Nel corso di quindici anni di carriera, Jennifer Lawrence ha attraversato praticamente ogni genere cinematografico, mantenendo sempre una capacità interpretativa che sembra non conoscere timidezza né protezione. Non cosa da poco, soprattutto se si pensa a un’attrice spesso "appiattita" nel suo aspetto fisico, troppo in fretta bollata come la tipica “bellissima di Hollywood” ma che è riuscita a ribaltare le carte in tavola, proprio utilizzando il suo corpo come uno strumento di recitazione.
Ruoli drammatici, blockbuster distopici, commedie, storie d’amore e film d’autore estremi, Lawrence si è mossa sempre al limite, spesso superandolo. Il suo ultimo film Die My Love (2025) è uscito il 27 novembre; il film in torna a esplorare i territori più radicali della salute mentale post-partum, pertanto vale la pena guardarsi indietro e capire come l'attrice sia arrivata ad avere una tale sicurezza nel portare i personaggi in luoghi emotivi, fisici e psicologici molto difficili. Questa lista non è una classifica dei suoi “film migliori”, ma dei momenti più estremi, quelli che raccontano chi è davvero Jennifer Lawrence come attrice: un corpo che interpreta, una mente che implode o resiste, una recitazione che sembra sempre disposta al rischio.
10. “Red Sparrow”: il corpo come arma
In Red Sparrow (2018) Lawrence interpreta Dominika Egorova, ex ballerina costretta a trasformarsi in un’arma umana all’interno dei servizi segreti russi, indottrinata attraverso un processo di manipolazione, umiliazione e violenza. Il momento più estremo del film arriva proprio durante l’esercitazione, dove alla protagonista è insegnato a usare la seduzione come controllo psicologico sul nemico. In particolare una scena, in cui Lawrence si spoglia davanti alle altre reclute e al cadetto che aveva tentato di violentarla. Il volto impassibile, lo sguardo glaciale, il corpo spogliato da ogni sessualità, puro strumento.
9. “No Hard Feelings”: Il nudo comico
E se in Red Sparrow Lawrence prendeva una scena di nudo dandole un significato drammatico, anche qui usa il proprio corpo, ma in senso opposto. In No Hard Feelings (2023) Lawrence interpreta Maddie, una cinica trentenne che accetta di “sedurre” un diciannovenne introverso in cambio di soldi per salvare la casa di famiglia. Il picco del film è proprio la scena sulla spiaggia, quando Maddie (totalmente nuda, ferita) affronta un gruppo di sconosciuti che cercano di rubarle i vestiti, riempiendoli di botte. È comica, ma non nel senso leggero del termine: Lawrence trasforma l’umiliazione pubblica in un gesto di autodifesa quasi animalesco, dove la vulnerabilità diventa aggressione. Un film leggero, probabilmente uno dei meno celebrati nel catalogo di Lawrence, ma quella scena riesce a trasmettere le sue capacità come attrice pura. Datele un copione, e lei se lo divorerà.
8. “The Burning Plain”: ferire per non essere feriti
In The Burning Plain - il confine della solitudine (2008) Lawrence interpreta Mariana, un’adolescente che legge l’infedeltà della madre come una ferita personale, quasi fosse un tradimento rivolto direttamente a lei. Il momento più estremo del film arriva quando decide di “riportare l’ordine” nella sua famiglia con un gesto che dovrebbe punire gli adulti, ma ne innesca invece una tragedia irreversibile. Al contrario di The Poker House, qui non c’è la fragilità ingenua dell’adolescente che cerca amore, ma una traiettoria emotiva, più scura e disturbante, quella del bisogno di ferire per non sentirsi feriti. La performance di Lawrence è tangibile, intensa tanto da richiamare le dinamiche di Revolutionary Road (2008), quando l’illusione di “salvare ciò che resta” porta i personaggi a distruggere ciò che hanno. The Burning Plain è un film per chi cerca drammi familiari intensi, dove la colpa non è solo conseguenza ma anche motore narrativo. Rivederlo oggi significa cogliere una delle prime prove in cui Lawrence interpreta il trauma non come qualcosa che si subisce, ma come qualcosa che si infligge.
7. “Causeway”: la guerra che segue a casa
In Causeway (2022) Lawrence interpreta Lynsey, soldatessa rientrata a casa dopo una grave lesione cerebrale. L’attrice riesce a trasmettere lo sforzo con cui il suo personaggio cerchi in ogni modo di minimizzare il dolore, il modo in cui insiste per tornare al fronte invece che affrontare il dolore. Lawrence scava nel trauma, quasi con un lavoro di sottrazione, “reprimendo” Lynsey, incarnandone le nevrosi, per un’interpretazione che richiama la stessa logica emotiva di American Sniper (2014), dato che anche qui, seppur in modo diverso, viene raccontata la nostalgia del campo di battaglia come fosse un rifugio, l’opposto dell’eroismo tipico del genere. Causeway è un film per chi cerca drammi introspettivi, dove la guerra non è spettacolo ma una ferita che perseguita la protagonista nelle sue pieghe più nascoste.
6. “X-Men”: orgoglio mutante
Un blockbuster, diranno gli scettici. Tutto il contrario, il lavoro fatto da Lawrence su Mystica/Raven è impressionante, quasi totalmente fisica. Nascosta nella sua forma umana, libera in quella mutante, esiste in quanto imita gli altri. Personaggio inizialmente defilato, Mystica viene costruita passo dopo passo durante tutta la saga iniziata con X-Men - L’inizio (2011) ma che diventa uno dei centri attorno a cui ruotano i temi più profondi della trama. Viene approfondita la sua storia, da bambina con un segreto “mostruoso” da nascondere, fino al momento in cui decide di non “abbassarsi” più, di esibire la sua forma blu definitivamente, smettendo di chiedersi quale versione di sé sia quella “giusta”. In quel momento la sua storia diventa simbolo della lotta dei mutanti per essere accettati, metafora di una ricerca dolorosa della propria identità, il significato più intenso della saga al di là della facciata super-eroistica.
5. “Joy”: il silenzio della rivincita
Potrebbe sembrare un normale biopic, e invece anche stavolta bisogna guardare più a fondo. In Joy (2015) Lawrence ribalta quello che sembrava un trait d’union dei suoi personaggi: niente traumi o costrizioni, qui a imprigionare la protagonista è la sua quotidianità di madre single prima, il suo essere donna e imprenditrice poi. Quando finalmente riesce a trasformare la sua invenzione in un prodotto, la società e perfino chi le sta accanto iniziano a consumarla, a rinchiuderla dentro il suo poter essere una casalinga, nulla più. Di Joy Lawrence ritrae la fatica, la speranza, la sfida, l’umiliazione, il sentirsi tradita. Il momento più estremo è la sua reazione nello scoprire che il suo brevetto è stato registrato a nome di qualcun altro (di un uomo) e che tutto ciò che ha costruito le è stato sottratto come se non le fosse mai appartenuto. Invece di esplodere, si irrigidisce, fa spazio alla rabbia, la trasforma in lucidità. Un ritratto che può ricordare la forza raccontata da Julia Roberts in Erin Brockovich (2000), ma mentre lì il riscatto arriva come vittoria, qui è un atto di sopravvivenza, quasi senza rumore.
4. “The Hunger Games”: la maschera dell’eroina
Lo scenario anche qui era simile a X-Men, con un ruolo che avrebbe potuto “inghiottire” l’attrice sotto il peso di una saga e appiattirla nel suo personaggio più conosciuto, inaugurato con The Hunger Games (2012). Ma anche qui Lawrence ha dimostrato le sue capacità di andare oltre un franchise da milioni di dollari. Non si limita a portare in scena un'eroina moderna, ma le da un volto vero, dando risalto alla ragazza obbligata a combattere, ad essere appunto un’eroina ma contro la sua volontà. La chiave per leggere la performance di Lawrence non è l’arena o i combattimenti, ma l’autocontrollo del suo personaggio, quando Katniss deve guardare in camera e celebrare il sistema che la sta distruggendo, fingendo amore e riconoscenza mentre dentro è paralizzata dalla paura. Lawrence recita trattenendo tutto, forzando ogni muscolo del volto a negare il panico, fino a costruire una maschera emotiva che diventa la vera arma di Katniss. Come in altri titoli inclusi nella lista, la sua è una recitazione fisica, ma compressa, che trasforma il corpo in campo di battaglia e la ribellione in silenzio. È proprio questo a rendere la sua interpretazione così radicale, scommessa vinta anche stavolta.
3. “American Hustle”: sedurre per sopravvivere
Rosalyn è uno dei ruoli in cui Jennifer Lawrence dimostra quanto possa essere “pericolosa” quando una scena le appartiene. Pur non essendo la protagonista di American Hustle (2013) ogni volta che entra nell’inquadratura ne ridisegna l’energia. Un personaggio comico ma solo all’apparenza, facciata del rancore quotidiano, del dramma di sentirsi una comparsa della propria vita, messa da parte dalle ambizioni criminali del marito. La scena della cucina racconta tutta la struttura del personaggio, tra seduzione e aggressività repressa come tentativo ultimo di non sparire. Qui c’è tutta Lawrence, la sua gestualità, la sua comicità, la seduzione e l’autoironia, la disperazione “sedata” dall’orgoglio. Rosalyn è un personaggio atipico, eccessivo certamente, ma è proprio questo suo essere “oltre” l’escamotage per raccontarne la fragilità, tragicommedia allo stato puro.
2. “Silver Linings Playbook”: il dolore che non urla
Tiffany è uno dei personaggi più complessi della carriera di Lawrence, né vittima né antagonista, ma una donna che prova a rimettere insieme la propria vita senza sapere come farlo. In Silver Lining Playbook (2012) Lawrence costruisce il personaggio su un paradosso emotivo, una rigidità che nasconde un bisogno disperato di essere vista senza essere giudicata. Il momento più estremo arriva nella scena del diner, quando Tiffany elenca con precisione chirurgica tutte le persone che l’hanno definita, denigrata o compatita per il modo in cui ha affrontato il lutto. Lawrence non cerca l’attenzione alzando la voce, ma abbassa il tono, rallenta, lascia spazio ai silenzi. La disperazione non esplode mai, rimane sospesa, ma è proprio così che riesce a raccontare il trauma, quello reale. L’alchimia con Bradley Cooper funziona perché entrambi interpretano personaggi che si riconoscono prima nei loro difetti che nei sentimenti, ed è proprio questo riconoscimento reciproco a far funzionare la storia. Tiffany è uno dei casi più evidenti in cui Lawrence riesce a spingersi nel dolore di un personaggio, rendendo la fragilità qualcosa di concreto, quasi fisico, una prestazione che le è valsa un Oscar.
1. “Madre!”: l’annientamento totale
Qui Lawrence interpreta un personaggio che non può proteggersi, nemmeno per un istante. Il film di Aronofsky richiede un livello di esposizione fisica e psicologica raramente visto nel cinema mainstream, e Lawrence accetta la sfida senza cercare di mettersi al riparo. La scena del sacrificio è certamente l’apice tragico, ma tutto Madre! (2017) è una lenta trasformazione verso la privazione dell’identità, in cui la protagonista è spogliata di tutto, del proprio spazio, del proprio corpo, delle proprie emozioni. Un “martirio” lento, quotidiano, che procede subdolo verso il baratro. Sulla fisicità attoriale di Lawrence abbiamo già detto, ma qui si passa a un altro livello, qui il rapporto tra l’attrice e il personaggio che porta in scena è totale, quasi claustrofobico. Il respiro che trasmette l’angoscia, la gestualità indifesa, la paura di essere: questa performance dice tutto sulle capacità di Lawrence di gettarsi dentro un ruolo, soprattutto tra le pieghe più drammatiche, annullandosi insieme al suo personaggio per restituirne il grido silenzioso, ma tra i più drammatici nel cinema contemporaneo. Un film difficile, asfissiante tanto da ricordare a momenti la tragedia di Dogville (2003) o di Rosemary’s Baby (1968), ma qui la ferita è esposta e messa in primo piano. Standing ovation.







































































































