
Gabriella Giliberti
C’è qualcosa di magnetico nel guardare al cinema i grandi compositori: geni spesso fragili, circondati da politici, mecenati, amanti e nemici, che traducono in note quello che noi comuni mortali riusciamo a malapena a pensare.
L’uscita di Primavera di Damiano Michieletto – raffinato “non biopic” ambientato nella Venezia del Settecento, liberamente tratto da Stabat Mater di Tiziano Scarpa, e incentrato sul rapporto fra Antonio Vivaldi e una giovane violinista dell’Ospedale della Pietà – è l’occasione perfetta per tornare a parlare di cinema e grandi compositori.
Il film, presentato a TIFF 2025 e poi approdato nelle sale italiane a dicembre, sceglie una prospettiva tutta femminile: non tanto la celebrazione agiografica di Vivaldi, quanto la storia di una ragazza che trova nella musica una possibilità di libertà in un sistema che vorrebbe solo venderla e metterla a tacere. In parallelo, la nuova miniserie Amadeus firmata Sky, adattamento televisivo dell’opera di Peter Shaffer con Will Sharpe e Paul Bettany, riporta al centro il mito di Mozart e Salieri, aggiornando l’immaginario creato dal film culto di Miloš Forman.
Insomma: mai come adesso il racconto dei compositori è vivo, stratificato, discusso. Per questo abbiamo raccolto 10 film internazionali – da Primavera all’inevitabile Amadeus, passando per Beethoven, Mahler, Bach, Stravinsky e persino Hildegard von Bingen – che offrono prospettive diversissime sui “mostri sacri” della musica. Non è una lista di biopic scolastici: molti titoli sono dichiaratamente fantasie, altri scelgono punti di vista eccentrici o laterali. Tutti, però, provano a rispondere alla stessa domanda: cosa succede quando la vita reale deve fare i conti con un talento più grande di chi lo possiede?
Primavera (2025) – Vivaldi e la musica come emancipazione
Con Primavera, Damiano Michieletto porta al cinema la sua esperienza di regista d’opera e la mette al servizio di una storia di formazione al femminile. Siamo nella Venezia del XVIII secolo: Cecilia, orfana e violinista all’Ospedale della Pietà, suona dietro una grata per un pubblico di nobili che non la vedranno mai davvero. L’arrivo di Antonio Vivaldi, malato e in disgrazia, sconvolge gli equilibri dell’istituto: il prete-compositore riconosce in lei una scintilla diversa, la nomina primo violino e inizia con lei una relazione fatta più di musica che di parole.
Il film è stato definito un “non biopic” su Vivaldi, perché la sua figura resta quasi laterale: ciò che conta è la percezione di Cecilia, il modo in cui la musica le permette di pensarsi fuori dal ruolo imposto (brava musicista finché serve a trovare marito, ma poi silenzio). È un titolo perfetto per chi ama i period drama eleganti, le storie in cui la musica è un personaggio a sé e i racconti di emancipazione femminile che non hanno paura di sfiorare il lato oscuro delle istituzioni religiose e sociali.
Amadeus (1984) – Genio, invidia e un mito che non smette di funzionare
Se si parla di film sui compositori, Amadeus di Miloš Forman è semplicemente inevitabile. Tratto dall’opera teatrale di Peter Shaffer, è una “fantasia su tema reale” più che un biopic: immagina il rapporto fra Wolfgang Amadeus Mozart e Antonio Salieri come un duello cosmico fra mediocrità e genio, con il compositore di corte che confessa in manicomio di aver “ucciso” Mozart distruggendolo lentamente a suon di intrighi.
Storicamente è tutto discutibilissimo, ma dal punto di vista cinematografico è un trionfo: otto Oscar, colonna sonora clamorosa, scene che ricostruiscono la nascita di opere come Le nozze di Figaro e Don Giovanni come se fossero sequenze d’azione. È il film da mostrare a chi pensa che la musica classica sia “noiosa”: qui è sesso, sudore, risate, isteria, blasfemia e grazia assoluta. E oggi dialoga in modo interessante con la nuova miniserie Amadeus, che ne riprende l’impostazione ma la aggiorna per una generazione abituata alle serie evento.
Amata Immortale (1994) – Beethoven fra mito romantico e detective story
Amata Immortale parte da un’idea semplice: alla morte di Ludwig van Beethoven, il fedele Schindler scopre nel testamento un riferimento a un’“amata immortale”. Chi è questa donna? Il film segue la sua indagine e, tramite una serie di flashback, ripercorre la vita del compositore tedesco, dalle umiliazioni familiari alla sordità, fino alle grandi opere. Protagonista è un Gary Oldman intensissimo, che trasforma Beethoven in una figura rabbiosa, spigolosa, ma anche capace di dolcezza quasi infantile.
La struttura da giallo sentimentale è un modo furbo per tenere agganciato lo spettatore mentre scorrono in sottofondo alcuni dei brani più celebri della storia della musica, usati con grande senso drammaturgico. Perfetto per chi ama le biografie romantiche e non si scandalizza davanti a qualche licenza storica pur di avere immagini che corrispondano alla potenza della colonna sonora. Se Amadeus è barocco e teatrale, Immortal Beloved è cupo e gotico, ma altrettanto deciso a trasformare il compositore in un’icona pop.
Rhapsody in Blue (1945) – George Gershwin e il sogno americano in chiave sinfonica
Molto diverso dai biopic più moderni, Rhapsody in Blue è un classico Hollywood anni ’40 dedicato alla vita di George Gershwin, autore di capolavori come Rhapsody in Blue e An American in Paris. Il film, sottotitolato “The story of George Gershwin”, segue l’ascesa del compositore newyorkese dai club e dai teatri di Broadway fino al riconoscimento nel mondo della musica colta, intrecciando melodramma, numeri musicali e l’idea del talento come motore del sogno americano.
Oggi può sembrare datato, ma resta affascinante per chi è curioso di vedere come Hollywood raccontava i propri compositori “di casa”: il ritmo è quello del musical classico, il personaggio è reso un po’ più liscio e idealizzato, ma la musica esplode in sequenze che funzionano ancora. È consigliato a chi ama l’estetica vintage, i film in bianco e nero pieni di orchestrazioni, e vuole capire come Gershwin sia diventato, anche iconograficamente, il volto di un’idea molto precisa di modernità americana.
L’altra faccia dell’amore (1971) – Tchaikovsky secondo Ken Russell
Con L’altra faccia dell’amore, Ken Russell porta al massimo il suo stile eccessivo e viscerale, raccontando la vita del compositore russo Pëtr Il'ič Čajkovskij come un melodramma allucinato. Basato in parte sulla corrispondenza del musicista, il film mostra il matrimonio disastroso con Antonina, la relazione epistolare con la mecenate Nadežda von Meck e il conflitto fra desiderio omosessuale, repressione sociale e vocazione artistica.
Non è un film per chi cerca il biopic “educativo”: Russell usa la vita di Tchaikovsky come materiale per costruire immagini barocche, sogni febbrili, sequenze quasi horror. La musica – dal Concerto per pianoforte n.1 al Lago dei cigni – diventa un’onda emotiva che investe lo spettatore e fa da specchio al caos interiore del protagonista. Perfetto per chi ama il cinema d’autore anni ’70, non ha paura del kitsch consapevole e vuole una versione di Tchaikovsky che non lo trasformi in una figurina da manuale di storia della musica.
La perdizione (1974) – Un viaggio surreale nella mente del compositore
Ancora Ken Russell, ma questa volta alle prese con Gustav Mahler. In La perdizione, il regista costruisce un film altamente simbolico, che alterna il viaggio in treno del compositore e della moglie Alma a una serie di flashback e sequenze oniriche che ripercorrono la sua vita, le sue nevrosi, la conversione al cattolicesimo e il rapporto con la morte. Il tutto accompagnato dalla musica di Mahler.
Più asciutto di The Music Lovers ma ugualmente visionario, il film non ha nessuna intenzione di “spiegare” Mahler in modo lineare: preferisce restituire l’impressione di un uomo costantemente diviso fra ambizione, senso di colpa e ossessione per l’idea di “opera totale”. È un titolo ideale per chi già ama Mahler e vuole un’esperienza cinematografica che ne rispecchi la complessità, ma anche per chi è curioso di vedere come il linguaggio del biopic possa diventare, letteralmente, sinfonico e frammentato.
Cronaca di Anna Magdalena Bach (1968) – Bach visto dagli occhi di chi gli è stato accanto
Girato da Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, Cronaca di Anna Magdalena Bach è probabilmente il film più radicale della lista. Invece di romanzare la vita di Johann Sebastian Bach, i registi la raccontano tramite la voce e lo sguardo della moglie Anna Magdalena, alternando episodi biografici a lunghissime esecuzioni musicali con strumenti d’epoca e interpreti reali, fra cui il grande cembalista Gustav Leonhardt nei panni di Bach.
Il risultato è quasi un ibrido fra concerto e diario intimo: pochissimo psicologismo, zero melodramma, tanta attenzione alla musica come lavoro quotidiano e pratica condivisa. È un film che parla soprattutto ai cinefili e agli appassionati hardcore di musica barocca, ma può conquistare anche chi apprezza le operazioni formali rigorose. Non aspettarti grandi scoppi emotivi: qui l’idea di genio passa attraverso la ripetizione, la disciplina, il tempo lungo delle prove e dell’esecuzione.
Tutte le mattine del mondo (1991) – Barocco, lutto e silenzi fra Sainte-Colombe e Marais
Con Tutte le mattine del mondo, basato sul romanzo di Pascal Quignard, il cinema francese rende omaggio alla viola da gamba e ai compositori Monsieur de Sainte-Colombe e Marin Marais. Il film racconta il ritiro quasi ascetico di Sainte-Colombe dopo la morte della moglie, l’arrivo del giovane Marais come allievo e la tensione fra ricerca spirituale e desiderio di successo a corte. Jean-Pierre Marielle e Gérard Depardieu (affiancato dal figlio Guillaume nei flashback) danno vita a un duo magnetico.
È un film lento, contemplativo, pieno di silenzi, ma attraversato da una sensualità sotterranea che esplode nella musica. Le esecuzioni – rese celebri dalla colonna sonora firmata da Jordi Savall – sono quasi ipnotiche. Perfetto per chi ama le storie di maestri e allievi, il barocco francese, e i film in cui il conflitto non si consuma tanto a parole quanto nel modo in cui qualcuno posa l’arco sulle corde.
Coco Chanel & Igor Stravinsky (2009) – Quando l’amore incontra la rivoluzione sonora
Coco Chanel & Igor Stravinsky non è un biopic tradizionale, ma una romantica (e altamente romanzata) ricostruzione della presunta relazione fra la stilista più famosa del mondo e il compositore russo Igor Stravinskij negli anni successivi allo scandalo de La sagra della primavera. Il film si apre proprio con la storica prima parigina del balletto nel 1913 e poi segue l’incontro e la convivenza fra i due in una villa fuori città.
Stravinskij, interpretato da Mads Mikkelsen, è un vulcano controllato; Coco Chanel (Anna Mouglalis) è tutta linee nette e desiderio di reinvenzione. Il rapporto fra i due diventa metafora del dialogo fra due rivoluzioni estetiche: la moda e la musica. È consigliato a chi ama i period drama glamour, le storie di passioni impossibili e vuole vedere il compositore non solo come genio isolato, ma come uomo immerso in una rete di relazioni, desideri e compromessi molto terreni.
Vision – Aus dem Leben der Hildegard von Bingen (2009) – Hildegard, mistica e compositrice
Con Vision, la regista Margarethe von Trotta porta sullo schermo la vita di Hildegard von Bingen, monaca benedettina del XII secolo, teologa, filosofa, guaritrice e – cosa spesso dimenticata – una delle prime compositrici della storia a noi note. Il film segue Hildegard dall’infanzia in convento alla fondazione di una sua comunità, passando per le visioni mistiche, i contrasti con la gerarchia ecclesiastica e la creazione dei suoi canti.
Von Trotta sceglie un tono sobrio ma luminoso: niente santini, niente eccessi, ma un’attenzione costante al modo in cui una donna di quell’epoca riesce a ritagliarsi spazi di autonomia usando proprio la musica e la conoscenza come strumenti di potere “al femminile”. È il film ideale per chi cerca un biopic spirituale, interessato tanto alla dimensione religiosa quanto a quella artistica, e vuole ricordarsi che la storia della musica non è fatta solo di uomini in parrucca bianca.





































