"I Peccatori": 5 motivi per cui dovresti guardarlo anche se non ami i film sui vampiri

Pubblicato il

Gabriella Giliberti

Gabriella Giliberti

Editor a JustWatch

Se hai un’allergia preventiva ai denti aguzzi, I Peccatori (2025) è il tipo di film che può guarirti… o almeno farti dimenticare che stai guardando “un film sui vampiri”. Anche perché, in piena awards season, è diventato il titolo-fenomeno degli Oscar 2026: ha appena incassato 16 candidature, record assoluto, e si gioca tutto nella notte del 15 marzo 2026.

Ma il punto non è la statuetta: è come Coogler usa il soprannaturale. Ambientato nel Mississippi del 1932, dentro una realtà di segregazione, blues e desiderio di riscatto, il film si muove tra period drama, Southern Gothic, musical e horror con una sicurezza rara.

Quindi sì: ci sono i vampiri. Però sono soprattutto una lente. E se di solito ti annoiano le “regole” del genere, qui troverai un’opera che ragiona più in grande: sul corpo come territorio, sulla comunità come rifugio, sulla musica come rito e sul male come contagio sociale. Non devi amare i vampiri. Devi solo amare il cinema quando decide di fare sul serio e di intrattenere mentre lo fa.

1. Non è “vampiri e basta”: è un Southern Gothic politico travestito da horror

Il modo più corretto per entrare ne I Peccatori è pensarlo come un film storico che si lascia infestare. Siamo nel Delta del Mississippi, 1932: Jim Crow, miseria, ferite che non hanno linguaggio. L’orrore soprannaturale non arriva per “fare paura” e stop, ma per dare forma a un male già presente – sistemico, quotidiano, normalizzato. Coogler, come da tradizione per il grande cinema sui vampiri, usa il vampirismo come metafora di potere che succhia, comunità che si difende, identità che si frantuma sotto lo sguardo altrui. Se ti piacciono i film in cui il genere è un cavallo di Troia – pensa a certe vibrazioni da Scappa - Get Out (2017) più che a un classico teen-vampire – qui sei a casa: è un racconto di sopravvivenza e desiderio di autonomia, solo con le ombre più lunghe e i canini più affilati.

2. Michael B. Jordan in un doppio ruolo

Anche se non ti interessa la mitologia vampire, I Peccatori si regge su un pilastro molto semplice: Michael B. Jordan fa due personaggi (gemelli) e li rende leggibili senza trucchi da “guarda come sono bravo”. È una prova di controllo: postura, ritmo, magnetismo, microdifferenze emotive che trasformano un’idea potenzialmente gimmick in una relazione viva, piena di attrito e tenerezza. E attorno a lui c’è un cast che funziona come una band: quando la storia si allarga alla comunità – il locale, le alleanze – il film acquista calore e complessità. Non a caso, tra le 16 nomination ci sono anche riconoscimenti importanti per le interpretazioni.

Se ti piacciono i film “performance-driven” (da Il Petroliere (2007) ai crime drama più carnali), qui trovi quella stessa energia: il soprannaturale è un accelerante, non il centro.

3. È un film soprattutto sulla musica: blues, rituale, trance 

Uno dei motivi per cui I Peccatori ti prende anche se non ami l’horror è che spesso sembra giocare in un altro campionato: quello dei film dove la musica non è decorazione, ma motore narrativo. La storia nasce attorno a un juke joint, a un’idea di spazio condiviso dove la comunità può respirare, ballare, esistere e la colonna sonora diventa parte del racconto, non “sottofondo cool”. Questa componente musicale è così centrale che persino la critica l’ha sintetizzata come un mix di grande cinema visivo e “musica che ti entra in corpo”.

Se di solito i vampiri ti sembrano ripetitivi, qui la variazione è proprio ritmica: il film sa essere sensuale, febbrile, quasi ipnotico. E il risultato è che guardi le scene come guarderesti un numero live: tensione, sudore, rischio. Non serve amare i vampiri; basta amare quando un film suona. Del resto, parliamo del compositore Premio Oscar Ludwig Göransson.

4. Per cinefili: fotografia e artigianato da grande cinema

C’è un piacere molto concreto in I Peccatori: quello di vedere un blockbuster che tratta l’immagine come materia viva. La fotografia (firmata da Autumn Durald Arkapaw) non cerca solo “atmosfera”: costruisce un’America notturna, umida, carnale, dove la luce sembra sempre sul punto di spegnersi o incendiare tutto. Anche gli Oscar l’hanno notato: tra le nomination ci sono categorie tecniche di peso, e il film è diventato un caso proprio perché dimostra che l’horror può competere sul terreno del “prestige craft”.

Se ti attirano i period drama sporchi, i dettagli di costumi e scenografie che raccontano classe e violenza senza spiegoni, qui hai pane per i denti. È cinema che si guarda anche “in silenzio”, per come compone, per come muove la macchina, per come fa respirare gli spazi prima ancora di morderti.

5. È un crowd-pleaser intelligente: ti intrattiene, ma non ti tratta da scemo

Il pregiudizio anti-vampiri spesso nasce da un sospetto: “sarà l’ennesima storia con regole, clan, lore, romanticherie”. I Peccatori evita la trappola perché è prima di tutto un film popolare nel senso migliore: ha energia, suspense, set-piece, e una progressione che non si impantana nel manuale di mitologia. E allo stesso tempo è un titolo con una ricezione critica impressionante (anche a livello di consenso) e una corsa agli Oscar che lo ha trasformato nel film da recuperare adesso, mentre tutti ne discutono e prima del 15 marzo 2026.

Se vuoi una bussola: non è “un film di vampiri” da guardare perché ci sono i vampiri, ma un film da guardare perché è Ryan Coogler che usa il genere per fare spettacolo e discorso insieme. E quando succede, anche chi odia i canini finisce per restare fino ai titoli di coda.

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