
Da "Babadook" a "Obsession": i 15 migliori elevated horror degli ultimi anni
Avete mai sentito parlare di “elevated horror”? Indica un cinema dell'orrore che prende le distanze dalla mera scarica adrenalinica fine a se stessa per costruire un'impalcatura tematica ed emotiva più complessa, dove la paura diventa veicolo per affrontare lutto, trauma, dinamiche familiari, questioni identitarie o politiche, e dove la messa in scena, la fotografia, il montaggio e la scrittura dei personaggi assumono un peso che il genere, secondo questa lettura, non aveva sempre potuto permettersi.
Sulle origini del termine le fonti divergono leggermente, ma convergono su un decennio preciso. La definizione compare per la prima volta in un forum all'inizio del 2010, per essere poi ripresa nello stesso anno da Simon Oakes, amministratore delegato della Hammer, che la usava per restituire il senso di certi film hitchcockiani prodotti dalla casa britannica. Le ricerche del termine si intensificano però solo a partire dal 2014, l'anno in cui escono due film che sembrerebbero essere il manifesto di questo “sottogenere”, incarnando il concetto del costruire una paura autentica, quindi una paura concreta e spesso figlia del contesto sociale, attraverso un impianto puramente metaforico.
Da lì il genere ha attraversato una stagione di consacrazione con l'ascesa di studi come A24 e Blumhouse, che hanno intercettato una generazione di autori disposti a usare il linguaggio dell'orrore per parlare appunto di trauma, identità, colpa e famiglia, spesso con un rigore visivo e una cura del sound design mutuati dal cinema d'autore più che dallo splatter classico. Vale la pena ricordare, però, che l'orrore ha sempre saputo essere metafora prima ancora che l'etichetta esistesse: Rosemary's Baby (1968) raccontava l'angoscia della maternità cinquant'anni prima di Hereditary (2018), La notte dei morti viventi (1968) del trauma della guerra del Vietnam e del capitalismo, e Videodrome (1983) smontava la percezione della realtà con un anticipo di decenni sui discorsi contemporanei sui media. Elevated horror, più che una rivoluzione o un nuovo sottogenere, è quindi il nome che diamo oggi a una consapevolezza che l’horror possedeva già, resa più visibile da un mercato che finalmente premia questi film al botteghino e nei festival. Un esempio recentissimo è quello di Obsession (2026) scritto, diretto e montato dal ventiseienne Curry Barker, un film costato appena 750.000 dollari e che ha superato i 400 milioni di incasso globale, battendo record che resistevano da decenni e guadagnandosi definizioni come quella, non casuale, di nuovo capitolo dell'elevated horror.
E mentre Obsession continua a macinare incassi, nelle sale italiane sta per arrivare Hokum (2026), il nuovo film di Damian McCarthy, regista che con Caveat (2020) e Oddity (2024) si è costruito una reputazione fatta di spazi chiusi, tensione trattenuta e un uso della paura che deve più al non detto che all'effetto speciale. Due film diversissimi per budget, distribuzione e persino tono, ma accomunati da un'etichetta che negli ultimi dieci anni è diventata onnipresente nel discorso sull'horror contemporaneo, tanto discussa quanto, spesso, fraintesa.
Se vi abbiamo incuriosito, ma al tempo stesso non sapete quali potrebbero effettivamente essere film da considerare elevated horror, vi consigliamo i 15 migliori da vedere usciti nell’ultima decade (o quasi).
Babadook (2014) è il film che più di ogni altro ha fissato il vocabolario visivo dell'elevated horror, prima ancora che l'etichetta diventasse un termine di uso “comune”. La fiaba illustrata che Amelia legge al figlio Samuel prende progressivamente corpo, uscendo dalle pagine per abitare la casa e infine la stessa donna, in un processo che Jennifer Kent orchestra senza mai concedersi una scorciatoia consolatoria. Il vero colpo di genio del film sta nel finale, dove il mostro non viene sconfitto ma addomesticato, rinchiuso in cantina e nutrito ogni giorno, portando avanti l’idea che certi dolori, come un lutto, non devono essere necessariamente superati, ma ci si può imparare a convivere.
Inoltre, è un film che ha ridefinito il concetto di maternità, normalizzando una martenità che non passasse dalla retorica della “supermamma” ma affrontando anche le conseguenze di una depressione post-partum.
Sempre nel 2014 arriva It Follows di David Robert Mitchell. Una minaccia che cammina sempre alla stessa velocità, senza fretta e senza tregua, diventa qui la metafora più elegante mai trovata per un'ansia costante tra i giovani – ma al tempo stesso sottovalutata – come quella delle malattie sessualmente trasmissibili.
David Robert Mitchell ambienta la storia in una periferia americana sospesa fuori dal tempo, tra automobili d'epoca e televisori a tubo catodico che convivono con smartphone sottilissimi, costruendo un'atmosfera sospesa non appartenente a nessun decennio preciso e proprio per questo alienante.
La maledizione che affligge i giovani protagonisti, dove la presenza genitoriale è quasi del tutto assente, si trasmette sessualmente, ma il film rifiuta ogni lettura moralistica facile, spostando l'attenzione sulla dimensione psicologica dell'essere perseguitati da qualcosa che si muove sempre, in ogni direzione, e che nessuno oltre alla vittima può vedere arrivare.
Con Scappa - Get Out (2017) Jordan Peele ha dimostrato che l'orrore sociale poteva essere anche cinema popolare senza perdere un grammo di acume critico, costruendo un meccanismo a orologeria che usa l'ipnosi e il body snatching come dispositivi letterali per parlare di appropriazione razziale nell'America progressista che si crede immune dal razzismo.
Ogni elemento della sceneggiatura, dal cucchiaino che tintinna nella tazza da tè al sprofondamento nel luogo sommerso della coscienza, funziona su un doppio livello, quello dell'intrattenimento puro e quello dell'analisi sociale, senza che uno tolga mai forza all'altro. È il film che più di tutti ha convinto Hollywood che l’horror potesse competere con qualsiasi altro genere, vincendo premi importanti pur restando fedele alle proprie radici di spettacolo popolare.
In Hereditary (2018) di Ari Aster il lutto familiare diventa un meccanismo che si scompone pezzo dopo pezzo, partendo da una miniatura di casa costruita a tavolino da Annie, artista che riproduce in scala la propria vita domestica come per tenerla sotto controllo, fino a un finale che ribalta ogni aspettativa di redenzione trasformando la tragedia in un rituale compiuto fin dall'inizio. Toni Collette regge sulle spalle uno dei crolli emotivi più devastanti mai portati sullo schermo, in una prova attoriale che da sola basterebbe a giustificare la fama del film.
Ari Aster compone l'orrore per accumulo di dettagli minimi, privando completamente la pellicola di qualsiasi sonoro artificiale ma saturando di suoni reali e inquietanti come uno scatto di lingua contro il palato o il ronzio d'insetti. Una pellicola costruita sul concetto stesso di anomalia e disturbante che cresce fino ad arrivare agli ultimi 40 minuti di pura claustrofobia per un epilogo che nega ogni possibilità di sollievo.
Sempre Ari Aster, questa volta però con un horror folk girato interamente alla luce, capovolgendo la convenzione fondamentale del genere secondo cui l'orrore si nasconde nel buio. Aster con Midsommar (2019) mostrando invece ogni cosa in piena luce, tra fiori intrecciati e canti corali che accompagnano riti sempre più estremi.
Dani, distrutta da un lutto familiare gestito con freddezza dal compagno, trova nella comunità di Hårga un'accoglienza calorosa e agghiacciante allo stesso tempo, che la porta infine a scegliere quella famiglia sostitutiva rispetto a quella biologica che l'ha abbandonata. Il film funziona come una lenta cerimonia di rottura sentimentale dove il vero mostro è l'indifferenza affettiva più che qualunque presenza soprannaturale.
Quello di Saint Maud (2019) è lo spietato ritratto di una solitudine spirituale, quella dell'infermiera Maud che in cerca di redenzione confonde progressivamente la fede con l'ossessione.
La regista Rose Glass isola la sua Maud in stanze spoglie e in un rapporto con Dio vissuto come intimità fisica quasi erotica. Il film accompagna lo spettatore dentro una psiche che si convince della propria missione divina proprio mentre si sgretola, fino a un'immagine finale capace di ribaltare in un istante il senso di tutto ciò che si è visto prima, rivelando la distanza tra percezione soggettiva e realtà oggettiva.
Uno degli esordi più controllati e implacabili del filone, capace di restare nella memoria per una sola inquadratura conclusiva.
Nella campagna islandese, una coppia di allevatori segnata da un lutto accoglie come figlio una creatura nata da una delle loro pecore, per metà umana e per metà animale, in un gesto che nasce dalla disperazione più che dall'amore genuino. Valdimar Jóhannsson gira Lamb (2021) con un rigore quasi documentaristico, lasciando che il paesaggio islandese, brumoso e silenzioso, faccia gran parte del lavoro emotivo, mentre la vicenda si sviluppa con una lentezza che nega ogni concessione allo shock immediato.
Il finale, brusco e spiazzante, ricorda che la natura non concede adozioni gratuite, e che ogni tentativo di riscrivere il lutto attraverso una sostituzione porta con sé un conto da pagare.
Il corpo in Titane (2021) si fonde letteralmente con la macchina, in un film che parte da un incidente d'auto e da una placca di titanio innestata nel cranio della protagonista per arrivare a una gravidanza meccanica quasi impossibile da mettere in parole senza tradirne la potenza visiva.
Julia Ducournau, erede spirituale di David Cronenberg, crea un'opera sorprendente che rifiuta ogni categoria di genere, sessuale e cinematografico, mettendo in scena corpi che si trasformano, si feriscono, si aprono, in un percorso che intreccia paternità adottiva e identità fluida con un coraggio raro.
Uno dei film più radicali associati all'elevated horror, capace di scioccare senza mai perdere una coerenza tematica ferrea.
Harper Marlowe, per poter elaborare un lutto complesso, si ritira in un cottage nella campagna inglese, ma presto si ritrova circondata da uomini diversi, tutti interpretati dallo stesso attore, che incarnano varie sfumature della violenza patriarcale, dalla molestia più sottile fino all'aggressione più esplicita.
Alex Garland con Men (2022) scrive e dirige un incubo che culmina in una sequenza di trasformazione corporea tra le più spiazzanti degli ultimi anni, dove ogni figura maschile partorisce letteralmente quella successiva, in un ciclo che si autoalimenta senza fine apparente. Il film ha diviso critica e pubblico proprio per questa scelta di rendere esplicita, quasi didascalica, una metafora che altrove nel genere resta più sfumata.
Resta comunque una pellicola incredibile soprattutto grazie alle sorprendenti e magistrali interpretazioni di Jessie Buckley e Rory Kinnear.





































