Se pensavate che Robin Hood fosse “solo” il tizio in calzamaglia che ruba ai ricchi per dare ai poveri, il trailer di The Death of Robin Hood (2026) vi sta già smentendo: la nuova rilettura A24 diretta da Michael Sarnoski (Pig, A Quiet Place: Day One) mette al centro un Robin stanco, ferito e soprattutto colpevole.
Un antieroe che guarda in faccia il mito e trova sangue sotto la vernice. Nel film, Hugh Jackman interpreta un fuorilegge consumato dalla propria leggenda, mentre una figura misteriosa (Jodie Comer, non la classica Marian) sembra offrirgli un’ultima possibilità di “salvezza”, se davvero esiste.
E il bello (o il problema) è che Robin Hood è uno di quei personaggi che il cinema non riesce a lasciare in pace: ogni epoca lo riscrive a propria immagine. A volte diventa puro spettacolo d’avventura; a volte un dramma crepuscolare; a volte una commedia che prende in giro le versioni precedenti; a volte un’action moderno che si vergogna persino dell’arco e delle foreste. Proprio per questo, invece di chiedere “qual è il Robin Hood definitivo?”, ha più senso guardare come cambia e quali film, davvero, reggono il colpo.
Qui sotto trovi una classifica dal migliore al peggiore dei principali lungometraggi in cui Robin Hood è protagonista o fulcro dichiarato; alla fine della classifica, l’elenco completo di tutti i film su Robin Hood.
1. La leggenda di Robin Hood (1938)
La leggenda di Robin Hood che ha fissato lo stampo: avventura classica, ritmo brillante, romanticismo senza cinismo e un senso dello spettacolo che ancora oggi sembra “facile” solo perché è perfetto. Errol Flynn è carisma puro: non recita l’eroe, lo incarna, e attorno a lui tutto funziona come un meccanismo ben oliato – duelli, travestimenti, beffe, giustizia popolare. È anche la versione che capisce una cosa fondamentale: Robin Hood non è soltanto un ribelle, è un’idea contagiosa. Se vuoi capire perché la leggenda resiste da secoli, parti da qui e poi confrontala con i tentativi moderni di “sporcarsi le mani”: quasi tutti, in un modo o nell’altro, stanno rispondendo a questo film.
2. Douglas Fairbanks in "Robin Hood" (1922)
Prima ancora che Hollywood diventasse “Hollywood” come la intendiamo, Fairbanks trasforma Robin Hood in un evento: set giganteschi, gesto atletico, energia da supereroe ante-litteram. È un film muto, sì, ma non è “museo”: è cinema fisico, fatto di corpi che saltano, corrono, rischiano. E soprattutto è interessantissimo per un motivo: qui Robin Hood è ancora molto vicino al sogno americano delle origini, all’idea che l’eroismo sia spettacolo e che la giustizia abbia bisogno di essere vista. Per chi ama la storia del cinema è quasi obbligatorio; per chi ama il mito è la prova che Robin Hood nasce già “blockbuster”.
3. Robin Hood (Disney, 1973)
La versione più “comfort” di Robin Hood e, per intere generazioni, la più indelebile. Robin volpe e Little John orso non sono solo un’idea carina: sono la dimostrazione che il mito funziona quando diventa favola morale – un’avventura per tutti, dove l’ingiustizia è chiarissima, il cattivo è memorabile (Prince John è un concentrato di avidità infantile) e l’eroe è irresistibile proprio perché gentile. È un film che non ha bisogno di realismo: lavora di tono, di musica, di icone. Se cerchi Robin Hood come “rifugio” più che come tragedia, è il tuo. E sì: ogni remake serio o cupo, in fondo, combatte anche contro questo sorriso.
4. Robin e Marian (1976)
Il colpo di genio: raccontare Robin non quando è giovane e invincibile, ma quando è già leggenda consumata. Connery e Hepburn portano addosso il tempo, e Robin e Marian ci costruisce sopra un tono malinconico, quasi elegiaco: è una storia su cosa resta dell’eroe quando finisce la musica, e su quanto costi vivere all’altezza del proprio mito. È anche uno dei pochi Robin Hood che non ha paura di essere romantico senza essere ingenuo. Se il trailer di The Death of Robin Hood ti intriga per l’idea del “finale”, qui trovi un parente spirituale – meno violento, più tenero e amaro.
5. Robin Hood - Principe dei ladri (1991)
Il Robin Hood “popcorn” per eccellenza: grande respiro, colonna sonora che si stampa in testa, senso dell’avventura anni ’90 e un cast stellare che regge anche quando il film esagera. È una versione che punta tutto sulla spettacolarità e sulla fruizione immediata; e infatti, anche se la critica è stata altalenante, è rimasto un classico da rivedere. Il vero motivo per cui è in alto, però, non è Kevin Costner e nemmeno la sua chimica con Mary Elizabeth Mastrantonio o alla struggente e romantica colonna sonora, bensì Alan Rickman e il suo Sceriffo di Nottingham. Talmente iconico da rubare la scena e vincere un meritatissimo BAFTA. Se vuoi Robin Hood come intrattenimento “alto volume”, è ancora una scelta solidissima.
6. Robin Hood - Un uomo in calzamaglia (1993)
Mel Brooks prende il mito e lo usa come bersaglio per colpire tutte le versioni precedenti – e, proprio così, finisce per dichiarare amore al personaggio. Robin Hood - Un uomo in calzamaglia non è la sua commedia più affilata, ma ha un vantaggio enorme: conosce il materiale e sa dove fa ridere davvero (l’eroe romantico, il cattivo teatrale, la retorica dell’avventura). Cary Elwes funziona perché è “bello” e scemo quanto basta, e l’insieme è un antidoto perfetto a ogni Robin Hood che si prende troppo sul serio. Bonus: è anche un modo simpatico per ripassare i cliché… prima di rivedere i film che li hanno inventati.
7. Robin Hood (2010)
Ridley Scott prova a fare l’operazione “origine” con questo Robin Hood: meno foresta fiabesca, più fango storico, politica, guerra, realismo. Il risultato è intermittente: quando si concentra su atmosfera e azione, è robusto e spesso spettacolare; quando cerca di riscrivere la leggenda come manuale di storia, perde brillantezza. Russell Crowe è un Robin solido ma poco guascone, Cate Blanchett regala presenza e durezza, e l’insieme è un Robin Hood per chi preferisce la versione “medievale” e muscolare. Non è il film che ti fa innamorare del mito, ma può essere quello che te lo rende credibile – almeno a tratti.
8. Robin Hood - La leggenda (1991)
“L’altro Robin Hood del 1991”, uscito in modo anomalo (televisivo in alcuni mercati) e inevitabilmente schiacciato dal blockbuster con Costner. Ma Robin Hood - La leggenda non è solo un’ombra di un altro film: è una versione più sobria, più piccola, con un taglio quasi “da avventura classica” senza l’enfasi hollywoodiana. Patrick Bergin è un Robin meno magnetico, Uma Thurman è curiosa da vedere in un ruolo così precoce, e la storia fa il suo dovere senza grandi guizzi. Se ti interessa il confronto tra due Robin Hood usciti nello stesso anno – uno gigantesco e uno contenuto – questo è un caso studio divertente.
9. Robin Hood e i compagni della foresta (1952)
Robin Hood e i compagni della foresta potremmo definirlo un “Disney in live action prima dei tempi moderni”: un Robin Hood “pulito”, da avventura familiare, con buone intenzioni e pochissima voglia di complicarsi la vita. Non ha l’energia del 1938 né il fascino pop del 1973, ma ha un valore da capsula del tempo: è il mito come racconto educativo, lineare, rassicurante. Vale soprattutto per completisti e curiosi, o per chi vuole una versione senza ombre, senza cinismo e senza riscritture “dark”. È una tappa intermedia della leggenda sullo schermo: non fondamentale, ma utile per capire come certe immagini (Sherwood, la banda, Nottingham) siano state “normalizzate” per il grande pubblico.
10. Viva Robin Hood! (1950)
Viva Robin Hood! è una sorta di seguito apocrifo e derivativo. Qui l’idea è cavalcare il successo del mito con un’operazione “ereditaria”, più che reinventarlo. C’è il colore, c’è l’avventura compatta, ma manca la scintilla: sembra un prodotto che imita ciò che il pubblico già desidera, senza aggiungere un’identità forte. Detto questo, è uno di quei film che, se ami l’archeologia della cultura pop, guardi volentieri proprio per il suo essere “minore”: ti fa vedere come Robin Hood diventi seriale, replicabile, quasi un franchise ante-litteram. Non è un disastro, è semplicemente poco necessario; e infatti oggi vive più come curiosità da completisti che come visione imprescindibile.
11. I 4 di Chicago (1964)
I 4 di Chicago, ovvero Robin Hood in versione gangster musical con Rat Pack: divertimento laterale, più che adattamento. Se entri aspettandoti Sherwood e archi, sei nel film sbagliato; se entri come in una “variazione sul tema”, può essere una stramberia piacevole. Ha fascino d’epoca, numeri musicali, star power, e l’idea – palesemente anni ’60 – che Robin Hood sia un archetipo trasportabile ovunque. In una classifica “pura” starebbe fuori, ma è utile per misurare quanto il mito sia elastico. Detto in modo brutale: non è tra i migliori film, ma è uno dei più rivelatori sul modo in cui Hollywood usa le leggende come travestimento per parlare d’altro.
12. Robin Hood - L’origine della leggenda (2018)
Il problema non è “modernizzare” Robin Hood: il problema è farlo senza sembrare un trailer lungo due ore. Robin Hood - L’origine della leggenda tenta lo stile videoclip (montaggio, look, action) e un’idea quasi “insurrezionale” contemporanea, ma spesso sembra indecisa tra la serietà e il fumetto. Taron Egerton ce la mette tutta e Jamie Foxx porta energia, però la regia spinge su un’estetica che invecchia velocemente e su una narrazione che non trova mai un tono davvero suo. È un Robin Hood che vuole essere cool più che leggendario – e per questo scivola via. Se ti piace l’action patinato e non ti interessa la fedeltà al mito, può intrattenere; se cerchi fascino e senso dell’avventura, altrove trovi di meglio.
13. L’assedio di Robin Hood (2022)
L’assedio di Robin Hood è un'operazione piccola e aggressiva, che punta più sul “concept” (vendetta, assedio, brutalità) che sulla costruzione del mito. È uno di quei titoli che nascono per il catalogo: ritmo discreto, ambizioni limitate, e un Robin Hood ridotto a icona funzionale. Il risultato è guardabile se sei in vena di medioevo “direct-to-streaming”, ma non aggiunge davvero nulla al personaggio: la leggenda qui non respira, serve solo da etichetta riconoscibile. In fondo è questo che lo penalizza: Robin Hood è un mito sociale prima che un action hero, e quando togli quella dimensione – la comunità, l’ingiustizia, l’idea contagiosa – resta un revenge movie qualunque con archi e cappe.
14. Robin Hood - La ribellione (2018)
Robin Hood - La ribellione è quasi l’opposto del film con Egerton: niente patina, budget ridotto, impostazione più “tradizionale” e un’aria da produzione pensata per riempire uno scaffale digitale. Ha qualche volto curioso (anche per puro gusto di casting), ma la confezione è standard e l’azione raramente decolla. Non è offensivo, è semplicemente anonimo: ti ricordi che l’hai visto, ma non ti resta una scena che valga la leggenda. E quando adatti Robin Hood, l’anonimato è il peccato capitale: puoi essere giocoso, crepuscolare, politico, fantasy, musical – ma devi avere un punto di vista. Qui sembra mancare proprio quello.
15. Robin Hood: Ghosts of Sherwood (2012)
“E se Robin Hood fosse anche… horror in 3D?”: l’idea potrebbe persino essere camp divertente, ma l’esecuzione in Robin Hood: Ghosts of Sherwood è un impasto di generi che non si amalgamano. Il mito viene usato come cornice per creature, maledizioni e suggestioni horror, però senza una vera invenzione narrativa che giustifichi il mash-up. Risultato: sembra un esperimento nato dall’urgenza di differenziarsi più che da un amore per il personaggio. Se ti piace il cinema di genere bizzarro e vuoi vedere fin dove si può stirare Sherwood prima che si strappi, potrebbe avere un fascino da “brutto curioso”. Ma come Robin Hood, è uno dei vicoli ciechi più evidenti.







































































































