Parte del divertimento dell’horror è proprio questo: sapere già cosa succederà e comunque urlare allo schermo “NO, NON FARLO!”. Alcuni tropi narrativi sono talmente radicati che fanno quasi parte del contratto con il pubblico: ci aspettiamo che i personaggi facciano scelte assurde, che l’assassino torni dall’oltretomba, che i cellulari muoiano al momento sbagliato.
Eppure, per quanto siano ridicoli, sono anche rassicuranti: sono il linguaggio condiviso del genere. Qui raccogliamo alcuni stereotipi horror ancora diffusissimi (chiamati "trope" in inglese), spiegando perché funzionano o perché non dovrebbero più, e indicando film che li incarnano alla perfezione. Ogni voce è una mini-recensione: così puoi decidere subito se è il tipo di paura (e di stupidità) che fa per te.
1. Separarsi senza una buona ragione
Il gruppo è in pericolo, il killer è lì fuori… quindi la decisione logica è: “Dividiamoci!”. È uno dei tropi più presi in giro di sempre, ma anche uno dei più utili per i registi: separare i personaggi permette di isolarli, farli morire uno alla volta e creare tensione a pacchetti. Quella casa nel bosco (2012) lo usa e lo smonta in modo geniale: il film parte come il classico “ragazzi in una baita” e poi rivela che i loro comportamenti stupidi – inclusa la scelta di dividersi – sono letteralmente manipolati da una cabina di controllo che orchestra i cliché dell’horror.
Da vedere se ti piacciono gli horror meta alla Scream (1996) e vuoi ridere proprio delle convenzioni che ami. Il pubblico ideale è chi conosce il genere abbastanza da cogliere le citazioni, ma ha ancora voglia di saltare sulla sedia quando le cose vanno (di nuovo) malissimo.
2. Fluidi misteriosi? Tocchiamoli, annusiamoli, magari assaggiamoli
Altro grande classico: personaggi addestrati, magari scienziati, trovano sostanze sconosciute, viscide, magari aliene. E la loro prima reazione è… infilarci le mani, avvicinarsi con la faccia, portarsele in laboratorio senza nessuna precauzione. In Prometheus (2012) il famigerato “black goo” è un concentrato di questo tropo: liquido nero di origine ignota, capace di dissolvere e ricombinare la materia vivente, usato con una leggerezza quasi suicida da androidi e umani.
Il film mescola fantascienza e body horror, ma molti spettatori ricordano soprattutto la frustrazione di vedere personaggi super qualificati fare scelte da “primo giorno al campeggio horror”. È consigliato a chi ama la saga di Alien (1979) e vuole un prequel più filosofico (e caotico), e a chi si diverte a urlare “non toccarlo!” sapendo benissimo che lo faranno.
3. Nessuno ti crede: forze dell’ordine e adulti irrealisticamente scettici
Altro trope-pilastro: il/la protagonista racconta ciò che sta succedendo – mostri, stalker sovrannaturali, case infestate – e nessun adulto o poliziotto lo prende sul serio. In A Nightmare on Elm Street (1984), Nancy prova ripetutamente ad avvertire genitori e polizia che qualcuno sta uccidendo i ragazzi nei sogni, ma viene trattata come isterica o disturbata; suo padre, che è un poliziotto, arriva sempre tardi, minimizza o la blocca “per proteggerla”, costringendola a cavarsela da sola.
Questo tropo è talmente diffuso da essere considerato uno dei più abusati in assoluto dai fan dell’horror, ma funziona perché aumenta la sensazione di isolamento e impotenza. Il film è imperdibile per chi ama gli slashers anni ’80 e le “final girl” intelligenti, ed è perfetto per chi vuole un horror dove la vera paura è anche non essere creduti da chi dovrebbe proteggerci.
4. Il killer torna per un ultimo spavento
Se pensi che il film sia finito… non è finito. Il “final scare” è uno dei tropi più longevi: il mostro o l’assassino apparentemente sconfitto che torna per un’ultima inquadratura, spesso sotto forma di jumpscare. In Halloween (1978), dopo lo scontro finale, il corpo di Michael Myers scompare, lasciando lo spettatore con il dubbio che sia ancora vivo e ovunque.
In Carrie, la scena del cimitero con la mano che sbuca dalla tomba è talmente famosa da essere ancora oggi citata come uno dei finali più spaventosi in assoluto, e ha ispirato altri horror come Venerdì 13 (1980) a chiudere con un colpo di coda simile. Questi film sono perfetti per chi ama l’horror classico anni ’70 e ’80 e vuole capire da dove arriva quella sensazione di “non è mai davvero finita” che ancora oggi chiude tantissime saghe.
5. Nessun segnale, batteria scarica: il complotto contro i cellulari
Da quando esistono gli smartphone, l’horror ha dovuto trovare continuamente scuse per toglierli di mezzo: niente campo, batteria al 2% proprio quando serve, telefoni rotti o rubati, zone misteriose dove la tecnologia smette di funzionare. Il trope è talmente diffuso da avere un nome tutto suo, “Cell Phones Are Useless”: i telefoni vengono persi, si scaricano o diventano improvvisamente inservibili, come eredi moderni del vecchio “hanno tagliato i fili del telefono”.
Un esempio perfetto è The Descent (2005): un gruppo di amiche si avventura in una grotta inesplorata, dove ovviamente non c’è traccia di segnale. L’ambientazione sotterranea rende credibile l’assenza di tecnologia, ma di fatto serve a incastrare le protagoniste in un incubo senza vie di fuga, tra crolli, claustrofobia e creature che si muovono al buio meglio di loro. È uno di quei casi in cui l’escamotage “niente telefono” non è solo una scorciatoia, ma diventa parte integrante della tensione. Consigliato se ami i survival horror duri e puri, con pochissime vie d’uscita e un crescendo di panico fisico. Pubblico ideale: chi non soffre troppo di claustrofobia… o vuole scoprire di soffrirne guardando il film.
6. Restare nella casa infestata (quando chiunque di noi se ne andrebbe)
Altro grande classico: la casa è chiaramente maledetta, succedono cose orribili, ma la famiglia resta. In The Conjuring (2013), i Perron si trasferiscono in un casale del Rhode Island e iniziano a subire fenomeni sempre più violenti: odori inspiegabili, rumori, apparizioni, possedimenti. Eppure la fuga non è un’opzione immediata, perché gli spiriti si “attaccano” alla famiglia e non solo al luogo, complicando la via di uscita.
Da un lato, è un trope un po’ ridicolo (“mettete in vendita e via”); dall’altro, riflette problemi reali: mutui, povertà, mancanza di alternative. Qui l’horror funziona anche come metafora delle situazioni tossiche da cui è difficile andarsene. The Conjuring è consigliato a chi ama i ghost movie classici e le storie “alla vecchia scuola”, con lento crescendo di tensione e un forte elemento famigliare.
7. La porta che non deve essere aperta (e, invece, puntualmente…)
Se c’è una cosa che l’horror ci ha insegnato è questa: se ti dicono di non aprire una porta, quella è ESATTAMENTE la porta che verrà aperta. È un tropo semplicissimo ma potentissimo: una soglia proibita, una regola chiara (“non scendere in cantina”, “non varcare quella stanza”, “non oltrepassare quella porta”), e qualcuno che la infrange per curiosità, arroganza o pura stupidità.
Nel classico Non aprite quella porta (1974), il titolo italiano è praticamente un tutorial anti-horror che i personaggi ignorano in ogni modo possibile: esplorano case sconosciute, entrano dove non dovrebbero, varcano soglie che li portano dritti nelle braccia di Leatherface e famiglia. L’orrore scatta proprio nel momento in cui capiamo che quella porta non è solo un oggetto fisico, ma il confine tra “siamo ancora in tempo per andarcene” e “ormai è troppo tardi”.
Un’altra variante iconica è La Casa (1981): la botola della cantina che non andrebbe mai sollevata, sigilli misteriosi, libro maledetto… e ovviamente qualcuno decide di leggere ad alta voce l’incantesimo proibito. Qui la porta non è solo un limite, è un invito: l’horror vive del desiderio (nostro e dei personaggi) di vedere cosa c’è dall’altra parte, anche sapendo che ci farà malissimo. Questo trope è perfetto per chi ama l’horror “da rito” – quello in cui sai che la porta verrà aperta e ti gusti ogni secondo che porta a quel gesto inevitabile. Ideale anche per chi apprezza metafore più sottili: ogni porta proibita è, in fondo, una scelta sbagliata a cui non si può più rimediare.
8. Correre, inciampare, cadere (sempre al momento peggiore)
La scena è sempre quella: protagonista che corre nel bosco o in un corridoio, panico totale, e poi… trip! cade rovinosamente, si incastra in un ramo, si sloga qualcosa. È diventato talmente riconoscibile da essere spesso citato come uno dei cliché più odiati, legato all’immagine della “bionda che inciampa mentre scappa dal killer”.
Per quanto sia facile prenderlo in giro, il trope ha una base realistica (chi non inciamperebbe correndo al buio in un bosco pieno di radici?) ma viene usato così tanto da sembrare un obbligo contrattuale. Lo trovi in infiniti slasher anni ’80 e ’90, e viene parodiato apertamente in saghe come Scary Movie (2000). È ideale per chi ama gli horror “da popcorn”, dove metà del piacere sta nel criticare le decisioni dei personaggi… mentre in realtà faremmo probabilmente lo stesso.
9. Il mostro che cammina lentamente ma ti raggiunge lo stesso
Altro trope amatissimo: la creatura non corre mai, ma è inarrestabile. Michael Myers in Halloween è l’esempio perfetto: cammina con passo regolare, quasi annoiato, eppure raggiunge vittime che scappano urlando.
In It Follows (2015), l’entità che perseguita i protagonisti li tallona a passo lento ovunque vadano: è “molto lenta, ma non stupida”, e non si ferma mai, trasformando una camminata in un incubo senza fine. È un tropo che sembra ridicolo (“basta camminare più veloce!”) ma in realtà tocca paure profondissime: la minaccia costante, l’ansia che prima o poi qualcosa ci raggiungerà comunque. Questi film sono perfetti per chi preferisce un horror più atmosferico, dove il terrore nasce dal tempo che passa e dalla consapevolezza che non puoi correre per sempre.
10. La “final girl” forte… ma nessuno la ascolta finché non è troppo tardi
Non è un singolo stereotipo, ma un pacchetto: spesso la protagonista è l’unica davvero lucida della situazione, quella che capisce per prima che qualcosa non va, eppure viene sistematicamente ignorata finché non è troppo tardi. È la “final girl”: l’ultima rimasta in vita che affronta il killer (o l’intera famiglia assassina), spesso dopo che le sue intuizioni sono state liquidate come paranoia, isteria o esagerazione.
In Finché morte non ci separi (2019), Grace entra in una famiglia ricchissima che la accoglie con un “gioco tradizionale”: una notte di nascondino che si rivela un rituale di caccia umana. Il film è apertamente satirico, ma il meccanismo è chiarissimo: lei fiuta subito che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’intera situazione, viene gaslightata e ridicolizzata, finché non deve cavarsela da sola, sporca di sangue e devastata, mentre gli altri continuano a negare la realtà fino all’ultimo.
In You’re Next (2013), Erin è l’unica a prendere sul serio l’attacco alla casa di famiglia e a reagire in modo sensato, ma viene guardata con sospetto, trattata come “esagerata”, finché le sue strategie non diventano l’unica cosa che tiene in vita chi è rimasto. Anche qui, il tropo è doppio: da un lato l’ennesima final girl che nessuno ascolta finché non c’è più scelta, dall’altro una messa in discussione molto ironica dell’idea di “ragazza indifesa” dell’horror classico.




































































































