Il caso Heated Rivalry (2025–in corso) è interessante perché racconta una verità che gli adattamenti “furbi” – soprattutto in vista dell’uscita del “Cime Tempestose” (2026) di Emerald Fennell e delle polemiche si sono abbattute contro – ignorano: non basta prendere un titolo amato, serve trasferire sullo schermo tono, dinamica emotiva e identità dei personaggi.
Ma, soprattutto, per quanto un adattamento dovrà necessariamente fare delle scelte drammaturgiche differenti rispetto a quelle su carta (perché non tutto ciò che funziona all’interno di un libro può funzionare allo stesso modo su schermo) rispettare l’anima dell’opera è essenziale. Nel caso di Heated Rivarly, ad esempio, la serie è esplosa rapidamente dopo il debutto, ed è stata subito rinnovata, trasformando i due protagonisti in un piccolo fenomeno pop nel giro di mesi, con un fandom che discute soprattutto della chimica tra Shane e Ilya più che dei classici “plot twist”.
Perché? Perché con le dovute differenze, partendo già dal fatto che adatta direttamente il secondo libro della saga mentre gli eventi del primo – riguardanti la coppia Scott/Kip – vengono condensati in un episodio e mezzo, incarna perfettamente l’anima dei personaggi e della storia di Rachel Reid. Un buon adattamento non è una copia carbone, ma un’opera che comprende cosa non può assolutamente tradire. E quando succede, il risultato funziona anche per chi non ha mai letto il libro.
In questa selezione ho scelto 10 titoli (tra film e serie) che vengono citati di frequente come casi virtuosi di fedeltà, soprattutto per tre motivi: coinvolgimento diretto dell’autore originale, formato adatto a non comprimere troppo il materiale (specie nelle miniserie), e coerenza narrativa tra pagina e schermo. Il risultato è una lista potenzialmente utile sia ai lettori “puristi” sia a chi vuole ottime opere audiovisive in senso assoluto.
Orgoglio e Pregiudizio (1995)
La miniserie BBC in 6 episodi di Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi il punto di riferimento quando si parla di Austen adattata con rigore e carisma. È un prodotto che ha il tempo giusto per lasciare respirare i passaggi del romanzo, non schiaccia Elizabeth e Darcy dentro una scorciatoia da “romance veloce”, e conserva la geometria sociale di classi, reputazione, matrimonio e denaro che rende il testo così moderno. Andrew Davies adatta il romanzo del 1813 senza sterilizzarlo, la lingua resta elegante ma la tensione emotiva arriva anche a chi non ha mai letto Austen.
È quel tipo di fedeltà che non si limita a fare una copia carbone di ciò che sta adattando, ma ne comprende l’anima e l’essenza e più che mostrarci cosa accade, ce lo fa provare sulla pelle. Se sei alla ricerca di una versione che rispetti struttura e spirito dell’originale, qui vai sul sicuro.
Ritorno a Brideshead (1981)
Se, invece, vuoi un adattamento letterario “da manuale”, Ritorno a Brideshead è uno dei titoli più solidi in assoluto. La serie TV nasce dal romanzo di Evelyn Waugh e sceglie un’impostazione ampia, contemplativa, che mantiene il tono malinconico del libro tra decadenza aristocratica, desiderio, fede, rimpianto, memoria. Non cerca di “modernizzare” a ogni costo, e proprio questa scelta a mio parere la rende potentissima ancora oggi. Il ritmo è lento, lasciando spazio ai silenzi, ai dettagli di classe, alle crepe interiori dei personaggi.
Per questo è perfetta per chi ama i period drama non artificiali, ma quelli in cui la messa in scena serve prima di tutto la psicologia. È una serie che dimostra come la fedeltà possa essere anche una questione di respiro narrativo; rispettare i tempi del romanzo è spesso il primo atto d’amore verso il materiale di partenza.
Wolf Hall (2015–2024)
Questo è uno dei rari casi in cui una trasposizione televisiva riesce a coprire un grande arco romanzesco – anche a distanza di moltissimo tempo – senza perdere precisione. Le due stagioni di Wolf Hall sono tratte dalla trilogia premiata di Hilary Mantel, e la seconda parte completa il percorso di Cromwell dopo la caduta di Anna Bolena. Non un “seguito opportunistico”, quanto più una costruzione coerente del progetto adattativo. Funziona perché non sacrifica la complessità politica per il colpo di scena e non riduce Cromwell a un protagonista monolitico.
Se ti piacciono le serie in costume ad alta densità, con dialoghi pesati e conflitti di potere scritti bene, questa è una delle esperienze più appaganti in circolazione. E, lato adattamento, è il perfetto esempio di come il formato seriale possa proteggere romanzi complessi meglio di qualunque film da due ore.
Una serie di sfortunati eventi (2017–2019)
La versione Netflix di Una serie di sfortunati eventi è interessante perché corregge il limite tipico delle trasposizioni “compresse” cinematografiche: qui il progetto seriale si prende lo spazio necessario e arriva fino alla fine del ciclo. Netflix la presenta come serie in 3 stagioni, e la struttura complessiva è costruita proprio sul mondo Baudelaire; la documentazione della serie conferma inoltre l’adattamento dell’intera collana di Lemony Snicket, compresi i volumi finali nella terza stagione. Questo si sente nella resa: tono gotico-assurdo, humor nero, narratore invadente, malinconia da fiaba crudele. È un adattamento fedelissimo soprattutto nell’attitudine perché non addolcisce il cinismo del testo e non trasforma i protagonisti in eroi standard.
Consigliato a chi ama storie young adult intelligenti, con un’identità stilistica forte e una coerenza di lungo periodo rara. Tra gli adattamenti “per famiglie”, è uno dei più rigorosi nel rispettare la voce originale.
Holes - Buchi nel deserto (2003)
Holes rientra nella categoria d’oro degli adattamenti: autore del romanzo coinvolto direttamente nella sceneggiatura. Louis Sachar firma lo script del film tratto dal suo libro, e questo spiega perché la trasposizione mantiene con precisione la struttura a incastro (presente/passato), il tono a metà tra avventura, umorismo e parabola morale, e l’equilibrio tra intrattenimento e sottotesto sociale. Non è un dettaglio da poco; molti film per ragazzi semplificano, qui invece il racconto conserva intelligenza e stranezza. Il risultato è accessibile ma mai banalizzato, con personaggi che restano riconoscibili per chi ha letto il romanzo.
Se cerchi un adattamento “super fedele” che funzioni anche come film autonomo, questo è tra i migliori esempi mainstream: fedele, narrativamente pulito, emotivamente efficace. Ed è ancora oggi un titolo che regge benissimo una revisione adulta.
Gone Girl - L’amore bugiardo (2014)
Qui la fedeltà ha un nome e cognome: Gillian Flynn. L’autrice del romanzo ha scritto personalmente la sceneggiatura del film, e nelle interviste ha spiegato il lavoro di traduzione dal testo alla forma cinematografica. Questo passaggio autoriale è decisivo: Gone Girl non perde il suo veleno, non ripulisce i personaggi per renderli “più simpatici”, e conserva la natura disturbante del materiale originale. Certo, il cinema richiede sintesi e qualche ricalibratura, ma la temperatura morale resta la stessa: ambigua, corrosiva, lucidissima sul rapporto tra performance pubblica e intimità.
Se ami i thriller psicologici che non cercano rassicurazione, è un caso studio perfetto di adattamento fedele nel tono prima ancora che negli eventi. Ed è proprio lì che tanti remake inciampano: copiano la trama, ma tradiscono lo sguardo. Gone Girl fa l’opposto!
Room (2015)
Anche qui abbiamo una continuità autoriale fortissima, Emma Donoghue firma la sceneggiatura del film tratto dal suo romanzo, ed è coinvolta in modo sostanziale nel processo creativo. Il risultato è un adattamento che preserva la delicatezza del testo evitando due rischi comuni: voyeurismo del trauma e retorica lacrimevole. Room resta una storia di sopravvivenza, sì, ma soprattutto di legame, linguaggio, ricostruzione. La fedeltà si vede nel punto di vista emotivo, in quanto il film non tradisce la prospettiva intima che rendeva il romanzo così potente.
Consigliato soprattutto a chi cerca drammi intensi ma rigorosi, dove la scrittura non usa il dolore come scorciatoia spettacolare. In termini di adattamento, è uno degli esempi più convincenti dell’ultimo decennio: cambia mezzo, non cambia anima. Ed è esattamente quello che dovrebbe fare ogni trasposizione davvero rispettosa.
La storia fantastica (1987)
La storia fantastica è un classico perché riesce in una cosa rarissima: essere fedele e, insieme, assolutamente vivo come film. William Goldman adatta per lo schermo il suo stesso romanzo del 1973, e questa continuità protegge il tono ibrido dell’opera – fiaba, avventura, romance, satira metanarrativa – senza appiattirlo in un fantasy generico. È una fedeltà “strutturale”: restano il gioco sul racconto, l’ironia sulla retorica eroica, i personaggi larger-than-life ma emotivamente leggibili. Per chi lavora sugli adattamenti, è una lezione da imparare in fretta; cioè rispettare un libro non significa imbalsamarlo, significa trovare una forma audiovisiva che ne mantenga il carattere.
Se ti piacciono le storie capaci di parlare a pubblici diversi (cinefili, lettori, spettatori casual), questo è uno dei ponti migliori mai costruiti tra pagina e schermo.
Le regole della casa del sidro (1999)
Quando un autore adatta il proprio romanzo e vince anche l’Oscar per la sceneggiatura, il segnale arriva forte e chiaro. Le regole della casa del sidro nasce dal libro di John Irving ed è scritto per il cinema dallo stesso Irving, che riceve l’Academy Award proprio per questo lavoro. Il film conserva i nodi morali del testo senza svuotarli o ridicolizzarli. Sì, è un adattamento che semplifica dove serve al cinema, ma non neutralizza il conflitto etico che rendeva il romanzo controverso e umano. Consigliato a chi cerca drammi classici, adulti, con personaggi imperfetti e domande scomode. In lista è uno dei titoli più utili per capire la differenza tra “versione ispirata a” e “vera trasposizione”, perché qui la matrice letteraria resta sempre visibile, e conta.
Noi siamo infinito (2012)
Ultimo ma fondamentale, Stephen Chbosky scrive e dirige il film tratto dal suo romanzo, Noi siamo infinito. Questa doppia regia (letteraria e cinematografica) rende l’adattamento sorprendentemente coeso, dove voce interiore, vulnerabilità adolescenziale, trauma, amicizia e desiderio di appartenenza mantengono lo stesso battito emotivo del libro. Non è un teen drama “ripulito”, affatto, ma un’opera che resta spigolosa nei punti giusti – senza scivolare nella trappola della morbosità o pornografia del dolore – e tenero senza diventare zuccheroso.
Se cerchi un coming-of-age fedele e insieme accessibile, è uno dei migliori esempi contemporanei. E conferma una regola semplice vista giusto un paragrafo più su: quando chi ha scritto la storia guida davvero il passaggio di medium, il rischio di snaturamento si abbassa drasticamente. A meno che tu non sia Stephen King…







































































































