
Da “Clayface” a “Werwulf”, 6 horror d’autore in uscita nel 2026 che non vediamo l’ora di vedere
La caratteristica principale del genere horror è sempre stata quella di prendere un concetto astratto è dargli un corpo. Quindi, la repressione diventa un'entità che si traveste da chi desideri; l'amore romantico può rivelarsi possesso e ossessione; le mura domestiche diventano la soglia attraversata da entità che, alla fine, si rivelano qualcosa di ben più tangibili che mere presenze. E, in queste storie, il mostro è la rappresentazione attraverso cui l’idea – che spesso è paura, trauma, senso di colpo, pulsioni di varia natura – assume un corpo con cui dobbiamo confrontarci perché, una volta acquisita concretezza, è impossibile fingere di non vedere.
Perché tutto questo preambolo? La seconda parte del 2026 horror si annuncia come un anno particolarmente generoso da questo punto di vista, soprattutto sul versante autoriale. Tra debutti acclamati a Sundance, ritorni di registi che hanno ridefinito il genere e qualche caso ibrido che mette in crisi la stessa categoria di “horror d'autore”, la lista dei titoli in arrivo nei prossimi mesi è una piccola mappa di ossessioni contemporanee, tematiche sociali e riflessioni interiori. Tolti i titoli più conosciuti e mainstream, abbiamo ristretto la nostra rosa a 6 film horror d’autore – in arrivo entro l’anno – che non vediamo l’ora di vedere e che, siamo sicuri, ci sorprenderanno per la loro ambizione tematica.
Clayface è il primo horror dichiarato del DC Universe di James Gunn, ma definirlo semplicemente cinecomic sarebbe riduttivo. La regia è affidata a James Watkins, che con il remake americano di Speak No Evil (2024), pur non arrivando alle vette tensive dell’originale danese del 2022, aveva dimostrato di lavorare bene negli ambienti chiusi, nei drammi consumati tra pochi, scivolando nelle pieghe più oscure e recondite. Un regista che si era comunque già distinto per altre pellicole del genere ben lontane dal mainstream, come Eden Lake (2008) e The Woman in Black (2012).
Se questo non dovesse bastarvi, sappiate che la sceneggiatura porta la firma di Mike Flanagan, autore tra i più riconoscibili dell'horror contemporaneo televisivo, come Hill House (2018), Bly Manor (2020) e Midnight Mass (2021).
La storia segue Matt Hagen, attore in ascesa interpretato da Tom Rhys Harries, il cui volto viene sfigurato da un gangster e che ricorre a un trattamento sperimentale per ricostruirlo, finendo per trasformarsi in qualcosa che non è più del tutto umano. Neanche a dirlo, siamo nel territorio del body horror puro, ma incardinato dentro una riflessione più sottile sull'identità professionale, sull'ossessione per l'immagine e sul costo che il mondo dello spettacolo impone a chi prova a esistere dentro le sue regole.
Naomi Ackie, Eddie Marsan e David Dencik completano un cast che non sembra affatto pensato per un blockbuster supereroico tradizionale, in arrivo in Italia il 22 ottobre. Del resto, negli ultimi anni la DC – tra film e serie TV – ci ha dimostrato di voler ragionare fuori dagli schemi classici del cinecomic. Il primo teaser, uscito da pochissimo, conferma una regia interessata più alla disgregazione della carne che alla mitologia di Gotham, e basta questo per renderlo una scommessa autoriale dentro un sistema industriale che raramente concede tanto spazio al genere.
Continuiamo con uno dei titoli su cui si sono di più accesi i riflettori. Horror queer religioso. Abbiamo la vostra attenzione? Ottimo!
Sundance 2026 lo ha consacrato come uno dei debutti più sorprendenti dell'anno, e la successiva acquisizione da parte di Neon ne ha confermato la portata. Leviticus è l'esordio del regista australiano Adrian Chiarella, e prende il suo titolo dal libro biblico storicamente usato come giustificazione per la condanna dell'omosessualità. In poche parole: una dichiarazione di intenti, ma ovviamente usata per muovere una critica feroce e aspra nei confronti di una società – la nostra – ancora altamente giudicante e discriminatoria.
Naim e Ryan, sono due adolescenti perseguitati da un'entità violenta che assume la forma della persona che ciascuno desidera di più, cioè l'altro. La cornice è quella di una piccola comunità religiosa fanatica che pratica un rituale di liberazione molto simile a una terapia di conversione, e l'orrore nasce dal cortocircuito tra desiderio e demonizzazione: il mostro che li insegue ha letteralmente la forma di ciò che gli viene insegnato a temere in se stessi. Il film si muove tra horror sovrannaturale e romance adolescenziale con una sicurezza rara per un debutto, e Chiarella ha esplicitamente rivendicato l'horror come spazio storicamente queer, riallacciandosi a una tradizione che attraversa Mary Shelley, James Whale, F.W. Murnau e Clive Barker.
La casa di produzione è l’australiana Causeway Films. Non vi dice nulla? La stessa che ha lanciato alcuno degli horror d’autore più rivoluzionari del genere come Babadook (2014) di Jennifer Kent, premiato proprio al Sundance nel 2014; oppure, più recentemente, le due pellicole del duo horror più interessante, cioè Danny & Michael Philippou (conosciuti anche sui social come RackaRacka), con Talk to me (2023) e Bring Her Back (2025).
Tra tematiche, presentazione e produzione, quello di Leviticus è un pedigree di tutto rispetto. L’uscita statunitense è prevista per il 19 giugno, mentre non abbiamo ancora certezze per la distribuzione italiana.
Se Leviticus lavora sul desiderio represso, Obsession ne fotografa il rovescio: l'amore come strumento di possesso, la fantasia romantica che si realizza nel modo più letterale e per questo più orribile possibile. Curry Barker, già noto per il corto virale Milk and Serial (2024), debutta nel lungometraggio con una storia che parte da uno dei più classici trope: il ragazzo innamorato della sua migliore amica d’infanzia. Un bel friends to lovers, no? Si, se non fosse che Bear, per riuscire a coronare il suo sogno d’amore con Nikki, si spinge – inconsapevolmente – un po’ oltre. Tra scetticismo e disperazione, acquista un bastoncino magico che promette, una volta spezzato, di realizzare qualsiasi desiderio. Senza pensarci troppo, Bear esprime il desiderio che Nikki lo ami più di qualunque altra cosa al mondo. Potrebbe sembrare un’ingenuità, ma cosa vuol dire davvero costringere qualcuno ad amarci contro la propria volontà? Quali potrebbero mai essere le conseguenze? Perché il desiderio di Bear si avvera, e i suoi sentimenti vengono ricambiati ma al punto tale che Nikki perde completamente consapevolezza di sé. Nei confronti di questo amore imposto, si annulla, tanto da diventare ossessionata fino al maniacale per Bear.
L’aspetto più interessante del film è che Barker non assolve mai il suo protagonista giustificandolo per la sua timidezza. Bear è il vero motore dell’orrore, un meccanismo che, purtroppo, siamo abituati a vedere fin troppo spesso. Quello che sembra essere un “gioco” sfuggito di mano, si trasforma in una vera e propria gabbia che manipola e trasforma tanto il carnefice quanto la vittima. La conversazione portata avanti da Curry Barker con Obsession è molto contemporanea, incentrata sul consenso e sulla sottile linea che separa il romanticismo dalla negazione dell'autonomia altrui.
Acquisito da Focus Features dopo una battaglia con A24 – entrambe etichette regine per quanto riguarda il cinema d’autore – Obsession arriverà nei nostri cinema dal 14 maggio.
Damian McCarthy era già uno dei nomi più interessanti dell'horror irlandese contemporaneo grazie a Caveat (2021) e soprattutto a Oddity (2024), che nel 2024 era stato accolto come uno dei migliori horror dell'anno. Hokum – il più promettente horror folk della stagione – è il suo primo film distribuito da Neon e segna anche l'incontro con un attore di profilo internazionale, Adam Scott, che interpreta Ohm Bauman, scrittore di romanzi horror alcolizzato e abrasivo che si reca in una locanda isolata dell'Irlanda per spargere le ceneri dei genitori. La locanda, naturalmente, ha una stanza chiusa da anni. La storia parla di una strega imprigionata, ma il vero territorio del film è il trauma familiare e il modo in cui la scrittura può diventare insieme rifugio e prigione.
McCarthy lavora dichiaratamente sul modello di Shining (1980) e The Innocents (2021), ma con la sua grammatica visiva che, per chi non avesse mai visto un suo film – ovviamente vi invitiamo a recuperare – è dettata da illusioni ottiche come ombre mosse ai margini del campo visivo, personaggi grotteschi e ambigui, utilizzo di props come marionette e maschere inquietanti, una fotografia consumata, ma soprattutto una costruzione esasperata del jump scare ben lontana dallo spavento veloce tipico dei film americani più mainstream, ma che tende ad ancorarsi alle viscere dello spettatore in un continuo di avvenimenti martellanti e asfissianti.
Siamo nella natura più psicologica dell’horror dove a far paura non è tanto il mostro in sé per sé, ma cosa il mostro rappresenti, quali mostri interiori rifletta per davvero. Una pellicola che indugia sull’orrore interiore, sul trauma e sul lutto, volta ad esorcizzare l’infelicità del protagonista stesso del film che, come tutti gli scrittori e gli artisti, produce proprio per poter affrontare il dolore. Ma cosa succede quando “una storia di fantasia” inizia a fondersi un po’ troppo con la realtà? Gli statunitensi potranno scoprirlo il 1 Maggio, a noi tocca aspettare ancora che venga annunciata una data d’uscita italiana.
Avete mai sentito parlare dei “liminal space”? Sono quegli ambienti di passaggio, per esempio i lunghi corridoi di un ospedale o un aeroporto oppure i parcheggi sotterranei, apparentemente desolati, privi di presenza umana, e che l’illusione ottica ce li fa apparire sconfinati, come se non avessero né un inizio né tanto meno una fine. Dei limbo architettonici oppure, come spesso accade nel cinema horror, delle soglie da una dimensione all’altra, tanto reali quanto irreali. Nel cinema di genere e nella serialità, sono stati moltissimo usati, pensate alla lunga autostrada di Strade Perdute (1997) o ai corridoi dell’Overlook Hotel in Shining (1980) oppure agli uffici della serie TV Scissione (2022-in corso).
Da qui nasce il fenomeno creepypasta degli anni dieci del duemila delle backrooms, da cui il regista Kane Parsons, a vent'anni, ci ha tratto una web series Backrooms (2022) diventando il regista più giovane mai messo sotto contratto da A24 per dirigere il proprio adattamento cinematografico. Quell’adattamento arriva nei nostri cinema dal 27 maggio proprio con il nome di Backrooms.
Una porta misteriosa appare nello scantinato di uno showroom di mobili, e chi la attraversa si ritrova in un labirinto infinito di stanze identiche, illuminate da luci al neon, tappezzate di carta da parati gialla. In horror di questo tipo il confine tra ciò che è reale e ciò che, invece, non lo è, è davvero labile; Kane Parsons, in diverse interviste, ha però spiegato di voler tenere il labirinto proprio come fenomeno fisico, restituendo quella sensazione dell’andare sempre dritti, eppure ritrovarsi costantemente altrove.
Backrooms promette essere un horror sull'angoscia liminale, sull'impossibilità di mappare il mondo che abitiamo; se ben ci pensate, arriva nel momento storico giusto – trapassati da guerre, crisi finanziere e sempre meno appigli per il futuro – per parlare di questa specifica sensazione di smarrimento.
Il film vanta di un cast di tutto rispetto (Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass) e una squadra di produttori che dice molto sulle ambizioni di Parsons e A24: James Wan, Shawn Levy e Osgood Perkins. Vedremo se questo giovane autore sarà all’altezza tanto delle aspettative quanto delle sue stesse ambizioni.
Si chiude con il ritorno di Robert Eggers, che dopo The Witch (2015) e Nosferatu (2024) si confronta con un altro pilastro del folklore: il licantropo. Ambientato nell'Inghilterra del XIII secolo, Werwulf – la cui uscita è prevista per questo Natale come era capitato anche per Nosferatu – sarà interamente recitato in Middle English (con sottotitoli e annotazioni per il pubblico contemporaneo) e secondo le parole dello stesso Eggers è la sceneggiatura più cupa che abbia mai scritto. Premesse che scaldano il cuore!
Sulla trama in sé per sé sappiamo ancora pochissimo, se non che sarà incentrata su un villaggio terrorizzato da una creatura che si aggira nelle campagne nebbiose. Chi ben conosce Eggers sa bene che, anche questa volta, ad interessare il regista sarà soprattutto le reazioni che il mostro – o presunto tale – suscita nella comunità e, quindi, un po’ come aveva già mostrato in The Witch, il ruolo che paura, superstizione e fede avevano in quel preciso contesto storico e come si riflettono sulla nostra società. In poche parole, Robert Eggers anche con Werwulf sembrerebbe voler usare il passato come laboratorio per studiare l'orrore come categoria culturale, prima ancora che come reazione viscerale. Operazione che, generalmente, gli riesce molto bene!
Il copione è firmato insieme a Sjón, poeta e romanziere islandese già collaboratore di Robert Eggers nel film The Northman (2022), il che lascia presagire la stessa attenzione filologica e densità mitica. Nel cast troviamo, invece, Aaron Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp, Willem Dafoe e Ralph Ineson, una squadra che attraversa più o meno tutta la filmografia recente di Eggers.




















