Ci sono attori che riconosci in un istante per una faccia, e altri che riconosci per un’energia. Alan Rickman era entrambe le cose, ma soprattutto la seconda: entrava in campo e il film cambiava temperatura. Non era solo una questione di voce (anche se quella dizione vellutata è diventata iconica), né di carisma “da teatro” travasato al cinema.
Era la capacità rarissima di rendere credibile l’intelligenza: di far percepire che, dietro ogni frase, c’era un pensiero già in movimento. Per questo i suoi personaggi – anche i più brevi – sembrano sempre arrivare con una storia precedente e lasciare una scia dopo l’uscita di scena.
A dieci anni dalla sua scomparsa (14 gennaio 2016), riguardare Rickman non è solo un atto di nostalgia. È un modo per ripensare a un certo tipo di recitazione che oggi manca spesso nei blockbuster e nelle serie: il controllo, la precisione, la recitazione “di sottrazione” che non ha bisogno di spiegarti tutto. Rickman sapeva essere minaccioso senza alzare il volume, romantico senza diventare sdolcinato, comico senza smontare la dignità del personaggio. E soprattutto sapeva fare la cosa più difficile: rendere un antagonista o un uomo discutibile umano, cioè contraddittorio, pieno di motivazioni non sempre nobili ma sempre riconoscibili.
Questa lista nasce per questo: non per ripetere i soliti “ruoli cult” (che ci sono, perché è giusto che ci siano), ma per attraversare le sue molte vite cinematografiche – dal villain diventato archetipo, al mentore, al romantico tragico, fino al lavoro di voce che trasforma un personaggio in un ricordo. Ogni titolo qui sotto è una mini-porta d’ingresso per riscoprirlo oggi, e ogni voce ti suggerisce anche un film “vicino” per atmosfera o temi: perché il modo migliore per ricordare Rickman non è fermarsi al mito, ma rimetterlo in circolo dentro un percorso di visione che continua a parlare al presente.
Hans Gruber – "Die Hard" (1988)
Il manuale del cattivo anni ’80 diceva: muscoli, urla, crudeltà monolitica. Rickman lo prende e lo brucia con un sorriso. Hans Gruber è un antagonista “di classe”: educato, calcolatore, persino divertente, e proprio per questo inquietante. La sua arma segreta non è il mitra, è il controllo della scena: parla e sembra già aver previsto la tua risposta. Il risultato è che Die Hard non è soltanto un action perfetto; è un film in cui l’eroe funziona meglio perché il villain è memorabile. Se ti piace l’action ad alta tensione con un cattivo carismatico, recupera Speed (1994) – stesso gusto per il “conto alla rovescia” – oppure Arma Letale (1987) per la chimica buddy-cop e l’ironia nel caos.
Severus Piton – saga "Harry Potter" (2001–2011)
Il paradosso di Piton nella saga di Harry Potter è che lo ricordi anche quando non c’è: è un personaggio fatto di presenza trattenuta, di sguardi e mezze frasi che sembrano sempre nascondere un’ulteriore stanza segreta. Rickman lo interpreta come un enigma morale più che come un semplice professore “ostile”: rigidità e vulnerabilità convivono, e ogni gesto pare una scelta dolorosa. È una performance che cresce film dopo film e che regge l’urto della mitologia, perché non cerca mai l’eroismo facile: preferisce l’ambiguità, l’ombra, la coerenza emotiva. Consigliato a chi ama fantasy con personaggi adulti e stratificati (non solo “per ragazzi”). Se vuoi un’esperienza simile per respiro e worldbuilding, vai su Il Signore degli Anelli (2001–2003); se vuoi un’altra saga fantasy con tono più fiabesco, Le cronache di Narnia (2005–2010).
Lo Sceriffo di Nottingham – "Robin Hood: Principe dei Ladri" (1991)
Rickman qui non “ruba la scena”: la mette sotto sequestro. Il suo Sceriffo in Robin Hood: Principe dei Ladri è un concentrato di perfidia, humour nero e teatralità, una prova che dimostra quanto l’eccesso, se controllato, possa diventare stile. È un villain larger-than-life che rende il film infinitamente più godibile, perché trasforma ogni confronto in uno spettacolo: non recita la cattiveria, la assapora. Perfetto per chi ama l’avventura classica anni ’90 con un pizzico di camp, e per chi vuole vedere un attore divertirsi senza perdere precisione. Se ti intriga lo stesso tipo di swashbuckling (spade, romanticismo, ritmo), prova La Maschera di Zorro (1998); se vuoi un tono più cupo e “storico”, Robin Hood (2010) di Ridley Scott.
Colonnello Brandon – "Ragione e Sentimento" (1995)
Dopo tanta iconografia da cattivo, Rickman mostra l’altro volto della sua forza in Ragione e Sentimento: la delicatezza. Il Colonnello Brandon è un personaggio costruito sulla pazienza, su ciò che non si dice, sull’idea (quasi rivoluzionaria) che l’amore adulto sia cura e responsabilità, non possesso. In un film pieno di dialoghi e dinamiche sociali, Rickman lavora di sottrazione: un cambio di tono, un silenzio, un passo in più verso qualcuno. È una mini-lezione di recitazione romantica non urlata, ideale se ami i period drama che sanno essere emotivi senza essere melensi. Se vuoi restare in quell’universo, guarda Orgoglio e Pregiudizio (2005) per la stessa tensione tra sentimento e convenzioni; oppure Emma (2020) per un’Austen più frizzante e satirica.
Jamie – "Il fantasma innamorato" (1990)
Qui Rickman è puro cuore, ma senza zucchero. Il fantasma innamorato prende un’idea potenzialmente “carina” (l’amato che ritorna) e la trasforma in un racconto sul lutto: su quanto sia difficile lasciare andare non solo una persona, ma anche la versione di te che esisteva con lei. Jamie è affascinante, ironico, tenero – e proprio per questo il film fa male, perché ti mostra quanto l’amore possa diventare una stanza in cui restare intrappolati. Rickman riesce a essere contemporaneamente conforto e tentazione, presenza e fantasma. Da vedere se ami il romanticismo agrodolce e le storie che parlano di elaborazione del dolore con grazia. Se ti colpisce questo registro, il “gemello” naturale è Ghost (1990); per una variante più malinconica e contemporanea, Se mi lasci ti cancello (2004).
Grigorij Rasputin – "Rasputin – Il demone nero" (1996)
Rasputin è il tipo di personaggio che divora chi lo interpreta: grottesco, magnetico, fisico, pieno di contraddizioni. Rickman lo affronta come un rituale: non cerca la somiglianza “da biopic”, cerca l’energia disturbante di un uomo capace di sedurre, spaventare e manipolare nello stesso respiro. Quella in Rasputin – il demone nero è una prova che ricorda quanto fosse potente anche fuori dai blockbuster, e non a caso gli valse riconoscimenti importanti (Emmy e Golden Globe, tra gli altri). È consigliato a chi ama i period drama con un centro oscuro, quasi horror psicologico, e a chi vuole vedere Rickman trasformarsi senza rete. Se vuoi restare in quell’epica di potere e decadenza, prova Nicholas and Alexandra (1971); se preferisci intrighi di corte più “politici”, Elizabeth (1998).
Éamon de Valera – "Michael Collins" (1996)
Neil Jordan con Michael Collins gira un film in cui la Storia è soprattutto un conflitto di ideali, e Rickman ci si infila con un personaggio che non puoi liquidare in “buono/cattivo”. Il suo de Valera è un politico lucido, misurato, capace di apparire ragionevole anche quando la sua freddezza ferisce. È una recitazione di dettagli e strategie: ogni frase sembra avere un secondo significato, ogni sguardo pesa come una decisione. Per chi ama i film storici che non mitizzano, ma complicano; e per chi cerca un Rickman meno iconico ma ugualmente incisivo. Se ti interessa la stessa intensità politico-emotiva, guarda Il vento che accarezza l’erba (2006); per un’altra storia di Irlanda e conflitto, Bloody Sunday (2002).
Alexander Dane / Dr. Lazarus – "Galaxy Quest" (1999)
Galaxy Quest è una commedia sci-fi che funziona perché prende sul serio i suoi personaggi anche quando li prende in giro. E Rickman è la chiave: Alexander Dane è un attore “classico” intrappolato nel costume di un alieno da serie TV, e il film gli regala il migliore dei conflitti meta: il talento contro il typecasting, la dignità contro la cultura pop. Rickman lo interpreta con una tragedia trattenuta che diventa comicità purissima: ogni battuta suona come una pugnalata elegante. È perfetto per chi ama le satire affettuose e le storie sul mestiere di recitare (e sul fandom) senza cinismo. Se vuoi un “parente” tematico, prova Tropic Thunder (2008) – attori e identità, in modalità più aggressiva – oppure Balle Spaziali (1987) per la parodia sci-fi più demenziale.
Harry – "Love Actually" (2003)
In un film spesso ricordato per i momenti feel-good, Rickman presidia una delle linee narrative più amare: quella in cui l’amore non esplode, ma si incrina. Il suo Harry non è un mostro, ed è proprio questo il punto: è un uomo ordinario che sceglie l’egoismo, la vanità, la fuga – e lascia macerie emotive senza nemmeno “meritarsi” l’odio netto. Rickman lo interpreta senza assoluzioni e senza melodramma, con quella freddezza gentile che rende tutto più realistico e doloroso. È la parte che ti resta addosso se riguardi Love Actually da adulto. Se cerchi commedie romantiche con la stessa vena agrodolce, vai su Questione di tempo (2013) – ancora Richard Curtis, più profondo di quanto sembri – oppure L’amore non va in vacanza (2006) per un ensemble natalizio più comfort.
Marvin – "Guida Galattica per Autostoppisti" (2005)
A volte basta una voce per creare un personaggio. Rickman in Guida Galattica per Autostoppisti presta a Marvin un timbro che sembra nato per l’umorismo cosmico e depresso di Douglas Adams: una malinconia così perfetta da diventare punchline. Marvin è un concentrato di sarcasmo esistenziale, e Rickman gli dà una dignità tragica che rende ancora più comico il contrasto con l’assurdità dell’universo attorno. È un ruolo “piccolo” solo sulla carta: in pratica è uno dei ricordi più nitidi del film. Ideale per chi ama la sci-fi comica e l’assurdo britannico, e per chi vuole ascoltare Rickman trasformare una battuta in filosofia. Se ti piace questo mood di avventura spaziale ironica, prova Guardiani della Galassia (2014–2023); se vuoi un’altra fantascienza piena di nonsense, Men in Black (1997–2012).







































































































