
Sophie Turner: i migliori ruoli in cui (ri)vederla mentre aspettiamo la sua Lara Croft
Le prime foto di Sophie Turner nei panni della nuova Lara Croft sono una di quelle notizie che fanno scattare la modalità “rewatch” anche a chi giura di non avere più tempo. Perché Tomb Raider non è solo un personaggio iconico: è un test di presenza scenica, fisicità e carisma pop, e Prime Video sembra puntare proprio su quel mix di durezza e vulnerabilità che Turner ha affinato negli anni.
La serie è in produzione e, a giudicare dal “first look”, l’intenzione è chiara: richiamare l’immaginario classico di Lara senza rinunciare a un taglio più moderno e seriale.
Sophie Turner non arriva a questo ruolo “dal nulla”, la sua filmografia è una palestra di trasformazioni, spesso sottovalutate perché oscurate da un successo gigantesco (Game of Thrones). Eppure, tra drammi true crime, teen comedy velenose, thriller minimalisti e blockbuster supereroistici, Turner ha costruito una cifra riconoscibile: personaggi che imparano a sopravvivere – e quando smettono di chiedere scusa, diventano irresistibili. Non a caso, la sua ultima performance nella serie Steal: La rapina (2026) sta già riscuotendo grandi numeri e successi su Amazon Prime.
Qui sotto trovi 10 ruoli (tra cinema e serie) che raccontano meglio di qualsiasi hype perché l’idea di vederla con zaino, holster e rovine antiche non è solo marketing: è una tappa naturale.
1. Game of Thrones (2011–2019) – Sansa Stark
Se oggi Sansa è un’icona di resilienza pop, il merito è anche di come Turner ha fatto evolvere il personaggio in Game of Thrones senza “saltare” passaggi emotivi. All’inizio la sua Sansa è tutta educazione e favola romantica, poi diventa un sismografo del potere: registra ogni abuso, impara a leggere le stanze, trasforma la vulnerabilità in strategia. È una performance che cresce stagione dopo stagione, e che funziona proprio perché non cerca mai la scorciatoia della “badassness” facile: la forza arriva come conseguenza, non come posa. È il ruolo perfetto da recuperare oggi se ti interessa capire cosa Turner sappia fare con i personaggi che cambiano pelle davanti ai nostri occhi.
Se ti ha catturato la dinamica di potere fatta di sguardi, diplomazia e controllo emotivo, puoi proseguire con The Crown (2016–2023), che lavora sugli stessi equilibri “politici” dentro stanze ovattate.
2. Joan (2024) – Joan Hannington
In Joan Turner gioca finalmente da protagonista adulta, e si vede: glamour, ferocia, fragilità e istinto di sopravvivenza convivono nello stesso sguardo. La serie la segue mentre passa da madre in fuga a ladra di gioielli con un talento quasi performativo (accenti, mimicry, reinvenzione continua), e lei rende credibile questa metamorfosi proprio perché non la romanticizza del tutto: la fame e la paura restano sempre sotto la superficie lucida. È un ruolo che valorizza il suo controllo del tono – sa essere magnetica senza diventare “simpatica”, e vulnerabile senza chiedere indulgenza. Se vuoi vedere Turner in modalità neo-noir britannico, questa è la tappa obbligata.
Per restare su un crime elegante e magnetico, dove fascino e pericolo camminano insieme, Killing Eve (2018–2022) è un’ottima tappa: stessa tensione tra identità, desiderio e manipolazione.
3. The Staircase (2022) – Margaret Ratliff
Dentro un cast enorme e una storia già “famosa”, Turner sceglie la via più difficile: la misura. La sua Margaret in The Staircase è una figlia adottiva intrappolata tra amore, fedeltà e sospetto, e la recitazione lavora per sottrazione, come se ogni scena avesse un pensiero non detto che pesa più della battuta. È una prova utile anche per chi guarda Turner solo come “volto da fantasy”: qui è cronaca emotiva, famiglia che si sfalda, trauma che non ha un linguaggio condiviso. La miniserie non è leggera, ma Turner è uno dei motivi per cui vale la pena attraversarla: porta sullo schermo quella zona grigia in cui non sai più cosa credere – né agli altri, né a te stesso.
Se la parte che ti ha colpito è la verità emotiva dentro un racconto giudiziario, Unbelievable (2019) è un’ottima scelta: lavora sul trauma con rigore e sensibilità, senza sensazionalismi.
4. Survive (2020) – Jane
Survive è una serie “compressione”: episodi brevi, ritmo da thriller, e un tema pesante (depressione, desiderio di sparire) che Turner interpreta senza estetizzare. Jane non è un’eroina da applauso, è una persona spezzata che si ritrova costretta a vivere – e l’idea più efficace della serie è proprio questa: la sopravvivenza come gesto involontario, quasi fastidioso, prima che come redenzione. Turner regge da sola gran parte della tensione emotiva, alternando apatia e scatti di lucidità in modo credibile. Non è il suo titolo più famoso, ma è uno dei più rivelatori per capire quanto sappia tenere la camera addosso senza “riempire” di troppo.
Se ti interessa il survival come esperienza psicologica e non solo fisica, The Wilds (2020–2022) amplifica quel discorso con un cast corale e un mistero di fondo. Se invece cerchi qualcosa di più cupo e stratificato, dove il trauma resta addosso e cambia forma, Yellowjackets (2021– in corso) è una discesa molto più feroce nello stesso tipo di inquietudine.
5. Dark Phoenix (2019) – Jean Grey
Jean Grey è un personaggio-trappola: o diventa un simbolo astratto, o viene risucchiata dall’effetto speciale. Turner prova a tenerla umana, e quando ci riesce – soprattutto nei momenti più intimi, dove il potere è paura di sé – la performance ha una malinconia interessante. Dark Phoenix è un film divisivo, ma guardarlo oggi con l’idea di “mappa carriera” rende più chiaro cosa Turner sappia fare nei blockbuster: presenza fredda, controllo, e una vulnerabilità che riaffiora proprio quando la storia vorrebbe solo accelerare. Non è il suo ruolo meglio scritto, però è un banco di prova pop enorme, e lei ci porta una serietà che manca a molti cinecomic dell’epoca.
Se ti affascina l’idea del potere che cresce troppo in fretta e diventa una minaccia (anche per chi lo possiede), Chronicle (2012) è un ottimo “cugino” per tono e paranoia.
6. Do Revenge (2022) – Erica Norman
Quello in Do Revenge è un ruolo piccolo, ma dall’impatto molto sentito: Erica è una “queen bee” caricaturale quanto basta per diventare meme, ma Turner la gioca come se fosse convinta di stare in un melodramma. È proprio questa serietà fuori scala a renderla esilarante: una performance volutamente sopra le righe, che dimostra come sappia usare il registro comico senza paura di risultare “ridicola” – anzi, puntandoci. Se ti interessa la Turner che si diverte e che capisce perfettamente il tono pop del progetto, qui c’è un manuale di timing e faccia tosta. Ed è anche un promemoria: non è solo “dramma e sofferenza”, quando vuole sa essere una bomba camp.
Se ti diverte il teen movie nero e cinico, dove la commedia è un coltello, Schegge di follia (1988) è praticamente la matrice: stesso gusto per la satira cattiva e i personaggi spietati. Se invece vuoi rimanere su intrighi sexy e manipolazioni “da manuale”, Cruel Intentions (1999) è l’abbinamento naturale per atmosfera e veleno.
7. Another Me (2013) – Fay
Uno dei suoi primi ruoli “serii” è anche uno dei più curiosi: Another Me è un thriller psicologico adolescenziale che gioca con doppi, paranoia e identità, e Turner – ancora lontana dalla “macchina” da star – ha già quella qualità un po’ spettrale che le torna utile nei ruoli più cupi. Il film non è perfetto, ma funziona come tassello: vedi nascere la sua capacità di rendere credibile la dissociazione, la sensazione di non riconoscersi più. Se stai costruendo una maratona che porti fino a Lara Croft, questo è il “prima” che vale recuperare: non tanto per il film in sé, quanto per l’attrice che sta prendendo forma.
Se ti intriga il tema del doppio e della paranoia identitaria che prende possesso del corpo e della mente, Il cigno nero (2010) è il riferimento perfetto per intensità e ossessione.
8. Barely Lethal (2015) – Heather / Agent 84
Barely Lethal è un titolo leggero, quasi usa-e-getta, ma utile per vedere Turner in modalità “teen action comedy” prima che qualcuno le metta davvero in mano una pistola da franchise. Qui è ironica, brillante, molto più sciolta di quanto ci si aspetterebbe: il film gioca con la parodia dell’agente segreto adolescente, e lei si incastra bene nel tono, senza appesantire. Non è tra le sue prove più “importanti”, però è uno di quei casi in cui capisci quanto sia elastica: sa stare in un prodotto pop senza snobbarlo. Ed è anche un’ottima pausa tra i titoli più intensi della lista.
Se ti va un’action pop che non si prende troppo sul serio ma ha energia e ritmo, Kick-Ass (2010) gioca la stessa carta con più cattiveria e stile fumettistico.
9. Time Freak (2018) – Debbie
La rom-com con gimmick sci-fi (il ragazzo che torna indietro nel tempo per “aggiustare” una relazione) è un terreno facile per cliché, e invece Turner riesce a dare a Debbie una qualità concreta: non è solo “oggetto” del reset, ma persona che cambia e che non può essere ridotta a una versione ideale. La cosa interessante è proprio la frizione: Time Freak parla di controllo mascherato da romanticismo, e Turner porta in scena quella stanchezza lucida di chi capisce di essere intrappolata in una narrazione scritta da altri. È un ruolo più sottile di quanto sembri, perfetto se ti piace quando l’attrice lavora sulle crepe piccole, quotidiane.
Se ti interessa il romance che usa il tempo per parlare di scelte e rimpianti (più che per fare gimmick), Questione di tempo (2013) è un passaggio quasi obbligato, molto più emotivo di quanto sembri.
10. Josie (2018) – Josie
Indie cupo, quasi “inquieto”: Turner qui è una presenza che destabilizza, una ragazza che entra in una comunità e ne rivela le pulsioni peggiori. Josie vive di atmosfera e ambiguità, e lei usa benissimo il proprio volto “familiare” per fare l’opposto: non rassicurare. È un ruolo che dimostra quanto possa essere efficace quando lavora sul mistero, sul non detto, sulla sensualità pericolosa (senza trasformarla in cliché). Non è un titolo per tutti – è lento, sporco, più vicino al thriller psicologico che al “crime da intrattenimento” – ma se cerchi la Turner che sa essere perturbante, qui la trovi.
Se ti piace il thriller “di atmosfera”, dove il disagio è tutto nei non detti e nelle dinamiche familiari, Stoker (2013) è un ottimo abbinamento per sensualità disturbante e tensione sotterranea. Se invece vuoi restare su un dark psicologico che scava nelle crepe intime e nel veleno relazionale, Sharp Objects (2018) è una discesa più lunga e dolorosa nello stesso tipo di inquietudine.






































