
Il film su Superman più divisivo di sempre compie 20 anni: ecco perché i fan ne avevano bisogno
Vent’anni fa al cinema arrivava il Superman più divisivo di sempre. Era il 28 giugno 2006 quando le sale statunitensi avevano inserito nella loro programmazione Superman Returns (2006) di Bryan Singer, da noi invece arrivato il 1° settembre successivo, con anteprime in diverse città italiane nel mese di agosto.
Un arco di tempo lungo quello tra il 2006 e il 2026, che ci ha consegnato altri adattamenti cinematografici dedicati al personaggio della DC Comics, comparso per la prima volta nei fumetti nel 1938 per mano di Jerry Siegel e Joe Shuster. Lo stesso intervallo temporale che ci permette di dare una possibilità al cinecomic che ci ha regalato un Superman decisamente meno alieno e più umano, interpretato da Brandon Routh.
"Superman Returns", ecco cosa ci raccontava
Un sequel diretto dei primi due film con Christopher Reeve. È stato concepita così la pellicola di Singer, che ha preso in considerazione esclusivamente quanto successo in Superman (1978) di Richard Donner e di Superman II (1980), diretto sempre da Donner, ma con l’intervento di Richard Lester. Un ponte tra il passato e presente, in cui sono stati ignorati del tutto gli altri due lungometraggi con Reeve, Superman III (1983) e Superman IV (1987), che affonda le radici nella smisurata passione per Donner di colui che allora era l’enfant prodige di Hollywood, oggi fuori dai giochi per una serie di accuse di molestie sessuali nei suoi confronti, che non ripercorreremo in questa sede. Proprio al regista della pellicola originale ha infatti sottoposto un soggetto, concepito assieme agli sceneggiatori di X-Men 2 (2003), Michael Dougherty e Dan Harris, che accolse con gran entusiasmo, dando così il proprio lasciapassare.
Fu così che alla fine Singer rinunciò di dirigere X-Men – Conflitto finale (2006), non completando così la trilogia cinematografica dedicata al gruppo di supereroi mutanti della Marvel, per dedicarsi così al progetto che diventò Superman Returns. Ironia della sorte la pellicola con Wolverine e associati finì per avere dietro la macchina da presa Brett Ratner, che a sua volta aveva precedentemente abbandonato il film che avrebbe dovuto essere il quinto Superman.
Ma passiamo alla trama del cinecomic, sceneggiato da Dougherty e Harris. Gli eventi prendono avvio a cinque anni di distanza da Superman II, pur trovandoci nel 2006, con il rientro di Superman (Brandon Routh) sulla Terra, dopo aver trascorso quel lasso di tempo tra un film e un altro a vagare nello spazio alla ricerca del suo pianeta natale, Krypton. Ripresa l’identità civile di Clark Kent e il suo vecchio lavoro al Daily Planet, viene però a scoprire che nel frattempo, però, molte cose sono cambiate, a partire da Lois Lane (Kate Bosworth), che oltre ad aver vinto un Pulizter con un articolo intitolato “Perché il mondo non ha bisogno di Superman” è fidanzata e soprattutto ha un figlio. La tranquillità non appartiene a questo mondo: uscito di prigione, Lex Luthor (Kevin Spacey) sembra essere disposto a condannare a morte miliardi di vite pur di mettere in atto il suo folle piano. Ed ecco che l’Uomo d’Acciaio si ritrova costretto a tornare in azione…
Superman Returns ci riporta così nell’universo cinematografico del Superman di Reeve. Inevitabilmente, senza gli stessi interpreti, a eccezione di Marlon Brando, che pur essendo scomparso nel 2004 all’età di ottant’anni, che ha indossato nuovamente i panni di Jor-El attraverso delle immagini d’archivio del primo film. Pensare che allora eravamo ancora lontani dalla stessa idea di intelligenza artificiale generativa, che per esempio ha “riportato in vita” Val Kilmer nel film di prossima uscita As Deep as the Grave, a un anno dalla sua scomparsa. Un’operazione che però ci ha fatto apertamente capire le intenzioni di Singer.
Un legacy sequel, quando l’operazione nostalgia non è mai priva di conseguenze
L’anno precedente era stato contrassegnato da Batman Begins (2005). Se Christopher Nolan è voluto ripartire con il personaggio dell’Uomo Pipistrello, Singer ha preferito fare l’operazione opposta: riallacciarsi al passato cinematografico di Superman. Oltre alla comparsa postuma di Brando, pensiamo alla grafica, alla colonna sonora di John Williams, che torna ad aprire la pellicola. Ma soprattutto pensiamo all’incredibile somiglianza di Brandon Routh con Christopher Reeve.
Scelto tra migliaia di candidati provinati negli Stati Uniti, Regno Unito, Canada ed Australia, Routh si è ritrovato così a raccogliere un’eredità importante, sicuramente rispettata in termini estetici tanto da sorprendere la stessa vedova di Reeve. La recitazione dell’attore è stata improntata sull’omaggio all’iconico interprete delle pellicole originali, mentre Kate Borswoth prendeva il testimone di Margot Kiedder come Lois Lane e Kevin Spacey quello di Gene Hackman per Lex Luthor, entrambi staccandosi un po’ dai predecessori. C’è infatti chi ha prediletto Spacey ad Hackman nei panni dell’arcinemico dell’Uomo d’Acciaio, ruolo che nelle successive trasposizioni cinematografiche è stato poi ricoperto da Jesse Eisenberg e Nicholas Hoult.
Ricordando che Superman Returns riprende gli eventi a cinque anni di distanza da Superman II, è indiscutibile la medesima ambientazione cinematografica. Bisogna, però, sottolineare che siamo stati catapultati nel nuovo millennio. È una caratteristica che rende il film più un omaggio che un vero e proprio sequel, rafforzato anche dal fatto che Singer non aveva altro riferimento che l’opera di Donner sul personaggio, non avendo mai letto un fumetto della DC, come da lui ammesso. Non il miglior biglietto da visita, anche se sei l’enfant prodige di Hollywood, che ha rilanciato il concetto di cinecomic con ben due film dedicati agli X-Men.
Un film divisivo, ma con un fan d’eccezione
All’epoca dell’uscita, Superman Returns fu accolto tendenzialmente in maniera positiva. Ma la critica si spaccò, comunque. C’è chi lo ha collocato ai vertici del cinecomic, per esempio Richard Corliss di Time, che è arrivato a definirlo uno dei migliori film di supereroi mai realizzati, così come James Berardinelli, secondo cui “ha offerto quasi tutto, romanticismo, azione, umorismo e persino un sacco di brividi”. Al contrario, altre autorevoli voci, come quella di Roger Ebert, l’hanno definito “cupo e privo di personalità”, con le scene d’azione “quasi forzate e non emozionanti”.
Nonostante un’accoglienza complessivamente buona, Warner Bros. ha deciso alla fine di rinunciare a proseguire la storia, con un sequel che era previsto per il 2009. Un secondo capitolo che avrebbe riportato in scena Brandon Routh, che stavolta si sarebbe confrontato con il supervillain Darkseid. Si sarebbe dovuto intitolare Man of Steel, proprio come il reboot diretto da Zack Snyder e interpretato da Henry Cavill, da noi conosciuto con la sua traduzione letterale, L’uomo d’acciaio (2013). Fu il primo capitolo del cosiddetto DC Extended Universe (DCEU). Il motivo del dietrofront? Gli incassi ritenuti del tutto insoddisfacenti: 391 milioni di dollari al botteghino internazionale di fronte a un budget di oltre 200. I dirigenti della WBD non se la sono sentita. Hanno così preferito scrivere un’altra storia, che tutti conosciamo.
Pensare, però, che la pellicola di Singer ha un fan d’eccezione. Si chiama Quentin Tarantino. Sì, proprio il regista di Pulp Fiction (1994) e Bastardi senza gloria (2009) ha fatto un endorsement al cinecomic in un’intervista al New York Times, ammettendo che se avesse ricoperto il ruolo del Presidente di Giuria a Cannes nel 2006 invece che nel 2004 lo avrebbe sicuramente premiato: “Sono un grande fan di Superman Returns. Sto lavorando a una recensione del film che ad ora conta venti pagine, e non ho ancora finito.” – ha dichiarato. Sono parole che risalivano al 2009 e della recensione non vi è mai stata traccia, non è noto se l’abbia finita o semplicemente se abbia deciso di non farla leggere a nessuno. Sette anni dopo, in occasione del decimo anniversario del film, Singer ha però confermato che l’apprezzamento di Tarantino per il suo film era rimasto immutato, svelando che i due avevano avuto una lunga conversazione sul terzo atto, in particolare sulla rivelazione che il figlio di Lois Lane fosse per metà kryptoniano.
Cosa ci ha lasciato questo Superman dopo vent’anni?
Ecco perché il mondo ha bisogno di Superman. Forse è questo il grande messaggio che a vent’anni di distanza ci lascia Superman Returns. Se riflettiamo infatti sul contesto storico in cui è stato concepito il film, si trattava di un’operazione che oltrepassava la semplice idea di riportare il personaggio di Superman sul grande schermo dopo diversi anni di assenza. Allora gli Stati Uniti facevano ancora i conti con le conseguenze dell’11 settembre, una grande ferita che nelle prime versioni di sceneggiatura del film non era nemmeno così nascosta, in quanto contenevano dei riferimenti espliciti agli attentati, che furono rimossi. Forse per il pubblico era giunto il momento di ritrovare un simbolo di speranza, rappresentato proprio da quel supereroe che se fosse realmente esistito avrebbe potuto salvare l’America e il mondo da quella che fu una catastrofe senza precedenti. Una visione che sembra essere supportata dalla lettura del regista sul supereroe, reso più umano e meno fantastico. Un approccio più realistico che l’ha portato a concentrarsi maggiormente sulle emozioni rispetto ai superpoteri che non è stato pienamente accolto dagli spettatori.
Diversi anni dall’uscita, Singer ammise che non si trattava del “film adatto per il rilancio di un franchise e che era stato fatto per un certo tipo di pubblico, forse più femminile”. Confessò che se avesse avuto una seconda possibilità si sarebbe dedicato a una origin story con l’obiettivo di realizzare un vero e proprio reboot a tutti gli effetti. Riguardando però oggi il suo film, dopo ben vent’anni, potrebbe risultare difficile dargli torto. Ci restano, però, alcuni passaggi indimenticabili, come il salvataggio dell’aereo da parte di Superman, tra le migliori scene d’azione nella storia dei cinecomic. Non bastano a salvare il film. Ma sicuramente ci aiutano a non demolirlo del tutto.
















