
“Woman Unknown” vince Venezia 83 e fa la storia: tutti i vincitori di questa edizione e qualche considerazione “a caldo”
Si è chiusa sabato sera l'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, e al netto delle tante polemiche sollevate attorno all'assenza di grandi titoli hollywoodiani, crediamo che il cinema sia stato celebrato al massimo del proprio splendore, con pellicole capaci di sorprendere ogni singolo giorno, affrontando temi sempre attuali pur partendo dal passato o scegliendo per raccontarlo una lettura differente da quella a cui siamo abituati.
Basta seguire il filo che lega il ritorno di Nanni Moretti sull'amore mancato con Succederà questa notte (2026) al gotico familiare di Paolo Strippoli con L’Estranea (2026), dal racconto dell’importanza dell’arte e della sua condivisione attraverso due ragazze giovanissime con Look Back (2026) di Kore'eda fino alla riflessione sul controllo, manipolazione e rivoluzione dei media con INK (2026) di Danny Boyle o ciò che il mondo continua a far finta di non vedere mentre migliaia di innocenti muoiono nello stesso momento in cui stiamo digitando queste parole con Naza (2026), per capire quanto il concorso di quest'anno si sia mosso, pur nella sua eterogeneità, in un'unica direzione precisa, quella di un cinema che torna a interrogarsi sul senso dell’arte, sul potere dell’informazione, sul cosa significhi davvero prendersi cura di qualcuno e su quanto quella cura possa facilmente trasformarsi in gabbia.
Una doppietta rarissima: Leone d'Oro e Coppa Volpi allo stesso film

Il verdetto della giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha regalato anche una particolarità di regolamento, oggetto di enormi discussioni nelle ultime ore e, per mettere a tacere qualsivoglia sterile polemica, adesso approfondiamo.
Woman Unknown (2026) di May el-Toukhy non si è aggiudicato soltanto il Leone d'Oro, ma anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, assegnata alla protagonista Mathilde Arcel. Il regolamento della Mostra prevede infatti che, in linea generale, uno stesso film non possa ricevere più di uno dei premi ufficiali del concorso, salvo un'eccezione: sentito il parere del direttore artistico, la giuria può assegnare la Coppa Volpi o il Premio Marcello Mastroianni a un interprete di un film già premiato, ma se quel film è proprio il vincitore del Leone d'Oro, la decisione deve essere approvata all'unanimità da tutti i membri della giuria. E per quanto questo avvenimento possa apparire tanto straordinario da urlare subito “allo scandalo" o al “non è nel regolamento”, a dirla tutta è già la quarta volta che accade nella storia della Mostra. Prima di quest'anno, infatti, la stessa doppietta era già accaduta con La storia di Qiu Ju di Zhang Yimou nel 1992, con Tre colori - Film blu di Krzysztof Kieślowski nel 1993, quando Juliette Binoche vinse la Coppa Volpi, e con Vera Drake di Mike Leigh nel 2004, con Imelda Staunton. Senza ombra di dubbio una circostanza rara ma non estranea alla storia del festival, e che quest'anno assume un peso ulteriore considerando che May el-Toukhy è stata l'unica regista donna a firmare in solitaria uno dei ventuno film in concorso.
I vincitori del Concorso

Oltre al trionfo di Woman Unknown, il palmarès del concorso principale ha premiato con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria Possible Love (2026) di Lee Chang-dong, il ritorno del regista sudcoreano a otto anni da Burning (2018), mentre il Leone d'Argento per la miglior regia è andato a Ilya Khrzhanovsky per il monumentale e controverso DAU (2026), progetto sviluppato per quasi due decenni. La Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è stata assegnata a John Malkovich per Wild Horse Nine (2026) di Martin McDonagh, mentre il premio per la migliore sceneggiatura è andato a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un bon petit soldat (2026).
Il Premio Speciale della Giuria ha premiato Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, documentario sulla guerra a Gaza che aveva ricevuto in sala una standing ovation da record, venticinque minuti, pur non riuscendo infine a conquistare il Leone.
Il Premio Marcello Mastroianni al miglior giovane interprete emergente è andato a Malou Khebizi, ventitreenne protagonista di 15/18 (A Place to Heal) (2026) di Cédric Kahn, mentre il Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis ha premiato La Maison du Vent (2026) di Auguste Bernard Kouemo Yanghu, dedicato ai femminicidi in Camerun, un film che ha conquistato lo stesso giorno anche il Premio Speciale della Giuria di Orizzonti.
I premi di Orizzonti e delle altre sezioni

Nella sezione Orizzonti, il premio per il miglior film è andato a Un Détour par Diane (Diane in the Loop) (2026) di Ann Sirot e Raphaël Balboni, mentre la miglior regia ha premiato Jacqueline Lentzou per A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra (2026).
A regalare una soddisfazione tutta italiana ci ha pensato Riccardo Scamarcio, premiato come miglior attore per I figli della scimmia (2026) di Tommaso Landucci, film che si è aggiudicato anche il premio per la miglior sceneggiatura, firmata dallo stesso Landucci insieme a Damiano Femfert.
Nella sezione Venezia Spotlight, il Premio degli Spettatori Armani Beauty è andato a I Matter (Eu contez) (2026) di Alina Șerban.
A completare il quadro dei riconoscimenti sono arrivati il Leone d'Oro alla Carriera, assegnato a George Clooney ed Ellen Burstyn, il Cartier Glory to the Filmmaker Award a Luca Guadagnino, e il Premio Campari Passion for Film a Serena Rossi.
Il vero problema di Venezia non è il cinema

Ma i veri problemi della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, quest'anno come nelle ultime edizioni, non hanno nulla a che fare con la qualità dei film in programma, quanto piuttosto con le speculazioni legate ad affitti, trasporti (per la prima volta a pagamento anziché compresi nel prezzo dell’accredito, parliamo di un costo che va dai €70 e può arrivare ai €450), bar e ristoranti, una bolla economica sempre più proibitiva che sta rendendo il festival inaccessibile persino a chi ci lavora, costretto quasi a pagare pur di poter fare il proprio mestiere. Perché si sa, Venezia rappresenta ormai una sorta di status quo, e non esserci equivale quasi a non essere abbastanza giornalisti o abbastanza cinefili. In un'edizione dominata dagli accrediti verdi, quelli dei più giovani, degli appassionati, degli studenti, delle cineteche, che hanno quasi fagocitato gli accrediti rossi e blu riservati alla stampa, la Mostra dovrebbe rendersi conto una volta per tutte che l'accessibilità resta un tema fondamentale, proprio perché il cinema, in quanto forma artistica, appartiene a tutti e dovrebbe mettere chiunque nelle condizioni migliori per poter continuare a raccontarlo.




