
Non solo “Unchosen”: i 10 migliori film, serie TV e documentari sulle sette
A due settimane dal debutto su Netflix, Unchosen è la serie più vista al mondo sulla piattaforma, numero uno in sessantanove paesi e oltre dieci milioni di visualizzazioni nella prima settimana. La serie britannica in sei episodi, creata e scritta da Julie Gearey, segue Rosie (Molly Windsor), una giovane madre che vive dentro una comunità cristiana chiusa nella campagna inglese chiamata Fellowship of the Divine, la cui vita viene stravolta quando un evaso di nome Sam (Fra Fee) salva la figlia da un annegamento e si introduce nella comunità. Asa Butterfield interpreta Adam, il marito di Rosie, una figura in ascesa nella gerarchia della setta che lotta con la propria sessualità, mentre Christopher Eccleston e Siobhan Finneran sono i leader del gruppo, Mr. e Mrs. Phillips. La serie si è ispirata a testimonianze reali di ex membri di comunità religiose nel Regno Unito, tra cui i Plymouth Brethren, ed è stata girata in parte in un ex luogo di culto dei Plymouth Brethren a Harrow, Londra.
Le storie sulle sette sono una delle ossessioni ricorrenti del cinema e della serialità contemporanea, e il motivo è semplice: pochi argomenti toccano in modo così diretto i meccanismi del potere, della manipolazione, della fede, del mistero e del bisogno di appartenenza. Dall'horror classico al prestige drama fino alle grandi inchieste documentarie, ecco dieci titoli che esplorano il mondo delle sette da ogni angolazione possibile.
Un sergente di polizia della Scozia continentale arriva su un'isola remota chiamata Summerisle per indagare sulla scomparsa di una ragazzina, e trova una comunità di pagani guidata da un aristocratico carismatico interpretato da Christopher Lee. L’uomo di vimini è il capostipite di tutti i film sulle sette (e uno dei più grandi film di culto della storia del cinema, in entrambi i sensi del termine), e la sua forza sta nella pazienza con cui Robin Hardy costruisce la sensazione che qualcosa non torni sotto la superficie di una comunità apparentemente idilliaca. Gli isolani sono cordiali, aperti, accoglienti, e ognuno di loro sta mentendo.
Quello che rende il film ancora inquietante dopo cinquant'anni è lo scontro tra il cristianesimo rigido del sergente Howie e il paganesimo gioioso degli isolani. Hardy non lascia mai allo spettatore una posizione morale confortevole: Howie è tanto chiuso e intollerante quanto la setta che sta indagando, e nella sequenza finale del film questo clash è portato in scena alla perfezione. Edward Woodward interpreta Howie con una convinzione che rende il personaggio “simpatico” nonostante la sua rigidità, e Christopher Lee ha sempre considerato questa la sua migliore performance, al di sopra di qualunque Dracula. Da evitare categoricamente il remake del 2006 con Nicolas Cage.
L'opera prima di Sean Durkin è costruita su un'idea strutturale semplice che produce un effetto straordinario: la storia alterna il presente di Martha (che vive dalla sorella dopo essere fuggita da una setta nelle Catskills) al suo passato (il processo graduale di indottrinamento sotto la guida del leader Patrick, interpretato da John Hawkes). Le due linee temporali si mescolano senza avvisi, e il risultato è un film che mette lo spettatore dentro l'esperienza di qualcuno che ha lasciato una setta ma non ne è davvero uscito, perché la setta continua a girare dentro la sua testa.
Elizabeth Olsen, al suo debutto cinematografico, regala una performance di controllo notevole per una ventiduenne. Martha è vigile, disconnessa, incapace di spiegare alla sorella (Sarah Paulson) perché si comporta come si comporta. Il film, infatti, rifiuta di spiegare in dettaglio l'ideologia della setta, e questa è la scelta giusta: quello che conta non è in cosa credono ma come il credere ciecamente lavora sulla psicologia di una persona. John Hawkes, in un ruolo che avrebbe potuto facilmente scivolare nel cliché, costruisce il leader Patrick come un uomo pacato e attento, terrificante proprio perché sembra ragionevole. La fuga di Martha è il titolo perfetto per chi vuole capire il lato più subdolo delle sette, quello della dipendenza psicologica e della difficoltà (per molti estrema) di abbandonare il gruppo.
Paul Thomas Anderson ha sempre negato che The Master sia un film su Scientology e, in senso stretto, ha ragione: la Causa, il movimento guidato da Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), è una creazione di finzione con i propri rituali e il proprio linguaggio. Ma i paralleli con Ron Hubbard e i primi anni della Dianetica sono evidenti, e il film funziona proprio perché Anderson è meno interessato a smascherare un'organizzazione specifica che a capire perché un veterano della seconda guerra mondiale alcolizzato e violento come Freddie Quell (Joaquin Phoenix) sceglierebbe di affidarsi a un uomo che gli promette che il suo dolore può essere spiegato e curato.
Il film è costruito sulla relazione tra questi due uomini, e le interpretazioni di Phoenix e Hoffman sono tra le migliori che entrambi abbiano mai dato. Phoenix recita Freddie come un corpo più che come una mente, curvo, nervoso, perennemente sul punto di esplodere, mentre il Dodd di Hoffman è l’opposto, colto e carismatico, un uomo che ha convinto sé stesso delle proprie dottrine e che ha bisogno della devozione di Freddie tanto quanto Freddie ha bisogno delle sue regole e dogmi. Le scene in cui Dodd sottopone Freddie a interrogatori intensi e ripetitivi, sono scene crude, tra le più realistiche mai realizzate nel mostrare come funzionano le tecniche di controllo psicologico di una setta dall'interno. Non è un film facile, non è adatto a tutti, ma è un'esperienza che non dimenticherete. Se vi siete appassionati al lavoro del regista premio Oscar solo dopo Una battaglia dopo l’altra (2025), questo film è un tassello fondamentale della sua filmografia.
Se The Master è la versione romanzata e impressionista delle origini di Scientology, Going Clear è quella diretta e investigativa. Alex Gibney adatta il libro vincitore del premio Pulitzer di Lawrence Wright e costruisce un documentario di due ore che ripercorre l'intera parabola di Scientology, dalla carriera di L. Ron Hubbard come scrittore di fantascienza fino allo stato attuale dell'organizzazione come una delle istituzioni religiose più potenti degli Stati Uniti. Il documentario intervista ex membri di alto rango, tra cui il regista Paul Haggis e l'ex portavoce della chiesa Mike Rinder, che descrivono un sistema di sorveglianza, punizione e controllo psicologico che opera dietro la facciata delle sponsorizzazioni di celebrità e delle esenzioni fiscali.
Quello che rende Going Clear più di una semplice inchiesta è l'attenzione di Gibney ai meccanismi della fede. Il documentario non ridicolizza le persone che sono entrate in Scientology, prende sul serio i bisogni che le hanno spinte lì (appartenenza, significato, miglioramento personale) e poi mostra, passo dopo passo, come quei bisogni sono stati sfruttati. La sezione sulla Sea Org, l'organizzazione paramilitare interna della chiesa, è particolarmente disturbante. La Chiesa di Scientology ha negato tutte le accuse e lanciato una massiccia campagna contro il film, il che ne ha solo aumentato la fama. Consigliato a chi vuole capire il lato oscuro di uno dei culti più potenti e famosi del pianeta.
La storia della comunità di Rajneeshpuram, in cui i seguaci del guru indiano Bhagwan Shree Rajneesh (poi noto come Osho) costruirono un'intera città nella campagna rurale dell'Oregon all'inizio degli anni Ottanta, è uno dei capitoli più straordinari della storia delle sette americane. I fratelli Way la raccontano in sei episodi, con uno stile visivo e una struttura narrativa dal respiro ampio, inusuali per una docuserie. Il materiale d'archivio è impressionante (i Rajneeshee documentavano tutto, dalle meditazioni quotidiane alle parate di Rolls-Royce), e le interviste con gli ex membri e i residenti dell'Oregon che combatterono contro la comunità sono condotte in perfetto stile giornalistico, imparziale, attento solo alla testimonianza.
La vera protagonista della serie è Ma Anand Sheela, la segretaria personale di Bhagwan, che supervisionò le tattiche sempre più aggressive della comunità (compreso il più grande attacco bioterroristico della storia americana, quando i Rajneeshee contaminarono con la salmonella le insalate di alcuni ristoranti locali per influenzare un'elezione comunale). Sheela è una presenza magnetica sullo schermo, divertente, combattiva, senza pentimenti, e la serie le dà abbastanza spazio per far capire allo spettatore come una persona così intelligente abbia potuto fare quello che ha fatto. Wild Wild Country ha vinto l'Emmy come miglior docuserie nel 2018 e resta il punto di riferimento del genere.
Il secondo film di Ari Aster dopo Hereditary (2018) prende il filone horror sulle sette e fa un gesto totalmente inaspettato: lo ambienta interamente alla luce del sole. Dani (Florence Pugh), una giovane americana che sta elaborando la morte traumatica della famiglia, viaggia con il fidanzato e i suoi amici in un villaggio remoto della Svezia per una festa di mezza estate che si rivela essere il calendario rituale di una comune pagana isolata chiamata Hårga. Tutto quello che segue è girato nella luce perpetua dell'estate scandinava, con fiori, abiti bianchi e sorrisi, e l'orrore nasce non dal buio ma dalla lenta comprensione che i rituali della comunità includono cose che nessuna quantità di corone di fiori può rendere accettabili.
Midsommar funziona simultaneamente come film sulla fine di una relazione e come folk horror. La relazione di Dani con il fidanzato emotivamente assente Christian (Jack Reynor) si sta disfacendo, e gli Hårga le offrono qualcosa che lui non le ha mai dato: attenzione, empatia, un senso di appartenenza. L'immagine finale, in cui Dani sorride per la prima volta dopo novanta minuti di lutto, è uno dei finali più disturbanti e discussi dell'horror recente. Florence Pugh, al suo secondo ruolo importante dopo Lady Macbeth (2016), dimostrò definitivamente le sue capacità, confermando di essere una delle attrici più talentuose della sua generazione. Un film che fa sentire il potere seduttivo di una setta dall'interno, il che è infinitamente più spaventoso che guardarlo dall'esterno.
Basata sulle memorie di Deborah Feldman, questa miniserie in quattro episodi segue Esty (Shira Haas), una giovane donna che fugge dal suo matrimonio combinato e dalla comunità chassidica Satmar di Williamsburg, Brooklyn, per ricominciare a vivere a Berlino. Definire la comunità Satmar una "setta" è riduttivo (si tratta di una tradizione religiosa secolare con milioni di fedeli), e la serie è attenta a non demonizzare la fede in sé ma a mostrare come le sue interpretazioni più rigide possano funzionare come un sistema di controllo totale sulla vita, il corpo e le scelte di un individuo.
Shira Haas, che aveva ventiquattro anni al momento delle riprese, regge l'intero progetto con una performance di rara intensità. La sua Esty è spaventata, determinata, sopraffatta dal rumore e dalla libertà di Berlino, e Haas gioca ogni transizione (da moglie ubbidiente a donna indipendente, dallo yiddish all'inglese al tedesco) con una precisione fisica che rende la trasformazione credibile. La serie alterna la nuova vita di Esty a Berlino con i flashback del matrimonio, e il contrasto tra i due mondi è gestito senza sentimentalismi: Berlino non è presentata come il paradiso, e Williamsburg non è presentata come l'inferno. Consigliata anche a chi non ha interesse specifico per il mondo delle sette, Unorthodox funziona prima di tutto come una storia di emancipazione personale e di coraggio.
Il racconto definitivo di NXIVM, l'organizzazione di "crescita personale" guidata da Keith Raniere che si è rivelata una copertura per sfruttamento sessuale, manipolazione psicologica e una società segreta chiamata DOS in cui le donne venivano marchiate a fuoco con le iniziali di Raniere. La prima stagione di questa docuserie in due stagioni è costruita attorno ai filmati girati da Mark Vicente e Sarah Edmondson, due ex membri di alto rango che inizialmente credevano nella missione di NXIVM e che lentamente hanno capito cosa stava succedendo dietro i seminari e i corsi di sviluppo personale.
Quello che distingue The Vow dalla maggior parte dei documentari sulle sette è il ritmo. La prima stagione si prende il suo tempo, mostra come Vicente e Edmondson sono stati attratti, in cosa credevano, come sono nati i dubbi, e quanto sia stato difficile andarsene anche dopo aver capito la verità. La seconda stagione copre il processo a Raniere e include le testimonianze delle vittime direttamente coinvolte. L'attrice Allison Mack, che da star di Smallville (2001) era diventata una delle seguaci più devote di Raniere e una reclutratrice chiave per DOS, è una presenza inquietante per tutta la durata della serie. Da vedere per capire come un'organizzazione che si presentava come un corso di leadership potesse nascondere un sistema di sfruttamento e abuso.
Questa docuserie Netflix in quattro episodi racconta la storia di Warren Jeffs, il leader della Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (FLDS), una scissione poligama non ufficiale della Chiesa mormone con base a Short Creek, al confine tra Utah e Arizona. Sotto la guida di Jeffs, le donne della comunità venivano addestrate fin dalla nascita a essere mogli obbedienti, assegnate a un marito per "rivelazione divina", e sposate a partire dai dodici anni. Jeffs sta attualmente scontando una condanna all'ergastolo più vent'anni per lo stupro di due delle sue "mogli" minorenni.
Il documentario utilizza una combinazione di video amatoriali girati all'interno della comunità (alcuni dei quali profondamente disturbanti), interviste con le donne che sono riuscite a fuggire, e registrazioni audio dello stesso Jeffs per costruire il ritratto di un mondo soffocato in cui il controllo patriarcale assoluto veniva presentato come volontà di Dio. Il titolo viene dalla frase che Jeffs usava per tenere sottomesse le donne: "keep sweet", che significa sorridere, ubbidire, non fare domande. Quello che rende Keep Sweet particolarmente d’impatto è la testimonianza delle donne che se ne sono andate, che descrivono, con coraggio e lucidità estrema, il processo di comprensione per cui tutto quello in cui avevano creduto era una menzogna e una forma di schiavitù. Una docuserie per cuori forti, da vedere insieme a In nome del cielo (2022), che esplora lo stesso mondo fondamentalista ma attraverso una lente narrativa. Disponibile su Netflix.






































