Jennifer, cheerleader posseduta che divora i compagni di scuola, mentre la sua migliore amica prova a fermarla senza riuscire a spezzare un legame emotivo complicatissimo. È un film perfetto per San Valentino se vuoi un horror sexy e ironico, ma con sottotesto e personalità. Non è solo “hot horror”, è anche un racconto pungente su dinamiche di potere, identità e fame affettiva. Se amate i titoli che migliorano col tempo e che diventano più ricchi a ogni rewatch, questa è una scelta top. E in coppia può aprire anche discussioni interessanti, oltre ai soliti urletti sul divano.

    The Love Witch (2016)

    Se il vostro ideale di serata horror include estetica vintage, colori saturi e un erotismo ipnotico, The Love Witch è una scelta meravigliosa. Anna Biller firma praticamente tutto e costruisce un film che sembra uscito dagli anni Sessanta, ma parla in modo lucidissimo di desiderio, ruoli di genere e fantasie romantiche. La protagonista usa la magia per farsi amare e ogni incontro diventa una variazione sul tema del controllo emotivo. È un horror anomalo, più sensoriale che spaventoso, che funziona benissimo quando vuoi qualcosa di sofisticato ma accessibile. Per San Valentino è perfetto perché trasforma la ricerca dell’amore in un rituale pericoloso e seducente, con immagini che restano in testa parecchio. Se amate il cinema di atmosfera e i film che sembrano una pozione, questo titolo è una vera dichiarazione d’intenti.

    Crimson Peak (2015)

    Crimson Peak è la scelta da fare quando volete un San Valentino gotico, elegante e pieno di passione malata. Guillermo del Toro imposta la storia come un romance oscuro travestito da ghost story, e quel mix di case decadenti, segreti di famiglia e desideri repressi funziona sempre. Il film è visivamente sontuoso ma non freddo, perché al centro c’è una dinamica affettiva pericolosa che si consuma tra attrazione e manipolazione. È ideale per chi ama i melodrammi in costume con una vera anima horror e non solo qualche apparizione spettrale di contorno. Se vi piace la tensione lenta, quella che cresce tra corridoi, sguardi e promesse sbagliate, qui trovate pane per i vostri denti. È meno “spavento da salto” e più febbre romantica, quindi perfetto per una serata intensa e un po’ teatrale.

    Il giorno di San Valentino (1981)

    Chiudiamo con un cult che non ha bisogno di troppe cerimonie, Il giorno di San Valentino – nella versione originale con il ben più iconico nome My Bloody Valentine – porta il tema della festa degli innamorati direttamente dentro uno slasher sporco, minerario e super anni Ottanta. Un gruppo di giovani organizza un party di San Valentino e finisce nel mirino di un killer in tenuta da minatore. È un film ruvido, semplice e molto efficace nel creare atmosfera, soprattutto se amate il gusto vintage del genere con omicidi creativi e tensione da provincia industriale. Per una maratona di coppia è l’ideale come gran finale, perché ti regala quel piacere da horror classico che oggi suona quasi confortante. Non è raffinato, non vuole esserlo, e proprio per questo resta memorabile. Se il vostro primo amore è davvero il brivido, questo titolo è il bacio con i denti perfetto.

  • 15 film sensuali e “piccanti” perfetti da guardare a San Valentino

    15 film sensuali e “piccanti” perfetti da guardare a San Valentino

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    San Valentino può essere tante cose: cena a lume di candela, delivery sul divano, o messaggi passivo-aggressivi su “scegli tu il film”. Noi scegliamo la quarta via: romance hot, zero sbatti.

    Questa lista è pensata per chi vuole alzare la temperatura senza finire in drammi erotici pesanti o storie problematiche: qui si gioca con chimica, flirt, battibecchi, tensione sessuale e scene spicy al punto giusto.

    Insomma, film che fanno il loro dovere: intrattengono, fanno sorridere, fanno arrossire, e magari migliorano pure il dopocena. Dai classici “friends to lovers” alle rom-com più sfacciate, fino ai titoli recenti con energia da date night perfetta, questi 15 film – dal più soft al più hot – sono l’arsenale ideale per una maratona romantica… con termostato emotivo (e non solo) impostato su “caldo”.

    Come far perdere la testa al capo (2018)

    Se vuoi partire dal lato più soft ma super frizzante, Come far perdere la testa al capo è la scelta giusta: una rom-com da ufficio che trasforma lo stress lavorativo in flirt, caos e tensione crescente. La premessa è semplice (due assistenti cercano di far innamorare i rispettivi capi), ma il film funziona perché Zoey Deutch e Glen Powell hanno un timing comico impeccabile e una chimica che passa dalle battute al desiderio in modo naturale. È il classico titolo da San Valentino “easy”: leggero, brillante, pieno di energia da screwball moderna, con quel mood da serata in cui vuoi divertirti prima di tutto. Non è il film più audace della lista, ma è perfetto per aprire la maratona: ti mette subito nel tono giusto, tra romanticismo pop, dialoghi veloci e attrazione che cresce scena dopo scena.

    Fire Island (2022)

    Fire Island è probabilmente il titolo queer più “date night” che puoi scegliere: leggero, sexy, pieno di battute e con una chimica di gruppo che funziona benissimo. La premessa (vacanza estiva tra amici gay sull’isola) viene usata per parlare di desiderio, classe, insicurezze e romanticismo senza diventare pesante. Il film è apertamente ispirato a Orgoglio e pregiudizio, ma in chiave moderna e pop, quindi resta frizzante e super accessibile anche a chi non cerca un drama impegnativo. In più ha avuto ottima ricezione critica, proprio perché unisce comicità e cuore.

    Bros (2022)

    Se vuoi un’altra rom-com queer “spicy ma easy”, Bros è perfetto: due uomini allergici all’impegno che finiscono per innamorarsi, tra sarcasmo, caos emotivo e scene sensuali trattate con tono brillante. È un titolo importante anche industrialmente: viene spesso citato come una delle prime rom-com gay prodotte da un grande studio con cast principale apertamente LGBTQ+. Il mood è quello giusto per San Valentino: sexy, divertente, autoironico, senza scivolare nel melodramma pesante.

    Rosso, Bianco & Sangue Blu (2023)

    Rom-com queer da manuale “enemies to lovers”, Rosso, Bianco & Sangue Blu è perfetto per chi vuole chimica, scene spicy e tanta tenerezza emotiva senza entrare in territori cupi. Il film punta su alchimia, banter e fantasia romantica ad alto tasso di escapismo: politica e protocollo restano cornice, il cuore è il rapporto tra due persone che imparano a scegliersi pubblicamente. È un titolo ideale per San Valentino perché bilancia benissimo sensualità e dolcezza, con momenti intimi che hanno peso narrativo e non solo funzione decorativa. Se cerchi un romance moderno, pop e caloroso, è una scelta facilissima da consigliare: fa esattamente quello che promette, con stile.

    Tutti tranne te (2023)

    Classico setup da commedia romantica moderna: due persone che si punzecchiano, fingono, si respingono e inevitabilmente esplodono di chimica. Tutti tranne te punta tutto sul carisma dei due lead e su una tensione “da vacanza” che alterna battute, caos e scene decisamente piccanti per gli standard del genere mainstream recente. È il film giusto per una serata in cui vuoi leggerezza sexy, senza sovrastrutture drammatiche. In più ha quell’energia da crowd-pleaser che lo rende perfetto anche in visione condivisa: ritmo alto, romanticismo pop, zero pesantezza. Se cerchi una rom-com frizzante che riporti il desiderio al centro in modo giocoso, qui vai sul sicuro.

    Amici, amanti e… (2011)

    Sorella “speculare” di Amici di letto (2011), ma con un tono più morbido e romantico: Amici, amanti e… prende il classico patto “niente sentimenti” e lo trasforma in un percorso di avvicinamento emotivo pieno di momenti sexy, imbarazzanti e sinceri. Ashton Kutcher e Natalie Portman lavorano bene sul contrasto tra controllo e desiderio, e il film resta godibile perché non cerca di essere cinico a tutti i costi. È perfetto per chi vuole una visione piccante ma rassicurante, con una struttura da rom-com classica e abbastanza scintille da tenere alta l’attenzione. Non rivoluziona il genere, però lo interpreta bene: leggero, ammiccante, romantico al punto giusto per una notte di San Valentino senza pensieri.

    Amici di letto (2011)

    Questo è il comfort movie da serata leggera: premise semplicissima, dialoghi veloci, due protagonisti con un’energia che regge quasi tutto da sola. Amici di letto gioca con i cliché della rom-com e li prende in giro mentre li usa benissimo, trovando un equilibrio tra commedia fisica, attrazione esplicita e tenerezza. La parte “piccante” c’è, ma il tono resta pop e accessibile: mai cupo, mai moralista. È il film giusto se vuoi qualcosa di sexy ma divertente, senza drammi ingestibili né svolte troppo pesanti. In coppia funziona perché è frizzante; da soli funziona perché ha ritmo e ti ricorda quanto la chimica, quando c’è, valga più di qualsiasi premessa perfetta.

    SWOP – I sesso dipendenti (2015)

    Tra i titoli meno scontati della lista, SWOP – I sesso dipendenti è quello che sorprende di più: è sexy, ironico, moderno e molto più affettuoso verso i suoi personaggi di quanto sembri all’inizio. Jason Sudeikis e Alison Brie hanno una dinamica eccellente fatta di provocazione, auto-sabotaggio e complicità crescente. Il film parla di desiderio, certo, ma soprattutto di maturità emotiva: come si passa dal flirt alla fiducia senza perdere l’energia iniziale? Se vuoi qualcosa di “hot” con scrittura brillante e un tono meno patinato della media rom-com mainstream, questa è una scelta top. Perfetto per chi ama le storie dove la tensione nasce tanto dalle parole quanto dal corpo.

    Amore & Altri Rimedi (2010)

    Se cerchi un film che unisca romantic comedy e passione adulta, Amore & Altri Rimedi resta una scelta super efficace. Parte come una commedia brillante tra due persone allergiche ai legami, poi trova una vena emotiva più profonda senza diventare un melodramma ingestibile. La chimica tra Anne Hathaway e Jake Gyllenhaal è il cuore del film: non solo attrazione fisica, ma ritmo, ironia, fragilità. È perfetto per San Valentino se vuoi un titolo “spicy” che non sia solo superficie, con scene sensuali inserite in una storia che parla anche di paura dell’intimità. Ideale per chi ama i romance adulti in cui si ride, ci si stuzzica, e poi ci si scopre un po’ più vulnerabili del previsto.

    L’idea che ho di te (2024)

    L’idea che ho di te è il film da scegliere se vuoi un romance più elegante ma comunque molto fisico: attrazione immediata, differenza d’età gestita in chiave adulta, glamour musicale e una protagonista che rimette al centro il proprio desiderio. Anne Hathaway e Nicholas Galitzine reggono bene la dinamica “fantasia pop + vulnerabilità reale”, e il film resta scorrevole anche quando tocca i lati più emotivi della relazione. Per San Valentino è ottimo se vuoi qualcosa di sexy ma non cinico, con una confezione curata e una sensualità che passa sia dal contatto sia dalla messa in scena. Perfetto per chi ama i romance contemporanei con un pizzico di wish-fulfillment ben dosato.

    Mr. & Mrs. Smith (2005)

    Qui il piccante arriva travestito da action: Mr. & Mrs. Smith funziona perché trasforma il matrimonio in un campo di battaglia sensuale, tra litigate-coreografate e riconquista reciproca. È un film che vive di stile e carisma, ma la vera marcia in più resta la chimica esplosiva tra i protagonisti, ancora oggi il motivo per cui si riguarda volentieri. Per San Valentino è l’opzione ideale se vuoi uscire dalla rom-com pura senza perdere tensione erotica e gioco di coppia. C’è adrenalina, c’è ironia, c’è quell’energia da “enemies to lovers… già sposati” che rende tutto più divertente. Una scelta perfetta per chi vuole passione con più ritmo e meno sdolcinatezze.

    Magic Mike XXL (2015)

    Se l’idea è una visione apertamente hot ma positiva e giocosa, Magic Mike XXL è un candidato fortissimo. Più che un drama, è una celebrazione leggera del desiderio, dello spettacolo e del piacere consensuale, con un tono sorprendentemente feel-good. Il film è praticamente costruito come una serata-evento: performance, flirt, umorismo e un’energia collettiva che non si prende troppo sul serio. Per San Valentino funziona benissimo perché è sensuale senza essere pesante, e mantiene sempre un’attitudine inclusiva e divertente. È la scelta giusta se vuoi alzare la temperatura ma restare nel territorio dell’intrattenimento puro, con la vibe da party movie romantico e spensierato.

    10DANCE (2025)

    Se vuoi un titolo queer davvero “piccante” ma elegante, 10DANCE è perfetto: prende la dinamica rivals-to-lovers e la trasforma in uno slow burn sensuale fatto di allenamenti, attrito, controllo e cedimenti. Due campioni di ballo da sala, opposti per stile e temperamento, decidono di allenarsi insieme per una competizione e finiscono per avvicinarsi sempre di più: la chimica cresce scena dopo scena, senza bisogno di forzature. La parte migliore è proprio il linguaggio del corpo: qui desiderio, orgoglio e vulnerabilità passano prima dalla coreografia e poi dalle parole. È il tipo di film ideale per la tua lista di San Valentino perché resta romantico e coinvolgente, ma con una tensione fisica costante e molto “date night”. E poi, dopo questo film, le metropolitane avranno un sapore diverso…

    Hit Man (2023)

    Se invece vuoi salire di temperatura con qualcosa di più adulto, Hit Man è perfetto: Richard Linklater firma una rom-com crime sensuale e ironica, dove Glen Powell gioca con identità multiple e Adria Arjona porta in scena una chimica magnetica, pericolosa, molto “forbidden flirt”. Il film parte da una storia vera (il finto sicario usato dalla polizia nelle operazioni sotto copertura), ma la svolta vincente è il gioco erotico-psicologico tra i due protagonisti: maschere, fantasia, ruolo, desiderio. È spicy senza diventare pesante, brillante senza essere superficiale. In una lista San Valentino funziona benissimo perché unisce tensione romantica, umorismo e quel tipo di attrazione adulta che non vive di cliché adolescenziali. Tradotto: più pepe, più rischio, più scintille.

    Challengers (2024)

    Per chi vuole un San Valentino più “elettrico” che zuccheroso, Challengers è la scelta più audace della lista: triangolo, competizione, desiderio e potere fusi in un racconto sportivo-sentimentale ad altissima tensione. Non è una rom-com, ma è incredibilmente sensuale nel modo in cui filma corpi, sguardi e rivalità. La chimica tra i tre protagonisti è il vero motore: ogni dialogo sembra un match, ogni match sembra una scena intima. È ideale se ti piace il romance quando diventa anche gioco psicologico, senza però scivolare nel dramma “pesante” che volevi evitare. Un film hot in senso contemporaneo: meno esplicito da catalogo erotico, più carico di magnetismo e dinamica.

  • “La vita va così” e altri 6 film italiani ispirati (parzialmente) a storie vere

    “La vita va così” e altri 6 film italiani ispirati (parzialmente) a storie vere

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    La vita va così. E il cinema non è da meno. Spesso quello che vediamo tra film e serie tv non è completamente frutto della mente degli sceneggiatori, che di sana pianta hanno inventato dal nulla una storia. Si attinge sempre dal quotidiano, che si tratti di esperienze vissute direttamente o di fatti di cronaca letti sul giornale. C’è chi lo nasconde o chi lo esplicita, proprio come si trattasse di un marchio.

    Perché solitamente quel “tratto da una storia vera” stimola la nostra curiosità di spettatori, portandoci ad affidarci a un racconto che, per quanto possa emozionare o sorprendere, sappiamo essere plausibile perché realmente accaduto. 

    Non è un caso che nella Top 10 italiana di Netflix ci sia proprio La vita va così (2025), l’ultima fatica di Riccardo Milani con protagonisti Virginia Raffaele e Diego Abatantuono, che prende le mosse dalla storia del pastore sardo che vinse quella che venne definita “la battaglia del cemento” nella zona di Capo Malfatano. Di seguito una lista di film italiani ispirati (parzialmente) a storie realmente accadute. Da vicende private a una serie di episodi che si sono intrecciati con la Storia, saranno garantite delle emozioni, che vi spingeranno, a volte, di andare ad approfondire se le cose che ci sono state raccontate siano sempre andate davvero così.

    1. La vita va così (2025)

    La vita va così di Riccardo Milani è una fiaba che vede contrapposto un anziano pastore sardo a un colosso delle costruzioni, intenzionato a edificare un resort di lusso nel Sud della Sardegna. Nessuna intenzione del primo a vendere la sua porzione di territorio, nonostante le incredibili offerte milionarie, dando così filo da torcere a un investimento da centinaia di milioni di euro. La sceneggiatura però è ispirata alla vera storia di Ovidio Marras, nel film diventato Efisio Mulas, pastore e agricoltore a Capo Malfatano, comune di Teulada, di fronte alla spiaggia di Tuerredda, una delle zone più belle della Sardegna sud occidentale, che si dimostrò capace di difendere in maniera ostinata la propria terra dal cemento. Apertura della scorsa Festa del Cinema di Roma, è un film che unisce divertimento e riflessione, consigliato per chi ha apprezzato altre commedie di Milani (titoli come Scusate se esisto! (2014), di cui parleremo tra poco) in grado di mescolare in maniera equilibrata ironia e denuncia sociale.

    2. Il falsario (2026)

    “Negli anni ’70 e ’80 è vissuto a Roma un falsario che ha incrociato personaggi straordinari, poteri e segreti. Questa è la sua storia. O almeno una delle possibili.”. Si apre con questo disclaimer Il falsario di Stefano Lodovichi, film da poco disponibile su Netflix, che sta riscontrando grande entusiasmo da parte del pubblico di tutto il mondo. Tratto dal libro di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, "Il falsario di Stato", il film dipinge uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo, ripercorrendo la storia di Antonio Chichiarelli, detto Tony, un personaggio realmente esistito, le cui avventure si sono intrecciate con i grandi misteri del nostro Paese. Magistralmente interpretato da Pietro Castellitto, Chichiarelli ha orchestrato la più grande rapina mai compiuta in Italia, dall’incredibile bottino di 35 miliardi di lire, e ha realizzato il falso comunicato n.7 delle Brigate Rosse del 18 aprile del 1978, tra i massimi depistaggi più significativi durante il sequestro di Aldo Moro.  Al di là di alcune situazioni macchiettistiche, il film è avvincente, ha ritmo e mescola generi diversi, rendendolo anche divertente, nel racconto della parabola di un giovane artista, che dalla contraffazione di opere d’arte è finito per ritrovarsi implicato nelle pagine più misteriose della storia del nostro Paese.

    3. Mixed by Erry (2023)

    L’ascesa e caduta di Erry Frattasio, primo “pirata” della discografia italiana. Un impero illegale, che vide anche il coinvolgimento dei suoi fratelli, che segnò la storia musicale degli anni 90, grazie alla dilagante e incontrollata diffusione di audiocassette contraffatte, fino all’intervento delle autorità che lo smantellò. È il soggetto di Mixed by Erry, il film di Sydney Sibilia. Non si tratta di una storia di finzione, bensì di realtà. I veri protagonisti sono Enrico, Peppe e Angelo Frattasio, che da Forcella, quartiere di Napoli, iniziano a mixare compilation, inizialmente per gli amici e successivamente a pagamento per chi gliele chiedesse. Gli affari si sono ingrossati, rendendo “Mixed by Erry” una vera e propria etichetta musicale, la prima in Italia per introiti. In un’intervista, Enrico, appassionato di musica con il sogno di fare il dj, ha persino rivelato che “su una scala da 1 a 10, diciamo che il film è veritiero 6”, ammettendo che la vicenda è stata necessariamente romanzata. Una visione consigliata ai nostalgici degli anni Ottanta e Novanta, che con ironia e un buon ritmo ci racconta un’incredibile storia partenopea dal sapore internazionale. 

    4. Rapito (2023)

    Da Steven Spielberg a Marco Bellocchio. Sì, perché alla base di Rapito, diretto dal leggendario regista oggi ottantaseienne, a breve su HBO Max con la sua ultima fatica, Portobello (2026), c’è il caso di Edgardo Mortara, che in precedenza aveva attirato l’attenzione del cineasta che ha firmato pellicole come Schindler’s List (1993) ed E.T. L’extraterrestre (1982). Il film racconta infatti di Edgardo Mortara, un bambino ebreo di sei anni, che nel 1958 fu strappato alla sua famiglia a Bologna dalle autorità pontificie, dopo che si era sparsa la voce che fosse stato battezzato all’insaputa degli stessi genitori da una domestica. Fu portato a Roma per essere educato nella religione cattolica, e una volta cresciuto resterà fedele alla Chiesa, facendosi infine prete. Una tragica storia di “conversione forzata”, ambientata in un Italia che si stava avvicinando all’Unità, che scatenò una mobilitazione internazionale da parte della comunità ebraica, mentre il Papa Pio IX si assunse personalmente la responsabilità del rapimento, in difesa dell’operato del Sant’Uffizio. Rapito (2023) è un film ben confezionato, di alto valore artistico e storico, imperdibile per gli appassionati e al tempo stesso capace di parlare a un pubblico più vasto, che si inserisce in un filone di cinema civile con occhio sui grandi fatti del nostro Paese percorso da Bellocchio con titoli come Il traditore (2019) su Tommaso Buscetta, Esterno Notte(2021) su Aldo Moro e l’ultimo Portobello (2026) su Enzo Tortora.

    5. L’incredibile storia dell’isola delle rose (2020)

    Sydney Sibilia è attratto dalle storie vere. È evidente dalla sua filmografia, e possiamo vederlo anche in un altro lavoro di qualche anno fa, L’incredibile storia dell’isola delle rose. Per quanto assurdo, è un film anch’esso tratto da una storia incredibilmente vera. È stata proprio la vicenda di Giorgio Rosa, ingegnere bolognese, che nell’estate del 1968 inaugurò una struttura in cemento e lamiere di circa 400 metri quadrati nel mare Adriatico, a distanza tale da trovarsi fuori dalle acque territoriali. Nelle sue intenzioni la piattaforma doveva essere una micronazione indipendente, con tanto di moneta, francobolli, lingua autonoma e quant’altro. Un’utopia in salsa romagnola durata solo 55 giorni, conclusasi con l’abbattimento della struttura dal governo italiano con due tonnellate di esplosivo. La pellicola con Elio Germano restituisce una rielaborazione della vicenda attraverso un progetto ambizioso, ben curato nei dettagli e dal tono leggero, che ci offre un affresco inedito dell’Italia in quel periodo cruciale che era la fine degli anni Sessanta, e soprattutto una storia degna di essere conosciuta.

    6. 18 regali (2020)

    Non poteva che essere vera una storia così drammatica. 18 regali racconta infatti di Elisa Girotto, una donna che prima di morire a causa di una terribile malattia decide di lasciare una lista di diciotto regali per la figlia che non potrà crescere. Il film di Francesco Amato è straziante, oltre che per le intense interpretazioni del cast, probabilmente proprio per il contributo del marito della donna, Alessio Vincenzotto, che ha collaborato attivamente alla sceneggiatura, aggiungendo così veridicità a un racconto che non può non toccare il cuore del pubblico, con l’intenzione di mandare soprattutto un messaggio di forza alle tante donne che purtroppo combattono quotidianamente per la propria vita affinché possano trovare un esempio in Elisa.

    7. Scusate se esisto! (2014)

    Di nuovo Riccardo Milani, che dirige la coppia Cortellesi-Bova per una commedia incentrata sul ritorno in Italia di Serena, un architetto che ha goduto di incredibile successo all’estero. Le difficoltà nel trovare lavoro non tarderanno ad arrivare, tanto da portare la protagonista a fingersi uomo. È una storia vera quella che ha ispirato Scusate se esisto! (2014), ovvero quella di Guendalina Salimei, un'architetta romana nota per il suo progetto di riqualificazione del quartiere Corviale di Roma, poi rielaborata con le dovute distanze. In fase di sceneggiatura, con l’idea che la protagonista fosse un architetto che si occupasse di grandi opere, Milani e la Cortellesi si sono imbattuti nel progetto approvato dal Comune di Roma, realizzato da un architetto donna, potendo contare così sulla sua consulenza che si rivelò preziosa. Tra comicità e serietà nell’interpretazione di Serena, nel complesso è una commedia leggera che tratta molti aspetti contemporanei, soprattutto la piaga della discriminazione di genere nel mondo del lavoro.

  • “Heated Rivalry” e le altre serie TV in cui la chimica ha fatto la differenza

    “Heated Rivalry” e le altre serie TV in cui la chimica ha fatto la differenza

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    C’è una cosa che i dati non misurano (bene), ma che Internet riconosce in mezzo secondo: la chimica. Quella scintilla che fa sembrare ogni sguardo un sottotesto, ogni battuta una promessa, ogni sfioramento un evento.

    Negli ultimi mesi, Heated Rivalry (2025– in corso) è diventata la prova vivente che, quando trovi “la coppia giusta”, puoi trasformare una serie piccola (e di nicchia, almeno sulla carta) in un fenomeno globale. Uscita a fine 2025 e cresciuta di settimana in settimana grazie al passaparola, la serie ha fatto impazzire il fandom soprattutto per l’alchimia tra i suoi due protagonisti, con numeri di visione in impennata e un’eco culturale che è arrivata ben oltre la bolla romance.

    La chimica tra Hudson Williams e Connor Storrie non è “solo” sexy (lo è), ma soprattutto emotiva: si sente che ogni scena è una contrattazione, un gioco di potere, un rischio. È una serie perfetta se cerchi romance adulto, tensione costante e una messa in scena che non tratta l’intimità come fanservice, ma come narrazione.

    Il bello è che questa chimica non è rimasta confinata allo schermo: in “pochissimo tempo” i due attori sono passati da volti semi-sconosciuti a presenze da red carpet, interviste virali, passerelle, presenter ai Golden Globes e persino portatori della fiamma olimpica alle Olimpiadi invernali Cortina Milano 2026, diventando un caso di scuola su come fandom + social possano accelerare la popolarità di una coppia (e, di riflesso, di uno show). E mentre in Russia la serie ha fatto parlare di sé anche per la sua ricezione “sotterranea” in un contesto ostile alle narrazioni LGBTQ+, in Italia l’arrivo è diventato un piccolo evento pop: segno che la chimica, quando funziona, supera confini e algoritmi.

    Sotto trovi 10 serie che – ciascuna a modo suo – hanno dimostrato la stessa cosa: a volte è la chimica a fare la serie.

    Compagni di Viaggio (2023)

    Se Heated Rivalry ti ha conquistata perché “si sente” che i protagonisti si desiderano anche quando non si toccano, Compagni di Viaggio gioca la stessa partita, ma con un’intensità più tragica e politica. La chimica tra Matt Bomer e Jonathan Bailey è il vero collante: non è solo attrazione, è un rapporto fatto di squilibri, dipendenza emotiva, promesse non dette e paura di esistere alla luce del sole. La serie attraversa decenni (dal maccartismo fino alla crisi dell’AIDS), ma resta sorprendentemente intima: ogni salto temporale sembra chiederti “che prezzo ha avuto amarci così?”. È una miniserie che funziona se cerchi romance adulto, doloroso, con scene d’intimità che non sono decorazione ma conseguenza narrativa.

    Nobody Wants This (2024–2025)

    Se ti piacciono le serie in cui la chimica è praticamente un genere a sé, Nobody Wants This merita il posto in lista: gran parte del suo fascino sta nel modo in cui Kristen Bell e Adam Brody si “accendono” a vicenda tra battute, imbarazzi e quel ritmo da rom-com intelligente che non ha paura di essere tenera. Lei è una podcaster agnostica e schietta, lui un rabbino appena tornato single: la premessa potrebbe sembrare un cliché, ma la serie vince quando smette di spiegarla e si concentra sulle reazioni, sugli sguardi e sulle micro-frizioni (famiglie invadenti incluse). Il punto forte è proprio l’energia da screwball moderna: dialoghi scattanti, vulnerabilità a sorpresa, e una tensione romantica che regge anche quando la trama fa un passo indietro. Non a caso, anche la critica ha indicato l’“irresistibile chemistry” dei protagonisti come l’ingrediente decisivo.

    Bridgerton (2020– in corso)

    Ci sono serie costruite sulle trame, e serie costruite sulle coppie: Bridgerton appartiene senza vergogna alla seconda categoria. Ogni stagione è una scommessa: cambiare protagonisti e chiedere al pubblico di innamorarsi di nuovo. Quando funziona, è perché la chimica regge il peso del melodramma, delle regole sociali e dei dialoghi “a lama”. È la serie ideale se vuoi romanticismo iper-stilizzato, un’estetica da caramella velenosa e quella sensazione da “un altro episodio e poi basta” (spoiler: non basta mai). E soprattutto: ti ricorda che il romance seriale è un genere di performance – devi credere a due persone nella stessa stanza, prima ancora che al resto del mondo.

    Normal People (2020)

    Qui la chimica non è fuoco d’artificio: è una corrente sotterranea che ti prende allo stomaco. Paul Mescal e Daisy Edgar-Jones sembrano conoscersi da sempre, e infatti la serie funziona proprio perché rende credibile quella cosa difficilissima: due persone che si feriscono senza volerlo, e che continuano a tornare l’una dall’altra perché “altrove” non succede la stessa verità. Normal People è perfetta se cerchi un romance realistico, doloroso, intimo, dove il sesso non è una scorciatoia ma un linguaggio. Il tono è sommesso, quasi pudico, e proprio per questo l’intensità arriva più forte.

    Fleabag (2016–2019)

    La chimica, a volte, è una confessione detta ridendo. In Fleabag ti innamori della voce prima ancora della storia: Phoebe Waller-Bridge ti guarda in camera e ti rende complice, poi arriva la seconda stagione e l’alchimia con Andrew Scott (il “prete”) riscrive il manuale del desiderio trattenuto. Funziona perché non è solo attrazione: è riconoscersi nel punto più sbagliato e più vero. Se ti piacciono le rom-com che però ti lasciano lividi, questo è il titolo. E se pensi di “non amare le serie romantiche”, Fleabag è spesso quella che ti frega: perché la chimica qui è anche dolore, ironia, vergogna, bisogno.

    X-Files (1993–2018)

    Prima che il termine “shipping” diventasse una religione online, c’erano Mulder e Scully. La chimica tra Gillian Anderson e David Duchovny è l’esempio perfetto di tensione costruita sul non detto: due adulti che si rispettano, si provocano, si salvano – e intanto il pubblico impazzisce per ogni micro-espressione. X-Files è una serie enorme, ma la sua magia sta spesso nelle scene piccole: una torcia accesa, una pausa prima di una risposta, uno sguardo che vale più di dieci baci. Se ti piace il romance che vive sotto pelle (e il mistero come afrodisiaco narrativo), è ancora una lezione.

    Intervista col Vampiro (2022– in corso)

    Se parliamo di serie dove la chimica fa da motore, Intervista col vampiro è un caso perfetto: la relazione tra Louis de Pointe du Lac e Lestat de Lioncourt a tenerti incollato. Jacob Anderson e Sam Reid giocano di sottrazione e eccesso: uno trattiene, l’altro invade, e in mezzo nasce una tensione erotica e tragica che rende credibile ogni svolta, anche quella melodrammatica. La sensualità è parte del racconto – molto più dell’opera originale – ma sempre intrecciata a potere, dipendenza e manipolazione. Una New Orleans lussureggiante dove i dialoghi hanno quel gusto da confessione velenosa. Perfetta se vuoi un romance gotico adulto, più crudele che consolatorio.

    Outlander (2014– in corso)

    Outlander è la prova che la chimica può diventare worldbuilding. La relazione tra Caitriona Balfe e Sam Heughan regge viaggi nel tempo, guerre, intrighi e chilometri di trauma – eppure resta credibile perché ha una fisicità “vissuta”, quotidiana, non da cartolina. È una serie per chi ama il grande melodramma storico, ma vuole anche un legame centrale che si evolva, inciampi, maturi. Quando la scrittura prende strade più soap, loro due riportano tutto a terra: uno sguardo, una mano, una decisione condivisa. Se ti è piaciuta l’intimità “epica” di certi romance fantasy, qui trovi una versione più carnale e feroce.

    Killing Eve (2018–2022)

    Qui la chimica è pericolo: magnetica, disturbante, impossibile da “risolvere” in modo pulito. Sandra Oh e Jodie Comer trasformano un gioco di caccia in una storia d’ossessione reciproca, dove ogni incontro è un corteggiamento e una minaccia insieme. Killing Eve funziona quando abbraccia la sua natura ambigua: non è una love story tradizionale, è una danza tra due donne che si vedono troppo bene – e proprio per questo si fanno male. Se ami la tensione erotica che nasce dalla mente (prima che dal corpo), è una serie che lascia il segno. Bonus: l’umorismo nero, quando entra, rende tutto ancora più crudele.

    Heartstopper (2022– in corso)

    La chimica qui non è “hot”, è tenera – ed è proprio questo che la rende rara. Joe Locke e Kit Connor hanno un’intesa che sembra crescere insieme ai personaggi: impacciata, luminosa, vera. Heartstopper ha un tono gentile senza essere ingenuo: parla di identità, paura, desiderio di essere scelti, e lo fa con una delicatezza che non toglie peso ai conflitti. La chimica, in questo caso, è lo strumento che ti fa credere alla cura: al modo in cui due persone possono diventare un posto sicuro. Se hai bisogno di una serie comfort che però non banalizzi l’esperienza queer, è una scelta quasi terapeutica.

  • Da “Orgoglio e Pregiudizio” a “Noi siamo infinito”: i 10 adattamenti di romanzi più fedeli di sempre

    Da “Orgoglio e Pregiudizio” a “Noi siamo infinito”: i 10 adattamenti di romanzi più fedeli di sempre

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Il caso Heated Rivalry (2025–in corso) è interessante perché racconta una verità che gli adattamenti “furbi” – soprattutto in vista dell’uscita del “Cime Tempestose” (2026) di Emerald Fennell e delle polemiche si sono abbattute contro – ignorano: non basta prendere un titolo amato, serve trasferire sullo schermo tono, dinamica emotiva e identità dei personaggi.

    Ma, soprattutto, per quanto un adattamento dovrà necessariamente fare delle scelte drammaturgiche differenti rispetto a quelle su carta (perché non tutto ciò che funziona all’interno di un libro può funzionare allo stesso modo su schermo) rispettare l’anima dell’opera è essenziale. Nel caso di Heated Rivarly, ad esempio, la serie è esplosa rapidamente dopo il debutto, ed è stata subito rinnovata, trasformando i due protagonisti in un piccolo fenomeno pop nel giro di mesi, con un fandom che discute soprattutto della chimica tra Shane e Ilya più che dei classici “plot twist”.

    Perché? Perché con le dovute differenze, partendo già dal fatto che adatta direttamente il secondo libro della saga mentre gli eventi del primo – riguardanti la coppia Scott/Kip – vengono condensati in un episodio e mezzo, incarna perfettamente l’anima dei personaggi e della storia di Rachel Reid. Un buon adattamento non è una copia carbone, ma un’opera che comprende cosa non può assolutamente tradire. E quando succede, il risultato funziona anche per chi non ha mai letto il libro.

    In questa selezione ho scelto 10 titoli (tra film e serie) che vengono citati di frequente come casi virtuosi di fedeltà, soprattutto per tre motivi: coinvolgimento diretto dell’autore originale, formato adatto a non comprimere troppo il materiale (specie nelle miniserie), e coerenza narrativa tra pagina e schermo. Il risultato è una lista potenzialmente utile sia ai lettori “puristi” sia a chi vuole ottime opere audiovisive in senso assoluto.

    Orgoglio e Pregiudizio (1995)

    La miniserie BBC in 6 episodi di Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi il punto di riferimento quando si parla di Austen adattata con rigore e carisma. È un prodotto che ha il tempo giusto per lasciare respirare i passaggi del romanzo, non schiaccia Elizabeth e Darcy dentro una scorciatoia da “romance veloce”, e conserva la geometria sociale di classi, reputazione, matrimonio e denaro che rende il testo così moderno. Andrew Davies adatta il romanzo del 1813 senza sterilizzarlo, la lingua resta elegante ma la tensione emotiva arriva anche a chi non ha mai letto Austen.

    È quel tipo di fedeltà che non si limita a fare una copia carbone di ciò che sta adattando, ma ne comprende l’anima e l’essenza e più che mostrarci cosa accade, ce lo fa provare sulla pelle. Se sei alla ricerca di una versione che rispetti struttura e spirito dell’originale, qui vai sul sicuro.

    Ritorno a Brideshead (1981)

    Se, invece, vuoi un adattamento letterario “da manuale”, Ritorno a Brideshead è uno dei titoli più solidi in assoluto. La serie TV nasce dal romanzo di Evelyn Waugh e sceglie un’impostazione ampia, contemplativa, che mantiene il tono malinconico del libro tra decadenza aristocratica, desiderio, fede, rimpianto, memoria. Non cerca di “modernizzare” a ogni costo, e proprio questa scelta a mio parere la rende potentissima ancora oggi. Il ritmo è lento, lasciando spazio ai silenzi, ai dettagli di classe, alle crepe interiori dei personaggi.

    Per questo è perfetta per chi ama i period drama non artificiali, ma quelli in cui la messa in scena serve prima di tutto la psicologia. È una serie che dimostra come la fedeltà possa essere anche una questione di respiro narrativo; rispettare i tempi del romanzo è spesso il primo atto d’amore verso il materiale di partenza.

    Wolf Hall (2015–2024)

    Questo è uno dei rari casi in cui una trasposizione televisiva riesce a coprire un grande arco romanzesco – anche a distanza di moltissimo tempo – senza perdere precisione. Le due stagioni di Wolf Hall sono tratte dalla trilogia premiata di Hilary Mantel, e la seconda parte completa il percorso di Cromwell dopo la caduta di Anna Bolena. Non un “seguito opportunistico”, quanto più una costruzione coerente del progetto adattativo. Funziona perché non sacrifica la complessità politica per il colpo di scena e non riduce Cromwell a un protagonista monolitico.

    Se ti piacciono le serie in costume ad alta densità, con dialoghi pesati e conflitti di potere scritti bene, questa è una delle esperienze più appaganti in circolazione. E, lato adattamento, è il perfetto esempio di come il formato seriale possa proteggere romanzi complessi meglio di qualunque film da due ore.

    Una serie di sfortunati eventi (2017–2019)

    La versione Netflix di Una serie di sfortunati eventi è interessante perché corregge il limite tipico delle trasposizioni “compresse” cinematografiche: qui il progetto seriale si prende lo spazio necessario e arriva fino alla fine del ciclo. Netflix la presenta come serie in 3 stagioni, e la struttura complessiva è costruita proprio sul mondo Baudelaire; la documentazione della serie conferma inoltre l’adattamento dell’intera collana di Lemony Snicket, compresi i volumi finali nella terza stagione. Questo si sente nella resa: tono gotico-assurdo, humor nero, narratore invadente, malinconia da fiaba crudele. È un adattamento fedelissimo soprattutto nell’attitudine perché non addolcisce il cinismo del testo e non trasforma i protagonisti in eroi standard.

    Consigliato a chi ama storie young adult intelligenti, con un’identità stilistica forte e una coerenza di lungo periodo rara. Tra gli adattamenti “per famiglie”, è uno dei più rigorosi nel rispettare la voce originale.

    Holes - Buchi nel deserto (2003)

    Holes rientra nella categoria d’oro degli adattamenti: autore del romanzo coinvolto direttamente nella sceneggiatura. Louis Sachar firma lo script del film tratto dal suo libro, e questo spiega perché la trasposizione mantiene con precisione la struttura a incastro (presente/passato), il tono a metà tra avventura, umorismo e parabola morale, e l’equilibrio tra intrattenimento e sottotesto sociale. Non è un dettaglio da poco; molti film per ragazzi semplificano, qui invece il racconto conserva intelligenza e stranezza. Il risultato è accessibile ma mai banalizzato, con personaggi che restano riconoscibili per chi ha letto il romanzo.

    Se cerchi un adattamento “super fedele” che funzioni anche come film autonomo, questo è tra i migliori esempi mainstream: fedele, narrativamente pulito, emotivamente efficace. Ed è ancora oggi un titolo che regge benissimo una revisione adulta.

    Gone Girl - L’amore bugiardo (2014)

    Qui la fedeltà ha un nome e cognome: Gillian Flynn. L’autrice del romanzo ha scritto personalmente la sceneggiatura del film, e nelle interviste ha spiegato il lavoro di traduzione dal testo alla forma cinematografica. Questo passaggio autoriale è decisivo: Gone Girl non perde il suo veleno, non ripulisce i personaggi per renderli “più simpatici”, e conserva la natura disturbante del materiale originale. Certo, il cinema richiede sintesi e qualche ricalibratura, ma la temperatura morale resta la stessa: ambigua, corrosiva, lucidissima sul rapporto tra performance pubblica e intimità.

    Se ami i thriller psicologici che non cercano rassicurazione, è un caso studio perfetto di adattamento fedele nel tono prima ancora che negli eventi. Ed è proprio lì che tanti remake inciampano: copiano la trama, ma tradiscono lo sguardo. Gone Girl fa l’opposto!

    Room (2015)

    Anche qui abbiamo una continuità autoriale fortissima, Emma Donoghue firma la sceneggiatura del film tratto dal suo romanzo, ed è coinvolta in modo sostanziale nel processo creativo. Il risultato è un adattamento che preserva la delicatezza del testo evitando due rischi comuni: voyeurismo del trauma e retorica lacrimevole. Room resta una storia di sopravvivenza, sì, ma soprattutto di legame, linguaggio, ricostruzione. La fedeltà si vede nel punto di vista emotivo, in quanto il film non tradisce la prospettiva intima che rendeva il romanzo così potente. 

    Consigliato soprattutto a chi cerca drammi intensi ma rigorosi, dove la scrittura non usa il dolore come scorciatoia spettacolare. In termini di adattamento, è uno degli esempi più convincenti dell’ultimo decennio: cambia mezzo, non cambia anima. Ed è esattamente quello che dovrebbe fare ogni trasposizione davvero rispettosa.

    La storia fantastica (1987)

    La storia fantastica è un classico perché riesce in una cosa rarissima: essere fedele e, insieme, assolutamente vivo come film. William Goldman adatta per lo schermo il suo stesso romanzo del 1973, e questa continuità protegge il tono ibrido dell’opera – fiaba, avventura, romance, satira metanarrativa – senza appiattirlo in un fantasy generico. È una fedeltà “strutturale”: restano il gioco sul racconto, l’ironia sulla retorica eroica, i personaggi larger-than-life ma emotivamente leggibili. Per chi lavora sugli adattamenti, è una lezione da imparare in fretta; cioè rispettare un libro non significa imbalsamarlo, significa trovare una forma audiovisiva che ne mantenga il carattere.

    Se ti piacciono le storie capaci di parlare a pubblici diversi (cinefili, lettori, spettatori casual), questo è uno dei ponti migliori mai costruiti tra pagina e schermo.

    Le regole della casa del sidro (1999)

    Quando un autore adatta il proprio romanzo e vince anche l’Oscar per la sceneggiatura, il segnale arriva forte e chiaro. Le regole della casa del sidro nasce dal libro di John Irving ed è scritto per il cinema dallo stesso Irving, che riceve l’Academy Award proprio per questo lavoro. Il film conserva i nodi morali del testo senza svuotarli o ridicolizzarli. Sì, è un adattamento che semplifica dove serve al cinema, ma non neutralizza il conflitto etico che rendeva il romanzo controverso e umano. Consigliato a chi cerca drammi classici, adulti, con personaggi imperfetti e domande scomode. In lista è uno dei titoli più utili per capire la differenza tra “versione ispirata a” e “vera trasposizione”, perché qui la matrice letteraria resta sempre visibile, e conta.

    Noi siamo infinito (2012)

    Ultimo ma fondamentale, Stephen Chbosky scrive e dirige il film tratto dal suo romanzo, Noi siamo infinito. Questa doppia regia (letteraria e cinematografica) rende l’adattamento sorprendentemente coeso, dove voce interiore, vulnerabilità adolescenziale, trauma, amicizia e desiderio di appartenenza mantengono lo stesso battito emotivo del libro. Non è un teen drama “ripulito”, affatto, ma un’opera che resta spigolosa nei punti giusti – senza scivolare nella trappola della morbosità o pornografia del dolore – e tenero senza diventare zuccheroso.

    Se cerchi un coming-of-age fedele e insieme accessibile, è uno dei migliori esempi contemporanei. E conferma una regola semplice vista giusto un paragrafo più su: quando chi ha scritto la storia guida davvero il passaggio di medium, il rischio di snaturamento si abbassa drasticamente. A meno che tu non sia Stephen King…

  • I 12 migliori anime romantici da vedere a San Valentino

    I 12 migliori anime romantici da vedere a San Valentino

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    San Valentino, ogni anno, prova a venderci la stessa cartolina: cene rumorose, rose stanche, playlist “cuore-cuore” e la sensazione di dover per forza fare qualcosa per dimostrare che si ama. E se invece il piano fosse molto più semplice (e molto più bello)?

    Luci basse, divano, qualcosa di caldo da bere e un film capace di ricordarti perché l’amore, quando funziona davvero, è sempre un atto un po’ sovversivo: ti sposta, ti mette in crisi, ti costringe a guardare meglio. L’anime romantico, in particolare, ha una marcia in più: sa essere tenero senza diventare stucchevole, melodrammatico senza perdere la grazia, e soprattutto sa parlare di desiderio, distanza e crescita con un’intensità che spesso il live action si sogna.

    In questa lista ho inserito dieci film anime che coprono tutti i “mood” da 14 febbraio: dal colpo di fulmine che ti fa tremare le mani ai legami lenti e domestici che ti salvano la giornata, alle storie queer di coraggio e passione, passando per i grandi classici da sospirone e per quei titoli che, sì, ti faranno piangere… ma nel modo “giusto”, quello che poi ti lascia addosso una specie di lucidità dolce. Non serve essere fan hardcore: basta avere voglia di innamorarsi (o re-innamorarsi) per un paio d’ore.

    Your Name. (2016)

    Se vuoi un San Valentino che sappia di magia e destino, Your Name. è praticamente un rito. Il film di Makoto Shinkai parte come un high concept irresistibile (due ragazzi che si scambiano il corpo) e poi ti freg(a) con una cosa più grande: la nostalgia di qualcuno che senti “tuo” prima ancora di averlo davvero incontrato. La cosa che amo di Your Name. è il modo in cui trasforma il romance in un thriller emotivo: ogni dettaglio sembra leggero, e invece è una pista. Funziona perché alterna commedia, tenerezza e una malinconia che arriva sempre un secondo dopo la risata, come quando ti accorgi che stai bene e ti spaventa quanto ci tieni. E sì, è anche uno dei film più “da abbraccio” in assoluto: finisce e ti viene voglia di chiamare qualcuno.

    I sospiri del mio cuore (1995)

    C’è un tipo di romanticismo che non fa fuochi d’artificio, ma ti prende per la gola proprio perché è vero: I sospiri del mio cuore è questo. È l’amore come scoperta di sé, come piccola ossessione adolescenziale, come imbarazzo che diventa coraggio. Shizuku segue una traccia minuscola (un nome scritto su una tessera della biblioteca) e da lì parte una storia che sembra quotidiana, e invece è un coming-of-age luminoso. La cosa che rende I sospiri del mio cuore un perfetto film da San Valentino è che parla di coppia senza dimenticare l’individuo: non “ti completo”, ma “ti accendo”. E poi c’è quella sensazione Ghibli di calore domestico – strade, negozietti, tramonti – che ti fa venire voglia di credere ai sogni anche quando sei cinico. Tenero, senza essere ingenuo.

    Il castello errante di Howl (2004)

    Se San Valentino per te è anche un po’ teatro, un po’ incantesimo, un po’ “vorrei scappare via con te”, allora Il castello errante di Howl è la scelta più romantica in senso ampio: amore come trasformazione. Sophie viene maledetta e invecchia all’improvviso; Howl è un disastro bellissimo con il cuore in pezzi; insieme diventano una famiglia improvvisata dentro una casa vivente che cammina. Quello che adoro di Il castello errante di Howl è che è romanticissimo senza essere “lineare”: l’amore è fatto di cura, di alleanze, di piccole fedeltà quotidiane, e anche di guerra e paura sullo sfondo. È un film che ti dice: puoi essere fragile, puoi essere confuso, puoi avere paura, eppure qualcuno può sceglierti lo stesso. (E tu puoi scegliere te stessa, finalmente.)

    Umibe no Étranger (2020)

    Se per San Valentino cerchi un romance queer più “adulto” nel cuore, Umibe no Étranger è una scelta bellissima: morbida, malinconica, piena di aria salata. Siamo su una piccola isola di Okinawa, in un villaggio dove tutto sembra ancora più lento – e per questo ogni emozione pesa di più. Shun è un giovane scrittore gay che ha lasciato la sua vita alle spalle dopo un coming out traumatico. Poi incontra Mio, adolescente orfano e silenzioso, che passa le giornate a fissare il mare come se lì dentro ci fosse una risposta. La loro relazione nasce con una cautela che io adoro: niente “scintille” artificiali, solo due solitudini che si riconoscono. Quando Mio si allontana e poi torna anni dopo con una confessione, il film diventa una piccola storia sul coraggio di farsi scegliere davvero, con tutte le paure, i fraintendimenti, i tempi sbagliati. È tenero, ma non ingenuo. Lascia addosso una calma dolce.

    Weathering With You (2019)

    Se ti piace l’idea di un amore che nasce nel caos – pioggia, neon, fame, città che ti inghiotte – Weathering With You è Shinkai in modalità “romance metropolitano con cuore fantasy”. Il rapporto tra Hodaka e Hina è dolce, immediato, ma soprattutto è un patto: “io ti vedo, anche se nessuno ti vede”. Weathering With You mi piace perché non fa finta che l’amore risolva tutto: semmai complica, costringe a scegliere, mette sul piatto responsabilità enormi (anche troppo grandi per due adolescenti). Eppure, quando il film decide di essere romantico, lo è fino in fondo – senza cinismo. È perfetto se vuoi un San Valentino un po’ più “pop”, con momenti da batticuore e un’estetica che sembra sempre sul punto di diventare un videoclip… ma con una malinconia vera sotto la superficie.

    Tamako Love Story (2014)

    Per un San Valentino “comfort”, di quelli che ti fanno sorridere senza farti sentire scemo, Tamako Love Story è una carezza. È un romance piccolissimo e gigantesco insieme: due amici d’infanzia, un quartiere che sembra una coperta, e quel momento in cui capisci che crescere significa anche rischiare di rovinare l’equilibrio. La cosa che rende Tamako Love Story speciale è la delicatezza: non punta sul dramma facile, punta sul non detto, sulle esitazioni, sulle pause che fanno più rumore di una dichiarazione. E poi c’è la regia di Naoko Yamada, che ti fa percepire i sentimenti nei gesti – uno sguardo, una mano che esita, un passo in avanti e mezzo indietro. Se vuoi un film che ti ricordi com’è l’amore quando è timido e quotidiano, questo è quello giusto.

    Il giardino delle parole (2013)

    Ci sono film che sembrano scritti con l’acqua, e Il giardino delle parole è uno di quelli. Dura poco, ma resta addosso tantissimo: due solitudini che si incontrano in un parco durante i giorni di pioggia, e un legame che nasce in un luogo “sospeso”, fuori dalla vita normale. Il giardino delle parole è romanticissimo perché non cerca la grande trama: cerca l’atmosfera, l’intimità, la gentilezza che arriva quando non te l’aspetti. Shinkai qui è chirurgico nel trasformare dettagli banalissimi (scarpe, foglie bagnate, un gazebo) in emozione pura. È anche un film perfetto se vuoi un San Valentino più adulto, più ambiguo, più malinconico: non promette favole, promette un incontro che ti cambia il modo di stare al mondo. E a volte basta quello.

    Compagni di classe (2016)

    Compagni di classe è il tipo di romance che sembra sussurrato, non dichiarato: un film breve (circa un’ora) ma densissimo di micro-gesti, esitazioni, silenzi pieni. La storia parte da una premessa adorabile e semplicissima: Rihito Sajō, studente modello e iper controllato, viene “tutorato” nel canto da Hikaru Kusakabe, più istintivo e libero, in vista del coro scolastico. E poi succede la cosa più romantica che esista: l’intimità nasce dal ritmo condiviso, dal sentirsi accordare l’uno all’altro prima ancora di capirlo. Il bello di Compagni di classe è che non cerca il dramma facile: punta sulla grazia, sull’imbarazzo, su quel brivido da primo amore che ti fa ridere e tremare insieme. Perfetto per San Valentino se vuoi un film queer tenero, luminoso e delicato senza essere zuccheroso.

    Ride Your Wave (2019)

    Se San Valentino per te può includere anche il “piango ma mi fa bene”, Ride Your Wave è una scelta potentissima. È un film su un amore che arriva come un’onda e ti cambia la geografia interna, e su cosa succede quando la vita ti chiede di continuare anche dopo la perdita. La premessa è quasi surreale – lui che “torna” attraverso l’acqua e una canzone – ma Ride Your Wave riesce a essere incredibilmente umano: parla di lutto senza diventare pesante, e di romanticismo senza trasformarlo in ricatto emotivo. Quello che mi colpisce è la dolcezza con cui il film ti guida verso una verità semplice: amare qualcuno non significa restare fermi in quel sentimento, significa anche lasciarlo andare nel modo giusto. È strano, tenero, a tratti buffo, e poi ti colpisce dritto dove fa male.

    5 cm al secondo (2007)

    5 cm al secondo è il film da vedere quando vuoi un San Valentino un po’ “adulto”, quello che non ti vende l’amore come premio ma come esperienza – anche quando finisce. Shinkai racconta la distanza non come tragedia epica, ma come erosione lenta: messaggi che non arrivano, treni, stagioni, vite che si spostano di pochi gradi e diventano irraggiungibili. 5 cm al secondo mi spezza sempre perché è lucidissimo: non demonizza nessuno, non cerca colpevoli, e proprio per questo è devastante. È romantico in un modo raro: ti fa capire quanto può essere assoluto un sentimento e, allo stesso tempo, quanto sia fragile contro il tempo e le circostanze. Se lo guardi a San Valentino, potresti aver voglia di stringere più forte chi hai accanto. O di perdonarti qualcosa. Entrambe le reazioni sono valide.

    Voglio mangiare il tuo pancreas (2018)

    Titolo assurdo, film che ti devasta: Voglio mangiare il tuo pancreas è uno di quei romance che ti entrano sotto pelle perché non parlano solo di “stare insieme”, parlano di imparare a vivere mentre sai che il tempo è poco. La relazione tra il protagonista e Sakura non è la classica storia d’amore patinata: è un incontro che scombina priorità, ti costringe a uscire dal cinismo, ti mette davanti alla paura di affezionarti. Voglio mangiare il tuo pancreas funziona perché evita molte scorciatoie melodrammatiche: quando ti commuove, lo fa con piccole cose – un gesto, un dialogo, una giornata che sembra normale e invece è irripetibile. A San Valentino è una scelta “rischiosa” (prepara i fazzoletti), ma anche bellissima: ti ricorda che l’amore non è possesso, è presenza. E che la presenza è rarissima.

    Josee, la tigre e i pesci (2020)

    Se vuoi chiudere la serata con un romance che sa essere dolce ma anche pieno di energia vitale, Josee, la tigre e i pesci è perfetto. È la storia di due persone che si incontrano “di traverso”: lui, studente con sogni precisi; lei, artista brillante e tagliente che ha imparato a difendersi dal mondo. Josee, la tigre e i pesci mi piace perché non romanticizza la difficoltà: ti mostra attriti, orgoglio, paure, e poi ti fa vedere come l’amore, quello buono, non ti salva al posto tuo – ti mette in condizione di salvarti. È anche un film visivamente bellissimo, con immaginari (tigri, oceani, paesaggi interiori) che traducono emozioni senza spiegarle. E soprattutto ha un cuore enorme: ti lascia con la sensazione che crescere insieme sia possibile, ma solo se smetti di usare l’altro come alibi.

  • I 10 migliori attori che (strano ma vero!) non hanno mai vinto un Oscar

    I 10 migliori attori che (strano ma vero!) non hanno mai vinto un Oscar

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Quello che accade all'ombra di Hollywood, la gigantesca scritta che compare sul monte Lee nell'omonimo quartiere di Los Angeles, certe volte è incomprensibile. Un'industria che in oltre un secolo di attività ha prodotto opere meravigliose e destinate a lasciare un segno indelebile nella storia della settima arte. 

    Merito di sceneggiatori, registi, troupe e attori che, insieme, creano una magia chiamata cinema.

    Ma, tornando all'incomprensibilità già accennata, ci sono casi in cui il valore di un talento non viene riconosciuto. Tra i casi più eclatanti, che vale sempre la pena ricordare, le zero statuette dorate di Stanley Kubrick. Uno che il cinema non lo ha solo fatto, ma lo ha plasmato secondo la sua visione. Di casi come questi ce ne sono parecchi anche tra i più grandi interpreti di Hollywood.

    JustWatch ha stilato una lista per raggruppare insieme i migliori 10 attori che non hanno mai vinto un Academy Award.

    Tom Cruise

    A detta di Steven Spielberg, è l'uomo che ha salvato Hollywood. Merito degli ottimi incassi di Top Gun: Maverick (2022) dopo gli anni di magra dovuti al Covid. Nonostante questo, la stessa Hollywood non è mai stata riconoscente, snobbando tutte e quattro le volte in cui è stato nominato agli Oscar. Prove, tra l'altro, che ne hanno dimostrato la versatilità attoriale. Stiamo parlando dei ruoli del reduce ferito in Nato il quattro luglio (1990), dell'agente sportivo in Jerry Maguire (1997), dell'autore Frank T.J. Mackey di Magnolia (2000) e del pilota Pete Mitchell del già citato Top Gun: Maverick.

    Tom Cruise è un attore che, in oltre 40 anni di carriera, è finito per incarnare l'essenza stessa del cinema americano, spaziando in generi e collaborazioni agli antipodi. Rain Man – L'uomo della pioggia (1988), Eyes Wide Shut (1999) e Collateral (2004) sono solo alcuni dei grandi titoli che lo hanno visto protagonista insieme a due saghe che hanno l'adrenalina come comun denominatore: Top Gun (1986) e Mission: Impossible (1996). Eppure, forse a causa di un pregiudizio legato ai blockbuster, per Hollywood non è mai stato abbastanza. Chissà se la sua attesa prova in Digger (2026) di Alejandro González Iñárritu cambierà le cose.

    Johnny Depp

    Johnny Depp è il volto anticonformista del cinema a stelle e strisce che ha spesso scelto di vestire i panni di figure eccentriche, fiabesche o tormentate. Un nome il suo che ha legato a quello di due altri registi. Da un lato Jim Jarmusch che l'ha voluto in un cult indie come Dead Man (1996), dall'altro Tim Burton con il quale ha stretto un legame professionale e umano che li ha portati a realizzare, tra i tanti, titoli come Edward mani di forbice (1990) ed Ed Wood (1994).

    L'Academy lo ha nominato (senza premiarlo) in tre occasioni: per il rivoluzionario Jack Sparrow ne La maledizione della prima luna (2004), per il ruolo dello scrittore J. M. Barrie in Neverland - Un sogno per la vita (2005) e per il vendicativo barbiere in Sweeney Todd (2008). Se il pubblico lo ama di un amore che non conosce crisi, Hollywood non lo ha preso in considerazione neppure per le sue prove più oscure, come quelle in Donnie Brasco (1997), Blow (2001), Nemico pubblico – Public Enemies (2009) e Black Mass – L'ultimo gangster (2015).

    Willem Dafoe

    Uno dei volti più prolifici, originali e talentuosi del cinema mondiale. Willem Dafoe è un attore a tutto tondo capace di passare dalla santità di L'ultima tentazione di Cristo (1988) alla follia del Green Goblin in Spider-Man (2002) con la stessa credibilità. Con quattro nomination all'attivo, la sua mancata vittoria agli Oscar ha dell'incredibile.

    Negli anni è stato candidato come non protagonista per l'eroico sergente Elias in Platoon (1987), per la sua trasformazione nel vampiro Max Schreck ne L'ombra del vampiro (2001), per il toccante ritratto del gestore di un motel in Un sogno chiamato Florida (2018) e per la sua intensa prova nel ruolo di Van Gogh in Sulla soglia dell'eternità (2019). In oltre 40 anni ha lavorato con chiunque, da William Friedkin in Vivere e morire a Los Angeles (1985) a David Lynch in Cuore selvaggio (1990) passando per Wes Anderson in Grand Budapest Hotel (2014) e Robert Eggers in The Lighthouse (2019).

    Mark Ruffalo

    Con Mark Ruffalo siamo di fronte a una delle più grandi ingiustizie perpetrate da Hollywood. L'attore rappresenta il meglio del cinema statunitense in termini di talento e impegno civile. E chissà che non sia stato proprio quest'ultimo a impedirgli di portarsi a casa almeno una statuetta per le quattro nomination ricevute finora. La prima per I ragazzi stanno bene (2011), la seconda per il lottatore Dave Schultz in Foxcatcher (2015), la terza per il giornalista d'inchiesta ne Il caso Spotlight (2016) e l'ultima per l'eccentrico Duncan Wedderburn in Povere Creature! (2024).

    Quello che, da sempre, colpisce Ruffalo è la sua facilità di vestire con naturalezza i panni di personaggi diversissimi tra di loro. Da Hulk nel MCU a commedie romantiche come 30 anni in un secondo (2004), dall'avvocato Robert Bilott in Cattive acque (2019) al padre bipolare di Teneramente folle (2014). Un uomo per tutte le stagioni, una garanzia che non prevede spiacevoli sorprese, un talento che infonde umanità ad ogni suo ruolo. Come dimostra anche la fortunata carriera televisiva in titoli come The Normal Heart (2014) e Task (2025).

    Cary Grant

    In realtà Cary Grant un Academy Award lo ha vinto, quello onorario del 1970. Ma per un attore della sua caratura ha dell'imbarazzante sapere che il simbolo stesso di una certa Hollywood – quella impeccabile e piena di grazia – non sia mai stato premiato prima. Eppure i membri dell'Academy di occasioni ne hanno avute due. La prima per il drammatico Il ribelle (1942) e la seconda per il melò Ho sognato un angelo (1942).

    Se vi stesse chiedendo delle prove attoriali in capolavori come Susanna! (1938), Scandalo a Filadelfia (1940), Caccia al ladro (1955) o Intrigo internazionale (1959), beh resterete scioccati nel sapere che non sono neppure state prese in considerazione. Una delle più grandi sviste e mancanze della storia del premio che ha rimediato con la statuetta alla carriera. Un'ammissione implicita di un gigantesco scivolone.

    Ralph Fiennes

    Attore britannico di formazione teatrale – tanto da vincere il celebre Tony Award per la sua interpretazione di Amleto – quella di Ralph Fiennes è una carriera fatta di elogi e nessuna statuetta dorata da tenere in salotto. Eppure di prove degne di essere premiate ce ne sono svariate nella sua carriera. A iniziare dal 1994, quando la sua interpretazione di Amon Göth in Schindler's List gli valse la nomination come non protagonista. La seconda candidatura arrivò per Il paziente inglese (1997), mentre la terza è datata 2025 per il suo ruolo da cardinale in Conclave.

    Uno di quegli interpreti così bravi nel proprio mestiere da poter spaziare a piacimento tra franchise come Harry Potter dove presta il volto al perfido Voldemort e il cinema carnale di Luca Guadagnino in A Bigger Splash (2015) senza perdere un briciolo della sua intensità. Chissà se prima o poi anche l'Academy saprà dargli il giusto riconoscimento che merita...

    Bradley Cooper

    Se il mondo intero, fino al 2016 quando vinse per Revenant – Redivivo, si lamentava per le cinque nomination andate a vuoto per Leonardo DiCaprio, cosa dovrebbe dire Bradley Cooper che di candidature ne ha collezionate 12, tra recitazione, produzione e sceneggiatura? E tutte senza mai una singola vittoria.

    Come attore, negli anni, è stato nominato per Il lato positivo (2013), American Hustle - L’apparenza inganna (2014), American Sniper (2015), A Star Is Born (2019) e Maestro (2024). Sempre a un passo dal traguardo per vedersi sorpassare all'ultimo. Ormai un habitué della cerimonia di premiazione che, però, sembra darlo per scontato. Speriamo non faccia la fine di altri nomi illustri che hanno visto celebrare il loro talento solo a fine carriera.

    Ethan Hawke

    Con Ethan Hawke abbiamo a che fare con un artista a 360°. Attore, regista, sceneggiatore e scrittore. Una carriera iniziata da bambino in classici come Explorers (1985) e L'attimo fuggente (1989) per poi diventare il volto maschile del cinema anni '90 con Giovani, carini e disoccupati (1995). La sua collaborazione pluriennale con Richard Linklater è iniziata nel 1995 con Prima dell'alba, primo capitolo di una trilogia magnifica che lo ha portato a ricevere due candidature come miglior sceneggiatore.

    Come attore, invece, la prima è stata per il thriller Training Day (2002), seguita dal decennale progetto Boyhood (2014) e il recente Blue Moon (2025), biopic in cui interpreta il paroliere Lorenz Hart. Che un attore come Ethan Hawke non abbia mai impugnato una statuetta dorata ha del ridicolo. Sono rari gli attori come lui, così ricchi in intuito, umanità e potenza. Da sempre uno dei volti del cinema indipendente americano e con una grande prova come regista in Blaze (2018). La cecità dell'Academy è una delle più grandi mancanze di Hollywood.

    Richard Burton

    Altra grande colonna del cinema americano totalmente ignorata quando si parla di Academy Awards. È il caso di Richard Burton che detiene uno dei record (in negativo) nella storia degli Oscar: sette nomination come attore e zero vittorie. La sua bravura e il suo carisma lo portarono a essere candidato per Mia cugina Rachele (1953), La tunica (1954), Becket e il suo re (1965), La spia che venne dal freddo (1966), Chi ha paura di Virginia Woolf? (1967), Anna dei mille giorni (1970) e Equus (1978). 

    Insieme a Elizabeth Taylor ha composto una delle coppie più affascinanti e tormentate di Hollywood, senza mai riuscire a mettere mano su una statuetta. Anche forse proprio per la sua immagine pubblica turbolente che poco si addice a un premio, all'epoca, più conservatore. La nota più triste è che, neppure con il senno di poi, l'Academy ha fatto ammenda conferendogli un Oscar alla carriera.

    Fred Astaire

    Come Cary Grant, anche Fred Astaire ricevette un Oscar onorario nel 1950. Un risarcimento per una carriera straordinaria caratterizzata da titoli come Cappello a cilindro (1935) o Follie d'inverno (1936) del tutto passati inosservati per l'Academy. La nota ancor più bizzarra è che nel 1975, l'attore, ballerino e coreografo statunitense venne nominato per L'inferno di cristallo.

    Per chi non lo avesse visto non si tratta di un musical, genere che Fred Astaire ha dominato e rivoluzionato regalandoci iconici passi a due con Ginger Rogers, ma di un film catastrofico. Una beffa paradossale per una leggenda vivente di Hollywood che ha racchiuso nel suo lavoro eleganza, leggerezza e ritmo, contribuendo a far sognare milioni di spettatori.

  • "Cime tempestose" e altri 5 film che ti pentirai di aver guardato a San Valentino

    "Cime tempestose" e altri 5 film che ti pentirai di aver guardato a San Valentino

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Ah, l'amore! Il sentimento che tutti desideriamo provare e ricevere. Quante canzoni, romanzi, quadri, pièce teatrali e film sono stati dedicati all'amore? Impossibile stabilirlo con precisione matematica.

    Ma, così come ad Halloween ci divertiamo a guardare un horror per amplificare l'atmosfera “paurosa” della festa americana, a San Valentino ci piace andare al cinema o metterci comodi sul divano per ammirare una grande storia d'amore sullo schermo.

    Da Notting Hill (1999) a 50 volte il primo bacio (2004) passando per C'è posta per te (1998) e Pretty Woman (1990), la lista è interminabile. Attenzione però, perché ci sono dei titoli tutt'altro che romantici nell'accezione positiva e sana. Sì, perché dietro le facciate da storie d'amore, si nascondono relazioni tossiche, egoismi, tragedie e rotture strappalacrime. Nulla, in sostanza, che vorresti vedere il giorno della festa degli innamorati insieme al tuo partner!

    Su JustWatch abbiamo stilato una lista sui film che ti pentirai di aver guardato a San Valentino.

    6. (500) giorni insieme (2009)

    Non fatevi ingannare dagli occhi da cerbiatta di Zooey Deschanel, il volto da bravo ragazzo di Joseph Gordon-Levitt, le canzoni dei The Smiths e i colori caldi del tramonto di Los Angeles. (500) giorni insieme, il debutto alla regia di Marc Webb, è l'incubo di chiunque sia perdutamente innamorato di una persona che, fin da subito, svela le sue carte e dichiara di non volere un fidanzato/a. Oggi la chiamiamo friendzone, nel 2009 era una batosta. Intrisa dell'atmosfera indie di quegli anni, la pellicola è una riflessione su quanto tendiamo a idealizzare chi abbiamo accanto, fingendo di non vedere tutti i campanelli di allarme che urlano all'incompatibilità e all'inevitabile cuore spezzato.

    Per il protagonista maschile, Tom, è come prendere la rincorsa per poi schiantarsi deliberatamente a velocità massima contro un muro. Guardarlo in coppia, specie se agli inizi di una relazione, potrebbe far affiorare una serie di riflessioni su chi è più coinvolto dell'altro. Un film che, in 95 minuti, oscilla tra parentesi divertenti e drammatiche con un mood da videoclip figlio del background del regista. Da vedere, magari non proprio  il 14 febbraio, se devi ancora riprenderti da Se mi lasci ti cancello (2004).

    5. La La Land (2016)

    Come tutti sappiamo benissimo che Jack si sarebbe potuto salvare salendo sulla zattera di fortuna sulla quale ha trovato riposo Rose alla fine di Titanic (1997), sappiamo anche che la relazione tra Sebastian e Mia sarebbe potuta sopravvivere a qualche mese di lontananza. E, invece, Damien Chazelle ha deciso che dovevamo soffrire. Non prima di averci mostrato l’innamoramento al ritmo di jazz dei due, tra coreografie che omaggiano i grandi musical di Hollywood, brani diventati dei cult istantanei e tramonti viola.

    Attraverso i sogni e le ambizioni dei protagonisti, Chazelle racconta una storia di rinuncia sentimentale in nome del successo professionale. Quasi 130 minuti che ti stampano un sorriso sul volto, fino a quando non si trasforma in un’espressione di tristezza. Per non parlare della sequenza finale. Una celebrazione del “what if”. Ovvero, cosa sarebbe successo se Mia e Sebastian avessero scelto l’amore e non le luci della ribalta. Se ancora ti domandi come sarebbe potuto essere il destino di Rick e Ilsa in Casablanca (1942), non perderti La La Land.

    4. A Star is Born (2018)

    “Volevo guardarti ancora una volta”. La rock star Jackson Maine (Bradley Cooper) abbassa il finestrino e chiama Ally, cameriera aspirante cantautrice con il volto di Lady Gaga. L'incipit di una grande storia d'amore? Sì. L'incipit di una grande storia d'amore con un finale amarissimo? Decisamente sì. Per il suo debutto alla regia Cooper si confronta con un classico di Hollywood come È nata una stella (1937) che aveva già avuto due remake, una del 1954 con Judy Garland e una nel 1976 con Barbra Streisand. La storia è sempre la stessa: l'incontro tra i due protagonisti porta la protagonista femminile a fiorire e il protagonista maschile a sprofondare in un vortice autodistruttivo fatto di depressione e dipendenze.

    Quella che nasce come un'unione sentimentale e professionale finisce per schiantarsi contro l'impossibilità di salvare chi non vuole salvarsi, nonostante i sacrifici e l'amore. Oltre due ore di musica, talento, tormenti, dipendenze e sensi di colpa. Una visione perfetta per chi vuole farsi andare i cioccolatini a forma di cuore di traverso. Però, se il tormento dei personaggi di Cold War (2018) ti ha emozionato, A Star is Born ti conquisterà.

    3. “Cime tempestose” (2026)

    Se non avete mai letto il romanzo di Emily Brontë e credete che “Cime tempestose” sia tutto corsetti, cavalcate romantiche nelle brughiere dello Yorkshire, romanticismo e serate passate davanti al caminetto... beh, siete rovinati! Emerald Fennell prende il classico della letteratura inglese e ne realizza la sua versione in 125 minuti in cui Catherine (Margot Robbie) e Heathcliff (Jacob Elordi) si amano di un amore indissolubile, ma anche tossico e distruttivo.

    Una visione indubbiamente potente e visivamente mozzafiato, quanto è tormentata, maledetta e alimentata dalla vendetta la relazione dei due protagonisti. Distinzioni di classe, convenzioni sociali, sete di rivalsa. Se pensavate di assistere a una storia d'amore con il lieto fine, il vostro San Valentino potrebbe prendere una piega decisamente amara. Ma se, invece, avete visto i precedenti adattamenti – dalla versione del 1992 con Juliette Binoche fino a quella di Andrea Arnold del 2011 – sai già a cosa andrai incontro.

    2. Moulin Rouge! (2001)

    Parigi, la Belle Époque, il Can-can e le luci sfavillanti della Ville Lumière. Cosa potrebbe andare storto? Senza giri di parole? Tutto. Chiedetelo a Christian, l'aspirante scrittore londinese con il volto di Ewan McGregor che si innamora – ricambiato - della star del Moulin Rouge, Satine, interpretata da Nicole Kidman. Peccato che il loro amore sia ostacolato dalla gelosia di un duca e dalla tubercolosi. Quello di Baz Luhrmann è un film sfavillante e caleidoscopico. Una gioia per gli occhi e per le orecchie, merito di una messa in scena maestosa e una colonna sonora strabiliante che fa convivere i Nirvana con Madonna, Marilyn Monroe con Fatboy Slim.

    Una pellicola che, in 127 minuti, celebra l'amore e la libertà, ma è attraversata da un dolore acuto dalla prima all'ultima scena. Non farti ingannare della bravura sfacciata dei protagonisti, dai numeri musicali entusiasmanti e dallo uno sguardo vitale ed originale del regista. Se gratti via un po' di quello strato esteriore fatto di pizzi e velluto, c'è un abisso pronto ad abbracciarti. Un cult che merita di essere visto almeno una volta nella vita... ma non a San Valentino. Se poi, proprio non riesci a resistere alle tragedie come Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996), Moulin Rouge! saprà come spezzarti il cuore. Ma non dire che non ti avevamo avvisato!

    1. Blue Valentine (2010)

    Sfidiamo chiunque a non soffrire a livello fisico nel vedere Blue Valentine. Una vivisezione cinematografica di una relazione, tra l'innamoramento e la sua fine, con protagonisti Ryan Gosling e Michelle Williams. Due attori magnetici nei panni di personaggi dai quali è impossibile distogliere lo sguardo. È come essere una falena attratta dalla luce. Anche se sai che, se ti avvicini troppo, resterai fulminato, lo fai lo stesso. Derek Cianfrance sceglie il montaggio alternato per mostrarci l'inizio e la fine, momenti di puro amore e altri di profondo dolore.

    Macchina a mano, colonna sonora firmata dai Grizzly Bear, romanticismo indie e un realismo così crudo da lasciare inermi nella sua rappresentazione del declino di una storia d'amore. Poco più di un'ora e 50 minuti in cui la gioia dei primi baci convive con il peso della quotidianità, le delusioni e le aspettative tradite. Un film meraviglioso, ma non proprio l'ideale per la festa degli innamorati. Ma se Storia di un matrimonio (2019) ti ha sconvolto emotivamente e vuoi fare il bis, prepara i fazzoletti perché hai trovato il film giusto.

  • 10 film da vedere se ami l’estetica Hipness Purgatory

    10 film da vedere se ami l’estetica Hipness Purgatory

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    “Hipness Purgatory” è il nome perfetto per quel tipo di immaginario indie-twee che sembra uscito da un quaderno scarabocchiato: grafiche handmade, ironia malinconica, moda thrift, romanticismo un po’ goffo e un’energia lo-fi volutamente imperfetta. La definizione nasce dentro il lavoro del Consumer Aesthetics Research Institute, che descrive questa estetica come legata alla cultura hipster tra primi 2000 e primi 2010, con tono artigianale e rétro-twee.

    Perché parlarne adesso? Perché il revival è già in corso: il ritorno di sensibilità “indie sleaze/twee” è stato discusso apertamente anche dalla stampa moda mainstream nel 2025, con segnali tra passerelle, celebrity styling e nostalgia social. E parallelamente è tornata forte la conversazione sulla “millennial nostalgia” e sul fascino (anche cringe) dell’ottimismo pre-Instagram.

    Se ami quell’atmosfera, questi 10 film sono praticamente una capsule collection cinematografica del genere.

    Juno (2007)

    Juno è quasi un manifesto: opening title disegnati a mano, dialoghi iper-quirky, maglioni a righe, ironia come scudo emotivo e una colonna sonora che sembra una mixtape passata tra amici. La forza del film, oggi, è che non vive solo di “cute vibes”: dietro l’estetica ci sono imbarazzo, paura, crescita e una protagonista che usa la battuta per non crollare. Se “Hipness Purgatory” è un equilibrio tra innocenza e sarcasmo, qui lo trovi in purezza. È perfetto per chi ama i coming-of-age con personalità visiva forte ma non patinata, e per chi cerca quella grammatica sentimentale anni 2000 in cui tutto sembra piccolo, buffo, improvvisato – e proprio per questo autentico. Da vedere (o rivedere) quando vuoi ritrovare il cuore caldo dell’indie prima che diventasse estetica da algoritmo.

    Napoleon Dynamite (2004)

    Ci sono film che sembrano “fuori tempo” al momento dell’uscita e poi diventano eterni: Napoleon Dynamite è uno di quelli. Minimalista, deadpan, stranissimo, costruisce la sua identità su goffaggine, silenzi, magliette improbabili, disegni, cassette, school dance e un senso di provincia sospesa. Qui l’estetica non è moda ma postura mentale: anti-cool, anti-glamour, anti-cinismo. In termini Hipness Purgatory, è l’anello mancante tra la cultura nerd pre-mainstream e l’autoironia millennial che sarebbe esplosa pochi anni dopo. Consigliato a chi ama l’umorismo asciutto e le storie in cui i personaggi non devono “vincere” per risultare memorabili. È uno di quei film che sembrano piccoli, ma influenzano linguaggio, meme e sensibilità visiva per anni: il trionfo dell’imbarazzo trasformato in stile.

    (500) Giorni Insieme (2009)

    Se vuoi la versione più pop-romantica dell’estetica Hipness Purgatory, (500) Giorni Insieme è la tappa obbligata. C’è tutto: appartamenti da catalogo emotivo, playlist identitarie, grafica ludica, nostalgia filtrata e una scrittura che trasforma il caos sentimentale in struttura narrativa. Il film funziona ancora perché evita la favola consolatoria: racconta un amore percepito in modo diverso da chi lo vive, e lo fa con una forma brillante ma mai fredda. È ideale per chi ama le rom-com “post-romantiche”, dove l’estetica cute convive con una verità meno comoda su aspettative e proiezioni. Se Juno è il lato teen, questo è il lato adult-millennial: più consapevole, più amaro, ma ancora profondamente innamorato di vinili, cardigan e della speranza che una canzone giusta possa aggiustare una giornata storta.

    Scott Pilgrim vs. the World (2010)

    Scott Pilgrim vs. the World è ciò che succede quando Hipness Purgatory incontra fumetto, garage band e cultura videoludica. Edgar Wright fonde lo-fi emotivo e iper-stilizzazione: Toronto diventa un’arena pop in cui insicurezze relazionali e boss fight convivono nello stesso frame. È un film di superficie elettrica, ma sotto parla di maturità: smettere di essere protagonista della propria fantasia e imparare a essere adulto senza perdere creatività. Per chi ama l’estetica indie anni 2000, è una festa visiva: thrift fashion, concertini, poster, camere disordinate e quell’energia “fatto tra amici” elevata a cinema di precisione. Perfetto se cerchi un titolo che sia insieme culto geek e racconto sentimentale storto, con una chimica da mixtape nervosa più che da grande romance classico.

    La mia vita a Garden State (2004)

    La mia vita a Garden State resta una reliquia centrale del sentimento indie-twee: malinconia suburbana, emotività trattenuta, soundtrack identitaria e personaggi che sembrano cercare un modo meno doloroso di stare al mondo. È un film figlio del suo tempo, sì, ma anche un ottimo termometro di quell’“ottimismo vulnerabile” che oggi viene riletto con tenerezza e ironia. In chiave Hipness Purgatory, funziona perché mette insieme estetica artigianale e spaesamento emotivo: non l’hipster come posa, ma come tentativo di costruirsi una voce. È consigliato a chi ama i drammi sentimentali indie con dialoghi eccentrici e pause lunghe, dove una canzone o un dettaglio di costume raccontano più di una svolta di trama. Non è un film perfetto, ma è uno dei più rappresentativi di quell’era in cui sentirsi fuori posto sembrava quasi una poetica.

    Nick e Norah – TUtto accadde in una notte (2008)

    Una notte sola, New York, concerti, locali, cassette mentali e due sconosciuti che si trovano mentre inseguono musica e coincidenze: Nick e Norah è l’essenza del romanticismo indie urbano di fine 2000. Il suo punto forte è il ritmo: leggero, mobile, spontaneo, con quell’aria da “serata che cambia tutto” senza mai diventare troppo artificiale. Dentro Hipness Purgatory entra di diritto per la centralità della playlist come identità, la moda casual-thrift, i personaggi buffi ma affettuosi e una fotografia notturna che sa di lo-fi emotivo. È perfetto per chi cerca una rom-com più musicale che melensa, con energia da scena locale e cuore da teen movie intelligente. Se ami le storie in cui la chimica nasce dal condividere gusti, fragilità e tempi sbagliati, questo è un comfort movie che invecchia benissimo.

    Submarine (2010)

    Submarine è il fratello britannico più malinconico del filone: diario adolescenziale, voice over autoironico, primi amori, primi crolli e una messa in scena che sembra insieme retrò e modernissima. Richard Ayoade costruisce un mondo preciso fatto di colori freddi, dettagli analogici e imbarazzo sentimentale, mentre la musica di Alex Turner (frontman degli Arctic Monkeys)  aggiunge un romanticismo opaco che incolla tutto. In ottica Hipness Purgatory è un titolo chiave perché unisce eccentricità visiva e vulnerabilità reale: non è “carino”, è tenero-scomodo. Consigliato a chi ama i coming-of-age con forte personalità autoriale e un umorismo che non cancella il dolore. Se Juno è la versione più brillante, Submarine è quella più introspettiva: stessa grammatica indie, tono più crepuscolare. Uno di quei film che sembrano sussurrati e poi ti restano addosso per giorni.

    Eagle vs Shark (2007)

    Prima del Taika Waititi globale, c’era questo piccolo gioiello storto: Eagle vs Shark una rom-com anti-rom-com, dove due outsider si incontrano tra cosplay, vendette improbabili e awkwardness portata all’estremo. L’estetica è povera nel senso più nobile: colori smorzati, ambienti ordinari, costumi homemade, tenerezza che spunta dove meno te l’aspetti. Hipness Purgatory allo stato puro: imperfezione rivendicata, ironia malinconica, personaggi che sembrano “troppo strani” finché non diventano l’unico centro emotivo possibile. È un film ideale per chi preferisce l’umorismo imbarazzato alla battuta brillante e vuole un romance che non pulisce i difetti ma li accoglie. Meno levigato di altri titoli in lista, ma proprio per questo prezioso: sembra davvero appartenere a quell’epoca in cui l’indie non era ancora un preset, ma un modo fragile e testardo di raccontarsi.

    L’arte del sogno (2006)

    Se Hipness Purgatory avesse un laboratorio segreto, sarebbe L’arte del sogno. Michel Gondry trasforma l’immaginazione in scenografia fisica: cartone, stoffa, stop-motion, trucchi analogici, oggetti quotidiani che diventano universo poetico. È il lato più artigianale e sognante della lista, dove lo-fi non significa “povero” ma “inventivo”. Il film vive sul confine tra desiderio e realtà, e racconta l’amore come lingua imperfetta: bellissimo quando funziona, devastante quando non riesce a tradursi. Perfetto per chi cerca un cinema romantico-surreale con un’identità visiva fortissima, lontano dal realismo classico. In confronto ad altri titoli più pop, qui l’estetica è quasi tattile: puoi sentire le texture, vedere le cuciture, percepire la mano dell’autore. Un cult per chi ama l’idea che l’immaginazione sia anche un gesto materiale, non solo digitale.

    Moonrise Kingdom (2012)

    Con Moonrise Kingdom arriviamo alla versione “curata” del sentimento hipness: simmetrie, palette pastello, costumi iconici, mappe, lettere, piccoli oggetti che raccontano mondi interi. Wes Anderson prende la nostalgia e la rende architettura emotiva, ma senza svuotarla: sotto la perfezione formale c’è una storia dolcissima su due ragazzini che scappano per prendersi sul serio in un mondo adulto confuso. In chiave Hipness Purgatory è fondamentale perché condensa il lato indie-twee in forma quasi museale: vintage, handmade, romanticismo eccentrico, ironia gentile. È ideale per chi ama l’estetica come parte della narrazione (non come decorazione) e cerca un film che faccia sorridere e stringere lo stomaco insieme. Se gli altri titoli della lista sono camerette, mixtape e locali notturni, questo è il loro atlante illustrato: ordinatissimo in apparenza, emotivamente disarmante sotto la superficie.

  • I 5 migliori film da vedere con le amiche per celebrare Galentine's Day

    I 5 migliori film da vedere con le amiche per celebrare Galentine's Day

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Cosa c’è di meglio di un bel film visto in compagnia delle proprie amiche? Che siano Susan Sarandon e Julia Roberts in Nemiche amiche (1998) oppure Goldie Hawn e Diane Keaton ne Il club delle prime mogli (1996) o ancora Dakota Fanning ed Elizabeth Olsen in Very Good Girls (2013), il cinema ha sempre raccontato il legame femminile. Tra storie di “sorellanza”, grandi avventure, viaggi catartici, sorrisi e lacrime.

    L’occasione perfetta per recuperare i female friendship movies? Semplice: il Galentine's Day, che si celebra il 13 febbraio. Prima del giorno dedicato agli innamorati c’è spazio per una festa dedicata, invece, all'amicizia femminile. Con una curiosità: la ricorrenza è nata grazie alla serie TV Parks and Recreation (2009).

    Se il Galentine's Day è la data perfetta per celebrare il legame tra donne, JustWatch ha stilato una lista con i 5 migliori film da guardare con le amiche.

    5. 4 Amiche e un paio di jeans (2005)

    Quattro amiche inseparabili – Lena, Tibby, Bridget e Carmen – affrontano la loro prima estate separate, ma unite simbolicamente da un paio di jeans “magici” che sta perfettamente a tutte. La trama è semplice ma efficace: ogni ragazza vive un’esperienza diversa, dall’amore alla perdita, dalla scoperta di sé al confronto con la famiglia, mentre i jeans viaggiano di città in città come se fossero un filo emotivo, diventando il centro della storia. 

    Due ore di durata delicate, solari e malinconiche al punto giusto, per un film adatto a un pubblico di tutte le età. Oltre ad Alexis Bledel e Amber Tamblyn, nel cast ci sono due giovani America Ferrera e Blake Lively. Se 4 Amiche e un paio di jeans è diventato uno dei film simbolo dei primi anni ‘00, è perché racconta un legame che resiste alla distanza e al cambiamento, mosso dalla “prima estate dopo la scuola”. Una fase fondamentale che segna il passaggio tra adolescenza ed età adulta. Le protagoniste litigano, sbagliano, crescono, ma soprattutto ci ricordano quanto l’amicizia sia fatta di condivisione, di memoria e di piccoli rituali che, nel tempo, diventano giganteschi. Se ti sei rivista in Crossroads - Le strade della vita (2002), ti emozionerai con 4 Amiche e un paio di jeans.

    4. La rivincita delle sfigate (2019)

    Le rivelazioni Kaitlyn Dever e Beanie Feldstein sono le protagoniste di La rivincita delle sfigate, ovvero l’esordio alla regia di Olivia Wilde divenuto subito un instant cult. Una commedia brillante e tenera, in cui ritmo e battute fulminanti si mischiano ai sentimenti senza mai sfiorare il cliché di genere. Punto di forza, la storia lunga un’ora e 40: Amy e Molly, amiche per la pelle, si rendono conto che, durante gli anni scolastici, hanno sacrificato il divertimento in funzione dello studio. Prima del diploma, proveranno a recuperare tutte le “feste perdute”.

    Party dopo party, l’amicizia tra le due protagoniste - che vivono quasi in simbiosi - viene raccontata con ironia e divertimento, in una commedia in cui i legami affettivi sono il vero motore. Funziona il cast, funziona la colonna sonora di Dan the Automator - a cui si aggiungono brani di Lizzo, Alanis Morissette, LCD Soundsystem - e funziona l’idea originale che ruota attorno all’idea che le amiche siano spesso la nostra vera storia d’amore. Se hai amato le vibrazioni di Due ragazze innamorate (1995), adorerai l’opera di Olivia Wilde.

    3. Le amiche della sposa (2011)

    Successo strepitoso per il film di Paul Feig, vero e proprio punto di riferimento quando si parla di commedie al femminile. In 125 minuti, Le amiche della sposa racconta di Annie, donna insicura e in crisi, che viene scelta come damigella d’onore dalla sua migliore amica Lillian. Ma l’organizzazione del matrimonio fa emergere gelosie, rivalità e fragilità inattese. La forza del film? Un approccio comico cucito su misura delle protagoniste: Kristen Wiig guida un cast straordinario che include Maya Rudolph, Melissa McCarthy, Rose Byrne e Wendi McLendon-Covey.

    Se le risate non mancano, la sceneggiatura non rinuncia a sferzate più amare, sottolineando quanto il legame femminile vada oltre le apparenze: voler bene a qualcuno non significa essere sempre perfette o felici per lei, ma imparare a gestire sentimenti scomodi senza distruggere il legame. Ricordandoci che anche le amicizie adulte possono attraversare tempeste. L’importante è saperne uscire. Per restare in tema di matrimoni, se ti sei divertita con The Wedding Party (2012), riderai anche con Le amiche della sposa. 

    2. Spiagge (1988)

    Garry Marshall, maestro della commedia, dimostra di saperci fare con i sentimenti portando in scena la “favola” di C.C. e Hillary. Le due si incontrano da bambine su una spiaggia e stringono un’amicizia destinata a durare tutta la vita, tra successi, delusioni e profonde differenze caratteriali. Un rapporto fatto di amore, di distanza, di incomprensioni e ritorni, con un tono melodrammatico che punta tutto sull’emozione, scaldando le due ore di montaggio.

    Un titolo intenso, e a suo modo un classico senza tempo. Le splendide Bette Midler e Barbara Hershey interpretano le protagoniste con grande sensibilità, sostenute da una colonna sonora indimenticabile, firmata dal grande compositore Georges Delerue. Più che un film sull’amicizia al femminile, una sorta di melò in cui viene illuminato il valore dei sentimenti, talmente potenti da resistere a tutto. Anche alla morte. Come dire: preparate i fazzoletti! Se ti commuovi con Voglia di tenerezza (1983), piangerai a dirotto con Spiagge.

    1. Thelma e Louise (1991)

    Ridley Scott dirige un film storico, entusiasmante, tragico. Thelma e Louise è un’opera che non ha bisogno di presentazioni, avendo scritto una pagina importante del cinema. Al centro della storia, Geena Davis e Susan Sarandon, a bordo della loro Ford Thunderbird '66. Un road-movie carico di tensione e libertà, in cui il viaggio diventa una ribellione contro un mondo ostile e maschilista. Un week-end tra amiche che si trasforma in una fuga senza ritorno.

    Capace di influenzare la cultura pop (basti pensare all’episodio Marge in fuga de I Simpson), in 129 minuti Scott esalta l’amicizia femmiline traducendola in un dramma radicale in cui due donne scelgono di sostenersi a vicenda, andando contro tutto e tutti. Una “sorellanza” come atto di rivoluzione, emancipazione e resistenza. Costi quel che costi. Finale epico e una grande colonna sonora, che alterna Johnny Nash, AC/DC, Bruce Springsteen e B.B. King. Da non perdere se il tuo film preferito è Un mondo perfetto (1993) di Clint Eastwood.

  • Tutti i film italiani premiati agli Oscar come Miglior Film Internazionale

    Tutti i film italiani premiati agli Oscar come Miglior Film Internazionale

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    L’Italia, quando si parla di Oscar “internazionali”, non è solo una presenza storica: è un vero benchmark. Prima ancora che la categoria Miglior Film Internazionale diventasse una sezione competitiva annuale (1956), il cinema italiano era già stato riconosciuto con premi Special/Honorary.

    E da lì in poi ha costruito un palmarès impressionante: tra neorealismo, commedia all’italiana, satire politiche, melodramma e cinema d’autore, ogni vittoria racconta un volto diverso del nostro immaginario.

    Agli Oscar 2026 non manca troppo ed anche se quest’anno non siamo riusciti a rientrare nella cinquina candidata, abbiamo deciso di fare un viaggio emozionale con tutti i film italiani premiati agli Oscar come Miglior Film Internazionale. Opere che hanno intercettato paure collettive, desideri, mutazioni culturali e linguaggi che hanno influenzato intere generazioni di registi. Se cerchi un percorso che unisca valore storico e puro piacere cinefilo, qui trovi una maratona perfetta: dai classici durissimi del Dopoguerra fino alla Roma decadente e ipnotica di Sorrentino. Un viaggio completo dentro ciò che il cinema italiano sa fare meglio: trasformare il caos in stile, la fragilità in visione, il quotidiano in mito.

    Sciuscià (1946)

    Sciuscià è il punto d’inizio ideale perché contiene già tutto: infanzia violata, marginalità, istituzioni che falliscono e una compassione mai retorica. Vittorio De Sica mette in scena ragazzi travolti da un mondo più grande di loro, e lo fa con una regia asciutta, quasi documentaria, che oggi colpisce ancora per lucidità e urgenza emotiva. È un film che non cerca il “momento da premio”, ma la verità dei corpi e degli sguardi.
Per chi lo guarda adesso, funziona come antidoto al cinismo: ti ricorda che il neorealismo non è “solo storia del cinema”, ma uno strumento per leggere anche il presente, quando i più fragili pagano sempre il prezzo più alto. È duro, sì, ma necessario. E vedere da dove parte il legame tra Italia e Academy – non ancora Miglior Film ma Oscar Speciale – rende l’esperienza ancora più forte.

    Ladri di biciclette (1948)

    Se dovessi consigliare un solo titolo per capire perché il cinema italiano ha conquistato Hollywood, partirei da qui. Ladri di biciclette – ancora in territorio Oscar speciale – comincia dalla perdita di una bici e la trasforma in tragedia sociale, un viaggio morale e ritratto devastante di un padre che prova a restare integro mentre tutto crolla.
La sua grandezza sta nell’equilibrio: è politico senza proclami, straziante senza manipolazione, universalissimo pur essendo radicatissimo nell’Italia del dopoguerra. E la dinamica padre-figlio resta una delle più toccanti mai viste, perché non idealizza nessuno: mostra la dignità, ma anche le crepe.

    È uno di quei film che “si studiano” ma soprattutto si sentono addosso. Perfetto per chi ama cinema umano, essenziale, capace di spaccarti il cuore con una semplicità disarmante.

    Le mura di Malapaga (1949)

    Altro Oscar speciale, meno citato rispetto ai giganti del neorealismo, è Le mura di Malapaga di René Clément. Una tappa preziosa per la storia del nostro cinema. Cupo, malinconico, intriso di fatalismo, con un’atmosfera da noir europeo che anticipa molte sensibilità successive. È anche un caso interessante di cinema transnazionale (Italia/Francia), dove il confine tra identità nazionale e vocazione internazionale si fa narrativamente fertile.
Il film parla di fuga, colpa e impossibilità di ricominciare davvero: temi classici, ma trattati con una sobrietà che lo rende modernissimo.

    Se ami i drammi sentimentali non consolatori, quelli in cui ogni scelta sembra già contaminata dal rimorso, qui trovi pane per i tuoi denti.
Da riscoprire perché mostra un altro volto dell’Italia premiata: meno “manifesto”, più ombroso e crepuscolare, ma proprio per questo affascinante.

    La strada (1954)

    Con La strada entriamo nella fase “competitiva” della categoria, vincendo ufficialmente il premio al Miglior Film Internazionale, e Federico Fellini piazza subito una pietra miliare. È un film che vive di contrasti: crudezza e poesia, violenza e tenerezza, circo e desolazione. Gelsomina e Zampanò non sono solo personaggi: sono due forme di solitudine che si sfiorano senza riuscire a salvarsi davvero.
La regia costruisce un mondo sospeso, quasi da favola sporca, dove ogni gesto sembra insieme minimo e definitivo. E la performance di Giulietta Masina resta una lezione di recitazione emotiva, fatta di micro-espressioni che bucano lo schermo.

    Perché vederlo oggi? Perché è il film perfetto se cerchi un classico che non “invecchia bene”: resta vivo, scomodo, emotivamente imprevedibile. E capisci immediatamente perché ha inaugurato l’egemonia italiana nella categoria.

    Le notti di Cabiria (1957)

    Le notti di Cabiria è il film del dopo: dopo l’illusione, dopo il rifiuto, dopo l’ennesima umiliazione. Fellini mette al centro una protagonista vulnerabile ma irriducibile, e costruisce un ritratto femminile che oggi suona ancora sorprendentemente contemporaneo.
Cabiria cade, sì, ma ogni volta tenta di rialzarsi, e questa ostinazione emotiva diventa il cuore del film. Non è una storia “edificante”: è una storia dura che trova luce dentro la contraddizione, nella capacità di restare aperti al mondo anche quando il mondo non ti ha mai trattata bene.

    Se ami i personaggi complessi – non simpatici per forza, ma vivi – questo è un must. È un film che si chiude e si riapre nello stesso istante, lasciandoti con un nodo in gola e un’energia stranamente vitale.

    8½ (1963)

    Pochi film hanno raccontato la crisi creativa con la libertà formale di 8½. Fellini trasforma il blocco artistico in puro linguaggio cinematografico: sogni, ricordi, desideri, bugie e confessioni scorrono senza confini rigidi, come se la mente del protagonista fosse diventata il set.
Il bello è che, nonostante l’impianto meta-cinematografico, resta un film emotivo e persino ironico: non è una lezione teorica, è un autoritratto pieno di debolezze umane. E proprio lì trova la sua universalità, chiunque abbia sperimentato la paura di non essere “abbastanza” ci si riconosce.

    Da vedere oggi anche per capire quanto cinema contemporaneo sia debitore di questa grammatica. Un classico che non chiede venerazione, bensì coinvolgimento attivo.

    Ieri, oggi, domani (1963)

    Dopo il peso esistenziale di altri titoli, Ieri, oggi, domani porta in dote una leggerezza intelligente. De Sica firma un film a episodi in cui la commedia diventa radiografia sociale di desiderio, classe, morale pubblica e privata.
La chimica Loren-Mastroianni è l’arma segreta, vera complicità performativa che rende ogni segmento diverso e coerente insieme. Il film funziona perché usa il sorriso come dispositivo critico: ti diverte mentre ti mostra ipocrisie, ruoli e convenzioni.

    È perfetto per chi pensa che i film premiati siano per forza solenni o pesanti: qui trovi ritmo, erotismo, ironia e precisione registica. Ed è l’esempio lampante per capire quanto la commedia all’italiana sia stata capace di parlare al mondo senza perdere identità.

    Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)

    Questo è il titolo da tirare fuori quando qualcuno dice che il cinema politico invecchia male. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto resta una stoccata lucidissima al potere impunito: un film nervoso, sarcastico, disturbante, che usa il thriller come trappola morale.


    Elio Petri non cerca la neutralità; mette in scena un sistema, non un “caso isolato”, e lo fa con una forma tagliente che alterna grottesco e angoscia. Guardandolo oggi, certi meccanismi di abuso, autoprotezione e spettacolarizzazione del potere sembrano cronaca più che allegoria.

    È un film per chi ama essere provocato, non rassicurato. E dentro il palmarès italiano rappresenta il lato più feroce: quello che usa il premio non come medaglia, ma come amplificatore di un’accusa.

    Il giardino dei Finzi-Contini (1971)

    Elegante e doloroso, Il giardino dei Finzi-Contini racconta la fine di un mondo attraverso la lente del privilegio che si crede intoccabile. Vittorio De Sica osserva una borghesia ebraica che cerca rifugio nell’estetica e nelle abitudini, mentre la Storia stringe il cerchio.
Il film funziona perché non trasforma tutto in manifesto: lavora per sottrazione, con una malinconia progressiva che ti fa percepire la minaccia prima ancora che esploda. C’è un senso di sospensione tragica che rimane addosso, e che rende il racconto intimo e politico insieme.


    Consigliatissimo se ami i period drama con una forte componente emotiva, ma senza enfasi melodrammatica. È il classico esempio di cinema che parla di memoria non come museo, ma come ferita ancora aperta.

    Amarcord (1973)

    Con Amarcord Federico Fellini torna a vincere e firma uno dei suoi film più iconici: autobiografia deformata, carnevale provinciale, ritratto d’Italia tra desiderio, nostalgia e caricatura. È un’opera piena, rumorosa, sensoriale, dove ogni personaggio sembra uscito da un album dei ricordi impazzito.
La grande intuizione è questa: la memoria non è mai neutra. È sempre invenzione, rimozione, teatro. E Fellini lo abbraccia con una libertà che rende il film irresistibile, anche quando sfiora il grottesco più estremo.


    Per chi lo guarda oggi, è un’esperienza quasi fisica. Ti travolge con immagini e suoni e, sotto la superficie giocosa, lascia una malinconia profonda. Se cerchi un classico “totale”, capace di farti ridere e stringere lo stomaco nella stessa scena, eccolo.

    Nuovo Cinema Paradiso (1988)

    Se ami il cinema sul cinema, Nuovo Cinema Paradiso è praticamente una dichiarazione d’amore in forma di melodramma popolare. Il film manifesto per qualsiasi cinefilo! Giuseppe Tornatore costruisce un racconto di formazione e memoria che parla a chiunque abbia legato un’emozione a una sala, a uno schermo, a un’immagine vista troppo presto e mai dimenticata.
La forza del film sta nel suo equilibrio tra sentimentalismo e sincerità. Punta dritto al cuore, ma lo fa con una precisione narrativa che evita il kitsch o l’escamotage sentimentale facile. E la riflessione sulla censura, sul desiderio e sulla perdita dà profondità a un impianto apparentemente “classico”.


    Perfetto per una visione emotiva, anche condivisa. Nuovo Cinema Paradiso è uno di quei titoli che riattivano ricordi personali, oltre che cinefili. Nel palmarès italiano è il ponte ideale tra tradizione autoriale e grande pubblico.

    Mediterraneo (1991)

    Mediterraneo è un anti-film-bellico che sceglie la deriva, la sospensione, l’assurdo quotidiano. Gabriele Salvatores racconta un gruppo di soldati italiani “fuori dalla Storia” su un’isola greca, e trasforma quella parentesi in una riflessione tenera e amara su fuga, identità e responsabilità.
Il film ha un tono peculiare: leggero senza essere superficiale, comico senza cancellare il peso della guerra. E proprio questa miscela lo rende ancora oggi molto accessibile, soprattutto per chi cerca un classico meno “istituzionale” e più vicino alla sensibilità contemporanea.

    È una visione perfetta per chi ama i racconti corali con personaggi imperfetti ma memorabili. Nel panorama dei vincitori italiani, rappresenta il lato più dolce-amaro: quello che ti fa sorridere mentre ti lascia una domanda scomoda addosso.

    La vita è bella (1997)

    La vita è bella è probabilmente il titolo più discusso e più popolare della lista. Roberto Benigni sceglie una strada rischiosissima: usare fiaba, comicità e invenzione per attraversare l’orrore storico, mettendo al centro il gesto d’amore di un padre verso il figlio.
Che lo si ami senza riserve o lo si guardi con ambivalenza, resta un film che ha inciso profondamente sull’immaginario globale. La sua forza emotiva è immediata, ma non banale: parla di protezione, linguaggio e potere dell’immaginazione in condizioni estreme.

    Consigliato a chi cerca un film capace di aprire una discussione oltre la visione: sulla rappresentazione del trauma, sui limiti della commedia, su cosa significhi “raccontare” la Storia. Nel canone Oscar italiano, è il titolo più trasversale e divisivo – e proprio per questo centrale.

    La grande bellezza (2013)

    Con La grande bellezza, Paolo Sorrentino riporta l’Italia alla vittoria in epoca contemporanea e firma un ritratto abbagliante di Roma come palcoscenico di decadenza, mondanità e vuoto esistenziale. È un film di superfici magnifiche che, scena dopo scena, lascia emergere una malinconia nuda.
Jep Gambardella è la guida perfetta: ironico, stanco, lucidissimo, sempre in bilico tra cinismo e desiderio di autenticità. La regia è virtuosistica, usando l’eccesso visivo per raccontare un collasso interiore, personale e collettivo.
Probabilmente il film italiano più pensato in ottica americana, cavalcando l’idea – dettata sicuramente da registi come De Sica e Fellini – che un certo tipo di pubblico internazionale ha sull’Italia.

    Proprio per questo motivo, chiude benissimo questa maratona: dal realismo della strada alla vertigine del simulacro, tutto il percorso italiano agli Oscar sembra convergere qui.

  • "Sinners – I peccatori" batte il record di nomination agli Oscar: ma sarà davvero il fenomeno del 2026?

    "Sinners – I peccatori" batte il record di nomination agli Oscar: ma sarà davvero il fenomeno del 2026?

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    "Quindi ti fidi degli articoli, ma non del mio conteggio?". Ryan Coogler, subito dopo l'annuncio delle nomination agli Oscar 2026, ha ammesso divertito di non aver creduto a suo padre quando gli ha svelato di aver fatto la storia del premio. Solo dopo aver consultato online più testate ha realizzato che era tutto vero. Il suo Sinners – I peccatori, ambientato nel Mississippi della segregazione razziale del 1932, si era portato a casa ben 16 candidature per la 98ª edizione degli Academy Awards che si terrà il 15 marzo 2026 a Los Angeles.

    Una notizia che ha fatto il giro del mondo e che ha più di un motivo per dirsi storica. In primo luogo perché non è così scontato che un horror ottenga così tanto credito dai membri dell'Academy. In passato i film dello stesso genere che avevano ottenuto il maggior numero di nomination erano stati L'esorcista (1973), Il silenzio degli innocenti (1991) e Il sesto senso (1999), che avevano ricevuto rispettivamente dieci, sette e sei nomination. Più recentemente solo Scappa – Get Out (2018) e The Substance (2025) sono riusciti a vincere una statuetta, come miglior sceneggiatura originale il primo e miglior trucco e acconciatura il secondo.

    Inoltre, la pellicola è stata un grande successo di critica e al botteghino, incassando circa 368 milioni di dollari nel mondo. Altro punto a suo favore quest'ultimo, ma anche la riprova che i votanti non abbiano storto il naso – come spesso accade – di fronte a un successo commerciale.

    Il bottino di nomination agli Oscar di “Sinners – I peccatori” supera i precedenti detentori del record

    Con 16 candidature all'attivo, Sinners – I peccatori ha spazzato via i precedenti record detenuti da dei classici di Hollywood di epoche diverse. Stiamo parlando di Eva contro Eva (1950), Titanic (1997) e La La Land (2016). Tutti fermi a 14 nomination. All'epoca il film con Bette Davis e Anne Baxter si portò a casa sei statuette, comprese quelle come miglior film e regista per Joseph L. Mankiewicz.

    Il kolossal con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet detiene ancora il record di vittorie (ben 11) insieme a Ben Hur (1959) e Il signore degli Anelli - Il ritorno del re (2003). Infine, la pellicola con Ryan Gosling ed Emma Stone è doppiamente entrata nella storia del cinema, non solo per le nomination e le vittorie (un totale di sei), ma anche per essersi vista togliere – letteralmente – dalle mani la statuetta come miglior film da Barry Jenkins per Moonlight (2016), dopo la gaffe di Warren Beatty e Faye Dunaway ai quali era stata data una busta sbagliata.

    I più maligni potrebbero dire che il merito del sorpasso di Sinners – I peccatori sia da attribuire all'introduzione della categoria miglior casting. Ma, anche senza questa nuova voce, il film di Ryan Coogler avrebbe comunque avuto un vantaggio. Addirittura, se la categoria miglior sonoro e miglior montaggio sonoro non si fosse fusa nel 2020, oggi parleremmo di 17 candidature agli Academy Awards. Un primato difficilmente superabile.

    Quali sono le 16 nomination (attese e inaspettate) di “Sinners – I peccatori”?

    Che l'horror di Ryan Coogler si sia ritagliato il suo posto nella storia di Hollywood lo abbiamo detto forte e chiaro. Ma nello specifico, quali sono queste 16 nomination? Mettetevi comodi perché la lista è lunga: miglior film; miglior regista; miglior attore protagonista per Michael B. Jordan; miglior attore non protagonista per Delroy Lindo; miglior attrice non protagonista per Wunmi Mosaku; miglior sceneggiatura originale; miglior fotografia per Autumn Durald Arkapaw; miglior scenografia per Hannah Baechler e Monique Champagne; migliori costumi per Ruth E. Carter; miglior trucco e acconciatura per Ken Diaz, Mike Fontaine e Shunika Terry.

    E poi, ancora, migliori effetti speciali per Michael Ralla, Espen Nordahl; Guido Wolter e Donnie Dean; miglior montaggio per Michael P. Shawver; miglior sonoro per Chris Welcker, Benjamin A. Burtt, Felipe Pacheco, Brandon Proctor e Steve Boeddeker; miglior colonna sonora per Ludwig Göransson, miglior canzone originale per Raphael Saadiq e Ludwig Göransson per I Lied to You e, infine, miglior casting per Francine Maisler.

    Di queste ci si aspettava indubbiamente le candidature per le categorie più tecniche, così come per quelle principali e legate all'incredibile lavoro fatto sulla musica, uno dei pilastri dell'intera opera. Ma le due che hanno davvero sorpreso tutti sono quelle ottenute da Wunmi Mosaku e Delroy Lindo. Gli attori si ritrovano a competere con altri nomi del calibro di Teyana Taylor e Benicio del Toro per Una battaglia dopo l'altra (2025), Elle Fanning per Sentimental Value (2025) o Jacob Elordi per Frankenstein (2025). Addirittura, secondo alcuni Lindo si troverebbe in una rosa di nomi nella quale manca Paul Mescal per Hamnet – Nel nome del figlio (2025), considerato tra i favoriti di questa edizione ad ottenere una nomination. Non sappiamo chi si aggiudicherà l'Oscar al miglior film, ma siamo quasi certi che sarà uno scontro interno in casa Warner Bros.

    Gli Oscar che “Sinners – I peccatori” potrebbe effettivamente vincere (e quelli che potrebbe non vincere)

    Delle sei nomination ottenute ai Golden Globes, il film di Coogler si è portato a casa quello per la miglior colonna sonora e quello come miglior risultato al cinema e al box office. Nelle categorie principali è stato battuto da Hamnet – Nel nome del figlio come miglior film drammatico, da Paul Thomas Anderson per la regia e la sceneggiatura e, infine, da Wagner Moura per L'agente segreto (2025) come migliore attore. Con 13 nomination “il nemico da sconfiggere” la notte degli Oscar è senza dubbio Una battaglia dopo l'altra, già forte dei premi ottenuti ai Globes e ai Critics Choice Awards.

    Ai Bafta 2026 che si terranno il prossimo 22 febbraio la vera gara – dal nostro punto di vista - è tra PTA e Chloé Zhao, mentre molto ci dice la cerimonia dei Directors' Guild Award che, lo scorso 7 febbraio, ha incoronato Una battaglia dopo l'altra come film dell'anno. Il vero jolly di questa sfida è il Producers' Guild Award che si terrà a fine febbraio. Bisognerà vedere se il premio ai migliori produttori cinematografici e televisivi del 2025 andrà a un film che ha strappato parecchi biglietti nei cinema degli Stati Uniti o a un film di un grande autore.

    Spesso ottenere così tante nomination non significa minimamente assicurarsi la vittoria. Specie nelle categorie principali. Se dovessimo azzardare quali statuette potrebbero tornare a casa con Ryan Coogler e i suoi collaboratori diremmo quelle per la miglior sceneggiatura originale, la miglior fotografia, i migliori costumi, il miglior cast e la miglior colonna sonora. Addirittura, se i membri votanti dell'Academy sono più “tradizionalisti”, la pellicola potrebbe vincere anche nella categoria miglior canzone con I Lied to You avendo la meglio su Golden, brano presente in KPop Demon Hunters (2025). Molto più difficile che riesca a vincere come miglior film e miglior attore visti gli altri nomi coinvolti nelle rose dei candidati e le vittorie collezionate in altre cerimonie.

    “Sinners” è davvero così bello?

    All'annuncio del record di nomination, come scontato che fosse, l'opinione pubblica si è divisa tra chi considera Sinners – I peccatori l'outsider dell'edizione 2026 degli Oscar e chi lo percepisce come un titolo sopravvalutato. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo e lasciarsi andare ad assolutismi non serve a nulla. Quello di Ryan Coogler è un grande traguardo anche considerando il fatto che è riuscito ad ottenere questo primato uscendo nelle sale cinematografiche ad aprile, quindi molto prima della consueta finestra temporale in cui gli Studios distribuiscono i titolo su cui puntano per l'award season.

    La storia ruota attorno a due fratelli gemelli, Elijah "Smoke" ed Elias "Stack" Moore – entrambi interpretati da Michael B. Jordan – che, dopo un periodo passato a Chicago, decidono di tornare nella loro cittadina del Mississippi per aprire un juke joint. Un locale in cui si suona e si balla sulle note della musica blues. La stessa che attira un male ancestrale, quello di un gruppo di vampiri guidati dall'irlandese Remmick (Jack O'Connell) contro i quali andrà in scena una brutale battaglia notturna per avere salva la vita.

    Stiamo parlando di un film dalla narrazione sicuramente più audace per gli standard dell'Academy che intreccia elementi di folklore africano con la ferita mai ricucita del razzismo negli Stati Uniti per parlare di libertà, comunità, identità, memoria e potere della musica. Un mix di horror gotico, soprannaturale e racconto sociale che incontrano il cinema d'intrattenimento per una sceneggiatura originale che sceglie il genere per “camuffare” la sua natura politica.

    Il blues, il Ku Klux Klan, le leggi Jim Crow: tutti pezzi di un mosaico scelti dal regista per sottolineare la lotta degli afroamericani contro il potere velenoso dei bianchi. Non a caso lo stesso Remmick rircorda agli uomini e le donne che non vogliono essere trasformati in vampiri che nel suo mondo immortale non esistono pregiudizi razziali. Ma quegli stessi vampiri vogliono succhiare via la loro identità per appropriarsene. Quello di Sinners – I peccatori è senza dubbio il lavoro più compiuto, inedito e impegnato di Ryan Coogler che, nell'arco di 24 ore, celebra la resistenza degli afroamericani (di ieri e di oggi).

  • Odi San Valentino? Ecco 10 film perfetti da guardare il 14 febbraio

    Odi San Valentino? Ecco 10 film perfetti da guardare il 14 febbraio

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Gli innamorati di tutto il mondo non stanno più nella pelle per l’arrivo del 14 febbraio, ovvero il giorno di San Valentino. Nella cultura di massa, questa ricorrenza diventa un giorno speciale per celebrare l’amore. Che si tratti di rinnovare l’unione in una coppia o di dichiarare i propri sentimenti verso la persona per cui proviamo qualcosa, San Valentino è il giorno clou.

    Per altri, invece, San Valentino è l’ennesima festa inventata per saziare l’appetito del consumismo più sfrenato. Allo stesso tempo, molti trovano la festa degli innamorati alquanto stucchevole. O, peggio ancora, ipocrita e vuota di vero sentimento. Se fate parte di questa seconda categoria di persone e siete arrivati al punto di odiare San Valentino, ecco a voi 10 film perfetti da guardare il 14 febbraio!

    1. Assassini nati - Natural Born Killers (1994)

    Niente di meglio che sedersi sul divano, sgranocchiare qualche snack e celebrare San Valentino con una coppia di killer su di giri e veramente unici. Assassini nati - Natural Born Killers prende sul serio la preponderanza del rosso nella festa degli innamorati e tinge di sangue ogni sequenza. C’è amore in Natural Born Killers (1994), questo è vero, ma i più di 50 cadaveri che Mickey e Mallory lasciano al loro passaggio annienta qualsiasi tipo di romanticismo, o perlomeno ridefinisce completamente l'importanza di condividere un hobby. La pellicola è tra le migliori degli anni ‘90 ed è consigliata agli amanti di Pulp Fiction (1994) e di Paura e delirio a Las Vegas (1998).

    2. Crash (1996)

    Se per caso avete un partner e volete che vi lasci o che perlomeno cominci a dubitare seriamente di avere accanto la persona giusta, non c’è niente di meglio che programmare una serata a base di film e proporre Crash (1996). La versione del genere romcom di David Cronenberg mescola erotismo e body horror, con una premessa tra le più bizzarre. Perchè no! I protagonisti devono essere eccitati dagli incidenti stradali. Sembra una pazzia, ma Cronenberg riesce a partire da questa provocazione artistica e portare sullo schermo un mezzo capolavoro. Crash (1996) è un film visionario e fuori dagli schemi come solo il regista di Videodrome (1983) e Crimes of the Future (2022) sa essere.

    3. Eyes Wide Shut (1999)

    Eyes Wide Shut è un’altra perla anni ‘90 che non può mancare dalla lista del perfetto hater di San Valentino. Il canto del cigno di Stanley Kubrick ha tutti gli ingredienti per essere un film anti-14 febbraio, che espone tutti lati meno felici e più dark che possono emergere in una relazione disfunzionale: gelosie, segreti, tradimenti, società segrete e problemi di coppia. Per chi preferisce vivere da solo e godersi la propria libertà, sarà due volte soddisfatto dalla visione di Eyes Wide Shut (1999) e dalla rappresentazione di una coppia in frantumi. Se non bastasse, il film di Kubrick è un’esperienza visiva straordinaria tra inquadrature e fotografia mozzafiato. Se avete amato le atmosfere di Persona (1966) e Strade perdute (1997), non fatevelo sfuggire.

    4. Irréversible (2002)

    Il secondo film di Gaspar Noé è il film più controverso mai presentato al Festival di Cannes, oltre a esserlo anche di questa lista. Irréversible è un pugno nello stomaco difficile da dimenticare e quasi impossibile da digerire. Se San Valentino ci mostra la versione idilliaca e senza macchia dell’amore, il thriller del regista sperimentale argentino si focalizza sulla violenza di genere e sulla natura predatoria dell’uomo. Non sono mai abbastanza gli avvertimenti da dare prima di cimentarsi con una visione del genere. Tuttavia, gli spettatori più esperti e con molti film spietati e pesanti alle spalle troveranno Irréversible (2002) di una crudezza estrema, ma altrettanto autentica.

    5. L'amore bugiardo - Gone Girl (2014)

    Oltre a titoli di nicchia e cult, nella lista dovevano essere inclusi anche film mainstream altrettanto dotati. L'amore bugiardo - Gone Girl di David Fincher è un thriller tra i più affilati del regista ed enorme successo ai botteghini del 2014. Tra incursioni nella mente dei personaggi e uno sviluppo della trama intricato, questo titolo sfiora la psicologia tanto quanto il mistero. Per i pochi che ancora non hanno visto Gone Girl (2014), sappiate che il film è adatto a chi odia San Valentino proprio per i colpi di scena che si susseguono e che non fanno che sgretolare tutte le aspettative su una coppia apparentemente normale che si hanno a inizio visione. Il film è consigliato anche solo per ammirare una delle prove più importanti nella carriera di Rosamund Pike.

    6. It Follows (2015)

    Non diciamo bugie. San Valentino è la festa dell’amore, ma suscita nelle persone anche voglie più semplici e terrene. Ed è per questo che It Follows deve fare la sua comparsa nella lista. Il film di David Robert Mitchell dà tutto un altro significato alla concetto di “malattia sessualmente trasmissibile", lasciando lo spettatore alquanto turbato e impaurito tramite una metafora facilmente decodificabile. Questo horror sui generis non vive solo di una premessa geniale. Tra fotografia, regia e colonna sonora, il reparto tecnico brilla di luce propria regalandoci un’esperienza paurosa ma sempre ricca di stile. It Follows (2015) farà felici i fan delle operazioni nostalgiche, ma comunque innovative, come Brick - Dose mortale (2006) e Beyond the Black Rainbow (2010).

    7. Scappa - Get Out (2017)

    Se odiate San Valentino e non vi concedete la visione di Scappa - Get Out, significa che prima di tutto odiate voi stessi. Lo strepitoso esordio alla regia di Jordan Peele raddoppia l’incubo di incontrare i genitori della nostra dolce metà, aggiungendo un sottotesto politico agghiacciante. Non c’è film nella lista che vi renderà più nervosi di questo. Non solo, il livello di tensione non sembra mai svanire dall’inizio alla fine, non lasciando alcuno scampo. Se si aggiunge un livello visivo a cinque stelle, Scappa - Get Out (2017) soddisfa tutti i requisiti necessari per essere visto il 14 febbraio... e per pensarci due volte prima di incontrare la famiglia del proprio o propria partner.

    8. Burning - L'amore brucia (2018)

    Il sottotitolo della versione italiana di Burning - L'amore brucia dovrebbe includere l’avverbio “lentamente”. Come per Gone Girl (2014) di Fincher, il film di Lee Chang-dong evolve con una trama da thriller psicologico, ma con un ritmo lento e inesorabile. La tensione è sempre nell’aria, ma il punto d’esplosione della storia è incerto, aumentando la carica ansiolitica. I temi di Burning (2018) hanno a che fare con l’attrazione, l’invidia, le differenze di classe e il sospetto, rendendolo perfetto per chi ha una visione iconoclasta di San Valentino. Se avete apprezzato Past Lives (2023) e Parasite (2019), questo film fa per voi.

    9. Mandy (2018)

    Se cercate un revenge movie psichedelico e totalmente sopra le righe, Mandy di Panos Cosmatos è il film da vedere. E ancora, non vedete l’ora che arrivi la mezzanotte durante il 14 febbraio... Mandy è la scelta perfetta. Un altro motivo? Se amate Nicolas Cage nei suoi ruoli più squilibrati, Mandy (2018) di Panos Cosmatos è il film da vedere. Non avete più scuse. Questo titolo decisamente in chiave anti-San Valentino, vi farà assistere al rapporto roseo tra Red (Cage) e Mandy (Andrea Riseborough) andare letteralmente in fiamme, il che potrebbe essere quel bonus in più (come se ce ne fosse bisogno) per schiacciare play. In fondo sangue, luci al neon, droga e armi sono il connubio perfetto per ogni detrattore di San Valentino che si rispetti.

    10. Midsommar - Il villaggio dei dannati (2019)

    Midsommar - Il villaggio dei dannati dà una piega pagana e folkloristica al vostro disprezzo per San Valentino. Come per Eyes Wide Shut (1999), siamo di fronte a una coppia (Florence Pugh e Jack Reynor) in dissoluzione, che si avvia verso un viaggio del non ritorno, sia sentimentale che materiale. Il film di Ari Aster distrugge qualsiasi atmosfera romantica con una calma brutale e terrificante, a piccoli ma brutali passi. Niente sembra trattenere i personaggi dall'andare incontro al loro destino tragico, ben lontano da cioccolatini, rose rosse e cuoricini. Andrete a nozze con Midsommar (2019) se vi trovate a vostro agio con atmosfere occulte alla In the Earth (2021) e La nona porta (1999). Come lo definisce il regista stesso, tralasciando la brutalità di alcune scene e l'horror puro che permea tutta la storia, "è un film sulla rottura di una coppia".

  • Le 10 migliori serie TV del 2016

    Le 10 migliori serie TV del 2016

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Dieci anni fa la televisione cambiava per sempre. Nel 2016 Netflix ha smesso di essere "il sito per vedere film in streaming" e ha iniziato a produrre serie che facevano parlare il mondo intero. Quella stessa estate un gruppo di ragazzini in bicicletta cercava il loro amico scomparso in una cittadina dell'Indiana, e tutti noi eravamo incollati allo schermo. 

    HBO rispondeva con un parco divertimenti popolato da androidi cowboy, Sky e Canal+ producevano un Papa americano diretto da Paolo Sorrentino, FX raccontava il processo del secolo con un cast da Oscar. 

    Era l'anno in cui le serie TV sono diventate l'argomento di conversazione principale, al bar come in ufficio, su Twitter come a cena. Oggi queste serie compiono dieci anni, e molte di loro reggono ancora benissimo. Alcune sono diventate cult, altre hanno avuto sequel deludenti, una è stata cancellata troppo presto lasciando i fan furiosi. Ecco le dieci serie uscite nel 2016 che vale la pena recuperare.

    "The OA": un successo senza alcuna strategia di marketing

    Partiamo dalla serie più divisiva di questa lista, una delle più difficili da seguire come meriterebbe. The OA è arrivata su Netflix a dicembre del 2016 senza alcuna campagna promozionale, ma chi l'ha scoperta non ha smesso di parlarne per alcune settimane. Prairie è una ragazza cieca scomparsa sette anni prima che ricompare all'improvviso: ha recuperato la vista, ha strane cicatrici sulla schiena, e ha una storia incredibile da raccontare.

    Brit Marling, che scrive, produce e interpreta la protagonista, costruisce una mitologia che mescola esperienze di pre-morte, viaggi interdimensionali e movimenti coreografici “mistici”, in grado di aprire portali. Sì, avete letto bene. È una serie che chiede allo spettatore di fidarsi, di arrendersi a una logica che sembra folle ma che, episodio dopo episodio, diventa sempre più coerente e affascinante. Per alcuni è un capolavoro visionario, per altri una presa in giro pretenziosa. Netflix l'ha cancellata dopo due stagioni lasciando tutto in sospeso, e i fan non hanno mai perdonato questa scelta. Perfetta per chi ama la fantascienza d’avanguardia, consigliata per chi sta cercando una serie “rischiosa” e decisamente diversa dal solito.

    "The Good Place": un'antieroina in paradiso

    Eleanor Shellstrop muore e finisce in paradiso. C'è solo un problema: è una persona orribile, egoista e meschina, e chiaramente non dovrebbe essere lì. Da questa premessa Michael Schur (già creatore di Parks and Recreation, 2009) costruisce The Good Place, una comedy che sotto la superficie dai toni pastello nasconde una riflessione di filosofia morale, su cosa significa essere buoni, su perché dovremmo sforzarci di migliorare.

    Kristen Bell è perfetta nel ruolo della protagonista insopportabile che prova a cambiare, Ted Danson è il misterioso architetto del Good Place con segreti che ribaltano completamente la serie. Perché The Good Place è anche una serie di twist, di finali di stagione che cambiano le regole del gioco, di una scrittura talmente densa di gag e riferimenti filosofici che richiede più visioni per cogliere tutto. Ogni episodio dura venti minuti, sono quattro stagioni in totale, e il finale è uno dei più commoventi della televisione recente. Consigliata a chiunque: funziona come comedy leggera, funziona come riflessione esistenziale, funziona come binge-watch di un weekend. Da recuperare subito!

    "American Crime Story: Il caso O.J. Simpson": una miniserie crime da Emmy

    Il 17 giugno 1994 novantacinque milioni di americani guardarono in diretta TV una Ford Bronco bianca inseguita dalla polizia sulle autostrade di Los Angeles. Al volante c'era Al Cowlings, sul sedile posteriore O.J. Simpson, ex stella del football accusato di aver ucciso la moglie Nicole Brown e l'amico Ron Goldman. Il processo che seguì fu il primo grande evento mediatico dell'era moderna, e Ryan Murphy lo ricostruisce con American Crime Story: Il caso O.J. Simpson in una miniserie che ha vinto nove Emmy. Cuba Gooding Jr. è O.J., Sarah Paulson è la procuratrice Marcia Clark, Courtney B. Vance è l'avvocato Johnnie Cochran. Tutti straordinari, ma è Paulson a rubare la scena, con il suo ritratto struggente di una donna all’apice della carriera, distrutta dal sessismo dei media.

    Re Mida del crime pop con titoli iconici come Nip/Tuck (2003) e American Horror Story (2011) o la più recente Monster - Il caso Dahmer (2022), in questa serie Murphy non racconta solo il processo ma l'America di quegli anni, le tensioni razziali dopo Rodney King, il circo mediatico che trasformò un doppio omicidio in intrattenimento da prima serata. Una serie che rende avvincente una storia di cui tutti conoscono il finale, consigliata a chi ama i legal drama, a chi vuole capire le contraddizioni dell’America degli anni Novanta. Perfetta anche per chi vuole riscoprire il genere true crime alle sue origini. 

    "Westworld" di Jonathan Nolan e Lisa Joy (HBO)

    Dopo il successo stellare di Game of Thrones (2011), HBO aveva bisogno di un nuovo show di punta, e Westworld sembrava perfetto: budget enorme, cast stellare, una premessa irresistibile. Il film originale di Michael Crichton del 1973 raccontava un parco divertimenti western popolato da androidi dove i ricchi potevano vivere le loro fantasie. Nolan e Joy prendono la fonte originale e la trasformano in un puzzle filosofico sulla coscienza, sull'identità, sul libero arbitrio. Anthony Hopkins interpreta il creatore del parco con un magnetismo che buca lo schermo, Evan Rachel Wood e Thandiwe Newton sono le androidi che iniziano a risvegliarsi, Ed Harris è il misterioso Uomo in Nero.

    La prima stagione è costruita con precisione maniacale: ogni scena nasconde indizi, ogni dettaglio ha un significato, e i twist finali ribaltano tutto quello che credevi di aver capito. Le stagioni successive si sono perse in una complessità fine a sé stessa, ma quella prima stagione resta un capolavoro di scrittura e regia. Consigliata a chi ama le serie che richiedono attenzione, a chi è affascinato dai dilemmi etici della fantascienza, a chi non si spaventa davanti a spirali narrative che sembrano aggrovigliarsi su sé stesse.

    "Billions": la serie su Wall Street (anche per chi odia la finanza)

    Da una parte Chuck Rhoades, procuratore federale di New York, un uomo ossessionato dalla giustizia (e dalle pratiche BDSM, come scopriamo fin dal primo episodio). Dall'altra Bobby Axelrod, miliardario che si è fatto da solo partendo dal Bronx, re degli hedge fund, filantropo che non ha mai dimenticato le sue origini. Billions racconta la guerra tra questi due uomini, interpretati da Paul Giamatti e Damian Lewis al massimo della forma, e intorno a loro costruisce un mondo di avvocati, trader e uomini d’affari con il coltello tra i denti.

    Koppelman e Levien (gli sceneggiatori di Rounders, 1998) raccontano il lato spietato di Wall Street con una precisione e una competenza tale da rapire anche lo spettatore più riluttante a temi come trading e finanza. Perché Billions funziona soprattutto come duello tra personaggi, ritratti in modo profondo, nelle loro sfumature morali più profonde, senza un confine netto tra bene e male. Non ci sono buoni e cattivi, ma senza scrupoli che si combattono con ogni mezzo. Consigliata a chi ha amato Succession (2018), perfetta per chi apprezza i personaggi moralmente ambigui.

    "Atlanta": una serie autoriale che non rinuncia alla leggerezza (e al surrealismo)

    Donald Glover è uno dei talenti più cristallini degli ultimi anni: attore, rapper (con il nome Childish Gambino), sceneggiatore, regista. Con Atlanta un gioiello della serialità contemporanea. Earn è un ragazzo di Atlanta che cerca di sfondare come manager del cugino rapper Paper Boi. Ma questa è solo una piccola parte della serie, che sullo sfondo tiene la vita quotidiana nell'America nera raccontata attraverso un gruppo di personaggi divisi tra il successo (e il suo lato oscuro) e le contraddizioni della società in cui vivono.

    La serie mescola commedia e dramma con una libertà che ricorda il primo Spike Lee, passa dal realismo al surrealismo senza preavviso, e alcuni episodi sono talmente sperimentali da sembrare cortometraggi d'autore. Due Emmy alla prima stagione, meritatissimi. Glover ha dimostrato che si può fare televisione personale, autoriale, senza per questo rinunciare a tonalità leggere, che rendono questa serie perfetta per il binge watching. Consigliata a chi cerca un titolo sorprendente e a chi ama la musica hip-hop.

    "The Crown": la storia dei Reali d'Inghilterra come non l'avevamo mai vista

    Peter Morgan aveva già raccontato la Regina Elisabetta in The Queen (2006) con Helen Mirren, ma con The Crown ha fatto qualcosa di molto più ambizioso, passando a un altro livello. Un affresco in sei stagioni che parte dall'incoronazione del 1952 e arriva fino ai giorni nostri, cambiando cast ogni due stagioni per seguire l'invecchiamento dei personaggi. Claire Foy nella prima stagione è una Elisabetta giovane, insicura, costretta a scegliere continuamente tra il dovere e gli affetti. Matt Smith è un Principe Filippo irrequieto e frustrato dal suo ruolo di consorte, John Lithgow un Churchill monumentale negli ultimi anni di governo.

    Il budget è da film hollywoodiano per ogni singolo episodio, la ricostruzione storica maniacale, i dialoghi calcolati al millimetro. Morgan non ha paura di mostrare la famiglia reale come una famiglia disfunzionale qualsiasi, solo con qualche corona e castello in più. Le stagioni più recenti hanno sollevato polemiche per l'accuratezza storica, ma le prime due restano televisione di altissimo livello. Consigliata a chi ama i period drama, a chi è affascinato dalla monarchia britannica e a chi cerca una serie elegante e sontuosa. 

    "The Young Pope": quando Sorrentino passò (con successo) al piccolo schermo

    Paolo Sorrentino porta il suo cinema in televisione e crea qualcosa di mai visto prima. The Young Pope racconta la vicenda di Lenny Belardo, un americano eletto Papa che prende il nome di Pio XIII e si rivela l'opposto di quello che il Vaticano si aspettava: conservatore, misterioso, inaccessibile, forse santo o forse semplicemente folle. Jude Law è straordinario nel ruolo, capace di passare dalla fragilità alla crudeltà in un battito di ciglia.

    Sorrentino filma il Vaticano come nessuno l'aveva mai filmato, tra corridoi infiniti, giardini nascosti, cardinali che tramano in segreto, suore che pregano e fumano sigarette a non finire. Ogni inquadratura è un quadro, la colonna sonora mescola musica sacra e pop con audacia, la regia ha quel ritmo ipnotico che è diventato il marchio di fabbrica del regista. Certo, come ogni lavoro di Sorrentino, anche questa serie ha diviso gli spettatori, tra l’ha adorata e chi l’ha trovata un esercizio di stile di pura estetica, ma è innegabile che abbia osato come poche altre, portando l'autorialità cinematografica sul piccolo schermo come pochissimi altri titoli sono riusciti a fare. Diane Keaton e Silvio Orlando completano un cast mostruoso. Consigliata a chi ama il cinema di Sorrentino (soprattutto La grande bellezza, 2013)  a chi cerca qualcosa di unico e a chi non ha paura delle serie lente e contemplative.

    "Stranger Things": quando il fenomeno Netflix ebbe inizio

    Nell'estate del 2016 Stranger Things arrivò come un fulmine a ciel sereno, conquistando il mondo e diventando una delle serie più amate e seguite degli ultimi dieci anni. I Duffer Brothers hanno costruito una macchina del tempo perfetta, raccontando gli anni Ottanta di Spielberg e Carpenter, di Stephen King e dei Goonies, riferimenti a pioggia riportati attraverso una sensibilità moderna capace di non cadere mai nella nostalgia fine a sé stessa. Hawkins, Indiana: un ragazzino scompare, i suoi amici lo cercano, una bambina misteriosa con poteri telecinetici appare dal nulla. Winona Ryder tornò protagonista dopo anni di oblio e dimostra di non aver perso nulla, il giovanissimo cast (Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo) fu una vera rivelazione, tanto che oggi sono tra gli attori e attrici più ricercati di Hollywood.

    La colonna sonora synthwave dei Survive è diventata iconica, il Sottosopra è uno degli universi paralleli più inquietanti e iconici della televisione recente, e anche se le stagioni finali hanno diviso il pubblico, secondo alcuni allungando un po’ troppo i tempi, la prima stagione resta un gioiello di scrittura. Otto episodi semplicemente perfetti. Ora che la serie è arrivata alla sua conclusione, partire con un rewatch è un viaggio nostalgico (e spettacolare) attraverso il titolo che più di ogni altro ha definito le serie e la cultura pop contemporanea.

    "Fleabag": l'esplosione (meritata) di Phoebe Waller-Bridge e il suo monologo

    Prima di diventare la sceneggiatrice più richiesta di Hollywood (dalla serie Killing Eve al suo contributo per la sceneggiatura di No Time to Die), Phoebe Waller-Bridge era un'attrice teatrale con un monologo che aveva creato scalpore tra gli addetti ai lavori e nel giro dei festival underground. Quel monologo si chiamava Fleabag, e nel 2016 è diventato una serie di sei episodi che ha letteralmente cambiato le regole della comedy televisiva. La protagonista è una donna londinese senza nome (tutti la chiamano Fleabag, "sacco di pulci") che ha appena perso la sua migliore amica e non sa come elaborare il lutto. Così guarda in camera e parla direttamente a noi, gli spettatori, mentre la sua vita sentimentale, familiare e lavorativa va a rotoli. Waller-Bridge racconta il sesso, il dolore, l'autodistruzione con un'onestà che toglie il fiato, e lo fa con un tempismo comico che trasforma ogni battuta in un colpo al cuore dolceamaro.

    La prima stagione dura tre ore in tutto, e ogni minuto è denso, stratificato, sorprendente. La seconda stagione, arrivata nel 2019 con il famoso "Hot Priest" interpretato da Andrew Scott, ha vinto tutti i premi possibili e ha reso Waller-Bridge una star mondiale. Ma è nella prima stagione che nasce una voce unica, capace di raccontare la fragilità femminile senza filtri e senza pietismi. Consigliata a tutti, ma soprattutto a chi pensa che le comedy non possano essere profonde, a chi ama le protagoniste imperfette e spigolose, a chi cerca mezz'ora di televisione che valga più di molte stagioni intere. Questa è probabilmente una delle serie più belle di sempre, se non l’avete mai vista è decisamente ora di recuperare.

  • Dal Tubo al Cinema: 10 attori e attrici che hanno iniziato come YouTuber

    Dal Tubo al Cinema: 10 attori e attrici che hanno iniziato come YouTuber

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    C’è stato un tempo in cui “fare YouTube” significava essere confinati in una nicchia: una webcam, una stanza, un pubblico che cresceva a colpi di condivisioni. Oggi, invece, la traiettoria è sempre più riconoscibile: talento + community + costanza possono diventare un biglietto (non garantito, ma reale) per film, serie e piattaforme globali. Perché il punto non è “la fama facile”, ma l’allenamento continuo. 

    YouTube ti costringe a scrivere, montare, stare davanti alla camera, capire il ritmo, reggere l’algoritmo e, soprattutto, reggere te stesso.

    Non è un caso che molti di questi volti arrivino al cinema con un “vantaggio competitivo” che Hollywood adora: sanno già cosa vuol dire catturare l’attenzione in pochi secondi e costruire un personaggio (o smontarlo) episodio dopo episodio. Alcuni hanno trasformato sketch e vlog in un vero mestiere d’attore; altri hanno fatto il salto dietro la macchina da presa, portando sul grande schermo la sensibilità di chi è cresciuto nell’era dei contenuti. E poi c’è la terza via: chi usa il passaggio al cinema per prendersi sul serio, cambiare pelle, diventare qualcosa di diverso da un “creator”.

    Ma quali sono i casi più eclatanti? Ne vediamo insieme 10 che raccontano bene questo percorso, dal primo video “casalingo” fino alla serie o al film che li ha resi, di colpo, credibili anche fuori da Internet.

    Liza Koshy

    Liza Koshy è l’esempio perfetto di come la comicità “da feed” possa diventare timing da set. Parte con clip rapidissime (prima su Vine, poi su YouTube), dove l’energia fisica e le facce elastiche sono già linguaggio attoriale. Il primo passo “industriale” arriva con Boo! A Madea Halloween (2016), poi si allarga su serialità e ruoli più strutturati, fino a una vetrina pop come Work It (2020), commedia teen che la usa bene: ritmo, carisma, zero paura del ridicolo. Il salto successivo è quasi simbolico: entra in un franchise che vive di icone e nostalgia, prestando la voce ad Arcee in Transformers: Rise of the Beasts (2023). Non è solo “la YouTuber nel film”: è una performer che ha capito presto come trasformare la presenza in mestiere.

    King Bach

    Andrew Bachelor, aka King Bach, è uno di quelli che hanno reso la migrazione Vine/YouTube al cinema una strada praticabile prima che diventasse trend. Il suo umorismo nasce da sketch iperveloci e punchline da pochi secondi: un formato che, una volta trasportato su film corali, diventa “supporto perfetto” per commedie e ensemble. Il suo profilo esplode quando comincia a infilarsi in titoli da circuito mainstream: Ti presento i Blacks (2016) e 50 Sfumature di Nero (2016) lo portano nel territorio della parodia cinematografica; poi arriva Netflix con The Babysitter (2017), dove la dimensione pop-horror gioca a suo favore. In mezzo, camei e ruoli in rom-com generazionali come Tutte le volte che ho scritto Ti amo (2018). Non sempre è protagonista, ma è spesso quel volto che “regge” una scena: affidabile, immediato, riconoscibile.

    Bo Burnham

    Bo Burnham è il caso in cui YouTube non è trampolino: è origine estetica (e virale). Nel 2006 carica canzoni comiche girate in camera da letto; diventano virali e, con loro, nasce un autore che ragiona già su performance, pubblico e ansia. Da lì, invece di restare “fenomeno web”, Burnham si sposta verso una forma più adulta e dolorosa: scrive e dirige Eighth Grade (2018), debutto da regista che parla di adolescenza e social con una precisione quasi documentaria. Poi torna davanti alla camera in un film che l’America ha discusso parecchio, Promising Young Woman (2020), e soprattutto chiude il cerchio con Bo Burnham: Inside (2021): non solo special, ma cinema in una stanza, costruito con la consapevolezza di uno che Internet l’ha inventato (o, almeno, l’ha visto nascere).

    Issa Rae

    Prima di essere una delle voci più influenti della comedy americana recente, Issa Rae era “quella di YouTube”. La sua web series Awkward Black Girl (2011–2013) nasce online con una sincerità che allora sembrava rivoluzionaria: quotidiano, imbarazzo, identità, micro-umiliazioni. HBO capisce che lì c’è un universo e la porta in casa grande con Insecure (2016–2021), serie che mantiene il punto di vista e lo raffina, diventando anche discorso culturale. E quando la macchina si mette in moto, Rae comincia a attraversare cinema e animazione: è nel multiverso di Spider-Man: Across the Spider-Verse (2023) e nel cast-evento di Barbie (2023). La cosa interessante è che non “abbandona” il web: lo incorpora. Il suo successo nasce dal controllo del tono, che è esattamente ciò che YouTube ti obbliga a imparare.

    Lilly Singh

    Lilly Singh (IISuperwomanII) è stata per anni una delle regine di YouTube: sketch, personaggi, energia da stand-up travestita da vlog. Quando passa allo schermo tradizionale, lo fa con la logica del cameo intelligente: appare in Bad Moms (2016) e lavora anche sul doppiaggio (ad esempio in L’Era Glaciale - in rotta di collisione (2016)), portando con sé quella riconoscibilità “da internet” che il cinema usa come scorciatoia affettiva. Ma Singh prova anche a spingersi oltre la comparsata: in Fahrenheit 451 (2018) cambia registro e si misura con un contesto più cupo. Il suo percorso è interessante perché racconta un altro tipo di transizione: non solo attrice, ma figura mediale totale, capace di muoversi tra schermo, palco e industria, usando YouTube come palestra e non come gabbia.

    Anna Akana

    Anna Akana ha costruito la sua identità online con un mix raro: confessione personale e comicità tagliente. YouTube le permette di trasformare vulnerabilità e storytelling in un linguaggio pop, poi l’acting arriva quasi come evoluzione naturale. Il salto “cinema teen” passa da You Get Me (2017), thriller adolescenziale dove la sua presenza funziona proprio perché non è patinata: è inquieta, concreta. Negli anni successivi continua a orbitare tra film e streaming (come Let It Snow (2019)), fino a un titolo che segna il passaggio a una serialità “da grande piattaforma”: Jupiter’s Legacy (2021). La cosa che la distingue, rispetto ad altri creator, è l’idea di personaggio: Akana non punta solo sul “piacere”, ma su una presenza che può anche disturbare. E spesso, nel salto da web a set, è esattamente quello che fa la differenza.

    Kian Lawley

    Kian Lawley è l’emblema del creator che prova a fare sul serio con la recitazione senza spegnere la macchina di YouTube. Apre il canale superkian13 nel 2010, cresce con i progetti collettivi e poi cerca il primo ruolo da film: Il Prescelto (2015). Da lì la filmografia si popola di titoli che parlano la lingua del suo pubblico: Shovel Buddies (2016), teen comedy con DNA “internet”, e soprattutto Prima di domani (2017), che gli dà un contesto più drammatico e una visibilità più ampia. La cosa interessante, nel suo caso, è la doppia identità: non “ex YouTuber”, ma creator-actor, che usa l’online come base e il set come espansione. È una strategia che funziona quando hai disciplina, perché fare entrambe le cose significa non potersi nascondere dietro nessuna delle due.

    Colleen Ballinger (Miranda Sings)

    Miranda Sings nasce come personaggio YouTube: rossetto sbavato, auto-percezione grandiosa, talento (volutamente) discutibile. Colleen Ballinger trasforma quella maschera in una satira sull’ossessione per la fama online, e il passaggio a Netflix è quasi inevitabile: Haters Back Off! (2016–2017) prende l’universo di Miranda e lo allarga, raccontandone “l’origine” e la famiglia. È un caso interessante perché non è la classica storia “YouTuber che recita”: è una creator che porta in TV una creatura già scritta, provata, calibrata davanti a milioni di spettatori. Il risultato può piacere o no, ma è un esperimento lucido sul confine tra personaggio e persona, che è uno dei grandi temi dell’era social. E, soprattutto, dimostra che il vero capitale di YouTube non è la visibilità: è la proprietà intellettuale, quando sai trasformarla in racconto seriale.

    Frank Matano

    In Italia, Frank Matano è uno dei nomi che rendono il passaggio da YouTube a schermo quasi “normale”. Parte online, costruendo una comicità immediata e riconoscibilissima, poi arriva presto il cinema con Fuga di cervelli (2013), che lo inserisce in un’operazione pop esplicitamente generazionale: un film che intercetta il pubblico del web e lo porta in sala con volti “di casa”. Da lì Matano allarga il raggio: televisione, format comici, e una nuova consacrazione da piattaforma con LOL - Chi ride è fuori  (2021–2024), dove la sua cifra (ironia fulminea + controllo della scena) torna utilissima. Il suo percorso è interessante perché racconta un’industria italiana che, a differenza del passato, ha imparato a considerare il web non solo “serbatoio di follower”, ma anche vivaio di comici con mestiere.

    Guglielmo Scilla (Willwoosh)

    Guglielmo Scilla, aka Willwoosh, è stato per anni “il volto” del primo YouTube italiano: sketch, personaggi, osservazioni da commedia di costume in formato breve. Il cinema lo intercetta presto e gli affida addirittura un ruolo da protagonista in 10 regole per fare innamorare (2012), rom-com costruita sul suo appeal generazionale e sulla curiosità del pubblico di vedere una star del web “reggere” un film intero. Poco dopo arriva anche Fuga di cervelli (2013), dentro un cast che mescola cinema e internet. Scilla è un caso utile perché mostra un passaggio molto italiano: dal web al cinema tramite commedia pop, con l’idea che la familiarità sia un valore commerciale. Ma la vera scommessa, in questi casi, è un’altra: dimostrare che dietro l’avatar c’è un attore. E, nel bene e nel male, Willwoosh quella prova l’ha affrontata quando era ancora rarissimo farlo.

  • I migliori biopic musicali italiani per prepararsi a Sanremo 2026

    I migliori biopic musicali italiani per prepararsi a Sanremo 2026

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    A meno che non viviate in mezzo al deserto o nel fondo di qualche canyon sperduto chissà dove, vi sarete certamente accorti che ci stiamo avvicinando sempre di più alla “settimana santa” di Sanremo 2026. 

    Carlo Conti alla sua ultima conduzione, e alcuni “ritorni” interessanti come Tommaso Paradiso, Malika Ayane, Arisa o la strana coppia formata da Fedez e Marco Masini. Insomma, materiale per il vostro fanta-Sanremo ce n’è. Ma il febbraio “musicale” non si ferma certo al palco dell’Ariston, perché proprio in questi giorni è in arrivo nelle sale italiane un biopic che tutti gli appassionati di musica aspettano da tempo, Franco Battiato - Il lungo viaggio, al cinema dal 2 al 4 febbraio prima di approdare su Rai 1.

    Una produzione quasi inaspettata, un’occasione perfetta per scoprire (o ripassare) la storia e gli esordi del Maestro siciliano a quattro anni dalla sua scomparsa, ancora una ferita apertissima per tutti i fan della sua musica. Per questo, per prepararci al Festival e per capire meglio come si posizionerà questo titolo nel quadro (vastissimo) dei biopic targati Rai, abbiamo realizzato questo articolo per riscoprire i film che hanno raccontato le storie di alcuni degli artisti e delle voci più amate. Alcuni riuscirono ad andare a segno, altri meno, rimanendo nel confine della biografia più tradizionale. Qui sotto trovate la nostra selezione.

    Franco Battiato - Il lungo viaggio (2026)

    Produzione tra le più attese nel 2026 del cinema italiano, Franco Battiato - Il lungo viaggio arriva finalmente in sala come evento speciale il 2, 3 e 4 febbraio, prima di approdare su Rai 1, ed è proprio questa uscita che (insieme al Festival, ovviamente) ci ha spinto a compilare questa lista. Dario Aita presta il volto al giovane Battiato, e la scelta si rivela azzeccata: l'attore (nonostante le sue origini palermitane) riesce a catturare quella miscela di timidezza e sfrontatezza che caratterizzava il Maestro, soprattutto in gioventù durante le sue scorribande milanesi. Il film si concentra infatti sugli anni della formazione, dalla Sicilia alla Milano sperimentale degli anni Settanta, evitando saggiamente di coprire tutta la carriera. Una scelta che si rivela molto furba, sia a livello di trama (less is more, sempre!), sia a livello di fruizione del film, dato che inerpicarsi tra zingare del deserto, mondi lontanissimi o piani astrali potrebbe essere un’impresa non da tutti.

    La regia di Renato De Maria è sobria, rispettosa, talvolta troppo, tanto che a volte la sensazione è che manchi un po' di quell’audacia visiva necessaria per raccontare un artista che di audacia, visionaria, ne aveva da vendere. Ma il cuore del progetto rimane altrove, e quello viene fuori soprattutto con le ricostruzioni delle serate al Derby con Gaber, piccole gemme forse sconosciute a tanti spettatori. Perfetto per chi ha amato Battiato e vuole scoprire le radici del suo percorso; consigliato anche a chi non lo conosce e cerca un racconto accessibile, prima porta verso un artista poliedrico come pochi nella storia del pop d’avanguardia (e non soltanto quello italiano).

    Fabrizio De André - Principe libero (2018)

    Questo è sicuramente uno dei migliori titoli inclusi in questa lista, se non altro per il suo protagonista, inaspettatamente coinvolto in un biopic dopo il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot (2016) e il cult Non essere cattivo (2015). In Fabrizio De André - Principe libero Luca Marinelli riprende Faber, ma senza imitarlo: lo ricrea, lo abita, gli dà una profondità “vera” che va oltre la semplice interpretazione. È uno di quei casi in cui l'attore diventa il personaggio, e viceversa, quando il biopic non è più solo il racconto di una vita, ma diventa film a tutti gli effetti.

    La struttura narrativa, che alterna il sequestro in Sardegna ai ricordi della giovinezza, funziona perfettamente, creando tensione senza mai scadere nel didascalico. Valentina Bellè è una Dori Ghezzi luminosa, Ennio Fantastichini (nel ruolo del padre) regala uno dei suoi ultimi lavori memorabili. Il film ha il coraggio di mostrare le contraddizioni dell’uomo De André oltre la mitologia dell’artista, tra l'alcol e l'incapacità di essere presente per chi lo amava. Tre candidature ai David di Donatello meritatissime. Imperdibile per chiunque ami la musica italiana, perfetto anche per chi De André lo conosce poco e vuole capire perché è tuttora considerato tra i più grandi.

    Io sono Mia (2019)

    Sette milioni di spettatori non mentono: Io sono Mia ha toccato un nervo scoperto nella storia della musica italiana. Il merito è soprattutto di Serena Rossi, che non cerca la mimesi impossibile con Mia Martini ma ne cattura l'essenza, la voce rotta, gli occhi che nascondono ferite, la determinazione di chi è stata calpestata e cerca di rialzarsi. Il film parte dal Sanremo 1989, quello di Almeno tu nell'universo, e procede a ritroso: una scelta narrativa già vista con tantissimi biopic, ma efficace, e che permette di capire meglio il peso di quella serata nella vita fioca di Mimì.

    La ricostruzione degli anni bui, quando l'assurda diceria della "iella" la tenne lontana dai palchi, è commovente ma senza essere pietistica. Qualche scivolata nel melodramma c'è, ma il Nastro d'Argento a Serena Rossi è meritatissimo. Perfetto per chi vuole scoprire una delle voci più belle della musica italiana senza paura di commuoversi (e parecchio, vi abbiamo avvisati).

    Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu (2007)

    Forse alcuni non lo ricordano, ma Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu è il capostipite dei biopic musicali Rai, quello che ha aperto la strada a tutti gli altri. Claudio Santamaria, all'epoca non ancora la star che è oggi, porta sullo schermo l'energia anarchica e malinconica di Rino con una precisione impressionante, sia nella gestualità che nella voce. Il film ha i limiti del budget televisivo (alcune ricostruzioni sono approssimative, il ritmo a tratti incerto) ma quando funziona, funziona davvero. Le scene dei concerti trasmettono quella miscela di ironia feroce e disperazione che rendeva Rino unico; il finale, con l'incidente stradale a soli 30 anni, colpisce ancora per come è stato portato sullo schermo.

    Non è un'opera perfetta, ma ha il merito di aver riscoperto per il grande pubblico un artista che merita ancora di essere scoperto e riscoperto, di essere finalmente messo insieme nell’olimpo del cantautorato insieme a Dalla, De Andrè, Guccini, De Gregori e via dicendo. Perfetto per chi ama le canzoni di Rino Gaetano e vuole conoscere l'uomo dietro i testi e le provocazioni artistiche, consigliato anche chi cerca un ritratto dell'Italia degli anni Settanta vista attraverso gli occhi di uno dei nostri cantautori più geniali e talvolta sottovalutati.

    Volare - La grande storia di Domenico Modugno (2013)

    È ormai noto, quando la Rai deve realizzare una serie biopic il primo nome in rubrica è quello di Giuseppe Fiorello, me è in Volare - La grande storia di Domenico Modugno che l’attore siciliano offre probabilmente la sua prova migliore. Non assomiglia fisicamente a Modugno, ma poco importa, perché qui l’artista è raccontato su un altro livello. Il film ripercorre la classica parabola del ragazzo del Sud che sfonda, ma lo fa con mestiere e rispetto, evitando i classici cliché come la peste.

    La ricostruzione del Sanremo 1958, quando Nel blu dipinto di blu cambiò per sempre la canzone italiana, è il cuore emotivo del film, e funziona. Qualche lungaggine nella parte centrale, ma il finale ripaga. Interessante il ritratto di un'Italia che stava cambiando, uscendo dalla miseria del dopoguerra e scoprendo il boom economico. Perfetto per chi vuole capire perché Volare è ancora oggi la canzone italiana più famosa nel mondo, consigliato soprattutto alle generazioni più giovani che Modugno lo conoscono solo di nome. 

    La bambina che non voleva cantare - Nada (2021)

    La bambina che non voleva cantare è un biopic anomalo, che si concentra quasi interamente sull'infanzia e l'adolescenza di Nada Malanima, lasciando il successo sullo sfondo. Una scelta diversa dal classico film biografico, soprattutto a tema musicale, ma che funziona perfettamente quando racconta di una Toscana rurale degli anni Sessanta, di una famiglia segnata dalla depressione materna, di una bambina che scopre nel canto una possibile salvezza, ma lo fa con la timidezza e le insicurezze dell’infanzia in provincia. Carolina Crescentini è straordinaria come madre fragile e opprimente; Tecla Insolia, vincitrice di Sanremo Young, convince come Nada adolescente (preambolo della super performance sfoderata per L’arte della gioia, 2024).

    La regia di Costanza Quatriglio ha un tocco più autoriale rispetto alla media delle fiction Rai, con inquadrature che cercano la poesia invece del semplice racconto, scelta ideale per raccontare un’artista complessa come Nada, e sei milioni di spettatori dimostrano che anche il pubblico ha apprezzato. Perfetto per chi cerca qualcosa di diverso dal solito biopic, con un titolo che vuole raccontare davvero un’artista, a tutto tondo, e farlo con i colori giusti. Consigliatissimo.

    Califano (2024)

    Quando è uscito il biopic Califano erano in tanti ad avere qualche dubbio, eppure si è rivelata una delle sorprese del 2024. Leo Gassmann, al debutto come attore protagonista, era la scommessa più rumorosa, ma alla fine il risultato è stato più che positivo, complici anche le ben note capacità canore dell’attore. Gassmann non cerca l'imitazione del Califfo (e fa benissimo!) ma ne coglie l'essenza, il poeta mascherato da playboy maledetto, il romantico che finge cinismo. Il film, inoltre, ha anche il merito di portare in scena anche il volto più oscuro del Califfo, tra l’abuso di droghe, i guai con la giustizia, le amicizie sbagliate e pericolose, le donne, l'arresto del 1984.

    È un ritratto onesto di un personaggio controverso, e proprio per questo funziona, la Roma degli anni Sessanta e Settanta è ricostruita con cura, la colonna sonora ovviamente funziona (difficile sbagliare con canzoni come Tutto il resto è noia e Minuetto). Qualche scivolata di troppo nel compiacimento, ma nel complesso è un biopic  ben riuscito. Perfetto per chi ha amato Califano, ma consigliato soprattutto a chi lo ha sempre sottovalutato, questo film potrebbe farvi cambiare idea.

    Sei nell'anima (2024)

    Sei nell'anima, il biopic su Gianna Nannini, purtroppo non raggiunge le vette dei migliori lavori che abbiamo riportato in questa lista, ma ha comunque i suoi meriti. Letizia Toni interpreta la rocker senese con grinta e fisicità, catturando quella rabbia che ha reso le sue canzoni così potenti. Il film copre trent'anni di vita, dall'infanzia ribelle alla maternità tardiva, e a tratti perde ritmo cercando di coprire un arco temporale troppo vasto, risultando talvolta sbrigativo.

    La regia di Cinzia TH Torrini è patinata, a volte troppo, e la sensazione in certe sceni è che manchi il graffio necessario per riportare sullo schermo la potenza di un’artista che fece proprio della trasgressione la sua bandiera, in anni in cui una cantante donna con quell’aspetto, quella voce e quell’attitudine erano considerati quasi una blasfemia dal pubblico e dal mondo dello spettacolo italiano. La parte musicale funziona di più, su tutte le scene in cui è raccontato il primo concerto negli stadi. Perfetto per i fan della Nannini e della sua musica, un po’ più zoppicante se cercate un biopic che osi di più. L’impressione talvolta è quella di trovarsi davanti a un’occasione mancata.

    Champagne - Peppino di Capri (2025)

    Champagne, l'ultimo arrivato nella galleria Rai, ha il pregio di raccontare un artista spesso sottovalutato e messo in secondo piano. Peppino di Capri non è solo la hit Champagne o le canzoni estive, ma è stato un pioniere delle prime avventure della musica nostrana verso i suoni d'oltreoceano, portando il twist e il rock & roll (seppur in forma ancora acerba) in in Italia. Ah, è stato lui ad aprire i concerti italiani dei Beatles nel 1965, giusto per dirne una.

    Ma torniamo al film. Il biopic funziona, soprattutto nella prima parte, con il piccolo Alessandro Gervasi (prodigio del pianoforte visto anche a Sanremo 2025) che incanta come Peppino bambino durante la guerra. Francesco Del Gaudio è un protagonista credibile, le location tra Capri e Napoli sono ritratte perfettamente (a volte c’è un po’ di “effetto cartolina”, ma va bene così). Perde un po' di mordente nella seconda parte, quando la storia d’amore e del successo travolgente si prende il primo piano, dando a questo titolo contorni più didascalici e prevedibili. Ma d’altronde è un biopic, più di tanto non si può (e non si deve!) romanzare.

  • 10 film recenti sotto i 90 minuti che ti coinvolgeranno... senza allungare il brodo!

    10 film recenti sotto i 90 minuti che ti coinvolgeranno... senza allungare il brodo!

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Vi siete ormai accorti di come la maggior parte dei film che escono al cinema sono diventati lunghissimi. Anni fa, un film di 120 minuti era considerato lungo. Oggi, due ore al cinema o davanti alla televisione sono il minimo. In alcuni casi come Una battaglia dopo l’altra (2025) o Babylon (2022), l’alto minutaggio non ci spaventa. Anzi, vorremmo fosse superiore.

    Tuttavia, film come Persona (1966), Stand by Me - Ricordo di un'estate (1986) e Perfect Blue (1998) ci ricordano un’amara verità: sembrano finiti i tempi in cui bastavano 90 minuti o poco più per confezionare film eccezionali. Nonostante questo trend, in tempi recenti sono uscite pellicole che hanno cercato di andare controcorrente. Ecco quindi 10 film recenti sotto i 90 minuti per chi cerca la magia del cinema in brevi istanti, nonché per chi crede che non sia più possibile raccontare una bella storia in poco tempo (e vuole ricredersi).

    1. Shiva Baby (2021) - 78m

    Shiva Baby è una commedia moderna che farà felice tutta la gen Z. Con il disturbo dell’attenzione ai massimi storici, 78 minuti volano in un attimo. Non solo, il film d’esordio di Emma Seligman scorre in un batter d’occhio anche grazie a una sceneggiatura solida e ricca di sequenze divertenti e improbabili. La ventata di aria fresca che infonde Shiva Baby è data anche dalla prova eccelsa della protagonista Rachel Sennott, che porta sulle spalle il film con grande padronanza di sé. Consigliatissimo per fan di commedie un po' dark che non hanno paura di esagerare quanto serve come Fidanzata in affitto (2023) e Non sei invitata al mio bat mitzvah (2023).

    2. Bliss (2019) - 80m

    Se una brillante commedia come Shiva Baby (2021) non è pane per i vostri denti e siete in cerca di film più dark, Bliss è quel cult moderno di cui avete bisogno. Ironicamente, i due film sono agli antipodi ma condividono un elemento fondamentale della loro riuscita: una protagonista perfetta. Dora Madison strega tutti con una performance viscerale che assomiglia a un rollercoaster di emozioni. Inoltre, il film di Joe Begos è impreziosito da un’estetica divina, o meglio demoniaca, che rende omaggio alle esplosioni al neon di classici come Suspiria (1977) e From beyond - Terrore dall'ignoto (1986). In 80 minuti, Bliss (2019) vi porterà tra i gironi dell’inferno. E gliene sarete grati.

    3. Flow - Un mondo da salvare (2024)

    Shiva Baby (2021) tra sugar daddy e funerali non è decisamente adatto ai bambini. Mostrare Bliss (2019) ai più piccoli sarebbe da telefono azzurro. Flow - Un mondo da salvare potrebbe sembrare un innocuo film d’animazione su un gatto, ma spinge senza esitazioni sull'acceleratore delle emozioni. Il tutto senza una parola, visto che i protagonisti sono animali e i dialoghi pari a zero. Il film di Gints Zilbalodis è anche il primo film lettone ad aver vinto un Oscar e ciò non ci sorprende. L’unione di un’animazione dai colori all’acquerello e di messaggi sociali sulla distruzione dell’ecosistema rende Flow (2024) un’esperienza completa dove forma e sostanza sono bilanciate.

    4. Locke (2014) - 85m

    Locke sposa la filosofia del minimalismo non solo quando si tratta di minutaggio. Trascorriamo quasi tutti gli 85 minuti che lo compongono all’interno dell’abitacolo di un’automobile. Qui troviamo un Tom Hardy in forma smagliante che sorregge l’intero film. Come per Shiva Baby (2021), la tensione si taglia con un coltello per tutta la durata della pellicola. Se nel primo caso viene espressa in forma comica, la forza tensiva di Locke (2014) è tutta nei dialoghi viscerali e nervosi. Ma chi conosce Steven Knight, regista del film, sa che il genio dietro Peaky Blinders (2013) sguazza con grande fiducia di sé nelle atmosfere da thriller.

    5. Frances Ha (2013) - 86m

    Nell’era del dominio dei film di supereroi, con minutaggi estremi come le tre ore di Avengers: Endgame (2019), il cinema americano indipendente preparava il suo ritorno verso il mainstream con film come Frances Ha. Dimenticatevi i dialoghi a effetto. Dimenticatevi i colori sgargianti degli Avengers. Dimenticatevi personaggi sopra le righe cartooneschi. Il successo del film di Noah Baumbach sta nel remare contro. I protagonisti sono persone comuni che parlano in modo comune, coinvolgendoci nelle loro vite grazie alla facilità di immedesimazione dei personaggi. Se avete amato le atmosfere di Prima dell'alba (1995) e Manhattan (1979), sarete piacevolmente sorpresi dal gioiello in bianco e nero di Frances Ha (2013).

    6. Il colpevole - The Guilty (2018) - 86m

    Il colpevole - The Guilty ha capito la lezione di Locke (2014). Ciò che conta veramente in un thriller è la capacità di catturare il ritmo pulsante del cuore dello spettatore. Il film di Gustav Möller ve lo farà aumentare a dismisura con dialoghi taglienti, rivelazioni al cardiopalma e un’altra ambientazione minimal. Come per Bliss (2019) e Shiva Baby (2021), l’attore protagonista Jakob Cedergren fa un lavoro egregio nel mostrare l’andirivieni di emozioni che popolano la sua mente e il suo corpo. Seguendolo in questo oscillare di tensione, speranza, abbattimento e rabbia, lo spettatore non può staccare gli occhi dallo schermo neanche un secondo.

    7. These Final Hours - 12 ore alla fine (2014) - 87m

    Dopo Flow (2024), l’apocalisse sulla Terra ritorna in These Final Hours - 12 ore alla fine. Se il primo film conservava uno spirito di speranza, questo cult moderno è decisamente più dark. Nonostante il caldo torrido che infesta l’ambientazione australiana della pellicola. A metà tra film on the road e thriller sci-fi, questo piccolo gioiello bilancia meravigliosamente momenti riflessivi di calma con esplosioni di ansia e agitazione. Questo sali e scendi crea un ritmo ambivalente che ipnotizza lo spettatore, ignaro se la prossima sequenza lo calmerà o agiterà. Lo amerete se 4:44 L'ultimo giorno sulla Terra (2012) e Melancholia (2011) sono nelle vostre corde.

    8. A Beautiful Day (2017) - 89m

    A Beautiful Day si contende il primato di film più violento della lista insieme a Bliss (2019). Tuttavia, sarebbe riduttivo descrivere la perla di Lynne Ramsay come un mero film crime ad alto tasso di decessi e brutalità. Il film con Joaquin Phoenix è un’incursione nella mente di un essere umano che vive ai limiti della società. Per questa ragione, l’impronta psicologica impressiona molto di più lo spettatore rispetto al sangue che sgorga. Proprio come il riferimento artistico numero uno della pellicola, l’immortale Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese. L’unica consolazione all’intensità dirompente dell’opera è che questo stato d’animo dura solo 89 minuti.

    9. Kimi - Qualcuno in ascolto (2022) - 89m

    Steven Soderbergh è il re dei film corti. L'inglese (1999), Knockout - Resa dei conti (2011) e Presence (2025) avevano già confermato questo dato di fatto, ma per la lista ho optato per Kimi - Qualcuno in ascolto. L’ambientazione minimale ricorda le atmosfere de Il colpevole - The Guilty (2018) e Locke (2014), anche se la mano sapiente di Soderbergh fa la differenza dal punto di vista estetico. Questo thriller paranoico ha dalla sua anche una Zoë Kravitz eccelsa, soprattutto nel mostrare tutte le sfumature della neurodivergenza della protagonista. 89 minuti che sembreranno otto grazie alla potenza immersiva della trama.

    10. Solo Dio perdona (2013) - 89m

    Solo Dio perdona è un tripudio di luci al neon e sangue a fiotte. Il team formato da Nicolas Winding Refn e Ryan Gosling ritorna dopo il successo di Drive (2011) con un altro film imperdibile. La squadra formata dai due non cerca di ripetere la fortuna del primo film, limitando l’appeal pop e fortificando le tendenze d’autore. Pochi dialoghi e ritmo posato rendono Solo Dio perdona (2013) meno accessibile e più misterioso del classico action. Ciò che colpisce di più sono la performance impenetrabile di Gosling e il tripudio estetico tra fotografia accesa e set atmosferici. Solo Dio perdona (2013) è violenza d’autore che vi ricorderà Mandy (2018) e I Saw the Devil (2010).

  • La Compagnia dell'Anello compie 25 anni: dov'è il cast de "Il signore degli anelli" oggi?

    La Compagnia dell'Anello compie 25 anni: dov'è il cast de "Il signore degli anelli" oggi?

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Era il lontano 2001 quando nelle sale scoppiava il fenomeno de Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello (2001). Il primo film tratto dall’omonimo classico letterario di J. R. R. Tolkien era solo l’antipasto. Nei due anni successivi, Le due torri (2002) e Il ritorno del re (2003) andavano a completare la trilogia, distruggendo il box office.

    Sono passati esattamente 25 anni dall’esordio della saga. Per l’occasione, abbiamo voluto ripercorrere le carriere del cast del film, mostrandovi dove sono finiti i 10 attori e attrici principali. Da Elijah Wood a Liv Tyler, passando per Viggo Mortensen e Cate Blanchett, la lista vi propone quattro titoli (tra cui i più recenti) per ogni interprete menzionato.

    1. Elijah Wood - Frodo

    Per molti anni dopo quel fatidico 2001, Elijah Wood è stato colpito dalla stessa “maledizione” di Daniel Radcliffe e Robert Pattinson. Nessuno riusciva a vedere l’attore oltre il ruolo iconico che lo aveva reso famoso in tutto il mondo. Sembrava che Wood dovesse essere Frodo per sempre. Fortunatamente, l’attore aveva altri piani e, per scalfire la “maledizione”, ha pensato bene di diversificare il più possibile la sua carriera. Nei successivi 25 anni, lo abbiamo visto cimentarsi in parti da villain (Sin City, 2005) e in ruoli in pellicole indie (I Don't Feel at Home in This World Anymore, 2017). Allo stesso tempo, Wood si è dedicato al doppiaggio sia per il grande schermo (Si alza il vento, 2013) che per la televisione (Charlotte's Web, 2025).

    2. Viggo Mortensen - Aragorn

    La “maledizione” di Wood avrebbe potuto colpire anche Viggo Mortensen. Infatti, nonostante più di 15 anni di carriera con parti secondarie in film mainstream, il salto di qualità dell’attore danese era arrivato proprio con la parte di Aragorn. Il destino, però, ha voluto qualcosa di diverso per Mortensen. Con un livello di celebrità tale, tutti si aspettavano ruoli da protagonista in blockbuster di successo. Al contrario, l’attore ha stretto una collaborazione artisticamente significativa con David Cronenberg, spaziando dal gangster movie (La promessa dell'assassino, 2007) al body horror (Crimes of the Future, 2022). Più recentemente, Mortensen si è anche dedicato alla regia, debuttando con Falling - Storia di un padre (2020) e proseguendo con The Dead Don't Hurt - I morti non soffrono (2024).

    3. Ian McKellen - Gandalf

    Con più di trent’anni di carriera alle spalle prima del ruolo di Gandalf, Ian McKellen era sicuro di non essere ricordato solamente per l’iconica parte dello stregone bianco. Ciò non toglie che la parte nella saga tratta dalla penna di J. R. R. Tolkien è tra le favorite dei suoi fan. Lo stesso si potrebbe dire per il ruolo di Magneto, cominciato un anno prima de La Compagnia dell'Anello (2001). Da X-Men (2000), McKellen ha ricoperto il ruolo del mutante in molteplici occasioni e lo stiamo aspettando ancora una volta in Avengers: Doomsday (2026). L’attore inglese si è prestato anche a ruoli da doppiatore per il cinema (La bella e la bestia, 2017)) e per la televisione (I Griffin, 1999).

    4. Sean Astin - Sam

    Dopo aver dato un contributo fondamentale alla lotta finale contro l’Oscuro Signore di Mordor Sauron nei panni di Sam, Sean Astin si è ritrovato in un altro incubo dark in Stranger Things (2016). L’attore ha dato una nuova forza propulsiva alla sua carriera proprio grazie al piccolo schermo. Oltre al ruolo di Bob Newby nella serie hit di Netflix, Astin ha svolto lavori di doppiaggio eccelsi sia in Agente Speciale Oso (2009) che nel reboot targato Nickelodeon Teenage Mutant Ninja Turtles - Tartarughe Ninja (2012). Nonostante ciò, l’attore ha continuato ad apparire sul grande schermo con ruoli principali o secondari, come nel caso di Colpi d'amore (2025).

    5. Orlando Bloom - Legolas

    Orlando Bloom nei panni di Legolas verrà sempre ricordato per aver abbattuto da solo un elefante e i nemici che viaggiavano su di esso. Questo ruolo potrebbe essere il picco della carriera di qualunque attore, ma non di Bloom. Oltre ad aver partecipato a un’altra saga che ha segnato i primi anni 2000 (La maledizione della prima luna, 2003), l’attore si è dedicato anche a film a basso budget come Deep Cover - Attori sotto copertura (2025). Sul versante televisivo, Bloom ha alzato il tiro partecipando non solo da attore principale, ma anche da produttore esecutivo, alla serie fantasy Carnival Row (2019). The Prince (2021), invece, gli ha dato la possibilità di cimentarsi con il suo primo ruolo da doppiatore.

    6. Liv Tyler - Arwen

    Arwen è un personaggio dalle mille sfaccettature. Anche se simboleggia l’amore puro e il coraggio di credere nel destino, la mezzelfa è anche risoluta e combattiva. Come dimostra il suo salvataggio di Frodo dalle grinfie dei Nazgul. Il ruolo di Arwen non è, però, l’unica parte di Liv Tyler in una grande saga. Captain America: Brave New World (2025), infatti, l’ha vista ritornare nell’universo Marvel nei panni di Betty Ross, ruolo già interpretato ne L'incredibile Hulk (2008). Dopo aver sguazzato nella settima arte per più di vent’anni, Tyler si è anche avvicinata alla televisione. L’esordio è avvenuto con una parte da protagonista in The Leftovers - Svaniti nel nulla (2014) mentre la sua fatica più recente si trova nella stagione 1 di 9-1-1: Lone Star (2020).

    7. Andy Serkis - Gollum

    Tutti sanno a Hollywood che Andy Serkis è l’attore perfetto per ruoli in motion capture. La sua reputazione è dovuta proprio all’incredibile performance nei panni di Gollum, uno degli iconici villain della saga tolkeniana. Altre sue parti di rilievo in motion capture sono quelle di Cesare nella trilogia de L'alba del pianeta delle scimmie (2011) e del Leader Supremo Snoke nella trilogia sequel cominciata con Star Wars: Il risveglio della Forza (2015). Il poliedrico Serkis da sfoggio delle sue abilità anche dietro la macchina da presa. Sua è la regia del film animato tratto dall’omonimo libro di George Orwell La Fattoria degli Animali (2026). Non solo, l’attore è pronto a ritornare a Tolkien con la regia e la recitazione in The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum (2027).

    8. Sean Bean - Boromir

    Dopo essere passato alla storia come l’attore i cui personaggi muoiono sempre, nessuno si è sorpreso dopo la dipartita di Boromir per mano dell’orco Lurtz. Sean Bean ha mantenuto la sua reputazione, morendo sullo schermo altre decine di volte. I suoi ultimi respiri più celebri sono avvenuti ne Il Trono di Spade (2011), anche se ci aspettiamo qualcosa di altrettanto iconico in Robin Hood (2025). Sul versante settima arte, Bean è riuscito nell’impresa di non morire nel film sci-fi Sopravvissuto - The Martian (2015) di Ridley Scott. Non si sa, però, cosa succederà in Anemone (2025), l’attesissima pellicola che vede il ritorno sullo schermo di Daniel Day-Lewis.

    9. Cate Blanchett - Galadriel

    Cate Blanchett è una macchina da guerra, con innumerevoli ruoli per il cinema, la televisione e il teatro. Dopo aver interpretato l’elfa Galadriel in tutta la trilogia de Il Signore degli Anelli, l’attrice ha sguazzato in film di genere come in film d’autore, passando attraverso produzioni indipendenti e mainstream. Il 2025 è un anno che simboleggia totalmente la sua versatilità, con due ruoli nel film di spionaggio Black Bag - Doppio gioco (2025) e nell’antologia Father Mother Sister Brother (2025). Sul piccolo schermo, Blanchett non ha perso per nulla la sua flessibilità, dando la voce a Hela nella serie animata What If...? (2021) e svolgendo il doppio ruolo di protagonista e produttrice esecutiva in Disclaimer - La vita perfetta (2024).

    10. John Rhys-Davies - Gimli

    Gimli è uno dei personaggi più amati della saga tolkeniana, grazie alla sua personalità grezza ma divertente. Portato sullo schermo dall’attore gallese John Rhys-Davies, il nano della dinastia di Durin compensa la sua bassa statura con un coraggio da leone. Oltre a Gimli, Rhys-Davies è stampato nella mente di molti per il ruolo di Sallah nei primi due film della saga di Indiana Jones e nell’epilogo Indiana Jones e il quadrante del destino (2023). Esperto del mondo fantasy, l’attore è apparso anche in Starbright (2026) di Francesco Lucente. Anche sul piccolo schermo sono molti i ruoli in serie tv fantastiche, a partire da quelli ne I Maghi: I racconti di Arcadia (2020) di Guillermo del Toro e in The Shannara Chronicles (2016).

  • I 10 migliori film di arti marziali di sempre

    I 10 migliori film di arti marziali di sempre

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Diciamolo subito: non tutti i film di questa lista sono film di arti marziali in senso stretto. Ci sono un paio di wuxia cinesi, un film d'animazione, una matrice fantascientifica. Ma il filo conduttore c'è, ed è il combattimento come forma d'arte portata sul grande schermo: coreografie che diventano poesia, pugni e calci rotanti come puro spettacolo, scene d’azione rimaste nella storia del cinema. 

    Da quando Bruce Lee ha sfondato a colpi di nunchaku le porte di Hollywood negli anni Settanta, il genere ha attraversato decenni di evoluzione e contaminazioni, mescolandosi con la fantascienza, la commedia, il cinema d'autore. Questa lista raccoglie dieci film imprescindibili per chiunque ami il genere, ma anche per chi vuole capire come il cinema abbia trasformato la violenza in momenti mozzafiato.

    I tre dell'Operazione Drago (1973)

    Bruce Lee ha realizzato solo quattro film completi prima della sua morte a 32 anni, e ognuno di essi meriterebbe un posto in questa lista. I tre dell'Operazione Drago (titolo originale: Enter the Dragon) è quello che lo ha consacrato come star internazionale, il primo vero blockbuster di arti marziali coprodotto tra Hollywood e Hong Kong. La trama è quasi un pretesto, una specie di James Bond ma con un grande plus, le arti marziali appunto. Lee interpreta un agente segreto che si infiltra in un torneo di arti marziali su un'isola privata per smascherare un criminale. Ma, diciamocelo, nessuno guarda questo film per la storia. Lo si guarda per Bruce Lee, per la sua presenza magnetica, per i suoi movimenti che sembrano sfidare le leggi della fisica, per quella combinazione unica di potenza e grazia che nessuno è mai riuscito a replicare. La scena nella sala degli specchi è entrata nell'immaginario collettivo, i combattimenti sono ancora oggi studiati nelle scuole di cinema, e il carisma di Lee buca lo schermo in ogni inquadratura. Il film è uscito sei giorni dopo la sua morte, e quello che poteva essere l'inizio di una carriera leggendaria è diventato invece un epitaffio, conservato ancora oggi nella National Film Registry della Library of Congress. Perfetto per chiunque, senza eccezioni: questo è il film che ha inventato il genere così come lo conosciamo.

    La 36ª camera dello Shaolin (1978)

    Questo è il film di addestramento per eccellenza, quello che ha definito il modello narrativo del genere e che continua a influenzare registi di tutto il mondo, da Tarantino fino a una fortunata saga d'animazione targata DreamWorks (ci arriviamo, tranquilli!). Gordon Liu interpreta San Te, un giovane che dopo aver visto la sua famiglia sterminata dai Manchu si rifugia nel tempio Shaolin per imparare a combattere. La 36ª camera dello Shaolin dedica quasi un'ora intera all'addestramento nelle trentacinque camere del tempio, ognuna dedicata a un aspetto diverso del kung fu, con un fascino sempre crescente: ogni prova che San Te supera è una lezione non solo di combattimento ma di vita, di pazienza, di umiltà. La regia di Lau Kar-leung è pulita ed elegante, le coreografie sono tra le più belle mai realizzate, e Gordon Liu dimostra perché è considerato uno dei più grandi artisti marziali della storia del cinema. Il finale è forse un po' affrettato rispetto al resto, ma poco importa, in questo caso davvero “il viaggio conta più della destinazione”, mai frase fu più appropriata. Considerato da molti il più grande film di kung fu mai realizzato, è perfetto per chi vuole capire le origini del genere e per chi cerca un film che sia insieme spettacolo e filosofia orientale. 

    Drunken Master (1978)

    Prima di Drunken Master, i film di kung fu erano cose serie, forse anche troppo: eroi senza macchia, vendette sanguinose, onore e morte. Poi è arrivato Jackie Chan, ventiquattro anni, e ha deciso che, tra un calcio volante e l’altro, si poteva anche ridere. Drunken Master racconta la storia di Wong Fei-hung, un giovane scapestrato che viene affidato dal padre esasperato a un maestro dalla reputazione terribile, un vecchio ubriacone capace di trasformare l'alcol in arma letale. L'idea geniale è questa: lo stile dell'ubriaco, con i suoi movimenti sbilenchi e imprevedibili, diventa sia una tecnica di combattimento micidiale sia una fonte inesauribile di gag. Jackie Chan, che già qui dimostra capacità fisiche sovrumane, si butta in ogni scena senza controfigure, prende botte vere, cade male, si rialza. Il regista Yuen Woo-ping, che vent'anni dopo coreograferà anche Matrix (1999) e Kill Bill (2003), firma combattimenti che mescolano virtuosismo e slapstick in un modo che nessuno aveva mai tentato prima. Il film ha praticamente inventato un genere, il kung fu comedy, e ha lanciato Jackie Chan verso la leggenda. Perfetto per chi vuole scoprire le origini di uno stile che ha influenzato tutto il cinema d'azione successivo, e per chi cerca un film di arti marziali capace anche di ridere di sé stesso.

    Matrix (1999)

    Matrix non è propriamente un film di arti marziali, ma le arti marziali sono così centrali nella sua costruzione che escluderlo sarebbe davvero un peccato. Le Wachowski hanno portato lo stile del cinema di Hong Kong nel mainstream hollywoodiano, assumendo come coreografo proprio Yuen Woo-ping (menzionato nella precedente recensione), leggenda del genere che aveva lavorato con Jackie Chan e Jet Li. Il risultato è un film che ha cambiato per sempre il modo in cui Hollywood filma i combattimenti: il bullet time, le coreografie impossibili, l'idea che chiunque possa diventare un maestro di kung fu scaricando le conoscenze direttamente nel cervello. Keanu Reeves si è sottoposto a mesi di addestramento per interpretare Neo, e si vede, i suoi movimenti hanno una fluidità che molti attori d'azione più esperti non raggiungono mai. La scena del dojo con Morpheus, quella del salvataggio di Morpheus nel finale, il combattimento con l'Agente Smith nella metropolitana, sono tutte sequenze che hanno influenzato vent'anni di cinema d'azione. Il film funziona anche come riflessione filosofica sulla realtà e sul libero arbitrio, ma ammettiamolo, senza le scene di combattimento questo film probabilmente non sarebbe stato lo stesso (immaginatelo senza la scena in cui Neo schiva i proiettili). Consigliato a chi vuole vedere cosa succede quando il kung fu incontra la fantascienza, e per chiunque ami il cinema che osa reinventare le regole.

    La tigre e il dragone (2000)

    Ang Lee ha fatto qualcosa che sembrava impossibile: ha preso il wuxia, un genere considerato di nicchia in Occidente, e lo ha trasformato in un fenomeno globale. La tigre e il dragone è stato il primo film in lingua straniera a superare i 100 milioni di dollari al botteghino americano, ha vinto quattro Oscar incluso miglior film straniero, e ha aperto la strada a una nuova generazione di film di arti marziali d'autore. La storia è un intrigo di amori impossibili e vendette antiche nella Cina imperiale, con Chow Yun-fat e Michelle Yeoh nei ruoli principali e Zhang Ziyi come rivelazione assoluta. Le sequenze di combattimento, coreografate (manco a dirlo) da Yuen Woo-ping, sono poesia in movimento: i personaggi volano sui tetti, corrono sugli alberi, combattono sospesi nel vuoto con una grazia che trasforma la violenza in una danza. Il film è anche una meditazione sulla rinuncia, sul dovere, sulla differenza tra ciò che vogliamo e ciò che possiamo avere, sublimato nell’ambiguità e simbolismo del finale. Un film elegante, ad oggi uno dei massimi esempi del lavoro del regista de I segreti di Brokeback Mountain (2005) e Vita di Pi (2012), consigliato soprattutto a chi cerca un film di arti marziali che sia anche grande cinema d'autore.

    Hero (2002)

    Se La tigre e il dragone ha aperto le porte del wuxia al pubblico occidentale, Hero le ha spalancate definitivamente. Zhang Yimou, già maestro del cinema d'autore cinese con capolavori come Lanterne rosse (1991), si cimenta con il genere marziale e crea qualcosa di visivamente senza precedenti. Il film racconta la storia di un guerriero senza nome, interpretato da Jet Li, che si presenta al cospetto del Re di Qin sostenendo di aver ucciso i tre assassini più temuti del regno. Ma la verità è più complessa, e il film la svela attraverso versioni multiple della stessa storia, ognuna dominata da un colore diverso: rosso per la passione e la gelosia, blu per la ragione, bianco per la verità. La fotografia di Christopher Doyle è semplicemente mozzafiato, ogni inquadratura sembra un dipinto, e le sequenze di combattimento tra Jet Li e Donnie Yen, o quella tra Maggie Cheung e Zhang Ziyi tra le foglie dorate, sono tra le più belle mai girate nel cinema di quegli anni, tanto che il film fu candidato all'Oscar come miglior film straniero. Questo titolo è una vera opera d’arte, perfetto per chi cerca un'esperienza visiva totale e per chi vuole vedere il wuxia portato al suo picco estetico. Ottimo anche per i neofiti del cinema asiatico, dura solo 1 ora e 40 minuti. 

    Kill Bill: Volume 2 (2004)

    Tarantino divide Kill Bill in due parti molto diverse tra loro: se il primo volume è un bagno di sangue esageratissimo che omaggia il cinema giapponese, il Vol 2 rallenta, diventa più meditativo, e si concentra sull'addestramento della Sposa alla corte del leggendario Pai Mei. È in questa seconda parte che il film trova propriamente il suo cuore wuxia. Gordon Liu, icona del cinema kung fu degli anni Settanta, interpreta Pai Mei con un gusto evidente, regalando uno dei personaggi più memorabili della filmografia di Tarantino: un maestro crudele, misogino, razzista, eppure capace di trasmettere alla sua allieva la tecnica che le salverà la vita. La sequenza dell'addestramento è un omaggio diretto al già citato La 36ª camera dello Shaolin, e funziona sia come tributo al genere sia come momento fondamentale per la crescita del personaggio. Uma Thurman porta sulle spalle l'intero film con una fisicità impressionante, e il confronto finale con Bill, tutto parole e sguardi prima dell'esplosione fatale, è uno dei finali più eleganti del cinema d'azione. Perfetto per chi ama Tarantino e vuole scoprire le sue radici cinefile, e per chi cerca un film di arti marziali dal sapore più hollywoodiano.

    Kung Fu Panda (2008)

    Un film d'animazione in una lista di arti marziali potrebbe sembrare una scelta provocatoria (e un po’ lo è) ma Kung Fu Panda merita il suo posto per almeno due ragioni: la prima è che le sequenze di combattimento sono coreografate con una cura maniacale, ispirate direttamente ai classici di casa Shaw Brothers e in particolare a La 36ª camera dello Shaolin; la seconda è che il film riesce a trasmettere i valori fondamentali delle arti marziali, disciplina, umiltà, perseveranza, con una leggerezza che non ne tradisce mai la profondità. Po è un panda sovrappeso che sogna di diventare un maestro di kung fu, e la sua storia di trasformazione segue l'arco classico del genere con rispetto, seppur traslandolo sul piano dell’animazione. Jack Black doppia il protagonista con energia contagiosa, Dustin Hoffman è perfetto come Maestro Shifu, e con questo film la Dreamworks tornò a dimostrare di poter competere con la Pixar dopo qualche passo falso che aveva contraddistinto gli anni precedenti. Un titolo divertente, adatto a tutta la famiglia, tra sequenze spettacolari e scene cult super divertenti come l’addestramento con gli gnocchi. Perfetto per chi vuole introdurre i più piccoli al genere, ma anche per gli appassionati che sapranno cogliere i numerosi omaggi ai film che hanno fatto la storia del kung fu.

    Ip Man (2008)

    Donnie Yen aveva già una lunga carriera alle spalle quando ha interpretato Ip Man, il leggendario maestro di Wing Chun che fu mentore di Bruce Lee, ma è con questo film del 2008 che è diventato una star internazionale. Ip Man racconta la vita del maestro durante l'occupazione giapponese della Cina negli anni Trenta e Quaranta, e mescola biografia (seppur romanzata), dramma storico e alcune delle migliori sequenze di combattimento degli ultimi vent'anni. Sammo Hung firma le coreografie, e la scelta di concentrarsi sul Wing Chun, uno stile che privilegia i colpi ravvicinati e i movimenti minimali, dà ai combattimenti una brutalità e un'efficienza che li distingue da qualsiasi altro film del genere. La scena in cui Ip Man affronta dieci karateka giapponesi contemporaneamente è entrata nella storia del cinema d'azione, con Donnie Yen che riesce a trasmettere la rabbia trattenuta del suo personaggio attraverso una sequenza cruda ma estremamente espressiva. Il film ha generato tre sequel ufficiali, tutti dignitosi, ma il primo resta senza dubbio il migliore. Perfetto per chi cerca un film di arti marziali che sia anche un dramma storico, e per chi vuole scoprire un attore simbolo del genere come Donnie Yen.

    The Raid: Redenzione (2011)

    Un regista gallese, un cast indonesiano, e alcune delle sequenze di combattimento più brutali mai realizzate: The Raid è il film che ha ridefinito il genere negli anni Duemila. La premessa è semplicissima, una squadra SWAT deve farsi strada attraverso un palazzo di trenta piani controllato da un signore della droga, e ogni piano è pieno di criminali pronti a uccidere. Da lì in poi è un'escalation di violenza, ma coreografata con una precisione che toglie il fiato. Iko Uwais, che interpreta il protagonista Rama, è un praticante di Pencak Silat, l'arte marziale indonesiana, e il film sfrutta al massimo le caratteristiche di questo stile: colpi devastanti, leve articolari, uso di coltelli e oggetti improvvisati. Gareth Evans filma tutto con una chiarezza quasi geometrica che segue nel dettaglio ogni movimento portato in scena, tanto che la sensazione di “essere dentro” il combattimento coinvolge anche chi lo guarda dal divano di casa. Il film non ha pretese intellettuali, la trama è minima, i personaggi sono abbozzati, ma qui la protagonista è l’adrenalina pura, tanto che questo titolo diventa più un'esperienza fisica che cinematografica. Consigliato a chi dal genere si aspetta botte a volontà e emozioni forti, anche a chi preferisce una visione più “occidentalizzata” e meno filosofica. Il sequel, The Raid 2 (2014), espande la storia ma perde un po' della purezza del primo.

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