
"Coyote vs. ACME": la storia vera (e bizzarra) che ha ispirato il film
Coyote vs. Acme (2026) sta facendo parlare di sé. È decisamente un buon risultato, considerato che c’è stato il rischio che non avrebbe mai visto la luce. Diretto da Dave Green, da pochi giorni nelle sale, è un film in tecnica mista, che unisce live-action e animazione, per intenderci come Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988) e Space Jam (1996).
C’è chi lo sta persino eleggendo a migliore pellicola del longevo franchise. Di cosa parla? La storia ruota attorno a Willy il Coyote che decide di intentare una causa all’Acme Corporation, l’azienda (fittizia) che ha prodotto gli utensili, le armi e i dispositivi di cui si è abitualmente servito per tentare di catturare Beep Beep. Si elegge così a vittima di reiterata frode, procedendo per vie legali contro coloro che sarebbero stati i veri responsabili del fallimento del suo obiettivo.
Una commedia vestita da legal drama, che ripropone Davide contro Golia all’interno di un’aula di un tribunale. Nel cast il comico statunitense Will Forte, che indossa i panni dell’avvocato di Willy, mentre l'attore ed ex wrestler John Cena interpreta il temibile legale della controparte. Se può sembrarvi un’idea originale, aspettatevi però dell’altro. Stiamo parlando di una sceneggiatura che è passata di mano in mano per un progetto dal percorso travagliato, che, ricordiamo, abbiamo rischiato di non veder arrivare sul grande schermo. Ma cosa c’è alla base dell’intuizione di portare Willy a far causa all’Acme? Una storia vera? In un certo senso, sì. Ma non è come ve la potreste immaginare.
In principio fu un articolo di giornale
Grazie proprio a una collaborazione tra JustWatch e Sydney Volpe, possiamo rimettere in ordine i tasselli della genesi della storia dietro a Coyote vs. Acme. Sì, perché l’idea di Willy il Coyote che arriva a fare causa all’Acme non è del tutto nuova. Risale infatti a ventisei anni fa, quando fu pubblicata su un noto giornale americano. Come esplicato nei titoli di testa, la sceneggiatura di Samy Burch è infatti basata su un articolo del 1990 scritto da Ian Frazier per The New Yorker. Intitolato "Coyote V. Acme", il pezzo satirico ripercorreva la vicenda attraverso una sorta di documento legale sul caso, riportando i numerosi incidenti subiti per anni dal coyote a causa dei prodotti difettosi dell’azienda. Divertente, però incredibilmente plausibile. Si nasconde qui l’attenzione di trarre un film da questa vicenda. Peccato che per Frazier non tardò ad arrivare un’accusa di plagio.
La presunta origine dell'idea: a chi si deve l'intuizione?
A far sentire la sua voce fu infatti un altro umorista, Joey Green. L’autore sosteneva infatti che Frazier avesse preso ispirazione da una sua serie in tre parti, Cliff-Hanger Justice, pubblicata nel 1982 sulla rivista National Lampoon. Stessa premessa, ma costruita come se fosse un articolo che si limitava a ricostruire gli eventi della surreale vicenda giudiziaria. Lo scrittore del New Yorker respinse del tutto le accuse, e di fatto non sarebbe del tutto impensabile che più persone avessero potuto avere la stessa idea nel corso degli anni.
Ad oggi, non ci sono ancora conferme definitive sul plagio. Tecnicamente, però, Greene fu il primo a scrivere di una causa legale tra Willy e l’Acme. Proprio per questo sostiene che dovrebbe ricevere anche lui un compenso dal film, in quanto Frazier non si sarebbe che potuto basare sul suo precedente lavoro per dar vita al pezzo che ebbe un esito decisamente più fortunato, sia in termini di accessibilità sia di monetizzazione. Peccato per lui che non funzioni così.
Fare questo film è stata una vera e propria odissea
Il primo tentativo di adattare l’articolo di Frazier in un film risale al 1998, quando il produttore cinematografico Scott Rudin ne acquistò i diritti. Ma la Warner Bros. si mise di traverso, con l’opzione che scadde nel 2006. Ci riprovò James Gunn, quando nel 2015 propose l’idea alla Warner Bros., con una sceneggiatura firmata da Jeremy Slater, suo storico collaboratore. All’epoca, però, c’erano delle restrizioni importanti relative all’uso dei personaggi Looney Toones, che impedivano l’inserimento di Bugs Bunny e Daffy Duck nel progetto. Il copione fu così rifiutato.
Nel 2018 fu annunciato ufficialmente come in fase di sviluppo, con il coinvolgimento del regista Chris McKay, già dietro a LEGO Batman – Il film (2017), e degli sceneggiatori Jon e Josh Silberman, autori della sitcom C’è sempre il sole a Philadelphia (2005). Nemmeno quello funzionò.
Nel 2023 la Warner Bros. decise di accantonare Coyote vs. Acme, pur avendolo completato. Il motivo? Uno sgravio fiscale di 30 milioni di dollari. Fu grazie alla vendita a Ketchup Entertainment, avvenuta per 50 milioni di dollari, che oggi possiamo vedere la pellicola nelle sale. Oggi alla sceneggiatura è accreditata Samy Burch, con Gunn e Slater come autori del soggetto, tratto dall’articolo di Frazier (a sua volta basato su?).
Cosa ci suggerisce la (vera) storia dietro a "Coyote vs. Acme"?
Dunque, chi ha avuto effettivamente l’idea di Coyote vs. Acme? Probabilmente, non sarà dato saperlo. Rimane il fatto che sulla carta c’è un autore accreditato, che si è ritrovato accusato di plagio da un altro che pretende un riconoscimento economico da un film. Quel che è certo è che entrambi hanno sicuramente contribuito allo sviluppo di una storia che si è rivelata decisamente vincente. Sarà forse anche per l’epoca in cui viviamo. Oggi più che mai c’è la necessità di nuovi Davide contro Golia, di personaggi disposti a fare la cosa giusta, mettendo da parte le proprie paure persino davanti a dei colossi. Pur non sapendo chi l’ha davvero ideata, e soprattutto non essendo una storia vera, è indiscussa la capacità di Coyote vs. Acme di sedurre il pubblico.












