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He-Man: tutti i film e le serie TV da vedere prima del nuovo “Masters of the Universe”

He-Man: tutti i film e le serie TV da vedere prima del nuovo “Masters of the Universe”

Gabriella Giliberti

Gabriella Giliberti

Editor a JustWatch

Il trailer DI Masters of the Universe (2026) ha riacceso una nostalgia molto specifica: quella fatta di spade alzate al cielo, muscoli da fumetto e un cattivo che sa essere teatrale come pochi. Il film con Nicholas Galitzine nei panni di Prince Adam/He-Man arriva al cinema il 5 giugno 2026, con Amazon MGM Studios e la regia di Travis Knight.

E, come succede sempre con i grandi ritorni pop, la domanda è una sola: “Ok, ma cosa mi devo vedere prima?” La buona notizia è che He-Man non è un universo ingestibile: è un franchise che si è reinventato più volte, cambiando target e tono. C’è il cartoon “camp” anni ’80 (fondamentale), c’è l’esperimento sci-fi anni ’90, c’è il reboot 2000s che prova a fare “lore” sul serio, e poi c’è l’era Netflix: da un lato la versione kids in CGI, dall’altro la continuazione più adulta firmata Kevin Smith. 

Qui sotto trovi tutti i film e le serie TV che ti aiutano a metterti in pari senza perderti nel catalogo, e che ti faranno capire quale tipo di He-Man è più adatto a te!

1. He-Man and the Masters of the Universe (1983–1985)

Il punto zero: se vuoi capire perché He-Man è diventato un’icona, parti da He-Man and the Masters of the Universe. La serie Filmation è puro concentrato anni ’80: morale della favola, colori sparati, dialoghi memabili e Skeletor che sembra nato per essere citato. È “cartoon pubblicità”, certo, ma ha un fascino sincerissimo: costruisce l’immaginario di Eternia (Grayskull, Teela, Man-At-Arms, Beast Man) con una semplicità che oggi è quasi rilassante. Funziona anche per chi non ha nostalgia, perché è un manuale di pop culture: capisci subito da dove arrivano pose, catchphrase e archetipi. È perfetta se vuoi una visione a episodi, senza impegno: scegli le puntate più celebri e sei già nel mood.

2. Il segreto della Spada (1985)

Il segreto della Spada più che un semplice “film”, è l’evento che allarga l’universo e introduce She-Ra: fondamentale se vuoi arrivare al 2026 sapendo chi è chi (e perché Adora conta). È un ponte tra due serie, con quel gusto da grande avventura animata che negli anni ’80 sapeva essere epico senza prendersi troppo sul serio. Il bello è che qui Eternia non è solo arena di scontri: diventa una storia di identità e scelta, con la trasformazione di Adora che è ancora oggi uno dei momenti più “mitologici” del franchise. Se ami i racconti di eroi che scoprono chi sono davvero, questo è il tassello giusto. E sì, ha quell’aria da “specialone” che rende la visione più soddisfacente di molte compilation.

3. She-Ra, la principessa del potere (1985–1987)

Se He-Man è l’icona muscolare, She-Ra è la parte del franchise che spinge di più su magia, squadre, amicizie e melodramma “buono”. La serie classica She-Ra, la principessa del potere è figlia del suo tempo, ma ha un valore enorme: è uno dei primi spazi pop in cui un’eroina guida la narrazione con un’identità forte e un mondo tutto suo. La Horde, i regni, le principesse: qui si codifica un immaginario che Netflix avrebbe poi rilanciato in chiave moderna. Guardarla oggi è anche interessante per capire come cambiano i linguaggi: dalla moralina episodica anni ’80 alla serialità emotiva contemporanea. Se ti piace l’idea di un fantasy più corale e “da squadra”, She-Ra è un ottimo contraltare a He-Man.

4. Masters of the Universe (1987)

Il film live action di Masters of the Universe con Dolph Lundgren è un oggetto pop leggendario: imperfetto, kitsch, ma stranamente irresistibile. È anche utilissimo oggi, perché ti mostra quanto sia difficile portare Eternia “in carne e ossa” senza perdere la magia; esattamente la sfida del 2026. Ha un Skeletor (Frank Langella) che si diverte come un teatrante in stato di grazia, e un’atmosfera da fantasy-sci-fi anni ’80 con venature da film d’avventura “da videoteca”. Non aspettarti coerenza assoluta: è più un’esperienza che un testo sacro. Ma se ami la cultura pop, è una visione da fare almeno una volta, anche solo per capire come cambia il linguaggio dell’adattamento.

5. Le nuove avventure di He-Man (1990–1991)

Le nuove avventure di He-Man è il capitolo più “strano”, e proprio per questo vale: He-Man viene proiettato in un futuro sci-fi, lontano dall’immaginario medieval-fantasy classico. Per molti fan è un’eresia; per chi arriva oggi, può essere una curiosità illuminante: dimostra che il franchise ha sempre provato a rincorrere il presente (negli anni ’90 era spazio, tecnologia, “futuro”). Il tono è diverso, i design cambiano, e non tutto funziona, ma diciamo che come tappa di “storia del brand” fa il suo dovere. Guardala se ti interessa vedere He-Man fuori comfort zone e capire quanto sia elastica la mitologia.

6. He-Man and the Masters of the Universe (2002–2004)

Il reboot 2000s è quello che molti sognavano: stesso mito, ma raccontato con più continuità, più “lore”, più attenzione alle origini e alle motivazioni. È più dinamico, più action, e prova davvero a rendere Eternia un mondo con regole e storia, non solo un parco giochi di personaggi. Se vieni dall’animazione moderna e temi che l’83 sia “troppo vintage”, questa è la porta d’ingresso ideale: conserva l’epica, ma con una messa in scena più vicina al gusto post-Toonami. È anche una tappa perfetta per arrivare preparati alla sensibilità contemporanea del film 2026, che probabilmente cercherà proprio quell’equilibrio: mito semplice, ma emotivamente credibile.

7. She-Ra e le Principesse Guerriere (2018–2020)

Con She-Ra e le Principesse Guerriere siamo nella reinvenzione che ha fatto scuola: non solo un reboot, ma un nuovo modo di pensare She-Ra, i legami, la crescita e il conflitto. È più seriale, più emotiva, più attenta ai personaggi e riesce a essere comfort e dramma insieme. Se ti interessa arrivare al film 2026 capendo perché oggi Masters non è solo “muscoli e spada”, questa serie è cruciale: dimostra che l’universo può reggere archi narrativi lunghi, trasformazioni dolorose e un fandom contemporaneo. Anche visivamente è molto “moderna”: design pulito, dinamiche di gruppo, humour calibrato. È consigliata anche a chi non ha mai visto nulla: funziona da sola.

8. Masters of the Universe: Revelation (2021)

La serie di Kevin Smith, Masters of the Universe: Revelation, è la continuazione “adulta” che prende sul serio la malinconia del mito: cosa succede quando l’eroe non basta più? Qui il tono cambia, i temi si fanno più cupi, e l’universo viene riletto con un’energia da fantasy epico/post-eroico. È anche una serie che divide (per scelte narrative precise), ma proprio per questo è interessante: non vuole essere neutra, vuole muovere pezzi e far discutere. Se hai amato l’He-Man classico, qui trovi un dialogo diretto con quel passato solo più consapevole, più tragico, più “da fine di un’era”. È perfetta se vuoi arrivare al film 2026 con la sensazione che Eternia possa essere davvero cinema, non solo nostalgia.

9. Masters of the Universe: Revolution (2024)

Se Revelation era la ferita aperta, Masters of the Universe: Revolution è la fase in cui il franchise prova a ricomporsi: più ritmo, più escalation, più “epica da finale”, ma ancora con quella vena adulta che Netflix aveva impostato. È la tappa più vicina, per sensibilità, a un grande blockbuster moderno: conflitti netti, alleanze, tradimenti, la sensazione che il mito stia arrivando a un punto di non ritorno. Da vedere soprattutto se vuoi un assaggio di come Masters possa funzionare oggi come saga: non solo episodi, ma una traiettoria. E ti aiuta anche a tarare le aspettative sul film 2026: quanto spazio darà alla leggenda? Quanto al realismo?

10. He-Man and the Masters of the Universe (2021–2022)

He-Man and the Masters of the Universe  è l’altra faccia dell’era Netflix: versione più kids, più accessibile, in CGI, pensata per una nuova generazione. Ma attenzione: non è “inutile”, perché fa una cosa furba—reinterpreta personaggi e mitologia con una logica da serial moderno, più lineare e bingeabile, senza chiederti nostalgia. È perfetta se vuoi un He-Man che scorre veloce, con trasformazioni, team-up e un tono da avventura fantasy contemporanea. E, se stai facendo una maratona pre-2026 con amici o famiglia, è il titolo che mette d’accordo tutti: abbastanza leggero per intrattenere, abbastanza riconoscibile da essere Masters.

Ti è piaciuto "The Rip"? Guarda questi 10 thriller su corruzione, polizia e denaro

Ti è piaciuto "The Rip"? Guarda questi 10 thriller su corruzione, polizia e denaro

Andrea Ballerini

Andrea Ballerini

Editor a JustWatch

The Rip - Soldi sporchi (2026) ha inaugurato un anno di cinema con una miscela vincente di azione, thriller e poliziesco. Il film con Ben Affleck e Matt Damon è un viaggio sulle montagne russe tra scene d’azione al cardiopalma e colpi di scena ben congegnati. La storia di una confisca milionaria da parte della polizia e di agenti corrotti pronti a tutto per aggiudicarsi il bottino fa eco a molti film sulla corruzione della polizia.

In occasione dell’uscita del film, vogliamo proporvi otto thriller su corruzione, polizia e denaro. Se vi è piaciuto The Rip - Soldi sporchi (2026), questa lista è dotata di titoli pronti a immergervi un’altra volta nei meandri sporchi dei dipartimenti di polizia. Qui sotto troverete non solo classici sulla corruzione, ma anche cult da riscoprire.

1. Il principe della città (1981)

Sidney Lumet è una delle stelle americane del thriller. Avremmo potuto scegliere un altro titolo del regista, ovvero il classico Serpico (1973) con Al Pacino. Tuttavia, Il principe della città è la pellicola più adatta. Se non fosse per la lente di ingrandimento psicologica che la sceneggiatura utilizza per narrare le vicende di Daniel Ciello. Prima poliziotto corrotto e poi testimone centrale di un’investigazione sulla corruzione, Il principe della città (1981) segue un arco completo e mostra in maniera candida gli effetti dell’agire sporco degli agenti. Il realismo grintoso di questo neo-noir è elevato da un aspetto visivo squisitamente anni ‘70, a partire dalla fotografia granulosa e sbiadita.

2. Il cattivo tenente (1992)

Se Sidney Lumet è una star dei thriller, Abel Ferrara non ha rivali quando si tratta di film crime brutali. Nessuno, però, poteva pensare al livello di scontro a cui il regista potesse arrivare con Il cattivo tenente. È un eufemismo ritenere il protagonista senza nome, interpretato magistralmente da Harvey Keitel, un “cattivo tenente”. L’uomo è la definizione di agente disfunzionale. La sua quotidianità è dedicata a compiere qualsiasi tipo di irregolarità. Ricevere soldi da spacciatori? “Ovvio”. Consumare tre, quattro droghe diverse nel giro di qualche ora? “Perchè no!” Scommettere somme esorbitanti nelle bische clandestine nonostante i debiti? “Dove devo firmare?”.

3. Cuore di tuono (1992)

Il sapore neo-Western di Cuore di tuono non deve confondere lo spettatore. Il cult di Michael Apted con un Val Kilmer fenomenale è anche un inno contro la corruzione della polizia. Questo titolo è indimenticabile per vari aspetti. Da un lato, la trama si sviluppa su un versante da thriller politico che ritroveremo anche più avanti in Rebel Ridge. L’aspetto sociale arricchisce la storia, rendendo la posta in gioco ancora più alta. Dall’altro, Cuore di tuono (1992) ha un vantaggio enorme: un aspetto estetico senza paragoni, tra paesaggi naturali mozzafiato e una fotografia che indugia sui marroni e blu. Chi ha amato le atmosfere di Killers of the Flower Moon (2023) sarà doppiamente soddisfatto da questa visione.     

4. Cop Land (1997)

Sylvester Stallone stava trasformando la sua carriera in una ripetizione dello stesso archetipo di personaggi. Sul finire degli anni ‘90, però, l’attore ha fatto capire una volte per tutte l’ampiezza impensata del suo range. Affiancato da un cast stellare –tra cui Robert De Niro, Ray Liotta e Harvey Keitel in grande forma– l’attore sfoggia un carisma più posato in Cop Land. Il film di James Mangold è un dramma dai toni crime che può ricordare Il principe della città (1981) per la trama intrecciata. Senza raggiungere il livello psicologico del film di Lumet, Cop Land (1997) interpreta il tema della corruzione nella polizia creando un intrattenimento di classe.

5. Training Day (2001)

Dopo tre cult indiscutibili, è tempo di un classico. Training Day di Antoine Fuqua rimane ancorato alla realtà come i film precedenti, ma infonde un tono bombastico che ricorda gli eccessi di Scarface (1983). A partire dal protagonista Alonzo Harris, agente della narcotici sopra le righe. Denzel Washington si mangia lo schermo in questo ruolo e crea un’alchimia perfetta con quello del collega naive Jake Hoyt (Ethan Hawke). Nonostante Fuqua abbia costruito un film a tratti epico, Training Day (2001) rimane un film d’intrattenimento che lascia spazio anche alla riflessione. Per i fan di End of Watch - Tolleranza zero (2012) e Pride and Glory - Il prezzo dell'onore (2008).

6. Infernal Affairs (2002)

The Departed - Il bene e il male (2006) è uno dei film più apprezzati nella carriera di Martin Scorsese. Il capolavoro crime con Leonardo DiCaprio e Jack Nicholson non proviene dalla mente eccelsa del regista italo-americano. Non è altro che un remake del cult hongkonghese. Infernal Affairs di Andrew Lau e Alan Mak. Questo thriller ad alta intensità ha dalla sua una sceneggiatura eccezionale, con dialoghi al fulmicotone e colpi di scena continui. Infernal Affairs (2002) sorprende anche l’occhio con una fotografia glaciale che richiama il sangue freddo dei protagonisti. Sembra impensabile, ma il film di Lau e Mak è superiore al remake a cinque stelle di Scorsese.

7. Gone Baby Gone (2007)

Gone Baby Gone è il micidiale debutto alla regia di Ben Affleck. Come per Cop Land (1997) e Sicario (2015), siamo di fronte a una storia torbida e ricca di colpi di scena. Il punto di forza fondamentale dell’esordio di Affleck è l’ambiguità morale di quasi tutti i personaggi. Le scelte sbagliate sono all’ordine del giorno e i dilemmi che devono attraversare le varie figure che animano il film aumentano la loro complessità. Gone Baby Gone (2007) brilla anche per la direzione solida della star di Hollywood, che non si perde in virtuosismi fuori luogo per un thriller di sostanza.   

8. Sicario (2015)

Sicario non è il classico film sui cartelli della droga, in quanto la trama tratta dalla penna di Taylor Sheridan si focalizza sull’operato delle forze dell’ordine anziché dei criminali. Tuttavia, ben presto lo spettatore capisce come il confine tra le due figure sia molto labile. Tra segreti governativi, tecniche illecite e scopi a dir poco discutibili, il film di Denis Villeneuve spara a zero sulla retorica anti-droga del governo americano. Oltre al pregiato universo tematico, Sicario (2015) vive delle interpretazioni sublimi di Emily Blunt, Josh Brolin e Benicio del Toro e di una fotografia da capogiro a opera del maestro Roger Deakins.

9. Codice 999 (2016)

Per chi ha amato The Rip - Soldi sporchi (2026), Codice 999 è forse il film della lista che più si avvicina per atmosfera e ritmo. Con un forte accento action, la pellicola di John Hillcoat è un susseguirsi di scene d’azione intervallate da momenti di suspense. C’è poco spazio per rifiatare tra una sequenza e l’altra. A ciò dobbiamo aggiungere le prove solide di un cast corale da sogno: Casey Affleck, Anthony Mackie, Chiwetel Ejiofor, Aaron Paul, Norman Reedus, Woody Harrelson e un’immensa Kate Winslet. Codice 999 (2016) può discostarsi dal profondo approccio psicologico de Il principe della città (1981), ma rimane un film action thriller tra i più convincenti degli ultimi anni.

10. Rebel Ridge (2024)

Rebel Ridge (2024) è un thriller d’azione che sa di anni ‘70. La trama mescola corruzione e razzismo e ha come protagonista un personaggio che non sfigurerebbe in nessun cult della precedente decade. La bellezza del film di Jeremy Saulnier sta nell’equilibrio tra scene d’azione e momenti meno esplosivi. Lo stato tensivo della trama fin dall’inizio rende ancora più efficaci i momenti di calma, perché non fanno altro che preparare la tempesta. I personaggi di Aaron Pierre e Don Johnson sono perfetti nell’opporsi l’uno all’altro, in uno scontro che va oltre il personale e sfocia nel sociale. Rebel Ridge (2024) mostra il lato oscuro della polizia con intelligenza e forza al pari di Cop Land (1997).

10 film comici on the road da recuperare se hai amato “Buen Camino” di Checco Zalone

10 film comici on the road da recuperare se hai amato “Buen Camino” di Checco Zalone

Alessandro Zaghi

Alessandro Zaghi

Editor a JustWatch

68 milioni di euro in meno di un mese. Buen Camino (2025) ha superato Avatar (2009), ha infranto ogni record italiano, e riportato al cinema un pubblico che sembrava perso per sempre. Sarebbe stato "un miracolo di Natale" per tutti, non per lui, ormai abituato a spazzare via record e botteghini, almeno da tre film a questa parte. 

Checco Zalone sul Cammino di Santiago, alla ricerca di una figlia che non lo sopporta più, ha fatto quello che i road movie sanno fare meglio: prendere personaggi improbabili, metterli in viaggio, e vedere cosa succede. 

Una formula sempre affascinante, tra le più collaudate nella storia del cinema, e film come Into the wild (2007), I diari della motocicletta (2004) o la leggenda Easy Rider ne sono la prova. Ma cosa succede quando questo formato si applica alla comicità? Il risultato è devastante, e in questo articolo abbiamo raccolto alcuni degli esempi tutti da vedere (o rivedere) per una serata tra divano e popcorn, e tantissime risate.

The Blues Brothers (1980)

Jake esce di prigione e Elwood lo aspetta con una Dodge Monaco della polizia comprata all'asta. Devono salvare l'orfanotrofio dove sono cresciuti, e per farlo rimettono insieme la band. Da Chicago parte una missione che coinvolgerà polizia, esercito, nazisti dell'Illinois e un'ex fidanzata con il lanciarazzi. In The Blues Brothers (1980) John Landis costruisce un musical “action” che, almeno sulla carta, non ha senso: due comici del Saturday Night Live come protagonisti, una trama “caotica” (tanto da sembrare quasi pretestuosa) e un budget che esplode fuori controllo, dai 17 preventivati ai quasi 30 milioni di dollari sul conto finale. 

Eppure funziona, eccome se funziona. Il viaggio attraverso l'America per riunire i vecchi membri della band diventa lo sfondo per una serie di numeri musicali diventati poi leggendari: Aretha Franklin che canta in una tavola calda, James Brown che predica in chiesa, Ray Charles dietro il bancone di un negozio di strumenti. Nonostante ciò, all’epoca il film fu un mezzo flop in America ma venne salvato dagli incassi europei, dove ebbe un successo strepitoso. Oggi è il film culto che tutti conosciamo e che tutti abbiamo visto almeno tre volte. Belushi morirà due anni dopo, e questo resta il suo testamento cinematografico insieme ad Animal House (1978). Puro intrattenimento, perfetto così. Consigliato a chi ama la musica, il rock e il blues in particolare.

Bianco, rosso e Verdone (1981)

Tre italiani in viaggio verso il seggio elettorale. Furio, il torinese pignolo che terrorizza la famiglia con le sue ossessioni, parte da Torino alla volta di Roma con moglie e figli al seguito. Il mitico Mimmo, bambinone romano che accompagna la nonna malata da Verona fino alla capitale. Pasquale, l'emigrato lucano che torna dalla Germania, attraversa mezza Italia sulla sua Alfa rossa e viene sistematicamente derubato lungo la strada. Carlo Verdone, al suo secondo film dopo Un sacco bello (1980), sceglie la struttura del road movie a episodi per raccontare l’Italia dell’epoca attraverso il viaggio e le “caricature” portate in scena. 

Sergio Leone in produzione, Ennio Morricone alle musiche, completano la rosa per uno dei film comici italiani più amati e celebrati del nostro cinema. Non a caso Elena Fabrizi, la Sora Lella, vinse il Nastro d'Argento come migliore attrice esordiente per il ruolo della nonna, il personaggio più sorprendente del film. Bianco, rosso e Verdone (1981) è una commedia leggera, a tratti commovente, ma amara allo stesso tempo, con un finale ricco di malinconia. Film imprescindibile tra i lavori di Verdone.

Non ci resta che piangere (1984)

Il bidello Mario e il maestro Saverio restano in panne in campagna, si addormentano in una locanda e si svegliano nel 1492. Quello che inizia come un normale viaggio in auto diventa un'odissea attraverso l'Italia rinascimentale, con i due che cercano di raggiungere la Spagna per fermare Colombo prima che scopra l'America. L'unico film scritto e diretto insieme da Roberto Benigni e Massimo Troisi,  Non ci resta che piangere trasforma il road movie in un viaggio nel tempo, e il viaggio nel tempo in un pretesto per far incontrare due comicità opposte: la sfrontatezza di Benigni e la malinconia tipica del registro di Troisi. Si sente che i due improvvisavano sul set, e la scena della dogana ("Un fiorino!") fu rigirata decine di volte perché non riuscivano a restare seri, mentre Paolo Bonacelli nei panni di Leonardo da Vinci regala uno dei momenti più citati del cinema italiano. 

Fu il maggior successo della stagione 1984-85, con 15 miliardi di lire al botteghino. La trama appassiona fin dalla prima scena, seppur ritmo ricordi a tratti quello dello sketch televisivo, ma la coppia protagonista rende questo titolo un pilastro della comicità italiana, tanto che di citano ancora oggi le battute a memoria: "Ricordati che devi morire!" "Sì, mo' me lo segno."

Scemo & più scemo (1994)

Lloyd e Harry devono restituire una valigetta a una donna di cui Lloyd si è innamorato a prima vista. Partono da Providence, Rhode Island, e attraversano mezza America fino ad Aspen, in Colorado. Nel mezzo, la più grande concentrazione di idiozia mai vista al cinema. Con Scemo & più scemo fratelli Farrelly costruiscono un monumento alla stupidità e usano il road trip come struttura portante per una serie di gag sempre più assurde. Il viaggio è l'occasione per mettere i due protagonisti in situazioni impossibili: dalla notte in un motel con un killer professionista, alla vendita del furgone a forma di cane per comprare una Lamborghini che poi resterà senza benzina. 

Jim Carrey era appena esploso con Ace Ventura (1994) e The Mask (1994), mentre Jeff Daniels, fino ad allora attore drammatico, si rivelò un talento comico naturale. Quasi due ore di gag senza pause, con battute spesso volgari e un umorismo che oggi potrebbe far storcere il naso. Perfetto per serate in cui volete solo ridere senza pensare.

Tre uomini e una gamba (1997)

Aldo, Giovanni e Giacomo partono da Milano per Gallipoli, dove Giacomo deve sposare la figlia del suocero, il tiranno proprietario della ferramenta in cui i tre lavorano (la battuta sulla “meccanica di precisione” sembra uno qualsiasi dei nostri cv). Nel bagagliaio della Daewoo “Il paradiso della brugola”, una scultura di legno a forma di gamba che vale una fortuna e un bulldog (RIP Ringhio). Lungo la strada, tutto quello che può andare storto va storto. L'esordio cinematografico del trio, dopo anni di cabaret e televisione con Mai dire Gol, sceglie il road movie come struttura per portare sul grande schermo gli sketch del loro repertorio teatrale.

Il viaggio da Nord a Sud diventa una discesa fisica e metaforica: i tre partono come dipendenti frustrati di un suocero padrone e arrivano, grazie anche all'incontro con Chiara interpretata da Marina Massironi, a mettere in discussione le loro vite. La regia è di Massimo Venier, che diventerà il loro regista di fiducia, e il film incassò 40 miliardi di lire, un successo che nessuno si aspettava per dei semi-esordienti. Nella comicità italiana anni ‘90, nessun film ha raggiunto l’iconicità di Tre uomini e una gamba, con alcune battute diventate talmente famose da entrare nel linguaggio comune, con sketch come quello del Conte Drrrrracula! o di Ajeje Brazorf che vengono ancora citati. Una commedia perfetta per una serata con amici, da rivedere sapendo già le battute a memoria. Consigliatissimo come prima tappa per un rewatch-maratona insieme a Così è la vita (1998) e Chiedimi se sono felice (2000).

Paura e delirio a Las Vegas (1998)

Raoul Duke e il dottor Gonzo attraversano il deserto del Nevada su una Chevrolet decappottabile rossa, diretti a Las Vegas per un reportage su una gara motociclistica. Nel bagagliaio, ogni droga conosciuta dall'uomo. Il viaggio si trasforma rapidamente in un'allucinazione collettiva, dove le pareti si sciolgono e i baristi diventano lucertole. Il genio comico Terry Gilliam adatta il romanzo di Hunter S. Thompson e usa il road trip come struttura per un viaggio nella psichedelia americana degli anni Settanta, alla fine dell’era flower power, nell’esatto momento in cui il sogno hippie si trasformò in incubo. 

Per prepararsi a Paura e delirio a Las Vegas Johnny Depp visse quattro mesi con Thompson per preparare il ruolo, copiandone gesti, voce e modo di camminare, mentre Benicio del Toro ingrassò venti chili per interpretare l'avvocato samoano. Ciò nonostante il film fu un flop totale, con 10 milioni incassati su un budget di 18, ma oggi è un titolo cult, entrato di diritto nella cultura pop, o almeno in quella più “rock”. Un film non per tutti (trama e ritmo sono abbastanza frammentati) ma rimane comunque imprescindibile per gli amanti del cinema psichedelico del regista ex Monty Python, anche se forse non al livello del suo capolavoro visionario Brazil (1985).

Fratello, dove sei? (2000)

Tre evasi da una catena di forzati attraversano il Mississippi degli anni Trenta. Ulysses Everett McGill convince i compagni Pete e Delmar a seguirlo con la promessa di un tesoro sepolto, ma il vero scopo del viaggio è tornare dalla moglie prima che lei sposi un altro uomo. Lungo la strada incontrano sirene tentatrici, un ciclope venditore di Bibbie, il Ku Klux Klan e un politico corrotto. Con Fratello dove sei? i fratelli Coen reinventarono l'Odissea di Omero ma in chiave road movie “country”, trasformando il viaggio di Ulisse in una “parodia” dal sapore stelle e strisce, per uno dei loro lavori più divertenti e spesso sottovalutati rispetto a titoli come Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998) o Non è un paese per vecchi (2007). George Clooney accettò il ruolo senza leggere la sceneggiatura, solo per lavorare con loro, e i Coen hanno ammesso candidamente di non aver mai letto l'Odissea per intero: conoscevano il poema di seconda mano. 

La colonna sonora curata da T Bone Burnett vinse il Grammy come Album dell'Anno e vendette otto milioni di copie, trasformando il film in un omaggio alla musica americana delle radici. La fotografia color seppia trasforma il Sud rurale in un dipinto d'altri tempi e il ritmo è quello del bluegrass, lento e ipnotico. Non per tutti, ma se amate i Coen dovete assolutamente vederlo (o rivederlo).

Little Miss Sunshine (2006)

Una famiglia disfunzionale attraversa l'America su un pullmino Volkswagen giallo, da Albuquerque alla California. Destinazione: un concorso di bellezza per bambine a cui la piccola Olive sogna di partecipare. Il nonno sniffa eroina, lo zio ha appena tentato il suicidio, il fratello adolescente ha fatto voto di silenzio, il padre è un motivatore fallito. Le premesse di Little Miss Sunshine valgono già il film. Insieme a Juno (2007) questo è Il film indie per eccellenza, costato appena 8 milioni con un incasso da oltre 100, per un successo che lo portò a vincere due Oscar: miglior sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista ad Alan Arkin, con Abigail Breslin nominata all'Oscar a soli dieci anni. 

Il finale, quella danza al concorso di bellezza, è una delle scene più tenere del cinema americano recente, il momento in cui la famiglia smette di vergognarsi di sé stessa per far felice la piccola protagonista. Prima di arrivarci il ritmo può sembrare lento e il dramma ogni tanto prende il sopravvento, ma questo film è una gemma che vale ogni minuto speso davanti allo schermo. Perfetto per chi cerca una commedia brillante capace di commuovere.

Basilicata coast to coast (2010)

Quattro musicisti falliti attraversano la Basilicata a piedi, da Maratea a Scanzano Jonico. Poco più di cento chilometri per arrivare a un festival di teatro-canzone, dieci giorni di cammino su strade secondarie e sentieri di campagna. Rocco Papaleo dirige, scrive e interpreta, mentre Alessandro Gassman, Paolo Briguglia e Max Gazzè completano il quartetto, con quest’ultimo muto per tutto il film. In mezzo ai quattro “scappati di casa”, Giovanna Mezzogiorno a illuminare il viaggio.  Basilicata coast to coast è l'anti-road movie per eccellenza: niente inseguimenti, niente gag a raffica e, soprattutto, niente fretta. 

Il viaggio a piedi costringe i personaggi a rallentare, e rallentando emergono i silenzi, i paesaggi, gli incontri con gente che vive in posti dimenticati. La Basilicata diventa protagonista tanto quanto i quattro musicisti, tanto che dopo il film è nato un vero cammino turistico che ripercorre le tappe del viaggio: 167 chilometri segnalati, da una costa all'altra. Il ritmo è quello del cammino, lento e contemplativo, che regala a questo film tonalità quasi poetiche e malinconiche. Per viaggiatori veri, per chi ama il Sud senza caricature.

Sole a catinelle (2013)

Checco è uno squattrinatissimo rappresentante di aspirapolvere che ha promesso al figlio Nicolò una vacanza da sogno se prendeva tutti dieci a scuola. Il figlio ha preso tutti dieci, ma Checco, in realtà, non ha una lira. Tuttavia, per far felice il figlio, parte comunque, e quello che doveva essere la vacanza della vita diventa un road trip sgangherato attraverso l'Italia, tra truffe improvvisate, incontri improbabili e la scoperta che la felicità non si compra. Con Sole a catinelle il road movie diventa il pretesto per raccontare un'Italia in crisi economica, dove un padre deve arrangiarsi per mantenere una promessa al figlio. 

Prima di Buen Camino, questo era il film italiano più visto di sempre: 51 milioni di euro, 8 milioni di biglietti venduti, secondo film più visto in Europa nel 2013 dopo Les Misérables. Zalone e Nunziante, alla terza collaborazione, sono ormai una macchina da guerra comica che funziona a pieno regime. Rispetto a Buen Camino manca la profondità e il rapporto padre-figlio resta più in superficie, ma è puro intrattenimento, satira sociale travestita da commedia leggera. Se vi è piaciuto l’ultimo film di Zalone, questo è lo stampo originale.

Sophie Turner: i migliori ruoli in cui (ri)vederla mentre aspettiamo la sua Lara Croft

Sophie Turner: i migliori ruoli in cui (ri)vederla mentre aspettiamo la sua Lara Croft

Gabriella Giliberti

Gabriella Giliberti

Editor a JustWatch

Le prime foto di Sophie Turner nei panni della nuova Lara Croft sono una di quelle notizie che fanno scattare la modalità “rewatch” anche a chi giura di non avere più tempo. Perché Tomb Raider non è solo un personaggio iconico: è un test di presenza scenica, fisicità e carisma pop, e Prime Video sembra puntare proprio su quel mix di durezza e vulnerabilità che Turner ha affinato negli anni.

La serie è in produzione e, a giudicare dal “first look”, l’intenzione è chiara: richiamare l’immaginario classico di Lara senza rinunciare a un taglio più moderno e seriale.

Sophie Turner non arriva a questo ruolo “dal nulla”, la sua filmografia è una palestra di trasformazioni, spesso sottovalutate perché oscurate da un successo gigantesco (Game of Thrones). Eppure, tra drammi true crime, teen comedy velenose, thriller minimalisti e blockbuster supereroistici, Turner ha costruito una cifra riconoscibile: personaggi che imparano a sopravvivere – e quando smettono di chiedere scusa, diventano irresistibili. Non a caso, la sua ultima performance nella serie Steal: La rapina (2026) sta già riscuotendo grandi numeri e successi su Amazon Prime.

Qui sotto trovi 10 ruoli (tra cinema e serie) che raccontano meglio di qualsiasi hype perché l’idea di vederla con zaino, holster e rovine antiche non è solo marketing: è una tappa naturale.

1. Game of Thrones (2011–2019) – Sansa Stark

Se oggi Sansa è un’icona di resilienza pop, il merito è anche di come Turner ha fatto evolvere il personaggio in Game of Thrones senza “saltare” passaggi emotivi. All’inizio la sua Sansa è tutta educazione e favola romantica, poi diventa un sismografo del potere: registra ogni abuso, impara a leggere le stanze, trasforma la vulnerabilità in strategia. È una performance che cresce stagione dopo stagione, e che funziona proprio perché non cerca mai la scorciatoia della “badassness” facile: la forza arriva come conseguenza, non come posa. È il ruolo perfetto da recuperare oggi se ti interessa capire cosa Turner sappia fare con i personaggi che cambiano pelle davanti ai nostri occhi.

Se ti ha catturato la dinamica di potere fatta di sguardi, diplomazia e controllo emotivo, puoi proseguire con The Crown (2016–2023), che lavora sugli stessi equilibri “politici” dentro stanze ovattate.

2. Joan (2024) – Joan Hannington

In Joan Turner gioca finalmente da protagonista adulta, e si vede: glamour, ferocia, fragilità e istinto di sopravvivenza convivono nello stesso sguardo. La serie la segue mentre passa da madre in fuga a ladra di gioielli con un talento quasi performativo (accenti, mimicry, reinvenzione continua), e lei rende credibile questa metamorfosi proprio perché non la romanticizza del tutto: la fame e la paura restano sempre sotto la superficie lucida. È un ruolo che valorizza il suo controllo del tono – sa essere magnetica senza diventare “simpatica”, e vulnerabile senza chiedere indulgenza. Se vuoi vedere Turner in modalità neo-noir britannico, questa è la tappa obbligata.

Per restare su un crime elegante e magnetico, dove fascino e pericolo camminano insieme, Killing Eve (2018–2022) è un’ottima tappa: stessa tensione tra identità, desiderio e manipolazione.

3. The Staircase (2022) – Margaret Ratliff

Dentro un cast enorme e una storia già “famosa”, Turner sceglie la via più difficile: la misura. La sua Margaret in The Staircase è una figlia adottiva intrappolata tra amore, fedeltà e sospetto, e la recitazione lavora per sottrazione, come se ogni scena avesse un pensiero non detto che pesa più della battuta. È una prova utile anche per chi guarda Turner solo come “volto da fantasy”: qui è cronaca emotiva, famiglia che si sfalda, trauma che non ha un linguaggio condiviso. La miniserie non è leggera, ma Turner è uno dei motivi per cui vale la pena attraversarla: porta sullo schermo quella zona grigia in cui non sai più cosa credere – né agli altri, né a te stesso.

Se la parte che ti ha colpito è la verità emotiva dentro un racconto giudiziario, Unbelievable (2019) è un’ottima scelta: lavora sul trauma con rigore e sensibilità, senza sensazionalismi.

4. Survive (2020) – Jane

Survive è una serie “compressione”: episodi brevi, ritmo da thriller, e un tema pesante (depressione, desiderio di sparire) che Turner interpreta senza estetizzare. Jane non è un’eroina da applauso, è una persona spezzata che si ritrova costretta a vivere – e l’idea più efficace della serie è proprio questa: la sopravvivenza come gesto involontario, quasi fastidioso, prima che come redenzione. Turner regge da sola gran parte della tensione emotiva, alternando apatia e scatti di lucidità in modo credibile. Non è il suo titolo più famoso, ma è uno dei più rivelatori per capire quanto sappia tenere la camera addosso senza “riempire” di troppo.

Se ti interessa il survival come esperienza psicologica e non solo fisica, The Wilds (2020–2022) amplifica quel discorso con un cast corale e un mistero di fondo. Se invece cerchi qualcosa di più cupo e stratificato, dove il trauma resta addosso e cambia forma, Yellowjackets (2021– in corso) è una discesa molto più feroce nello stesso tipo di inquietudine.

5. Dark Phoenix (2019) – Jean Grey

Jean Grey è un personaggio-trappola: o diventa un simbolo astratto, o viene risucchiata dall’effetto speciale. Turner prova a tenerla umana, e quando ci riesce – soprattutto nei momenti più intimi, dove il potere è paura di sé – la performance ha una malinconia interessante. Dark Phoenix è un film divisivo, ma guardarlo oggi con l’idea di “mappa carriera” rende più chiaro cosa Turner sappia fare nei blockbuster: presenza fredda, controllo, e una vulnerabilità che riaffiora proprio quando la storia vorrebbe solo accelerare. Non è il suo ruolo meglio scritto, però è un banco di prova pop enorme, e lei ci porta una serietà che manca a molti cinecomic dell’epoca.

Se ti affascina l’idea del potere che cresce troppo in fretta e diventa una minaccia (anche per chi lo possiede), Chronicle (2012) è un ottimo “cugino” per tono e paranoia.

6. Do Revenge (2022) – Erica Norman

Quello in Do Revenge è un ruolo piccolo, ma dall’impatto molto sentito: Erica è una “queen bee” caricaturale quanto basta per diventare meme, ma Turner la gioca come se fosse convinta di stare in un melodramma. È proprio questa serietà fuori scala a renderla esilarante: una performance volutamente sopra le righe, che dimostra come sappia usare il registro comico senza paura di risultare “ridicola” – anzi, puntandoci. Se ti interessa la Turner che si diverte e che capisce perfettamente il tono pop del progetto, qui c’è un manuale di timing e faccia tosta. Ed è anche un promemoria: non è solo “dramma e sofferenza”, quando vuole sa essere una bomba camp.

Se ti diverte il teen movie nero e cinico, dove la commedia è un coltello, Schegge di follia (1988) è praticamente la matrice: stesso gusto per la satira cattiva e i personaggi spietati. Se invece vuoi rimanere su intrighi sexy e manipolazioni “da manuale”, Cruel Intentions (1999) è l’abbinamento naturale per atmosfera e veleno.

7. Another Me (2013) – Fay

Uno dei suoi primi ruoli “serii” è anche uno dei più curiosi: Another Me è un thriller psicologico adolescenziale che gioca con doppi, paranoia e identità, e Turner – ancora lontana dalla “macchina” da star – ha già quella qualità un po’ spettrale che le torna utile nei ruoli più cupi. Il film non è perfetto, ma funziona come tassello: vedi nascere la sua capacità di rendere credibile la dissociazione, la sensazione di non riconoscersi più. Se stai costruendo una maratona che porti fino a Lara Croft, questo è il “prima” che vale recuperare: non tanto per il film in sé, quanto per l’attrice che sta prendendo forma.

Se ti intriga il tema del doppio e della paranoia identitaria che prende possesso del corpo e della mente, Il cigno nero (2010) è il riferimento perfetto per intensità e ossessione.

8. Barely Lethal (2015) – Heather / Agent 84

Barely Lethal è un titolo leggero, quasi usa-e-getta, ma utile per vedere Turner in modalità “teen action comedy” prima che qualcuno le metta davvero in mano una pistola da franchise. Qui è ironica, brillante, molto più sciolta di quanto ci si aspetterebbe: il film gioca con la parodia dell’agente segreto adolescente, e lei si incastra bene nel tono, senza appesantire. Non è tra le sue prove più “importanti”, però è uno di quei casi in cui capisci quanto sia elastica: sa stare in un prodotto pop senza snobbarlo. Ed è anche un’ottima pausa tra i titoli più intensi della lista.

Se ti va un’action pop che non si prende troppo sul serio ma ha energia e ritmo, Kick-Ass (2010) gioca la stessa carta con più cattiveria e stile fumettistico.

9. Time Freak (2018) – Debbie

La rom-com con gimmick sci-fi (il ragazzo che torna indietro nel tempo per “aggiustare” una relazione) è un terreno facile per cliché, e invece Turner riesce a dare a Debbie una qualità concreta: non è solo “oggetto” del reset, ma persona che cambia e che non può essere ridotta a una versione ideale. La cosa interessante è proprio la frizione: Time Freak parla di controllo mascherato da romanticismo, e Turner porta in scena quella stanchezza lucida di chi capisce di essere intrappolata in una narrazione scritta da altri. È un ruolo più sottile di quanto sembri, perfetto se ti piace quando l’attrice lavora sulle crepe piccole, quotidiane.

Se ti interessa il romance che usa il tempo per parlare di scelte e rimpianti (più che per fare gimmick), Questione di tempo (2013) è un passaggio quasi obbligato, molto più emotivo di quanto sembri.

10. Josie (2018) – Josie

Indie cupo, quasi “inquieto”: Turner qui è una presenza che destabilizza, una ragazza che entra in una comunità e ne rivela le pulsioni peggiori. Josie vive di atmosfera e ambiguità, e lei usa benissimo il proprio volto “familiare” per fare l’opposto: non rassicurare. È un ruolo che dimostra quanto possa essere efficace quando lavora sul mistero, sul non detto, sulla sensualità pericolosa (senza trasformarla in cliché). Non è un titolo per tutti – è lento, sporco, più vicino al thriller psicologico che al “crime da intrattenimento” – ma se cerchi la Turner che sa essere perturbante, qui la trovi.

Se ti piace il thriller “di atmosfera”, dove il disagio è tutto nei non detti e nelle dinamiche familiari, Stoker (2013) è un ottimo abbinamento per sensualità disturbante e tensione sotterranea. Se invece vuoi restare su un dark psicologico che scava nelle crepe intime e nel veleno relazionale, Sharp Objects (2018) è una discesa più lunga e dolorosa nello stesso tipo di inquietudine.

  • I migliori film e serie TV con Wagner Moura, star di "L'agente segreto"

    I migliori film e serie TV con Wagner Moura, star di "L'agente segreto"

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    “Plata o plomo”. È con questa frase che Wagner Moura si è fatto conoscere dal pubblico internazionale. Era il 2015 e su Netflix era appena uscita la prima stagione di Narcos (2015) in cui l'attore brasiliano interpreta Pablo Escobar. Un successo straordinario, ma solo la punta dell'iceberg di un talento che sta finalmente dando i suoi frutti. Fresco vincitore del Golden Globe e nominato agli Oscar per la sua prova ne L'agente segreto (2025) di Kleber Mendonça Filho, Moura è un artista dal carisma raro. 

    Laureato in giornalismo, antifascista fermo oppositore del governo di Bolsonaro e con un impegno attivo in difesa dei diritti umani, l'attore non si limita a imparare a memoria le sue battute e presentarsi sul set. Lo dimostra anche la sua prima regia, Marighella (2019), dedicata alla figura dell'ex deputato, poeta, guerrigliero e rivoluzionario brasiliano ucciso nel 1969 dalla dittatura militare.

    JustWatch ha stilato una guida ai migliori film e serie TV con l'attore brasiliano.

    Marighella (2019)

    Dopo anni passati davanti alla macchina da presa, nel 2019, Wagner Moura esordisce alla regia con un film dedicato allo scrittore e politico Carlos Marighella. Ambientato nel Brasile del 1969, il titolo si concentra sull'ultima parte della sua vita quando l'uomo, a capo di una resistenza rivoluzionaria contro la dittatura militare, viene screditato agli occhi dell'opinione pubblica e tacciato come terrorista. Sebbene Moura abbia un piccolo ruolo in cui si sente solo la sua voce, la sua presenza si evince da tutte le scelte formali e narrative che fanno del film molto più di un biopic.

    Quella di Marighella è una forma di attivismo civile sotto forma cinematografica che sceglie la strada del realismo mostrando tutta la violenza del regime e la lotta di un uomo, interpretato da Seu Jorge, che ha pagato duramente per ciò in cui credeva. Un film politico di oltre due ore e mezza che bilancia il ritratto umano con quello storico, ponendo una domanda allo spettatore: chi può essere definito terrorista? Se hai apprezzato 4 giorni a settembre (1997) e Io sono ancora qui (2024), non resterai deluso.

    Tropa de Elite - Gli squadroni della morte (2007)

    Con Tropa de Elite - Gli squadroni della morte (2007), José Padilha ci porta nel cuore della favelas di Rio de Janeiro. Lo fa raccontando la preparazione e le operazioni del BOPE, il gruppo d'élite della polizia militare, sullo sfondo della visita di Giovanni Paolo II nel 1997. Wagner Moura è straordinario nel dare vita al Capitano Nascimento, voce narrante del film che spiega come le favelas siano in maggioranza controllate da bande di narcotrafficanti e che tutti i poliziotti hanno davanti a loro tre scelte: farsi corrompere, arrendersi al crimine o combatterlo.

    Quasi 120 minuti caratterizzati da una regia serrata dal taglio semi-documentaristico e dal tono crudo. Una pellicola considerata da molti controversa proprio per le sequenze di torture praticate dalla polizia che si comporta come chi dovrebbe combattere. Ma l'ambiguità dei protagonisti è necessaria anche per far capire meglio il contesto in cui si muovono e operano. Se ti piacciono City of God (2002) o Sicario (2015), non perderti questo film. E se vuoi, puoi anche vedere il suo sequel: Tropa de Elite 2 – In nemico è un altro (2010).

    Civil War (2024)

    Il capolavoro di Alex Garland è ambientato in un futuro non troppo lontano dal nostro in cui gli Stati Uniti sono divisi e devastati da una guerra civile. Una squadra di giornalisti attraversa il Paese con l'obiettivo di intervistare il Presidente prima che venga catturato e deposto. Moura interpreta Joel, uno dei reporter che maschera l'orrore con l'adrenalina e il cinismo. Civil War è un'opera totalizzante che immerge lo spettatore in un racconto violento e sensoriale in cui tutto è amplificato dall'incredibile lavoro fatto sul suono che dà l'impressione di trovarsi sulla scena, tra sparatorie, razzi, sangue e macerie.

    Un film che volutamente non spiega il “perché” o il “come” si sia arrivati politicamente a quel punto, ma mostra con estrema precisione quello che accade quando tutto crolla e la violenza ha preso il sopravvento. Similmente a quanto fatto in Warfare - Tempo di guerra (2025), in un'ora e 49 minuti elimina ogni romanticismo o glorificazione ai conflitti di ogni genere. Una pellicola sulla responsabilità di ognuno di noi di non restare indifferenti.

    Narcos (2015-2017)

    Il ruolo che ha consacrato Wagner Moura al successo internazionale è quello di Pablo Escobar in Narcos. Una serie che racconta l'ascesa e la caduta del signore della droga colombiano, e gli sforzi della DEA per catturarlo. L'interpretazione dell'attore ha dell'impressionante grazie al lavoro fatto sul corpo e sulla lingua. Ingrassato per somigliare maggiormente al narcotrafficante, Moura ha anche imparato lo spagnolo eliminando ogni inflessione di brasiliano così da catturare l'aura di un uomo capace di gesta brutali.

    Ma, paradossalmente, la sua interpretazione riesce a restituire anche una parvenza umana nel rapporto con la moglie e i figli, contrapponendola alla sua natura violenta. È così che, nell'arco delle due stagioni su tre delle quali è protagonista, dà vita a un personaggio tutt'altro che bidimensionale o macchiettistico. Da recuperare se ti hanno affascinato Gomorra – La serie (2014), ZeroZeroZero (2019) o Escobar - Il fascino del male (2014). Inoltre puoi recuperare anche Narcos: Messico (2018) di cui lo stesso Moura ha diretto un paio di episodi della terza stagione.

    L’agente segreto (2025)

    Con L'agente segreto, Kleber Mendonça Filho ha realizzato il suo film più ambizioso. Una storia ambientata nel Brasile del 1977 con protagonista Marcelo, un esperto di tecnologia in fuga. Quando arriva a Recife durante la settimana del carnevale, sperando di ricongiungersi con suo figlio, l'uomo si rende conto che la città non è il rifugio sperato. Un film profondamente politico che ricostruisce il soffocante clima politico di un Paese piegato dalla dittatura militare. Un mostro tentacolare contro cui uomini e donne comuni hanno lottato in forme di resistenza diverse.

    Moura costruisce il suo personaggio alimentandone lentamente e silenziosamente la paranoia. È lui a portare sulle sue spalle i 145 minuti di una pellicola che parla di memoria e della sua assenza costruendo un ponte con il nostro presente. Ma L'agente segreto è anche una lettera d'amore al cinema fatta di omaggi e citazioni – su tutte quella de Lo squalo (1975) - che si intrecciano con generi diversi, dal thriller al noir. Imperdibile se hai amato Bacurau (2019) e La conversazione (1974).

  • Dimentica gli Oscar! Ecco tutti i nominati ai Razzie Awards 2026

    Dimentica gli Oscar! Ecco tutti i nominati ai Razzie Awards 2026

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Una mora di plastica grande come una pallina da golf, montata su una bobina di pellicola super 8 e interamente verniciata d'oro. Valore stimato? Circa 5 dollari. Stiamo parlando del Golden Raspberry Award, simbolo dei meglio conosciuti Razzie Awards, il premio più divertente, temuto e cattivo dell'award season. 

    Quello che celebra il peggio di Hollywood e che, come da tradizione, viene consegnato la notte prima degli Oscar. Quest'anno la sua 46ª edizione si terrà il 14 marzo e vede il remake live-action della Disney Biancaneve (2025) contendersi sei nomination con il film sci-fi La guerra dei mondi (2025).

    A seguire con il maggior numero di candidature i film del 2025 Hurry Up Tomorrow e Star Trek: Section 31 a quota cinque ciascuno e Alarum (2025), Bride Hard (2025) e The Electric State che si fermano a quota tre. Piccola nota a margine: Natalie Portman nello stesso weekend è nominata agli Oscar come produttrice per Arco - Un’amicizia per salvare il futuro (2025) e ai Razzie come attrice per Fountain of Youth - L'eterna giovinezza (2025). Chissà che non si ritrovi con una mora di plastica in una mano e un omino placcato d'oro nell'altro come accadde a Sandra Bullock nel 2010 per A proposito di Steve e The Blind Side.

    JustWatch ha stilato una guida ai film che hanno ottenuto più nomination ai Razzie Awards.

    1. Biancaneve (2025)

    Una rivisitazione in chiave live-action del primo lungometraggio d'animazione Disney, Biancaneve e i sette nani (1937), accolto con così poco entusiasmo da pubblico e critica da portare la casa di Topolino ad accantonare il rifacimento dei loro classici con attori in carne ed ossa per un po'. Le avvisaglie di un destino poco glorioso c'erano già prima dell'uscita, quando la sua protagonista, Rachel Zegler, aveva rilasciato delle dichiarazioni percepite come critiche verso il classico originale. Per non parlare del polverone social scoppiato dopo la diffusione del primo trailer che mostrava i sette nani realizzati con una CGI considerata eccessiva o le voci di un pessimo rapporto tra Zegler e Gal Gadot, nei panni della Regina Cattiva, a causa di visioni politiche distanti.

    Ai Razzie Awards il film ha ottenuto 6 nomination: peggior film, regista, attore non protagonista per i 7 nani, combinazione di attori (sempre per i sette nani), remake e sceneggiatura. Ma se dovessimo trovare un punto a favore del film sarebbe quello di aver tratteggiato, nell'arco di 125 minuti, la figura di una principessa più simile a un leader che combatte contro la tirannia piuttosto che una ragazza in pericolo in attesa dell'intervento salvifico del principe azzurro. Se sei un fan dei live action Disney come Maleficent (2014), prova a dare una chance a Biancaneve.

    2. La guerra dei mondi (2025)

    A pari merito di nomination con il live-action Disney troviamo La guerra dei mondi, settimo adattamento dell'omonimo romanzo di H.G. Wells, candidato come peggio film, regista, attore per Ice Cube, combinazione di attori per Ice Cube e la sua camera su Zoom (!), remake e sceneggiatura. La trama, ancora una volta, si svolge durante un'improvvisa invasione aliena che mette in ginocchio le comunicazioni globali. E, anche in questa trasposizione, c'è una famiglia che deve lottare per ricongiungersi.

    Poco meno di due ore considerate non molto originali e che non aggiungono nuove sfumature al classico di fantascienza da cui è tratto. Ma la sua particolarità risiede nell'aver saputo aggiornare una storia molto conosciuta dal pubblico grazie a una riflessione sulle tecnologie moderne, tra dati rubati, hacker e sistemi di sorveglianza, e una regia che usa la tecnica dello screenlife, spostando l'azione sugli schermi di telefoni e computer sui quali trascorriamo le nostre giornate. Se sei un amante del romanzo e un fan de La guerra dei mondi 3D di Steven Spielberg (2005), dovresti vedere anche questa versione.

    3. Hurry Up Tomorrow (2025)

    Due attori sulla cresta dell'onda come Jenna Ortega e Barry Keoghan, il debutto sul grande schermo di Abel Tesfaye (alias The Weeknd) e un film che accompagna l'uscita dell'album omonimo del cantautore. Non sono bastati questi elementi per salvare Hurry Up Tomorrow da cinque candidature ai Razzie Awards. Il lungometraggio diretto da Trey Edward Shults è stato votato come peggior film, regia, attore per Tesfaye, combo per The Weeknd e “il suo ego colossale” e sceneggiatura. La pellicola racconta la storia di un artista insonne e della sua discesa in un’odissea esistenziale e psichedelica quando la sua vita viene stravolta dalla comparsa di uno sconosciuto misterioso che mette in discussione ogni certezza sulla sua identità.

    Un'ora e mezza considerata da molti più un lungo videoclip che un film data la struttura non lineare della trama e una colonna sonora ridondante. Ma è anche vero che Hurry Up Tomorrow è una riflessione sulla fama e l'isolamento messa in scena con uno sguardo originale da un regista che ha àgi dato prova del suo talento con It Come at Night (2017) e Waves – Le onde della vita (2019). Se hai apprezzato l'audacia di The Idol (2023), non resterai deluso.

    4. Star Trek: Section 31 (2025)

    Neanche franchise “sacri” come quello di Star Trek sono immuni dalle nomination dei Razzie Awards. Star Trek: Section 31 si attesta a quota cinque candidature nelle categorie: peggio film, regia, attrice per Michelle Yeoh, attrice non protagonista per Kacey Rohl e sceneggiatura. Primo titolo pensato per il piccolo schermo del mondo narrativo della serie sci-fi, il film fa parte dell'Expanded Universe creato da Alex Kurtzman ed è lo spin-off di Star Trek: Discovery (2017-2024) ambientato 10 anni prima della serie originale.

    Ritroviamo l'Imperatrice Philippa Georgiou di Yeoh incaricata di proteggere la Federazione dei pianeti uniti come agente della Stazione 31, una divisione segreta della Flotta Stellare. Un totale di 115 minuti che non ha trovato il favore dei fan storici che hanno ritenuto il film troppo action rispetto al tono tipico della saga. Va detto, però, che il film tenta un passo in avanti verso territori più oscuri e ambigui. Non a caso al centro del racconto c'è il conflitto di chi è chiamato ad agire nell'ombra. Da vedere se ti è piaciuto Rogue One: A Star Wars Story (2016).

    5. The Electric State (2025)

    Millie Bobby Brown e Chris Pratt da un lato, i fratelli Russo dall'altro. Nomi amatissimi dal pubblico e protagonisti di film e serie TV più che popolari. Eppure il budget smisurato, l'immaginario visivo di Simon Stålenhag e le star di Hollywood sono cadute sotto il peso dei Razzie Awards che hanno candidato The Electric State come peggior film, regia e sceneggiatura. La storia prende vita in un passato alternativo in cui, dopo una rivolta dei robot, una giovane ragazza orfana attraversa gli Stati Uniti alla ricerca del fratello in compagnia di un androide, un contrabbandiere e la sua spalla.

     Una lunghezza eccessiva e una sceneggiatura ritenuta poco innovativa hanno portato il film a non essere particolarmente applaudito da critica e pubblico. Ma la sua atmosfera retro-futurista e la riflessione sull'intelligenza artificiale in un mondo sempre meno connesso emotivamente, sorreggono il film. Inoltre, la nostalgia evocata dalle immagini create da Stålenhag da sola vale la visione. Per questo motivo se hai amato Tales from the Loop (2020) devi dare una possibilità alla pellicola.

    Nella lista qui sotto trovate l'elenco di tutti i film candidati ai Razzie Awards 2026.

  • "I Peccatori": 5 motivi per cui dovresti guardarlo anche se non ami i film sui vampiri

    "I Peccatori": 5 motivi per cui dovresti guardarlo anche se non ami i film sui vampiri

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Se hai un’allergia preventiva ai denti aguzzi, I Peccatori (2025) è il tipo di film che può guarirti… o almeno farti dimenticare che stai guardando “un film sui vampiri”. Anche perché, in piena awards season, è diventato il titolo-fenomeno degli Oscar 2026: ha appena incassato 16 candidature, record assoluto, e si gioca tutto nella notte del 15 marzo 2026.

    Ma il punto non è la statuetta: è come Coogler usa il soprannaturale. Ambientato nel Mississippi del 1932, dentro una realtà di segregazione, blues e desiderio di riscatto, il film si muove tra period drama, Southern Gothic, musical e horror con una sicurezza rara.

    Quindi sì: ci sono i vampiri. Però sono soprattutto una lente. E se di solito ti annoiano le “regole” del genere, qui troverai un’opera che ragiona più in grande: sul corpo come territorio, sulla comunità come rifugio, sulla musica come rito e sul male come contagio sociale. Non devi amare i vampiri. Devi solo amare il cinema quando decide di fare sul serio e di intrattenere mentre lo fa.

    1. Non è “vampiri e basta”: è un Southern Gothic politico travestito da horror

    Il modo più corretto per entrare ne I Peccatori è pensarlo come un film storico che si lascia infestare. Siamo nel Delta del Mississippi, 1932: Jim Crow, miseria, ferite che non hanno linguaggio. L’orrore soprannaturale non arriva per “fare paura” e stop, ma per dare forma a un male già presente – sistemico, quotidiano, normalizzato. Coogler, come da tradizione per il grande cinema sui vampiri, usa il vampirismo come metafora di potere che succhia, comunità che si difende, identità che si frantuma sotto lo sguardo altrui. Se ti piacciono i film in cui il genere è un cavallo di Troia – pensa a certe vibrazioni da Scappa - Get Out (2017) più che a un classico teen-vampire – qui sei a casa: è un racconto di sopravvivenza e desiderio di autonomia, solo con le ombre più lunghe e i canini più affilati.

    2. Michael B. Jordan in un doppio ruolo

    Anche se non ti interessa la mitologia vampire, I Peccatori si regge su un pilastro molto semplice: Michael B. Jordan fa due personaggi (gemelli) e li rende leggibili senza trucchi da “guarda come sono bravo”. È una prova di controllo: postura, ritmo, magnetismo, microdifferenze emotive che trasformano un’idea potenzialmente gimmick in una relazione viva, piena di attrito e tenerezza. E attorno a lui c’è un cast che funziona come una band: quando la storia si allarga alla comunità – il locale, le alleanze – il film acquista calore e complessità. Non a caso, tra le 16 nomination ci sono anche riconoscimenti importanti per le interpretazioni.

    Se ti piacciono i film “performance-driven” (da Il Petroliere (2007) ai crime drama più carnali), qui trovi quella stessa energia: il soprannaturale è un accelerante, non il centro.

    3. È un film soprattutto sulla musica: blues, rituale, trance 

    Uno dei motivi per cui I Peccatori ti prende anche se non ami l’horror è che spesso sembra giocare in un altro campionato: quello dei film dove la musica non è decorazione, ma motore narrativo. La storia nasce attorno a un juke joint, a un’idea di spazio condiviso dove la comunità può respirare, ballare, esistere e la colonna sonora diventa parte del racconto, non “sottofondo cool”. Questa componente musicale è così centrale che persino la critica l’ha sintetizzata come un mix di grande cinema visivo e “musica che ti entra in corpo”.

    Se di solito i vampiri ti sembrano ripetitivi, qui la variazione è proprio ritmica: il film sa essere sensuale, febbrile, quasi ipnotico. E il risultato è che guardi le scene come guarderesti un numero live: tensione, sudore, rischio. Non serve amare i vampiri; basta amare quando un film suona. Del resto, parliamo del compositore Premio Oscar Ludwig Göransson.

    4. Per cinefili: fotografia e artigianato da grande cinema

    C’è un piacere molto concreto in I Peccatori: quello di vedere un blockbuster che tratta l’immagine come materia viva. La fotografia (firmata da Autumn Durald Arkapaw) non cerca solo “atmosfera”: costruisce un’America notturna, umida, carnale, dove la luce sembra sempre sul punto di spegnersi o incendiare tutto. Anche gli Oscar l’hanno notato: tra le nomination ci sono categorie tecniche di peso, e il film è diventato un caso proprio perché dimostra che l’horror può competere sul terreno del “prestige craft”.

    Se ti attirano i period drama sporchi, i dettagli di costumi e scenografie che raccontano classe e violenza senza spiegoni, qui hai pane per i denti. È cinema che si guarda anche “in silenzio”, per come compone, per come muove la macchina, per come fa respirare gli spazi prima ancora di morderti.

    5. È un crowd-pleaser intelligente: ti intrattiene, ma non ti tratta da scemo

    Il pregiudizio anti-vampiri spesso nasce da un sospetto: “sarà l’ennesima storia con regole, clan, lore, romanticherie”. I Peccatori evita la trappola perché è prima di tutto un film popolare nel senso migliore: ha energia, suspense, set-piece, e una progressione che non si impantana nel manuale di mitologia. E allo stesso tempo è un titolo con una ricezione critica impressionante (anche a livello di consenso) e una corsa agli Oscar che lo ha trasformato nel film da recuperare adesso, mentre tutti ne discutono e prima del 15 marzo 2026.

    Se vuoi una bussola: non è “un film di vampiri” da guardare perché ci sono i vampiri, ma un film da guardare perché è Ryan Coogler che usa il genere per fare spettacolo e discorso insieme. E quando succede, anche chi odia i canini finisce per restare fino ai titoli di coda.

  • Le 10 migliori serie TV basate su podcast (che dovresti ascoltare!)

    Le 10 migliori serie TV basate su podcast (che dovresti ascoltare!)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    I podcast sono diventati la miniera d’oro delle serie TV per un motivo semplice: arrivano già “montati” come storia. Hanno ritmo, cliffhanger, una voce narrante che guida, e soprattutto un vantaggio enorme: ti fanno immaginare. Quando poi passi allo schermo, il gioco cambia perché la serie deve decidere che volto dare a ciò che il podcast ti aveva lasciato in ombra. Il bello, però, è che qui non si tratta di scegliere tra “audio o video”: spesso funzionano meglio insieme, in modi diversi.

    Regola pratica:

    • Ascolta prima se vuoi la versione più essenziale e suggestiva (specie nei fiction e negli horror).

    • Guarda prima se temi spoiler o se preferisci entrare con i volti/ambienti già “fissati”.

    • Fai le due cose in parallelo se ti piace confrontare cosa cambia (personaggi fusi, finali rivisti, focus spostati).

    Qui sotto trovi 10 titoli che dimostrano quanto l’adattamento da podcast sappia essere versatile: dal thriller psicologico alla commedia improv, passando per true crime e “disastri” aziendali raccontati come tragedie moderne.

    1. Homecoming (2018–2020)

    È il caso scuola: un podcast fiction che diventa serie prestige senza perdere l’aura di paranoia. Homecoming parte come mistero psicologico (una struttura di “testimonianze” e conversazioni registrate) e sullo schermo diventa un puzzle elegante e inquieto, con una regia che trasforma il dettaglio in minaccia. Se ascolti il podcast prima, ti godi il brivido “radiofonico” e la costruzione a strati; se guardi prima, apprezzi come la serie giochi con l’immagine per suggerirti che qualcuno sta sempre osservando. Il consiglio: fai entrambe le cose, ma non troppo distanti. È uno di quei rari adattamenti in cui audio e video si potenziano.

    2. Archive 81 (2022)

    Archive 81 è l’horror perfetto per chi ama l’idea del “materiale ritrovato”: nastri, archivi, immagini che dovrebbero essere morte e invece ti guardano indietro. La serie Netflix è ispirata al podcast omonimo e funziona perché ha un centro fortissimo: il fascino tossico dell’indagine che diventa ossessione. Ascoltare il podcast prima è quasi un cheat code: ti abitui al linguaggio sonoro (fruscii, voci, distorsioni) e poi la serie ti colpisce quando rende visibili gli stessi incubi. Anche se è una visione “one season”, resta un ottimo esempio di come un podcast horror possa essere adattato senza perdere atmosfera.

    3. Lore (2017–2018)

    Qui l’adattamento fa una scelta interessante: non “serializza” una trama, ma porta in TV la struttura antologica del podcast, mischiando narrazione, ricostruzioni e documentario. Lore è l’ideale se ami l’horror come folklore: storie vere (o verosimili) che spiegano perché certe paure resistono nel tempo. Una sorta di lavoro tra l’antropologia e la romanticizzazione di alcune storie. Ascoltare il podcast è praticamente parte dell’esperienza: la voce e il ritmo dell’audio rendono le storie più “da falò”, mentre la serie aggiunge immaginario e mood. È un titolo da vedere a piccoli morsi, magari alternando episodio e puntata audio corrispondente.

    4. Veleno (2021)

    Veleno nasce direttamente dal podcast omonimo di Pablo Trincia (e dal lavoro d’inchiesta che lo accompagna) e lo traduce in una docuserie tesa, dolorosa e chiarissima. Al centro c’è il caso dei cosiddetti “diavoli della Bassa modenese”, una storia in cui panico morale, istituzioni, comunità e media si intrecciano fino a diventare un labirinto: più vai avanti, più la domanda non è solo “cos’è successo?”, ma “come è potuto succedere?”. Il podcast resta la versione più immersiva e investigativa (da ascoltare se vuoi i dettagli e la progressione), mentre la serie è ideale se preferisci vedere volti, luoghi e documenti prendere forma. E proprio qui sta la forza del doppio formato: l’audio ti fa sentire il peso dell’accumulo, la gradualità con cui un caso diventa narrazione collettiva; la docuserie, invece, ti mette davanti l’impatto concreto delle scelte e delle conseguenze, rendendo quasi impossibile “astrarre” la vicenda. Guardarli entrambi (in qualsiasi ordine) non è ridondante: è un modo per capire come la stessa storia cambi quando passa dalla ricostruzione alla testimonianza visiva.

    5. Limetown (2019)

    Mistero sci-fi costruito come un’inchiesta giornalistica: una città sperimentale, 300 persone scomparse, e una reporter che scava finché la verità non diventa pericolosa. Limetown nasce come podcast e in TV mantiene quell’ossessione da “indagine che ti mangia la vita”, anche se la resa divide (proprio perché il podcast aveva un vantaggio: potevi riempire i vuoti con l’immaginazione che, si sa, spesso supera qualsiasi altra cosa, soprattutto quando si parla di suggestione). Se ti piace l’idea, un buon metodo è: ascolta prima per vivere il mistero “a orecchio”, poi guarda per confrontare cosa viene concretizzato e cosa perde potenza.

    6. Dirty John (2018–2020)

    Uno dei true crime più “televisivi” già in partenza: una relazione che sembra romantica e diventa un manuale sul controllo, la manipolazione e i segnali rossi ignorati. Dirty John è basata sul podcast dei Los Angeles Times, e funziona perché non si limita al caso: mette al centro la psicologia del raggiro e le dinamiche familiari (chi vede, chi non vuole vedere, chi paga il prezzo). Ascoltare il podcast prima aumenta la rabbia – perché la cronaca lì è più asciutta, focalizzata ma, soprattutto, più spietata – mentre la serie punta un po’ di più verso la “drammatizzazione” emotiva.

    7. Dr. Death (2021–2023)

    True crime che sembra horror clinico: un chirurgo, un sistema che non lo ferma, e un numero di vittime che ti resta addosso. Dr. Death è basata sul podcast Wondery e in TV diventa un’antologia che racconta casi diversi stagione dopo stagione. È il tipo di storia dove l’audio spesso è ancora più efficace, perché lavora sull’accumulo di dettagli e sulla sensazione di impotenza; la serie invece rende tutto più “dramma”, con facce e scene che ti schiacciano. Se vuoi massimizzare l’impatto, fai così: ascolta una o due puntate del podcast, poi passa alla serie quando sei già dentro l’incubo.

    8. The Dropout (2022)

    È una storia perfetta per l’era startup: ambizione, performance, truffa e un personaggio (Elizabeth Holmes) costruito come un brand vivente. La serie Hulu, The Dropout, è basata sul podcast ABC News omonimo, e il divertimento – amaro – sta nel vedere come la narrazione cambi medium: il podcast è inchiesta; la serie è tragedia di costume, con la recitazione che mostra l’auto-mito in tempo reale. Se ascolti prima, arrivi già armato di contesto e ti godi meglio i dettagli; se guardi prima, poi l’audio ti fa venire voglia di “capire cosa è successo davvero”. In più, la versione TV rende palpabile la “messa in scena” quotidiana: il modo in cui una voce, un look, una postura diventano strumenti di potere e di persuasione. E quando ti accorgi di quanto tutto sia stato, prima ancora che un’azienda, un racconto venduto bene, il passaggio al podcast diventa quasi inevitabile: per separare la performance dai fatti.

    9. The Shrink Next Door (2021)

    La premessa di The Shrink Next Door è agghiacciante proprio perché quotidiana: un terapeuta che, invece di curarti, ti colonizza. Basata sul podcast Wondery, la serie Apple TV+ trasforma una storia di abuso psicologico in una dark comedy dolorosa, dove ridi e poi ti senti in colpa per aver riso. Il podcast qui è quasi “necessario”, perché ti restituisce la realtà nuda del caso e ti fa capire quanto certi confini possano essere erosi lentamente, senza scene clamorose. La serie, invece, lavora sulla messa in scena della dipendenza emotiva. E la cosa più disturbante è proprio la gradualità: non c’è un singolo momento “evidente”, ma una somma di micro-invadenze che diventano normalità, finché ti accorgi che il protagonista non ha più un perimetro. Per questo ascoltare il podcast dopo (o in parallelo) è utile: ti rimette addosso la dimensione fattuale e ti fa vedere quanto l’assurdo, in questa storia, sia stato incredibilmente ordinario.

    10. WeCrashed (2022)

    Adattamento diretto del podcast Wondery sulla caduta di WeWork: una storia aziendale che, raccontata bene, diventa quasi una saga religiosa – carisma, culto della personalità, soldi facili e una realtà che si sbriciola. La serie WeCrashed è molto “performance-driven” (e volutamente sopra le righe), mentre il podcast è più compatto e informativo: sentirlo prima ti chiarisce i fatti, poi la serie diventa lo spettacolo del delirio. Se invece guardi prima, l’audio ti fa rimettere ordine e ti mostra quanto era fragile (e assurdo) il castello. Il contrasto è parte del piacere: la serie enfatizza l’euforia e l’intossicazione collettiva – l’idea che tutto sia possibile, finché non lo è più – mentre il podcast ti fa seguire passo passo le crepe, le contraddizioni e i segnali ignorati. In pratica, uno ti fa sentire la seduzione del sogno, l’altro ti spiega con precisione come quel sogno sia stato venduto (e perché, alla fine, non poteva reggere).

  • “La rivincita delle bionde”: tutti i film e le serie TV del franchise in ordine di uscita

    “La rivincita delle bionde”: tutti i film e le serie TV del franchise in ordine di uscita

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Nel 2023 Barbie di Greta Gerwig e il suo tripudio di rosa sono stati accolti da molti come un film femminista che affrontava tematiche come gli stereotipi di genere, il patriarcato e la ricerca dell'identità con un taglio pop e d'intrattenimento. Ma oltre 20 anni prima c'è stato un altro film, La rivincita delle bionde, a ricordarci come lunghi capelli biondi e vestiti color chewing gum non fossero un sinonimo di frivolezza vuota.

    La sua protagonista, Elle Woods, al tempo interpretata da Reese Witherspoon, dimostrava il suo valore nelle aule di un tribunale smontando cliché, tra sorrisi e tacchi alti. Ora la sua storia sta per tornare, questa volta sul piccolo schermo, in Elle. Un prequel con protagonista Lexi Minetree in cui vedremo la protagonista tra i banchi del liceo. L'alba di un percorso di crescita che ha fatto del franchise un fenomeno pop, mostrando a bambine, ragazze e donne di tutto il mondo che essere se stesse è la più grande forma di emancipazione possibile.

    Su JustWatch trovate la guida a tutti i film con Elle Woods in ordine di uscita.

    La rivincita delle bionde (2001)

    Sovvertire lo stereotipo e far ridere nel mentre. Potremmo sintetizzare così il cuore de La rivincita delle bionde in cui i tratti della commedia leggera e quelli del manifesto di empowerment convivono in piena armonia. La protagonista è Elle Woods, giovane ragazza la cui personale Bibbia è Cosmopolitan. Dopo essere stata lasciata dal fidanzato perché "troppo bionda" per le sue ambizioni politiche, Elle si iscrive alla scuola di legge di Harvard per dimostrare il suo valore portando con sé il suo chihuahua Bruiser e un guardaroba di tutte le tonalità del rosa.

    Reese Witherspoon è perfetta nel ruolo della protagonista. La sua vivacità naturale è il carburante che permette al personaggio di farsi strada in un mondo che la giudica per il suo aspetto. Ma il film ci ricorda che non dobbiamo rinunciare a chi siamo e ciò che amiamo per poter essere presi sul serio nella vita. Che sia una relazione o un'arringa in tribunale. Un'ora e 36 minuti di battute cult, accettazione, solidarietà femminile e outfit impeccabili. Da vedere se ti piacciono le commedie degli anni 2000 come Mean Girls (2004).

    Una bionda in carriera (2003)

    In Una bionda in carriera, tra completi degni di Jacqueline Kennedy e proposte di legge contro i test cosmetici sugli animali, Elle Woods lascia Boston per Washington D.C. scontrandosi con i meccanismi ambigui della politica. Un sequel di 95 minuti che mantiene intatta la freschezza e determinazione della sua protagonista ancora una volta alle prese con un ambiente che la guarda dall'alto in basso.

    Solo che qui la posta in gioco si alza, spostando l'azione dai corridoi universitari a quelli di Capitol Hill. Lobby, burocrazia, cospirazioni. Elle, sempre interpretata da Witherspoon, si scontra con un mondo spietato in cui il suo attivismo civile deve superare diverse prove. Ma, come per La rivincita delle bionde, anche qui non manca un messaggio dal valore universale: continuare a far sentire la propria voce, scegliendo la gentilezza come arma. Se ti è piaciuto Il Diavolo veste Prada (2006), devi dare una chance anche a questo sequel.

    Ufficialmente bionde (2009)

    Sarebbe dovuta essere una serie TV, invece Ufficialmente bionde è diventato il terzo capitolo del franchise nonché suo spin-off. Prodotto da Reese Witherspoon, il film segue le cugine inglesi di Elle Woods, Annie (Camilla Rosso) e Izzy (Rebecca Rosso), alle prese con un trasferimento in California dove dovranno frequentare una rigida scuola privata in cui vige l'obbligo di indossare l'uniforme. Inutile dire che troveranno il modo di esprimere comunque il loro amore per la moda.

    Sebbene non abbia la forza travolgente dei primi due film, questo spin-off ha il merito di spostare l'attenzione verso un pubblico più giovane – stessa cosa che farà anche il prequel Elle – parlando di tematiche come il bullismo, il legame tra sorelle e l'amicizia. Un film perfetto per chi cerca un intrattenimento semplice e spensierato racchiuso in 86 minuti. Da recuperare se sei fan di Ragazze a Beverly Hills (1995).

    Elle (2026)

    Il 1° luglio debutterà Elle, serie prequel (di cui è già stata confermata una seconda stagione) che seguirà la protagonista durante gli anni del liceo negli anni '90. La vedremo alle prese con le esperienze che l'hanno resa l’iconica giovane donna che abbiamo conosciuto nel film del 2001. “Venticinque anni dopo che il mondo l’ha conosciuta per la prima volta, poter condividere la storia di come Elle Woods è diventata la forza inarrestabile di cui tutti ci siamo innamorati è un sogno che si avvera”, ha dichiarato Reese Witherspoon che dello show è produttrice esecutiva.

    “Scoprire Lexi Minetree e vederla vestire i (favolosi) panni di Elle è stata una delle esperienze più gratificanti della mia carriera. Penso che i temi della nostra serie, ovvero gentilezza, autenticità e fiducia in sé stessi, toccheranno profondamente sia i fan dei film originali che il nuovo pubblico”. Un coming of age creato da Laura Kittrell che vedrà protagonisti anche June Diane Raphael, Tom Everett Scott, Gabrielle Policano, Jacob Moskovitz, Chandler Kinney e Zac Looker. Restando in zona icone, se hai amato scoprire l'adolescenza di Carrie Bradshow ne Il diario di Carrie (2013-2014), siamo sicuri che adorerai questo prequel.

  • “American Pie”: tutti i film del franchise in ordine di uscita

    “American Pie”: tutti i film del franchise in ordine di uscita

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Era il lontano 1999 quando Paul Weitz e Chris Weitz, su sceneggiatura di Adam Herz, tirarono fuori - segnando di fatto il cinema del nuovo Millennio - una sboccata, scurrile e irresistibile commedia teen. Senza dubbio, American Pie, tutt’ora, è uno dei film più rappresentativi per i Millennials. Protagonisti, un gruppo di ragazzotti in piena tempesta ormonale tra torte, feste, musica, incubi e sogni.

    Perché dietro la leggerezza, la saga con protagonista Jason Biggs è un ritratto appassionato di un’intera generazione indecisa se crescere oppure no. Altri tre film ufficiali, oltre a ben cinque spin-off che hanno espanso l’universo. Un viaggio assurdo, divertente, sexy e comico entrato nell’immaginario attraverso personaggi e frasi culti. Un viaggio che, ripercorso oggi, suscita anche una certa malinconia.

    Se volete divertirvi con i ragazzi di American Pie, JustWatch ha stilato una lista in ordine di uscita con tutti i film della saga.

    1. American Pie (1999)

    Dal genio di Paul Weitz e Chris Weitz, un film che ha segnato un’epoca. La trama - semplice ed efficace - ruota attorno a quattro amici del liceo che stringono un patto: perdere la verginità prima del diploma, dando vita a una serie di situazioni imbarazzanti e spesso fuori controllo. American Pie, oltre lo scorretto e lo scurrile, ha ridefinito la commedia adolescenziale di fine anni Novanta, mescolando volgarità esplicita, ingenuità emotiva e un sorprendente senso di amicizia.

    I personaggi, pur caricaturali, risultano tuttora riconoscibili: insicurezze, vulnerabilità, indecisioni. Se l’umorismo nasce tanto dal sesso quanto dalla goffaggine con cui viene affrontato, il 96 minuti American Pie va ben oltre le gag, diventando un racconto preciso sul passaggio all’età adulta e sulle ansie legate alla crescita. E poi il cast - da Jason Biggs a Chris Klein, da Alyson Hannigan a Natasha Lyonne - composto da attori e attrici diventati nostri amici. Senza dimenticare la colonna sonora tra Blink-182, Third Eye Blind e Matt Nathanson. Da vedere subito se ti è piaciuto Su×bad: 3 menti sopra il pelo (2007).

    2. American Pie 2 (2001)

    Il cambio di regia si sente, ma le vibrazioni restano le stesse. In questo secondo capitolo ritroviamo tutti i protagonisti durante un’estate in una casa sul lago, dove tentano di dimostrare di essere più maturi rispetto agli anni del liceo. Più sboccato e più corale, American Pie 2 dà maggiore spazio alle dinamiche di amicizia e alle relazioni sentimentali, senza rinunciare all’umorismo spinto che aveva decretato il successo del film del ‘99.

    Se tutto è più eccessivo, complice il tono estivo, irrompe in scena un elemento decisivo: la nostalgia, sottolineando l'adolescenza che sta finendo. Pur risultando meno sorprendente dell’originale, il film di James B. Rogers riesce a sviluppare i personaggi lungo l’ora e 40 di montaggio, mostrando una crescita emotiva sempre credibile. Un capitolo che consolida la saga. E sì, non può mancare l’ormai mitica Mamma di Stifler. Se ti sei divertito con Project X - Una festa che spacca (2012) non resisterai ad American Pie 2.

    3. American Pie - Il matrimonio (2003)

    Il capitolo della “maturità”, diretto questa volta da Jesse Dylan. Lo dice il titolo: la trama si concentra sul matrimonio di Jim e Michelle, evento che riunisce il gruppo originale e crea nuove tensioni comiche, soprattutto a causa dell’incontenibile Stifler. Il terzo film del franchise, anch’esso da un’ora e mezza di durata, sposta l’attenzione dall’adolescenza all’età adulta, mantenendo però uno spirito irriverente e sempre sopra le righe.

    Le caratteristiche più evidenti sono l’umorismo più cinico e una comicità spesso affidata agli eccessi di Stifler - con una scena disgustosa entrata nell’immaginario collettivo -, che diventa il vero motore narrativo. L’assenza di alcuni personaggi storici si fa sentire, ma il film compensa con situazioni paradossali, chiudendo idealmente un ciclo entrato nella storia del cinema americano. Matrimoni e risate in stile I Gattoni (2001) sono di tuo gradimento? American Pie - Il Matrimonio è il film per te.

    4. American Pie Presents: Band Camp (2005)

    Dal grande schermo al piccolo schermo. Primo spin-off direct-to-video che segue Matt Stifler (Tad Hilgenbrink), fratello minore del celebre Steve, mandato in un campo musicale come punizione. La trama è semplice e ruota attorno ai suoi tentativi di portare il caos tipico del cognome Stifler in un ambiente apparentemente disciplinato - riprendendo certi spunti del primo capitolo.

    Le caratteristiche della saga ci sono, ma è tutto più grossolano, optando per una produzione chiaramente televisiva. Pur introducendo nuovi personaggi, il film dalla durata di 87 minuti si affida quasi esclusivamente al marchio American Pie, reso vivo da una delle figure più amate del franchise: Noah Levenstein, interpretato da Eugene Levy. Da recuperare se ti sei divertito con le vacanze assurde di EuroTrip (2004).

    5. American Pie Presents: Nudi alla meta (2006)

    Altro spin-off a rimpolpare il viaggio generazione di American Pie. Questa volta la storia ruota attorno a Erik (John White) un altro cugino degli Stifler che partecipa a una tradizione universitaria segreta chiamata “miglio nudo”. Umorismo che punta alla gag e una trama che vede di nuovo la sfida alla verginità, tra imprevisti, video hard e sbronze.

    Se le caratteristiche principali risultano esasperate e puntano alla volgarità, American Pie: Nudi alla meta mantiene tuttavia in risalto il filo del franchise, divenendo anche uno dei capitoli più citazionisti: diversi gli omaggi, da The Blues Brothers (1980) ad Apocalypse Now (1979). Anche qui, nel corso dell’ora e mezza, spunta l’immancabile presenza di Eugene Levy, assoluto trait d'union. Da vedere se hai apprezzato le sfide estreme e le risate garantite di Frat Party (2009).

    6. American Pie Presents: Beta House (2007)

    Lo si capisce dal titolo, l’ambientazione universitaria diventa centrale in American Pie: Beta House di Andrew Waller. Non più l’ambiente liceale, quindi, con una guerra tra confraternite che coinvolge ancora una volta Erik Stifler, diventato grande. In 85 minuti - ma c’è anche una versione non censurata da 95 -, la trama segue la rivalità tra studenti “ribelli” e un’organizzazione più rigida e moralista. Le caratteristiche del film includono un umorismo goliardico e una celebrazione della vita universitaria senza filtri.

    A differenza di altri spin-off, Beta House tenta di costruire un minimo di continuità narrativa e di gruppo. Un prodotto leggero e prevedibile, ma forse più coeso e divertente rispetto ad altri capitoli spin-off anche per merito del cast in continuità con Nudi alla meta: John White, Steve Talley, Christopher McDonald e il totem Eugene Levy. Dopo averlo visto, ti verrà voglia di andare - o tornare - all’università. Forse. Se cerchi risate “universitarie” come in College (2008), guarda Beta House.

    7. American Pie Presents: Il manuale del sesso (2009)

    A dieci anni da American Pie, una (ri)partenza che torna a citare un elemento cardine del primo capitolo: tre studenti trovano il leggendario “libro dell’amore”, appartenuto ai protagonisti originali. Cercheranno di usarlo per migliorare la propria vita sessuale. Il film gioca sul collegamento nostalgico con il primo American Pie, richiamando temi e situazioni già viste.

    Un tono più romantico e meno aggressivo, pur mantenendo elementi di comicità sessuale (basti pensare alla prima scena). Tuttavia, la mancanza di personaggi forti limita l’impatto. Certo, c’è un’idea interessante e diversi momenti riusciio, e se l’ora e mezza di montaggio fatica a coinvolgere totalmente, la colonna sonora torna ai fasti del passato. Brani di Katy Perry, Elliot Smith e Fall Out Boy danno il ritmo giusto. Se tra i tuoi film preferiti c’è Maial College (2002), vedi American Pie: Il Manuale del Sesso.

    8. American Pie: ancora insieme (2012)

    Anni dopo, riecco i nostri amici. Quelli veri, quelli che ci hanno “formato”. Li ritroviamo tutti, tornati a casa per una rimpatriata del liceo, confrontandosi con vite adulte lontane dalle aspettative giovanili. Si punta sulla nostalgia e sul confronto tra ciò che si sognava di essere e ciò che si è diventati. Jim e Michelle sono sposati e hanno un figlio, Kevin e Vicky si sono lasciati, Finch ha viaggiato in tutto il mondo e Stifler è rimasto - quasi - lo stesso.

    Malinconia, bilanci, amicizie perse e ritrovate, anche se non manca certo la comicità che richiama il passato della saga. American Pie: ancora insieme cerca di parlare a un pubblico cresciuto insieme ai personaggi, affrontando temi come il fallimento, il matrimonio e il tempo che passa. Il capitolo più lungo della saga: quasi due ore. Una chiusura affettuosa e commovente. O, forse, una nuova ripartenza? Anche tu non vuoi crescere come i protagonisti di Un weekend da bamboccioni (2010)? Rivedi - e commuoviti - con la reunion di American Pie.

    9. American Pie Presents: Girls’ Rules (2020)

    Chi lo dice che la saga di American Pie è maschile? American Pie Presents: Girls’ Rules, quinto spin-off, ribalta il punto di vista concentrandosi su un gruppo di ragazze del liceo che decidono di prendere il controllo della propria vita sentimentale. La trama segue il loro patto e le conseguenze delle scelte, aggiornando in un’ora e mezza la saga a una sensibilità più moderna, ma non meno comica.

    Troviamo qui un umorismo meno maschilista per un tentativo di reinterpretare lo spirito originale in chiave femminile. Una sceneggiatura più inclusiva, tuttavia legata a una comicità semplice e diretta. Un’idea di base interessante, anche se non sempre il film riesce a rinnovare davvero il marchio American Pie. Se il tuo cult è Mean Girls (2004), guarda American Pie Presents: Girls’ Rules.

  • Da "Cime Tempestose" a “Moulin Rouge”: film e serie TV che ignorano l'accuratezza storica (e perché va bene così!)

    Da "Cime Tempestose" a “Moulin Rouge”: film e serie TV che ignorano l'accuratezza storica (e perché va bene così!)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    L'aereo in Troy (2004), la tazza di caffè di Starbucks ne Il trono di spade (2011-2019), il kilt di Braveheart – Cuore impavido (1995), l'antenna televisiva in Downton Abbey (2010-2015), il pollice alzato de Il gladiatore (2000). Tutti errori involontari scovati dagli spettatori più attenti ai quali nessuno in fase di scrittura o sul set ha fatto caso. 

    Si tratta di sviste non volute all'interno di storie ambientate in altre epoche o in mondi immaginari. Ma poi c'è anche tutto un cinema che ha scelto deliberatamente di inserire elementi – dai costumi alla colonna sonora passando per linguaggio e rivoluzioni storiche – che andassero a creare un contrasto voluto con quella che è l'accuratezza del periodo portato sul grande o piccolo schermo. Una scelta dettata da esigenze narrative differenti che, spesso, ne ha decretato il successo e il favore del pubblico. Oltre a una serie di critiche da parte di puristi intransigenti. Ne sono un ultimo esempio le armature in The Odyssey (2026) o i costumi di Cime tempestose (2026).

    Su JustWatch trovate una lista dei film e delle serie TV più rappresentativi dei titoli che hanno deciso di ignorare l'accuratezza storica.

    1. Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996)

    Pistole al posto delle spade, Verona Beach invece che la città del nord Italia, gli anni '90 a sostituire il Rinascimento, faide tra gang al posto di rivalità tra nobili famiglie. In Romeo + Giulietta di William Shakespeare, Baz Luhrmann prende il classico del Bardo e ci regala un adattamento post moderno della storia d'amore tragica tra il Montecchi con il volto di Leonardo DiCaprio e la Capuleti con quello di Claire Danes. L'anacronismo storico è presente in ogni aspetto del film, dall'ambientazione ai costumi passando per le armi e alcuni dettagli dell'opera originale.

    Un tripudio di pop, colori saturi, energia vorticosa, luci al neon, camicie hawaiane sgargianti, anfetamine, glitter, crocifissi e violenza. Il regista australiano mescola sacro e profano in un film che, seppur tradendo, resta fedele alla tragedia di Shakespeare sia nel testo che nell'animo. L'amore totalizzante e sfortunato tra Romeo e Giulietta resta immutato, ma viene “tradotto” per la Generazione X cresciuta con MTV. Non a caso la colonna sonora mescola i Garbage con Des'ree e i The Cardigans con i Radiohead. Una trasposizione moderna che (di)mostra come si può stravolgere un'opera classica senza snaturarne la potenza e il messaggio.

    2. Il destino di un cavaliere (2001)

    L'ambientazione è medievale, ma l'atmosfera de Il destino di un cavaliere è decisamente moderna. La storia è quella di uno scudiero di umili origini con il volto di Heath Ledger che decide di assumere l'identità del suo defunto padrone per competere nei tornei di giostra medievali. Di pellicole ambientate tra araldi, armature, lance e castelli ne abbiamo viste a decine. Così Brian Helgeland ha deciso di scrivere e dirigere un film che avesse tutti questi elementi, ma li calasse in un contesto moderno. Come se non bastasse, la sceneggiatura sceglie anche di inserire nel film persone realmente esistite come Geoffrey Chaucer ed Edoardo il Principe Nero del Galles, ma calati in una storia di fantasia.

    Con riferimenti al simbolo della Nike e al look dei Rolling Stones, la pellicola è un vero inno all'anacronismo in virtù di un intrattenimento sfacciato e leggero. Dalle armature stilizzate in modo moderno ai dread biondi di Heath Ledger passando per trucco e acconciature anni '90, un linguaggio e comportamenti sociali tutt'altro che medievali, il film accorcia le distanze temporali concedendosi più di una licenza. Una nota a parte la merita la colonna sonora. Un tripudio di sonorità anni '70 e '80 che spazia da David Bowie a Eric Clapton con tanto di We Will Rock You dei Queen scelta per accompagnare il primo torneo del protagonista.

    3. Moulin Rouge! (2001)

    Dopo Romeo + Giulietta di William Shakespeare, Baz Luhrmann ci ha stupiti con Moulin Rouge!, un altro grande film che giustappone la Belle Époque con una miriade di elementi che nulla hanno a che vedere con la Parigi di inizio '900. La storia è quella di un giovane poeta inglese (Ewan McGregor) che si innamora di una bellissima ballerina e cortigiana del celebre locale parigino (Nicole Kidman). Una pellicola in cui convivono il musical hollywoodiano con il vaudeville, il cabaret con le opere di Puccini e Verdi, la tragedia greca con i film di Bollywood insieme ad alcune delle più grandi canzoni pop e rock di sempre. Tutto frullato in un unico film che ha fatto storia.

    Un'opera postmoderna che cattura lo spirito bohémien dell'epoca mentre omaggia il musical e chiude la trilogia Red Curtain iniziata dal regista nel 1992 con Stricly Ballroom e proseguita con la rivisitazione della tragedia di Shakespeare. Quello di Moulin Rouge! è un tripudio di colori e musiche in un remix caleidoscopico in cui The Sound of Music convive con Lady Marmalade, Diamonds Are a Girl's Best Friend con Smells Like Teen Spirit, Children of the Revolution con Your Song. Perché il cinema è un'arte magica che può contenerle tutte.

    4. Marie Antoinette (2006)

    Vivaldi e i The Strokes, Scarlatti e i New Order. Scarpe settecentesche in seta con fibbie e Converse All Star lilla, champagne e macarones. È la Versailles pop immaginata da Sofia Coppola in Marie Antoinette. Un film dove la mancanza di accuratezza storica riflette il percorso narrativo della regista che, dopo Il giardino delle vergini suicide (1999) e Lost in Translation – L'amore tradotto (2003), sceglie di tornare a parlare di giovani donne inascoltate e isolate. Questa volta partendo dalla biografia di Antonia Fraser, Marie Antoinette: The Journey, per raccontare la storia di un'adolescente che divenne l'ultima regina di Francia.

    “Non è una lezione di storia. È un'interpretazione documentata, ma guidata dal mio desiderio di affrontare l'argomento in modo diverso”, spiegava Coppola all'uscita del film. “Il mio obiettivo era catturare nel design il modo in cui immaginavo l'essenza dello spirito di Maria Antonietta. Quindi i colori pastello del film, la sua atmosfera e la musica adolescenziale riflettono e sono tutti pensati per evocare il modo in cui vedevo quel mondo dalla sua prospettiva”. Una sorta di diario in immagini di un'adolescente moderna sempre in mostra eppure sola che si abbandona ai vizi e allo shopping (sulle note di I Want Candy) come qualsiasi altra ragazzina della sua età.

    5. Dickinson (2019-2021)

    Vestita quasi sempre di bianco e reclusa nella casa paterna a scrivere poesie. Ecco, ora prendete l'immagine che ci è sempre stata tramandata di Emily Dickinson e accantonatela. La serie TV con Hailee Steinfeld nei panni della poetessa americana ce ne regala un ritratto moderno e ribelle. Un giovane ragazza del Massachusetts del XIX secolo, innamorata della sua migliore amica che partecipa a feste, usa un linguaggio contemporaneo e ha delle visioni della Morte con il volto del rapper Wiz Khalifa.

    Con Dickinson l'accuratezza storica è messa da parte – nonostante a fare da sfondo alla vicenda ci sia la guerra civile - per fare spazio a un ritratto femminile le cui ansie e aspirazioni sono molto simili a quelle delle coetanee della Gen Z (similmente a quanto fa The Buccaneers, 2023, con l'epoca vittoriana). Una scelta narrativa precisa che avvicina due mondi altrimenti lontanissimi tra di loro. È come se Emily e gli altri personaggi fossero calati in un ambientazione storica, ma ignorassero deliberatamente ogni etichetta ottocentesca. Lo dimostra anche la scelta musicale alla base della serie che alterna A$AP Rocky, Mitski, Lizzo e Andrew Applepie. Non stupitevi se vedrete i protagonisti in pomposi abiti ottocenteschi impegnati a twerkare.

    6. Bridgerton (2020)

    Abiti stile impero, etichetta sociale, colletti alti, movimenti aggraziati, tè, corse dei cavalli. L'epoca della Reggenza inglese è stata così ben rappresentata tra romanzi e film che non sembra poi così lontana nel tempo. Ma c'è chi l'Inghilterra di inizio '800 ha scelto di reinventarla come una società pastello multiculturale, piena di fiori e dolcetti, in cui non esiste il razzismo e dove i monarchi e i nobili britannici sono anche neri, mulatti o asiatici. Si tratta di Bridgerton, la serie prodotta da Shondaland e ispirata ai romanzi di Julia Quinn.

    La trama ruota attorno alla nobile famiglia che dà il titolo allo show e alle varie stagioni sociali in cui ognuno degli otto fratelli e sorelle protagonisti cerca moglie o marito. Un racconto inclusivo, con personaggi apertamente queer in cui il rigore del periodo storico lascia il posto a un'atmosfera sognante, sensuale e romantica In più, se farete attenzione, potrete ascoltare dei brani pop di star come Taylor Swift o Billie Eilish riarrangiate in chiave classica. Qui la precisione storica è accantonata a favore di un racconto che invita ad abbandonare i pregiudizi.

    7. Povere creature! (2023)

    Una Londra ottocentesca con scoperte scientifiche impossibili per l'epoca fa da sfondo a Povere creature! di Yorgos Lanthimos. Quella del regista greco è un'epoca vittoriana steampunk e surrealista con cieli color zucchero filato e architetture oniriche. Lo sfondo nel quale si muove Bella Baxter, una giovane donna interpretata da Emma Stone riportata in vita da uno scienziato all'avanguardia. Quello che l'aspetta al suo risveglio è un viaggio alla scoperta del mondo e della propria libertà. In questa versione distorta del XIX secolo, Bella esplora la sua sessualità e si esprime in un modo inconcepibile per le convenzioni sociali dell'epoca.

    La sua emancipazione è sottolineata da Lanthimos anche nella scelta dei costumi realizzati da Holly Waddington. Abiti con silhouette più gonfie e sproporzionate che, man mano che la protagonista cresce e si evolve, lasciano spazio a tessuti e tagli futuristici. Una fiaba gotica che abbandona il realismo per abbracciare una libertà di espressione che va di pari passo con quella di Bella. Ne è un esempio il look della sequenza finale, simbolo di un'identità piena e autonoma dallo sguardo maschile e da una società patriarcale.

    8. Cime Tempestose (2026)

    Basterebbe la scelta di Emerald Fennell di racchiudere il titolo originale del film tra virgolette, “Wuthering Heights”, per capire che ci troviamo di fronte a una sua versione del romanzo omonimo di Emily Brontë. E, come tale, libera di adattare la storia a suo piacimento. Dalla scelta di chiamare Jacob Elordi per il ruolo di Heathcliff (nel libro descritto come “uno zingaro dalla pelle scura”) a quella di sbizzarrirsi con costumi non fedeli alla moda del XIX secolo o con una colonna sonora firmata da Anthony Willis e Charli XCX. All'uscita del trailer, che ne anticipa l'arrivo in sala il 12 febbraio, in molti hanno notato come i costumi di Margot Robbie nei panni di Catherine fossero molto lontani dall'ambientazione letteraria di fine '700 e inizio '800. Il merito è di Jacqueline Durran, costumista premio Oscar già acclamata per il suo lavoro in Barbie (2023), Spencer (2021) ed Espiazione (2007).

    “I nostri riferimenti spaziavano dall'epoca elisabettiana a quella georgiana e vittoriana, dai dipinti e dagli abiti storici alla moda contemporanea e alle rappresentazioni dei costumi d'epoca nei film del XX secolo”, ha dichiarato Durran a Vogue. E guardando alle prime immagini di Cime tempestose è palese come il mondo letterario di Brontë sia stato rivoluzionato a favore di una stilizzazione volutamente moderna. Corsetti da lattaia tedesca convivono con occhiali da sole, cappelli di paglia oversize con tessuti contemporanei ultra-lucidi, sintetici e plastificati. Fa tutto parte delle emozioni di Fennel nei confronti del libro, come raccontato dalla stessa regista alla BBC. "Volevo scrivere qualcosa che mi facesse provare le stesse emozioni che ho provato quando l'ho letto per la prima volta, ovvero una risposta emotiva a qualcosa. È qualcosa di primordiale, sessuale. Voleva realizzare qualcosa che rispecchiasse il libro che avevo vissuto quando avevo 14 anni".

  • Cat-Approved: 10 film che faranno felice il tuo gatto

    Cat-Approved: 10 film che faranno felice il tuo gatto

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Non tutti i film sono “a misura di umano”… ma alcuni sono sorprendentemente a misura di gatto. Se hai mai visto il tuo micio fissare lo schermo come se stesse studiando una preda, sai già di cosa parlo: basta un’ombra che attraversa l’inquadratura, un frullo d’ali, un insetto che striscia, un pesce che scatta in avanti, e improvvisamente il cinema diventa un acquario/voliera/terrario domestico. 

    Il segreto sta tutto nel movimento: micro-dettagli rapidi, traiettorie imprevedibili, suoni acuti (cinguettii, fruscii, miagolii) e scene “pulite” visivamente, dove la sagoma della preda si staglia bene sullo sfondo.

    Questa lista raccoglie film che, per un motivo o per l’altro, tendono a funzionare come intrattenimento felino: animazioni piene di cosette che volano e guizzano, film con insetti e bestiole, documentari naturalistici, e ovviamente titoli con gatti in primo piano. Nota pratica: meglio volume moderato e niente forzature – se il gatto si agita o si stressa, si cambia film (o si spegne). Ma se invece si acciambella e “caccia con gli occhi”, hai trovato la tua serata perfetta!

    Flow – Un mondo da salvare (2024)

    Se l’idea dell’articolo è “film che tengono il gatto attivo sul divano”, Flow è quasi cheating: è letteralmente un’avventura guidata da un gatto, raccontata solo con immagini, suoni e movimento (niente dialoghi), quindi super leggibile anche per un pubblico felino. Il protagonista attraversa un mondo sommerso, e lo schermo è pieno di stimoli che ai gatti piacciono: acqua in movimento, guizzi, pesci, piccoli dettagli che scivolano nell’inquadratura, animali che compaiono all’improvviso e cambiano traiettoria. In più, la regia è molto “sensoriale”: lascia respirare le scene, non taglia troppo in fretta, e questo spesso permette al micio di seguire davvero la “preda” con gli occhi. È uno di quei film che puoi mettere su anche solo per compagnia, e ritrovarti con il tuo gatto in modalità ipnosi: orecchie dritte, pupille a cannone, zampetta pronta.

    A Bug’s Life – Megaminimondo (1998)

    Se vuoi un film che sembri progettato per la parte del cervello del gatto che dice “insegui!”, A Bug’s Life è un candidato fortissimo. Insetti dappertutto: formiche che si muovono in massa, bruchi e cavallette, ali che frullano, corse, scatti, piccoli oggetti che rotolano. L’animazione Pixar è piena di micro-movimenti leggibili anche da lontano, e il mondo “in scala” rende tutto più interessante: fili d’erba come palazzi, gocce come pericoli, foglie che diventano veicoli. Anche se il tuo micio non “capirà” la trama, avrà tantissime cose da seguire con lo sguardo, soprattutto nelle sequenze di caos collettivo. Bonus: suoni secchi e fruscii che spesso catturano l’attenzione.

    Z la formica (1998)

    Più nervoso e “adulto” nel ritmo rispetto a A Bug’s Life, ma altrettanto ottimo per stimoli visivi rapidi. Qui il movimento è quasi sempre in scena: formiche che corrono, scontri, inseguimenti, scene affollate dove qualcosa accade continuamente in più punti dell’inquadratura. Per i gatti, questo tipo di animazione può essere ipnotica perché sembra un formicaio “vero”, con traiettorie che si incrociano e micro-prede che spariscono e riappaiono. In più ha una palette e un contrasto che spesso rende le sagome ben distinguibili. Se il tuo gatto ama inseguire puntini e ombre, Z la formica è una specie di palestra felina… ma sul divano.

    Alla ricerca di Nemo (2003)

    Pesci che guizzano, bolle che salgono, alghe che ondeggiano: per molti gatti, il movimento acquatico è una calamita. Alla ricerca di Nemo è pieno di traiettorie morbide ma continue, con piccoli scatti improvvisi che ricordano il nuoto reale e tengono l’attenzione alta. L’oceano Pixar è luminoso, pieno di contrasti e colori netti: anche un micio che vede lo schermo “a modo suo” tende a seguire facilmente i pesci in movimento. E poi c’è il fattore “prede multiple”: banchi, tartarughe, meduse, e una varietà di forme che cambiano continuamente. È uno di quei film che possono trasformarsi in sottofondo perfetto: tu ti emozioni, lui caccia con gli occhi.

    Il gatto con gli stivali (2011)

    Qui il vantaggio è doppio: c’è un gatto protagonista (e quindi vocalizzi, posture, “energia felina” in scena) e c’è un’animazione piena di azione e oggetti in movimento. Le sequenze di combattimento ne Il gatto con gli stivali hanno linee veloci, mantelli, piume, scintille: tutte cose che spesso catturano lo sguardo del gatto perché attraversano lo schermo con traiettorie nette. In più, un micio potrebbe essere incuriosito dal “simile”: orecchie, coda, balzi, miagolii (anche se antropomorfizzati). È un film che funziona bene se vuoi una serata giocosa, con ritmo alto, senza tempi morti troppo lunghi. E sì: anche solo la presenza di un “gatto-star” tende a far alzare la testa a molti felini di casa.

    Gli Aristogatti (1970)

    Se il tuo obiettivo è “gatti che fanno cose da gatti” (o almeno ci vanno vicino), Gli Aristogatti è comfort puro. Miagolii, corse sui tetti, zampe, code che scattano, orecchie che si muovono: l’animazione Disney classica ha linee pulite che spesso risultano molto leggibili. Non è il film più frenetico del mondo, ma alterna momenti tranquilli a scene con abbastanza movimento e suoni “vivi” da tenere il micio coinvolto senza iperstimolarlo. E poi, diciamolo: vedere altri gatti sullo schermo può diventare un’esperienza sociale bizzarra – c’è chi ignora, chi osserva intensamente, chi si avvicina allo schermo. Perfetto per una serata coccola, con un gatto acciambellato vicino e qualche occhiata “predatoria” quando parte un miagolio.

    Kiki – Consegne a domicilio (1989)

    Non è un “film per gatti” in senso ovvio, ma ha un’arma segreta: Jiji. Un gatto presente, espressivo, spesso al centro della scena, con movimenti e reazioni che possono incuriosire. In più, le sequenze di volo su tetti e strade sono piene di elementi che scorrono: uccelli, vento, oggetti che passano, dettagli urbani in movimento. Studio Ghibli lavora molto bene con micro-animazioni (capelli, stoffe, foglie) che, anche quando la storia rallenta, mantengono un flusso visivo. Kiki – Consegne a domicilio è perfetto se vuoi una serata più morbida: il tuo gatto non avrà sempre “prede” sullo schermo, ma avrà abbastanza stimoli intermittenti e un compagno felino ricorrente da tenere la curiosità accesa.

    Fantastic Mr. Fox (2009)

    Stop-motion = texture, scatti, piccoli movimenti continui. Per alcuni gatti, questa “stranezza” visiva è magnetica: sembra reale e irreale insieme, con pupazzi-animali che si muovono a micro scatti, come se fossero prede imprevedibili. In più, ci sono animali ovunque, corse sottoterra, inseguimenti, oggetti che rotolano, foglie e terra che si spostano. L’estetica di Wes Anderson è ordinata e simmetrica, quindi i movimenti risaltano bene. Non è garantito per tutti i gatti (alcuni potrebbero ignorarlo), ma se il tuo micio è uno di quelli che “studia” qualsiasi cosa insolita, Fantastic Mr. Fox può diventare un film sorprendentemente ipnotico… anche solo per come si muove il mondo.

    Microcosmos – Il popolo dell’erba (1996)

    Con Microcosmos – Il popolo dell’erba entriamo nel regno dell’“acchiappasguardi” per eccellenza: insetti veri, ripresi da vicino, che strisciano, volano, si arrampicano, si muovono con traiettorie che un gatto può seguire come farebbe con una preda reale. È un documentario quasi senza dialoghi, molto sensoriale: suoni, fruscii, dettagli. Proprio perché è “reale” e ravvicinato, spesso tiene alta l’attenzione felina più di qualsiasi cartoon. Se vuoi una serata tranquilla ma super stimolante per il tuo gatto, questo è uno dei titoli migliori: tu ti godi la meraviglia e lui ha letteralmente un terrario gigante sullo schermo. (Occhio solo: alcuni mici possono eccitarsi e tentare l’assalto allo schermo.)

    L’incredibile volo (1996)

    Uccelli. Voli. Stormi. Per molti gatti, è il massimo dell’intrattenimento: l’istinto predatorio si attiva e lo sguardo segue traiettorie ampie e pulite in cielo. L’incredibile volo è pieno di sequenze in cui gli uccelli attraversano lo schermo in modo leggibile, spesso su sfondi uniformi che rendono facile “cacciare con gli occhi”. E poi ha quell’atmosfera da film familiare anni ’90: emotivo, tranquillo, senza montaggio isterico. Quindi tu puoi guardarlo senza sentirti in colpa (è una storia dolce), e il tuo gatto ha una quantità consistente di “prede volanti” che entrano ed escono dall’inquadratura. Se il tuo micio impazzisce quando sente cinguettii dalla finestra, questo è un candidato perfetto.

  • Leonardo Pieraccioni: tutti i film del comico toscano (e la nostra Top 5)

    Leonardo Pieraccioni: tutti i film del comico toscano (e la nostra Top 5)

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Classe 1965, fiorentino doc, Leonardo Pieraccioni è uno dei volti più riconoscibili della commedia italiana degli ultimi trent'anni. Cresciuto tra i cabaret toscani e le TV locali, a 17 anni incontra Carlo Conti e insieme iniziano a scrivere spettacoli da mettere in scena nelle piazze. Approda poi al cinema dopo una lunga gavetta teatrale, tra cui lo spettacolo Fratelli d'Italia (1986), portato in scena insieme a Conti e Giorgio Panariello, il trio che in seguito divenne punto di riferimento per l'umorismo toscano in televisione.

    Ma il salto vero e proprio avviene nel 1995 con I laureati, esordio alla regia che incassò 13 miliardi di lire, all’epoca una cifra astronomica per un esordiente. Ma è l'anno dopo che arriva il film che portò il nome di Pieraccioni all’attenzione del grande pubblico. Il ciclone (1996) si porta a casa 75 miliardi di lire, circa 40 milioni di euro, entrando nella top ten dei film italiani di sempre. La leggenda Mario Monicelli presta la voce narrante, quasi a suggellare il passaggio di testimone tra generazioni della commedia italiana. Nel 1997 Fuochi d'artificio replica il successo con 76 miliardi. Intanto Il ciclone vince Nastro d'Argento, David di Donatello e due Ciak d'Oro, e Pieraccioni si porta a casa il Nastro come miglior attore.

    Da allora quindici film da regista, sempre scritti con Giovanni Veronesi, regista per cui ha recitato in film come Viola bacia tutti, Il mio West e Manuale d’amore 2. Nel frattempo la sua carriera come attore/regista prosegue, seppur con risultati altalenanti, con titoli comunque rimasti centrali nella sua filmografia (Il pesce innamorato, Il principe e il pirata). Nel 2003 torna il grande successo (anzi, grandissimo) con Il paradiso all'improvviso , capace di dominare il botteghino e battere perfino blockbuster d’oltreoceano come Il Signore degli Anelli - Il ritorno del re e Alla ricerca di Nemo, usciti al cinema lo stesso anno. Recentemente è tornato protagonista accanto ad Alessandro Siani in Io e te dobbiamo parlare (2024), campione d'incassi natalizio con oltre 9 milioni di euro e titolo di commedia italiana più vista di quell’anno.

    Tra i suoi collaboratori storici troviamo Massimo Ceccherini, presente in quasi tutti i film, insieme a Rocco Papaleo, Alessandro Haber e Francesco Guccini. Quest'ultimo compare come psichiatra in Io & Marilyn (2009) dopo i cameo in Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005) e Una moglie bellissima (2007). 

    Una filmografia di tutto rispetto, che conta decine di titoli, tra i lavori alla regia o davanti alla cinepresa, altri in cui invece ha lavorato come sceneggiatore tra cui Tutta colpa di Freud (2021) diretto da Paolo Genovese.

    Noi ci siamo concentrati sulla sua carriera da attore regista e qui trovate la nostra top 5 con i suoi film migliori, la lista completa la trovate qui sotto. Buona visione!

    5. Io & Marilyn (2009)

    Io & Marilyn (96 minuti) segna un Pieraccioni più maturo e malinconico rispetto ai film degli esordi, dalle tonalità certamente più leggere. Un quarantenne lasciato dalla moglie evoca per scherzo Marilyn Monroe durante una seduta spiritica, e lei appare davvero. Solo che può vederla solo lui. È una commedia sentimentale che usa il fantasma della diva come espediente per parlare di seconde possibilità e rapporti padre-figlia, con momenti di tenerezza che prendono il sopravvento sulle gag. Perfetta per chi ama storie adulte di redenzione sentimentale, i fan del classico del 1972 Provaci ancora, Sam (il modello dichiarato) troveranno familiarità nel mix tra risate e momenti invece più malinconici, adatti con l’età e il periodo della vita in cui si trova il protagonista. Per chi ama i primi lavori di Pieraccioni, il ritmo potrebbe risultare più lento, alcune battute meno sorprendenti, ma il cast (Ceccherini, Rocco Papaleo, Biagio Izzo, Francesco Guccini come psichiatra) tiene in piedi il film con maestria. Tra i suoi migliori film, questo si prende il quinto posto perché, se da una parte evolve lo stile tipico di Pieraccioni verso toni più riflessivi, tuttavia può risultare meno esplosivo di altri suoi lavori, soprattutto rispetto a quelli degli anni ‘90. Ideale per un evergreen romantico da divano. 

    4. Fuochi d'artificio (1997)

    Fuochi d'artificio (94 minuti) è il tentativo di replicare Il ciclone con formula quasi identica, ma ci riesce in parte. Pieraccioni è un trentenne che racconta le sue disavventure sentimentali a uno psicanalista alle Maldive: tre donne diverse, un coinquilino romano agli arresti domiciliari, l'amico Ceccherini in versione stalker “romantico”. Unisce la sua tipica comicità fisica a momenti più intimi, con Claudia Gerini, Mandala Tayde e un cameo memorabile di Bud Spencer nei panni di un cantastorie cieco che stona Serenata Rap. Consigliata a chi cerca una commedia leggera e divertente, con un tocco di commozione tra una gag e l’altra. È un titolo tra i più importanti nella filmografia di Pieraccioni, anche se in certi passaggi ricorda (forse troppo) il suo lavoro precedente, risultando talvolta troppo proiettato a replicarne il successo.

    3. Il principe e il pirata (2001)

    Il principe e il pirata (94 minuti) è il road movie più riuscito di Pieraccioni: un maestro elementare fiorentino scopre di avere un fratellastro appena uscito di galera e insieme attraversano l'Italia per riscuotere un'eredità. L’omaggio a titoli come Totò, Peppino e la... malafemmina (1956) o Il sorpasso (1962) è chiaro, con la formula della strana coppia (super collaudata) Pieraccioni /Ceccherini che funziona senza risultare derivativa dal modello originale. Ideale per chi apprezza la comicità diretta (soprattutto quella di Ceccherini) e i buddy movie all'italiana, tra gag fisiche (le rapine con le maschere di Ronaldo e Batistuta) e momenti di malinconia inaspettata, tipici del registro di Pieraccioni. Ciliegina sulla torta, la colonna sonora firmata da Edoardo Bennato, poi premiata con il Nastro d'Argento. Una commedia divertente e piacevole, tuttavia rispetto ad altri titoli può risultare più “volgare” e meno adatta ai più piccoli (qui Ceccherini lascia il suo marchio di fabbrica in modo più evidente).

    2. Il ciclone (1996)

    Il ciclone (100 minuti) è il fenomeno che consacra Pieraccioni: in un paesino della campagna toscana, un gruppo di "vitelloni" viene travolto dall'arrivo di una compagnia di ballerine di flamenco spagnole. Il resto è storia del cinema italiano, con 75 miliardi di incasso e quasi 8 milioni di spettatori. Commedia corale pura, vernacolo fiorentino, e battute diventate iconiche (“Buonasera a tutti, spagnoli e non!”). Per chi cerca risate assicurate e pura nostalgia anni '90, questo è uno dei film tra i più consigliati. La voce di nonno Gino (sempre invisibile, ma fondamentale) affidata a Mario Monicelli impreziosisce questa gemma della comicità italiana, quasi fosse un passaggio di consegne tra il regista de I soliti ignoti (1958) e la nuova generazione (il tutto sempre Made In Tuscany). Nel cast Natalia Estrada, Lorena Forteza, Alessandro Haber e Tosca D'Aquino. Un film diventato cult e simbolo di un’epoca, da vedere e rivedere, anche con tutta la famiglia. Piccolo disclaimer, alcune gag oggi potrebbero stridere con la sensibilità di oggi, per cui è da guardare con consapevolezza del suo tempo.

    1. I laureati (1995)

    I laureati (88 minuti) è l'esordio magistrale di Leonardo Pieraccioni, il film che definisce il suo stile e lancia la carriera di un'intera generazione di comici. Quattro trentenni fuoricorso (Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo, Paolo Tribuzio) condividono un appartamento a Firenze tra esami rimandati, amori impossibili e la paura di diventare adulti. Fresco e autentico, cattura il "vitellonismo" generazionale con umorismo innocente e scambi di battute in puro fiorentino che ancora oggi strappano un sorriso. Tra i film elencati in questa lista, questo è probabilmente il migliore perché rappresenta l'energia appieno del Pieraccioni pre-fama, tra gag che sembrano improvvisate e una freschezza a volte persa da Il ciclone. Un Amici miei (1975) ma “adattato” per i trentenni degli anni '90, girato all'epoca con due lire ma capace di incassarne tredici miliardi. La critica dell'epoca restò spiazzata, il pubblico no. Perfetto per nostalgici e per chi cerca commedie italiane genuine e leggere. Sempre perfetto per un rewatch con gli amici.

  • Non solo Poirot: i 10 migliori adattamenti dei romanzi di Agatha Christie “meno famosi”

    Non solo Poirot: i 10 migliori adattamenti dei romanzi di Agatha Christie “meno famosi”

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Ogni volta che si parla di Agatha Christie, il rischio è sempre lo stesso: finire in automatico su Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo, come se l’universo della “Regina del Giallo” fosse una cartolina ripetuta all’infinito. E invece Christie è anche altro.

    I romanzi di spionaggio mascherati da whodunit, tragedie familiari che diventano processi morali, misteri “da weekend in campagna” che scivolano verso l’horror psicologico, storie d’amore avvelenate in senso quasi letterale.

    Il gancio perfetto, oggi, è la miniserie Netflix I sette quadranti di Agatha Christie (Agatha Christie’s Seven Dials), appena arrivata in piattaforma: un adattamento che riporta sotto i riflettori una Christie meno battuta, tra società segrete e aristocratici annoiati (finché qualcuno non muore).

    Da qui l’idea: una lista di adattamenti riusciti (film, miniserie, TV movie) tratti da romanzi e storie “laterali”, per scoprire quanta varietà ci sia oltre i titoli più inflazionati.

    I sette quadranti di Agatha Christie (2026)

    Se volete il “Christie mood” senza passare dai soliti Poirot-brandizzati, I sette quadranti è la porta d’ingresso perfetta: tre episodi, atmosfera da party in villa, e quel tipo di mistero che inizia come pettegolezzo d’alta società e finisce in un intrigo molto più grande. Il cuore della serie è Bundle (Mia McKenna-Bruce), eroina brillante e un po’ incosciente, che funziona perché non gioca a fare la detective infallibile: si sporca le mani, sbaglia, insiste, e intanto il racconto alterna leggerezza e paranoia. Chris Chibnall scrive un Christie “da binge”, più nervoso e contemporaneo nei tempi, ma fedele nello spirito del gioco di sospetti. Se vi piace l’idea, il doppio consiglio è: Knives Out (2019) per la componente “mystery pop” e Gosford Park (2001) per il lato aristocratico e velenoso.

    Perché non l’hanno chiesto a Evans? (2022)

    Perché non l’hanno chiesto a Evans? è Christie in modalità avventura, con due investigatori improvvisati (Bobby e Frankie) che si ritrovano invischiati in un mistero più grande di loro. La miniserie, adattata da Hugh Laurie, ha un tono agile e quasi “da giallo da vacanza”: paesaggi, dialoghi brillanti, un ritmo che non pretende la cupezza a tutti i costi. È il tipo di Christie che ti ricorda quanto la scrittrice sapesse essere anche divertente e leggera, senza perdere la precisione del puzzle. Ideale se volete un crime comfort, con mistero sì, ma senza quella gravità per cui “tutti sono colpevoli di qualcosa”. Se vi prende, recuperate Only Murders in the Building (2021-in corso) per la coppia di dilettanti che si improvvisa detective, oppure Enola Holmes (2020-in corso) per l’energia young adult investigativa.

    Le due verità (2018)

    Se pensate che Christie sia sempre “cozy”, questa miniserie BBC è qui per smentirvi: Le due verità vira sul dramma psicologico e sulla famiglia come gabbia. C’è l’omicidio (ovviamente), ma soprattutto c’è il veleno dei rapporti: rancori, dipendenze emotive, segreti che marciscono sotto la tappezzeria. Sarah Phelps (che ama riscrivere Christie portandone fuori il lato più oscuro) punta sull’atmosfera postbellica e sulla sensazione che la verità, anche quando arriva, non “ripari” nulla. Perfetta per chi vuole un mystery teso e più adulto, dove la domanda non è solo “chi è stato?”, ma “chi siamo diventati?”. In scia: Sharp Objects (2018) per la famiglia come trauma, e Broadchurch (2013-2017) per l’indagine che scava nelle persone.

    Un cavallo per la strega (2020)

    In Un cavallo per la strega Christie sfiora il territorio del folk-horror e della paranoia: una lista di nomi, morti che sembrano “annunciate”, e un’indagine che oscilla tra spiegazione razionale e suggestione occultista. L’adattamento (ancora firmato Phelps) divide, proprio perché non gioca pulito con le aspettative: è meno “puzzle” classico e più viaggio nell’inquietudine, con una regia che lavora di atmosfera, dettagli e sospensione. Se siete fan dei misteri che sembrano soprannaturali finché qualcuno non prova a farli collassare nella realtà, questo è il vostro titolo. È anche un buon esempio di come Christie possa diventare contemporanea senza travestirsi da procedurale moderno. Consigli affini: The Wicker Man (1973) per la vibrazione folk e True Detective (la prima stagione, eh!) per l’indagine contaminata dal mito.

    Towards Zero (2025)

    Tra gli adattamenti recenti più chiacchierati: Towards Zero prende un romanzo non “da bestseller pop” e lo trasforma in un melodramma criminale ad alta tensione, con un cast importante e una cornice anni ’30 che profuma di estate sbagliata. L’idea forte è che l’omicidio sia il punto d’arrivo, non di partenza: una somma di attriti, desideri, umiliazioni e scelte pessime che spingono tutti verso lo “zero” del titolo. Funziona se vi piacciono i whodunit in cui la parte emotiva pesa quanto l’enigma, e se avete voglia di un Christie più carnale e contemporaneo nel ritmo. Da vedere in parallelo con Espiazione (2007) per la tragedia “da villa” e con Big Little Lies (2017-2019) per la dinamica corale che implode.

    Mistero a Crooked House (2017)

    Sottovalutato e perfetto per chi ama Christie quando diventa cattiva sul serio. Mistero a Crooked House è la storia di una famiglia dove tutti sorridono, ma nessuno è innocente: l’adattamento ha il fascino della grande casa piena di corridoi, stanze e sguardi che spiavano già prima dell’omicidio. Il film gioca bene la carta del cast corale (da Glenn Close a Gillian Anderson) e soprattutto rende giustizia al tono “storto” del romanzo: qui non si tratta solo di trovare il colpevole, ma di accettare una verità che non ha niente di consolatorio. Se vi piace, guardate L’ospite (2018) per l’eleganza che si trasforma in incubo.

    Champagne per due dopo il funerale (1972)

    Un vero oggetto curioso: Christie filtrata attraverso un’estetica neo-noir con venature quasi horror (casa “maledetta”, ossessione, paranoia romantica). Champagne per due dopo il funerale (Endless Night) è un adattamento che vale soprattutto per atmosfera: più che un classico giallo “da salotto”, è una discesa nel desiderio e nella superstizione, con quella sensazione che qualcosa non torni mai del tutto, nemmeno quando credi di aver capito. È una visione consigliata a chi ama i cult d’epoca e non pretende un whodunit tradizionale minuto per minuto. Accostatelo a Rebecca – La prima moglie (1940) per la casa come fantasma.

    L’uomo dall’abito marrone (1989)

    Christie non è solo delitti: questo TV movie è la prova che può essere anche romance d’avventura con diamanti, viaggi e identità ambigue. L’uomo dall’abito marrone è perfetto se vi incuriosisce la Christie più “pulp” e movimentata, lontana dalle tavole imbandite e dai trenini di sospetti. Certo, è un prodotto televisivo con il suo gusto anni ’80, ma ha un valore: mostra una Christie che si diverte con l’esotico e con la commedia d’intrigo. Ideale per una serata leggera, magari da mettere su senza aspettarsi il colpo di genio, ma con la voglia di vedere un’altra faccia dell’autrice. In scia: Sciarada (1963) per l’eleganza-avventura e All’inseguimento della pietra verde (1984) per il lato “romance + pericolo”.

    Sparkling Cyanide (2003)

    Un avvelenamento, un giro mondano e un mistero che profuma di glamour velenoso: Sparkling Cyanide è Christie “cocktail & morte”, dove l’etichetta sociale è una maschera e le relazioni sono trappole. Questo TV movie aggiorna e rilegge il materiale in chiave più moderna e patinata, e funziona proprio se vi piace il giallo come radiografia di status, desideri e opportunismi. Non è l’adattamento più filologico del mondo, ma è uno di quelli che scorrono bene e ti lasciano addosso il gusto del “tutti mentono, ma con stile”. Se vi prende, provate a dare uno sguardo a A Simple Favor (2018) perché potreste ritrovare la medesima l’eleganza tossica.

    Partners in Crime (2015)

    Se volete cambiare completamente aria, Partners in Crime porta in scena Tommy e Tuppence, una delle coppie più divertenti e meno celebrata del canone Christie. Qui il giallo si mescola con la spy story e con la dinamica da duo coniugale: lui pragmatico, lei irresistibilmente curiosa, insieme dentro a casi che spesso profumano di complotto. È un adattamento “da comfort” ma con una marcia in più: il piacere non è solo scoprire chi è il colpevole, ma passare tempo con due personaggi che litigano, si punzecchiano e si completano. Perfetto se vi piacciono i mystery episodici con arco più ampio. In abbinata: The Americans (2013-2018) per la spia-ossessione, in versione molto più dark o Miss Fisher’s Murder Mysteries (2012-2015) per il cozy glamour.

  • 10 perle nascoste uscite nel 2025 che dovresti recuperare

    10 perle nascoste uscite nel 2025 che dovresti recuperare

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Il 2025 è stato un anno saturo di uscite in streaming e al cinema. Troppa roba, troppo in fretta, e orientarsi tra le nuove proposte è diventato quasi un lavoro a tempo pieno. Tra i titoli più pubblicizzati, però, talvolta si nascondono gemme che per un motivo o per l'altro non hanno ricevuto l'attenzione che meritavano.

    Questa lista raccoglie dieci produzioni (tra serie TV e film) che vale la pena recuperare. Si spazia dal dramma familiare italiano alla fantascienza argentina, dal meta-cinema giapponese alla black comedy danese, passando per animazioni satiriche e dramedy coraggiosi. Titoli che offrono qualcosa di diverso rispetto al mainstream, perfetti per chi cerca contenuti freschi e fuori dai soliti schemi.

    Overcompensating

    Benito Skinner, star di TikTok e Instagram da milioni di follower, debutta in televisione con una serie scritta, prodotta e interpretata da lui stesso. Overcompensating racconta la storia di Benny, ex quarterback e re del ballo scolastico, e le sue difficoltà a relazionarsi con la proprio omosessualità, tenuta segreta da tutta la vita. Prodotta da A24 insieme ad Amazon MGM Studios, con Jonah Hill tra i produttori esecutivi, questo titolo è una versione queer e iperbolica delle classiche college comedy americane, divisa tra momenti di pura comicità e riflessioni invece più intime, seppur toccate con tonalità leggere e accessibili. La serie, inoltre, ha tocchi autobiografici, dato Skinner ha lavorato alla sceneggiatura per quattro anni, attingendo dalla propria esperienza a Georgetown, dove non fece coming out fino all'ultimo anno. Il risultato è una comedy sfacciata che mescola umorismo fisico e satira sull'ipermascolinità dei college USA, con Charli XCX come produttrice esecutiva musicale. Il cast include Adam DiMarco di The White Lotus (2021), Rish Shah di Ms. Marvel (2022), e una serie di cameo importanti che spaziano da Kyle MacLachlan a Connie Britton, passando per Lukas Gage e Megan Fox (strepitosa in versione “poster”). La serie, già confermata per la seconda stagione, è perfetta a chi cerca una comicità leggera, volutamente sopra le righe ma capace di raccontare qualcosa di diverso dalla sitcom tradizionale. Consigliata soprattutto a chi ha amato The Sex Lives of College Girls (2021) e cerca un titolo che vada in quella direzione.

    The Last Viking (In attesa di distribuzione italiana)

    Anders Thomas Jensen, maestro danese nel mescolare dramma e umorismo feroce, torna con una black comedy che ha come protagonisti Nikolaj Lie Kaas e Mads Mikkelsen. Il primo interpreta Anker, un rapinatore che dopo 15 anni di carcere scopre che il fratello Manfred, a cui aveva affidato il bottino, ha sviluppato un disturbo dissociativo e non ricorda più dove ha nascosto i soldi (anzi, si crede John Lennon!). Presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2025, The Last Viking è una gemma nordica, perfetto per chi ama il cinema nordeuropea e ha già familiarità con i lavori di Jensen: se avete visto Riders of Justice (2020) o Le mele di Adamo (2005) sapete cosa aspettarvi. Cinema scandinavo in purezza, che non teme di essere grottesco e crudele pur mantenendo un cuore comico ben evidente. 

    Dying for Sex

    Tra i titoli più coraggiosi dell'anno, Dying for Sex è una miniserie in otto episodi con Michelle Williams e Jenny Slate, tratta dall'omonimo podcast. Racconta la storia di Molly Kochan, una donna a cui viene diagnosticato un cancro al seno metastatico in stadio terminale: invece di arrendersi, decide di divorziare dal marito e vivere il tempo che le resta esplorando la propria sessualità, con l'aiuto della migliore amica Nikki. Creata da Kim Rosenstock ed Elizabeth Meriwether (la mente dietro New Girl, 2011), la serie è un dramedy esplicito e profondamente commovente, in cui i due registri si accompagnano con eleganza, episodio dopo episodio. Williams (divina) porta sullo schermo una performance che le è valsa una nomination agli Emmy, mentre Jenny Slate offre la sua prova migliore di sempre, passando dalla comicità alla vulnerabilità con una naturalezza disarmante. Una serie che merita decisamente di essere recuperata, basti sapere delle nove nomination agli Emmy 2025. Una serie intima, delicata, che alterna black humor ad autoritratti emotivi decisamente toccanti, un po’ alla Fleabag (2016).

    Storia della mia famiglia

    Una delle sorprese italiane dell'anno. Storia della mia famiglia è una serie in sei episodi diretta da Claudio Cupellini che racconta la storia di Fausto, un padre malato terminale che cerca di preparare la sua famiglia ad affrontare la vita senza di lui. Il cast è tra i migliori che la serialità italiana possa offrire oggi. Eduardo Scarpetta (pronipote di Eduardo De Filippo, già visto in L'amica geniale e La legge di Lidia Poët) interpreta il protagonista, con una prova fisica tra le migliori della sua carriera, riuscendo a restituire sia il dramma della malattia che la grinta di chi la sta affrontando. E poi Vanessa Scalera, l'Imma Tataranni di Sostituito Procuratore (2019), è la madre Lucia, mentre Massimiliano Caiazzo di Mare Fuori (2020), il fratello minore dipendente dalla cocaina e in eterna ricerca di un'identità fuori dall'ombra del fratello maggiore (probabilmente il personaggio più complesso della serie). A completare il super cast Cristiana Dell'Anna e Antonio Gargiulo. È una serie corale, ma che nonostante la complessità del tema riesce ad essere ariosa e dar voce ad ogni personaggio, volto diverso della stessa storia. La caratteristica più interessante di questo titolo, infatti, è di come riesca a collocarsi su un piano nettamente diverso dal classico melodramma famigliare (si salvi chi può!), per una delle serie italiane tra le più sottovalutate del 2025. Da recuperare assolutamente.

    Oslo Stories Trilogy 

    Attenzione a non confonderla con l'altra trilogia di Oslo, quella di Joachim Trier (Reprise, Oslo, 31 agosto, La persona peggiore del mondo). Questa è firmata da Dag Johan Haugerud, romanziere e bibliotecario sessantenne diventato regista, che nel giro di dodici mesi ha sfornato tre film capaci di rivoluzionare il modo in cui il cinema parla di sessualità. La trilogia si compone di Sex, Love e Dreams, quest'ultimo vincitore dell'Orso d'Oro alla Berlinale 2025 (dalla giuria presieduta da Todd Haynes, che lo ha definito "uno dei pochi film su cui tutti eravamo d'accordo"). 

    Non troverete scene esplicite, ma dialoghi che scavano nell'identità fluida con una franchezza disarmante. In Sex due spazzacamini sposati con donne si ritrovano a mettere in discussione la propria sessualità: uno ha un incontro con un uomo senza viverlo né come tradimento né come risveglio omosessuale; l'altro inizia a sognare di essere visto come donna e non sa più cosa pensare di sé. In Love una dottoressa pragmatica e un infermiere gay si confrontano sulle rispettive vite sentimentali: lui cerca incontri casuali sul traghetto notturno, lei si chiede se la promiscuità possa funzionare anche per una donna etero. In Dreams una diciassettenne si innamora della sua insegnante di francese e trasforma l'esperienza in un memoir che sconvolge madre e nonna.

    Haugerud ha dichiarato di essersi ispirato alla trilogia dei colori di Kieślowski: tre film che affrontano gli stessi temi da prospettive diverse, diversi nell'aspetto ma parte della stessa conversazione. Ogni film dura circa 90-110 minuti, perfetti per una maratona di cinema puro, totalmente spiazzante.

    The Eternaut

    L'adattamento del leggendario fumetto argentino di Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López è finalmente arrivato in formato serie, e ne è decisamente valsa l'attesa. L’Eternauta, diretto da Bruno Stagnaro, racconta di Juan Salvo, un uomo comune coinvolto in una situazione straordinaria quando una misteriosa nevicata mortale uccide chiunque si esponga all'esterno. Ambientata a Buenos Aires, la serie è pura fantascienza ma in chiave latinoamericana, arricchita quindi di un forte sottotesto politico. Il fumetto originale del 1957 era un'allegoria sulla resistenza, e non a caso Oesterheld fu fatto desaparecido dalla dittatura argentina nel 1977. La produzione Netflix è riuscita a cogliere e mantenere questa tensione narrativa, in bilico tra survival drama apocalittico e il film politico, costruendo una scala narrativa episodio dopo episodio che amplia sempre di più lo sguardo dello spettatore, per un effetto scenografico che racconta tanto quanto la trama. Seppur tra i più visti su Netflix, questa serie potrebbe esservi sfuggita, e se avete amato serie come The Last of Us (2023), ma dalla fantascienza cercate anche un tocco politico e di critica sociale, questo è il titolo che fa per voi.

    Cassandra

    Una miniserie tedesca di genere sci-fi/thriller che parte da una premessa inquietante: una famiglia si trasferisce in una casa dotata di un sistema domotico degli anni '70 chiamato Cassandra. Un’intelligenza artificiale vintage, rimasta inattiva per decenni dopo la morte dei precedenti proprietari, ma che improvvisamente si riattiva e inizia a considerarsi un membro della famiglia. Le conseguenze sono prevedibilmente disturbanti. Diretta da Benjamin Gutsche e con Lavinia Wilson protagonista, Cassandra è un gioiellino passato quasi totalmente inosservato, un racconto retrò-futurista che che utilizza un tempo indefinibile per parlare al nostro, tra terrore AI e le domande sui limiti dell’etica tecnologica. Sei episodi brevi e tesi, perfetti per una serata singola. Consigliata a chi ha amato Black Mirror (2010) o Ex Machina (2015) ma cerca qualcosa di più intimo e claustrofobico.

    Broken Rage

    Takeshi Kitano a 78 anni non ha perso la voglia di sperimentare, e con Broken Rage lo ha dimostrato ancora una volta. Distribuito in Italia a febbraio 2025, è un film di soli 66 minuti diviso in due parti: la prima è un classico noir yakuza con Kitano nei panni di Nezumi, un sicario braccato tra polizia e criminalità organizzata; la seconda ripete la stessa storia scena per scena, ma in chiave parodistica, trasformando ogni momento drammatico in gag slapstick. Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2024 (primo film giapponese prodotto per lo streaming a essere selezionato dal prestigioso festival), Broken Rage è un esercizio di meta-cinema che ricorda la follia dell’esperimento di Takeshis' (2005) ma eseguito con maggiore precisione. Kitano stesso lo descrive come un tentativo di trovare "la commedia dentro un film violento". Un dettaglio curioso: il regista ha ammesso di non ricordare quasi nulla della premiere veneziana perché si era procurato una commozione cerebrale sbattendo la testa su un motoscafo poco prima dell'evento. Un film super consigliato a chi ama i thriller con forti dosi di black humor ma, attenzione, non è per tutti: richiede familiarità con le opere precedenti del regista per apprezzarne appieno l'autoironia. Tuttavia, per chi conosce e ama il cinema di Beat Takeshi, è una gemma da recuperare assolutamente. Brevissimo e perfetto per una visione a tarda notte.

    #1 Happy Family USA

    Ramy Youssef, dopo il successo della serie Ramy (che nel 2020 gli valse un Golden Globe), torna con una sitcom animata per adulti che racconta la sua adolescenza in modo ancora più caustico. #1 Happy Family USA, creata insieme a Pam Brady (co-autrice di South Park), segue la famiglia Hussein, musulmani egiziano-americani del New Jersey, mentre navigano l'America post-11 settembre tra xenofobia, paranoia e l'esplosione delle boy band. È satira tagliente e autobiografica che riesce a mescolare registri diversissimi (humor super dark e momenti di tenerezza inaudita) nel raccontare il coming-of-age di un giovane musulmano negli USA dei primi anni 2000. Un cast vocale d’eccezione – Alia Shawkat, Kieran Culkin e Timothy Olyphant – e lo stile visivo che sono le ciliegine sulla torta di questa serie, di cui i disegni sono stati realizzati basandosi sull’estetica dei cartoni animati degli anni in cui è ambientata, vero colpo di genio. Una ventata d'aria fresca nel panorama delle sitcom animate per adulti, perfetta per chi ha amato Ramy e cerca la versione animata e ancora più graffiante.

    Platonic – Stagione 2

    Platonic è tornata nell'agosto 2025 con una seconda stagione che conferma il suo status di comedy eccezionale, ma incredibilmente sottovalutata. Rose Byrne e Seth Rogen interpretano Sylvia e Will, due migliori amici che si erano persi di vista e che ora devono affrontare nuove sfide della mezza età: lavoro, matrimoni e partner in crisi. La serie, creata da Nicholas Stoller e Francesca Delbanco, era stata originariamente concepita come antologia, con stagioni diverse e cast diversi ogni volta, nello stile di Modern Love (2019) per intenderci. Ma la chimica tra Byrne e Rogen era perfetta, per cui tanti saluti al progetto originale, totalmente ribaltato in corso d’opera. Ciò nonostante il risultato è sorprendente. L'umorismo è sottile, i dialoghi brillanti, e nel frattempo la serie è già stata rinnovata per una terza stagione (conviene affrettarsi a recuperare le prime due!). Visione obbligata per chi cerca una comedy che parli di relazioni adulte senza scadere nel romanticismo forzato.

  • I migliori 10 film e serie TV italiani da guardare su Disney+

    I migliori 10 film e serie TV italiani da guardare su Disney+

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Sandokan (2025) è solo l’ultimo arrivato di una lunga serie di eccellenti prodotti disponibili sulla piattaforma. Parliamo della serie internazionale con Can Yaman e Alessandro Preziosi, nuovo adattamento dei romanzi di Emilio Salgari, i cui otto episodi sono da poco sbarcati su Disney+. 

    Disponibile nel nostro paese dal 2020, per quanto concerne l’offerta di titoli italiani, il servizio streaming di casa Topolino ha progressivamente arricchito il proprio catalogo, alternando contenuti concessi in licenza a produzioni originali, sebbene queste restino ancora numericamente inferiori rispetto a quelle dei principali concorrenti, come Netflix e Prime Video. Dunque, cosa c’è oggi di interessante tra film e serie televisive realizzate in Italia? Tra casi cinematografici, pellicole diverse e trasposizioni seriali di bestseller, piccolo spoiler: c’è un titolo che vale l’intero abbonamento, vediamo se capite di quale stiamo parlando. 

    Le fate ignoranti (2022)

    Dopo l’omonimo film di Ferzan Ozpetek, è il momento della serie Le fate ignoranti (2022), che approfondisce la storia di Antonia, che in seguito della prematura scomparsa del marito Massimo in un incidente stradale, scopre che l’uomo aveva una relazioneclandestina e omosessuale con un ragazzo, Michele. La donna decide di andare a fondo. Nel cast Cristiana Capotondi, Luca Argentero, Ambra Angiolini e molti altri per otto episodi diretti dallo stesso Ozpetek per un reboot che fa il suo. Se avete apprezzato la pellicola originale, non potete non recuperarla: ritroverete quell’atmosfera, seppur più ringiovanita. Se foste invece a digiuno del film con Margherita Buy e Stefano Accorsi, potreste essere trascinati da questo racconto che affronta temi come l’infedeltà e la riscoperta di sé.

    Boris (2007)

    Una serie di culto, come si dice. Sapientemente scritta da Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e dal compianto Mattia Torre, che l’hanno anche diretta, Boris (2007) ha raccontato con ironia e una precisione chirurgica il fittizio (ma neanche troppo) dietro le quinte del set di una fiction immaginaria per la televisione generalista fino ad arrivare a oggi, con una realtà dominata dalle piattaforme. Quattro stagioni, più un film, che hanno conquistato persino il pubblico dei non addetti ai lavori e se non l’avete ancora vista correte ai ripari per capire delle battute che ormai sono entrate nell’immaginario collettivo. Le soap italiane non vi sembreranno più le stesse!

    I Leoni di Sicilia (2023)

    Tratta dal bestseller omonimo di Stefania Auci, I Leoni di Sicilia (2023) ripercorre la storia della famiglia Florio. Otto episodi che raccontano la loro ascesa nella Sicilia dell’Ottocento, da umili commercianti a vera e propria potenza economica. Dunque, non l’ennesima storia di mafia, ma un’epopea positiva, interpretata da Michele Riondino, Miriam Leone e Eduardo Scarpetta, diretti da Paolo Genovese, al suo debutto dietro la macchina da presa di un’intera serie televisiva. Se siete fan dei cosiddetti period drama, e soprattutto di storie vere di dinastie imprenditoriali, in cui si intrecciano Storia e vicende private, è la serie che non potete farvi sfuggire. 

    The Good Mothers (2023)

    Siete alla ricerca di una storia di denuncia forte? The Good Mothers (2023) è il titolo che fa per voi. Tratta dall’omonimo romanzo di Alex Perry, è una serie originale Disney+, che racconta la storia vera di tre donne che hanno avuto il coraggio di sfidare la ‘Ndrangheta: Denise Cosco, figlia di Leo Garofalo, Maria Concetta Cacciola e Giuseppina Pesce. Donne che si sono ribellate alla criminalità organizzata calabrese, nota soprattutto per la sua ferocia, con supporto di un’ostinata magistrata, che ebbe l’intuizione di far leva sulle mogli, madri e amanti dei boss. Tra realtà e finzione, sei episodi avvincenti, di ottima manifattura, che meritano di essere guardati proprio per aver messo al centro l’universo femminile di un racconto articolato dedicato a una piaga che ancora oggi purtroppo affligge il nostro Paese, e non solo. 

    Doc nelle tue mani (2020)

    Tra i grandi successi di Mamma Rai, Doc nelle tue mani (2020) è una delle serie italiane più amate degli ultimi anni, ora disponibile su Disney+. Ispirata a una storia vera, tre le stagioni che seguono le vicende professionali e umane di Andrea Fanti (Luca Argentero), dopo aver perso la memoria degli ultimi dodici anni della sua vita per un colpo di pistola. Tornato in corsia, si rivelerà un medico diverso, più empatico e meno freddo, diventando un punto di riferimento per il reparto di medicina interna del fittizio Policlinico Ambrosiano, oltre per gli stessi pazienti. Tra le prime serie italiane ad aver affrontato esplicitamente la pandemia, è stata acclamata anche all’estero, tanto da essere stata adattata negli Stati Uniti, Doc – Usa (2025), dove stavolta la protagonista è una donna, la Dottoressa Amy Larsen (Molly Parker). 

    Follemente (2025)

    Tra i maggiori incassi per un film italiano dello scorso anno, Follemente (2025) è spesso definito come un Inside Out all’italiana. Ma è molto di più. La pellicola di Paolo Genovese segue un primo appuntamento, tra Marco (Edoardo Leo) e Lara (Pilar Fogliati), soprattutto attraverso quello che succede nelle loro teste, un caos di voci interiori che intervengono sulle mosse da fare. Il risultato è esilarante per una commedia romantica capace di raccontare delle emozioni che tutti noi abbiamo sperimentato. Proprio per questo, per la forte immedesimazione che essa provoca, funziona, aiutandoci a riflettere con leggerezza sulle complesse sfaccettature dell’amore ai giorni nostri. 

    Unicorni (2025)

    Ben accolto come film d’apertura al Giffoni, Unicorni (2025) è un dramedy che racconta la difficoltà di essere genitori oggi. Lo fa attraverso la storia di una famiglia, Lucio (Edoardo Pesce) ed Elena (Valentina Lodovini), che si trova ad affrontare una declinazione della diversità all’interno del proprio nucleo, tra dubbi, paure e pregiudizi nascosti. Succede quando il loro figlio unico di nove anni, Blu, che adora vestirsi da femmina, e ha il permesso di farlo solo quando è in casa, si mostra determinato a indossare il costume da Sirenetta in occasione della recita scolastica. Tra la voglia di assecondarlo e il desiderio di proteggerlo, saranno proprio Lucio ed Elena a dover riconsiderare la loro apertura mentale, affidandosi a un percorso guidato da una psicologa (Michela Andreozzi). Diretta da Michela Andreozzi, è una fiaba rivolta soprattutto ai genitori, capace di affrontare con leggerezza l’identità di genere nell’infanzia. 

    Dedalus (2025)

    Ambientato in un futuro (non troppo) prossimo, Dedalus (2025) è spesso descritto come uno Squid Game (2021) in salsa nostrana. Sei “content creator” accettano di partecipare a un reality estremo per ottenere fama e denaro, ma andando avanti scopriranno che dietro c’è ben altro. Tra thriller distopico e revenge movie, è una sorta di indagine sulle storture delle dinamiche relazionali ai tempi dei social network, dove un like sembra contare più di qualsiasi altra cosa. Da Matilde Gioli a Gian Marco Tognazzi, spazio anche per molti giovani interpreti per il film diretto da Gianluca Manzetti, che forse ha messo troppa carne sul fuoco, pur prestandosi a stimolare un dibattito sul lato oscuro dei social.

    Educazione fisica (2023)

    Tratto dalla pièce teatrale “La palestra” di Giorgio Scianna, sceneggiato dai fratelli D’Innocenzo, Educazione fisica (2023) è un film che parla di un gruppo di genitori, che a seguito di un fattaccio che coinvolge i loro figli, vengono convocati dalla preside di una scuola media. La palestra si trasforma in un’aula di tribunale, in cui si dà inizio a un processo in cui si è disposti a tutto pur di proteggere la prole. Cast corale, Sergio Rubini, Claudio Santamaria, Raffaella Rea, Angela Finocchiaro e Giovanna Mezzogiorno, una location per la pellicola di Stefano Cipani che gioca tutto sulla prova attoriale. Strizzando l’occhio a Carnage (2011) di Roman Polanski, si conferma un film interessante, diverso per il panorama produttivo nostrano, capace di trattare in maniera avvincente la guerra tra genitori e alunni, un tema drammatico all’ordine del giorno tra le pagine di cronaca.

    Fatti vedere (2025)

    Un Mrs. Doubtfire all’italiana. Matilde Gioli interpreta una psicologa, alle prese con una bella e una pessima notizia: è stata assunta da un celebre sito di psicoterapia, ma contemporaneamente è stata mollata dopo dieci anni di relazione, senza alcuna spiegazione. Quando un bug del sito le assegna erroneamente l’identità e la foto di una settantenne, decide di impersonarla, andando contro le regole della deontologia e il parere della sua migliore amica. Il motivo? Tra i primi pazienti c’è proprio il suo ex. È l’occasione perfetta per scoprire la verità sul perché sia finita la loro storia… Pur non essendo memorabile, Fatti vedere (2025), opera seconda di Tiziano Russo, è una commedia romantica leggera, capace di accompagnarvi in una serata all’insegna della spensieratezza.

  • Tutti i film e le serie TV con Claudia Pandolfi (e la nostra Top 5!)

    Tutti i film e le serie TV con Claudia Pandolfi (e la nostra Top 5!)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Oltre 30 anni di carriera alle spalle iniziata da giovanissima sul set de Le amiche del cuore (1992) di Michele Placido, Claudia Pandolfi è uno dei volti più apprezzati del nostro cinema e della nostra serialità. Un talento versatile e carismatico che le permette di passare con efficacia da registri comici a drammatici come dimostra anche la sua ultima prova in 2 cuori e 2 capanne (2026) di Massimiliano Bruno.

    Protagonista di due serie simbolo degli anni '90, Un medico in famiglia (1998-2016) e Distretto di Polizia (2000-2012), l'attrice ha saputo affrancarsi da ruoli popolari, ma potenzialmente limitanti, per spaziare in progetti molti diversi tra di loro. Ne sono una dimostrazione il sodalizio con Paolo Virzì, Cosmonauta (2009) di Susanna Nicchiarelli, Baby (2018-2020), Un professore (2021), Il ragazzo dai pantaloni rosa (2024) o Follemente (2025).

    Su JustWatch trovate la lista di tutti i film e le serie TV con Claudia Pandolfi, compresa la nostra Top 5.

    5. Ovosodo (1997)

    Un piccolo, grande cult del cinema italiano degli anni '90. Con Ovosodo Paolo Virzì racconta un coming of age in salsa livornese. Quello di Piero (Edoardo Gabbriellini), liceale cresciuto senza la mamma nella parte popolare della città e con una professoressa che gli trasmette l'amore per lo studio. L'incontro con un nuovo compagno di classe, Tommaso (Marco Cocci), lo trascina in un vortice di avventure fino a fargli capire qualcosa di più della vita.

    Un piccolo capolavoro di tragicomico che parla di primi amori, cocenti delusioni, senso di inadeguatezza e classi sociali. Claudia Pandolfi interpreta Susy, una figura fondamentale nella vita del protagonista che si discosta dai sogni della gioventù per rappresentare un sentimento reale e tangibile. Una pellicola che segna l'inizio di una lunga collaborazione con Virzì. Un'ora e 43 minuti da vedere se hai amato Radiofreccia (1998) e Scialla! (Stai sereno) (2011).

    4. Siccità (2022)

    Paolo Virzì in Siccità torna a parlare di disuguaglianze sociali ma questa volta calate in un presente distopico in cui il cambiamento climatico ha portato Roma a non vedere una goccia di pioggia in tre anni. In una città invasa dalle blatte e con il Tevere prosciugato, il regista porta in scena un racconto corale lungo poco più di due ore in cui si intrecciano i destini di vari personaggi per parlare di rapporti umani e della loro assenza.

    Tra i protagonisti Claudia Pandolfi nei panni di Sara, medico impegnato in prima linea nell'assistere pazienti vittime delle conseguenze della siccità. Un personaggio razionale e apparentemente distante che, man mano che il racconto prosegue, si lascia andare mostrando tutta la sua vulnerabilità. Commovente, tenera e intrisa di un'ironia malinconica la sequenza in ospedale con Valerio Mastandrea. Da recuperare se ti è piaciuto Te l'avevo detto (2023).

    3. Quando la notte (2011)

    Con Quando la notte, Cristina Comencini firma la trasposizione cinematografica del suo omonimo romanzo. La storia di una giovane madre, Marina (Pandolfi), che affitta una casa in montagna per l'estate insieme al figlioletto. Qui incontra la burbera guida alpina Manfred (Filippo Timi) e si scontra con il peso della maternità ad un passo dall'esaurimento nervoso. Per l'attrice è uno dei ruoli più complessi e sfidanti mai affrontati nella sua carriera per il quale si mette a nudo e abbraccia tutte le fragilità di una donna che si sente profondamente inadeguata per il ruolo che ricopre.

    Un film importante proprio per il coraggio di mostrare il lato più oscuro, ma reale, dell'essere madre. Riuscito anche il lavoro di Pandolfi con Timi. I due attori interpretano due solitudini simili che si riconoscono e aiutano in un gioco di silenzi e sguardi attraverso i quali comunicano in poco meno di un'ora e 40 minuti. Da vedere se sei rimasto colpito da Hungry Hearts (2014).

    2. La prima cosa bella (2010)

    Claudia Pandolfi e Valerio Mastandrea si ritrovano diretti ancora una volta da Paolo Virzì in uno dei suoi film più emozionanti e compiuti: La prima cosa bella. I due attori interpretano i fratelli Valeria e Bruno che si ritrovano per assistere la madre alla fine dei suoi giorni. Insieme regalano momenti di autentica commozione così come di profonda comicità in momenti di vita quotidiana condivisa dopo anni di lontananza.

    L'attrice è protagonista di una delle sue prove migliori, bilanciando le sfumature di un personaggio che non scade mai nel facile sentimentalismo. Due ore in cui Virzì passa con disinvoltura dal registro drammatico a quello comico raccontando la storia di una famiglia dagli anni '60 ai giorni nostri. In mezzo il racconto di un'Italia passata, i rapporti conflittuali tra genitori e figli, la maternità e la complessità dell'amore. Da vedere se hai amato La pazza gioia (2016) e Tutti i santi giorni (2012).

    1. The Bad Guy (2022)

    Considerata una delle migliori produzioni italiane degli ultimi anni, The Bad Guy mescola dark comedy e crime in modo originale e intelligente. Stasi e Fontana riscrivono il genere mafia story con un tocco coraggioso, folle, satirico. La trama ruota attorno a Nino Scotellaro (Luigi Lo Cascio), magistrato ingiustamente accusato di collusione mafiosa che mette in scena la propria morte per tornare sotto una nuova identità e vendicarsi.

    Claudia Pandolfi interpreta sua moglie Luvi, avvocato di successo che abbandona la professione dopo non essere riuscita a far assolvere il marito. L'attrice infonde al suo personaggio una presenza magnetica. Una donna dalla forza e determinazione uniche che si muove tra rabbia, dolore e risolutezza. Una delle colonne portanti della serie che rappresenta la nota realistica di uno show dal tono surreale. Due stagioni da 12 episodi complessivi da vedere se ami le atmosfere di Fargo (2014).

  • Le 12 serie TV con il più lungo gap temporale tra una stagione e l’altra (incluso uno di 26 anni!)

    Le 12 serie TV con il più lungo gap temporale tra una stagione e l’altra (incluso uno di 26 anni!)

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Negli ultimi anni, la lamentela è diventata quasi un rito collettivo: “Com’è possibile aspettare due, tre, quattro anni per una stagione nuova?”. Tra set sempre più grandi, post-produzioni mostruose, incastri di cast, scioperi, cambi di piattaforma e strategie di rilascio che privilegiano l’evento, la serialità contemporanea sembra aver abbandonato l’idea di appuntamento regolare.

    Eppure, per quanto possa farci sbuffare oggi un’attesa di 30 mesi, la storia della TV ci ricorda una verità consolante (e un po’ inquietante): si può aspettare molto, molto di più.

    Il “gap” tra stagioni non nasce solo dai ritmi produttivi: spesso è figlio di cancellazioni premature, cult riscoperti anni dopo dallo streaming, revival che diventano possibili solo quando i creatori (o il pubblico) sono pronti, e persino ritorni “evento” pensati come epiloghi tardivi. In altre parole, alcune serie non hanno semplicemente “impiegato più tempo” a tornare: sono tornate da un’altra epoca, con il rischio enorme di non parlare più la stessa lingua del pubblico… o, al contrario, con il vantaggio di poter trasformare il tempo trascorso in materia narrativa.

    Qui sotto trovi 12 show che hanno avuto intervalli davvero lunghi tra una stagione e l’altra: dal caso-limite di 26 anni a pause più “contenute” ma comunque leggendarie. E sì: non tutti i ritorni sono uguali – alcuni sembrano un regalo, altri una seduta spiritica.

    "Twin Peaks" – 26 anni (dal 1991 al 2017)

    Se esiste un ritorno che ha trasformato l’attesa in mito, è Twin Peaks. La serie originale si chiude (di fatto) nel 1991, e quando rientra in scena nel 2017 non prova nemmeno a “rimettersi in pari”: si presenta come un oggetto artistico anomalo, più vicino a un film di David Lynch spezzato in capitoli che a una terza stagione tradizionale. E funziona proprio perché accetta il tempo trascorso come trauma e come linguaggio: i personaggi sono invecchiati, il mondo è cambiato, e la storia si comporta come un sogno che hai fatto una volta e che ti torna addosso decenni dopo, con dettagli diversi e lo stesso identico brivido. È un revival che non coccola, non spiega troppo, non fa fanservice facile: ti chiede attenzione, pazienza, abbandono. In cambio, ti offre una delle esperienze più radicali mai passate in TV, capace di essere mistero, horror, melodramma e commedia nera nella stessa inquadratura. Se ti intriga l’idea di una serie che “usa” il tempo come tema, questa è la vetta.

    "Clone High" – 21 anni (dal 2002 al 2023)

    Clone High è il classico caso da cult che sembrava destinato a restare un ricordo di nicchia: una sola stagione nei primi anni 2000, poi silenzio. Vent’anni dopo, però, Clone High (2023) torna davvero – e lo fa con una premessa perfetta per giustificare il salto temporale (i personaggi “congelati” e risvegliati nel presente). Il bello è che la serie non si limita a ripetere la vecchia satira teen: si interroga su come sia cambiata l’idea stessa di adolescenza, su cosa significhi fare parodia in un’epoca iper-consapevole, e su come si possa aggiornare un tono “MTV anni 2000” senza perdere cattiveria. Non tutto atterra con la stessa precisione (anche perché il pubblico che l’ha amata allora non è lo stesso di oggi), ma la sfrontatezza resta intatta: ritmo veloce, citazioni pop a mitraglia, e una voglia di essere volutamente stupida nel modo più intelligente possibile. È una visione “leggera” solo in apparenza, perché sotto la superficie c’è la domanda: possiamo davvero riprendere una storia dopo vent’anni e farla vivere nel presente?

    "Doctor Who" – 16 anni (dal 1989 al 2005)

    Qui non parliamo solo di “stagioni distanti”: parliamo di una rinascita. La corsa classica di Doctor Who si ferma nel 1989, e la serie torna regolarmente solo nel 2005, dopo un lungo periodo di “wilderness years” in cui il Dottore resta soprattutto un’icona culturale più che un appuntamento televisivo. Quando rientra, però, non riparte come museo: riparte come macchina perfetta di avventura episodica, capace di alternare mostri, viaggi nel tempo e melodramma con una leggerezza che sembra impossibile. Il segreto del revival è semplice e geniale: rendere la continuity un premio, non un ostacolo. Puoi iniziare da zero e divertirti; se conosci il passato, ti godi gli echi. È anche uno degli esempi più chiari di come una serie possa modernizzarsi senza perdere la sua identità: il Dottore cambia volto, tono, ritmo – ma resta quel mix unico di stupore e malinconia.

    "The X-Files" – 14 anni (dal 2002 al 2016)

    Il gap tra The X-Files “classico” e il ritorno del 2016 è un test di resistenza per qualsiasi fandom: perché la serie non è solo un titolo, è un modo di guardare il mondo (paranoico, complottista, romanticamente disilluso). Quando rientra, lo fa con la consapevolezza di vivere in un’epoca diversa: internet ha cambiato la natura del mistero, e la cultura pop ha divorato e risputato il concetto stesso di conspiracy. Eppure, proprio per questo, le puntate migliori del revival sono quelle che abbracciano la dimensione episodica: i “casi” che giocano con l’assurdo, l’horror, la satira. Mulder e Scully funzionano ancora perché non sono mai stati solo detective dell’impossibile: sono due modi opposti (ma compatibili) di reagire all’ignoto. Se cerchi un ritorno che non cancella il tempo trascorso ma ci convive – con qualche inciampo – qui trovi un pezzo fondamentale di storia TV.

    "Samurai Jack" – 14 anni (dal 2003 al 2017)

    Ci sono serie animate che restano “per tutti”, e poi c’è Samurai Jack, che torna dopo tredici anni scegliendo di crescere insieme al suo pubblico. Il ritorno del 2017 non è solo un ultimo capitolo: è un cambio di pelle. Più scuro, più adulto, più tragico – come se l’attesa avesse sedimentato addosso al protagonista una stanchezza vera. E in effetti la serie usa il tempo come ferita: Jack non ha solo combattuto a lungo, ha resistito troppo, e il revival lo racconta con un’estetica che resta tra le più riconoscibili dell’animazione occidentale (silenzio, composizioni geometriche, esplosioni improvvise di violenza e poesia). È anche un esempio di finale pensato per chiudere davvero un percorso, senza paura di essere “definitivo”. Se ami l’animazione come spazio di sperimentazione visiva e narrativa, qui trovi un ritorno che non gioca sul nostalgico: gioca sul necessario.

    "Party Down" – 13 anni (dal 2010 al 2023)

    Party Down è il sogno di ogni sitcom cancellata troppo presto: una comedy di culto che torna dopo tredici anni con la stessa identità, lo stesso cinismo tenero e lo stesso amore per i perdenti che “hanno altro in ballo”. La struttura è perfetta per un ritorno: ogni episodio è un evento di catering, ogni evento una galleria di ricchi assurdi, e ogni battuta un micro fallimento esistenziale. Nel revival, il tempo diventa il vero punchline: i personaggi sono cresciuti (o no), le promesse si sono trasformate in compromessi, e la serie gioca con la domanda più crudele di tutte: “E se non ‘sfondi’ mai?”. Ma non è deprimente, perché Party Down ha sempre avuto un cuore gentile sotto la scorza sarcastica. È una visione scorrevole, ridanciana, spesso amarissima, e proprio per questo perfetta per chi ama le commedie che sanno essere adulte senza diventare ciniche.

    "Will & Grace" – 11 anni (dal 2006 al 2017)

    Il revival di Will & Grace è una lezione pratica su come riportare in vita una sitcom senza snaturarla: stessa chimica, stesso ritmo da battuta perfetta, ma con un mondo attorno completamente diverso. Undici anni sono tanti, soprattutto per una serie che aveva cristallizzato un’epoca della TV e della rappresentazione LGBTQ+ mainstream. Quando torna nel 2017, lo fa con un’energia quasi “da reunion”, ma anche con la voglia di rimettersi in discussione: le dinamiche restano familiari, ma i personaggi non possono fingere che nulla sia cambiato (politica, linguaggio, costumi). Il risultato è altalenante come spesso accade nei ritorni, ma ha un merito enorme: dimostra che certi ensemble funzionano perché sono archetipi emotivi, non semplici gag. E quando l’alchimia gira, è ancora un piacere puro: comfort comedy con un filo di cattiveria.

    "Futurama" – 10 anni (dal 2013 al 2023)

    Futurama è la serie che non muore mai – e in questo sta parte del suo fascino. Dopo la chiusura del 2013, torna nel 2023 con un revival che gioca apertamente con la propria storia di cancellazioni e resurrezioni: è meta, sì, ma non solo per strizzare l’occhio. La cosa sorprendente è quanto bene regga l’idea di riprendere quei personaggi dopo un decennio, perché il mondo reale ha prodotto materiale nuovo (tecnologia, ansie social, linguaggi online) che Futurama sa trasformare in satira senza perdere la sua anima: una commedia sci-fi che, sotto le battute, è una storia sull’amore, sulla solitudine e sul sentirsi fuori tempo. Non tutte le puntate del ritorno sono memorabili, ma la serie mantiene quella capacità rarissima di farti ridere e, due scene dopo, di emozionarti sul serio. È il comfort show perfetto per chi vuole fantascienza pop con cuore.

    "Una mamma per amica" – 9 anni (dal 2007 al 2016)

    Il discorso su Una mamma per amica è particolare: non una “stagione 8” classica, ma una miniserie-evento che riprende la storia quasi dieci anni dopo, con quattro episodi-lunghi come film. Il gap si sente tutto, e la serie lo usa per mettere a fuoco un tema che Gilmore Girls aveva sempre sfiorato: cosa succede quando la brillantezza verbale non basta più a mascherare le crepe? Il revival – Una mamma per amica: di nuovo insieme –  è un regalo per fan (ritorni, rituali, Stars Hollow come posto mentale prima che geografico), ma anche una scelta spiazzante perché non addolcisce: mostra stasi, rimpianti, cicli che si ripetono. Per alcuni è frustrante, per altri è coerente. Di certo è un esempio interessante di come la nostalgia possa diventare non solo zucchero, ma anche lente critica – soprattutto quando il tempo ha cambiato noi più di quanto abbia cambiato i personaggi.

    "Dexter" – 8 anni (dal 2013 al 2021)

    Il finale del 2013 di Dexter aveva lasciato un retrogusto complicato; il ritorno del 2021 (Dexter: New Blood) arriva dopo otto anni con una missione chiara: dare al personaggio un contesto nuovo e un possibile “vero” epilogo. E infatti la cosa migliore del revival è l’idea di spostare Dexter lontano da Miami, in un luogo più piccolo e gelido, dove la maschera di normalità è ancora più fragile. Il tempo trascorso non serve solo a far ripartire la trama: serve a raccontare un uomo che ha provato a spegnersi, e che scopre di non poterlo fare davvero. È un ritorno costruito come thriller più compatto, con un’attenzione maggiore alla tensione morale e all’identità, anche se inevitabilmente vive in dialogo con la memoria (e le aspettative) dei fan. Se ami i crime con protagonista “mostruoso” ma magnetico, è un recupero sensato.

    "Arrested Development" – 7 anni (dal 2006 al 2013)

    Il caso Arrested Development è quasi un manuale di “rinascita da streaming”: dopo la chiusura nel 2006, torna nel 2013 quando Netflix decide di trasformare una comedy di culto in evento. E qui sta il punto: è un ritorno affascinante anche quando è imperfetto, perché prova a reinventare la struttura stessa della sitcom. Il revival gioca con formati diversi, episodi centrati sui singoli personaggi, incastri narrativi più complessi – a volte brillantissimi, a volte macchinosi. Ma l’identità del mondo Bluth resta intatta: una famiglia di narcisisti e irresponsabili raccontata con un senso del ritmo comico quasi matematico, pieno di callback e gag che si stratificano. È la serie che ti premia se sei attento, e che ti fa ridere anche quando ti senti un po’ colpevole perché stai ridendo di persone orribili. Se ti interessa vedere come cambia una comedy quando cambia il modo di fruirla, questo è un caso studio.

    "Curb Your Enthusiasm" – 6 anni (dal 2011 al 2017)

    Chiudiamo con un gap “meno estremo” ma emblematico: Curb Your Enthusiasm si prende sei anni di pausa tra l’ottava stagione (2011) e la nona (2017), e lo fa con la nonchalance di chi non ha mai finto di essere una serie “regolare”. Il punto, qui, è che il tempo non pesa perché la formula è elastica: Larry David può tornare quando ha qualcosa da dire (o da detestare), e il mondo reale gli offre sempre materiale fresco. La serie resta un miracolo di comicità dell’imbarazzo: scene che sembrano piccole, poi esplodono in catastrofe sociale, con un senso quasi musicale del crescendo. E il ritorno funziona proprio perché non prova a cambiare: cambia il contesto, non Larry. Se sei tra quelli che oggi si irritano per i ritardi delle piattaforme, Curb ti ricorda che a volte l’attesa non è un problema produttivo: è una scelta autoriale.

  • Oscar 2026: 3 nominati che ci aspettavamo (e 3 grandi esclusi)

    Oscar 2026: 3 nominati che ci aspettavamo (e 3 grandi esclusi)

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Dopo la serata dei Golden Globes, l'award season si dirige verso la conclusione con la notte più lunga dell'anno, quella degli Oscar. Prima di scoprire chi si aggiudicherà i premi cinematografici più ambiti al mondo, sono state svelate le nomination dal Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills. Chiamati a svelare i nomi di chi si contenderà le statuette gli attori Danielle Brooks e Lewis Pullman che hanno annunciato i titoli e gli artisti presenti nelle 24 categorie che costituiscono la 98ª edizione degli Academy Awards.

    La cerimonia, come da tradizione, si terrà invece al Dolby Theatre di Hollywood a Los Angeles tra domenica 15 e lunedì 16 marzo 2026. Sul palco a condurre ritroveremo ancora una volta Conan O’Brien che replica dopo l’edizione fortunata dello scorso anno. In Italia non è stata ancora data l’ufficialità, ma - stando agli ultimi anni - la premiazione dovrebbe essere trasmessa in diretta su Rai 1.

    In attesa di scoprire chi vincerà, JustWatch ha stilato la lista dei 3 nominati che ci aspettavamo e dei 3 grandi esclusi.

    Le certezze:

    I peccatori (2025)

    Che I peccatori sarebbe stato tra i titoli più candidati dell'edizione 2026 degli Oscar ce lo aspettavamo. Quello che non potevamo prevedere è che avrebbe battuto ogni record diventando il film più nominato della storia degli Academy con un totale di 16 candidature. Ben due in più rispetto ai precedenti detentori del primato: Eva contro Eva (1950), Titanic (1997) e La La Land (2016). Il film di Ryan Coogler concorre per le candidature a miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista per Michael B. Jordan e la sua doppia interpretazione, attore non protagonista per Delroy Lindo, attrice non protagonista per Wunmi Mosaku, colonna sonora, trucco, costumi, fotografia, scenografia, montaggio, canzone originale e casting.

    La storia, ambientata nel Mississippi del 1932, è quella di due gemelli che tornano nella loro città d'origine per sfuggire al passato, ritrovandosi però faccia a faccia con un male soprannaturale. Un horror in cui il folklore legato alle leggende sulla musica e tensioni razziali convivono in un'opera commerciale quanto politica. Perché la pellicola suggerisce quanto la cultura afroamericana sia “vampirizzata” dai bianchi che vogliono inglobarla e farla propria. Un esempio di grande cinema il piano sequenza sulle note di I Laid to You per un'opera ambiziosa che per 137 minuti si muove al ritmo di blues. Da vedere se ammiri i film di Jordan Peele come Scappa – Get Out (2017) e Noi (2019) in cui il genere horror è una metafora per raccontare altro.

    Jessie Buckley per "Hamnet - Nel nome del figlio (2025)

    Non ce ne vogliano Rose Byrne, Kate Hudson, Renate Reinsve ed Emma Stone. Ma questo è l'anno di Jessie Buckley. La sua interpretazione di Agnes Shakespeare in Hamnet - Nel nome del figlio di Chloé Zhao è magnetica, viscerale e struggente. Fresca vincitrice del Golden Globe, l'attrice condivide lo schermo con Paul Mescal nei panni del Bardo in un film che esplora il dolore straziante che ispirò lo scrittore inglese a scrivere una delle sue opere più celebri, Amleto, dopo la morte del figlioletto.

    Un film, adattamento del romanzo di Maggie O'Farrell, in cui Zhao si concentra sui silenzi e i piccoli gesti quotidiani, sull'amore familiare e il ruolo centrale giocato dalla natura. La stessa che filma dando risalto alla luce naturale e alla sua maestosità che tanto ricorda il cinema di Terrence Malick. Poco più di due ore in cui la regista ci ricorda il potere salvifico dell'arte in cui perderci e rispecchiarci. Un film al quale si continua a pensare ben oltre la sua conclusione. Se il modo in cui Damien Chazelle ha affrontato il lutto in First Man – Il primo uomo (2018), prepara i fazzoletti perché Hamnet – Nel nome del figlio ti farà commuovere. Intanto, però, puoi recuperare sull'account Instagram del film il cast che, in una pausa sul set, balla sulle note di We Found Love di Rihanna.

    Marty Supreme (2025)

    Chissà come potrebbe commentare le nove candidature di Marty Supreme un tipo così ambizioso come il suo protagonista, il Marty Mauser di Timothée Chalamet. L'attore è arrivato a quota tre nomination agli Oscar a soli 30 anni dopo quelle ottenute per Chiamami col tuo nome (2017) e A Complete Unknown (2024). Il film di Josh Safdie, ispirato alla vita del campione di ping-pong Marty Reisman, concorre per la statuetta a miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura originale, montaggio, casting, fotografia, costumi e scenografia. La trama ruota attorno a un commesso di un negozio di scarpe con l'ossessione di diventare il più grande giocatore di tennistavolo di sempre nella New York del dopoguerra. Il carisma di Chalamet e l'energia vibrante della regia di Safdie fanno di Marty Supreme un'opera nervosa, frenetica e serrata che ha il sapore dell'universalità.

    Sebbene la storia sia calata in un contesto preciso, la pellicola – anche grazie all'uso della colonna sonora – potrebbe essere ambientata oggi così come in qualsiasi altra epoca. Un cast ricchissimo di volti originali, da Gwyneth Paltrow a Odessa A'zion passando per Tayler, the Creator, Abel Ferrara e Fran Drescher, una riflessione sui sogni che diventano tormento e sequenze di ping pong degne di un western, sono alcuni degli elementi che fanno dei 150 minuti del film una visione obbligatoria. Da vedere se sei un fan del cinema dei fratelli Safdie e di opere come Diamanti grezzi (2019).

    Gli snobbati: 

    Wicked - Parte 2 (2025)

    Di snobbati alla 98ª edizione degli Academy Awards ce ne sono parecchi (qualcuno ha detto James Cameron e il suo Avatar: Fuoco e cenere?). Ma tra i film e gli attori non presi in considerazione dagli Oscar spicca indubbiamente Wicked - Parte 2. Il secondo e ultimo capitolo del dittico diretto da Jon M. Chu e adattamento dell'atto II dell'omonimo musical di Broadway ispirato al libro Strega – Cronache del Regno di Oz (a sua volta rivisitazione de Il meraviglioso mondo di Oz). Se il film del 2024 si era portato a casa 10 nomination vincendo due statuette, quest'anno sono tutti rimasti a bocca asciutta. A cominciare dalle due protagoniste, Cynthia Erivo e Ariana Grande, per passare poi alla regia e alle categorie tecniche. Neppure le categorie miglior colonna sonora e miglior canzone originale sono riuscite a strappare una candidatura.

    Eppure la fuga di Elphaba dal regno di Oz e il suo tentativo di smascherare la vera natura del mago avrebbero meritato un po' più di considerazione. Anche solo per l'immane lavoro che ha coinvolto tutti i reparti che hanno girato i due film in contemporanea, facendo un massiccio uso di effetti pratici a discapito di quelli digitali. Un film di due ore e 20 minuti dal tono più cupo che parla dell'uso improprio del potere, di propaganda e riscatto mentre racconta una storia di profonda amicizia. Se la magia de Il mago di Oz (1939) ti affascina, non resterai deluso da Wicked – Parte 2.

    Dwayne Johnson per “The Smashing Machine” (2025)

    La storia sembrava già scritta fin dai tempi della sua anteprima alla Mostra di Venezia nel 2025. La star dei blockbuster di Hollywood protagonista di un ruolo inedito in un film che finalmente mette in risalto le sue doti da interprete e dà una svolta alla sua carriera. Una parabola da Oscar pronta per essere servita. Eppure Dwayne Johnson è stato snobbato dai votanti degli Academy che gli hanno preferito le prove di Chalamet, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Michael B. Jordan e Wagner Moura. Un'assenza vistosa nella cinquina del miglior attore protagonista perché Johnson ha effettivamente dato vita a una grande performance che segna un prima e un dopo nel suo percorso attoriale.

    L'attore porta in scena la vita tormentata del lottatore di MMA Mark Kerr alle prese con dipendenze, vittorie sul ring e una relazione tumultuosa. Un ruolo ben distante da quello dell'eroe a cui ci ha abituati e a cui regala una dimensione umana e dolente nella quale, per sua stessa ammissione, ha messo molto delle sue esperienze personali. L'altra faccia di Marty Supreme che, per uno scherzo del destino, vede contrapposti i fratelli Safdie alle prese con una storia sportiva che parla di ambizione e prezzo del successo. Se ti sono piaciuti The Fighter (2010) e The Warrior – The Iron Claw (2023), devi dare una chance a The Smashing Machine.

    No Other Choice – Non c'è altra scelta (2025)

    Altro illustre snobbato dalla corsa agli Oscar è No Other Choice – Non c'è altra scelta di Park Chan-wook. Un thriller satirico in cui violenza e black humor vanno a braccetto per parlare della crisi del lavoro e della cultura aziendale in modo chirurgico. Lo fa attraverso la storia di Man-soo (il Front Man di Squid Game, Lee Byung-hun), dipendente veterano di un'azienda cartaria che perde improvvisamente il lavoro. Dopo mesi di crisi e sacrifici decide di uccidere i suoi rivali per ottenere un nuovo posto di lavoro.

    La pellicola non è riuscita ad entrare nella rosa del miglior film internazionale dove hanno avuto la meglio L'agente segreto (2025), Sirāt (2025), La voce di Hind Rajab (2025), Un semplice incidente (2025) e Sentimental Value (2025). Ma va detto che la pellicola nei suoi 139 minuti ha dalla sua la capacità di raccontare la disperazione, il mondo del lavoro, le insidie dell'IA in modo tragicamente divertente e con una maestria registica assolutamente inappuntabile. Da non perdere se hai amato Decision to Leave (2022).

  • “Tomb Raider”: tutti i film e le serie TV su Lara Croft in ordine di uscita

    “Tomb Raider”: tutti i film e le serie TV su Lara Croft in ordine di uscita

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    “Sono io a scrivere il mio destino”. Parola di Lara Croft, l'archeologa e ricca avventuriera inglese protagonista di una delle più popolari saghe videoludiche di tutti i tempi. Stiamo parlando di Tomb Raider, serie di videogiochi pubblicati a partire dal 1996 e suddivisi in tre serie principali pronta a tornare prossimamente con una nuova produzione seriale firmata da Phoebe Waller-Bridge e con Sophie Turner nei panni dell'eroina principale.

    Tale è stato il successo del gioco a metà anni '90 da dare vita a un media franchise che si è espanso tra fumetti, libri, film e serie TV. È così che la sua protagonista è riuscita ad uscire dalla bolla del videogame per entrare nella cultura pop e farsi conoscere e amare anche da un pubblico che non ha mai preso in mano un joystick. E se si guarda alle varie trasposizioni del gioco tra grande e piccolo schermo è interessante notare la sua evoluzione attraverso le attrici chiamate ad interpretarla, da Angelina Jolie ad Alicia Vikander fino all'ex Sansa Stark de Il trono di spade (2011-2019).

    Su JustWatch trovate la guida a tutti i film e le serie TV dedicate a Lara Croft in ordine di uscita. Nella lista non sono inclusi due short film Tomb Raider: The Trilogy (2016) e Tomb Raider: The myth of El Hawa (2022).

    1. Lara Croft: Tomb Raider (2001)

    Considerato all'unanimità il primo blockbuster di successo tratto da un videogioco, Lara Croft: Tomb Raider apre al franchise cinematografico con Angelina Jolie nei panni dell'eroina protagonista. Il titolo vede Lara Croft impegnata nel recupero delle due metà di un antico manufatto capace di controllare il tempo prima che cada nelle mani degli Illuminati. Ispirato alla serie classica di videogiochi Core Design, il film diretto da Simon West è un action puro che guarda ai classici del genere degli anni '80 e '90 e in cui l'attrice cattura tutto il carisma dell'archeologa.

    Sarcastica, atletica, sexy, sensibile e alle prese con sequenze d'azione iconiche. Si tratta di un film che porta al cinema l'essenza del videogame regalando 99 minuti di puro intrattenimento. Un punto di riferimento di tutto il cinema ispirato ai saghe videoludiche. Se hai un debole per Indiana Jones e il tempio maledetto (1984) e La Mummia (1999), non puoi non vedere questo classico del genere.

    2. Lara Croft: Tomb Raider - La culla della vita (2003)

    Angelina Jolie torna a vestire i panni dell'avventuriera inglese in Lara Croft: Tomb Raider - La culla della vita. Un sequel diretto da Jan de Bont ancora una volta ispirato ai videogiochi Core Design. Questa volta la protagonista è alle prese con la ricerca del vaso di Pandora nel tentativo di impedire a un ex scienziato di usare un virus letale racchiuso al suo interno come arma biologica. Se nel primo capitolo ci si muoveva tra Cambogia e Siberia, qui a fare da sfondo alla storia troviamo Grecia, Cina e Africa. Nelle sue quasi due ore di durata è ancora una volta l'azione il motore del film a discapito di una trama a tratti lacunosa che intreccia antiche leggende con passaggi thriller di spionaggio. Da recuperare se ti sei divertito a guardare Il mistero dei templari (2004) e Mission: Impossible II (2000).

    3. Revisioned: Tomb Raider (2007)

    A poco più di 20 anni dall'uscita del videogioco, nel 2007 Ricardo Sanchez ha creato una web serie animata pubblicata sul servizio di videogiochi online GameTap di Turner Broadcasting. Una serie di cortometraggi antologica in cui diversi artisti dell'animazione – da Peter Chung a Jim Lee passando per Warren Ellis, Gail Simone, David Alvarez, Ivan Reis e Ken Kelly - reinterpretano il mito di Lara Croft attraverso stili diversi e narrazioni sperimentali.

    Dieci episodi da circa 6 minuti in cui Minnie Driver presta la voce a Lara Croft di puntata in puntata imbattendosi in toni più comici e altri più dark. Ad eccezione di Keys to the Kingdom e Angel Split, ogni episodio è ambientato in un universo narrativo a sé stante in cui l'eroina protagonista vive svariate avventure. Una produzione pensata per ogni amante della saga videoludica e cinematografica che vuole scoprire sfaccettature inedite dell'archeologa inglese. Se sei fan di Love, Death & Robots (2019), apprezzerai i tanti stili di animazione di Revisioned: Tomb Raider.

    4. Tomb Raider (2018)

    A 15 anni di distanza dall'ultima incursione cinematografica di Lara Croft sul grande schermo, il personaggio torna al cinema con un reboot ispirato alla serie Survivor di Crystal Dynamics, a sua volta reboot del videogioco del 1996. Questa volta l'attrice scelta per interpretare la protagonista è Alicia Vikander. Una novità che coincide anche con un cambio di passo narrativo. In Tomb Raider, infatti, Lara Croft è caratterizzata da una maggiore vulnerabilità e da un realismo meno accentuati rispetto ai film con Angelina Jolie.

    Un'eroina fallibile calata in un'atmosfera più cupa scelta per sottolineare la complessità della sua crescita interiore che da corriere la vede trasformarsi in una tomb raider a tutti gli effetti. Nei suoi 118 minuti di durata non mancano sequenze action adrenaliniche, anche se il risultato finale non ha convinto all'unanimità. Impossibile però non citare l'epica colonna sonora di Junkie XL, un mix di musica orchestrale ed elettronica che cattura il senso di avventura e pericolo del film. Da recuperare se hai apprezzato Uncharted (2022).

    5. Tomb Raider: La leggenda di Lara Croft (2024)

    Ambientata dopo gli eventi del videogioco del 2018, Shadow of the Tomb Raider, e prima della scena dopo i titoli di coda dell'ultimo capitolo della trilogia reboot, Tomb Raider: La leggenda di Lara Croft vede la protagonista affrontare una minaccia personale mentre cerca di fare i conti con il suo passato e capire che tipo di eroina vuole essere.

    Una serie animata da due stagioni da 16 episodi complessivi della durata di 30 minuti circa in cui l'archeologa doppiata da Hayley Atwell è un mix tra i tratti vulnerabili che hanno caratterizzato la seconda serie di videogame con quelli più risoluti dell'originale. Tra misteri da risolvere, villain da combattere e artefatti antichi, ciò che più di tutto interessa alla serie è mostrare la crescita della sua protagonista, aggiungendo nuove sfumature al personaggio. Realizzata con uno stile anime, l'animazione si fonde su uno stile moderno in cui le scene action godono della libertà visiva tipica del genere. Imperdibile se sei fan di Castlevania (2017) e Blood of Zeus (2020).

    Tomb Raider (in lavorazione)

    Tra le serie TV più attese e chiacchierate degli ultimi anni. Un po' perché il personaggio di Lara Croft continua ad essere amato, un po' perché il nome dietro il progetto è quello di Phoebe Waller-Bridge, sceneggiatrice, executive producer e co-showrunner insieme a Chad Hodg, al timone del suo primo grande lavoro da anni.

    Per interpretare l'iconica archeologa è stata scelta Sophie Turner che si è svelata al mondo nei panni dell'eroina con una prima, chiacchieratissima immagine che la vede vestire il celebre look dell'eroina archeologa composto da canottiera verde militare, occhiali da sole, pantaloncini corti e pistola in mano. Rispetto ai film precedenti e alle animazioni, Tomb Raider dovrebbe permettere una maggiore introspezione psicologia del personaggio a cui non mancherà, siamo certi, un'ironia brillante vista la penna dietro lo show. Ad arricchire il cast troveremo Sigourney Weaver, Jason Isaacs e Martin Bobb-Semple.

  • I 10 migliori film della Nouvelle Vague

    I 10 migliori film della Nouvelle Vague

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Sono passati ormai decenni dall’irruzione sulla scena della Nouvelle Vague. Dai jump cut che rompono con la temporalità della storia all’uso sfrenato di camera a mano, questa nuova ondata di cinema francese si è imposto rompendo con la tradizione. Questo movimento capeggiato da geni come Jean-Luc Godard e François Truffaut ha portato una ventata di aria fresca, rivoluzionando per sempre la settima arte. Lo stesso si potrebbe dire del movimento indie americano degli anni ‘90, animato tra gli altri da Richard Linklater.

    Il regista di Prima dell'alba (1995) e La vita è un sogno (1993) è anche l’autore di Nouvelle Vague (2025). Il film ripercorre la realizzazione di Fino all'ultimo respiro, l’esordio dietro la macchina da presa di Godard. Per l’occasione, abbiamo voluto deliziarvi con una lista sui migliori film della Nouvelle Vague. Per la scelta della decina finale, è stato preso in considerazione solo un film per regista. Altrimenti, sarebbe stato troppo facile includere mezza filmografia di Truffaut o di Éric Rohmer.

    10. Parigi ci appartiene (1961)

    Jacques Rivette è il re del minutaggio estremo. Parigi ci appartiene si assesta solamente a 141 minuti, ma il pioniere della Nouvelle Vague ha realizzato anche capolavori mastodontici come Out 1 (1971), lungo 13 ore. Il suo debutto da regista contiene due aspetti centrali del movimento francese: il largo uso di location reali e una narrazione spezzata e poco uniforme. Allo stesso tempo, Parigi ci appartiene (1961) applica la stessa tecnica de La jetée e Fino all'ultimo respiro (1960), ovvero appropriarsi di un genere e manipolarlo a piacere. Rivette rimane uno dei nomi meno conosciuti della Nouvelle Vague, ma una figura fondamentale per l’immaginario di questa corrente cinematografica. Tra paranoia e ritmo posato, questo film non è adatto a tutti ed è per questo che si posiziona al 10 posto. Per i fedelissimi dei thriller slow burn, invece, è imprescindibile.

    9. Le Beau Serge (1958)

    Le Beau Serge non può assolutamente mancare da questa top 10. In primis, perché l’esordio alla regia di Claude Chabrol è considerato il primo film della Nouvelle Vague. La pellicola possiede caratteri drammatici e brilla per la sua perfezione tecnica nonostante il budget non elevato. Seppur i toni melodrammatici sono forse eccessivi in alcuni frangenti, ergo la nona posizione, Le Beau Serge (1958) tiene gli occhi dello spettatore incollati allo schermo con una sceneggiatura ricca di emozioni. Girato nel villaggio in cui Chabrol è cresciuto, la pellicola con Gérard Blain e Jean-Claude Brialy trasuda autenticità da tutti i pori e ricorderà ad alcuni il sapore veritiero del neorealismo italiano.

    8. La jetée (1962)

    La jetée (1962) non è l’unico film della Nouvelle Vague ad addentrarsi in territori sci-fi. Tre anni dopo l’uscita di questo iconico cortometraggio, Godard porterà in sala il pionieristico film tech noir Alphaville (1965). Lo status leggendario dell’opera di Chris Marker è dato dalla sua influenza fuori misura. Non è un mistero che Terry Gilliam si sia ispirato a La jetée (1962) per L'esercito delle 12 scimmie (1995). Allo stesso tempo, molti autori cyberpunk come William Gibson la ritengono una pellicola fondamentale per il genere. Essendo un fotoromanzo, una raccolta di fotografie con una voce narrante fuoricampo, questo esperimento potrebbe non soddisfare gli spettatori che cercano qualcosa di più moderno. Per questa ragione, La jetée (1962) si ferma all’ottava posizione. Se avete amato film come Stalker (1979), questo film fa per voi.

    7. Ascensore per il patibolo (1958)

    Tra i registi che hanno fatto la storia del cinema francese e della Nouvelle Vague è impossibile non citare Louis Malle. Con una carriera quasi quarantennale tra Francia e America, Malle ha dimostrato fin da subito tutte le sue abilità. Il suo esordio Ascensore per il patibolo rimane un classico senza tempo del cinema noir. Il film ha come punti di forza una magnifica fotografia ad alto contrasto e un’atmosfera dark senza paragoni. Allo stesso tempo, non può non colpire la colonna sonora jazz di Miles Davis, un paesaggio sonoro frutto dell’improvvisazione del maestro. Ascensore per il patibolo (1958) è un’esperienza più che una visione centrata sullo sviluppo della trama. Se noir più strutturati sono il vostro pane quotidiano, non sarete delusi da questo settimo posto. I fan di Detour: deviazione per l'inferno (1945), invece, troveranno quello che stanno cercando.

    6. Les parapluies de Cherbourg (1964)

    Anche se il bianco e nero sono le tonalità predilette della Nouvelle Vague, il movimento che ha rivoluzionato la settima arte si è espresso anche con una tavolozza dei colori più ampia. Les parapluies de Cherbourg è, infatti, uno spettacolo per gli occhi. I colori pastello sono i padroni della fotografia, rendendo ogni frame un quadro da appendere. Essendo un musical romantico con una vena drammatica, Les parapluies de Cherbourg (1964) non è un film per tutti e potrebbe essere respinto da chi cerca di evitare atmosfere dolci-amare. Tuttavia, la sesta posizione fa da testamento alla carica innovativa della pellicola e alla bravura del suo regista, Jacques Demy.    

    5. Il ginocchio di Claire (1970)

    Il ginocchio di Claire di Éric Rohmer è il titolo più “vecchio” della lista e, come per Les parapluies de Cherbourg (1964), sfoggia colori che lasciano a bocca aperta. Il film si svolge in una location di montagna, vicino al Lago di Annecy. Per questo, la fotografia naturale anni ’70 esalta le sfumature dei colori predominanti, il blu e il verde. Facente parte della raccolta dei Sei racconti morali, Il ginocchio di Claire (1970) tratta di temi legati al desiderio, al piacere e alla repressione. Se l’esplorazione non convenzionale di essi potrebbe non convincere tutti, chi non ha resistito a film atipici sul desiderio come Crash (1996) e Shame (2011) gioirà di fronte alla potenza di Rohmer. Un quinto posto che non toglie nulla a questo capolavoro.

    4. Hiroshima mon amour (1959)

    Con Il ginocchio di Claire (1970) al quinto posto e la top 3 in vista, da qui in poi bisogna giocare solo carichi. Hiroshima mon amour sfiora il podio, ma si assesta al quarto posto perché i tre film successivi lo sovrastano di poco in fatto di iconicità. Come per Les parapluies de Cherbourg (1964), il melodramma è il padrone assoluto nel film di Alain Resnais. Le tinte drammatiche dell’opera si fondono con un sottotesto storico-sociale che analizza le conseguenze psicologiche del secondo dopoguerra. Tra inquadrature eleganti e un bianco e nero poetico, Hiroshima mon amour (1959) è un classico da vedere almeno una volta nella vita.

    3. Cleo dalle 5 alle 7 (1962)

    Al posto più basso del podio troviamo Cleo dalle 5 alle 7 (1962) della regista Agnès Varda. Questo fiore all’occhiello della Nouvelle Vague è rivoluzionario sotto più aspetti. Oltre a raccontare quasi in tempo reale due ore di vita della protagonista, Cleo dalle 5 alle 7 (1962) sfoggia una visione femminista senza compromessi. Un film anni ‘60 dove la soggettività femminile diventa il punto focale del racconto è qualcosa di epocale  in un mondo ancora dominato dal potere patriarcale. Oltre ai suoi temi visionari, la pellicola di Varda non dimentica la forma, con una fotografia mozzafiato e movimenti di macchina innovativi. Un podio più che meritato.

    2. I 400 colpi (1959)

    Ogni lista sulla Nouvelle Vague che si rispetti ha sempre due film in vetta. Il vero problema è sempre quello di decidere chi occupi il primo posto. Questa volta, la medaglia d’argento tocca a I 400 colpi, classico d’esordio del genio del cinema François Truffaut. Come per Cleo dalle 5 alle 7 (1962), il film presenta un punto di vista del tutto innovativo, ovvero quello di un bambino in rotta di collisione con famiglia e scuola. Questa pietra miliare coming-of-age brilla per il tono empatico e per la performance micidiale di un appena quindicenne Jean-Pierre Léaud. Con un finale da storia del cinema e un impianto tecnico senza pecche, l’eccellente reputazione de I 400 colpi (1959) è lontana dall’essere scalfita.

    1. Fino all'ultimo respiro (1960)

    Fino all'ultimo respiro (1960) si aggiudica il primo posto sorpassando anche quel capolavoro de I 400 colpi (1959). Ho voluto premiare l’opera prima di Godard perché rappresenta nella maniera più chiara il contributo della Nouvelle Vague. C’è la visione esistenzialista e fatalista della vita. Ci sono le innovazioni tecniche, tra cui i famosi jump cut che hanno reso immortale l’opera. Ci sono le location reali che mettono in secondo piano gli ambienti fittizi degli studios. In ultimo, c’è il genio sapiente di Godard, pronto a tutto pur di portare sullo schermo la sua idea di cinema. Fino all'ultimo respiro (1960) è la definizione di settima arte e la testimonianza di un periodo passato dove fare cinema voleva dire esprimere un punto di vista nuovo e totalmente personale.

  • “Euphoria”: dove hai già visto il cast della terza stagione?

    “Euphoria”: dove hai già visto il cast della terza stagione?

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    È arrivato il momento che stavamo aspettando, ad aprile 2026 Euphoria (2019 - ) torna finalmente con la terza stagione. E, come trapelato, lo fa con un salto in avanti di cinque anni, con i protagonisti non più adolescenti in crisi ma giovani adulti costretti a fare i conti con le conseguenze delle fratture accumulate nelle prime due stagioni. Stesse cicatrici, nuove ferite (o almeno potenziali).

    Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato anche fuori dal set. Quel cast che nel 2019 era fatto di promesse da tenere d'occhio oggi è diventato una rosa di talenti da far tremare Hollywood. Zendaya, Sydney Sweeney, Jacob Elordi, Hunter Schafer: li avete incrociati ovunque, da Arrakis ai campi da tennis, dalle montagne bavaresi ai manieri inglesi, tra blockbuster Marvel, horror estremi e rom-com da milioni di dollari.

    Sapere dove li abbiamo già visti, in che ruoli si sono formati, quali registi li hanno plasmati, aiuta a capire cosa porteranno con sé quando torneranno tra i sobborghi di East Highland. Qui sotto trovate le risposte, film per film, ruolo per ruolo, per prepararvi alla terza stagione.

    Zendaya (Rue Bennett)

    Il volto di Euphoria è il suo, non ci sono discussioni. Zendaya interpreta Rue Bennett, tossicodipendente che lotta ogni giorno per restare sobria, e la performance le è valsa due Emmy come migliore attrice protagonista, rendendola la più giovane a vincere il premio due volte. Due statuette che pesano, soprattutto se si pensa alla carriera parallela che l'attrice ha costruito fuori dalla serie. Molti la associano a MJ nella trilogia di Spider-Man inaugurata nel 2017 con Homecoming, compagna di scuola e grande amore di Peter Parker. Ma il vero salto di qualità arriva con Dune (2021) di Denis Villeneuve, dove interpreta Chani, guerriera Fremen che guida Paul Atreides attraverso il deserto di Arrakis. 

    Nel secondo capitolo, Dune: Parte Due (2024), la performance diventa ancora più fisica e sottile, dimostrando che Zendaya sa stare anche nell'epica sci-fi, un genere lontanissimo dall'immagine teen che il pubblico si era fatto di lei. E poi c'è il triangolo tennistico-amoroso di Challengers (2024), diretta da Luca Guadagnino in quello che è forse il suo ruolo più adulto: tensione erotica sul campo da tennis, un film che pulsa di desiderio e ambizione. In Malcolm & Marie (2021) litiga per una notte intera con John David Washington in un dramma da camera girato durante il lockdown, mostrando anche capacità quasi teatrali. Prima ancora c'era stato The Greatest Showman (2017), dove cantava e ballava accanto a Hugh Jackman. Se volete riscoprirla prima della terza stagione, le prime due di Euphoria restano il suo ruolo più iconico, quello che l'ha trasformata da star Disney a attrice cult.

    Sydney Sweeney (Cassie Howard)

    Sydney Sweeney interpreta Cassie Howard, personaggio alla continua ricerca di approvazione che nella seconda stagione tradisce la migliore amica con conseguenze devastanti. Ma la versatilità di Sweeney va molto oltre questo personaggio, e la sua filmografia lo dimostra. Prima del boom di Euphoria, molti la ricordano nella prima stagione di The White Lotus (2021) come Olivia Mossbacher, la figlia cinica che passa la vacanza hawaiana tra droghe, tradimenti e tensioni familiari. Una performance spigolosa, intellettuale, distaccata, completamente opposta a Cassie. 

    Alcuni non se lo ricorderanno, ma c'è anche un piccolo ruolo in C'era una volta a... Hollywood (2019) di Tarantino, dove interpreta Snake, giovanissima adepta della Manson Family. Prima ancora c'erano stati The Handmaid's Tale (2018) come Eden, la giovane moglie fondamentalista in un episodio che spezza il cuore, e Sharp Objects (2018) accanto a Amy Adams. Negli ultimi anni ha alternato tutto: il drama erotico The Voyeurs (2021), la rom-com leggerissima Tutti tranne te (2023), la whistleblower Reality Winner nel film indie Reality (2023), o Immaculate (2024) horror in cui interpreta una suora rinchiusa in un convento italiano, tra scene disturbanti che l'hanno consacrata “inaspettata” scream queen. A completare il quadro, Madame Web (2024), che ha segnato l’entrata nel mondo Marvel, e il thriller Una di famiglia (2025). Se volete vederla in una luce diversa, The White Lotus mostra il lato pungente e “dimenticato” di Sweeney, in seguito messo da parte da molti registi. Se, invece, cercate il ruolo più coraggioso, Immaculate è quello che fa per voi. 

    Jacob Elordi (Nate Jacobs)

    Jacob Elordi interpreta Nate Jacobs, il quarterback con daddy issues e una rabbia repressa pronta ad esplodere. Un personaggio che è una red flag vivente. Ma l'esplosione vera di Elordi è arrivata lontano da Euphoria, con una trasformazione da teen idol ad attore cult che è tra le più impressionanti degli ultimi anni. Il punto di svolta è Saltburn (2023) di Emerald Fennell, dove interpreta Felix Catton, aristocratico inglese che domina un maniero gotico con una bellezza totalizzante e quel carisma naturale che avvolge ogni scena. Il film è stato divisivo ma la sua performance decisamente no. In Priscilla (2023) di Sofia Coppola interpreta un Elvis giovane e manipolatore, ritratto inquietante di una relazione tossica vista dagli occhi di Priscilla Presley, rappresentata da Elordi con una presenza fisica “soffocante”. 

    Prima di questi exploit d'autore era stato il protagonista della trilogia The Kissing Booth (2018-2021) su Netflix, romance leggerissima che lo rese un teen-idol globale. Da lì in poi ha dimostrato un range impressionante: Acque Profonde(2022) accanto a Ben Affleck e Ana de Armas, ma soprattutto Frankenstein (2025) di Guillermo del Toro, dove interpreta la Creatura con trucco prostetico e una recitazione fisica letteralmente mostruosa. In Oh, Canada (2024) di Paul Schrader affianca Richard Gere come giovane versione del protagonista. Il prossimo passo è Cime Tempestose (2026), dove tornerà a collaborare con Emerald Fennell interpretando Heathcliff accanto a Margot Robbie. Ma Saltburn resta il ruolo che ha cambiato tutto, quello che consigliamo a chi vuole vedere Elordi oltre la furia di Nate Jacobs.

    Hunter Schafer (Jules Vaughn)

    Hunter Schafer interpreta Jules Vaughn, la ragazza trans in fuga verso un amore autentico. La storia con Rue ha segnato la rappresentazione LGBTQ+ in televisione con una delicatezza rara per un teen drama, e Schafer porta vulnerabilità e forza insieme, rendendo Jules il cuore queer della serie. Il debutto cinematografico vero arriva con The Hunger Games: La ballata dell'usignolo e del serpente (2023), dove interpreta Tigris Snow, cugina del giovane Coriolanus e personaggio misterioso che i fan dei libri aspettavano da anni. 

    Nel 2024 è protagonista di Cuckoo (2024), horror del regista tedesco Tilman Singer ambientato tra le montagne bavaresi, film disturbante che mescola body horror e folklore. Prima di Euphoria, inoltre, era già nota come attivista transgender per la sua battaglia contro il "Bathroom Bill" in North Carolina, testimonianza pubblica che ha ispirato migliaia di giovani. Nella serie, invece, ha anche co-scritto l'episodio speciale Jules, uno dei momenti più intimi di Euphoria dove esplora l'identità di genere con una profondità rara. Se volete scoprirla oltre la serie, Cuckoo è la performance più fisica. Ma Euphoria resta essenziale per capire l’importanza, anche culturale, del suo ruolo.

    Alexa Demie (Maddy Perez)

    Alexa Demie interpreta Maddy Perez, la regina della scuola, fiera e stilosissima, vittima di abusi nascosti. La lealtà feroce con cui affronta la relazione tossica con Nate avrebbe potuto diventare stereotipo, ma Demie riempie il personaggio di umanità, trasformandola in una delle figure più amate della serie. Piccolo cult la sua performance in  Mid90s (2018) film sulla scena skate della Los Angeles anni '90 diretto da Jonah Hill. Demie interpreta Estee, la ragazza più grande, bella e irraggiungibile. 

    Ha brillato anche in Waves (2019) di Trey Edward Shults, dramma familiare ambientato in Florida che esplora il dolore e la guarigione. Una performance intensa, in un film a tratti asfissiante a cui Demie riesce a dare respiro, ma la sua prova migliore rimane Maddy. Sam Levinson l'ha trasformata in una style icon della Gen Z, con i suoi look anni 2000 ripresi in centinaia di tutorial TikTok che cercano di ricreare il suo make-up.

    Maude Apatow (Lexi Howard)

    Maude Apatow interpreta Lexi Howard, la drammaturga silenziosa che osserva le dinamiche tossiche del gruppo, trasformando il caos adolescenziale in uno spettacolo teatrale che, a metà della seconda stagione, mette i protagonisti davanti al loro lato più disfunzionale. Il suo personaggio è il volto “maturo” tra i disastri di East Highland, ma raccontato con una sottigliezza che non scade mai nella predica. 

    Apatow, figlia d'arte del regista Judd Apatow e dell'attrice Leslie Mann, ha esordito da bambina in Molto incinta (2007) dove interpreta la figlia (sua madre nel film è proprio Leslie Mann), poi in Questi sono i 40 (2012), sequel dove il personaggio è cresciuto insieme a lei. Il salto vero arriva con Il Re di Staten Island (2020) con Pete Davidson, in un film post-11 settembre venato di umorismo tragico, sempre diretta dal padre.

    Eric Dane (Cal Jacobs)

    Eric Dane interpreta Cal Jacobs, il padre di Nate che, dietro la maschera da padre-marito perfetto, nasconde una tossicodipendenza sempre più problematica. Per molti spettatori Dane è il Dottor Mark Sloan di Grey's Anatomy (2005), serie leggenda del genere medical, con cui raggiunse la fama globale (e il titolo di sex symbol) tra le corsie dell’ospedale più famoso della tv. Con The Last Ship (2014) arriva il cambio di registro, protagonista action nei panni del comandante Tom Chandler in una serie post-apocalittica dove un virus ha decimato l'umanità. Dane passa dal camice alla divisa militare, dimostrando di saper sostenere un drama action per cinque stagioni.

    Ma in Euphoria fa la cosa più scomoda: interpreta un padre di famiglia con segreti devastanti. La scena in cui registra i suoi incontri, il modo in cui gioca con quella doppiezza, rende Cal uno dei personaggi più complessi e controversi della serie. Dane porta una presenza quasi “villain”, portando in scena un personaggio adulto lontano dalle solite rappresentazioni da teen drama. Grey's Anatomy l'ha reso famoso, ma Euphoria gli ha dato il ruolo più scomodo e interessante della carriera.

    Colman Domingo (Ali Muhammed)

    Colman Domingo interpreta Ali Muhammed, lo sponsor di Rue e una delle poche presenze adulte capaci di guidare davvero i giovani protagonisti. Il suo monologo nella seconda stagione, seduto al diner con Rue, è uno dei momenti più potenti della serie: parla di redenzione, fallimento e ricadute con un’interpretazione da lacrime. In Ma Rainey's Black Bottom (2020) recita accanto a Viola Davis e Chadwick Boseman nell'ultimo film di Boseman prima della morte. 

    Energia diversa in Zola (2021), film folle di Janicza Bravo basato su un thread di Twitter. Ma l'apice arriva con Rustin (2023), dove interpreta l'attivista gay Bayard Rustin, colui che ideò la Marcia su Washington del 1963. Una performance che gli è valsa una nomination all'Oscar come miglior attore protagonista, trasformazione totale che porta sullo schermo un pezzo di storia dimenticata. Ha anche recitato in Se la strada potesse parlare (2018) di Barry Jenkins, adattamento di James Baldwin, in Selma (2014) come attivista nel movimento di Martin Luther King, e nella serie Fear the Walking Dead (2015) per sette stagioni.

    Rosalía (new entry)

    Rosalía è la new entry che ha fatto immediatamente scalpore, fin dai primi rumors. Non tanto per la filmografia, ma perchè nessuno si aspettava di vedere la popstar del momento nel cast della serie del momento, hype nell’iperuranio. Euphoria e Rosalía erano già collegate: Lo vas a olvidar, il brano con Billie Eilish uscito nel 2021, è stato uno dei simboli della serie, canzone tra le più ricordate di una colonna sonora di livello altissimo. 

    Ora la cantante spagnola entra direttamente nel cast per la terza stagione con un ruolo ancora segreto. Non sarà tuttavia il suo debutto assoluto come attrice: aveva già fatto un cameo in Dolor y gloria (2019) di Pedro Almodóvar, in un film che ha segnato il ritorno del regista spagnolo alle origini. 

    Barbie Ferreira (Kat Hernandez)

    Barbie Ferreira interpretava Kat Hernandez, la ragazza curvy che scopre se stessa come cam girl e che è stata pioniera della body-positivity nelle prime due stagioni. La sua evoluzione da ragazza insicura a simbolo sex-positive è stata uno degli archi più interessanti della serie, anche se la sua uscita dal cast ha deluso molti fan. Ha recitato in Unpregnant (2020), commedia drammatica sull'aborto che affronta temi difficili con la leggerezza in un road trip tra due amiche che attraversano stati per raggiungere una clinica. 

    In Nope (2022) di Jordan Peele ha un ruolo minore ma memorabile mentre, più recentemente, è apparsa nella commedia indie Bob Trevino Likes It (2025) e in House of Spoils (2024), thriller psicologico con Ariana DeBose. Ferreira era già nota come modella prima di Euphoria, avendo lavorato per Aerie e altri brand plus-size, portando una rappresentazione fisica diversa in un'industria ancora ossessionata dai corpi standard. La sua assenza nella terza stagione è stata confermata, ma il personaggio di Kat resta uno dei più importanti nella rappresentazione di corpi diversi in televisione. Euphoria resta il suo ruolo più iconico, quello che l'ha trasformata in role model per migliaia di ragazze che si sono riviste in lei.

    Tributo ad Angus Cloud (Fezco)

    Angus Cloud interpretava Fezco, il dealer di strada dal cuore d'oro. Calma serafica, voce lenta, consigli da terapista improvvisato che escono dalla bocca di un pusher tatuato. L’amico che tutti vorrebbero. La carriera di Cloud era agli albori quando è tragicamente scomparso il 31 luglio 2023 all'età di soli 25 anni. La notizia ha sconvolto Hollywood e i fan della serie, con tributi da tutto il cast. Prima di Euphoria aveva recitato solo per un piccolo ruolo in North Hollywood (2021), coming-of-age sugli skater della San Fernando Valley.  

    Dopo la sua morte sono usciti diversi film postumi: Your Lucky Day (2023), The Line (2024), Freaky Tales (2024) e Abigail (2024). Ha anche prestato la voce in The Garfield Movie (2024). La terza stagione di Euphoria includerà sicuramente un tributo alla sua memoria ma se volete sentirne l'impatto, le prime due stagioni sono imprescindibili: Cloud resta uno di quei casi in cui un personaggio secondario diventa il nucleo emotivo di un'intera serie. La sua assenza si farà sentire profondamente nel salto temporale verso l'età adulta.

  • Da “Amici come noi” a “Oi vita mia”: tutti i film di Pio e Amedeo in ordine di uscita

    Da “Amici come noi” a “Oi vita mia”: tutti i film di Pio e Amedeo in ordine di uscita

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Pio D'Antini e Amedeo Grieco, insieme, formano un vero e proprio ciclone comico. Estremi, esagerati, fuori scala nel cercare sempre la risata. Pugliesi DOC, hanno dimostrato di saperci fare fin dai tempi di TeleFoggia. Parlantina svelta, un umorismo che travolge e conquista. La loro è stata una lunga gavetta, propedeutica al successo.

    A cominciare da Le Iene su Italia 1. Proprio il format Mediaset li farà conoscere al grande pubblico, regalandogli uno show tutto loro, Emigratis. Irriverenti, mai scontati, la loro amicizia fuori dal set riesce a fare la differenza, risultando sempre credibili. Un incubo per i perbenisti, una garanzia per gli spettatori.

    Come spesso accade, dalla televisione al cinema il passo è breve: nel pieno dell'ascesa esce nel 2014 Amici come noi, segnando il debutto di Pio e Amedeo sul grande schermo. Il primo di cinque film. In mezzo tanto teatro, una chiacchierata (e seguita) ospitata al Festival di Sanremo e, strano ma vero, un videoclip girato insieme a Paris Hilton.

    Se volete ridere con Pio e Amedeo, JustWatch ha stilato una lista in ordine di uscita con tutti i loro film.

    1. Amici come noi (2014)

    Con Amici come noi, i due comici portano per la prima volta al cinema il loro universo comico, cercando di trasformare la spontaneità televisiva in una narrazione fatta e compiuta, adatta per il grande schermo. Una commedia da un’ora e mezza che segue Pio e Amedeo, appassionati di calcio, amici e soci in affari. Gestiscono un'attività di pompe funebri, ma Pio scopre che la fidanzata Rosa ha preso parte a un film porno, entrambi decidono di fuggire dai pettegolezzi di paese per andare prima a Roma e poi a Milano.

    Amici come noi è una vera e propria avventura fuori controllo che segue l'archetipo del più classico on-the-road. Personaggi assurdi, imprevisti e situazioni estreme, rese ancor più comiche dalle battute (e battutacce) di Pio e Amedeo. Diretto da Enrico Lando, si può considerare un debutto quasi sperimentale, per certi versi immaturo e legato a dinamiche da sketch tv, tuttavia l'alchimia - volutamente scorretta - tra i due diventa il motore della storia, trascinando e divertendo. Se hai amato l’esordio al cinema di Ficarra e Picone in Nati Stanchi (2002), apprezzerai anche il debutto di Pio e Amedeo.

    2. Ma tu di che segno sei? (2014)

    In pochi lo ricordano, ma Pio e Amedeo sono stati tra i protagonisti di uno degli ultimi cinepanettoni. Targato Neri Parenti, il titolo alterna gag e umorismo tradizionale, avvalendosi di ottimi interpreti comici: da Gigi Proietti a Vincenzo Salemme fino a Massimo Boldi. Il duo pugliese si inserisce in un cast corale, suddiviso in una commedia episodica da 99 minuti che gioca sugli stereotipi dei segni zodiacali.

    Nel loro episodio, Pio, redattore di un giornale astrologico, aiuta Amedeo a corteggiare la nuova vicina di casa, interpretata da Mariana Rodriguez. Una comicità diretta, che punta sulla quantità e sulla leggerezza, adatta a una visione che punta allo svago e alla semplicità. I comici, per l’occasione, si mettono a disposizione di un regista esperto, regalando al pubblico uno dei migliori momenti del film. Se ti fanno ridere le commedie in stile Miami Beach  (2016), apprezzerai anche Ma tu di che segno sei?.

    3. Belli Ciao (2022)

    Dopo alcuni anni di assenza dal cinema, Pio e Amedeo tornano protagonisti in una commedia da un’ora e mezza che segna un evidente cambio di tono rispetto al passato. Diretto da Gennaro Nunziante, Belli ciao racconta l’evoluzione di un’amicizia nel tempo, mettendo a confronto due percorsi di vita. Pio ha lasciato il Sud per costruirsi una carriera di successo al Nord, mentre Amedeo è rimasto nella loro terra, conducendo un’esistenza più semplice.

    Amici come prima mostra l’altro lato di Pio D'Antini e Amedeo Grieco: non solo commedia assoluta e risate di pancia, ma anche momenti più malinconici che bilanciano intrattenimento e racconto sociale. Meno comicità aggressiva per una storia coerente e sentita. Sicuramente la commedia “della svolta”. Un cambio di tono che verrà poi rafforzato nei successivi film. Da non perdere ti sei divertito con Benvenuti al sud (2010). 

    4. Come può uno scoglio (2023)

    Forse, la commedia della consapevolezza per il duo foggiano. Ancora diretti da Gennaro Nunziante, Pio e Amedeo tornano a una comicità più diretta, basata sul contrasto tra personaggi. Il film racconta l’incontro (forzato) tra uno sprovveduto sindaco e un ex detenuto dal passato turbolento, costretto a lavorare come suo chauffeur. Una situazione perfetta per generare una continuità comica di forte presa sul pubblico.

    Se la traccia politica permette di miscelare al meglio l’umorismo, Come può uno scoglio rafforza i meccanismi tipici di Pio e Amedeo, questa volta inseriti in un contesto narrativo ben delineato che punta dritto sulla risata. In 90 minuti, tra gag e sketch, il film gioca sulle differenze tra i due, accendendo la scena, senza rinunciare a una carica di satira esplosiva. Da recuperare se ami l’umorismo di Un povero ricco (1983). 

    5. Oi vita mia (2025)

    Svolta, consapevolezza e, infine, maturità artistica. Oi vita mia rappresenta una tappa fondamentale nella carriera del duo, perché segna il loro debutto alla regia e una chiara evoluzione dei testi comici. In un’ora e quaranta, il film abbandona in parte la comicità provocatoria per raccontare una storia più ampia e umana, incentrata sul valore dell’amicizia e sulla difficoltà di crescere, anche da adulti. I protagonisti si trovano a condividere spazi, responsabilità e problemi quotidiani, confrontandosi con generazioni diverse e con un presente fatto di incertezze.

    Pio e Amedeo sono due amici che affrontano una nuova fase della vita tra convivenza forzata, scontri generazionali e riscoperta dei legami autentici. Pio gestisce un centro di recupero per giovani, Amedeo lavora in un centro anziani. Quando i due mondi si uniscono accade l’impensabile. Nel cast, anche una leggenda come Lino Banfi, qui in un ruolo intimo e malinconico. Un successo commerciale capace di far sorridere senza rinunciare a una narrazione più profonda e delicata. Devi vederlo se hai apprezzato i temi de  Il più bel secolo della mia vita (2023).

  • Da “Una di famiglia” a “Mercoledì”: le scene di film e serie TV che hanno spopolato sui social

    Da “Una di famiglia” a “Mercoledì”: le scene di film e serie TV che hanno spopolato sui social

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Il cinema ha bisogno dei social…e viceversa. È ormai assodato che film e serie tv traggono dei benefici da piattaforme come TikTok, Instagram, X, Facebook e così via. Succede spesso infatti che singole scene, battute e gesti iconici si stacchino dall’unità narrativa originale per vivere una vita autonoma.

    È il caso dei cosiddetti meme, che diventano di tendenza, dando il via ai trend. Pochi secondi per momenti forti, fortemente riconoscibili soprattutto fuori dal contesto originale.

    Così come altre possano diventare oggetto di accese discussioni sul web, quasi da far dimenticare l’unità narrativa ospitante - tradotto lo stesso film o serie tv. Proprio come sta succedendo con una pellicola, attualmente in sala. Ma come testimoniato da questo caso recente, la realtà è ben diversa. L’interesse per l’esperienza cinematografica è infatti riaccesa. Perché alla fine gli utenti sono spinti a capire cosa c’è dietro quei pochi secondi, che commentano, condividono. Dunque accorrono a vedere il film con la scena che è rimasta precedentemente loro impressa. Inevitabilmente in passato accadeva il contrario. Prima si guardava una pellicola per intero e poi si discuteva sulla “parte preferita”. Nuovo cinema TikTok? Si fa presto a dirlo. Semplicemente cambiano i tempi, e oggi l’audiovisivo si ritrova a dialogare, volontariamente o involontariamente, con quella che possiamo chiamare “fruizione frammentata”. A volte con esiti positivi, altre no. Ma in tutto ciò, quali sono alla fine le scene diventate più virali sui social? Ecco qualche esempio, a partire, come sopracitato, da uno recentissimo.

    Una di famiglia (2026)

    La scena hot dell’hotel in Una di famiglia (2026): sono state moltissime le reazioni sui social, che l’hanno trasformata in una delle parti più discusse della pellicola con Sydney Sweeney, Amanda Seyfried, attualmente ancora in sala. C’è chi l’ha apprezzata, chi l’ha snobbata, ma soprattutto chi l’ha condivisa, rendendola inevitabilmente virale, specialmente su TikTok (tra chi corre in palestra dopo aver ammirato il fisico di Sydney Sweeney e chi invita scherzosamente le ragazza a non portare fidanzati e mariti in sala).

    Tratto dal bestseller internazionale di Freida McFadden, primo capitolo di una trilogia letteraria, il thriller psicologico diretto da Paul Feig segue Millie (Sweeney), giovane donna in fuga dal passato, alle prese con il suo nuovo lavoro da domestica nella lussuosa casa dei coniugi Winchester. Quello che sembrava il lavoro dei sogni si rivelerà presto in un incubo, e dietro l’apparente perfezione della vita Nina (Seyfried) e Andrew Winchester (Brandon Sklenar) si nasconde qualcosa di decisamente oscuro. Ma cosa si vede in questa scena di alquanto discutibile? Per scoprirlo vi toccherà andare al cinema…

    Mercoledì (2022 -in corso)

    Tra i titoli più visti in assoluto di Netflix, Mercoledì (2021) deve molto ai social. Il successo della serie incentrata sull’omonimo personaggio della famiglia Addams, che porta anche la firma di Tim Burton, è in parte riconducibile a una scena nota come la Wednesday Dance. Nel quarto episodio della prima stagione, durante la cerimonia della Nevermore Academy, la giovane protagonista, Mercoledì Addams (Jenna Ortega) si lancia in un ballo sulle note di “Goo Goo Muck”, brano dei The Cramps. Una sequenza diventata sin da subito virale, immediatamente riprodotta dai fan, che l’hanno trasformata in un vero e proprio “trend”. 

    Ma per il balletto social, invece di usare la canzone del 1981, si è optato per un pezzo più contemporaneo, “Bloody Mary” di Lady Gaga, in una versione velocizzata (la cosiddetta sped-up), una scelta che si è rivelata azzeccatissima insieme alla coreografia. Ciliegina sulla torta? Persino la stessa Lady Gaga si è resa protagonista di un video in cui balla la Wednesday Dance.

    M3GAN (2022)

    Se vuoi che il tuo film abbia successo online, non puoi non inserire un balletto. La lezione di Mercoledì (2022) è stata infatti ben recepita dietro le quinte di M3GAN (2022), l’horror diventato uno dei casi cinematografici del 2023. A diventare virale su TikTok, anche stavolta, una scena già presente nel trailer, che vede la bambola-robot protagonista della pellicola diretta da Gerard Johnstone impegnata in un’inquietante coreografia, ripresa sin da subito da diversi utenti, che si sono gettati in diverse imitazioni. 

    Un effetto che ha fatto parlare del film sin da prima della sua uscita in sala, spingendo di conseguenza le persone ad andarlo a vedere. In un’intervista, il regista ha raccontato che il balletto non fosse stato creato con lo scopo di diventare un fenomeno social, per quanto Allison Williams, una delle attrici protagoniste, ha successivamente spiegato che a ridosso della pubblicazione del trailer si era discusso se mostrare o meno quella scena. È stato proprio il reparto marketing a decidere di tenerla; una scelta che a posteriori si è rivelata più che positiva, considerato che con un budget di 12 milioni di dollari la pellicola ne ha incassati ben 180 in tutto il mondo.

    Saltburn (2023)

    Uno studente di origini umili entra nelle grazie di un compagno universitario facoltoso, che lo invita a trascorrere le vacanze estive nella sua tenuta estiva. Durante il soggiorno la situazione prende una piega del tutto inaspettata, degenerando in una spirale di segreti, bugie e violenza. 

    Tra thriller e black comedy, il film di Emerald Fennell, con Jacob Elordi e Barry Keoghan, è diventato virale su TikTok. Quasi tutti i video sono accompagnati dallo slogan “Non guardare Saltburn con la tua famiglia”, e le sequenze tratte dalla pellicola che prende il nome dall’immensa tenuta in cui si svolge la storia, finite sulla bocca di tutti sono tre: quella della vasca da bagno, quella del cimitero e quella del ballo finale. Evitando spoiler, Saltburn (2023) è un altro esempio di come i social possano avere un ruolo determinante nel successo globale di un film.  

    Your Friends and Neighbors (2025)

    Tra TikTok, Instagram o X chi è che non si è imbattuto in Jon Hamm che balla a occhi chiusi e con un sorriso beato, lasciandosi trasportare dalle note di “Turn The Lights Off”? Il meme del momento che simboleggia l’estasi, pochi secondi diventati virali, riutilizzati nei contesti più differenti: dal piacere dell’arrivo dello stipendio alla gioia dell’aver prenotato il prossimo viaggio, e così via. 

    Ma da dove arriva questa scena con l’iconico Don Draper di Mad Men (2007)? L’origine del trend è riconducibile a un episodio di Your Friends and Neighbors (2025), serie originale Apple, uscita lo scorso anno, e che oggi sta spopolando (così come il brano di Kato di ben quindici anni fa). Un dramedy in cui Hamm interpreta Andrew “Coop” Cooper, un gestore di fondi speculativi, diviso tra un recente divorzio e la perdita del proprio lavoro, che finisce per improvvisarsi ladro, quando comincia a derubare le case dei suoi vicini nel ricchissimo Westmont Village. Tutto non andrà per il verso giusto. Nello specifico, dunque, quei secondi oggi eletti a meme rappresentano un attimo di evasione di un uomo, che si ritrova alle prese con il disfacimento della propria vita.

    Carry On (2024)

    Tra i film più visti sulla piattaforma, Carry-On (2024) è l’action movie natalizio di Netflix. Un thriller adrenalinico ambientato interamente in un aeroporto, tra In linea con l’assassino (2002) e Die Hard 2 (1990), che segue le rocambolesche vicissitudini di un agente della sicurezza aeroportuale (Taron Egerton) alle prese con un terrorista senza scrupoli (Jason Bateman). Una delle adrenaliniche scene della pellicola diretta da Jaume Collet-Serra riguarda un combattimento all’interno di un’auto in corsa, di cui Netflix ha rilasciato un video di dietro le quinte per raccontare come fosse stata girata. 

    Parliamo di un contenuto che ha catalizzato l’attenzione del pubblico, raccogliendo oltre 20 milioni di visualizzazioni su TikTok, che ha sicuramente contribuito al successo del titolo sul servizio streaming, conferendogli lo status di “alternativa adrenalinica” ai classici delle feste, che ha saputo soddisfare gli appassionati degli action movies.

    Mean Girls (2004)

    Sui social, di solito, circolano solo brevi spezzoni. Ma ogni tanto le regole vengono infrante. È successo proprio il 3 ottobre di tre anni fa, quando sulla piattaforma non comparvero semplici scene, bensì un film intero. E la sorpresa fu doppia: a condividerlo non furono i fan, ma la stessa casa di produzione e distribuzione. Era il Mean Girls Day, la giornata in cui ogni anno si celebra la pellicola diretta da Mark Waters. Per l’occasione, Mean Girls (2004) venne pubblicato integralmente: 97 minuti suddivisi in 23 parti, caricati da Paramount Pictures. Il film rimase disponibile gratuitamente per 24 ore, fino alla mezzanotte del giorno successivo, quando tutte le clip vennero rimosse. 

    Una mossa insolita, ma efficace, che ha riacceso il dibattito attorno a un teen movie ancora oggi considerato un cult, generando milioni di visualizzazioni e, con il tempo, anche un significativo aumento di iscrizioni alla pagina ufficiale di Mean Girls. Non che ne avesse bisogno, ma si è trattato di una forma di dialogo alternativa con le nuove generazioni. Oggi, del resto, non è raro che i servizi di streaming adottino strategie simili: concedere gratuitamente, per un periodo limitato, l’episodio pilota di una serie su YouTube o su altri canali social, per invogliare soprattutto i più giovani a proseguire la visione tramite abbonamento. È accaduto di recente anche con Girl Taken (2025), thriller psicologico disponibile su Paramount+.

  • Alan Rickman: 10 ruoli straordinari per ricordarlo a 10 anni dalla sua scomparsa

    Alan Rickman: 10 ruoli straordinari per ricordarlo a 10 anni dalla sua scomparsa

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Ci sono attori che riconosci in un istante per una faccia, e altri che riconosci per un’energia. Alan Rickman era entrambe le cose, ma soprattutto la seconda: entrava in campo e il film cambiava temperatura. Non era solo una questione di voce (anche se quella dizione vellutata è diventata iconica), né di carisma “da teatro” travasato al cinema.

    Era la capacità rarissima di rendere credibile l’intelligenza: di far percepire che, dietro ogni frase, c’era un pensiero già in movimento. Per questo i suoi personaggi – anche i più brevi – sembrano sempre arrivare con una storia precedente e lasciare una scia dopo l’uscita di scena.

    A dieci anni dalla sua scomparsa (14 gennaio 2016), riguardare Rickman non è solo un atto di nostalgia. È un modo per ripensare a un certo tipo di recitazione che oggi manca spesso nei blockbuster e nelle serie: il controllo, la precisione, la recitazione “di sottrazione” che non ha bisogno di spiegarti tutto. Rickman sapeva essere minaccioso senza alzare il volume, romantico senza diventare sdolcinato, comico senza smontare la dignità del personaggio. E soprattutto sapeva fare la cosa più difficile: rendere un antagonista o un uomo discutibile umano, cioè contraddittorio, pieno di motivazioni non sempre nobili ma sempre riconoscibili.

    Questa lista nasce per questo: non per ripetere i soliti “ruoli cult” (che ci sono, perché è giusto che ci siano), ma per attraversare le sue molte vite cinematografiche – dal villain diventato archetipo, al mentore, al romantico tragico, fino al lavoro di voce che trasforma un personaggio in un ricordo. Ogni titolo qui sotto è una mini-porta d’ingresso per riscoprirlo oggi, e ogni voce ti suggerisce anche un film “vicino” per atmosfera o temi: perché il modo migliore per ricordare Rickman non è fermarsi al mito, ma rimetterlo in circolo dentro un percorso di visione che continua a parlare al presente.

    Hans Gruber – "Die Hard" (1988)

    Il manuale del cattivo anni ’80 diceva: muscoli, urla, crudeltà monolitica. Rickman lo prende e lo brucia con un sorriso. Hans Gruber è un antagonista “di classe”: educato, calcolatore, persino divertente, e proprio per questo inquietante. La sua arma segreta non è il mitra, è il controllo della scena: parla e sembra già aver previsto la tua risposta. Il risultato è che Die Hard non è soltanto un action perfetto; è un film in cui l’eroe funziona meglio perché il villain è memorabile. Se ti piace l’action ad alta tensione con un cattivo carismatico, recupera Speed (1994) – stesso gusto per il “conto alla rovescia” – oppure Arma Letale (1987) per la chimica buddy-cop e l’ironia nel caos.

    Severus Piton – saga "Harry Potter" (2001–2011)

    Il paradosso di Piton nella saga di Harry Potter è che lo ricordi anche quando non c’è: è un personaggio fatto di presenza trattenuta, di sguardi e mezze frasi che sembrano sempre nascondere un’ulteriore stanza segreta. Rickman lo interpreta come un enigma morale più che come un semplice professore “ostile”: rigidità e vulnerabilità convivono, e ogni gesto pare una scelta dolorosa. È una performance che cresce film dopo film e che regge l’urto della mitologia, perché non cerca mai l’eroismo facile: preferisce l’ambiguità, l’ombra, la coerenza emotiva. Consigliato a chi ama fantasy con personaggi adulti e stratificati (non solo “per ragazzi”). Se vuoi un’esperienza simile per respiro e worldbuilding, vai su Il Signore degli Anelli (2001–2003); se vuoi un’altra saga fantasy con tono più fiabesco, Le cronache di Narnia (2005–2010).

    Lo Sceriffo di Nottingham – "Robin Hood: Principe dei Ladri" (1991)

    Rickman qui non “ruba la scena”: la mette sotto sequestro. Il suo Sceriffo in Robin Hood: Principe dei Ladri è un concentrato di perfidia, humour nero e teatralità, una prova che dimostra quanto l’eccesso, se controllato, possa diventare stile. È un villain larger-than-life che rende il film infinitamente più godibile, perché trasforma ogni confronto in uno spettacolo: non recita la cattiveria, la assapora. Perfetto per chi ama l’avventura classica anni ’90 con un pizzico di camp, e per chi vuole vedere un attore divertirsi senza perdere precisione. Se ti intriga lo stesso tipo di swashbuckling (spade, romanticismo, ritmo), prova La Maschera di Zorro (1998); se vuoi un tono più cupo e “storico”, Robin Hood (2010) di Ridley Scott.

    Colonnello Brandon – "Ragione e Sentimento" (1995)

    Dopo tanta iconografia da cattivo, Rickman mostra l’altro volto della sua forza in Ragione e Sentimento: la delicatezza. Il Colonnello Brandon è un personaggio costruito sulla pazienza, su ciò che non si dice, sull’idea (quasi rivoluzionaria) che l’amore adulto sia cura e responsabilità, non possesso. In un film pieno di dialoghi e dinamiche sociali, Rickman lavora di sottrazione: un cambio di tono, un silenzio, un passo in più verso qualcuno. È una mini-lezione di recitazione romantica non urlata, ideale se ami i period drama che sanno essere emotivi senza essere melensi. Se vuoi restare in quell’universo, guarda Orgoglio e Pregiudizio (2005) per la stessa tensione tra sentimento e convenzioni; oppure Emma (2020) per un’Austen più frizzante e satirica.

    Jamie – "Il fantasma innamorato" (1990)

    Qui Rickman è puro cuore, ma senza zucchero. Il fantasma innamorato prende un’idea potenzialmente “carina” (l’amato che ritorna) e la trasforma in un racconto sul lutto: su quanto sia difficile lasciare andare non solo una persona, ma anche la versione di te che esisteva con lei. Jamie è affascinante, ironico, tenero – e proprio per questo il film fa male, perché ti mostra quanto l’amore possa diventare una stanza in cui restare intrappolati. Rickman riesce a essere contemporaneamente conforto e tentazione, presenza e fantasma. Da vedere se ami il romanticismo agrodolce e le storie che parlano di elaborazione del dolore con grazia. Se ti colpisce questo registro, il “gemello” naturale è Ghost (1990); per una variante più malinconica e contemporanea, Se mi lasci ti cancello (2004).

    Grigorij Rasputin – "Rasputin – Il demone nero" (1996)

    Rasputin è il tipo di personaggio che divora chi lo interpreta: grottesco, magnetico, fisico, pieno di contraddizioni. Rickman lo affronta come un rituale: non cerca la somiglianza “da biopic”, cerca l’energia disturbante di un uomo capace di sedurre, spaventare e manipolare nello stesso respiro. Quella in Rasputin – il demone nero è una prova che ricorda quanto fosse potente anche fuori dai blockbuster, e non a caso gli valse riconoscimenti importanti (Emmy e Golden Globe, tra gli altri). È consigliato a chi ama i period drama con un centro oscuro, quasi horror psicologico, e a chi vuole vedere Rickman trasformarsi senza rete. Se vuoi restare in quell’epica di potere e decadenza, prova Nicholas and Alexandra (1971); se preferisci intrighi di corte più “politici”, Elizabeth (1998).

    Éamon de Valera – "Michael Collins" (1996)

    Neil Jordan con Michael Collins gira un film in cui la Storia è soprattutto un conflitto di ideali, e Rickman ci si infila con un personaggio che non puoi liquidare in “buono/cattivo”. Il suo de Valera è un politico lucido, misurato, capace di apparire ragionevole anche quando la sua freddezza ferisce. È una recitazione di dettagli e strategie: ogni frase sembra avere un secondo significato, ogni sguardo pesa come una decisione. Per chi ama i film storici che non mitizzano, ma complicano; e per chi cerca un Rickman meno iconico ma ugualmente incisivo. Se ti interessa la stessa intensità politico-emotiva, guarda Il vento che accarezza l’erba (2006); per un’altra storia di Irlanda e conflitto, Bloody Sunday (2002).

    Alexander Dane / Dr. Lazarus – "Galaxy Quest" (1999)

    Galaxy Quest è una commedia sci-fi che funziona perché prende sul serio i suoi personaggi anche quando li prende in giro. E Rickman è la chiave: Alexander Dane è un attore “classico” intrappolato nel costume di un alieno da serie TV, e il film gli regala il migliore dei conflitti meta: il talento contro il typecasting, la dignità contro la cultura pop. Rickman lo interpreta con una tragedia trattenuta che diventa comicità purissima: ogni battuta suona come una pugnalata elegante. È perfetto per chi ama le satire affettuose e le storie sul mestiere di recitare (e sul fandom) senza cinismo. Se vuoi un “parente” tematico, prova Tropic Thunder (2008) – attori e identità, in modalità più aggressiva – oppure Balle Spaziali (1987) per la parodia sci-fi più demenziale.

    Harry – "Love Actually" (2003)

    In un film spesso ricordato per i momenti feel-good, Rickman presidia una delle linee narrative più amare: quella in cui l’amore non esplode, ma si incrina. Il suo Harry non è un mostro, ed è proprio questo il punto: è un uomo ordinario che sceglie l’egoismo, la vanità, la fuga – e lascia macerie emotive senza nemmeno “meritarsi” l’odio netto. Rickman lo interpreta senza assoluzioni e senza melodramma, con quella freddezza gentile che rende tutto più realistico e doloroso. È la parte che ti resta addosso se riguardi Love Actually da adulto. Se cerchi commedie romantiche con la stessa vena agrodolce, vai su Questione di tempo (2013) – ancora Richard Curtis, più profondo di quanto sembri – oppure L’amore non va in vacanza (2006) per un ensemble natalizio più comfort.

    Marvin – "Guida Galattica per Autostoppisti" (2005)

    A volte basta una voce per creare un personaggio. Rickman in Guida Galattica per Autostoppisti presta a Marvin un timbro che sembra nato per l’umorismo cosmico e depresso di Douglas Adams: una malinconia così perfetta da diventare punchline. Marvin è un concentrato di sarcasmo esistenziale, e Rickman gli dà una dignità tragica che rende ancora più comico il contrasto con l’assurdità dell’universo attorno. È un ruolo “piccolo” solo sulla carta: in pratica è uno dei ricordi più nitidi del film. Ideale per chi ama la sci-fi comica e l’assurdo britannico, e per chi vuole ascoltare Rickman trasformare una battuta in filosofia. Se ti piace questo mood di avventura spaziale ironica, prova Guardiani della Galassia (2014–2023); se vuoi un’altra fantascienza piena di nonsense, Men in Black (1997–2012).

  • 12 serie TV horror e fantasy con la formula “Mostro della Settimana”, per chi ama la visione senza impegno!

    12 serie TV horror e fantasy con la formula “Mostro della Settimana”, per chi ama la visione senza impegno!

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    C’è un tipo di serie TV che non ti chiede di firmare un contratto a tempo indeterminato. Non pretende che tu ricordi genealogie, mappe, profezie e sottotrame lasciate a metà tre episodi fa.

    Ti prende per mano, ti porta in un posto buio (o magico), ti mette davanti a un’anomalia – un mostro, una maledizione, una creatura, un evento inspiegabile – e poi, entro i titoli di coda, ti restituisce la sensazione rara di una storia compiuta.

    È la formula “Mostro della Settimana”: episodi autoconclusivi in cui il conflitto principale nasce e si risolve nell’arco di una puntata. A volte c’è un villain ricorrente, una mitologia più ampia, un filo orizzontale che cresce in sottofondo… ma non è un ricatto. Puoi seguirlo quanto vuoi, oppure ignorarlo e goderti la serie come una raccolta di racconti.

    Per chi è impegnato (o semplicemente stanco), questo formato è una benedizione: ti permette di “interagire” con lo show alla tua velocità. Un episodio ogni tanto, quando hai voglia di brividi senza la pressione del binge. Oppure una manciata di puntate scelte, come si fa con le antologie: il best-of dei mostri più riusciti, delle idee più disturbanti, delle atmosfere più azzeccate. E nel caso di horror e fantasy funziona ancora meglio, perché il mostro è spesso anche un simbolo: una paura quotidiana, un trauma, un desiderio che prende forma.

    In questa lista trovi 12 serie perfette per questo tipo di visione “senza impegno”: titoli che reggono benissimo a episodi sparsi, che ti danno subito un’identità forte (tono, mondo, regole) e che non ti puniscono se salti, riprendi, abbandoni e poi torni. Scegli la creatura, scegli la serata: il resto lo fa la puntata.

    The X-Files (1993–2002, 2016–2018)

    Se vuoi capire perché la formula “mostro della settimana” è diventata un linguaggio televisivo, The X-Files è ancora il punto di partenza più elegante. Il suo trucco è l’equilibrio: ogni episodio può essere un racconto quasi autonomo (creature, mutazioni, leggende urbane, paranoie scientifiche), ma in sottofondo senti sempre un’eco più grande, una mitologia che puoi seguire con costanza oppure lasciare lì come un rumore di fondo. È perfetta “senza impegno” perché la dinamica tra Mulder e Scully è autosufficiente: anche se non ricordi a che punto sei, capisci subito chi crede, chi dubita, e cosa sta rischiando ciascuno dei due. Invecchia bene soprattutto nei standalone: spesso sono piccoli film horror compressi in 45 minuti, con idee visive forti e un senso di inquietudine quotidiana. Ideale se ami il soprannaturale trattato con serietà, ma senza l’obbligo di un binge continuo.

    Buffy the Vampire Slayer (1997–2003)

    Buffy è una di quelle serie che ti fanno entrare pensando di guardare “un teen horror simpatico” e ti ritrovi, episodio dopo episodio, dentro una grammatica emotiva sorprendentemente adulta. La formula “mostro della settimana” qui è quasi didascalica: il mostro non è soltanto un nemico da sconfiggere, è una metafora che prende corpo – l’ansia, la solitudine, il desiderio, la vergogna, la paura di crescere. Proprio per questo funziona benissimo anche a visione frammentata: scegli un episodio a caso e spesso ti ritrovi una storia compiuta, con un’idea centrale chiara e un finale che chiude il cerchio. E quando vuoi “salire di livello”, gli archi stagionali sono lì, pronti a diventare un percorso più continuativo. Buffy regge ancora per dialoghi, ritmo e inventiva, ma soprattutto perché non ha paura di cambiare tono: può essere spaventosa, comica, romantica e tragica nello spazio di poche scene, senza perdere identità.

    Supernatural (2005–2020)

    La forza di Supernatural è che ti offre un tipo di comfort raro: quello dell’avventura itinerante che non ti chiede costanza assoluta. Anche quando la mitologia si espande, la serie continua a vivere di episodi “on the road” dove la regola è semplice: arrivi in un posto, c’è una leggenda, qualcosa non torna, e si caccia il mostro. È una struttura perfetta per chi ha poco tempo perché puoi pescare episodi sparsi e goderti il mood: motel, diner, boschi, cittadine che sembrano uscite da una raccolta di folklore americano. A fare da collante, più della continuity, è il rapporto tra i due protagonisti: anche se non ricordi esattamente il punto della trama generale, capisci subito la loro dinamica, il peso del non detto, la lealtà ostinata. Quando è al suo meglio, Supernatural alterna horror artigianale, ironia e malinconia con una naturalezza quasi “da fumetto”. Se cerchi una serie che ti accompagni senza obbligarti, è una delle più affidabili.

    Grimm (2011–2017)

    Grimm è la risposta ideale se ti piace l’idea “procedural” ma vuoi che il caso del giorno abbia zanne e artigli. La premessa è chiarissima e, proprio per questo, estremamente fruibile: un detective scopre di appartenere a una stirpe capace di vedere la vera natura di creature nascoste tra gli umani, i Wesen, e ogni episodio lo mette davanti a un nuovo tipo di minaccia legata a fiabe, archetipi e incubi moderni. La serie funziona bene senza impegno perché ha una routine rassicurante: indagine, rivelazione, confronto, soluzione – con un folklore che cambia maschera di volta in volta. In più, costruisce lentamente una “famiglia” di personaggi ricorrenti che rende piacevole anche guardare una puntata ogni tanto: c’è sempre qualcuno che ti fa sentire a casa, anche quando il tono si fa più cupo. Non è la più rivoluzionaria del genere, ma è una delle più solide nel trasformare il fantasy in intrattenimento scorrevole, con un’estetica urban e un ritmo da comfort seriale.

    Fringe (2008–2013)

    Fringe è perfetta se cerchi “mostro della settimana” con un cervello in più – senza però diventare un compito a casa. All’inizio è una serie di casi impossibili, spesso inquietanti, con un gusto quasi da body horror e una curiosità genuina per la scienza che deraglia. Ogni episodio ti dà un’anomalia da decifrare, un meccanismo da smontare, un dettaglio disturbante che resta addosso. Ma la cosa che la rende davvero consigliabile in modalità “senza impegno” è che, anche quando la trama orizzontale cresce, i singoli episodi continuano a reggere come racconti autonomi: c’è un problema, c’è un metodo, c’è una soluzione – e in mezzo personaggi che, puntata dopo puntata, acquistano spessore emotivo. In particolare, la serie sa trasformare l’idea di “caso” in qualcosa di intimo: dietro l’orrore scientifico spesso c’è una ferita, una scelta, un legame. È un ottimo equilibrio tra intrattenimento e ambizione, e puoi entrarci a piccoli morsi senza sentirti persa.

    Evil (2019–2024)

    Se ti piace l’horror contemporaneo che gioca con la tua percezione, Evil è uno dei titoli più azzeccati per la formula “mostro della settimana”. Ogni episodio parte da un caso: possessione, miracolo, infestazione, fenomeno inspiegabile. Ma la serie è intelligente perché non ti concede mai una risposta unica: ti lascia oscillare tra spiegazione razionale e interpretazione soprannaturale, e la vera tensione nasce proprio lì, in quel territorio instabile. È una visione ideale “senza impegno” perché il format è chiarissimo e ripetibile: si indaga, si discute, si testa, si osservano comportamenti, e si arriva a un punto in cui o credi o non credi – oppure ammetti che la verità è più ambigua. Funziona anche come mini-antologia dei nostri incubi moderni: tecnologia, manipolazione, paranoia sociale, fede usata come arma. E soprattutto non ha paura di essere divertente e disturbante insieme, con una dose di ironia nera che alleggerisce senza sgonfiare l’angoscia. Guardarla a episodi sparsi è un piacere: ti prendi il brivido e chiudi.

    Streghe (1998–2006)

    Streghe è il comfort fantasy per eccellenza: una serie che puoi accendere quando hai bisogno di qualcosa di soprannaturale ma non troppo pesante, e che ti restituisce subito un senso di familiarità. La formula “mostro della settimana” è praticamente la sua struttura naturale: demoni, stregoni, incantesimi, rituali, piccoli guai magici che arrivano e si risolvono nel corso dell’episodio, spesso con una morale emotiva semplice ma efficace. La differenza, rispetto ad altri titoli, è il cuore domestico: la magia convive con la vita quotidiana, le relazioni, il lavoro, la sorellanza – e questo rende ogni puntata autosufficiente, perché l’aggancio emotivo non dipende dal cliffhanger, ma dai legami. Certo, ci sono archi più ampi e personaggi ricorrenti, ma non ti punisce se salti: ritrovi facilmente il tono e le dinamiche. È una serie pop, a volte ingenua, spesso calda, e proprio per questo perfetta per chi vuole un horror/fantasy “a cucchiaiate”, senza la pressione di un grande puzzle narrativo.

    Doctor Who (dal 2005 in poi)

    Doctor Who è il paradiso di chi ama la visione episodica: il suo DNA è “arrivo, incontro, minaccia, soluzione, ripartenza”. Ogni puntata (o mini-arco) è un’avventura in un luogo e un tempo diverso, spesso con un mostro o un antagonista specifico che dà forma al tema dell’episodio. Ed è qui che la serie diventa perfetta per guardarla senza impegno: puoi scegliere un Dottore, una companion, una stagione che ti ispira e iniziare quasi da lì, senza sentirti in colpa per non “sapere tutto”. Quando è al massimo, Doctor Who sa essere horror gotico, fiaba malinconica, commedia sci-fi, dramma emotivo nello spazio di un’ora – e la sua forza è trasformare l’idea di “mostro” in uno specchio: spesso ciò che spaventa davvero è una scelta, una perdita, una responsabilità. È un titolo che premia la curiosità più della fedeltà: ogni episodio può essere un piccolo film, e la sensazione di meraviglia (o inquietudine) arriva comunque.

    Constantine (2014–2015)

    Constantine è una scelta ottima proprio perché “senza impegno” lo è anche nella durata: una sola stagione, compatta, che ti dà un urban fantasy cupo e diretto. La formula è episodica: un caso occulto, una maledizione, un demone, una creatura; John Constantine entra, provoca, manipola, tenta di salvare qualcuno (o di salvare sé stesso), e il conto morale arriva sempre. È una serie che vive bene a puntate sparse perché ogni episodio ha un’idea centrale – spesso un oggetto maledetto o un’entità specifica – e un’atmosfera coerente: fumo, chiese, motel, inferni interiori. Il protagonista non è l’eroe “pulito”: è stanco, cinico, carismatico nel modo sbagliato, e questo rende il tono più adulto e più amaro rispetto a molti monster-show. Non tutto è perfetto (si sente che avrebbe voluto crescere ancora), ma proprio per questo funziona come assaggio: prendi un episodio quando hai voglia di soprannaturale sporco e vai via soddisfatta, senza dover completare un’epopea.

    Sleepy Hollow (2013–2017)

    Sleepy Hollow è quel tipo di serie che non si vergogna del pulp, e per questo è ideale quando vuoi un “mostro della settimana” energico e leggermente sopra le righe. La premessa è già un biglietto da visita: un uomo del passato catapultato nel presente, un Cavaliere Senza Testa, e una detective moderna che deve fare da ancora al reale. Molti episodi funzionano come casi autoconclusivi: creature, simboli, maledizioni, pezzi di folklore rimescolati con una mitologia più grande che resta sullo sfondo come una linea guida, non come un obbligo. La serie vive di ritmo e chimica tra i protagonisti: il contrasto tra il “fuori tempo” e la praticità contemporanea dà un’energia buddy-show che rende ogni puntata scorrevole anche se non ricordi perfettamente cosa è successo prima. Quando colpisce, lo fa con un gotico pop divertente, qualche immagine inquieta e un tono da “avventura horror” che si presta benissimo a una visione intermittente: un episodio, una creatura, fine serata.

    Haven (2010–2015)

    Haven è una serie che funziona come un romanzo di provincia infestata: una cittadina dove, a turno, le persone vengono colpite da “Troubles”, anomalie soprannaturali diverse in ogni episodio. È una struttura perfetta per la formula “mostro della settimana”, perché spesso il “mostro” non è un’entità da combattere, ma un evento o una condizione che travolge qualcuno e mette in crisi l’intera comunità. Guardarla senza impegno è facile: ogni puntata è un caso con un inizio e una chiusura, e l’atmosfera fa il resto – mare, boschi, segreti, piccole ossessioni che diventano grandi. In sottofondo c’è una mitologia che cresce e lega i personaggi a un destino più ampio, ma la serie non ti punisce se salti: ti riagganci grazie al tono e alle relazioni ricorrenti. È consigliata se ami l’idea di soprannaturale “quotidiano”, più malinconico che spettacolare, con un gusto da mystery lento ma accogliente. È una di quelle serie che ti fanno venire voglia di restare nel posto anche quando fa paura.

    Wynonna Earp (2016–2021)

    Wynonna Earp è la scelta giusta se vuoi “mostro della settimana” con un’energia punk e una vena emotiva sorprendentemente sincera. La struttura è spesso episodica: revenants, demoni, minacce soprannaturali che arrivano, esplodono e si risolvono con un mix di pistole, sarcasmo e istinto di sopravvivenza. Il bello, per una visione senza impegno, è che la serie non ti chiede di essere sempre sul pezzo: puoi prendere un episodio quando vuoi e ritrovare subito il tono – ironico, un po’ sporco, a tratti tenero – perché la personalità della protagonista è il vero “motore” più della trama. Anche quando c’è un arco più grande, ciò che resta è il gruppo: una famiglia trovata che tiene insieme action, horror e melodramma senza diventare troppo pesante. È una serie che sa divertirsi ma non è vuota: sotto le battute c’è spesso un discorso su identità, lealtà, e sul prezzo della missione. Se cerchi un fantasy/horror “da compagnia”, uno che ti fa sorridere e ti dà anche un brivido, funziona benissimo a puntate sparse.

  • Dalla trilogia di “Before” a “The Lowdown”: i migliori ruoli di Ethan Hawke tra cinema e serie TV

    Dalla trilogia di “Before” a “The Lowdown”: i migliori ruoli di Ethan Hawke tra cinema e serie TV

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Definirlo semplicemente attore sarebbe riduttivo. Ethan Hawke è un artista a tutto tondo e una delle figure più vivaci del panorama culturale hollywoodiano. Regista, sceneggiatore, autore di romanzi, interprete, Hawke ha esplorato diversi ambiti artistici dimostrando un talento in ognuno di questi campi. 

    Sul set fin dal giovanissimo, prima con Explorers (1985) e poi con L'attimo fuggente (1989), l'attore ha saputo schivare le insidie di un successo precoce senza lasciarsi attirare da una popolarità sterile. Al contrario, ha scelto la strada più difficile, ma anche quella che l'ha portato più lontano.

    Ormai decennale la sua collaborazione con Richard Linklater insieme al quale ha realizzato alcuni dei film più significativi delle rispettive carriere, dalla trilogia di Before al recente Blue Moon. Nel 2006 debutta dietro la macchina da presa con L'amore giovane, adattamento del suo primo romanzo. Ruolo che duplica nel 2018 con Blaze, portando sullo schermo la vita travagliata del musicista folk Blaze Foley, e nel 2023 con Wildcat quando dirige sua figlia Maya Hawke nel ruolo di Flannery O'Connor.

    JustWatch ha stilato la classifica dei migliori ruoli di Ethan Hawke, tra cinema e serie TV.

    10. Giovani, carini e disoccupati (1994)

    “Vedi Lelaina, non ci serve altro: un paio di sigarette, una tazza di caffè e un po’ di conversazione. Io, te e cinque dollari…”. Giovani, carini e disoccupati, debutto alla regia di Ben Stiller, è il manifesto della Generazione X con protagoniste due icone del cinema degli anni '90: Winona Ryder ed Ethan Hawke. La storia di quattro amici neolaureati di Houston che cercano di dare forma alle loro aspirazioni e relazioni in un mondo che sembra non avere spazio per loro. L'attore è Troy Dyer, aspirante musicista allergico alle regole e alle convenzioni. Un giovane uomo vulnerabile e carismatico quanto disilluso e cinico il cui rapporto con il personaggio di Ryder è il cuore pulsante del film.

    Poco più di un'ora e 30 minuti in cui il film cattura quel senso di incertezza e confusione tipico dei vent'anni. Sensazioni con le quali tutti abbiamo fatto i conti e che Stiller riesce a far affiorare sullo schermo in modo naturale e mai didascalico. Inoltre, il film affronta anche tematiche sociali come l'AIDS e l'accettazione della propria sessualità. Indimenticabile la sequenza nel Food Mart sulle note di My Sharona dei The Knack o quella finale accompagnata da All I Want Is You degli U2. Un cult intramontabile da vedere se hai amato Singles - L'amore è un gioco (1992) e St. Elmo's Fire (1985).

    9. Gattaca - La porta dell’universo (1997)

    Quello di Andrew Niccol è uno di quei film che, a distanza di quasi 30 anni dall'uscita, continua ad essere di una modernità sfacciata. Ambientato nel futuro, Gattaca - La porta dell’universo parla di un mondo in cui il destino sociale è determinato dal DNA. Ethan Hawke è Vincent Freeman, un uomo nato naturalmente e per un problema al cuore considerato "non valido". Ossessionato dal sogni di diventare astronauta, l'uomo assume l'identità di un individuo geneticamente superiore per viaggiare nello spazio e lavorare a Gattaca, l’ente aerospaziale responsabile delle missioni interplanetarie. Affiancato da Uma Thurman e Jude Law, l'attore dà vita a un personaggio dalla determinazione ferrea.

    Un uomo dalle emozioni trattenute, braccato dalla paura di essere scoperto, malinconico e che sfida il sistema per andare oltre i limiti imposti dalla biologia e da una società classista. Un film di fantascienza dalle sfumature biopunk sull'autoaffermazione che si domanda qual sia il limite oltre il quale la scienza non dovrebbe andare e per questo estremamente attuale. Ma, oltre alle tematiche affrontate nei suoi 106 minuti, la pellicola è anche un visione affascinante per il mondo retro futurista immaginato da Niccol. Un mondo sospeso nel tempo dove le architetture di Frank Lloyd Wright e Antoine Predock e la fotografia lunare di Sławomir Idziak amplificano l'atmosfera ammaliante del film. Da scoprire se ti sono piaciuti Equilibrium (2002) e Minority Report (2002).

    8. The Lowdown (2025)

    7. Arrivata in Italia gli ultimi giorni del 2025 – e già rinnovata per una seconda stagione -, The Lowdown è un piccolo gioiello di scrittura e interpretazioni creato da Sterlin Harjo. Un'opera originale che guarda alla provincia americana con la lente del neo noir e una dose massiccia dell'umorismo di chi non si prende troppo sul serio. Ethan Hawke è Lee Raybon, un libraio perennemente in bolletta e storico di Tulsa che si ritrova a indagare sulla morte sospetta di un membro di una potente famiglia locale. Otto episodi da circa un'ora ambientati nello stesso universo narrativo di Reservation Dogs (2021) che avrebbero fatto felice Hunter S. Thompson tanto è “gonzo” il suo protagonista.

    Perennemente stropicciato, testardo, disordinato e pieno di lividi dei colpi che gli ha inferto il destino, il protagonista (ispirato a Lee Roy Chapman) è irresistibile. Merito di una grande interpretazione in cui traspare tutto il divertimento di un fuoriclasse che conosce il mestiere come Ethan Hawke. Il suo è un uomo stanco, ma mai sconfitto con a cuore la verità. Non a caso la serie, dietro la sua facciata scanzonata, è anche una denuncia del trattamento dei nativi americani e di una politica corrotta. Da non perdere se hai apprezzato Bodkin (2024) e Dark Winds (2022).

    7. Training Day (2001)

    Per il ruolo di Jake Hoyt, recluta idealista della polizia di Los Angeles al suo primo giorno di addestramento, Ethan Hawke ha ottenuto una meritata nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista. Ambientato nell'arco di 24 ore, il film vede l'attore affiancato da un gigantesco Denzel Washington nei panni del corrotto sergente Alonzo Harris.

    Insieme i due danno vita a un duetto attoriale indimenticabile interpretando due poli opposti che si scontrano tra i quartieri più malfamati di L.A. nell'arco di due ore di grande cinema. Un thriller poliziesco alimentato da un'adrenalina e tensione incessanti dove l'ambiguità morale si scontra con l'integrità di chi crede in ciò che rappresenta. Se credi che The Departed – Il bene e il male (2006) sia tra i migliori polizieschi degli ultimi 20 anni, Training Day non ti deluderà.

    6. Onora il padre e la madre (2007)

    Per il suo ultimo film, Sidney Lumet ha chiamato alcuni dei più grandi attori in circolazione: Albert Finney, Philip Seymour Hoffman ed Ethan Hawke. Un noir thriller travestito da dramma familiare in cui due fratelli in gravi difficoltà finanziarie pianificano una rapina ai danni della gioielleria dei genitori. Ma, quando il colpo finisce in tragedia, si scatena una spirale di colpa e violenza che li trascina a picco. Un film di grandi interpretazioni in cui Hawke offre una prova inedita fatta di disperazione e debolezza.

    Il suo Hank è un uomo più che mediocre, un fallito che ha passato la vita nell'ombra del carisma del fratello. Il risultato è un personaggio tragico e profondamente infelice per una delle prove più cupe della carriera dell'attore che non fa nulla per arruffianarsi il favore del pubblico. Un film anticipatore con cui Lumet, in 117 minuti, cristallizza la complessità dell'animo umano e la mancanza di morale della nostra società. Imperdibile se hai amato Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975).

    5. First Reformed - La creazione a rischio (2017)

    Primo capitolo della cosiddetta trilogia della redenzione di Paul Schrader – seguita da Il collezionista di carte (2021) e Il maestro giardiniere (2022) – First Reformed – La creazione a rischio è una rielaborazione di tematiche care al regista di Taxi Driver (1976). Al centro del racconto lungo quasi due ore un pastore protestante (Hawke) di una piccola comunità tormentato dal lutto e da una crisi di fede.

    A far precipitare il suo già fragile equilibrio psicologico l'incontro con un attivista ambientale radicale e sua moglie incinta. Un altro uomo solo, straziato da un conflitto interiore e alla ricerca della verità. Qui l'attore costruisce un personaggio tutto giocato sui silenzi e il controllo rigoroso delle emozioni che riescono a trasparire solo attraverso lo sguardo e i gesti. Una prova sottile quanto potente attraverso la quale il regista mette in scena una società in crisi e sul punto di esplodere (letteralmente).

    4. Blue Moon (2025)

    L'ultima collaborazione, in ordine di tempo, tra Ethan Hawke e Richard Linklater. L'attore interpreta il paroliere Lorenz Hart durante la serata d'apertura del musical Oklahoma! dell'amico e collaboratore di lunga data Richard Rodgers. Un momento che sintetizza il declino personale e artistico dell'uomo. Quella di Blue Moon è un'interpretazione simile a delle montagne russe emotive. L'interro film, girato tutto all'interno di un locale, ha il sapore dell'opera teatrale. Un ruolo verboso in cui traspare tutta la solitudine di un uomo vittima dell'alcolismo e dell'ossessione per un passato ormai andato.

    Impressionante il lavoro fatto da Hawke su voce e postura per avvicinarsi il più possibile al vero Hart, diviso tra momenti di profondo sconforto ed altri di esaltante euforia. Una pellicola elegante, lievemente ironica, commovente e attraversata da una vena di malinconia nei suoi 110 minuti. Una riflessione sulla fama e le sue insidie che rende omaggio a quel sentimento complicato che è l'amicizia. Se hai amato A proposito di Davis (2013), non puoi perderti questo film.

    3. Born to Be Blue (2015)

    In Born to Be Blue Ethan Hawke scompare per regalarci un'interpretazione di Chet Baker che va oltre l'imitazione. L'attore ha studiato a lungo per imparare a maneggiare la tromba e cantare come il jazzista, cercando di affrancarsi da una prova bidimensionale. Ambientato nel 1966, il film si concentra sul tentativo di ritorno sulle scene del musicista dopo che una brutale aggressione ha messo a rischio la sua carriera. Ideale prosecuzione iniziata da Robert Brudeau con il corto del 2009, The Deaths of Chet Baker, in cui il regista immaginava gli ultimi attimi di vita del jazzista, Born to Be Blue si lascia andare a licenze narrative che hanno fatto storcere il naso a molti ammiratori del musicista.

    Ma è innegabile come la prova di Ethan Hawke sia sbalorditiva nella capacità di catturare il tormento e lo struggimento di un uomo dipendente dall'eroina così come dalla musica. Poco più di un'ora e 30 minuti in cui vengono a galla l'amore per Jane Azuka, la rivalità con Miles Davis e Dizzy Gillespie, l'autolesionismo, il rapporto complesso con il padre e quello viscerale con la sua tromba. Meravigliosa la sequenza in cui intona con un filo di voce My Funny Valentine. Da vedere se ti sei emozionato guardando Bird (1988).

    2. Boyhood (2014)

    Dodici anni. È l'arco di tempo in cui Richard Linklater ha realizzato Boyhood. Un esperimento cinematografico indipendente in cui il regista ha seguito la crescita del suo piccolo protagonista Mason dall'infanzia all'età adulta, osservando i cambiamenti della sua famiglia e del mondo che lo circonda, tra rivoluzioni tecnologiche e cambiamenti politici. Ethan Hawke interpreta il padre del protagonista. Una figura che, come tutti gli altri personaggi, cambia sotto i nostri occhi. Non solo fisicamente, ma anche umanamente.

    Ed è questa una delle grandi bellezze del film. Il fatto di mettere in scena uomini e donne imperfetti, che non rappresentano ideali ma individui che ogni giorno falliscono, imparano, migliorano. Una riflessione sul tempo, i ricordi e l'infanzia lunga due ore e 45 minuti. Se hai amato The Fabelmans (2022), non resterai deluso da Boyhood.

    1. La trilogia di "Before" (1995-2013)

    Similmente a Boyhood, la trilogia di Before – Prima dell'alba (1995), Before Sunset - Prima del tramonto (2004), Prima di mezzanotte (2013) - ha coinvolto Ethan Hawke e Julie Delpy per circa 20 anni. Lo ha fatto attraverso la storia d'amore tra Jesse e Celine iniziata su un treno per Vienna e proseguita tra Parigi e la Grecia. Da ragazzi ad adulti, Richard Linklater li fotografa in momenti precisi delle loro vite, immortalando la loro relazione e la loro evoluzione come individui. Un'opera romantica quanto realista che mostra come i sogni giovanili si scontrino con la complessità dell'età adulta.

    Un'esplorazione sincera, emozionante, feroce e complessa dell'amore. La chimica tra Hawke e Delpy, co- sceneggiatori degli ultimi due capitoli insieme a Linklater, è tangibile e i lunghi piani sequenza che accompagnano i dialoghi dei loro personaggi sono intrisi di calore e verismo. Tre pellicole che, tra 80 e 100 minuti, hanno saputo catturare le varie sfaccettature di un sentimento così universale da riuscire ad abbracciare un pubblico ampissimo. Se ti sei emozionato guardando Past Lives (2023), devi recuperare questa trilogia.

  • Pomeriggio su Italia 1: i 10 migliori cartoni e serie TV della nostra infanzia (Millennial)

    Pomeriggio su Italia 1: i 10 migliori cartoni e serie TV della nostra infanzia (Millennial)

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Per una generazione intera, il vero after-school non era l'oratorio o il campetto, ma il divano davanti a Italia 1. Bastava sentire il jingle di Bim Bum Bam, vedere quel logo in basso a destra e il pomeriggio era andato. 

    Compiti buttati sul tavolo, zaino abbandonato per terra, merendina ipercalorica e ultra-zuccherata in mano e via: tre ore buone di cartoni e serie che non erano solo intrattenimento, ma un linguaggio condiviso, un rito collettivo che ancora oggi scatena fiumi di nostalgia.

    Questa lista guarda ai pomeriggi dei Millennial, senza pretese di oggettività ma con la consapevolezza che questi dieci titoli hanno segnato davvero qualcosa. Sportivi invincibili, studentesse che salvano il mondo, sfere capaci di realizzare ogni desiderio e una famiglia gialla che ancora oggi ci spiega l'America meglio di qualsiasi telegiornale. Preparate i fazzoletti, con questi rewatch si fa un viaggio nel tempo, buona nostalgia!

    Lupin III (1971 - 1972)

    Cartone forse più “di nicchia” rispetto agli altri titoli inclusi in questa lista, Lupin III era probabilmente il cartone più “adulto” tra quelli trasmessi all’epoca dal Biscione. Il ladro gentiluomo Lupin, il cecchino infallibile Jigen, il samurai senza macchia Goemon, la femme fatale Fujiko e, ovviamente, l’ispettore Zenigata (chi non ha almeno una volta fatto il tifo per lui?). Italia 1 lo ha proposto in mille cicli e riedizioni, spesso censurando qua e là, ma mantenendo intatta l’ambiguità dei suoi personaggi, sospesi tra il bene e il male, ma sempre amatissimi. Per tanti Millennial questo cartone è stato il primo contatto con il noir comico, e Lupin resta ancora oggi una delle porte d'ingresso più eleganti al cinema d'autore giapponese. 

    Lady Oscar (1979 - 1980)

    Questo cartone è una gemma da molti ingiustamente dimenticato, ma i Millennials più “datati” non possono non ricordarlo. "Un'adolescente che si traveste da ragazzo per diventare ufficiale delle guardie reali e proteggere Maria Antonietta": se questa premessa vi sembra uscita da una serie Netflix del 2024, è perché Lady Oscar (del 1979: sì, avete letto bene) ha anticipato di decenni tutto quello che oggi chiamiamo gender-bending ed empowerment femminile. Arrivato su Italia 1 nel 1982, l'anime di Riyoko Ikeda mescolava lo sfarzo della corte di Versailles, storie d'amore proibite e Rivoluzione Francese, tra duelli all'alba, balli in maschera e una protagonista che sceglie la spada invece del matrimonio combinato, con tanto di triangolo “amoroso” tra Oscar, André e Fersen. Trovate una trama più completa se ce la fate. Rivederla oggi significa scoprire quanto fosse avanti: il cross-dressing (assurdità per l’epoca) qui non è mai trattato come scherzo, anzi, una delle prime vere critiche feroci, ma attraverso un anime. La scena finale, poi, è puro cinema. 

    Holly e Benji – Due fuoriclasse (1983 - 1986)

    Prima di Fifa e dei videogame, prima della chat del fantacalcio, il pallone correva su campi lunghi chilometri, tra rovesciate antigravitazionali e traiettorie contro ogni legge della fisica. Holly e Benji, arrivato in Italia nel 1986, è la definizione stessa di sport anime per i Millennial, tra partite che potevano durare anche due o tre episodi mentre nel frattempo succedeva di tutto, tra flashback improvvisi dei giocatori in campo e una tensione emotiva che trasforma ogni tiro in questione di vita o morte. Tutto era esagerato, tornei scolastici con livelli di competitività mostruosi, tiri da metà campo che trapassavano la rete, la solita dose di acrobazie improbabili, tutto perfetto. Un'intera generazione ricorda le tattiche del Muppet e del New Team meglio delle tabelline, e ogni campo di provincia ha avuto almeno un ragazzino convinto di poter spaccare la traversa con un tiro della tigre. Se vi chiedete perché i Millennial vivono lo sport come una questione esistenziale e non solo come risultato, è anche colpa di Holly e Benji.

    Mila e Shiro – Due cuori nella pallavolo (1984 - 1985)

    Prima di Haiku!!, la pallavolo animata aveva due nomi: Mila e Shiro. Arrivata nel 1986, la serie mescolava sport, melodramma e una quantità di allenamenti impossibili che hanno spopolato nell'immaginario dei cortili scolastici, tra schiacciate a ciclone e palleggi fatti in ginocchio sotto la pioggia. Come per Holly e Benji, anche qui lo sport è spettacolarizzato all’estremo, anche se rispetto al suo corrispettivo calcistico, questo titolo dava ampio spazio anche alle dinamiche fuori dal campo, tra amicizie, le prime cotte e (ovviamente) grandi storie d’amore. Ma non solo, Mila e Shiro ha anche aperto la porta a una rappresentazione più complessa delle atlete, anticipando discorsi su ambizione femminile e pressione sociale che solo oggi si vedono in serie live action.

    Dragon Ball / Dragon Ball Z

    Se c'è un'immagine che riassume perfettamente i pomeriggi infiniti trascorsi su Italia 1, è Goku bambino sulla Nuvola Speedy alla ricerca delle sfere del drago, subito seguita da Goku (adulto) che grida arrabbiato nero per tre episodi, prima di lanciare una gigantesca Onda Energetica contro il cattivo di turno. Arrivato in Italia sul finire degli anni Ottanta, ma esploso davvero con la versione Z (1989 - 1996), negli anni ‘90 Dragon Ball (1986 - 1989) ha cambiato l'idea stessa di cartone animato: non più episodi autoconclusivi da venti minuti, ma una saga infinita di allenamenti, tornei, morti e resurrezioni che ti obbligavano a seguirlo ogni santo giorno. La posta in gioco sale da "salvare l'amico" a "salvare l'universo" con una naturalezza disarmante, e anche i personaggi secondari hanno archi narrativi come fossero protagonisti. Litigi con i compagni di classe su chi fosse il più forte, i primi manga circolati sotto i banchi, senza Goku, Vegeta e la saga dei Super Saiyan probabilmente l'idea stessa di anime pomeridiano su Italia 1 non sarebbe mai esistita. Se volete capire perché una generazione intera conosce a memoria tecniche di combattimento impossibili, ricominciate da qui.

    I Simpson (1989 - in corso)

    Fare una lista sul pomeriggio di Italia 1 senza citare I Simpson sarebbe quasi una blasfemia. La famiglia di Springfield ha fatto da ponte tra l'infanzia e l'adolescenza di moltissimi Millennial, con repliche infinite nella fascia preserale e cicli pomeridiani che trasformavano battute e gag in citazioni infinite da scambiarsi tra i banchi di scuola. Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie sono stati per molti il primo contatto con una satira feroce sulla società americana, sul consumismo, sulla politica e il ruolo dei media, servita però in forma di cartoon “anarchico” ma realizzato con disegni quasi “infantili”, tanto bastava per passare il filtro dei genitori. Vista con gli occhi di oggi, questa serie animata fu una vera e propria rivoluzione per la televisione dell’epoca, il primo cartone veramente dissacrante a raggiungere il successo planetario, apripista a titoli come  Beavis and Butt-Head (1993), South Park (1997), ovviamente Futurama o I Griffin (entrambi usciti nel 1999 e pilastri della programmazione Mediaset), fino ai più recenti Rick & Morty (2013) e BoJack Horseman (2014).

    Sailor Moon (1992 - 1993)

    Quando si parla di cartoni che hanno davvero ridefinito cosa potevano essere le eroine in TV, Sailor Moon è il nome che torna sempre. Trasformare una studentessa pasticciona e piagnucolona in una guerriera dell'amore e della giustizia con un bastone luccicante non era solo estetica kawaii: era dire a un'intera generazione di bambine (e bambini, anche se spesso non lo ammettevano) che si poteva essere fragili, innamorate perse, golosissime ma comunque salvare il mondo. La serie mescola romance, combattimenti magici e una mitologia sorprendentemente complessa, con temi come reincarnazione, destino e sacrificio raccontati in modo accessibile ma mai superficiale. Oggi è un rewatch quasi inevitabile se volete capire da dove arrivano tante dinamiche dei magical girl moderni e perché ancora adesso "per il potere del Cristallo d'Argento" scatena un clic immediato nei neuroni dei più nostalgici.

    Buffy l'ammazzavampiri (1997 - 2003)

    Buffy l'ammazzavampiri  è piombata su Italia 1 con l’arrivo del nuovo millennio, senza fare prigionieri e stravolgendo tutto quello che pensavamo potesse essere un pomeriggio davanti alla TV. Buffy Summers è una cheerleader prescelta per ammazzare vampiri, demoni e tutto ciò che di oscuro potesse passare per Sunnydale, cittadina californiana costruita sopra la Bocca dell'Inferno (e già questo la diceva lunga). Al suo fianco Willow, Xander, Giles e (soprattutto) Spike, il vampiro cattivo-ma-sexy per uno dei riscatti più belli della TV a stelle e strisce. Una serie che mischiava horror, trame da rom com, empowerment femminile, action, senza mai una sbavatura, appassionando sempre ad ogni episodio. Ogni stagione alzava il tiro: si passava dai vampiri classici alle divinità aliene, dai demoni medievali agli esperimenti militari, costruendo un mondo che cresceva in complessità ma senza mai perdere il nucleo centrale. Se volete ritrovare la serie più completa e invecchiata meglio tra quelle del pomeriggio di Italia 1, Buffy è quella che fa per voi.

    Pokémon (1997 - in corso)

    Se c'è un momento preciso in cui i pomeriggi su Italia 1 sono diventati un fenomeno di massa, è il 10 gennaio 2000, quando è partito "Pikachu, scelgo te!". Da quel giorno, Ash Ketchum di Biancavilla (sì, nel doppiaggio italiano veniva proprio da lì), il suo inseparabile compagno elettrico e quella sigla con "Pokémon, gotta catch 'em all!" sono diventati un'ossessione totale. Cartoni tutti i giorni, Game Boy Color sempre in tasca, carte scambiate in cortile, zaini, astucci, marchandise di ogni tipo, Pokémon era ovunque e tutti ne parlavano. Ogni puntata era un’avventura, un viaggio infinito tra creature magiche da catturare e l'obiettivo del giovane protagonista di diventare "il migliore in assoluto". Rivederlo oggi significa davvero fare un salto indietro nel tempo e riscoprire l’anime che più di ogni altro ha impattato la cultura occidentale, trasformandosi in un fenomeno di massa come non c’era mai stato prima.

    Dawson's Creek (1998 - 2003)

    Certo, c’era già stato Beverly Hills 90210 (1990), ma per i Millennials il genere “teen drama” significa un titolo sopra tutti gli altri, Dawson's Creek. Dawson che sogna di diventare Spielberg, Joey divisa tra il migliore amico di sempre e Pacey, Andie che porta sulle spalle i demoni della sua famiglia e Jack che fa coming out diventando il primo personaggio gay davvero protagonista in una serie americana, rispetto ai titoli che l’avevano preceduta questa serie viaggiava su altri livelli. I dialoghi densissimi, quasi troppo per dei sedicenni, e una colonna sonora che ancora oggi “la indovino con una” (cit.). Dawson's Creek è stata la prima serie teen a parlare veramente di adolescenza e delle sue contraddizioni, capostipite per serie al primo posto nei re-watch guilty pleasure dei Millennials come The O.C. (2003) o Gossip Girl (2007).

  • HBO Max in Italia: ecco i film e le serie imperdibili già disponibili sulla piattaforma

    HBO Max in Italia: ecco i film e le serie imperdibili già disponibili sulla piattaforma

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Il panorama dello streaming italiano ha un nuovo attore. Parliamo di HBO Max, la piattaforma del gruppo Warner Bros. Discovery, disponibile nel nostro paese dalla scorsa settimana. Forte della sua presenza in oltre cento paesi, il suo arrivo promette di riscrivere l’intrattenimento sul piccolo schermo. 

    Basti pensare che necessariamente alcuni titoli spariranno dall’offerta dei competitor, per esempio Sky e NOW, che non potranno più lanciare le produzioni inedite targate HBO, oltre alle serie storiche, che gradualmente saranno esclusiva della nuova piattaforma, come Sex and the City (1998), I Soprano (1999), Six Feet Under (2001) e Il Trono di Spade (2011), di cui è da poco disponibile lo spin-off, A Knight of the Seven Kingdoms (2026). Il discorso si fa analogo per il cinema, con Dune (2021), The Batman (2022) e l’intera saga di Harry Potter. Nell’attesa della terza stagione di Euphoria (2019), del debutto di Heated Rivalry (2026), incentrata sulla storia d’amore tra due rivali di hockey sul ghiaccio, della serie tratta dai libri di Harry Potter, ma soprattutto di produzioni originali italiane, come Portobello (2026) di Marco Bellocchio sulla tragica vicenda di Enzo Tortora, e di film internazionali come I Peccatori (2025) di Ryan Coogler, Weapons (2025) di Zach Cregger, Norimberga (2025) di James Vanderbilt e Warfare (2025) di Alex Gardland, è già possibile l’accesso a un catalogo ricchissimo. Ma quali sono i titoli indispensabili pronti alla fruizione una volta sottoscritto l’abbonamento? Scopriamone qualcuno. 

    Una battaglia dopo l’altra (2025)

    Ne avete sentito parlare moltissimo, ma ancora non l’avete visto? Da oggi non avrete più scuse per rimandare la visione di Una battaglia dopo l’altra (2025). Acclamata dal pubblico e dalla critica, l’ultima opera di Paul Thomas Anderson è un film d’autore dal sapore commerciale, capace di rivolgersi a un’ampia fetta di spettatori, grazie al sapiente mix tra azione, dramma, thriller e commedia, che segue un gruppo di ex rivoluzionari, che si riunisce dopo sedici anni per salvare la figlia di uno di loro dal ritorno di un vecchio nemico. Tra i titoli più interessanti arrivati in sala lo scorso anno, si distingue per le interpretazioni eccezionali, da uno spaesato Leonardo DiCaprio a un cattivissimo Sean Penn, e per sequenze memorabili, come l’inseguimento in auto sul finale. Il risultato è una pellicola mastodontica, due ore e quaranta minuti, che rende quasi obbligatoria l’iscrizione a HBO Max per essere recuperata e che riesce a offrire qualcosa di piacevolmente sorprendente, come non si vedeva da tempo.

    Superman (2025)

    Il “Superman” di James Gunn. Nell’attesa del sequel Man of Tomorrow (2027), le cui riprese cominceranno nei prossimi mesi,è il momento di godersi in streaming il primo film targato DC Studios. Nel nuovo reboot cinematografico dedicato all’Uomo d’Acciaio, Superman (David Corenswet) si ritrova alle prese con una crisi internazionale, con le sue azioni che vengono messe in discussione dal governo, mentre il miliardario Lex Luthor (Nicholas Hoult) cerca di trarre vantaggio dalla situazione per eliminarlo una volta per tutte. Non nasconde dei riferimenti all’attualità Superman (2025), pellicola che intreccia divertimento, azione e sentimenti, per un approccio volutamente più “politico” secondo Gunn, incaricato di rilanciare l’universo cinematografico DC, strizzando l’occhio a una riscrittura dello stesso genere del cinecomic.

    The Pitt (2025)

    Medical drama, The Pitt (2025) è la serie rivelazione dello scorso anno. L’acclamato serial ospedaliero, in cui ogni episodio copre circa un’ora di turno di quindici ore di un fittizio pronto soccorso di Pittsburgh, offre un racconto adrenalinico, intenso, ma soprattutto realistico per esplorare le sfide che gli operatori sanitari sono costretti ad affrontare nell’America di oggi. Protagonista Noah Wyle, lo storico dottor Carter di E.R. – Medici in prima linea (1994), stavolta nei panni di un altro medico, Michael “Robby” Robinavitch, che sconta i drammatici effetti della pandemia, espediente che mette a nudo il personale ospedaliero: non eroi infallibili, ma esseri umani alle prese con le loro fragilità. Disponibile in esclusiva anche la seconda stagione, la serie creata da R. Scott Gemmill, da poco ufficialmente rinnovata per un sequel, è consigliata per chi è alla ricerca di storie capaci di guardare oltre il caso medico specifico, allargando l’orizzonte soprattutto a chi ogni giorno lotta in condizioni estenuanti per salvare vite umane.

    Industry (2020)

    Fino a oggi inedita in Italia, Industry (2020) è una serie che offre uno spaccato sui giovani che intraprendono una carriera nel mondo dell’alta finanza. Tre stagioni complete, più una quarta appena iniziata, con episodi ambientati nella filiale londinese di una prestigiosa banca d’investimento, che nonostante i dialoghi ricchi di iper-tecnicismi di settore, dunque non di immediata comprensione, sanno essere comunque affascinanti e coinvolgenti. Uno sguardo dal basso che pian piano si ampia, con la sceneggiatura che pesca inevitabilmente dall’attualità, che da ritratto di una generazione diventa thriller finanziario, che potrebbe ricordare Diavoli (2020). Tra orari disumani, abuso di sostanze come unica strategia di sopravvivenza, il costo umano del successo e una persistente disparità di genere, è una serie che si colloca a metà strada tra Succession (2018) ed Euphoria (2019), che non fa sconti nel mettere a nudo le storture e i lati oscure del settore.

    Succession (2018)

    Un gioco al massacro tra consanguinei per rispondere alla seguente domanda: chi sarà il successore di Logan Roy alla guida del suo impero del mondo dei media? Creata da Jesse Armstrong, Succession (2018) è un lungo viaggio fatto di intrighi, colpi di scena, grottesco ma crudelmente realistico, che distrugge quell’idea di amore, rispetto e solidarietà alla base della famiglia. Quattro stagioni, 39 episodi dalla durata di circa un’ora, con personaggi orribili e magistralmente interpretati da attori come Jeremy Strong, Brian Cox, Kieran Culkin, Sarah Snook e Alan Ruck, per una serie da annoverare tra le migliori degli ultimi anni in termini di qualità, in cui ogni tassello produttivo è stato curato al meglio, dalla scrittura alla messa in scena.

    Euphoria (2019)

    Euphoria (2019) esplora le vite di un gruppo di liceali. Adolescenti dalle esistenze tormentate, alla ricerca della propria identità, esplorando un mondo di eccessi, tra droga, alcol, social media, violenza. Ci sono anche gli amori e le amicizie, senza tralasciare gli impatti dei traumi su essi. Ma la serie creata da Sam Levinson ha il merito di aver ricodificato il genere del teen drama, rappresentando esplicitamente il lato oscuro di una generazione. Non si sottrae nel ricorrere a un linguaggio crudo, profondamente realista, evitando ogni forma di retorica, perché chi l’ha scritta ha sperimentato in prima persona la maggior parte dei problemi raccontati, come la dipendenza da sostanze stupefacenti. Considerata come trampolino di lancio per molti giovani attori e attrici del momento, da Zendaya a Jacob Elordi, passando per Sydney Sweeney e Hunter Schafer, ha il merito di parlare anche agli adulti, non solo ai giovani. Due stagioni, una terza attesissima in arrivo ad aprile, e un paio di episodi speciali per uno dei titoli più seguiti e dibattuti di sempre in casa HBO.

    The White Lotus (2021)

    Tra le serie antologiche più interessanti degli ultimi anni, The White Lotus (2021) è un'altra gemma di casa HBO. Tre stagioni, una quarta stagione in fase di preparazione, che portano la firma di Mike White, ognuna delle quali segue un gruppo di ospiti facoltosi in vacanza in un resort di lusso, che prende il nome dalla serie. Cambiano personaggi e luoghi, in ordine Hawaii, Sicilia e Thailandia, ma le tensioni, le dinamiche e gli intrighi restano sempre gli stessi, e soprattutto non manca mai un omicidio. Spesso definito come una satira sociale capace di mettere alla berlina i ricchi, o più precisamente alcuni loro atteggiamenti, è un titolo pluripremiato che ha raggiunto lo status di cult, al punto di influenzare persino il settore turistico: un fenomeno ormai noto come “effetto White Lotus”.

    The Wire (2002)

    Un poliziesco con i fiocchi. Ambientata a Baltimora, The Wire (2002) segue una squadra di poliziotti che deve sgominare una banda di criminali dietro al dilagante traffico di droga. Cinque stagioni per una grande epopea americana, ognuna che approfondisce un tema specifico che affligge la città americana, dalla politica all’editoria, pur essendo strettamente collegate tra loro. Creata da David Simon, è una serie profondamente realistica di sessanta episodi, che compongono un vero e proprio romanzo capace di approfondire i personaggi, rovesciando la manichea contrapposizione tra buoni e cattivi. Forse è proprio un’autentica messa in scena della cosiddetta zona grigia il punto di forza di un racconto televisivo, ancora oggi punto di riferimento per tanti aspiranti sceneggiatori, da riscoprire a tutti i costi.

    I Soprano (1999)

    Considerata come una delle opere più importanti della storia della TV, I Soprano (1999) ha infatti influenzato la serialità, come oggi la conosciamo. Andata in onda tra il 1999 e il 2007, segue Tony Soprano (James Gandolfini), un boss mafioso italoamericano del New Jersey alle prese, oltre che con la gestione del crimine organizzato, con i suoi problemi psicologici e familiari. La storia è infatti raccontata con una prospettiva originale, ovvero con lunghe sedute di psicoterapia, che ha consentito un ritratto a 360 gradi dei personaggi – e non solo del protagonista. 87 riconoscimenti, tra cui 5 Golden Globe e 21 Emmy, la serie ideata da David Chase resta tra le più premiate di sempre, ed è ancora oggi un punto di riferimento in termini di scrittura, anche se eguagliarla risulta impossibile. Ottima occasione per rivederla, o persino recuperarla per chi non l’avesse vista.

  • Il cast principale del live-action "Rapunzel": dove abbiamo già visto Teagan Croft e Milo Manheim?

    Il cast principale del live-action "Rapunzel": dove abbiamo già visto Teagan Croft e Milo Manheim?

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    È dal 2020 che si vocifera di un possibile live-action di Rapunzel. All'alba del 2026 quella voce sta prendendo forma trasformandosi sempre di più in un progetto concreto pronto a vedere la luce. 

    Un adattamento della fiaba dei fratelli Grimm, Raperonzolo, già trasposta sul grande schermo nel 50° classico d'animazione Disney, Rapunzel – L'intreccio della torre (2010). Una pellicola che ha rischiato di non entrare in produzione a causa del fiasco al botteghino di Biancaneve (2025).

    Il titolo che sembrava aver messo la parola fine ai live-action targati Disney, ad eccezione di Oceania (2026) che vedremo nei cinema ad agosto. Ma qualcosa si è mosso (finalmente)e il merito è da attribuire anche al successo al box office di Lilo e Stitch (2025). Alla regia un talento visionario come quello di Michael Gracey, già dietro la macchina da presa di The Greatest Showman (2017) e Better Man - La storia di Robbie Williams (2024), mentre la sceneggiatura è firmata da Jennifer Kaytin Robinson (So cosa hai fatto, 2025).

    Anche se la notizia più succosa è relativa al cast. Dopo le indiscrezioni che volevano Sabrina Carpenter e Dove Cameron in lizza per il ruolo di Rapunzel e Charlie Gillespie per quello di Flynn Rider, è notizia recente che a vestire i panni dei protagonisti saranno Teagan Croft e Milo Manheim. Due nomi non molto conosciuti dal grande pubblico, ma con un importante seguito teen e social. Una scelta che, al di là delle obiettive capacità recitative e canore, segna già il target di pubblico.

    JustWatch ha realizzato una panoramica per scoprirne di più sulla loro carriera.

    Teagan Croft (Rapunzel)

    Australiana, classe 2004, Teagan Croft sarà la protagonista del live-action di Rapunzel nei panni della principessa dai lunghi capelli biondi rinchiusa per mano di Madre Gothel in un'altissima torre, da cui sogna di fuggire. Il suo debutto come attrice è precocissimo. A soli 9 anni era già sul palcoscenico per interpretare Scout Finch in un adattamento teatrale de Il buio oltre la siepe (1962). Un ruolo che le permette di essere notata e ottenere una parte nel film di fantascienza Oridise - Il 9° pianeta (2016). Lo stesso anno entra nel cast di una delle più popolari e longeve soap opera australiane, Home and Away (1988), la stessa che ha lanciato le carriere di Heath Ledger, Naomi Watts, Guy Pearce e Chris Hemsworth.

    Figlia d'arte della regista Rebecca McNamee, nel 2022 recita in due dei suoi corti – Bella and Bernie e Woman of a Certain Sage – prima di entrare nel cast di Titans (2018). La serie ispirata ai supereroi della DC Comics in cui interpreta Raven, personaggio metà umano e metà demone. Un ruolo che l'ha fatta conoscere a livello internazionale e che ha ricoperto fino alla conclusione dello show nel 2023. L'ultimo ruolo che l'ha vista protagonista è quello di Jessica Watson in True Spirit (2023), film sulla storia vera della giovane velista australiana che, a soli 16 anni, decise di intraprendere un viaggio intorno al mondo in solitaria.

    Milo Manheim (Flynn)

    Anche Milo Manheim è un figlio d'arte. Sula madre è l'attrice Camryn Manheim (The Practice - Professione avvocati, 1997) con la quale ha lavorato in un episodio di Ghost Whisperer – Presenze (2005). Milo, inoltre, è una vecchia conoscenza del mondo di Disney Channel grazie al ruolo di Zed, uno zombie che desidera entrare a far parte della scuola di football, nella quadrilogia musicale Zombies (2018-2025). Oltre al successo televisivo, ha dimostrato il suo talento versatile classificandosi secondo nella 27ª stagione di Dancing with the Stars e recitando in oltre 20 musical con la Liza Monjauze Productions.

    Nel 2023 è uno dei protagonisti della commedia sentimentale Prom Pact, del musical Viaggio a Betlemme in cui interpreta Giuseppe e in cui recita al fianco di Fiona Palomo in quelli di Maria e Antonio Banderas in quelli di Erode. Sempre nello stesso anno ottiene una parte in Thanksgiving: La morte ti ringrazierà, horror thriller diretto da Eli Roth tratto dall'omonimo fake trailer realizzato per Grindhouse: Planet Horror (2007), e School Spirits, teen drama fantasy con protagonista Peyton List. Molto attivo anche a teatro, nel 2025 ha recitato in American Idiot, nel revival Off-Broadway de La piccola bottega degli orrori nei panni e in Jesus Christ Superstar.

  • L'Odissea di Christopher Nolan: dove abbiamo già visto il cast stellare

    L'Odissea di Christopher Nolan: dove abbiamo già visto il cast stellare

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Quando Christopher Nolan decide di raccontare l'Odissea, non si limita a rileggere Omero. Chiama Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Robert Pattinson, Charlize Theron e una lista di nomi che sembra più il manifesto di un decennio di cinema che il cast di un singolo film. 

    L'Odissea, in uscita il 16 luglio 2026, non è solo uno degli eventi cinematografici più attesi dell'anno, è anche una reunion di volti che avete già incrociato ovunque, da Marte ai bassifondi di Gotham, dalle dune di Arrakis ai campi da tennis, passando per guerre mondiali, bombe atomiche e mostri gotici. 

    Collaboratori storici del regista britannico che tornano per la terza volta sul suo set, accanto a nuove star che portano con sé curriculum capaci di spaziare dal cinecomic d'autore all'horror estremo. Sapere dove li abbiamo già visti, in che ruoli si sono formati, quali registi li hanno plasmati, aiuta a capire cosa Nolan stia davvero cercando di costruire. Perché scegliere proprio questi attori per raccontare un'epopea vecchia tremila anni? Qui sotto trovate le risposte, film per film, ruolo per ruolo, per capire cosa portano con sé prima ancora di affrontare ciclopi, sirene e dèi capricciosi (sullo schermo IMAX).

    Matt Damon (Odisseo)

    Nel ruolo di Odisseo c'è Matt Damon. Molti spettatori lo associano immediatamente a Jason Bourne, la spia tormentata dall'amnesia che ha ridefinito il thriller action nei primi anni Duemila, o al soldato ritratto da Spielberg in Salvate il soldato Ryan (1998). Ma la sua carriera è molto più stratificata di così. Ha alternato blockbuster sci-fi come The Martian (2015), dove interpreta un botanico abbandonato su Marte che deve arrangiarsi con patate e scotch, a drammi sportivi come Le Mans '66 (2019), fino ad arrivare a Oppenheimer (2023), dove vestiva i panni del generale Leslie Groves accanto a un Cillian Murphy da standing ovation. Non è la prima volta, inoltre, che collabora con Nolan: in Interstellar (2014) aveva un cameo chiave che spiazzò molti spettatori. Il suo curriculum salta da film d'autore come Will Hunting, Genio ribelle (1997), dove recitava il copione scritto insieme a Ben Affleck, o Il talento di Mr. Ripley (1999), fino ai successi mainstream come Ocean's Eleven (2001) e i suoi seguiti. Se volete riscoprirlo prima dell'Odissea, la saga Bourne (inaugurata nel 2002 con The Bourne Identity ) resta il suo ruolo più iconico, perfetto per chi ama spy-thriller ad alta tensione psicologica.

    Anne Hathaway (Penelope)

    Penelope, la moglie di Odisseo, ha il volto di Anne Hathaway. Il grande pubblico l'ha conosciuta in chiave teen con Pretty Princess (2001) e nel colossal I segreti di Brokeback Mountain (2005), ma il vero salto di qualità arriva con Il diavolo veste Prada (2006), dove tiene testa a una Meryl Streep devastante, e con il musical Les Misérables (2012), che le valse l'Oscar per il ruolo straziante di Fantine. Nolan l'ha già diretta due volte, trasformandola in uno dei volti simbolo del suo cinema. Prima come Selina Kyle/Catwoman ne Il cavaliere oscuro, Il ritorno  (2012), poi come la scienziata Brand in Interstellar, alla ricerca disperata di un pianeta abitabile mentre il tempo scorre in modo diverso tra le galassie. Se volete vedere Hathaway al suo meglio, Interstellar è probabilmente la sua performance più complessa, ma se volete gustarvi il suo ruolo più iconico (e decisamente più divertente), Il diavolo veste Prada  è ciò che fa per voi (aspettando il seguito, in uscita il 30 aprile 2026).

    Tom Holland (Telemaco)

    Telemaco, il figlio di Odisseo, è interpretato da Tom Holland, volto ormai inscindibile da quello di Spider-Man nel Marvel Cinematic Universe. Da Homecoming (2017) fino a No Way Home (2021), passando per Avengers: Endgame (2019), Holland ha incarnato il Peter Parker più giovane e vulnerabile mai visto sul grande schermo, donando una profondità “teen” al personaggio precedentemente inedita. Ma prima di infilare la tuta da Uomo Ragno, Holland era già passato per il disaster movie The Impossible (2012) di J.A. Bayona e per il fantasy Heart of the Sea (2015), mostrando il suo talento fin da giovanissimo. Negli ultimi anni ha cercato di emanciparsi dall'immagine da supereroe adolescente con ruoli più cupi, come in Le strade del male (2020), probabilmente il film migliore per apprezzare Holland oltre la ragnatela. Ha anche provato l'action-avventuroso con Uncharted (2022), nei panni dell'esploratore Nathan Drake.

    Robert Pattinson (Antinoo)

    Robert Pattinson interpreta Antinoo, uno dei pretendenti al trono di Itaca. In pochi anni è passato da idolo teen a nome di punta del cinema d'autore europeo e americano, costruendo una delle trasformazioni più riuscite della storia recente di Hollywood. Dopo la fama planetaria come Edward Cullen nella saga Twilight (2008-2012), ha scelto strade molto meno ovvie e decisamente più rischiose, lavorando con David Cronenberg in Cosmopolis (2012) e Maps to the Stars (2014), con James Gray in Civiltà perduta (2017) e con i fratelli Safdie in Good Time (2017), dove interpreta un rapinatore di banche disperso nella notte newyorkese. Nolan lo ha già voluto in Tenet (2020), mentre nel 2022 Pattinson ha indossato il mantello del Cavaliere Oscuro in The Batman di Matt Reeves. Tuttavia è probabilmente con Mickey 17 che l’attore ha toccato il suo apice, vestendo il ruolo da protagonista nel film distopico diretto da Bong Joon-Ho, regista vincitore di tre premi Oscar con Parasite (2019). 

    Zendaya (Atena)

    Zendaya interpreta Atena, dea protettrice di Odisseo. Il pubblico la conosce prima di tutto come MJ nella trilogia Spider-Man. Ma è con Dune (2021) di Denis Villeneuve che ha portato la sua recitazione ad un altro livello, più sottile e fisico allo stesso tempo. Ha inoltre conquistato l'Emmy con Euphoria (2019) nei panni di Rue, tossicodipendente in crisi adolescenziale, in una delle performance più strazianti viste in una serie teen. Per chi vuole vedere Zendaya al di là dei blockbuster, è proprio Euphoria il suo lavoro più intenso e drammatico, dove dimostra una profondità emotiva rara per attrici della sua generazione. Nel frattempo l’attrice ha continuato a costruirsi una carriera sempre più solida con titoli come Dune: Parte Due (2024) o The Challengers (2024) in cui è stata diretta da Luca Guadagnino.

    Lupita Nyong'o (Ruolo non confermato)

    Anche per Lupita Nyong'o non si hanno conferme sul ruolo, ma la sua presenza nel cast è certa. L'abbiamo conosciuta con l'Oscar vinto come Patsey in 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen, il ruolo straziante che ha lanciato la sua carriera, per poi ritrovarla come Nakia in Black Panther (2018), uno dei titoli Marvel più amati e politicamente rilevanti. Impossibile non citare il dramma horror Noi (2019) di Jordan Peele con una doppia performance (Adelaide e Red, madre protettiva e doppelgänger vendicativa) che meritava una nomination all'Oscar, inspiegabilmente ignorata. Per chi vuole vedere Nyong'o al suo meglio, Noi è probabilmente la sua performance più complessa e disturbante, dove interpreta due versioni della stessa persona con sfumature completamente diverse, dimostrando una versatilità impressionante. Di recente ha recitato in A Quiet Place, Giorno 1 (2024), dove interpreta una sopravvissuta durante un'apocalisse aliena.

    Barry Keoghan (Eumeo, non confermato)

    Stando ai rumors, Barry Keoghan dovrebbe interpretare Eumeo, il fedele porcaro di Odisseo. Lo abbiamo visto come Dominic in Gli spiriti dell'isola (2022) di Martin McDonagh, per cui ha ricevuto una nomination all'Oscar, o come l'inquietantissimo Oliver in Saltburn (2023), dove ruba letteralmente la scena con una performance disturbante che ha fatto discutere per mesi. Prima di questi exploit indie che l'hanno consacrato, è stato Druig in Eternals (2021) e ha fatto un'apparizione come potenziale Joker nel finale di The Batman, un cameo a sorpresa che ha lasciato tutti di stucco. Ha anche recitato nella miniserie Masters of the Air (2024), dramma bellico prodotto da Spielberg e Tom Hanks. Per chi vuole scoprire Keoghan nel suo volto più disturbante e magnetico, Saltburn è il film che ne mostra tutto il talento, in una prova da attore che ad oggi rimane il suo apice.

    Charlize Theron (Circe)

    Charlize Theron interpreta Circe, la maga che trasformò i compagni di Ulisse in maiali. Una carriera, come molti in questa lista, che non ha bisogno di presentazioni. L'abbiamo vista stra-vincere l'Oscar come Aileen Wuornos in Monster (2003), trasformandosi completamente (fisicamente e psicologicamente) in una serial killer disperata, per poi dominare il deserto post-apocalittico come Furiosa in Mad Max: Fury Road (2015) e nel prequel Furiosa (2024), dove dà vita alla guerriera bionda con braccio meccanico che è diventata un'icona femminista del cinema d'azione. Ha brillato anche nel fantasy, interpretando la Regina Cattiva in Biancaneve e il cacciatore (2012), o nel genere action con titoli come The Italian Job (2003) e Atomica bionda (2017), dove interpreta una spia MI6 in una delle scene d'azione più impressionanti del cinema recente, girata quasi interamente in piano sequenza. Di recente è apparsa in The Old Guard (2020) su Netflix come leader immortale di mercenari stanchi di combattere. La sua filmografia è immensa, come la sua capacità di interpretare ruoli tra loro opposti, ma se dovessimo consigliarvi un film in cui il suo talento raggiunge la vetta, sicuramente quello sarebbe Monster.

    Jon Bernthal (Menelao)

    Jon Bernthal interpreterà Menelao, re di Sparta. Il ruolo che lo ha portato davanti al grande pubblico è probabilmente quello di Shane Walsh in The Walking Dead (2010-2012), lo sceriffo corrotto che diventa antagonista nella prima stagione. Ma Bernthal è diventato un action cult soprattutto grazie al suo Frank Castle in The Punisher (2017), serie Marvel uscita Netflix, e nel suo recente ritorno nel MCU in Daredevil: Rinascita (2025). Ha brillato anche nei panni del broker in The Wolf of Wall Street (2013) o in Le Mans '66 accanto a Christian Bale, e ancora nelle prime stagioni di The Bear (2022), con cui si è portato a casa un Emmy Outstanding Guest Actor in a Comedy Series. Tuttavia The Punisher rimane probabilmente il suo ruolo più completo e stratificato, dove interpreta un veterano di guerra che cerca vendetta per la famiglia uccisa, in una delle serie Marvel più mature e violente mai prodotte.

    Mia Goth (Melantho)

    Mia Goth interpreta Melantho, una delle ancelle di Penelope. Uno dei nuovi volti attualmente più ricercati ad Hollywood, Mia Goth ha recitato nella trilogia X (2022), Pearl (2022) e MaXXXine (2024), dove interpreta Maxine Minx/Pearl (psicopatica aspirante star) in una performance che le ha valso lo status immediato di attrice cult. Ha recitato in Emma. (2020), commedia in costume tratta dal romanzo di Jane Austen, e nel thriller sci-fi Piscina Infinita (2023). Per chi vuole scoprire Mia Goth nel suo elemento più disturbante, Pearl è probabilmente il suo ruolo più impressionante, dove interpreta una ragazza di campagna negli anni Venti con ambizioni hollywoodiane e una psicosi latente che esplode in scene di pura follia, dimostrando un talento per il cinema horror come poche attrici della sua generazione. Il suo ruolo più recente, in cui ha confermato il suo talento talvolta inquietante, è la sua Elizabeth nel Frankenstein di Guillermo del Toro (2025).

  • Tintin: tutti i film e le serie TV dedicate al personaggio dei fumetti di Hergé

    Tintin: tutti i film e le serie TV dedicate al personaggio dei fumetti di Hergé

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Ciuffo rosso, colletto bianco, maglioncino celeste, pantaloni alla zuava e l'immancabile impermeabile beige. Sì, stiamo parlando di Titntin, il giovane e coraggioso reporter belga protagonista di uno dei fumetti più iconici del '900. Per il suo aspetto Hergé dichiarò di essersi ispirato al fratello minore Paul.

    Un aspetto che ha contribuito a renderlo celebre ovunque. Della sua vita non conosciamo praticamente nulla, né l'età né dettagli sulla sua famiglia o, tantomeno, sulla sua professione. Sempre in giro per il mondo accompagnato dal suo fedele cagnolino Milù, Tintin passa il tempo a risolvere enigmi affiancato da comprimari altrettanto memorabili. Su tutti l'irascibile Capitano Haddock e i goffi detective Thomson e Thompson (Dupont e Dupond in originale).

    JustWatch ha stilato la lista di tutti i film e serie TV dedicate al personaggio creato da Hergé che, a distanza di quasi 100 anni dalla sua nascita, continua ad affascinare lettori e spettatori di tutte le età.

    1. Le Crabe aux pinces d'or (1947)

    Se fate parte del fanclub di Tintin avete la fortuna di poter vedere Le Crabe aux pinces d'or alla Cineteca Reale del Belgio dove è conservata una copia della pellicola del film d'animazione stop-motion realizzato nel 1947. Il primo adattamento cinematografico ispirato all'omonimo episodio della striscia a fumetti Le avventure di Tintin.

    Proiettato solo due volte nell'anno in cui fu realizzato – per poi essere distribuito in DVD nel 2008 per il mercato francese -, il film vede il giovane reporter indagare su un traffico internazionale di oppio nascosto in scatole di polpa di granchio. In un'ora è possibile ammirare il mondo immaginato da Hergé prendere vita (in bianco e nero) grazie ai pupazzi di legno che riproducono fedelmente i personaggi disegnati sulle sue tavole. Un'opera di grande artigianato e dal retrogusto teatrale che stupisce per il grande lavoro di ricostruzione.

    2. Les Aventures de Tintin, d'après Hergé (1959–1964)

    Con le Les Aventures de Tintin, d'après Hergé, ci troviamo di fronte alla prima grande produzione televisiva dedicata all'adattamento del fumetto belga pensata per un pubblico vasto e variegato. Andata in onda per cinque anni, per un totale di sette stagioni e 102 episodi, la serie consisteva in brevi puntate autoconclusive ispirate ad altrettante avventure del reporter belga che adattavano fedelmente i vari albi a fumetti.

    Un'animazione semplice – fatta di colori primari e linee nette - che ricorda i tratti tipici di Hergé divenuti un riferimento per la cosiddetta scuola belga. Realizzata a colori, la serie ha anche introdotto voci e musiche divenute un riferimento per gli anni a seguire. Un classico che ha catturato lo spirito delle strisce. Se hai apprezzato Notizie da prima pagina (1993), non resterai deluso.

    3. Tintin et le mystère de la Toison d'or (1961)

    Prima trasposizione live-action della striscia a fumetti del 1929, Tintin et le mystère de la Toison d'or vede Jean-Pierre Talbot nei panni del reporter e Georges Wilson in quelli del Capitano Haddock. Due attori perfetti per i ruoli chiamati a interpretare. La trama vede i due recarsi a Istanbul per reclamare un'eredità all'apparenza di scarso valore, ma che in realtà nasconde un grande tesoro.

    Basato su una sceneggiatura originale, in un'ora e mezza il film riesce a far rivivere le atmosfere del fumetto rispettandone lo spirito avventuroso e misterioso. Non mancano, infatti, inseguimenti ed enigmi così come ambientazioni cosmopolite che danno tridimensionalità all'epica impressa su carta. Da recuperare se hai amato L'uomo di Rio (1964).

    4. Tintin et les oranges bleues (1964)

    Secondo adattamento live-action che vede il ritorno di Jean-Pierre Talbot nel ruolo di Tintin e Jean Bouise in quelli del Capitano Haddock al posto di Georges Wilson. In Tintin et les oranges bleues, il giovane reporter deve ritrovare il professor Tournesol e uno scienziato spagnolo rapiti dopo l'invenzione di un'arancia speciale. Questa volta l'avventura ha come sfondo la Spagna che regala un tono caldo alla pellicola.

    A differenza di Tintin et le mystère de la Toison d'or, sebbene non manchi un tocco di suspense, l'atmosfera è più giocosa e aperta ad un pubblico più ampio. Anche per questa seconda trasposizione la sceneggiatura è originale e, in 105 minuti, richiama le caratteristiche tipiche del fumetto senza rifarsi a nessuna storia già esistente. Se ti piacciono le indagini con un tocco di ironia come La Pantera Rosa colpisce ancora, questo è il film che fa per te.

    5. Les Aventures de Tintin: L'Affaire Tournesol (1964)

    Questa volta siamo di fronte a uno degli adattamenti più seri dell'intera produzione di Hergé. Con Les Aventures de Tintin: L'Affaire Tournesol, infatti, veniamo catapultati all'interno di un thriller ambientato durante la Guerra Fredda quando il professor Tournesol inventa un'arma a ultrasuoni e viene rapito da agenti segreti della Borduria che vogliono sfruttare la sua conoscenza e inventiva per scopi bellici.

    “Un intrigo internazionale” per dirla alla Hitchcock che porta in TV il diciottesimo volume della serie a fumetti Le avventure di Tintin. Della durata di un'ora, il film è considerato anche l'ultima stagione de Les Aventures de Tintin, d'après Hergé. Un film d'animazione maturo e ricco di attenzione ai dettagli in cui tensione e intrattenimento vanno a braccetto. Se ami i thriller come I 39 scalini (1978), non puoi perderti questo ottimo titolo d'animazione.

    6. Tintin et le temple du Soleil (1969)

    Con Tintin et le temple du Soleil abbiamo a che fare con una delle opere più riuscite tratte dai fumetti di Hergé. Un film d'animazione che prende le mosse da due albi le cui storie si susseguono - Les Sept Boules de cristal e Le Temple du Soleil – in cui il reporter e i suoi amici viaggiano in Perù per salvare sette scienziati colpiti da una maledizione Inca. Una delle trasposizioni più amate in cui avventura, mistero, soprannaturale e meraviglia convivono in armonia.

    Tra antiche culture e paesaggi esotici, la pellicola regala una potenza visiva con una profondità inedita. L'animazione stessa è più matura rispetto alle serie e ai film d'animazione precedenti. A rendere il tutto ancor più suggestivo ci pensa poi la colonna sonora firmata da Jacques Brel e una splendida sequenza dedicata a un'eclissi solare. Da vedere se Indiana Jones e il tempio maledetto (1984) è uno dei tuoi film preferiti.

    7. Tintin et le lac aux requins (1972)

    Terzo lungometraggio d'animazione ispirato ai fumetti Le avventure di Tintin. Ma che questa volta non viene adattato da una delle storie già esistenti. La sceneggiatura di Tintin et le lac aux requins è firmata da Greg, fumettista collaboratore di Hergé che per la trama ha preso ispirazione da una storia vera di un villaggio sommerso e da elementi di altre storie di Tintin come L'Oreille cassée e Le Trésor de Rackham le Rouge.

    In quest'avventura ambientata nella fittizia Syldavia, il giornalista belga deve fermare il malvagio Rastapopoulos che ha creato una macchina per duplicare qualsiasi oggetto. Poco più di un'ora che, paradossalmente, mette in scena tematiche attuali legate ai limiti della tecnologia insieme a un racconto dai contorni fiabeschi. Se sei fan di Jonny Quest (1964) e Atlantis - L'impero perduto (2001), questa storia sottomarina colorata, vivace e ambiziosa fa al caso tuo.

    8. Le avventure di Tintin (1991-1992)

    Se vuoi scoprire il mondo di Tintin, questa serie animata è quanto di più fedele e vicino ai fumetti sia mai stato realizzato. Tre stagioni per un totale di 39 episodi da 20/24 episodi che ripercorrono quasi tutti gli albi originali di Hergé, rispettandone lo stile grafico del fumettista belga. La "linea chiara" divenuta il suo tratto distintivo è ricreata con profonda attenzione e rispetto, così come le storie da cui prendono ispirazione gli episodi.

    Dentro c'è tutto quello che un racconto delle strisce contiene in sé: mistero, avventura, umorismo. Inoltre, il lavoro sulle musiche e il doppiaggio è particolarmente ricercato, così come l'attenzione alla scrittura e ai tempi comici. Il primo passo perfetto per mettere piede nell'universo narrativo nato alla fine degli anni '20. Se sei un ammiratore di Blake e Mortimer (1997), devi recuperare Le avventure di Tintin.

    9. Le avventure di Tintin - Il segreto dell’Unicorno (2011)

    Quando due nomi del calibro di Steven Spielberg (alla regia) e Peter Jackson (alla produzione) uniscono le forze, il risultato non può che essere dei migliori. Lo dimostra Le avventure di Tintin - Il segreto dell’Unicorno, film realizzato con la tecnica del motion capture e basato su tre albi della serie di fumetti di Hergé: Il granchio d'oro, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rackham il Rosso. La trama vede Tintin acquistare il modellino di un veliero che contiene un indizio per trovare proprio il leggendario tesoro del pirata Rackham il Rosso.

    Jamie Bell interpreta il reporter mentre Andy Serkis è il Capitano Haddock in un film in cui realismo e immaginazione si intrecciano dando vita a una pellicola visivamente ammaliante. In più, la regia di Spielberg, nei suoi 107 minuti, sa essere elegante quanto pop, tra piani sequenza e un respiro da blockbuster. Sebbene l'uso degli effetti speciali e della CGI siano notevoli, non manca mai quel calore umano che fa del film una storia coinvolgente ed emozionante per tutta la famiglia. Da non perdere se ami Indiana Jones e l'ultima crociata (1989).

  • "Doraemon": tutte le principali serie e film anime dell’iconico gatto spaziale

    "Doraemon": tutte le principali serie e film anime dell’iconico gatto spaziale

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Nato nel 1969 dalla matita di Fujiko F. Fujio, Doraemon è uno di quei personaggi che sembrano esistere da sempre: un gatto robot blu, arrivato dal futuro per aiutare (e spesso incasinare) la vita del bambino più sfortunato del mondo, Nobita. Dal manga sono nati tre grandi serie TV e oltre 40 film per il cinema: avventure spaziali, viaggi nel tempo, dinosauri, città utopiche nel cielo, sinfonie che salvano la Terra. 

    L’universo di Doraemon è enorme, ma segue sempre lo stesso cuore emotivo: l’amicizia fra Nobita e Doraemon, la crescita, il desiderio di cambiare il proprio destino senza perdere se stessi. Qui ti faccio una panoramica degli adattamenti principali: le serie TV storiche e alcuni film chiave che riassumono le varie anime del franchise (nostalgia, avventura, lacrime, filosofia “per bambini ma non solo”).

    Doraemon (1979) – La serie “classica” che ha conquistato il mondo

    La serie del 1979 è quella che ha davvero reso Doraemon un fenomeno globale. Prodotta da Shin-Ei Animation, è il secondo adattamento dopo una prima serie del 1973 andata quasi perduta; è andata in onda fino al 2005, totalizzando 1.787 episodi e 30 special: un record. 

    Ogni episodio racconta due brevi storie: Nobita ha un problema (compiti, bulli, famiglia, insicurezze), Doraemon pesca dal taschino un gadget futuristico che sembra la soluzione perfetta… ma l’uso impulsivo e immaturo porta inevitabilmente al disastro. La serie definisce tutti i codici della saga: gag slapstick, piccoli momenti malinconici, un messaggio educativo mai troppo moralista. È anche la versione che ha viaggiato di più nel mondo, con doppiaggi in decine di Paesi, Italia compresa. In termini di “memoria collettiva”, per molti è il Doraemon per eccellenza.

    Doraemon (2005) – Il remake moderno ancora in corso

    Nel 2005 nasce la terza serie di Doraemon, quella attuale: un remake che riparte dagli stessi personaggi e situazioni, ma con design ammorbiditi, ritmo più moderno e un nuovo cast vocale (in Giappone è soprannominata “edizione Mizuta”, dal nome della nuova voce di Doraemon). 

    L’idea non è stravolgere, ma aggiornare: episodi più curati visivamente, colori vividi, qualche gadget in più in linea con la sensibilità dei bambini degli anni 2000, un po’ di attenzione alla tecnologia contemporanea. Restano però identici i nuclei tematici: Nobita che vorrebbe scorciatoie per tutto, Doraemon che cerca di guidarlo senza fare il genitore, Shizuka, Gian e Suneo come specchi di desideri e paure infantili. La serie è ancora in corso, il che significa che Doraemon continua a generare nuove storie ogni anno, restando al passo con la cultura pop ma senza perdere il suo sapore “anni ’70”.

    I film cinematografici: un universo a parte

    Dal 1980 in poi, Doraemon ha avuto un film al cinema quasi ogni anno: avventure più lunghe, pensate per la sala, con toni leggermente più epici e temi più grandi. La maggior parte dei film classici è costruita su un pattern fisso: Nobita fugge dalla realtà, Doraemon lo segue, si apre un viaggio in un altro tempo/spazio (preistoria, futuro, mondi fantastici), c’è un nuovo personaggio da proteggere e un ritorno a casa segnato da una crescita emotiva. In totale, i lungometraggi superano oggi le quarantine di titoli, tra storie originali e remake moderni di film degli anni ’80 e ’90. 

    Negli ultimi anni, accanto ai film “classici”, sono arrivati anche progetti in CGI più sperimentali – come STAND BY ME – e capitoli con ambizioni quasi autoriali su temi come ambiente, perfezionismo, musica. Qui sotto trovi alcuni film simbolo di queste diverse anime.

    STAND BY ME Doraemon (2014)

    STAND BY ME Doraemon è il grande film “ponte” tra la generazione cresciuta con la serie e quella nuova. È il primo film della saga in 3DCG, diretto da Ryūichi Yagi e Takashi Yamazaki, e non racconta una singola avventura: intreccia alcuni degli episodi più iconici del manga in un arco unico che va dall’arrivo di Doraemon all’addio.

    La trama ruota sull’idea che Doraemon, mandato dal pronipote di Nobita per cambiare il futuro disastrato della famiglia, abbia in realtà una “data di scadenza”: potrà andarsene solo quando Nobita sarà diventato capace di cavarsela da solo. Ne esce una storia che alterna comicità slapstick a momenti di struggimento puro, con una regia più cinematografica e una cura particolare per le espressioni facciali in 3D. È il capitolo perfetto per capire quanto la relazione Doraemon–Nobita sia, in fondo, una metafora di crescita e separazione.

    STAND BY ME Doraemon 2 (2020)

    Se il primo film era la “sintesi” della loro infanzia, STAND BY ME Doraemon 2 guarda al futuro: Nobita adulto, prossimo al matrimonio con Shizuka, è divorato dall’insicurezza. Non si sente degno, teme di ripetere gli stessi errori, e per colpa delle sue paure combina un disastro temporale che rischia di mandare all’aria le nozze. Parallelamente, torna in gioco la figura della nonna, a cui Nobita da bambino aveva promesso di presentare la futura sposa.

    Il film è ancora più esplicitamente emotivo: parla di ansia da adulto, di aspettative interiorizzate e di come l’affetto incondizionato (di Doraemon, della nonna, di Shizuka) possa aiutare a perdonarsi. Visivamente spinge sul sentimentalismo – luci calde, pioggia, dettagli domestici – ma senza perdere l’umorismo slapstick. È il capitolo che fa capire come Doraemon possa parlare anche a chi ha superato da un pezzo l’età del target, perché non smette mai di raccontare la paura di crescere.

    Nobita e il nuovo dinosauro (2020)

    Nobita e il nuovo dinosauro è il quarantesimo film della saga, e celebra l’anniversario tornando a uno dei temi più amati: i dinosauri. Nobita, goffo come sempre, trova un fossile d’uovo e, grazie a un gadget di Doraemon, lo “riattiva”. Nascono così due piccoli dinosauri gemelli, Kyuu e Myuu, che Nobita decide di allevare. Quando diventa chiaro che non potranno restare nel presente, il gruppo parte per un viaggio nel Cretaceo, dove ovviamente niente è semplice come sembra.

    Il film combina avventura, gag e lacrime con grande equilibrio: le scene con i dinosauri sono tenerissime, il viaggio nel tempo è pieno di trovate visive, e il finale lavora su separazione, responsabilità e rispetto per la natura. È un ottimo esempio di come i film di Doraemon riescano a essere “grandi avventure per bambini” ma anche piccoli esercizi di empatia ambientale e affettiva.

    Nobita e la nascita del Giappone (1989 / remake 2016)

    La storia di Nobita e la nascita del Giappone è così amata che ha avuto un film originale nel 1989 e un remake nel 2016. Il punto di partenza è il desiderio di fuga: stanco di adulti, regole e umiliazioni, Nobita decide di fuggire in un’epoca in cui “non ci sono persone”, trascinando con sé Doraemon e il resto del gruppo nel Giappone preistorico. Lì però incontrano Kukuru, un bambino guerriero perseguitato da una tribù nemica, e la fuga diventa resistenza.

    È uno dei film che più incarnano il modello classico Doraemon: fuga dal presente, costruzione di un nuovo “mondo” con i gadget, incontro con qualcuno che soffre, ritorno a casa dopo aver imparato qualcosa. Tra gag sul sopravvivere senza elettricità e sequenze d’azione sincere, il film riflette – in modo semplice ma efficace – sul tema dell’impossibilità di sfuggire davvero alle responsabilità, e sulla scelta di restare per proteggere qualcuno.

    Nobita e l’Utopia celeste (2023)

    In Nobita e l’Utopia celeste, Doraemon porta Nobita a esplorare Paradapia: un mondo sospeso tra le nuvole, dove tutti sembrano perfetti, felici e privi di difetti. Per Nobita, che si sente un disastro ambulante, è un paradiso… almeno all’inizio. Poco a poco, però, emerge il prezzo nascosto di quell’utopia: la cancellazione di tutto ciò che non rientra nello standard, compresa l’imperfezione che rende umani.

    Il film gioca con un’estetica molto pulita e luminosa – cieli azzurri, architetture eleganti – per parlare di temi piuttosto adulti: conformismo, controllo, società che puniscono la diversità. È uno dei titoli più interessanti della fase recente perché mostra come Doraemon possa ancora essere molto politico e filosofico, pur restando leggibile da un bambino che vede “solo” un’avventura nell’isola delle nuvole.

    Nobita’s Earth Symphony (2024)

    L’ultimo arrivato, Nobita’s Earth Symphony, mette al centro la musica come linguaggio universale. Nobita, convinto di essere stonato e incapace, si ritrova coinvolto in una storia in cui il futuro della Terra dipende letteralmente dalla sua capacità di “risuonare” con gli altri. Strumenti improbabili dal taschino di Doraemon, creature che comunicano attraverso frequenze sonore, concerti che uniscono specie diverse: tutto è costruito per visualizzare la musica come forza che tiene insieme il pianeta.

    Questo film rappresenta bene la fase attuale del franchise, più sperimentale: messaggi ecologisti, metafore sull’inquinamento e la dissonanza sociale, ma all’interno di un racconto coloratissimo, pieno di gag e momenti teneri. È quasi un manifesto su come Doraemon, nel 2020+, non si limiti a riproporre la stessa formula, ma cerchi nuovi modi di parlare di ambiente, empatia e cooperazione con un linguaggio adatto ai bambini.

  • I 10 film essenziali per capire Akira Kurosawa

    I 10 film essenziali per capire Akira Kurosawa

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Quando si parla di grandi maestri del grande schermo, il nome di Akira Kurosawa torna sempre. Non semplicemente come un nome da enciclopedia del cinema, Kurosawa è stato un regista capace di raccontare la violenza e l’umanità, la guerra e l’etica, la morte e la dignità, in un linguaggio visivo che ha fatto scuola, con un eco che ancora risuona nella storia del cinema.

     Anche se i suoi film più famosi sono ambientati nel Giappone medievale, la loro influenza è arrivata ovunque, dalle inquadrature dei western di Sergio Leone ai duelli di Kill Bill, dalla trama di Star Wars fino alla tensione fratricida di Game of Thrones, definendo un intero stile con cui interpretare il cinema d’azione.

    Eppure, avvicinarsi alla sua filmografia può spaventare: oltre trenta film, molti in bianco e nero, titoli da due o tre ore. Qui trovate una guida semplice, con dieci film fondamentali da cui partire per capire uno dei più grandi maestri del cinema di tutti i tempi.

    Rashomon (1950)

    Una donna, un samurai, un bandito, quattro versioni diverse dello stesso crimine. È il film che ha fatto conoscere Kurosawa (e il cinema giapponese) al mondo intero, in particolare in Italia, con tanto di Leone d’Oro a Venezia – e Oscar ad honorem qualche mese dopo. Perfetto per chi ama i gialli e i puzzle narrativi, Rashomon è considerato il film con cui venne inaugurato lo stile di trama a 'incastro' che verrà poi ripreso in titoli come I soliti sospetti o Gone Girl. Con le sue riprese nella foresta di Nara e i suoi silenzi carichi di tensione, questo film è il tassello ideale da cui partire per entrare nella filmografia di Kurosawa.

    Vivere (1952)

    Ispirato da La morte di Ivan Il'ič di Tolstoj, Vivere racconta la storia di un funzionario comunale che, dopo aver scoperto che gli rimane poco da vivere, decide di lasciare come sua eredità un parco giochi per bambini. È il lavoro più struggente di Kurosawa, un’opera che parla della morte come riflessione sul tempo della vita. Un film lento, delicato, con le influenze russe sempre presenti nel racconto dell’Odissea burocratica del protagonista. Consigliato se cercate qualcosa di intimo e riflessivo, attenzione alla scena dell’altalena sotto la neve, una delle più toccanti nella storia del cinema.

    I sette samurai (1954)

    Un villaggio assediato, dei contadini disperati. E sette samurai chiamati a difenderli. È il film che ha definito l’epopea d’azione per come la conosciamo oggi, ispirando un intero genere cinematografico, da I magnifici sette passando per Kill Bill, fino addirittura agli Avengers. I sette samurai rimane ad oggi il capolavoro action per eccellenza, tra inquadrature che hanno fatto la storia e uno stile di regia mai visto prima di allora. E ancora, personaggi esplorati con una profondità inaspettata, storie di sacrificio, dignità, diseguaglianza sociale. Cinema puro, tre ore e mezza che volano via, consigliato a chiunque.

    Il trono di sangue (1957)

    Probabilmente una delle migliori trasposizioni delle opere di Shakespeare mai portate sul grande schermo, qui Macbeth viene catapultato nel Giappone feudale. Nebbia, scenografie spettrali e il ‘solito’ fuoriclasse Toshiro Mifune, con Il trono di sangue Kurosawa torna a reinterpretare la letteratura europea, in un film epocale con cui riuscì a unire il teatro Noh della tradizione a sfumature horror, e un finale tra i più sorprendenti nella filmografia del regista giapponese. 

    La fortezza nascosta (1958)

    Due contadini tutt’altro che coraggiosi scappano dalla guerra e, senza volerlo, finiscono per diventare gli improbabili aiutanti di un generale a capo di una missione segreta: scortare una principessa attraverso territori nemici, portando con sé un tesoro nascosto. Vi ricorda qualcosa? Esattamente, è la trama che ha ispirato Star Wars, qui come se fosse raccontata da C3PO e R2D2. Con La fortezza nascosta Kurosawa torna sul film in costume, il genere jidaigeki, ma con più comicità e leggerezza rispetto alla tragedia shakespeariana cui aveva lavorato precedentemente.

    La sfida del samurai (1961)

    Un ronin solitario arriva in un villaggio spaccato in due da due clan rivali e decide di metterli uno contro l’altro. Il risultato? Un vero e proprio ‘western in kimono’ – con la katana al posto del revolver – che ha ispirato Per un pugno di dollari di Sergio Leone e un intero genere cinematografico. Con La sfida del samurai Kurosawa gioca registri sempre diversi, passando dal dramma alla tragicommedia tipica dei suoi film, creando uno dei personaggi più iconici del suo cinema, ovviamente interpretato da Mifune. Come ne I sette samurai, anche questo film è consigliato a chi vuole capire l’importanza di Kurosawa nella storia del cinema contemporaneo.

    Dodes’ka-den (1970)

    Dodes’ka-den fu il primo film a colori di Kurosawa, e anche il più psichedelico e visionario tra i suoi lavori. Una vera trama non c’è, ma racconti che si incastrano tra di loro come in un caleidoscopio, fra tram immaginari, calzolai e ladri divorati dal senso di colpa. Ambientato in una bidonville giapponese, con Dodes’ka-den Kurosawa cercò di ritrarre l’umanità e la vita che cresce ai margini della società, disegnata dal suo solito tratto ricco di poesia e dolcezza. Non tra i suoi titoli più celebrati, ma comunque interessante se volete scoprire il lato più sperimentale di Kurosawa.

    Dersu Uzala - Il piccolo uomo delle grandi pianure (1975)

    Torna il vento della Siberia, ma questa volta, invece che dalla letteratura, l’ispirazione arriva dal cinema sovietico. Girato in URSS, in russo e in 70mm, Dersu Uzala è il film che ha riportato Kurosawa al successo dopo la crisi creativa dei primi anni ‘70, con tanto di Oscar e David di Donatello, rispettivamente come miglior film e regista straniero. Tratto da una storia vera, al centro c’è l’amicizia tra un esploratore e la sua guida indigena, in viaggio attraverso la tundra. Nessun samurai, ma un lavoro epico e contemplativo che esplora il legame tra uomo e natura, tra silenzi, solitudine e tanta, tantissima neve. Un film dal ritmo lento, non per tutti, ma visivamente tra i più potenti nell’opera di Kurosawa. 

    Ran (1985)

    Torna Shakespeare, ma questa volta sul palco va in scena Re Lear. Un signore della guerra ormai anziano decide di dividere il regno tra i suoi tre figli ma, invece di portare pace, scatena rivalità, tradimenti e un’inesorabile discesa nel caos. Questo è Ran, il cui titolo significa “caos”, appunto: battaglie spettacolari, paesaggi in fiamme, un colossal in cui ogni inquadratura sembra un quadro della tradizione giapponese e ogni scena è carica di tragedia e tensione. Definito il film-testamento di Kurosawa, Ran è il lavoro più epico e monumentale del regista, citato più volte dai produttori di Game of Thrones come massima fonte d’ispirazione per la serie. Se vi ha rapito Shōgun, questo film è ciò che stavate cercando.

    Madadayo - Il compleanno (1993) 

    L’ultimo film di Kurosawa è anche il suo lavoro più intimo. Racconta la storia di un anziano professore in pensione e del legame che lo unisce ai suoi ex studenti, che ogni anno si riuniscono per festeggiare il suo compleanno. Niente samurai, niente battaglie, ma vita quotidiana, dialoghi affettuosi e una riflessione delicata sul tempo che passa. Il titolo significa “non ancora”, come la risposta scherzosa del protagonista ogni volta che gli chiedono se è pronto a morire. Se amate le storie come L’attimo fuggente, Madadayo vi colpirà con la sua delicatezza. Un saluto gentile e commovente da uno dei più grandi maestri della storia del cinema.

  • Documentari, animazione e... un camino! Tutte le produzioni di "Stranger Things" su Netflix

    Documentari, animazione e... un camino! Tutte le produzioni di "Stranger Things" su Netflix

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Accantonato il Conformity Gate, teoria rimbalzata sui social all'indomani del finale di Stranger Things che ipotizzava un ulteriore episodio in realtà mai esistito, è tempo di guardare oltre. 

    I fratelli Duffer hanno già confermato che quest'anno arriverà su Netflix, Stranger Things: Storie dal 1985.

    Una serie animata antologica pensata per espandere ulteriormente l'universo narrativo del racconto ambientato nella fittizia Hawkins. Ma in questi anni, tra musical, documentari e – addirittura – un camino, la serie originale ha dato vita a svariate realtà che hanno permesso ai fan di scoprire aspetti inediti o sbirciare nel dietro le quinte di un fenomeno globale.

    JustWatch ha stilato una guida di tutti i titoli del franchise di Stranger Things disponibili su Netflix.

    Stranger Things - Stagioni 1-5 (2016-2025)

    Era il 2016 quando abbiamo scoperto per la prima volta l'esistenza di una cittadina nell'Indiana degli anni '80 da cui era sparito un bambino mentre un'altra dalla testa rasata faceva la sua comparsa tra gli alberi di un bosco. Una lettera d'amore a quel decennio fatto di capelli cotonati e ombretti appariscenti e a tutto il cinema che lo ha nutrito. È così che Stranger Things, la creatura dei fratelli Matt e Ross Duffer, si è trasformata in un pilastro della cultura pop contemporanea. 

    Un tuffo nostalgico indietro nel tempo che guarda a I Goonies (1985) così come a Poltergeist - Demoniache presenze (1982) in cui il coming of age va a braccetto con l'horror, la fantascienza con l'avventura, il cinema di Steven Spielberg con la letteratura di Stephen King. Tra synth e Kate Bush, quella di Stranger Things è una storia di amicizia e crescita dove il respiro epico della messa in scena e della storia batte al ritmo di un cuore caldo e intimo. Cinque stagioni per 42 episodi imperdibili se hai amato Dark (2017) e The OA (2016).

    Oltre Stranger Things (2017)

    L’esordio di Stranger Things è diventato nel giro di pochissimo tempo un vero e proprio successo mondiale. Un’esplosione mediatica che ha riunito milioni di fan in ogni angolo del globo, tutti curiosi di scoprire cosa avesse in serbo il futuro per i protagonisti dello show. Nel 2017 ha visto la luce Oltre Stranger Things, un talk show post visione condotto da Jim Rash che permette agli spettatori più affezionati di guardare alla loro serie TV preferita  con uno sguardo più rilassato. Il programma vede il cast e i creatori chiacchierare sul divano, tra analisi dei momenti chiave, teorie dei fan e ricordi dal set.

    Inoltre, i giovanissimi attori interagiscono tra di loro con una spontaneità e un affetto sinceri rendendo la visione frizzante e mai piatta. Se vuoi vedere i filmati inediti delle audizioni, conoscere le ispirazioni cinematografiche dei Duffer Brothers e ritornare a vivere le atmosfere delle primissime stagioni, non puoi perderti i sette episodi che compongono questa serie. Specie se ti sei divertito a guardare The Netflix Afterparty (2020).

    Stranger Things: The First Shadow - Dietro le quinte (2025)

    Tra le tante realtà alle quali ha dato vita la serie TV Netflix c’è anche un musical che ha debuttato nel 2023 sul palcoscenico del West End di Londra. Con Stranger Things: The First Shadow - Dietro le quinte ci troviamo di fronte a un documentario che esplora il passaggio del franchise dal piccolo schermo al teatro. È così che scopriamo come sia stato possibile far rivivere il Sottosopra sulle assi di un palcoscenico senza poter fare affidamento alla CGI, ma potendo contare “solo” su effetti speciali analogici e tecniche di illusionismo.

    Infine, il documentario - nel corso di un’ora e 25 minuti - è anche una preziosa fonte di informazioni  sulle origini e il passato di Henry Creel\Vecna negli anni '50 grazie a interviste ai registi teatrali Stephen Daldry e Justin Martin e ai consulenti creativi. Non a caso, nel corso della quinta e ultima stagione, molti dei fortunati che avevano visto lo spettacolo teatrale hanno condiviso le loro teorie sul finale della stagione proprio in virtù di ciò che racconta The First Shadow. Un vero e proprio prequel e spin-off in formato teatrale da recuperare se ti è piaciuto Hamilton: One Shot to Broadway (2017).

    Stranger Things: Il camino (2025)

    Tutto è iniziato con Camino per casa vostra - Fuoco crepitante da legno di betulla, un’immagine fissa disponibile su Netflix per tutti quegli utenti amanti delle atmosfere invernali/natalizie cozy senza un camino in salotto. Tra lo scoppiettio del fuoco e musica rilassante, per 60 minuti - riproducibili all’infinito - si può vivere un’esperienza creata da George Ford che ha dell’irresistibile.

    Diventata così popolare da entrare nella Top 10 dei contenuti più visti sulla piattaforma, negli anni è stata declinata e “customizzata” rispetto a titoli di successo come Bridgerton (2020), The Witcher (2019), Lupi Mannari (2024) e Squid Game (2021). Naturalmente all’appello non poteva mancare anche Stranger Things: Il camino. L’immagine scelta è quella ormai iconica delle luci colorate e dell’alfabeto nel salone di casa di Will. Un loop di tre ore che ti farà credere di essere a Hawkins.

    Un’ultima avventura: Stranger Things: Dietro le quinte (2025)

    Il quinto e ultimo capitolo di Stranger Things è stato diviso in tre parti. Una scelta in linea con le produzioni più grandi e popolari di Netflix. Un epilogo atteso, celebrato e contestato con la stessa intensità che ha richiesto 237 giorni di riprese, 6725 allestimenti e oltre 630 ore di girato. A pochi giorni dalla sua fine, per chi non era ancora pronto a separarsi da Undici, Hopper, Robin e gli altri personaggi è arrivato Un’ultima avventura: Stranger Things: Dietro le quinte, documentario di due ore che documenta e celebra l’enorme lavoro dietro la serie.

    Dalle prime letture del copione all'ultimo giorno sul set, dall’emozione e commozione di cast e troupe pronte a congedarsi per sempre da una produzione che ha stravolto le loro vite. Un racconto senza filtri in cui i Duffer riflettono sul percorso iniziato nel 2016 che li ha portati a diventare i creatori di uno dei fenomeni pop più rilevanti del XXI secolo, un tributo al lavoro impressionante che si cela dietro ogni sequenza e la scoperta di tanti dettagli e segreti legati alle scene delle battaglie finali. Se ti sei emozionato vedendo Il Trono di Spade: The Last Watch (2019), puoi star certo che questo documentario non sarà da meno.

    Stranger Things: Storie dal 1985 (2026)

    Uno spin-off animato ambientato tra la seconda e la terza stagione, Stranger Things: Storie dal 1985 amplia l’universo narrativo della serie grazie a racconti autoconclusivi che vedono protagonisti i personaggi amati dal pubblico, doppiati da un nuovo cast vocale. Ci ritroveremo di nuovo a Hawkins alle prese con nuovi mostri e misteri paranormali e scoprendo dettagli inediti sulla cittadina e i suoi abitanti. I fratelli Matt e Ross Duffer ne saranno produttori esecutivi insieme a Eric Robles che ricoprirà anche la figura di showrunner.

    La serie promette di svelare passaggi narrativi ad oggi rimasti in sospeso che andranno a rendere ancora più ricca la mitologia di Stranger Things. Infine, stando alle prime immagini diffuse, l’animazione 3D andrà ad arricchire la già lunga lista di omaggi e citazioni alle produzioni degli anni ‘80. Se hai amato la serie originale o titoli come Spider-Man: Into the Spider-Verse (2018), immergerti in questa nuova realtà animata fa al caso tuo.

  • “Gomorra”: come vedere il film e le serie TV in ordine cronologico

    “Gomorra”: come vedere il film e le serie TV in ordine cronologico

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Tutto è iniziato nel 2006 con la pubblicazione da parte di Roberto Saviano di Gomorra — Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra. Il suo primo romanzo - best-seller da 10 milioni di copie vendute nel mondo - in cui, basandosi sugli atti processuali e sulle indagini di polizia, dipinge il mondo criminale della camorra, i luoghi in cui vive e gli esseri umani che lo animano. 

    Due anni dopo è diventato un film, Gomorra (2008), per la regia di Matteo Garrone. Nel 2014 arriva Gomorra – La serie, adattamento televisivo creato dallo stesso Saviano in cui racconta le vicende dei clan camorristici di varie zone di Napoli. Un vero e proprio spartiacque nella produzione televisiva italiana che ha infuso nuova linfa al genere crime grazie a un taglio crudo e un'atmosfera degna di una tragedia di Shakespeare. Al centro le storie di donne e uomini in lotta per il potere che li consuma.

    JustWatch ha realizzato una guida per vedere il film e le serie TV in ordine cronologico.

    1. Gomorra - Le origini (2026)

    Una serie prequel che ci riporta indietro nel tempo nella Napoli del 1977. È da qui che parte Gomorra - Le origini – attualmente composta da una sola stagione da sei puntate da 50 minuti -, origin story sull'ascesa criminale di un giovane Pietro Savastano interpretato da Luca Lubrano. Dietro la macchina da presa dei primi quattro episodi e alla direzione artistica dell'intero progetto c'è Marco D'Amore che, nei panni di Ciro Di Marzio, è stato una delle colonne portanti di Gomorra – La serie.

    Rispetto all'originale i colori e le atmosfere sono più calde, proprio per sottolineare la differenza con la serie madre. La città raccontata è quella divisa tra la miseria e i sogni di riscatto del protagonista, mentre all'orizzonte il contrabbando di sigarette sta per lasciare il passo all'eroina. Oltre al quindicenne Pietro, la serie ci mostra anche due giovanissime Imma e Chanel in un'epoca in cui i sogni non erano ancora stati inghiottiti dal buio. Se ti appassionano le storie di ascesa criminale come Romanzo Criminale - La serie (2008) o di racconto storico napoletano come L'amica geniale (2018), devi dare una possibilità a questo prequel.

    2. Gomorra - La serie: Stagioni 1-4 (2014-2019)

    Venduta in oltre 50 Paesi, tra cui gli Stati Uniti e il Regno Unito, inclusa dal New York Times tra le migliori serie TV del 2016, celebrata da star del calibro di Ricky Gervais, Gomorra – La serie è il centro nevralgico di un fenomeno mediatico. Ma, oltre a riscuotere il plauso di critica e pubblico dentro e fuori i confini del nostro Paese, ha saputo ritrarre un'umanità schiacciata sotto il peso di un'ossessione. Quella sete di potere che porta a una guerra tra fazioni opposte che vede Don Pietro (Fortunato Cerlino) prima e suo figlio Genny (Salvatore Esposito) poi contro Ciro l'Immortale (Marco D'Amore), ex delfino e amico fraterno dei Savastano.

    Sebbene in molti abbiano sottolineato il rischio di emulazione, quello che la serie ha fatto fin dall'inizio è stato sottolineare come i suoi personaggi non siano eroi, bensì figure tragiche consumate da ambizioni oscure e marce capaci di portare solo dolore e morte. Un racconto che dalle Vele di Scampia arriva al Vomero per scendere nei vicoli del centro storico grazie alle storie dei tanti personaggi che lo popolano. Se hai amato ZeroZeroZero (2020) e Narcos (2015), queste prime quattro stagioni (da 48 episodi totali da circa 50 minuti) sono imperdibili.

    3. L’immortale (2019)

    Prima di vedere l'ultima stagione di Gomorra – La serie, è bene che tu faccia una pausa e veda L'Immortale. Uno spin-off e midquel che fa da ponte con l'ultimo capitolo interamente incentrato sulla figura di Ciro Di Marzio. Co-scritta, diretta e interpretata da Marco D'Amore, la pellicola ci mostra una vicenda che si muove su binari paralleli rispetto a quella della quarta stagione. 

    Senza svelare troppo per evitare la sorpresa regalata dalla visione, ti basti sapere che il film ci porta nella Napoli del post terremoto del 1980 per mostrarci la nascita del soprannome che accompagna da sempre Ciro oltre – similmente a Gomorra – Le origini – la sua educazione criminale. Un vero e proprio tassello narrativo lungo quasi due ore che si incastra alla perfezione nel mosaico rappresentato dalla serie TV. Un'opera dal respiro internazionale da recuperare se ti è piaciuto Sicario (2015).

    4. Gomorra - La serie: Stagione 5 (2021)

    Gli ultimi 10 episodi di una grande epopea criminale senza vincitori. È nell'epilogo di Gomorra – La serie che il messaggio dello show raggiunge il suo apice. Non ci sono re da incoronare, ma si può solo constatare a cosa porta la scelta di una vita dedicata al crimine. Una stagione mossa da caos, tradimenti, vendette e clan in lotta l'uno contro l'altro.

    I protagonisti vivono nella paranoia e in un senso di rabbia feroce che si traduce in un'atmosfera claustrofobica e oppressiva, come se osservassimo degli animali in gabbia. La stessa che si sono costruiti con le loro azioni. Nonostante qualche eccessiva lungaggine di trama, lo scontro finale ripaga nella sua potenza emotiva innegabile. Un sipario calato su una delle produzioni televisive più importanti del nostro mercato. Da recuperare se hai apprezzato il finale di Suburra – La Serie (2017).

  • "Madagascar": tutti i film d'animazione in ordine cronologico

    "Madagascar": tutti i film d'animazione in ordine cronologico

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Il leone Alex, la giraffa Melman, l'ippopotamo Gloria e la zebra Marty. Sono quattro degli animali cresciuti felicemente in cattività nello zoo di Central Park. Almeno fino a quando, sotto la pressione degli attivisti, non vengono spediti in una riserva naturale in Kenya. Peccato che i pinguini Skipper, Kowalski, Rico e Soldato dirottino la nave con l'obiettivo di raggiungere l'Antartide e facciano finire i quattro sulle rive del Madagascar.

    È da questo incipit che prende il via Madagascar, l'avventura animata targata DreamWorks Animation che vede Ben Stiller, Chris Rock, David Schwimmer e Jada Pinkett Smith prestare le voci ai protagonisti nella versione originale. L'uscita in sala nel 2005 è stata a un successo planetario al botteghino da oltre 556 milioni di dollari. Una cifra enorme che ha dato il via a sequel, spin-off, serie TV, videogiochi e, addirittura, attrazioni per parchi a tema.

    JustWatch ha stilato una lista di tutti i film di Madagascar segnalando dove potete recuperarli in streaming in ordine cronologico.

    1. Madagascar (2005)

    Il primo capitolo del franchise di Madagascar. Quello in cui facciamo la conoscenza dei suoi protagonisti che dall'agiata vita nello zoo di New York si ritrovano nella giungla sconosciuta. Un film d'animazione tutto giocato sul divertente contrasto tra la dimensione urbana e quella della natura selvaggia. Pensata per un pubblico di piccoli spettatori, la pellicola si dimostra capace anche di divertire gli adulti grazie al suo umorismo tagliente.

    2. Madagascar 2 (2008)

    Un secondo capitolo capace di convincere ancor più del primo sotto il duplice profilo narrativo e visivo. Oltre che incassare ancora di più del precedente, arrivando a quota 603 milioni di dollari nel mondo. In Madagascar 2 i protagonisti, complice un aereo malandato guidato dai pinguini, finiscono in Kenya dove Alex ritrova i suoi genitori e si confronta con le sue origini. Un riuscito sequel ricco di umorismo che torna a confrontarsi con le tematiche di amicizia e identità.

    3. Madagascar 3: Ricercati in Europa (2012)

    I milioni di dollari incassati in tutto il mondo con Madagascar 3: Ricercati in Europa hanno raggiunto quota 746. Riprova di un successo e di un'affezione costante da parte del pubblico capace di crescere negli anni. In questo terzo capitolo, Alex, Melman, Gloria e Marty si ritrovano a unirsi a un circo itinerante in giro per il vecchio continente. Ricco di nuovi personaggi, il film è un'avventura colorata e ricca di azione che chiude con efficacia una trilogia animata impeccabile.

    4. I pinguini di Madagascar (2014)

    Bisogna ammetterlo: senza Skipper, Kowalski, Rico e Soldato il franchise animato della DreamWorks non avrebbe avuto lo stesso successo. Non stupisce quindi che gli si sia dato uno spazio tutto per loro in uno spin-off. Ne I pinguini di Madagascar, i protagonisti uniscono le forze con l'agenzia di intelligence Vento del Nord. L'obiettivo è quello di fermare il polpo Dave che cerca vendetta per essere stato messo in ombra dai quattro negli zoo e negli acquari. Una pellicola che mette in risalto la loro comicità irresistibile mentre ce ne fa scoprire le origini al Polo sud.

  • Avete adorato “Fuga”? Ecco tutte le serie TV tratte dai thriller di Harlan Coben

    Avete adorato “Fuga”? Ecco tutte le serie TV tratte dai thriller di Harlan Coben

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Anno nuovo, nuova serie di Harlan Coben. È una prassi consolidata per Netflix quella di avviare la programmazione con un titolo tratto dai romanzi del prolifico autore di thriller statunitense. I risultati pagano. È infatti ancora in cima alla classifica delle serie più viste Fuga (2026), uscita il primo gennaio. Coben, 64 anni e originario del New Jersey, ha all’attivo la pubblicazione di quasi 40 romanzi e 11 trasposizioni televisive.

    Risale infatti al 2018 l’accordo multimilionario tra l’autore e il colosso di Los Gatos, prorogato quattro anni fa, per la realizzazione di ben quattordici adattamenti dei suoi romanzi, oltre al suo coinvolgimento in qualità di produttore esecutivo. Un accordo che oltretutto non circoscrive le produzioni al panorama anglofono. Per esempio, se Stay Close (2021) è inglese, Estate di morte (2020) e Fidati di me (2022) sono polacche, Suburbia Killer (2021) spagnola così come Svaniti nel nulla (2021) è francese. D’altronde il thriller ha un linguaggio universale, e per allargare la platea internazionale al cosiddetto “Coben-verse” non c’è miglior modo che coinvolgere attivamente attori, sceneggiatori e registi di altre nazionalità. Non mancano anche delle serie che sono state scritte appositamente da Coben per dei servizi streaming, come Lazarus di Harlan Coben (2025) per Prime Video o Safe (2018) con Michael C. Hall, distribuita da Netflix. Ma oggi siamo qui per consigliarvi gli adattamenti dei suoi romanzi, che proprio come Fuga (2026) non vi daranno il tempo di alzarvi dal divano per la tensione costante.

    Fuga (2026)

    La miniserie del momento. Era difficile che avvenisse il contrario per Fuga (2026), con otto imperdibili episodi, che una volta iniziati sono proprio impossibili da lasciare. Un padre disperato, Simon, disposto a tutto pur di ritrovare la figlia, finisce per essere accusato di omicidio, dando così vita a un intrigo pieno di colpi di scena, che lo trascinerà in un mondo sepolto da segreti che coinvolgono la sua famiglia, e non solo. Cosa c’è dietro il successo del nuovo adattamento televisivo di un romanzo di Coben? Il suo marchio di fabbrica, oramai sinonimo di affidabilità per gli amanti dei gialli, considerato che lo scrittore continua a dimostrare di saper dosare gli ingredienti per un buon racconto e a confermare, nel suo caso, il funzionamento del binomio letteratura e serialità.

    Missing You (2025)

    Il passato bussa sempre alla tua porta. Succede alla protagonista di Missing You (2025), la detective Kat Donovan (Rosalind Eleazar), alla guida di un dipartimento della Polizia che si occupa di persone scomparse, che in un app di incontri si imbatte nel fidanzato, sparito da ben undici anni, a pochi giorni dall’uccisione di suo padre. Proprio quando la donna è alle prese con un caso di un uomo scomparso, e soprattutto con i misteri riguardanti l’omicidio del genitore. Cinque episodi di 45 minuti, forse pochi per la gran quantità di carne al fuoco, ma al tempo stesso avvincenti per l’adattamento dell’omonimo romanzo di Coben, che non deluderanno gli appassionati, che potranno contare su una buona dose di suspense.

    Atrapados – In trappola (2025)

    Adattamento argentino, segue Ema Garay (Soledad Villamil), affermata giornalista investigativa, nota per l’abilità di scovare i criminali sfuggiti alla giustizia, alle prese con un’indagine relativa alla scomparsa di una sedicenne. Tra i principali indiziati Leo Mercer, un attivista sociale, che metterà ulteriormente in subbuglio la già tormentata vita della protagonista, vedova e con un figlio adolescente. Se siete reduci da Fuga (2026), sarete trascinati da Atrapados - In trappola (2025), storia articolata in sei episodi, tratta dall’omonimo romanzo di Coben, che affronta temi comuni, uno su tutti l’incomunicabilità generazionale, con un ritmo incalzante, da lasciarvi con il fiato sospeso fino alla fine.

    Un solo sguardo (2025)

    Miniserie polacca, dall’approccio cupo e inquietante. Sei episodi che seguono le vicende di Greta, con problemi di memoria frutto di un trauma passato, che si ritroverà a fare i conti con la scomparsa del marito, dopo essersi imbattuta in una sua misteriosa fotografia del marito, e di conseguenza con una serie di segreti che metteranno a repentaglio la sua vita e quella dei propri figli. Un solo sguardo (2025)  è un viaggio ad alto tasso di instabilità, altamente consigliato se siete degli appassionati di trame intricate, oltre che degli schemi narrativi cui Coben ci ha abituati. Esiste oltretutto una trasposizione francese del medesimo romanzo, Solo uno sguardo (2017), del tutto slegata dall’accordo dello scrittore con Netflix.

    Un inganno di troppo (2024)

    Segreti, intrighi e conflitti familiari fanno da padroni in questa miniserie. Dall’omonimo romanzo di Coben, Un inganno di troppo (2024) sposta la storia da New York all’Inghilterra, con una donna Maya Stern, alle prese con la morte violenta del marito, assassinato nel corso di una rapina. Un lutto ravvicinato a un altro, quello della sorella, scomparsa pochi mesi prima in circostanze simili. Ma un’immagine registrata da una microcamera installata dentro casa, che raffigura il defunto marito che tiene in braccio la loro figlia, rimette tutto in discussione. Otto episodi, da divorare in una grande abbuffata, in cui vi ritroverete spesso a dubitare dei vostri sospetti, proprio come la protagonista.

    Shelter (2023)

    Un giallo con protagonisti degli adolescenti. Descritto come un “teen drama a stampo investigativo”, la miniserie Shelter  (2023) trae ispirazione dal primo romanzo della saga letteraria di Coben dedicata a Mickey Bolitar. La vita del giovane protagonista cambia a seguito di un tragico incidente, che ha portato alla scomparsa del padre, e la scomparsa di una sua nuova compagna di scuola lo porterà a improvvisarsi investigatore, con l’aiuto di due amici. Nell’andare sempre più a fondo finirà per imbattersi anche in scomodi segreti legati al passato della sua famiglia. Otto episodi per una storia coinvolgente, sull’onda di Pretty Little Liars (2010).

    Fidati di me (2022)

    Cambio di location, ma la sostanza è la stessa. Seconda produzione polacca per un adattamento di Coben, Fidati di me (2022) segue anche stavolta una scomparsa. Quella del diciottenne Adam, che sconvolge un quartiere benestante di Varsavia, portando alla ribalta i segreti dei suoi abitanti, mettendo in gioco genitori e figli. Ambientata nello stesso universo di Estate di morte (2020), pur non essendo un sequel, è una miniserie in sei episodi in cui la tensione cresce sempre di più nell’avvicinarsi al finale, il che garantisce il marchio dello scrittore statunitense, mostrando ancora una volta quanto le sue storie si prestino alla perfezione per il binge watching.

    Stay Close (2021)

    Trasposizione british dell’omonimo romanzo di Coben, Stay Close (2021) è un thriller che intreccia la vita di quattro persone. L’azione si sposta dal New Jersey nella cittadina fittizia di Ridgewood (Blackpool, città a nord dell’Inghilterra), ritroviamo l’attore protagonista di Fuga (2025), James Nesbitt, stavolta nei panni di un detective, Michael Broome, alle prese con un caso di scomparsa, che si ricollega a un altro avvenuto lo stesso giorno didiciassette anni prima. Si susseguono i colpi di scena attraverso l’innesco di una reazione a catena che travolgerà le vite dei protagonisti. Se avete amato l’ultimo adattamento di Coben, sarete catturati anche da questa miniserie sia per temi in comune sia per la struttura narrativa, che si presta a una visione tutta d’un fiato.

    Svaniti nel nulla (2021)

    Cinque episodi, cinquanta minuti ciascuno, per una miniserie che intreccia mistero e dramma investigativo. Produzione francese, il filo conduttore di Svaniti nel nulla (2021) riguarda sempre una catena di sparizioni, che spinge i personaggi a confrontarsi con segreti familiari che vengono violentemente a galla. Il tutto all’insegna dell’opera di Coben, con la sceneggiatura tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense, in grado di offrire una tensione costante. Al centro della trama, stavolta ambientata in Francia, Guillaume Lucchesi (Finnegan Oldfield) è un trentenne, tormentato dalla scomparsa del fratello Fred (Nicolas Duvauchelle) e di Sonia (Garance Marillier), il suo primo amore, che si ritrova dopo anni nuovamente alle prese con una tragedia personale: la sparizione di Judith, la donna di cui oggi aveva avuto il coraggio di rinnamorarsi e che avrebbe voluto sposare.

    Suburbia Killer (2021)

    Adattamento spagnolo del romanzo “L’innocente”, Suburbia Killer (2021) conosce sicuramente il fatto suo. Quel che è infatti certo è che, soprattutto se a digiuno dalla lettura dell’opera di Coben, una volta iniziata sarà difficile farne a meno. Al centro la storia di Mat, che ricomincia la propria vita, dopo quattro anni di carcere per aver ucciso erroneamente un uomo durante una rissa. Ma proprio quando pensa di aver ritrovato una traiettoria, la sua innocenza viene messa nuovamente in discussione per una serie di eventi riguardanti non solo il suo passato, ma anche quello della compagna, Olivia. Ottima esperienza, un viaggio in otto episodi in grado di tenervi incollati alla poltrona, proprio per l’imprevedibilità e la tensione degli eventi messi in scena.

    Estate di morte (2020)

    Prima serie polacca dell’accordo Coben-Netflix, Estate di morte (2020) è una chicca per gli appassionati del genere. Sei episodi da cinquanta minuti che spostano l’ambientazione statunitense del romanzo in Polonia, seguendo un mistero che da venticinque anni tormenta un procuratore: quello della scomparsa della sorella avvenuta nel corso di un campo estivo. Un thriller che viaggia su due piani temporali, quello presente e passato, che inevitabilmente finiscono per comunicare l’uno con l’altro, portando a galla dei traumi impossibili da seppellire. È ben fatta, confermando di non aver nulla da invidiare alle produzioni di genere d’oltreoceano. Provare per credere.

    The Stranger (2020)

    Una sconosciuta inizia a rivelare dei segreti sconvolgenti a diversi personaggi riguardo le loro famiglie. Come succede, per esempio, a Adam Price (Richard Armitage), un uomo dalla vita apparentemente perfetta, che finisce per ritrovarsi alle prese con la scomparsa della moglie, dopo aver ricevuto una rivelazione devastante sul suo conto. Tratta dall’omonimo romanzo di Coben, The Stranger (2020) è una miniserie thriller efficace, composta da otto episodi, che indaga il peso dei segreti sulle dinamiche familiari, mostrando come una singola rivelazione possa innescare una catena di eventi in grado di mettere in crisi identità, relazione e certezze apparentemente incrollabili. Produzione inglese, da non farsi sfuggire se appassionati di misteri che stravolgono esistenze ordinarie, capaci di tenerti con il fiato sospeso.

  • Da “La Pimpa” a “Papà castoro”: i migliori cartoni della Melevisione

    Da “La Pimpa” a “Papà castoro”: i migliori cartoni della Melevisione

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Nella seconda stagione di Pesci piccoli – Un'agenzia. Molte idee. Poco budget (2023), la serie TV dei The Jackal, l'episodio “La Fantagenzia” è ambientato in una parodia del Fantabosco, il Regno di Fiaba dove è ambientata la Melevisione. Il sintomo della popolarità del programma per bambini andato in onda per 16 anni tra Rai Tre e Rai Yoyo.

    Il programma ruotava attorno alle vicende di folletti, principi, streghe, fate, re e lupi, mescolando la magia delle favole con l'educazione e tematiche care all'infanzia come l'amicizia, il confronto con la paura o il rispetto della natura e dei suoi abitanti. Il protagonista assoluto e padrone di casa, Tonio Cartonio, è diventato un punto di riferimento per svariate generazioni di piccoli spettatori che, nel corso del programma fatto di canzoni, filastrocche e lavoretti manuali, erano intrattenute anche da una serie di cartoni animati.

    JustWatch ha stilato una classifica dei migliori tra quelli andati in onda nel corso delle 2045 puntate del programma racchiuse in 17 edizioni. Vi proponiamo la nostra Top 5, mentre in fondo all’articolo troverete una lista più comprensiva di tutti i cartoni più amati trasmessi dalla Melevisione!

    5. Bob aggiustatutto (1999)

    L'escavatrice Scoop, il bulldozer Muck, la betoniera Trottola, la gru Lofty, lo schiacciasassi Rullo. Sono alcune delle macchine animate e senzienti protagoniste di Bob aggiustatutto, la serie TV inglese realizzata prima in stop-motion e poi in CGI con protagonista un costruttore edile pasticcione e distratto. Aiutato dalla collega Wendy e dai suoi strumenti per risolvere problemi logistici e completare costruzioni nella Valle dei Girasoli, Bob ha un'attitudine positiva alla vita e al lavoro. Lo dimostra anche il suo ormai celebre motto: “Possiamo aggiustarlo? Sì, possiamo!”. Nove stagioni per oltre 250 episodi della durata di 10 minuti, dove il lavoro di squadra è al centro del racconto.

    Una storia che parla di unità, collaborazione e armonia e che insegna ai più piccoli il valore del sostegno reciproco e dell'unione. Insieme tutto è possibile, basta aiutarsi a vicenda. Se sei cresciuto guardando Sam il pompiere (1987), le avventure di Bob e delle sue macchine di lavoro ti terranno compagnia. Inoltre, dopo il film Bob Aggiustatutto: Mega Macchine (2017), è in lavorazione un live action prodotto da Jennifer Lopez e ambientato a Puerto Rico con Anthony Ramos scelto per prestare la voce al protagonista.

    4. Le avventure del bosco piccolo (1993)

    Se chiedete a qualsiasi bambino cresciuto degli anni '90 quali sono stati i cartoni animati più amati ma traumatici della loro infanzia, Le avventure del bosco piccolo ricoprirà sicuramente uno dei tre gradini del podio. La storia di un gruppo di animali della foresta costretto a fuggire dal proprio habitat distrutto dalle attività umane per intraprendere un pericoloso viaggio verso la riserva naturale del Parco del daino bianco. Raramente la TV per ragazzi è stata così onesta nel raccontare i pericoli del bosco, la crudeltà degli esseri umani e il ciclo di vita e morte che caratterizza il mondo animale. Una delle prime serie dall'impronta ecologista e realistica sebbene pensata per un pubblico di bambini.

    Un'animazione classica, pulita ed elegante nelle linee che accompagna un racconto malinconico e tenero, ma anche drammatico nelle sue tre stagioni da 39 episodi di poco meno di mezz'ora. I piccoli spettatori, infatti, oltre alle avventure spesso pericolose degli animali protagonisti, devono confrontarsi anche con la morte di alcuni di loro. Un primo approccio alle tematiche di perdita e accettazione del diverso (l'incontro e la collaborazione tra specie diverse), per un classico dal respiro formativo. Se ti sei emozionato guardando La collina dei conigli (1978), Le avventure del bosco piccolo non sarà da meno.

    3. Bear nella grande casa blu (1997)

    Chi non ha mai cantato la “Canzone dell'arrivederci” insieme alla Luna e all'orso Bear? Uno dei momenti più teneri della Melevisione e di Bear nella grande casa blu, la serie TV statunitense per i bambini di età prescolare. Protagonista un orso gigante e gentile che vive insieme ai suoi amici animali - il topo Tutter, l'orsacchiotta Ojo, il lemure Treelo e le lontre Pip e Pop – con i quali vive avventure quotidiane, risolvendo problemi e aiutandosi a vicenda.

    Il protagonista è un concentrato di empatia, simpatia e dolcezza che parla direttamente con i suoi piccoli spettatori, cantando canzoni sui temi di puntata, aiutandoli a crescere e a scoprire le emozioni, dalla gioia alla tristezza. Quattro stagioni, per un totale di 117 episodi da 24 minuti, che mettono il buonumore mentre insegnano a conoscere ciò che proviamo. Se sei un fan di Sesame Street (1969), non puoi perderti questa meraviglia. Anche se non si tratta di un cartone animato, è uno dei simboli più amati della Melevisione.

    2. Papà Castoro (1993)

    Ispirata ai personaggi dei libri Les Albums du Père Castor, la serie vede i tre piccoli e vivaci castorini Caline, Grignotte e Benjamin tenuti a bada dal papà attraverso il racconto di favole tradizionali e storie educative per trarne insegnamenti. Un racconto caldo dall'ambientazione provenzale e rassicurante. Attraverso il salotto di papà Castoro i bambini davanti alla TV vengono catapultati in mondi magici o antichi racchiusi nei suoi libri. Merito di favole come I tre porcellini o Il gatto con gli stivali, classici come Esopo o racconti folkloristici.

    Tutti scelti per permettere di affrontare tematiche diverse, dal coraggio all'onestà passando per l'umiltà e la generosità messi a confronto con sentimenti o gesti negativi. Inoltre, grazie alle fiabe sempre diverse raccontate nel corso di 156 episodi racchiusi in 3 stagioni da 6 minuti, l'animazione cambia di puntata in puntata rendendo Papà castoro una visione sempre nuova. Se ti sei divertito guardando le storie di SimsalaGrimm (1999), troverai la stessa varietà anche in questo classico d’animazione.

    1. La Pimpa (1982)

    Cinquant’anni compiuti nel 2025 - la sua prima apparizione risale al 1975 sul Corriere dei Piccoli - e non sentirli. La Pimpa, cagnolina bianca a pois rossi con la lingua a penzoloni e dal carattere curioso e vivace, mantiene intatta tutta la sua freschezza. Ne è una dimostrazione l’amore e la popolarità che ha riscosso anche nelle nuove generazioni. Creata da Altan per sua figlia, la Pimpa vive avventure per il mondo con il suo amato padrone\papà Armando e oggetti inanimati che prendono vita.

    Ogni episodio è l’occasione per visitare un luogo diverso nel mondo e fare nuovi amici per poi tornare a casa per cena e raccontare tutto all’amato “Armandone”. Dal 1982 ad oggi sono quattro le serie che l’hanno vista protagonista - La Pimpa (1983), Pimpa - Le nuove avventure (1997), Pimpa (2010) e Pimpa (2015) - tutte incentrate sull’ottimismo, la curiosità verso ciò che ci circonda e la voglia di imparare sempre cose nuove. Se ti piacciono Le avventure di Paddington (2020) e i Barbapapà (1974), preparati a farti conquistare dalla cagnolina più simpatica mai esistita!

  • Le migliori performance di Zendaya, dagli esordi fino a “Challengers”

    Le migliori performance di Zendaya, dagli esordi fino a “Challengers”

    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Zendaya è una delle attrici più riconoscibili della sua generazione, ma la sua filmografia è ancora sorprendentemente corta. Infatti, dopo l’esordio da enfant prodige Disney, l’attrice ha costruito la carriera con una selettività quasi chirurgica: pochi ruoli, centratissimi, talvolta preferendo parti culturalmente rilevanti al box office. Ma il suo curriculum si sta arricchendo velocemente: in questo 2026 la rivedremo sul grande schermo nel ruolo di Atena nell'Odissea di Christopher Nolan e in The Drama, in cui è co-protagonista a fianco di Robert Pattinson.

    Se con Challengers (2024) di Luca Guadagnino Zendaya è entrata finalmente nella fase “autoriale” della sua carriera, è probabilmente in Euphoria (2019) che l’attrice è riuscita a dare per la prima volta un prova intensa, cruda, da alcuni inaspettata se si legge la sua carriera dagli esordi. Per questo, in attesa di vederla tornare a vestire i panni della sua Rue per terza stagione in arrivo nel 2026, abbiamo raccolto le sue interpretazioni più significative (dalla più acerba alla più memorabile) per raccontare come si è trasformata, passo dopo passo, da volto Disney a una delle attrici più interessanti e ricercate del cinema contemporaneo.

    K.C. Agente Segreto (2015)

    K.C. Agente Segreto è il ponte perfetto tra la Zendaya star Disney e l’attrice che verrà dopo. La serie mescola spionaggio, comedy e teen drama, con lei che tiene insieme tutto con la maturità di un’attrice già navigata. È credibile nell’azione, ha tempi comici precisi che riescono a portare tocchi di ironia all’interno di un copione altrimenti confinato all’interno delle dinamiche tipiche della sitcom. Ma l’importanza di questo titolo, certamente non il più luminoso della sua carriera, sta soprattutto dietro le quinte. L’attrice, infatti, aveva appena 17 anni quando negoziò per sé stessa un ruolo da produttrice per questa serie, quando per la prima volta dimostrò di voler prendere il controllo totale sulla sua immagine e sul proprio lavoro. Un titolo interessante soprattutto se paragonato all’esordio di A tutto ritmo (2010) dato che questa è la serie con cui Zendaya passò da essere semplicemente volto di un canale a vera e propria attrice protagonista.

    The Greatest Showman (2017)

    Forse i meno attenti non se ne saranno accorti, ma sì, Zendaya ha una parte in The Greatest Showman. Chiariamo subito, il suo personaggio è più simbolico che altro: una figura “romantica”, sospesa tra il circo e i toni più drammatici del film. Tuttavia, nonostante una sceneggiatura che le concede pochissimo, Zendaya riesce a cambiare il ritmo del film tutte le volte che entra in scena, soprattutto nei momenti musicali. La chimica con Zac Efron funziona, il passato da ragazzina prodigio esce tutto, nella voce e nelle coreografie sfoderate con Rewrite the Stars, eseguita con una naturalezza impressionante. Anche se questa parte rimane solo in superficie, lontana anni luce dalla complessità che darà in seguito ad alcuni dei suoi personaggi, con questo film l’attrice riuscì per la prima volta a dare uno spessore diverso alle capacità maturate negli anni Disney, quasi fosse un primo vero assaggio delle sue vere potenzialità. Un ruolo da riscoprire se amate i musical luminosi e romantici, da guardare più per lo spettacolo e le canzoni che per la profondità emotiva. Per quella c’era ancora tempo.

    The OA (2016)

    Anche nel caso di The OA il ruolo di Zendaya è breve, quasi un’apparizione, ma interessante nel modo in cui si inserisce nel mondo enigmatico creato da Brit Marling. Qui non ruba mai la scena, non è chiamata a dominare il racconto, ma si incastra in un’atmosfera oscura e rarefatta, fatta di simboli, misteri e linee temporali che si intrecciano. È una prova piccola ma elegante, tutta giocata in sottrazione, con un’energia totalmente diversa rispetto ai titoli più noti della sua filmografia. Non è certo la performance che definisce la sua carriera, ma è un segnale di curiosità e voglia di sperimentare anche in produzioni più di culto, lontane dal mainstream. Da vedere se amate le serie enigmatiche e volete scoprire un tassello laterale, ma significativo, della sua crescita.

    Malcolm & Marie (2021)

    Malcolm & Marie è il primo vero tentativo di Zendaya di scrollarsi di dosso l’etichetta teen e affrontare un personaggio adulto, nervoso, pieno di ferite. Con atmosfere riprese da Carnage (2011), il film è una lunga notte di litigi, monologhi, un duetto chiuso dentro quattro mura che vive solo di parole e sguardi. Zendaya ci mette tutto, la sua fragilità, la rabbia e l’ironia che ritroveremo più avanti nella sua carriera. Purtroppo questo personaggio rimane rigido, sembra scritto in modo talmente programmatico da “limitare” la spontaneità dell’attrice. A tratti il film sembra più un esercizio di stile che una storia vera e propria, e questo traspare anche nella prova di Zendaya, potente ma a volte quasi incastrata nella forma. Resta comunque un passaggio importante nella sua carriera, lo scarto netto verso la maturità. Da recuperare se vi piacciono i confronti ad alta tensione e volete vedere l’attrice in una versione più vulnerabile e “scoperta”, anche se non nel suo lavoro più riuscito.

    La trilogia di "Spider-Man" (2017 - 2021)

    Nell’universo Marvel Zendaya entra quasi di lato, ma finisce per diventare uno dei punti di riferimento emotivi della nuova trilogia dell’Uomo Ragno. La sua MJ è sarcastica, disincantata, piena di quell’ironia secca che diede contemporaneità al suo personaggio, preambolo del ruolo che l’ha poi portata a diventare un’icona generazionale. In Spider-Man: Homecoming (2017) sembra una presenza marginale, poi, con i successivi Far From Home (2019) e No Way Home (2021), il rapporto con Peter Parker cresce fino a diventare una delle linee narrative più solide della saga. La chimica con Tom Holland è uno dei cuori pulsanti dei film, soprattutto nei momenti più intimi in cui riesce a rendere credibile un amore adolescente in mezzo a multiversi, supereroi e caos apocalittico. La forza della sua interpretazione sta proprio nella naturalezza con cui Zendaya riesce a portare l’autenticità adolescenziale della sua MJ dentro un blockbuster gigantesco, senza mai risultare stonata rispetto al tono colossal tipico del MCU. Imperdibile se vi piacciono i cinecomic dalle tonalità più teen, questo è il ruolo che ha portato definitivamente Zendaya sotto i riflettori di Hollywood.

    "Dune" (2021) e "Dune: Parte Due" (2024)

    È vero, il trailer aveva fregato anche noi, tanto che ci eravamo rimasti male nello scoprire che nel primo Dune (2021) Zendaya è quasi un fantasma che attraversa sogni, visioni e deserti. Insomma, più una “promessa” che un vero personaggio. Promessa mantenuta in Dune: Parte Due (2024), con la sua Chani che prende finalmente forma, diventando la protagonista femminile di un’epopea sci-fi monumentale. Zendaya porta in scena una figura misteriosa e affascinante, radicata nella sabbia di Arrakis, divisa tra la lealtà al suo popolo e la disillusione verso le profezie che circondano Paul. La sua è una recitazione fatta di sguardi, silenzi, fratture emotive che attraversano un mondo dominato da potere, religione e guerra. Insieme a Chalamet, Zendaya dà profondità a un universo che rischierebbe di essere solo estetica e sottotrame politiche, riuscendo a splendere nonostante sia circondata da un cast all stars. Consigliatissimo a chi ama la fantascienza visiva e d’autore, importante anche perché porta un personaggio femminile al centro della trama, protagonista di una ribellione come non se ne vedevano da Leia Organa di Star Wars (1977).

    Euphoria (2019 - in corso)

    Con Euphoria arriva il cambio marcia definitivo e, di fatto, cambia anche la percezione che il pubblico aveva di Zendaya. Rue è un personaggio difficile, quasi scomodo per il target a cui (solo in teoria) questa serie doveva rivolgersi. Tossicodipendenza, depressione, traumi familiari, relazioni complicate, il tutto raccontato senza filtro, lontanissimo dagli schemi edulcorati dei teen drama mainstream. Lei affronta il ruolo costruendo un ritratto crudo, allo stesso tempo fragilissimo, una ragazza che oscilla continuamente tra autodistruzione e il desiderio disperato di essere amata. È una performance fisica, emotiva, a tratti devastante, che le è valsa due Emmy ma soprattutto un posto in prima fila nell’immaginario delle nuove generazioni. Euphoria è la serie da vedere se volete capire fino a che punto può spingersi un’attrice considerata “pop” quando le viene affidato un ruolo davvero complesso. Un punto di non ritorno nella sua carriera.

    Challengers (2024)

    Ma è con Challengers che arriva la vera consacrazione ad attrice di culto, il film in cui Zendaya non è più promessa, ma baricentro assoluto della trama. L’ex stella del tennis Tashi Duncan è un personaggio magnetico, pieno di zone grigie, in bilico tra manipolazione subdola, desiderio di rivalsa e ferite che non si rimarginano. Zendaya domina ogni scena, e lo fa quasi senza sforzo, attraverso i tempi dei suoi sguardi, delle sue battute, nel modo in cui “respira” dentro le inquadrature di Luca Guadagnino. La sua Tashi è affascinante e respingente allo stesso tempo, un personaggio “represso” ma mai neutrale, quasi subdolo nel modo che ha di tirare le redini del triangolo portato in scena, un The Dreamers (2003) sporco di terra rossa. È il ruolo perfetto per chi ama le storie di ossessione, potere e competizione che vanno ben oltre la storia sportiva. Challengers conferma Zendaya come una delle attrici più rilevanti del momento, capace di tenere in equilibrio le origini più pop con una profondità autoriale, pronta a prendersi il centro della scena in qualsiasi progetto decida di affrontare.

  • "Mare Fuori": guida completa alle serie TV e al film del fenomeno Rai

    "Mare Fuori": guida completa alle serie TV e al film del fenomeno Rai

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    A volte, per capire il successo di un film o di una serie TV, è necessario guardare anche alle sue bonarie parodie. È quello che è successo nel corso delle cinque stagioni di Mare fuori – con una sesta in arrivo a febbraio 2026 e una settima e ottava già confermate. La produzione targata Rai incentrata sulle storie di un gruppo di giovani detenuti del fittizio Istituto penale per minori di Napoli.

    Mentre i vari capitoli si sono succeduti, video e reel ispirati alla serie e ai suoi personaggi hanno dominato Instagram e TikTok contribuendo ad accrescerne la fama e trasformando gli attori nei beniamini delle nuove generazioni, da Massimiliano Caiazzo a Nicolas Maupas passando per Maria Esposito e Matteo Paolillo.

    Un racconto che dà voce a ragazzi cresciuti in contesti in cui la criminalità sembra l'unica strada percorribile, muovendosi tra colpa e possibile redenzione. Così popolare da attirare l'attenzione di critica e pubblico oltreoceano e un remake spagnolo, Mar afuera (2025), nonostante il forte radicamento nel tessuto sociale napoletano. Perché quello che racconta Mare fuori, tra coming of age e crime, è universale. Una storia di riscatto che si interroga sul peso delle scelte, l'ambiente sociale e il ruolo rieducativo delle carceri per dare una seconda possibilità.

    JustWatch ha stilato una guida alle serie e al film del fenomeno mediatico Rai dalla cui costola sono nati anche un musical e due romanzi, Mare Fuori. Le forme dell'amore e Mare Fuori. Io sono Rosa Ricci.

    1. Mare Fuori (2020)

    Le sbarre alla finestra e il mare, simbolo di libertà, all'orizzonte. È il contrasto alla base di Mare fuori e dell'IPM di Napoli che fa da sfondo alle giornate dei suoi protagonisti. Ragazzi e ragazze rei di crimini più o meno gravi, tutti vittime di contesti sociali e assenze che hanno segnato le loro giovani vite. La serie Rai ci porta alla scoperta di ognuno di loro, con un'attenzione particolare alla sfera psicologica che permette di empatizzare con loro e le loro storie, provando a capire – senza voler per forza giustificare – le loro azioni. Centrali anche le figure delle donne e degli uomini che lavorano come direttrici ed educatori all'interno dell'istituto. Guide e punti di riferimento che provano a mostrare che un'altra strada e vita, oltre il crimine, sono possibili. 

    Altra co-protagonista è Napoli, tra le cui strade si consumano lotte per il potere e conflitti sociali. A giocare un ruolo importante anche la colonna sonora di Stefano Lentini e i brani di Raiz e Matteo Paolillo che, oltre a essere uno dei protagonisti, è anche autore e interprete della sigla, 'O Mar For. Cinque stagioni (finora) per un totale di 74 da un'ora circa in cui la violenza e gli amori giovanili convivono con i colpi di scena e il riscatto. Da recuperare se ti è piaciuta Gomorra – Le origini (2026) e hai apprezzato i drammi adolescenziali di Euphoria (2019).

    2. Mare Fuori #Confessioni (2023)

    Tra le tante realtà nate dal successo della serie TV c'è anche Mare Fuori #Confessioni, un mockumentary e spin-off in cui i protagonisti si mettono a nudo davanti alla telecamera, approfondendo i traumi e i retroscena vissuti tra una stagione e l'altra all’interno del penitenziario minorile. Eventi di finzione commentati come se fossero reali e che offrono una prospettiva intima simile a quella di un diario segreto sulle emozioni di Carimne, Chiattillo, Rosa, Edoardo, Cardiotrap e tanti altri personaggi.

    Un formato visivamente molto essenziale, ma che dalla sua ha la capacità di rendere ancora più approfondite le psicologie dei giovani protagonisti permettendo al pubblico una conoscenza maggiore. Al momento sono disponibili 3 stagioni per 36 episodi complessivi da 6/7 minuti. Se i due episodi speciali di Euphoria del 2021, Parte 1: Rue e Parte 2: Jules, ti hanno emozionato, non perderti questo mockumentary. 

    3. Io sono Rosa Ricci (2025)

    Entrata come guest nella seconda stagione di Mare fuori, dalla terza ne è diventata un pilastro e uno dei personaggi più amati e carismatici della serie. Stiamo parlando di Rosa Ricci (Maria Esposito), figlia minore di Don Salvatore (Raiz) di cui ha ereditato l'impero criminale. Così popolare che era solo questione di tempo, quindi, prima che il personaggio diventasse protagonista di un film tutto suo.

    È successo nel 2025 con Io sono Rosa Ricci, spin-off e prequel della serie madre incentrato sul passaggio del personaggio da ragazzina schiva a giovane donna determinata a scegliere per sé il proprio destino. Non accolto con grande entusiasmo dalla critica, il film rappresenta un ponte narrativo perfetto per chi vuole conoscere qualche dettaglio in più sull'adolescenza e le dinamiche che hanno portato Rosa ad essere così determinata e desiderosa di vendetta. Se ti sono piaciuti La Regina del Sud (2011) e Rosy Abate - La serie (2017), troverai pane per i tuoi denti.

  • Aspettando “Return to Silent Hill”: tutti i film e serie TV del franchise Konami

    Aspettando “Return to Silent Hill”: tutti i film e serie TV del franchise Konami

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Con Return to Silent Hill in arrivo nei cinema italiani il 22 gennaio 2026 (in anteprima mondiale con Midnight Factory), il mondo di Silent Hill torna ufficialmente sul grande schermo. Il nuovo film di Christophe Gans è un adattamento diretto di Silent Hill 2, forse il capitolo più amato della saga Konami, e segue James Sunderland mentre torna nella città maledetta dopo una lettera della moglie morta.

    È l’occasione perfetta per ripercorrere tutti gli adattamenti live action e televisivi legati al franchise: dal film del 2006 che ha definito l’immaginario “nebbia + sirene + ruggine” per un’intera generazione, al sequel più action del 2012, fino all’esperimento di serie interattiva Silent Hill: Ascension, che ha portato l’orrore psicologico su una piattaforma streaming partecipativa.

    La cosa interessante è che ogni progetto ha provato a risolvere lo stesso problema: come trasformare un horror profondamente interattivo e mentale in qualcosa da guardare, non da giocare. Alcuni puntano sull’estetica malata, altri sulle creature iconiche, altri ancora sulla colpa e sul trauma più che sui mostri. Qui sotto trovi una guida ai film e alle (poche ma significative) serie legate a Silent Hill: cosa raccontano, cosa funziona, a chi possono piacere oggi.

    Silent Hill (2006)

    Il Silent Hill di Christophe Gans è il punto di partenza obbligato. Uscito nel 2006, è un adattamento abbastanza libero del primo videogioco, con qualche variazione importante: al centro non c’è Harry Mason, ma Rose, madre che entra nella città avvolta dalla nebbia per ritrovare la figlia adottiva Sharon/Alessa. Da qui in poi è un incubo a occhi aperti fatto di scuole abbandonate, sirene d’allarme, ruggine che mangia i muri e, ovviamente, Pyramid Head e infermiere senza volto.

    Il film è lontano dall’essere perfetto, ma ha due grandi meriti: prende sul serio la dimensione visiva e sonora dei giochi (con le musiche di Akira Yamaoka) e prova a mantenere un certo grado di ambiguità narrativa. È ideale per chi vuole un horror sporco, visivamente forte, più orientato all’atmosfera che ai jump scare; funziona anche per chi non ha mai toccato un pad, perché la storia madre/figlia è abbastanza autonoma. Se cerchi il “mood” Silent Hill – nebbia, colpa religiosa, culto fanatico – questo è ancora oggi il capitolo più riuscito sul fronte cinema.

    Silent Hill: Revelation (2012) 

    Silent Hill: Revelation 3D è il seguito diretto del film del 2006 e, al tempo stesso, un tentativo di adattare Silent Hill 3. Protagonista è Heather Mason, che vive sotto falsa identità col padre e comincia a essere perseguitata da visioni sempre più invasive fino al ritorno inevitabile nella città maledetta. Il film porta in scena molti elementi cari ai fan del terzo gioco – Heather, la setta, il parco divertimenti, le infermiere, ancora Pyramid Head – ma lo fa con un approccio più action-horror anni 2010, spingendo sull’uso del 3D e sugli effetti.

    Revelation è, oggettivamente, il capitolo più debole dal punto di vista critico, ma può avere un suo fascino “da maratona” visto oggi. È consigliato soprattutto a chi ha voglia di completare il quadro degli adattamenti o ama gli horror un po’ casinisti, pieni di mostri e citazioni visive, senza aspettarsi la stessa coerenza atmosferica del primo film. Più che spaventare, diverte con il suo eccesso. Per un pubblico di completisti, nostalgici dell’era 3D al cinema e fan irriducibili del franchise.

    Return to Silent Hill (2026)

    Con Return to Silent Hill, Christophe Gans torna alla regia del franchise e decide di ripartire dal capitolo più amato: Silent Hill 2. Protagonista è James, devastato dalla perdita della sua anima gemella Mary. Una lettera lo richiama a Silent Hill, dove trova una città deformata dal suo stesso senso di colpa, popolata da figure disturbanti come Pyramid Head e le Bubble Head Nurses. Stando alle prime informazioni e al trailer, il film punta su un tono molto più psicologico e intimo, vicino al gioco di riferimento.

    L’uscita fissata a gennaio 2026 lo posiziona come grande evento horror/videoludico di inizio anno, in parallelo con la nuova fase dei giochi (remake di SH2, Silent Hill f, ecc.). È il titolo che potrebbe finalmente chiudere il cerchio tra fans dei videogiochi e pubblico generalista: meno mitologia confusa, più storia d’amore malata, lutto e auto-distruzione. Consigliato a chi cerca un horror adulto, lento, dove il vero mostro è la mente del protagonista. E ovviamente a chi ha sempre considerato Silent Hill 2 il punto più alto del genere.

    Silent Hill: Ascension (2023) 

    Silent Hill: Ascension è l’esperimento più strano e divisivo del franchise: una serie horror interattiva in streaming, sviluppata da Genvid con Konami, Behaviour e Bad Robot. Presentata come “interactive streaming series”, segue più linee narrative in diverse parti del mondo, con famiglie tormentate da nuovi mostri e colpe ereditate. La particolarità è che gli spettatori possono influenzare, attraverso scelte e voti, lo sviluppo della storia in tempo quasi reale.

    Sulla carta è la risposta a una domanda interessante: se Silent Hill è così legato all’esperienza personale del giocatore, ha senso che anche la serie sia qualcosa di partecipativo. Nella pratica, Ascension ha diviso il fandom: alcuni apprezzano atmosfera, creature e il tentativo di fare qualcosa di nuovo; altri trovano la narrazione frammentata e troppo vincolata al “format evento”. È consigliata a chi è curioso di esperimenti crossmediali e non si aspetta una serie tradizionale da binge-watching. Più che un prodotto da “consumare”, è un evento da seguire, e come tale funziona soprattutto se ti piace commentare live con altri fan.

  • Golden Globes 2026: ecco i film e le serie TV vincitori

    Golden Globes 2026: ecco i film e le serie TV vincitori

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    L'83ª edizione dei Golden Globes, andata in scena al The Beverly Hilton Hotel di Los Angeles, ha decretato i suoi vincitori con una cerimonia condotta dalla comica, scrittrice e conduttrice radiofonica Nikki Glaser. Un totale di 28 categorie divise tra cinema, serie TV e podcast. Un nuovo premio portato a casa da Amy Poehler per il suo Good Hang With Amy Poehler. Tanti i presentatori che si sono succeduti sul palco, da George Clooney a Ayo Edebiri, per consegnare le ambite statuette a una platea di grandi star.

    Tra i vincitori della serata nella categoria cinema Timothée Chalamet come miglior attore protagonista in un film musical o commedia per Marty Supreme (2025), Stellan Skarsgård come miglior attore non protagonista in Sentimental Value (2026) e Rose Byrne come miglior attrice protagonista in un film musical o commedia per If I Had Legs I’d Kick You (2025). Tra i grandi esclusi No Other Choice - Non c’è altra scelta (2025) e Frankenstein (2025).

    Per le serie tv, invece, sono state premiate Michelle Williams come miglior attrice in una miniserie, antologica o film per la tv per Dying for Sex (2025), Rhea Seehorn come miglior attrice in una serie tv drammatica per Pluribus (2025) e Jean Smart come miglior attrice in una serie musical o commedia per Hacks (2021).

    Qui su JustWatch trovate una guida ai principali vincitori dei Golden Globes 2026, con una lista completa di tutti i titoli premiati in fondo all'articolo.

    1. "Una battaglia dopo l'altra" (2025): Miglior film musical o commedia, Miglior regista, Miglior attrice non protagonista e Miglior sceneggiatura

    Con nove nomination e quattro vittorie - Miglior film musical o commedia, Miglior regista, Miglior attrice non protagonista e Miglior sceneggiatura -, Una battaglia dopo l'altra si attesta come il grande trionfatore dell'edizione 2026 dei Golden Globes. Dopo Vizio di forma (2014), Paul Thomas Anderson ha scelto di portare ancora una volta sul grande schermo una storia tratta da un'opera di Thomas Pynchon, Vineland. Un adattamento libero come il suo cinema. Leonardo DiCaprio interpreta Bob, ex rivoluzionario e padre paranoico che vive ai margini di una società. Ma quando sua figlia viene rapita è costretto a tornare in azione.

    Un thriller che in 2 ore e 42 minuti fotografa un'America sprofondata nel caos e divisa da un radicalismo malato. Ma la pellicola è anche un'ode al futuro, rappresentato dalle nuove generazioni. Un cast strepitoso – dalla premiata Teyana Taylor a Sean Penn passando per Benicio del Toro, Regina Hall e Chase Infiniti – in cui la satira politica si mescola con il racconto familiare. Già cult la sequenza dell'inseguimento finale. Un capolavoro di regia e tensione.

    2. "Hamnet – Nel nome del figlio" (2025): Miglior film drammatico e Miglior attrice protagonista

    "Paul Mescal ha detto che girare il film gli ha fatto capire che la cosa più importante dell'essere un artista è imparare a essere abbastanza vulnerabili da permetterci di essere visti per quello che siamo, non per quello che dovremmo essere". Una visibilmente emozionata Chloé Zhao ha ritirato il premio come miglior film drammatico per Hamnet – Nel nome del figlio. Trasposizione dell'omonimo romanzo di Maggie O'Farrell, la pellicola racconta la vita di William Shakespeare (Mescal) e di sua moglie Agnes Hathaway (Jessie Buckley, premiata per la sua performance) dopo aver affrontato la morte del figlio adolescente.

    Il seme che porterà il Bardo a scrivere Amleto. Lontano anni luce da un piatto biopic, il film si addentra nel legame tra vita e morte, nel dolore della perdita e nella potenza consolatrice dell'arte. Un racconto struggente che, in poco più di due ore, segue i ritmi lenti della vita quotidiana fatta di piccoli gesti ripetuti, contatto con la natura e intimità familiare. Se hai apprezzato come è stato messo in scena il lutto genitoriale in First Man – Il primo uomo (2018) e ami la regia e le atmosfere di Nomadland (2020), non puoi perderti questo film. 

    3. "KPop Demon Hunters" (2025): Miglior film d'animazione e Miglior canzone originale

    Prendete elementi di mitologia, demonologia e K-pop, frullate tutto e otterrete KPop Demon Hunters. Il miglior film d'animazione ai Golden Globes 2026 che si accaparra anche il premio per la miglior canzone originale con Golden. Un concentrato di colori al neon influenzato massicciamente nelle coreografie dai video musicali K-pop e con una colonna sonora centrale a livello narrativo. Incoronata da Time come la rivelazione dell'anno, l'animazione ruota attorno alla storia di tre idol che, segretamente, sono cacciatrici di demoni. 

    Usano la loro musica e le loro esibizioni per combattere il male e proteggere l'umanità da un re demone, Gwi-ma, che vuole rubare le anime insieme a una boy band demoniaca rivale. Diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans, il film nei suoi 95 minuti parla di accettazione di sé dietro una patina apparentemente leggera sfruttando il successo di un fenomeno globale che va ben oltre i confini sudcoreani. Da recuperare se sei fan di Spider-Man: Across the Spider-Verse (2023).

    4. "L’agente segreto" (2025): Miglior film non in lingua inglese e Miglior attore protagonista in un film drammatico

    “The Secret Agent è un film sulla memoria – o sulla sua mancanza – e sul trauma generazionale. Credo che se il trauma può essere trasmesso di generazione in generazione, anche i valori possono esserlo. Questo film è dedicato a chi resta fedele ai propri valori nei momenti difficili”. Le parole pronunciate da Wagner Moura nel suo discorso di accettazione come miglior attore protagonista ne L'agente segreto. Il film diretto dal regista brasiliano Kleber Mendonça Filho che ha ottenuto il Golden Globe anche come miglior film non in lingua inglese.

    Un thriller politico di 144 minuti ambientato nel Brasile della fine degli anni '70 nel pieno della dittatura militare. Un neo-noir che omaggia la storia del cinema con una serie di citazioni raffinate – una su tutte quella de Lo squalo (1975) – mentre racconta una storia di oppressione e identità. Un'opera grandiosa, elegante, stratificata da recuperare se sei rimasto affascinato da Bacurau (2019) e La conversazione (1974).

    5. "I peccatori" (2025): Miglior colonna sonora e Miglior risultato al cinema e al botteghino

    Ryan Coogler ci ha portato indietro nel tempo, nel Mississippi del 1932, ne I Peccatori. Un horror con il quale ridefinisce la narrazione cinematografica sui vampiri. Protagonista un doppio Michael B. Jordan nei panni di due gemelli che tornano nella loro città natale sperando di ricominciare da capo. Ma finiranno per imbattersi in un male addirittura più terrificante del razzismo con il quale si confrontano fin dalla nascita. Due ore e 10 minuti dalla regia immersiva e raffinata in cui la musica blues gioca un ruolo centrale.

    Sebbene il brano “I Laid to You” - che accompagna una delle sequenze più sbalorditive del film - non abbia vinto, Ludwig Göransson è stato premiato per la sua colonna sonora che accompagna un'opera capace di far convivere l'intrattenimento (non a caso ha vinto come miglior risultato al cinema e al botteghino) con la critica sociale. Se ti sono piaciuti Scappa - Get Out (2017) e Antebellum (2020), devi recuperare anche I peccatori. 

    6. "Adolescence" (2025): Miglior miniserie, serie antologica o film per la TV, Miglior attore in una miniserie, serie antologica o film TV, Miglior attrice non protagonista in una serie TV e Miglior attore non protagonista in una serie TV

    Sul versante serie TV, Adolescence ha fatto l'en plein vincendo nelle principali categorie:  miglior miniserie, serie antologica o film per la TV, miglior attore in una miniserie, serie antologica o film TV per Stephen Graham, miglior attrice non protagonista in una serie TV per Erin Doherty e miglior attore non protagonista in una serie TV per l'esordiente Owen Cooper. Un trionfo per quella che fin dal suo debutto è stata acclamata come un'opera potentissima.

    Ideata dallo stesso Graham insieme a Jack Thorne, la serie – girata interamente in piano sequenza – racconta le conseguenze di un omicidio commesso da un tredicenne, Jamie, nei confronti di una coetanea che lo aveva respinto e il disperato tentativo di suo padre di comprendere come sia potuto accadere. Quattro episodi da un'ora che fanno trattenere il respiro tanta è scioccante e incomprensibile ciò a cui assistiamo. Impressionante l'episodio in cui Jamie si confronta con una psicologa in un faccia a faccia da brividi. La forza del racconto sta tutta nell'analisi di una mascolinità tossica che si è irradiata anche nelle fasce più giovani, influenzate dai social e abbandonate dal sistema educativo. Una visione imprescindibile, specie se hai trovato interessante In difesa di Jacob (2020).

    7. "The Pitt" (2025): Miglior serie TV drammatica e Miglior attore in una serie TV drammatica

    Noah Wyle è tornato tra le corsie di un ospedale e il pubblico non potrebbe esserne più felice. L'attore di E.R. - Medici in prima linea (1994), ha riunito le forze chiamata con lo showrunner R. Scott Gemmill e il produttore esecutivo John Wells del medical drama anni '90 per The Pitt. Già premiato con quattro Emmy, lo show ambientato in un fittizio ospedale di Pittsburgh ha vinto i Golden Globes come miglior serie tv drammatica e miglior attore in una serie TV.

    Ognuno dei 15 episodi da un'ora segue gli altrettanti 60 minuti di un turno al pronto soccorso, tra emergenze, limiti del sistema sanitario americano, dilemmi etici e storie personali di medici e infermieri. Un racconto corale, dinamico, convulso, toccante e umanissimo, dove il realismo crudo della messa in scena va di pari passo con l'omaggio al lavoro di chi ogni giorno opera in corsia con l'obiettivo di salvare vite. Se adori il ritmo caotico di The Bear (2022) e sei cresciuto con il Dr. Carter e il Dr. Ross di E.R., non puoi non vedere The Pitt. 

    8. "The Studio" (2025): Miglior serie TV musical o commedia e Miglior attore in una serie TV musical

    L'ottavo episodio di The Studio è ambientato durante una serata di premiazione dei Golden Globes in cui Zöe Kravitz viene chiamata sul palco a ritirare un premio. La star ringrazia per ultimo anche il capo dei Continentale Studios, il Matt Remick di Seth Rogen, chiamato a risollevare una major in crisi d'identità e di bilancio. Peccato che il microfono venga spento e nessuno senta il suo nome. A qualche mese dalla sua uscita, la serie ha vinto proprio a Golden Globes due statuette come miglior serie TV musical o commedia e miglior attore in una serie TV musical per il suo creatore, regista e interprete Seth Rogen, che questa volta ha potuto pronunciare un discorso senza intoppi.

    Una satira su Hollywood e certe assurdità dell' industria cinematografica odierna in cui gli algoritmi la fanno da padrone e registi del calibro di Martin Scorsese vengono ridotti alle lacrime. Spassosa, vertiginosa, brillante, irriverente. The Studio, però, oltre a prendersi gioco della fabbrica di celluloide dall'interno è anche una lettera d'amore al cinema e a un mondo che deve ritrovare la magia lasciando un po' in secondo piano l'ossessione per il profitto. Se ti sei divertito guardando Call My Agent! (2015), ti sbellicherai dalle risate.

  • "Conformity Gate" e altre 9 teorie dei fan su film e serie TV (mai diventate canon)

    "Conformity Gate" e altre 9 teorie dei fan su film e serie TV (mai diventate canon)

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Ci sono teorie formulate dai fan dalle menti più folli che vengono accettate come parte del canone di un film o una serie TV. In questi casi, la teoria diventa reale nel mondo immaginario di questi titoli. È successo a Jar Jar Binks di Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma (1999), ritenuto ormai da tutti un sith. Altro fatto dato per certo è l’inesistenza di avvenimenti soprannaturali in The Blair Witch Project (1999).

    Al contrario, molte speculazioni hanno una vita più complicata. Alcune dividono i fan e diventano il campo di battaglia di ogni cinefilo. Sarà mai vera la teoria dell’oppio in C'era una volta in America (1984), ossia la credenza che tutto ciò che vediamo nel film è frutto delle allucinazioni di Noodles? Questa e altre teorie non riescono a convincere inequivocamente tutti. Per questo, il loro status all’interno del canone rimane ambiguo.

    Se si tratta di speculazioni tirate per i capelli come quella del Conformity Gate di Stranger Things (2016), ci pensano direttamente gli studios, i creatori o gli addetti al lavoro a screditarne la reputazione. In occasione del finale della serie dei Duffer Brothers e dei mille dibattiti sulla teoria appena citata, abbiamo stilato una lista con 10 teorie folli su film e serie TV. Tutte queste ipotesi si sono, però, rivelate false, non diventando mai parte del canone.

    1. "Shining" (1980) - Kubrick e l’atterraggio sulla Luna

    Non temete, più avanti troverete la teoria del Conformity Gate. Tuttavia, non potevamo non iniziare la lista senza la regina delle teorie folli: Shining contiene messaggi subliminali con i quali Kubrick ammette di aver filmato l’atterraggio sulla Luna del 1969. Le teorie cospiratorie sul classico horror non finiscono mai, tanto che Rodney Ascher vi ha dedicato il documentario Overlook Hotel - Stanza 237 (2012). Peccato che l’assistente personale del regista, Leon Vitali, ha definito senza senso la maggior parte del documentario. Nonostante il capolavoro sci-fi 2001: Odissea nello spazio (1968) mostri il talento innato del regista per le scene nello spazio, sembra proprio che gli astronauti abbiano raggiunto il suolo lunare per davvero.

    2. "Il grande Lebowski" (1998) - Donny è frutto dell’immaginazione di Walter

    Il grande Lebowski rimarrà per sempre un classico cult degli anni ‘90. Sembra strano che le teorie cospirazioniste non abbiano trovato un posto nella sceneggiatura dei fratelli Coen. Sia il Drugo annebbiato dall’erba che il suo amico veterano Walter potrebbero essere due cospirazionisti della prima ora. Veniamo, però, al nodo della questione. Molti fan de Il grande Lebowski (1998) hanno teorizzato che Donny sia frutto dell’immaginazione di Walter, a causa dello stress post-traumatico indotto dal Vietnam. Questa ipotesi è degna della mente di qualunque fan del cult anni ’90, ma rimane infondata. Gli stessi registi hanno fatto notare come, dopo la sua dipartita, le ceneri di Donny vengano sparse nell’aria. O meglio, sul Drugo e su Walter. In ogni caso, le ceneri sono la prova dell’esistenza di Donny.

    3. "Harry Potter e la pietra filosofale" (2001) - Il Wizarding World è pura fantasia

    Non solo C'era una volta in America (1984) vanta una teoria dell'allucinazione. Harry Potter e la pietra filosofale e tutti gli altri titoli della saga dal successo globale sono stati oggetto di una teoria cospirazionista ultra pessimista. Tutto il Wizarding World è irreale ed è il prodotto della mente di Harry Potter. In realtà, il piccolo maghetto che diventerà l’arcinemico di Voldemort non ha mai lasciato la casa dei Dursley. I ripetuti abusi e la vita nel sottoscala hanno severamente condizionato la salute mentale di Harry. A tal punto che l’universo magico di Hogwarts non è altro che un’illusione, un meccanismo di difesa per sfuggire alla situazione. Come per Il grande Lebowski (1998), è stata la creatrice J. K. Rowling a negare ogni tipo di possibilità.

    4. "Inception" (2010) - La teoria del totem

    La teoria del totem di Inception continua a lasciare divisi tutti gli aficionados di Christopher Nolan. Anche se, similmente a Il grande Lebowski (1998) e alla saga di Harry Potter, è proprio la mente dietro il thriller sci-fi ad aver tolto qualsiasi dubbio. Il finale della pellicola aveva lasciato tutti con il fiato sospeso: la trottola di Dom Cobb gira ma i titoli di coda arrivano prima che lo spettatore sappia se l’uomo stia sognando. Eppure, il finale aperto sarebbe in realtà fittizio. Il vero totem di Cobb è il suo anello di matrimonio, che indossa solamente nei sogni. Secondo questa teoria, l’uomo non lo indossa negli istanti conclusivi, simboleggiando il ritorno alla realtà. Secondo Nolan, la chiave della soluzione si trova nello stato emotivo di Cobb: l’uomo ha accettato la realtà in cui si trova, qualsiasi sia il verdetto della trottola.

    5. "Scappa - Get Out" (2017) - Niente è reale

    Scappa - Get Out è uno degli horror più terrificanti del XXI secolo, grazie alla miscela esplosiva tra sottotesto sociale e tensione in chiave thriller. Quello che si sviluppa di fronte ai nostri occhi è una metafora sul razzismo neoliberista negli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni spettatori hanno visto qualcosa di differente. Secondo un’ipotesi, la vicenda di Chris è frutto di esagerazioni partorite dalla mente di Rod, il migliore amico del protagonista. Non a caso, nel finale Rod è l’eroe della situazione e ciò rappresenta il lungo percorso che la sua mente ha intrapreso per raccontarsi una storia del genere. La smentita del regista Jordan Peele non poteva essere più categorica: 100% falsa ha definito la teoria in un video per Vanity Fair.

    6. "I Simpson" (1989) - Homer è in coma dalla stagione 4

    Dopo cinque teorie smentite su altrettanti film, tocca volgere lo sguardo verso il piccolo schermo e, più precisamente, a I Simpson. Tra le innumerevoli speculazioni che hanno riguardato la serie TV, la più folle ha come protagonista Homer. Il papà di Bart è vittima di un incidente nell’episodio 18 della stagione 4 intitolato Siamo arrivati a questo: un clip show dei Simpson. L’uomo finisce in coma e, secondo l’ipotesi, tutto ciò che segue il fatidico episodio è frutto della sua mente. Ci ha pensato lo storico produttore della serie animata, Al Jean, a togliere ogni dubbio: le stagioni successive non sono solo nella testa di Homer. Pur definendola una tesi intrigante, il produttore ne ha comunque sancito la falsità.

    7. "Buffy the Vampire Killer" (1997) - La creazione di Dawn ha ucciso Joyce

    Avete capito bene. Secondo una congettura molto popolare tra i fan di Buffy the Vampire Killer, l’esistenza di Dawn ha messo a repentaglio la salute di Joyce fino alla sua dipartita. Dopo essere stata plasmata con forma umana, Dawn viene introdotta nella vita di Buffy come sua sorella. Per far sì che tutti pensino che lei ci sia sempre stata, i ricordi della cacciatrice di vampiri e di chiunque conosca Dawn vengono fabbricati. L’introduzione di questi ricordi nella mente di Joyce avrebbe causato l’aneurisma fatale. Il creatore della serie Joss Whedon ha messo tutto nero su bianco, screditando questa teoria. La morte di Joyce è avvenuta per un aneurisma naturale ed è servita a Buffy per affrontare un tema centrale della vita, il lutto.

    8. "Firefly" (2002) - Cancellata dal governo statunitense

    Chi poteva immaginarsi la connessione tra governo americano, teorie del complotto e industria dell’entertainment? Forse, anche solo un bambino di cinque anni. In ogni caso, dopo l’uscita al cinema di JFK - Un caso ancora aperto (1991), niente ci coglie di sorpresa. Quando parliamo della serie cult Firefly –formata da una sola stagione– le accuse sembrano essere pesanti. Secondo molti fan dell’opera, lo show sarebbe stato cancellato dalla Fox sotto pressione del governo a stelle e strisce. Tra le motivazioni, ci sarebbero i temi politici della ribellione contro un potere centrale e il contesto di un mondo in conflitto. La Fox ha sempre sconfessato queste ipotesi, giustificando la scelta in base alle recensioni tutt’altro che positive.

    9. "Stranger Things" (2016) - L’ultima illusione di Vecna

    Come promesso, non potevamo non citare la teoria del Conformity Gate di Stranger Things (2016). L’ipotesi è chiara e lineare: l’epilogo dolceamaro della serie non è la realtà, ma un’illusione creata da Vecna per mantenere il suo potere. Il capitolo 8 della stagione 5 non sarebbe la conclusione, ma il penultimo episodio. Un ulteriore capitolo segreto doveva essere pubblicato secondo gli speranzosi. La risposta di Netflix, però, non si è fatta attendere. Sulle pagine social della serie, una scritta tutta maiuscola si staglia imponente: “ALL EPISODES OF STRANGER THINGS ARE NOW PLAYING” (tutti gli episodi di Stranger Things sono ora disponibili). Con buona pace dei fedelissimi del mondo di Hawkins.

    10. "Westworld - Dove tutto è concesso" (2016) - GoT è un parco a tema in Westworld

    Tutto sommato, vista la disastrosa ultima stagione de Il Trono di Spade (2011), questa teoria alquanto folle potrebbe essere una consolazione. Per lo meno, tutto quello che abbiamo visto non era “reale”, ma bensì uno spettacolo all’interno del parco di divertimenti di Westworld. Nella stagione 3, durante l’episodio 2 intitolato “La linea invernale”, Bernard e Stubbs camminano attraverso un corridoio con stanze dai muri di vetro. Possiamo vedere alcuni lavoratori che riparano comparse per un parco a tema medioevale. Tra queste c’è una creatura che assomiglia a Drogon, uno dei draghi di Daenerys Targaryen. Se ciò non bastasse, i due addetti che lavorano sul drago sono David Benioff e D.B. Weiss, i creatori de Il Trono di Spade (2011). Nonostante tutte queste coincidenze, questo cameo dello show non è altro che un easter egg ispirato da George R. R. Martin. Niente di più.

  • Le 10 morti di villain televisivi più soddisfacenti di sempre

    Le 10 morti di villain televisivi più soddisfacenti di sempre

    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Le migliori serie TV drammatiche di sempre non sono solo caratterizzate da storie intricate e personaggi positivi per cui tifiamo. Uno dei tratti fondamentali di questo tipo di show è la presenza di villain indimenticabili e perfidi. Sopra ogni cosa, questi personaggi riescono a suscitare un livello di odio tale che le loro morti sono salutate con fervore e soddisfazione dagli spettatori.

    Questa lista vi porta alla scoperta delle 10 morti di villain televisivi più soddisfacenti di sempre. Ovviamente, i paragrafi che seguono sono conditi di spoiler per chiunque non fosse al corrente delle dipartite degli antagonisti citati. A partire da Vecna, la cui corsa malvagia si è interrotta nell’attesissimo finale di Stranger Things. Questo è anche il motivo per cui vi proponiamo questa top 10.

    10. I Soprano (1999) - Phil Leotardo

    Ne I Soprano, tutti i personaggi sono dei villain, anche protagonisti come Tony. Nonostante ciò, niente è più soddisfacente di vedere Phil Leotardo lasciare questo mondo. Per due stagioni, il pezzo da novanta della famiglia mafiosa dei Lupertazzi ha dato filo da torcere a Tony e i suoi. Interpretato da un eccelso Frank Vincent, Leotardo trova la sua fine nel modo più classico possibile: giustiziato da un sicario di Tony con un colpo a bruciapelo e un secondo per sicurezza. Ironicamente, la sua morte ricalca quella mentalità vecchia scuola con la quale Leotardo si è mosso all’interno del crimine organizzato. La sua presenza nella top 10 è scontata, anche se al decimo posto per il suo tono anticlimatico.

    9. Oz (1997) - Vern Schillinger

    La serie cult Oz ci ha regalato un’infinità di villain. Nessuno, tuttavia, poteva superare la carica antagonista di Vern Schillinger. Molti anni prima di interpretare il violento maestro di jazz Terence Fletcher in Whiplash (2014), J. K. Simmons si è fatto odiare nei panni del detenuto nazista. Il suo pugno duro nel penitenziario di Oswald lo ha reso un re assai temuto dai detenuti. La sua morte si posiziona al nono posto perché, forse, sarebbe stato più opportuno se avesse ricevuto lo stesso grado di violenza dato. Una coltellata alla pancia, seppur non una passeggiata, è troppo poco per un villain di tale portata. 

    8. Dexter (2006) - Arthur Mitchell

    Durante la quarta stagione di Dexter, tutto lo spregio degli spettatori si è concentrato su Arthur Mitchell. Non vedevamo l’ora che Dexter ponesse le sue mani sul Trinity Killer, interpretato magistralmente da John Lithgow. Con una carriera trentennale come serial killer, Mitchell era destinato a incontrare la furia omicida di Dexter. Quando la sua “vittima” si ritrova legata al tavolo del nostro anti-eroe, la soddisfazione non poteva essere più grande. Dopo aver ucciso secondo un preciso rituale decine di persone, il killer si ritrova dall’altra parte, quasi accettando il suo destino. La morte di Arthur Mitchell si posiziona all’ottavo posto perché, forse, avremmo voluto gustarci qualche dettaglio cruente in più della sua fine.

    7. Sons of Anarchy (2008) - Gemma Teller-Morrow

    Gemma Teller ha fatto venire i sorci verdi a tutti i fan di Sons of Anarchy. Il suo carattere ultra protettivo, ma allo stesso tempo manipolatore, l’ha resa un personaggio tra i più odiati. Senza contare tutte le nefandezze che ha compiuto per mantenere il suo potere all’interno della gang di biker. La prima vittima delle sue decisioni è stata suo figlio Jax. Per questo motivo, non poteva che essere lui a porre fine alla sua esistenza fatta di bugie e macchinazioni. La morte di Gemma serve a Jax per vendicare suo padre John e il suo vero amore Tara ed è per questo che la trovate alla settima posizione. Al contrario di Arthur Mitchell e Dexter, Jax è risoluto ma triste riguardo al destino di sua madre.

    6. The Walking Dead (2010) - Il Governatore

    Il Governatore è uno degli spietati antagonisti di The Walking Dead. La sua morte non poteva non soddisfare i fan della serie zombie. Con un mondo popolato da morti viventi, doversi difendere dalla psicopatia di un uomo sembra il colmo. Ma se si tratta del Governatore, la minaccia zombie sembra quasi impallidire. Il sesto posto è d’obbligo non solo per la soddisfazione di vederlo giacere al suolo. La sua morte è da ricordare perché avviene a causa di due armi differenti. Non soddisfatto di essere stato trapassato al cuore dalla lama di Michonne, il villain riceve il colpo finale dalla pistola della sua ex fidanzata Lilly.  

    5. Il Trono di Spade (2011) - Ramsay Bolton

    Ramsay Bolton è uno di quei personaggi che vuoi veder morire dopo cinque minuti. Il figlio illegittimo di Roose Bolton è arcinoto per le sue tendenze psicopatiche, caratterizzate da una violenza estrema e dalla totale mancanza di freni inibitori. Il villain de Il Trono di Spade, però, semina quello che ha raccolto proprio come Phil Leotardo. Dopo aver utilizzato i suoi segugi per uccidere chi volesse, Ramsay cade vittima dei suoi stessi animali. Dopo essere stato catturato sul finale della Battaglia dei Bastardi, è dato in pasto ai suoi cani sotto lo sguardo di Sansa. Il quinto posto è perfetto per il grado di soddisfazione generato.

    4. Stranger Things (2016) - Vecna

    Era da quasi 10 anni che aspettavamo la sconfitta finale di Vecna. Niente, però, poteva prepararci al finale epico di Stranger Things (2016). Questa morte doveva essere posizionata in alto nella classifica perché i nostri devono vedersela contemporaneamente con il villain e con il Mind Flayer in versione mostro. Mentre Undici e Will si dedicano a Vecna, riuscendo a impalarlo, gli altri investono il mostro con tutta la loro potenza di fuoco. Potevamo già sentirci soddisfatti, ma niente poteva sorprenderci come la decapitazione di un Vecna morente da parte di Joyce. Proprio come per il Governatore, serviva uno sforzo collettivo per sconfiggere le creature.

    3. Breaking Bad (2008) - Gus Fring

    Come per Oz (1997), Breaking Bad è densa di villain pronti a tutto e spietati. Tra questi, Gus Fring occupa un posto speciale nel cuore di tutti i fan della serie di Vince Gilligan. Il personaggio di Giancarlo Esposito è amato per il suo comportamento quasi bipolare: uomo d’affari rispettato e gentile di giorno; principale responsabile di un impero di metanfetamine di notte. La soddisfazione provata per la sua morte non è data solo dalle sue nefandezze. Il suo trapasso avviene con lo stesso stile con il quale è vissuto. Dopo essere stato investito da una bomba, Fring compie qualche passo, si aggiusta la cravatta e cade al suolo con la faccia letteralmente aperta a metà. Il podio era scontato ma adeguato.

    2. Il Trono di Spade (2011) - Joffrey Baratheon

    Il Trono di Spade (2011) passerà alla storia come la serie con i villain più odiati di sempre. Se Ramsay Bolton ci aveva fatto ribollire il sangue, la faccia da schiaffi di Joffrey Baratheon ha di sicuro causato molti schermi rotti. Erede al trono e poi monarca, Joffrey è il classico despota che regna con il pugno di ferro sui suoi sudditi. Come per Ramsay, la sua mentalità è altamente sadica e priva di ritegno. Con nostra somma soddisfazione, il suo regno è durato poco grazie allo zampino del faccendiere Ditocorto. Il decesso poteva ambire al gradino più alto del podio se la sofferenza patita da Joffrey fosse stata in linea con le sue azioni.

    1. True Detective (2014) - Errol Childress

    La stagione 1 di True Detective è un must per chiunque ami le serie TV poliziesche. A convincere gli spettatori di mezzo mondo ci sono le interpretazioni sublimi di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e l’atmosfera nichilista della vicenda. Gli omicidi rituali del serial killer al centro della storia infondono una paura ancestrale nello spettatore ed è per questo motivo che chiunque ha tirato un sospiro di sollievo e di soddisfazione quando Errol Childress è morto. Seppur la sua fine sia stata fulminea –un colpo alla nuca da parte di Rust Cohle (McConaughey)– rimane la più soddisfacente mai vista sul piccolo schermo.

  • Musica, Maestro! “Primavera” e altri 10 film dedicati ai più grandi compositori di sempre

    Musica, Maestro! “Primavera” e altri 10 film dedicati ai più grandi compositori di sempre

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    C’è qualcosa di magnetico nel guardare al cinema i grandi compositori: geni spesso fragili, circondati da politici, mecenati, amanti e nemici, che traducono in note quello che noi comuni mortali riusciamo a malapena a pensare.

    L’uscita di Primavera di Damiano Michieletto – raffinato “non biopic” ambientato nella Venezia del Settecento, liberamente tratto da Stabat Mater di Tiziano Scarpa, e incentrato sul rapporto fra Antonio Vivaldi e una giovane violinista dell’Ospedale della Pietà – è l’occasione perfetta per tornare a parlare di cinema e grandi compositori.

    Il film, presentato a TIFF 2025 e poi approdato nelle sale italiane a dicembre, sceglie una prospettiva tutta femminile: non tanto la celebrazione agiografica di Vivaldi, quanto la storia di una ragazza che trova nella musica una possibilità di libertà in un sistema che vorrebbe solo venderla e metterla a tacere. In parallelo, la nuova miniserie Amadeus firmata Sky, adattamento televisivo dell’opera di Peter Shaffer con Will Sharpe e Paul Bettany, riporta al centro il mito di Mozart e Salieri, aggiornando l’immaginario creato dal film culto di Miloš Forman.

    Insomma: mai come adesso il racconto dei compositori è vivo, stratificato, discusso. Per questo abbiamo raccolto 10 film internazionali – da Primavera all’inevitabile Amadeus, passando per Beethoven, Mahler, Bach, Stravinsky e persino Hildegard von Bingen – che offrono prospettive diversissime sui “mostri sacri” della musica. Non è una lista di biopic scolastici: molti titoli sono dichiaratamente fantasie, altri scelgono punti di vista eccentrici o laterali. Tutti, però, provano a rispondere alla stessa domanda: cosa succede quando la vita reale deve fare i conti con un talento più grande di chi lo possiede?

    Primavera (2025) – Vivaldi e la musica come emancipazione

    Con Primavera, Damiano Michieletto porta al cinema la sua esperienza di regista d’opera e la mette al servizio di una storia di formazione al femminile. Siamo nella Venezia del XVIII secolo: Cecilia, orfana e violinista all’Ospedale della Pietà, suona dietro una grata per un pubblico di nobili che non la vedranno mai davvero. L’arrivo di Antonio Vivaldi, malato e in disgrazia, sconvolge gli equilibri dell’istituto: il prete-compositore riconosce in lei una scintilla diversa, la nomina primo violino e inizia con lei una relazione fatta più di musica che di parole.

    Il film è stato definito un “non biopic” su Vivaldi, perché la sua figura resta quasi laterale: ciò che conta è la percezione di Cecilia, il modo in cui la musica le permette di pensarsi fuori dal ruolo imposto (brava musicista finché serve a trovare marito, ma poi silenzio). È un titolo perfetto per chi ama i period drama eleganti, le storie in cui la musica è un personaggio a sé e i racconti di emancipazione femminile che non hanno paura di sfiorare il lato oscuro delle istituzioni religiose e sociali.

    Amadeus (1984) – Genio, invidia e un mito che non smette di funzionare

    Se si parla di film sui compositori, Amadeus di Miloš Forman è semplicemente inevitabile. Tratto dall’opera teatrale di Peter Shaffer, è una “fantasia su tema reale” più che un biopic: immagina il rapporto fra Wolfgang Amadeus Mozart e Antonio Salieri come un duello cosmico fra mediocrità e genio, con il compositore di corte che confessa in manicomio di aver “ucciso” Mozart distruggendolo lentamente a suon di intrighi.

    Storicamente è tutto discutibilissimo, ma dal punto di vista cinematografico è un trionfo: otto Oscar, colonna sonora clamorosa, scene che ricostruiscono la nascita di opere come Le nozze di Figaro e Don Giovanni come se fossero sequenze d’azione. È il film da mostrare a chi pensa che la musica classica sia “noiosa”: qui è sesso, sudore, risate, isteria, blasfemia e grazia assoluta. E oggi dialoga in modo interessante con la nuova miniserie Amadeus, che ne riprende l’impostazione ma la aggiorna per una generazione abituata alle serie evento.

    Amata Immortale (1994) – Beethoven fra mito romantico e detective story

    Amata Immortale parte da un’idea semplice: alla morte di Ludwig van Beethoven, il fedele Schindler scopre nel testamento un riferimento a un’“amata immortale”. Chi è questa donna? Il film segue la sua indagine e, tramite una serie di flashback, ripercorre la vita del compositore tedesco, dalle umiliazioni familiari alla sordità, fino alle grandi opere. Protagonista è un Gary Oldman intensissimo, che trasforma Beethoven in una figura rabbiosa, spigolosa, ma anche capace di dolcezza quasi infantile.

    La struttura da giallo sentimentale è un modo furbo per tenere agganciato lo spettatore mentre scorrono in sottofondo alcuni dei brani più celebri della storia della musica, usati con grande senso drammaturgico. Perfetto per chi ama le biografie romantiche e non si scandalizza davanti a qualche licenza storica pur di avere immagini che corrispondano alla potenza della colonna sonora. Se Amadeus è barocco e teatrale, Immortal Beloved è cupo e gotico, ma altrettanto deciso a trasformare il compositore in un’icona pop.

    Rhapsody in Blue (1945) – George Gershwin e il sogno americano in chiave sinfonica

    Molto diverso dai biopic più moderni, Rhapsody in Blue è un classico Hollywood anni ’40 dedicato alla vita di George Gershwin, autore di capolavori come Rhapsody in Blue e An American in Paris. Il film, sottotitolato “The story of George Gershwin”, segue l’ascesa del compositore newyorkese dai club e dai teatri di Broadway fino al riconoscimento nel mondo della musica colta, intrecciando melodramma, numeri musicali e l’idea del talento come motore del sogno americano.

    Oggi può sembrare datato, ma resta affascinante per chi è curioso di vedere come Hollywood raccontava i propri compositori “di casa”: il ritmo è quello del musical classico, il personaggio è reso un po’ più liscio e idealizzato, ma la musica esplode in sequenze che funzionano ancora. È consigliato a chi ama l’estetica vintage, i film in bianco e nero pieni di orchestrazioni, e vuole capire come Gershwin sia diventato, anche iconograficamente, il volto di un’idea molto precisa di modernità americana.

    L’altra faccia dell’amore (1971) – Tchaikovsky secondo Ken Russell

    Con L’altra faccia dell’amore, Ken Russell porta al massimo il suo stile eccessivo e viscerale, raccontando la vita del compositore russo Pëtr Il'ič Čajkovskij come un melodramma allucinato. Basato in parte sulla corrispondenza del musicista, il film mostra il matrimonio disastroso con Antonina, la relazione epistolare con la mecenate Nadežda von Meck e il conflitto fra desiderio omosessuale, repressione sociale e vocazione artistica.

    Non è un film per chi cerca il biopic “educativo”: Russell usa la vita di Tchaikovsky come materiale per costruire immagini barocche, sogni febbrili, sequenze quasi horror. La musica – dal Concerto per pianoforte n.1 al Lago dei cigni – diventa un’onda emotiva che investe lo spettatore e fa da specchio al caos interiore del protagonista. Perfetto per chi ama il cinema d’autore anni ’70, non ha paura del kitsch consapevole e vuole una versione di Tchaikovsky che non lo trasformi in una figurina da manuale di storia della musica.

    La perdizione (1974) – Un viaggio surreale nella mente del compositore

    Ancora Ken Russell, ma questa volta alle prese con Gustav Mahler. In La perdizione, il regista costruisce un film altamente simbolico, che alterna il viaggio in treno del compositore e della moglie Alma a una serie di flashback e sequenze oniriche che ripercorrono la sua vita, le sue nevrosi, la conversione al cattolicesimo e il rapporto con la morte. Il tutto accompagnato dalla musica di Mahler.

    Più asciutto di The Music Lovers ma ugualmente visionario, il film non ha nessuna intenzione di “spiegare” Mahler in modo lineare: preferisce restituire l’impressione di un uomo costantemente diviso fra ambizione, senso di colpa e ossessione per l’idea di “opera totale”. È un titolo ideale per chi già ama Mahler e vuole un’esperienza cinematografica che ne rispecchi la complessità, ma anche per chi è curioso di vedere come il linguaggio del biopic possa diventare, letteralmente, sinfonico e frammentato.

    Cronaca di Anna Magdalena Bach (1968) – Bach visto dagli occhi di chi gli è stato accanto

    Girato da Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, Cronaca di Anna Magdalena Bach è probabilmente il film più radicale della lista. Invece di romanzare la vita di Johann Sebastian Bach, i registi la raccontano tramite la voce e lo sguardo della moglie Anna Magdalena, alternando episodi biografici a lunghissime esecuzioni musicali con strumenti d’epoca e interpreti reali, fra cui il grande cembalista Gustav Leonhardt nei panni di Bach.

    Il risultato è quasi un ibrido fra concerto e diario intimo: pochissimo psicologismo, zero melodramma, tanta attenzione alla musica come lavoro quotidiano e pratica condivisa. È un film che parla soprattutto ai cinefili e agli appassionati hardcore di musica barocca, ma può conquistare anche chi apprezza le operazioni formali rigorose. Non aspettarti grandi scoppi emotivi: qui l’idea di genio passa attraverso la ripetizione, la disciplina, il tempo lungo delle prove e dell’esecuzione.

    Tutte le mattine del mondo (1991) – Barocco, lutto e silenzi fra Sainte-Colombe e Marais

    Con Tutte le mattine del mondo, basato sul romanzo di Pascal Quignard, il cinema francese rende omaggio alla viola da gamba e ai compositori Monsieur de Sainte-Colombe e Marin Marais. Il film racconta il ritiro quasi ascetico di Sainte-Colombe dopo la morte della moglie, l’arrivo del giovane Marais come allievo e la tensione fra ricerca spirituale e desiderio di successo a corte. Jean-Pierre Marielle e Gérard Depardieu (affiancato dal figlio Guillaume nei flashback) danno vita a un duo magnetico.

    È un film lento, contemplativo, pieno di silenzi, ma attraversato da una sensualità sotterranea che esplode nella musica. Le esecuzioni – rese celebri dalla colonna sonora firmata da Jordi Savall – sono quasi ipnotiche. Perfetto per chi ama le storie di maestri e allievi, il barocco francese, e i film in cui il conflitto non si consuma tanto a parole quanto nel modo in cui qualcuno posa l’arco sulle corde.

    Coco Chanel & Igor Stravinsky (2009) – Quando l’amore incontra la rivoluzione sonora

    Coco Chanel & Igor Stravinsky non è un biopic tradizionale, ma una romantica (e altamente romanzata) ricostruzione della presunta relazione fra la stilista più famosa del mondo e il compositore russo Igor Stravinskij negli anni successivi allo scandalo de La sagra della primavera. Il film si apre proprio con la storica prima parigina del balletto nel 1913 e poi segue l’incontro e la convivenza fra i due in una villa fuori città.

    Stravinskij, interpretato da Mads Mikkelsen, è un vulcano controllato; Coco Chanel (Anna Mouglalis) è tutta linee nette e desiderio di reinvenzione. Il rapporto fra i due diventa metafora del dialogo fra due rivoluzioni estetiche: la moda e la musica. È consigliato a chi ama i period drama glamour, le storie di passioni impossibili e vuole vedere il compositore non solo come genio isolato, ma come uomo immerso in una rete di relazioni, desideri e compromessi molto terreni.

    Vision – Aus dem Leben der Hildegard von Bingen (2009) – Hildegard, mistica e compositrice

    Con Vision, la regista Margarethe von Trotta porta sullo schermo la vita di Hildegard von Bingen, monaca benedettina del XII secolo, teologa, filosofa, guaritrice e – cosa spesso dimenticata – una delle prime compositrici della storia a noi note. Il film segue Hildegard dall’infanzia in convento alla fondazione di una sua comunità, passando per le visioni mistiche, i contrasti con la gerarchia ecclesiastica e la creazione dei suoi canti.

    Von Trotta sceglie un tono sobrio ma luminoso: niente santini, niente eccessi, ma un’attenzione costante al modo in cui una donna di quell’epoca riesce a ritagliarsi spazi di autonomia usando proprio la musica e la conoscenza come strumenti di potere “al femminile”. È il film ideale per chi cerca un biopic spirituale, interessato tanto alla dimensione religiosa quanto a quella artistica, e vuole ricordarsi che la storia della musica non è fatta solo di uomini in parrucca bianca.

  • Aspettando “Bridgerton 4”: le maggiori differenze (finora) tra la serie Netflix e i libri

    Aspettando “Bridgerton 4”: le maggiori differenze (finora) tra la serie Netflix e i libri

    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Nel dicembre 2020 su Netflix, quasi in sordina, è arrivata Bridgerton. La serie TV prodotta da Shondaland e basata sui romanzi di Julia Quinn ambientati a Londra nell'era della Reggenza. Un racconto ucronico in cui il razzismo non esiste e in cui regine e nobili sono neri o mulatti. Un successo immediato che segue quello dei nove volumi ampliando il suo bacino di ammiratori anche al piccolo schermo. La trama segue le vicende dei fratelli Bridgerton mentre cercano l'amore nell'alta società, dedicando un libro a ciascuno di loro nel corso della stagione sociale. 

    Quella in cui l'alta società si riunisce partecipando a balli ed eventi mondani per cercare l'altra metà della mela. Il tutto mentre la misteriosa Lady Whistledown svela segreti e pettegolezzi della città. Un intreccio di passioni, intrighi e dinamiche familiari dal tono fresco e leggero che il 29 gennaio tornerà con una quarta stagione (mentre è già stata rinnovata per una quinta e una sesta) incentrata su Benedict Bridgerton (Luke Thompson), il bohemien secondogenito della famiglia. Su JustWatch trovate una guida alle maggiori differenze (finora) tra la serie Netflix e i libri.

    1. La relazione tra Daphne e Simon

    È grazie alla relazione tra Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e il duca di Hastings Simon Bassett (Regé-Jean Page) che il grande pubblico televisivo si è appassionato alla serie TV. Ma va detto che ci sono delle differenze sostanziali con il romanzo Il duca e io di Julia Quinn pubblicato nel 2000. Nel libro, infatti, la giovane è alla sua seconda stagione sociale ed è vista come un'amica degli uomini più in vista. Nella serie, al contrario, Daphne è al suo debutto e viene descritta come "un diamante di prima qualità".

    Inoltre, una celebre scena di sesso tra i due ha una resa molto più forte nel romanzo con la ragazza che “approfitta” del duca brillo per avere con lui un rapporto senza protezioni. Infine, nella prima stagione di Bridgerton vengono introdotti molti personaggi non presenti nei libri: dalla regina Carlotta a Genevieve Delacroix passando per il principe Federico e Henry Granville.

    2. La storia d'amore tra Anthony Bridgerton e Kate Sharma

    Il visconte che mi amava è la base letteraria per la seconda stagione della serie Netflix. Una delle principali differenze è che nel libro Anthony Bridgerton (Jonathan Bailey) è combattuto tra le sorelle Kate (Simone Ashley) ed Edwina Sheffield (Charithra Chandran) di Londra, mentre nella serie le due arrivano dall'India. Negli episodi assistiamo allo struggimento dei tre personaggi, sofferenti per motivi diversi. Anthony ed Edwina arrivano alle promesse nuziali quando la giovane realizza che il suo promesso sposo è innamorato di sua sorella e che quest'ultima ha il cuore spezzato perché il suo cuore batte per Anthony.

    Nel romanzo, al contrario, i promessi sposi non arrivano alla cerimonia e non nutrono sentimenti profondi l'uno per l'altra. Tra le sequenze più celebri della stagione quella della puntura dell'ape. Nel libro, Anthony tenta di succhiare il veleno via da Kate e, quando vengono scoperti da Lady Bridgerton (Ruth Gemmell) e Lady Featherington (Polly Walker), i due sono costretti a sposarsi. Nell'adattamento televisivo quel momento è reso in modo molto più romantico. Kate, nel tentativo di calmare Anthony vittima di un attacco di panico perché suo padre morì proprio per una puntura d'ape, appoggia delicatamente una mano sul petto in modo che possa sentire il suo battito cardiaco.

    3. La nascita dell'amore tra Colin e Penelope

    L'amore tra Colin (Luke Newton) e Penelope (Nicola Coughlan) è tra i più travagliati tra quelli raccontati da Julia Quinn. Ma tra Un uomo da conquistare e la terza stagione della serie ci sono parecchie differenze. A partire dalle lezioni di fascino che il terzogenito impartisce all'amica d'infanzia grazie a ciò che ha imparato nel corso del suo viaggio estivo lontano da Londra. Un punto non centrale nel volume, ma essenziale nella serie. Anche il loro primo bacio è messo in scena in modo diverso. Nell'adattamento, Colin arriva a casa di Penelope di notte corrompendo la sua cameriera perché restino soli.

    È lì che la ragazza, convinta di restare per sempre sola, chiede all'amico (che ama) di darle un bacio. Nel libro la scena si svolge di pomeriggio nel salotto dei Featherington e si dipana tra la fine del capitolo otto per proseguire nel nono. Anche la scena della carrozza differisce tra i due medium. Nel libro, si svolge dopo che Colin scopre che Penelope è Lady Whistledown, mentre nella serie dopo che Lord Debling (Sam Phillips) decide di non fare la proposta di matrimonio a Penelope durante un ballo. La giovane corre via e Colin le corre dietro dichiarandole i suoi sentimenti.

    4. Cambi di gender

    La terza stagione di Bridgerton, oltre ad anticipare la trasposizione de La proposta di un gentiluomo che vedremo nell'imminente quarto capitolo, apporta un cambiamento significativo tra romanzi e serie anticipando il sesto volume, Amare un libertino. In quel libro, Francesca Bridgerton (Hannah Dodd) e Michael Stirling si innamorano.

    Ma, come mostrato alla fine della terza stagione della serie, il personaggio viene presentato come Michaela Stirling (Masali Baduza). Un cambio di genere che preannuncia una storia d'amore queer all'interno di Bridgerton rendendolo ancora di più un racconto inclusivo in cui sempre più spettatori possono specchiarsi. Anche se un passo in avanti in questo senso è stato fatto proprio nel terzo capitolo con la bisessualità di Benedict Bridgerton non accennata nei romanzi.

    5. La vera identità di Lady Whistledown

    Il pubblico televisivo ha scoperto alla fine della prima stagione chi si celava dietro la firma di Lady Whistledown, l'autrice anonima di un opuscolo che racconta i pettegolezzi dell'alta società londinese. Sempre nella serie è Eloise (Claudia Jessie) la prima a scoprirne l'identità nell'amica Penelope che l'aveva sempre tenuta all'oscuro. Fatto che le allontana causando una frattura apparentemente insanabile tra le due. Nei romanzi invece, la giovane Featherington non rivela all'amica di essere lei la penna più letta di Londra fino alla fine del quarto volume, Un uomo da conquistare. Inoltre, la reazione di Eloise è completamente opposta a quella dell'adattamento TV.

    Sempre nel libro, il primo a scoprire chi si nasconde dietro il nome fittizio dell'autrice è Colin prima di chiedere la mano di Penelope. Un fatto che crea tensione tra i due perché l'uomo non vuole far trapelare la notizia portando la moglie a pensare che lui si vergogni di lei. In realtà, Colin è solo geloso delle sue capacità di scrittrice e condividerà con tutti la sua identità con un gesto romantico. Nella terza stagione, invece, il giovane Bridgerton ne viene a conoscenza prima delle nozze e sarà proprio lei a svelare a tutti chi si cela dietro la firma di Lady Whistledown davanti alla regina Carlotta abbandonando il suo anonimato e firmandosi come Penelope Bridgerton.

  • Netflix 2026: le 15 serie, nuove stagioni e film più attesi dell’anno

    Netflix 2026: le 15 serie, nuove stagioni e film più attesi dell’anno

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Nel classico video “What Next”, Netflix ha finalmente svelato la line-up del 2026: un calendario fitto di ritorni amatissimi, finali attesi da anni e nuove produzioni originali che puntano chiaramente a occupare ogni angolo del tuo tempo libero. Una vera e propria “annata evento”, con un mix di titoli seriali e film che coprono praticamente ogni genere, dal fantasy young adult alle crime story, passando per romcom, docuserie sportive e animazione.

    Tra gennaio e marzo si concentrano molti dei “colpi grossi”: Bridgerton stagione 4 arriva in due parti (29 gennaio e 26 febbraio), seguita dalla seconda stagione live action di One Piece e dal ritorno di Virgin River con la stagione 7, mentre il fronte cinema si accende con War Machine il 6 marzo e Peaky Blinders: The Immortal Man il 20 marzo.

    Più avanti nell’anno, l’attenzione si sposta sulle nuove grandi saghe e sugli adattamenti letterari: l’attesa è altissima per Avatar: The Last Airbender stagione 2, per 3 Body Problem stagione 2 e per la nuova serie Pride and Prejudice, mentre sul fronte filmico Narnia firmato Greta Gerwig promette di essere uno degli eventi di fine anno.

    Qui sotto trovi le 15 uscite Netflix 2026 che vale davvero la pena tenere d’occhio!

    Bridgerton S4 (gennaio–febbraio 2026)

    Il ritorno di Bridgerton è il primo “grande ballo” del 2026: la stagione 4 arriva in due parti (Parte 1 il 29 gennaio, Parte 2 il 26 febbraio) e promette di alzare ulteriormente la posta tra romanticismo torbido, intrighi di corte e commento sociale in corsetto.

    La serie rimane il punto di riferimento per chi ama i period drama sensuali ma autoironici: colori saturi, dialoghi affilati, una colonna sonora pop travestita da musica d’epoca. Per il pubblico di Regencycore, ma anche per chi cerca semplicemente una comfort serie invernale di altissimo budget. Il 2026 dovrebbe consolidare Bridgerton come il “Marvel Cinematic Universe del romance”, grazie anche al continuo espandersi di personaggi e sottotrame. Se vuoi qualcosa che ti faccia sospirare, ridere e tifare per ship improbabili, questo è il primo titolo da segnare.

    Avatar: The Last Airbender S2 (2026)

    La versione live action di Avatar torna nel 2026 con la seconda stagione e il focus sulla Terra: dopo la difesa del Polo Nord, Aang, Katara e Sokka partono alla volta del Regno della Terra per convincere l’elusivo Earth King ad affrontare il Signore del Fuoco Ozai.

    L’adattamento continua a camminare su una linea sottile: rispettare l’anime cult e, allo stesso tempo, sfruttare il formato live action per ampliare politica, guerra e trauma in modo più adulto. Il pubblico ideale sono i fan storici della serie animata, ma anche chi è cresciuto con il fantasy young adult di nuova generazione (Shadow and Bone, The Witcher). Aspettati un worldbuilding ancora più grande, effetti speciali più ambiziosi e un tono che alterna leggerezza, spiritualità e riflessioni sul potere.

    3 Body Problem S2 (2026)

    Dopo una prima stagione che ha diviso ma anche affascinato, 3 Body Problem torna per approfondire la risposta dell’umanità a una minaccia aliena sempre più imminente. La sinossi del comunicato parla del genere umano che “si prepara all’invasione, sulla Terra e altrove”, con un’espansione dell’azione nello spazio.

    È una serie per chi ama la fantascienza speculativa e cerebrale, alla Arrival (2016) e Foundation (2021 – 2025), ma con il tocco spettacolare di Netflix. Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui la serie trova davvero il suo ritmo, facendo convergere complotti politici, fisica teorica e melodrammi molto umani. Consigliata a chi vuole uno sci-fi complesso, con grandi idee e un’estetica raffinata.

    One Piece: Into the Grand Line (10 marzo 2026)

    La seconda stagione live action di One Piece porta finalmente Luffy e la sua ciurma nel leggendario Grand Line, dove il pericolo è all’ordine del giorno e il senso dell’avventura pure. Il comunicato promette nemici più feroci, isole bizzarre e missioni sempre più estreme, con la serie che si conferma una delle scommesse globali più ambiziose di Netflix. È perfetta per chi ha amato la prima stagione ma anche per chi, dell’anime, conosce solo i meme: l’energia della ciurma, i poteri rubberosi di Luffy e l’epica piratesca sono ancora il cuore del progetto. Se ti piacciono le grandi saghe d’avventura alla Pirates of the Caribbean (2003 – 2017) ma con un cuore shonen dichiarato, o sei un grande appassionato dell’opera anime e manga di Eiichirō Oda, questo è un must del 2026.

    Lupin S4 (autunno 2026)

    Assane Diop non ha ancora finito di giocare coi nervi della Francia. La stagione 4 di Lupin, in arrivo in autunno, vede Omar Sy tornare nel ruolo del ladro gentiluomo in una nuova serie di colpi, maschere e vendette incrociate.

    L’idea alla base rimane la stessa: usare il mito di Arsène Lupin per raccontare tensioni sociali contemporanee, xenofobia e la furbizia di chi è costretto a vivere ai margini. Il pubblico ideale sono gli amanti del crime elegante e dei heist show à la La Casa di Carta (2017 – 2021), ma con un protagonista ancora più carismatico. Aspettati una fotografia curata, colpi di scena e un’ulteriore escalation emotiva per Assane e la sua famiglia.

    The Gentlemen S2 (2026)

    La serie spin-off The Gentlemen dell’omonimo film (2020) di Guy Ritchie torna con una seconda stagione che promette caos ancora più raffinato. È passato un anno da quando Eddie e Susie hanno deciso di lavorare insieme nell’impero criminale ereditato, ma le decisioni del patriarca Bobby sembrano sempre più pericolose: la domanda è se i due protagonisti sceglieranno la lealtà o il colpo di mano definitivo.

    Se ti piacciono il crime britannico, i dialoghi al vetriolo e la violenza trattata con humour nero, questa è la tua serie. La S2 punta chiaramente a un tono ancora più “Ritchie-style”: gangster larger-than-life, estetica patinata e intrighi familiari che ricordano Succession (2018 – 2022) in salsa criminale.

    Beef S2 (16 aprile 2026)

    Dopo il successo della prima stagione, Beef diventa una sorta di antologia sull’ossessione e il rancore. La S2 sposta completamente l’attenzione: un giovane couple assiste a una lite violentissima tra il loro capo e sua moglie, finendo risucchiato in un gioco al massacro di favori e ricatti all’interno di un country club di super ricchi guidato da un magnate coreano.

    Il cast è di quelli che fanno venire voglia di premere play (Oscar Isaac, Carey Mulligan, Charles Melton, Cailee Spaeny, Youn Yuh-jung, Song Kang-ho), e il tono sembra ancora una volta sospeso tra dark comedy, thriller sociale e tragedia. Ideale per chi ama le storie sul classismo tossico alla The White Lotus (2021 – in corso), ma con il marchio A24 ben visibile.

    Pride and Prejudice (2026)

    Nuova trasposizione di Orgoglio e pregiudizio, questa volta in forma di serie scritta da Dolly Alderton e con Emma Corrin nel ruolo di Elizabeth Bennet, affiancata da un cast che include Olivia Colman e Rufus Sewell. Netflix punta chiaramente a un pubblico che ama sia i period drama tradizionali sia le reinterpretazioni contemporanee di classici letterari. Ci si può aspettare un equilibrio tra fedeltà al testo di Austen e sensibilità moderna sui temi di classe, matrimonio e desiderio femminile. È uno dei progetti più “prestigiosi” del 2026: se hai amato Sanditon (2019 – 2023), Emma. (2020) o Persuasion (2022), è molto probabile che questa rivisitazione diventi il tuo comfort watch dell’anno.

    Man on Fire (2026)

    Basata sui romanzi di A.J. Quinnell, Man on Fire racconta John Creasy, ex mercenario d’élite segnato dal PTSD, che tenta un impossibile percorso di redenzione prima di ritrovarsi di nuovo nel fuoco incrociato della violenza. La serie è guidata da Yahya Abdul-Mateen II e prodotta da New Regency e Chernin Entertainment, con un tono che promette action adulta e introspezione psicologica.

    È un titolo ideale per gli amanti del thriller ad alta tensione stile Jack Ryan (2018 – 2023) o Reacher (2023 – 2025), ma più cupo e personale. Aspettati sparatorie, complotti e una riflessione non banale su trauma e colpa, il tutto con una messa in scena vistosamente cinematografica.

    Virgin River S7 (12 marzo 2026)

    Il cuore da soap romantica di Netflix non rallenta: Virgin River torna con la stagione 7, confermando la serie come una delle colonne portanti del catalogo. La storia continua a ruotare attorno a Mel, infermiera che ha trovato in questo paesino sperduto una nuova casa e un amore complicato, tra drammi familiari, gravidanze, segreti e paesaggi da cartolina. È la serie perfetta per chi cerca un comfort drama classico, alla Hallmark ma con un respiro più seriale. Il 2026 potrebbe essere l’anno delle grandi svolte di lungo corso, visto che la saga letteraria da cui è tratta ha ormai oltre venti volumi: aspettati nuovi personaggi, ritorni inattesi e parecchie lacrime.

    Peaky Blinders: The Immortal Man (20 marzo 2026)

    Tommy Shelby non ha ancora finito. Ambientato nel 1940, Peaky Blinders: The Immortal Man riprende il personaggio in piena Seconda guerra mondiale: richiamato dall’esilio, è costretto a confrontarsi con il proprio passato e con una resa dei conti che coinvolge tanto la famiglia quanto il destino del Paese. Con Cillian Murphy affiancato da nomi come Rebecca Ferguson e Barry Keoghan, il film promette di essere un capitolo conclusivo (o quasi) dall’energia epica. È un must per chi ha seguito la serie, ma può funzionare anche come crime bellico d’autore per un pubblico più ampio. Aspettati fotografia cupa, violenza controllata e il solito mix di tragedia shakespeariana e politica criminale.

    Narnia (dicembre 2026)

    Dal punto di vista cinema, il grande evento di fine anno è Narnia diretto da Greta Gerwig, adattamento di uno dei romanzi più amati della saga di C.S. Lewis. È forse il progetto che più di tutti definisce l’ambizione family–fantasy di Netflix: una storia di portali magici, regni in guerra e crescita personale, con il potenziale di diventare il nuovo appuntamento natalizio fisso. Il target è ampio: bambini, famiglie, ma anche millennial cresciuti con la prima trilogia cinematografica. Con Gerwig alla regia, è lecito aspettarsi un equilibrio tra rispetto del materiale originale e sensibilità moderna su temi come il coraggio, il sacrificio e il potere.

    Enola Holmes 3 (estate 2026)

    La terza avventura di Enola Holmes arriva in estate e promette di rilanciare le indagini della sorella minore di Sherlock in chiave ancora più movimentata. Anche senza una sinossi dettagliata, il posizionamento nel calendario estivo e il richiamo del brand fanno intuire un mix collaudato: misteri, humour, rottura della quarta parete e chimica tra i protagonisti.

    È il titolo ideale per chi ama i gialli leggeri in costume, sulla scia di Knives Out (2019 – 2025), ma con un taglio YA molto marcato. Perfetto come visione “di famiglia” e come pausa frizzante tra produzioni più pesanti.

    War Machine (6 marzo 2026)

    War Machine è uno dei film più enigmatici (e potenzialmente divisivi) del primo trimestre 2026. Il titolo e il posizionamento accanto a altri progetti bellici e politici suggeriscono una storia che mescola azione, satira e riflessione sulla macchina militare moderna. Nel calendario Netflix è uno dei pochi film originali a prendersi una finestra “da evento” a inizio anno. È pensato per il pubblico che ha apprezzato titoli come War Dogs (2016) o The Hurt Locker (2008), ma con la libertà tonale tipica delle produzioni streaming. Atteso soprattutto dagli spettatori che cercano cinema di genere con una vena politico–sarcastica.

    Remarkably Bright Creatures (8 maggio 2026)

    Tratto dal bestseller di Shelby Van Pelt, Remarkably Bright Creatures segue una vedova che lavora in un acquario e stringe un legame inaspettato con un giovane in cerca della propria famiglia… e con un polpo gigante del Pacifico, che diventa il catalizzatore di un mistero e di una rinascita emotiva. 

    È il tipico film da lacrimuccia intelligente: drammatico ma pieno di speranza, perfetto per chi ha amato A Man Called Otto (2022) o The Hundred-Year-Old Man (2013). Il casting guidato da Sally Field promette interpretazioni intense e un tono a metà tra indie sentimentale e crowd-pleaser da club del libro. Ideale per chi cerca storie di seconde possibilità e famiglia trovata.

  • Ficarra e Picone: tutti i film e le serie TV con il duo comico siciliano

    Ficarra e Picone: tutti i film e le serie TV con il duo comico siciliano

    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Siete reduci dalle vacanze con Sicilia Express (2025)? Tra i titoli di maggior successo della piattaforma nel corso delle feste, la nuova serie targata Netflix di Ficarra e Picone ha da subito conquistato il pubblico. Si tratta di una nuova conferma nella serialità per il celebre duo siciliano, a quasi due anni dall’uscita di Incastrati (2021-2022), che aveva attirato positivamente l’interesse degli spettatori.

    Ma niente è arrivato per caso. Un sodalizio artistico che dura dal 1993 quello di Salvatore Ficarra e Valentino Picone, che dal teatro alla televisione arriva al cinema, con una piccola parte nel film di Aldo, Giovanni e Giacomo, Chiedimi se sono felice (2000). All’inizio del nuovo millennio il primo film da protagonisti, Nati stanchi (2001), che segna la loro ascesa cinematografica, regalando negli anni a venire risate e divertimento sul grande schermo. Poi è arrivata anche la serialità. Ma procedendo per gradi, e nel tentativo di tracciare una panoramica sulla loro opera, quali sono i titoli più celebri che hanno visto protagonista il duo siciliano? Forse qualcuno sarà sorpreso nello scoprire che la loro filmografia non è costellata esclusivamente dal genere comico (senza dimenticare la loro incursione in Baarìa (2009) di Giuseppe Tornatore). Ripercorriamoli.

    Nati stanchi (2002)

    È il primo lungometraggio che vede protagonisti Ficarra e Picone. Allora non fu accolta positivamente al botteghino, ma la pellicola diretta da Dominick Tambasco offre uno spaccato divertente attraverso le vicende dei due giovani siciliani, dei fannulloni che trascorrono le loro giornate al bar. Il loro unico diversivo, per sfuggire di tanto in tanto alla routine, sono dei concorsi pubblici in giro per l’Italia ai quali partecipano per non vincere…ma improvvisamente tutto viene stravolto quando scoprono di averne vinto uno come bibliotecari a Milano. Se apprezzate la comicità del duo siciliano, e siete a digiuno delle loro prove cinematografiche, Nati stanchi (2002) rappresenta sicuramente un buon biglietto da visita.

    Il 7 e l’8 (2007)

    Esordio alla regia di Ficarra e Picone, affiancati da Giambattista Avellino, Il 7 e l’8 (2007) è una brillante commedia degli equivoci. L’incipit è uno scambio di culle che coinvolge i protagonisti, Tommaso (Ficarra) e Daniele (Picone), due trentenni agli antipodi. Da lì ne susseguiranno di tutti i colori per un film leggero capace di affrontare diverse tematiche, per esempio le differenze sociali e la ricerca della propria identità, e di intrattenere ed emozionare. Se avete apprezzato Nati stanchi (2002), vi imbatterete in un’ulteriore conferma della capacità del duo siciliano di condensare in un’ora e mezza il loro umorismo al servizio di una storia tipica di una piacevole commedia.

    La matassa (2009)

    Terzo film del duo comico siciliano, La matassa (2009) segue due cugini, tenuti per anni lontani a causa di litigi tra genitori, che si ritroveranno uniti nello sbrogliare proprio quella “matassa” dietro al conflitto. Uno sguardo ironico, che alterna battute a situazioni grottesche, sui rapporti umani nel Sud Italia per una storia che sottolinea l’importanza di cercare sempre di superare quei rancori passati capaci di condizionare il presente. Una commedia consigliata a chi è alla ricerca di una visione leggera in grado di raccontare quelle fragilità familiari con una precisione che supera quella di qualsiasi manuale di sociologia.

    Anche se è amore non si vede (2011)

    Commedia degli equivoci a tinte sentimentali con Ficarra e Picone, che sancisce il loro battesimo da solisti dietro la macchina da presa. Anche se è amore non si vede (2011) segue due amici d'infanzia, uno fidanzato troppo premuroso, l'altro single scatenato, accompagnano gruppi di turisti in giro per la città. Primo film del duo non ambientato in Sicilia, bensì a Torino e dintorni, che vede nel cast anche Ambra Angiolini e Diane Fleri, è da non perdere se si vuole trascorrere una serata all’insegna della leggerezza, accompagnata da un tono spensierato e decisamente buonista, che, pur risultando piacevole, potrebbe però risultare a tratti prevedibile.

    Andiamo a quel paese (2014)

    Una commedia che mette al centro con ironia alcuni vizi degli italiani. Andiamo a quel paese (2014), diretto e interpretato da Ficarra e Picone, segue le vicende di due amici siciliani disoccupati, trasferiti dalla città al paese natale di uno dei due, che improvvisano un sistema per trarre profitto dalle pensioni degli anziani abitanti. Tra i temi affrontati, in maniera leggera, la disoccupazione giovanile e la precarietà, per questo si conferma un film decisamente consigliato a chi è alla ricerca di uno sguardo non troppo cinico su dei problemi che ancora oggi affliggono l’Italia. Se vi siete finora divertiti con le commedie a sfondo sociale del duo, non resisterete a questo film.

    L’ora legale (2017)

    L’elezione di un sindaco onesto e integerrimo provoca scombussolo in un piccolo paese siciliano. Soprattutto da parte degli stessi cittadini, non proprio propensi al cambiamento. L’ora legale (2017) è tra i migliori film di Ficarra e Picone, stavolta alle prese con un racconto sempre ironico e preciso tra politica e ricerca della legalità. Un’ottima forma di cinema civile, da non snobbare bensì da abbracciare per ridere e pensare, sull’onda della gloriosa tradizione della commedia all’italiana. Se vi siete divertiti con la commedia con Antonio Albanese, Qualunquemente (2011), siete dunque nel posto giusto.

    Il primo Natale (2019)

    Siete alla ricerca di un altro cult natalizio con Ficarra e Picone? Ecco quel che fa al caso vostro: Il primo Natale (2019). Una commedia che li vede protagonisti. Salvo e Valentino, rispettivamente un ladro e un prete, che si ritrovano catapultati indietro nel tempo, precisamente nella Palestina dell’anno zero, a ridosso della nascita di Gesù Cristo. Ne susseguiranno di tutti i colori in una commedia dal sapore fantastico, adatta per tutta la famiglia, dove si ride e si riflette. Tra i titoli di maggior successo al botteghino del duo comico siciliano, è un film di Natale decisamente particolare, a partire dalla sua ambientazione, ma capace di toccare con ironia dei temi molto profondi, per esempio la solidarietà.

    Incastrati (2022-2023)

    Fortunato esordio di Ficarra e Picone nel mondo delle serie televisive, due le stagioni di Incastrati (2022-2023), con il duo alle prese con una storia che oscilla tra il crime e la commedia. Le esilaranti avventure di due colleghi e cognati, uno in particolare grande appassionato di un fittizio serial giallo, “The Touch of the Killer”, che si ritrovano coinvolti in un omicidio a stampo mafioso. Il ritrovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato diventa così l’innesco di una serie di situazioni surreali che vi terrà incollati alla poltrona, tra risate e tensione, per una visione godibilissima, senza grandi pretese.

    La stranezza (2022)

    Roberto Andò, Ficarra e Picone, che trio. Il regista palermitano, dietro a pellicole come Viva la libertà (2013) e Le confessioni (2016), sceglie come protagonisti il duo comico siciliano e li affianca a Toni Servillo per un film che si è rivelato essere una delle piacevoli scoperte del 2022 per il cinema nostrano. Siamo nella Sicilia del 1920, si ripercorre (in chiave del tutto immaginaria) la genesi dell’opera di Luigi Pirandello (Servillo), “Sei personaggi in cerca d’autore”. La Stranezza (2022) è un film sul processo creativo, un qualcosa non del tutto tangibile, mostrando di quanto esso possa essere frutto di diversi fattori, avvalendosi di una straordinaria interpretazione dei suoi attori, con un plauso al duo siciliano.

    Santocielo (2023)

    Commedia natalizia, Santocielo (2023) segue un “errore divino” per mano dell’angelo Aristide (Picone) che porta un uomo (Ficarra) a restare incinto di un nuovo Messia. Ne susseguiranno di tutti i colori per un film che si muove tra il sacro e il profano, che intrattiene con leggerezza e offre anche degli spunti di riflessione sul mondo contemporaneo, affrontando temi come il pregiudizio e la parità di genere. Diretta da Francesco Amato, è un film che piacerà sicuramente a chi vuole svagarsi per un paio d’ore con una storia alquanto curiosa, e che soprattutto non deluderà gli aficionados di Ficarra e Picone.

    L’abbaglio (2025)

    Squadra vincente non cambia. Reduce da La stranezza (2022), Roberto Andò sembra infatti di non poter fare a meno del duo, anzi per lui ormai trio Ficarra-Picone-Servillo, per L’abbaglio (2025), film dall’esito fortunato che rilegge la spedizione dei Mille. Accolta con entusiasmo dal pubblico e dalla critica, la pellicola racconta una storia ambientata nella Sicilia del 1860, concentrandosi su un episodio meno noto dell’impresa di Garibaldi – ma al tempo stesso di importanza decisiva. E anche stavolta è fondamentale l’apporto di Ficarra e Picone, capaci di restituire quella leggerezza e profondità che si erano dimostrate decisive nel precedente lavoro di Andò.

    Sicilia Express (2025)

    Il ritorno di Ficarra e Picone alla serialità. Cinque gli episodi di Sicilia Express (2025), miniserie che segue i nostri amati protagonisti nei panni di due infermieri a Milano, pendolari la cui vita oscilla tra il lavoro e la famiglia. A ridosso del Natale però si imbattono in un cassonetto in grado di trasportarli nella loro Sicilia in un batter d’occhio, e da quel momento la loro vita prende una piega inattesa. Sembra esserci una summa dei temi trattati nella loro filmografia, dal divario Nord-Sud alla precarietà, e soprattutto una maggior presa di coscienza di due artisti nel poterli affrontare con una leggerezza che sa andare dritta al punto, facendosi pungente. Si ride e si pensa in questo viaggio breve (in tutti i sensi), e questo basta decisamente.

  • Da “Scream 7” a “Werwulf”: i 15 film horror più interessanti in arrivo nel 2026

    Da “Scream 7” a “Werwulf”: i 15 film horror più interessanti in arrivo nel 2026

    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Il 2026 sarà uno di quegli anni in cui, se ami l’horror, il problema non è “se” andare al cinema, ma quante volte al mese. Il calendario è pieno già da gennaio, quando il virus di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa torna a infettare le sale con il secondo capitolo della nuova trilogia firmata Nia DaCosta e Alex Garland, mentre Return to Silent Hill riporta sul grande schermo una delle storie più amate e disturbanti del gaming, l’iconico Silent Hill 2.

    Da lì in poi è un crescendo: a febbraio (attualmente in US) arriva Cold Storage, tratto dal romanzo di David Koepp, che trasforma un fungo mutageno in una corsa contro il tempo a metà tra catastrofe sci-fi e horror da creatura; a giugno Steven Spielberg firma Disclosure Day, il suo grande ritorno agli UFO, in un thriller paranoico su cosa succede quando la verità sugli alieni diventa impossibile da nascondere. In estate ci pensa Evil Dead Burn a tenere alto il tasso di sangue con il nuovo capitolo della saga del Necronomicon, mentre in autunno Robert Eggers chiude l’anno con Werwulf, cupo horror in costume sul mito del lupo mannaro, annunciato proprio per Natale. 

    Nel mezzo, il genere continua a reinventarsi: Ready or Not 2: Here I Come promette di alzare la posta dell’horror satirico, Whistle rimette al centro gli adolescenti e un fischietto azteco che ti condanna a vedere la tua morte, mentre altri titoli più “di nicchia” giocano con l’home invasion, il survival, il mostro politico.

    In questa guida abbiamo selezionato i 15 film più interessanti in arrivo nel 2026: grandi franchise, ritorni attesissimi e nuove idee malate che ci ricordano perché l’horror è ancora oggi il genere più vivo (e nervoso) del cinema.

    1. 28 anni dopo: Il tempio delle ossa (28 Years Later: The Bone Temple) (15 Gennaio)

    Secondo tassello della nuova trilogia iniziata con 28 Years Later, Il tempio delle ossa porta ancora più in là l’universo del virus della rabbia. Alla regia c’è Nia DaCosta, alla sceneggiatura sempre Alex Garland, con il ritorno di Ralph Fiennes e Jack O’Connell in un contesto ancora più estremo: una sorta di santuario-fortezza, il “Tempio delle ossa” del titolo, dove un nuovo ordine sociale si è costruito sulla violenza e sul culto della sopravvivenza. 

    Qui l’orrore non è solo negli infetti, ma nell’evoluzione dei superstiti: il focus è sul fanatismo, sulle nuove “sette” post-apocalittiche e sul modo in cui la paura viene usata come strumento di potere. Il film è annunciato come molto cupo e psicologico, con Cillian Murphy pronto a riaffacciarsi nella saga in un ruolo chiave per il capitolo finale. Se ti interessa l’horror politico e sociale, questo è praticamente obbligatorio. 

    2. Scream 7 (26 Febbraio)

    Il meta-slasher per eccellenza torna con un film che segna il ritorno definitivo di Sidney Prescott e, per la prima volta, sposta il focus sulla figlia della Final Girl più famosa degli anni ’90. Alla regia c’è Kevin Williamson in persona, storico sceneggiatore della saga, mentre Marco Beltrami torna alle musiche: è una dichiarazione d’intenti fortissima per i fan dei primi capitoli. 

    La trama di Scream 7 ruota intorno a una nuova ondata di omicidi nella tranquilla Pine Grove, Indiana: Ghostface prende di mira la figlia di Sidney, costringendola a fare i conti con decenni di traumi e con la propria eredità. Il film promette di giocare duro sul concetto di legacy sequel, tra commento sul franchise horror infinito e paura di diventare “il brand” della propria stessa vita. Per chi ama gli slashers intelligenti, ironici e insieme ferocissimi, è uno dei titoli dell’anno. 

    3. Evil Dead Burn

    Nuovo capitolo della saga Evil Dead, affidato a Sébastien Vaniček, che qui porta un tocco molto europeo e viscerale alla formula dei Necronomicon e della carne posseduta. Evil Dead Burn è presentato come terzo tassello “standalone” dopo il remake del 2013 e Evil Dead Rise (2023), con nuovi personaggi, nuova location e lo stesso spirito malato e blasfemo. 

    Producono Sam Raimi e Robert Tapert, garanzia che il film non si limiterà a citare il passato ma a spingerlo più in là in termini di cattiveria, body horror e humour nero. Il cast guidato da Souheila Yacoub e Hunter Doohan fa pensare a un gruppo di “normali” pronti a essere triturati dalla mitologia maledetta del franchise. Se ti piacciono le possessioni con litri di sangue, denti che scricchiolano e una vena di sadismo demoniaco, segna la data: l’estate 2026 potrebbe essere molto più rossa del solito.

    4. Resident Evil

    Nuovo giro, nuovo reboot cinematografico per Resident Evil, questa volta diretto da Zach Cregger (Barbarian, 2022), che ha dichiarato di voler fare un film pensato prima di tutto per chi ama i videogiochi, non per chi ricorda i vecchi film d’azione. La storia segue un corriere “qualsiasi” in missione attraverso una Raccoon City infestata, con l’idea di restituire la sensazione da survival horror: un protagonista relativamente inerme costretto a sopravvivere in un incubo urbano pieno di BOW e complotti Umbrella. 

    Il cast guidato da Austin Abrams e Paul Walter Hauser fa pensare a un tono più grounded, con personaggi “normali” travolti dagli eventi. Se mantiene la promessa di rispettare i ritmi lenti e l’atmosfera soffocante dei giochi (in particolare RE2 e RE3), potrebbe essere il primo film della saga davvero all’altezza del materiale originale. Must-see per fan Capcom e amanti degli horror urbani claustrofobici.

    5. Return to Silent Hill (22 Gennaio)

    Christophe Gans torna a Silent Hill per adattare uno dei capitoli più amati della serie, Silent Hill 2, Return to Silent Hill: un uomo torna nella cittadina nebbiosa dopo aver ricevuto una lettera dalla moglie morta, e si ritrova intrappolato in un incubo di sensi di colpa, mostri simbolici e strade che non portano da nessuna parte. 

    Il film promette di recuperare ciò che aveva reso memorabile il primo adattamento del 2006: atmosfera malata, nebbia quasi tattile, creature disturbanti e una dimensione emotiva fortissima legata al lutto e al trauma. Con Jeremy Irvine e Hannah Emily Anderson nel cast e Akira Yamaoka di nuovo alle musiche, l’operazione punta dritta al cuore dei fan del videogioco ma anche di chi ama l’horror psicologico, dove il vero mostro è ciò che stai cercando di non ricordare. Preparati a soffrire, nel senso migliore.

    6. Werwulf (Natale)

    Dopo The Witch (2015), The Lighthouse (2019) e Nosferatu (2024), Robert Eggers si lancia sul mito del lupo mannaro con Werwulf, ambientato nell’Inghilterra del XIII secolo. La premessa è semplice e perfetta per lui: un villaggio sperduto, una creatura che si aggira nella nebbia e un folklore che lentamente smette di essere solo superstizione. Il film viene descritto dallo stesso Eggers come “la cosa più oscura che abbia mai scritto”.

    Il cast include Aaron Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp, Willem Dafoe e Ralph Ineson, con dialoghi in inglese arcaico e l’ossessione per l’accuratezza storica che conosciamo bene. Aspettati meno jump scare e più atmosfera: fuochi che si spengono nel buio, ululati in lontananza, volti bruciati da candele tremolanti. È l’horror d’autore più atteso del 2026, perfetto per chi ama il cinema gotico, sporco e lentissimo, che ti rimane addosso come fumo.

    7. Ready or Not 2: Here I Come (9 Aprile)

    Grace non ha ancora finito di giocare. Nel sequel di Ready or Not (Finché morte non ci separi), Ready or Not 2, la Final Girl interpretata da Samara Weaving scopre che il massacro della famiglia Le Domas è solo l’inizio: ora tutte le famiglie potenti legate al patto demoniaco devono ucciderla, o perderanno le loro fortune. Per complicare la situazione, nel mirino finisce anche la sorella più giovane, Faith. 

    Tornano i registi di Radio Silence (2019) e lo sceneggiatore Guy Busick, quindi possiamo aspettarci la stessa miscela di sangue, sarcasmo e critica feroce all’1% che aveva reso il primo film un cult. Il tono sembra ancora più fuori di testa, con un’intera élite globale pronta a trasformare la caccia a Grace in un battle royale rituale. Se hai amato il precedente e ami gli horror satirici, questo è il party più velenoso del 2026.

    8. The Bride! (5 Marzo)

    Maggie Gyllenhaal rilegge il mito della Sposa di Frankenstein spostandolo nella Chicago degli anni ’30: la creatura di Frankenstein chiede a un medico di creare una compagna, e dal corpo di una donna assassinata nasce The Bride!, interpretata da Jessie Buckley. Da lì, il film promette romance mostruoso, tensione politica e una città che reagisce in modi imprevedibili a questa nuova figura femminile letteralmente “contro natura”. 

    Con un cast che include Christian Bale, Annette Bening, Jake Gyllenhaal e Penélope Cruz, The Bride! si annuncia come un mostro ibrido tra horror, melodramma e cinema d’autore. Il tema del corpo femminile costruito, reclamato, politicizzato sembra essere al centro, con un’estetica elegante e decadente. È il tipo di film mostruoso che potrebbe piacere sia ai fan dei classic Universal Monsters che a chi adora rivisitazioni sofisticate come Crimson Peak (2015) o Povere Creature (2023).

    9. Send Help (29 Gennaio)

    Sam Raimi torna all’horror con un survival “da ufficio” molto cattivo: in Send Help, una dipendente vessata dal suo capo sessista si ritrova bloccata su un’isola deserta proprio con lui dopo un incidente aereo. L’idea è semplice ma perfetta per Raimi: due persone, un ambiente ostile, rancori accumulati e una tensione che oscilla tra il grottesco e il genuinamente inquietante. 

    Protagonisti Rachel McAdams e Dylan O’Brien, in un film descritto come horror-thriller di sopravvivenza con forte componente dark comedy: aspettiamoci body horror “creativo”, slapstick crudele e dinamiche psicologiche che ribaltano continuamente il ruolo di vittima e carnefice. È uno dei titoli più curiosi del 2026, perfetto per chi ama l’energia malata dei vecchi film di Raimi e le storie in cui l’isolamento tira fuori il peggio (e il meglio?) delle persone.

    10. Cold Storage

    Tratto dal romanzo di David Koepp, Cold Storage è uno sci-fi horror-comedy che sembra fatto apposta per chi ha amato La Cosa (1982) ma non disdegna l’umorismo nero. La trama ruota attorno a un fungo mutageno altissimo rischio estinzione, custodito in un deposito segreto: quando le cose vanno male (ovviamente vanno male), due impiegati e un vecchio esperto di bioterrorismo devono sopravvivere alla notte più folle della loro vita mentre la creatura si diffonde. 

    Nel cast Joe Keery, Georgina Campbell, Liam Neeson, con un tono che dai trailer sembra mescolare tensione, gore e momenti di puro caos comico. È il tipo di film perfetto per una serata con amici: mostri schifosi, teste che rischiano di esplodere e dialoghi pungenti.

    11. Whistle

    Diretto da Corin Hardy (The Nun), Whistle è un teen horror incentrato su un oggetto maledetto molto specifico: un antico Aztec Death Whistle. Chi lo suona, condanna sé stesso a vedere (e subire) la propria morte futura. Un gruppo di studenti di liceo lo attiva per errore e deve scoprire le origini della maledizione prima che il conto alla rovescia finisca. 

    Il film viene descritto come un incrocio tra It Follows (2015), The Ring (2002) e l’immaginario teen alla Donnie Darko (2001): maledizione a regole precise, visioni disturbanti, atmosfera da coming-of-age molto dark. Nel cast, tra gli altri, Dafne Keen e Nick Frost, per una combinazione interessante di volto giovane e icona del genere. È uno dei titoli più chiacchierati per chi ama l’horror adolescenziale, i maledetti oggetti “non soffiare MAI qui dentro” e quella sensazione che il destino possa raggiungerti ovunque.

    12. Flowervale Street (13 Agosto)

    Con Flowervale Street, David Robert Mitchell (regista di It Follows) torna a giocare con il tempo e le paure suburbane: una famiglia negli anni ’80 comincia a notare strane anomalie nel quartiere, finché un temporale li catapulta in un passato remoto popolato da dinosauri e creature preistoriche. È un’idea che mescola nostalgia, fantascienza e mostri giganteschi: un po’ Stranger Things (2016 - 2025), un po’ film d’avventura anni ’80, ma filtrato attraverso la sensibilità inquieta di Mitchell. 

    Con Anne Hathaway ed Ewan McGregor nei panni dei genitori, il film sembra giocare molto sui contrasti: sicurezza apparente del sobborgo vs natura selvaggia, famiglia perfetta vs trauma, dino-horror vs lirismo. Non sarà l’horror più “puro” della lista, ma è uno dei progetti più intriganti per chi ama i film di genere che sfumano tra più registri.

    13. Ti Uccideranno 

    Diretto da Kirill Sokolov (Muori papà… muori!, 2918), Ti Uccideranno viene presentato come un mix tra Ready or Not e The Raid (2012): humour nerissimo, azione iper-fisica e una situazione che degenera stanza dopo stanza. Protagonista una giovane donna che accetta un lavoro da custode in un grattacielo molto particolare… e scopre di essere finita nel peggior “condominio” immaginabile.

    Nel cast spiccano Patricia Arquette, Tom Felton e Zazie Beetz, a conferma del tono folle ma di alto profilo. È una horror-action-comedy in cui ogni piano dell’edificio può nascondere una nuova violenza, una nuova trappola, un nuovo personaggio assurdo. Perfetto se cerchi qualcosa di più adrenalinico e ironico rispetto all’horror tradizionale, ma non hai paura del sangue e dei lividi.

    14. Psycho Killer (20 Febbraio)

    Scritto da Andrew Kevin Walker (lo sceneggiatore di Se7en, 1995), Psycho Killer segue una poliziotta del Kansas impegnata a dare la caccia a un serial killer soprannominato “Satanic Slasher” dopo l’omicidio del marito, trooper di stato. È un ritorno allo slasher/thriller anni ’90, ma con una sensibilità contemporanea: più attenzione al trauma della protagonista, al fanatismo che circonda l’assassino e al clima di paranoia nella comunità. 

    Protagonista Georgina Campbell, affiancata da Logan Miller, Grace Dove e Malcolm McDowell, in un film che promette violenza molto esplicita (rating R per sangue, sesso e droga) e un’estetica sporca, autunnale, da midwestern noir. È un titolo perfetto per chi rimpiange l’epoca d’oro dei thriller da grande schermo ma vuole vederli aggiornati con una protagonista più complessa e una messa in scena meno patinata.

    15. Disclosure Day

    Chiudiamo con qualcosa che sta a cavallo tra horror e sci-fi: Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, che lo riporta ufficialmente nel territorio UFO. La storia ruota intorno a un momento di “rivelazione” globale sull’esistenza degli extraterrestri e al caos mediatico, politico e sociale che ne deriva: meno invasione aliena spettacolare, più paranoia, complotti e guerra dell’informazione. 

    Con Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth nel cast, il film viene descritto come un incrocio ideale tra Incontri ravvicinati, Munich e il cinema sulla post-verità: meno jump scare, più ansia strisciante su ciò che è vero, ciò che viene nascosto e su come reagiamo collettivamente alla paura dell’Altro. Per chi ama l’horror “cosmico” più mentale che mostruoso, potrebbe essere uno dei titoli più discussi dell’anno.

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