
FOMO: tutto quello che c’è da sapere sulla serie Raiplay
La paura di essere esclusi esiste da sempre. Quella di perdersi qualcosa di rilevante, che a sua volta si ripercuote sullo stesso individuo che finisce di non sentirsi del tutto partecipe di una collettività. Oggi è amplificata. Si chiama FOMO, sta per Fear of Missing Out. È colpa dei social network, che ci tengono costantemente “in contatto” con una realtà apparentemente più appagante. E si sa che l’apparenza inganna. Dalle stories su Instagram ai balletti su TikTok, ciò che viene continuamente raccontato è spesso costruito a tavolino: che si tratti di mostrarsi alla “festa più divertente di sempre” o al “viaggio più entusiasmante di tutti i tempi”, si tratta pur sempre di una narrazione artificiale. Perché questa forma di ansia sociale nasconde una sorta di competizione, perché bisogna mostrarsi interessanti e a tratti invidiabili dagli altri. Ma tolti questi filtri, anche in parte, c’è tanto altro: perché la vita online è un conto, quella reale un altro.
Proprio sull’argomento è uscita da poco su Raiplay, con i primi quattro episodi su dodici da mezz’ora ciascuno, una nuova docu-serie. Lo fa senza didascalismi, senza ergersi a manuale e senza pretesa di essere migliore di altre. Si intitola, per l’appunto, FOMO – Fear of Missing Out (2026). Prodotta da Gabriele Immirzi, Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Our Films, segue un intero anno scolastico di un gruppo di studenti di un liceo romano, il Vittoria Colonna. Non uno qualsiasi, ma quello della maturità. Ci sono le lezioni, le gite, l’autogestione, il ballo di fine anno, l’Esame di Stato, ma anche le uscite, i diciottesimi, le feste, condite tra amori e amicizie. È la vita dentro e fuori la scuola. Dunque, ci sono anche i bisogni e le paure di questi ragazzi, che non si sottraggono nel chiedere aiuto al “loro migliore amico” che risponde al nome di Chat GPT. Ma è quello stesso aspetto digitale a farsi protagonista, con il susseguirsi incessante di notifiche, tra chat di gruppo e messaggi vocali su Whatsapp, ormai indispensabile nelle loro esistenze. Così riescono a essere ovunque e al tempo stesso anche da nessuna parte. È l’altra faccia dell’iperconnessione, quella che emerge nei racconti degli stessi protagonisti, ritratti in una sorta di confessionale che è quello delle loro camerette. È da quelle stanze che esce quell’autenticità che contraddistingue il progetto.
FOMO presenta una peculiarità. È un documentario, ma sembra una serie di finzione. Per dirla in gergo tecnico, è un unscripted che si fa scripted. Gli spettatori lo potranno infatti constatare da scene che risulteranno efficaci sul piano drammaturgico, dal ritmo incalzante, e persino dai cliffhanger, quei ganci necessari a tenerli incollati tra un episodio e un altro. Ma soprattutto dall’evoluzione dell’arco narrativo dei ragazzi, proprio come in un racconto seriale. La sola differenza è che di inventato non c’è nulla: è tutto vero.
Qui a JustWatch ne abbiamo parlato con i diretti interessati. Le stesse persone che hanno ideato, scritto e girato FOMO. Pietro Daviddi e David Gallerano sono due giovani registi, che nel loro curriculum vantano un’esperienza consolidata con il genere del documentario. Tra i loro lavori, Miss Italia non deve morire (2025), che raccontava la rinascita del concorso di bellezza che quest’anno compie ben ottant’anni. Sono partiti proprio dal loro lavoro per offrirci una considerazione importante sull’approccio alle vicissitudini degli studenti del Colonna: “In passato abbiamo realizzato alcuni documentari senza interviste. Stavolta si sono rivelate fondamentali, in quanto ci hanno riportato alla realtà. Ci hanno ricordato che stiamo pur sempre parlando di persone vere”.
Abbiamo intervistato i registi, Pietro Daviddi e David Gallerano.
FOMO non è né un documentario né una serie fiction, bensì un “teen drama-docu”. È così?
“In Italia esiste una lunga tradizione della televisione italiana di documentari, pensiamo a Ginnaste (2011), che molti anni fa avevano avuto un certo successo. La nostra idea è raccontare la realtà, ma con la forma di una serie tv. Abbiamo pensato a un teen drama, come Euphoria (2019) o Skins (2007), e volevamo che il pubblico se lo godesse allo stesso modo, soprattutto con l’inserimento di scene drammaticamente efficaci”.
Da dove vi è arrivata l’idea di fare questa storia?
“Noi siamo partiti con l’idea di fare un documentario sugli adolescenti. Ne avevamo visti molti, in particolare quelli americani, di cui ce n’era uno molto bello intitolato Social Studies (2024), che analizzava il rapporto tra i giovani e gli smartphones. Al tempo stesso non volevamo però fare un documentario sull’adolescenza per i genitori, e per questo siamo partiti così dall’altezza dei ragazzi, chiedendo loro cosa fosse importante, cosa fosse fonte di preoccupazione e così via. Ci siamo infine resi conto che l’anno scolastico era la cornice perfetta per questo racconto, oltretutto, avevamo un inizio e una fine, un punto di arrivo come l’Esame di Maturità”.
Un anno dietro a questi ragazzi, tre giorni a settimana di riprese con loro, dentro e fuori scuola…
“Abbiamo lavorato molto bene con questi ragazzi, che si sono rivelati molto naturali e con pochi filtri. Ci siamo comunque dovuti mimetizzare per sparire, con la nostra piccola troupe, arrivando a rivivere con loro l’ultimo anno di liceo e diventando parte del gruppo. Considera che in media andavamo tre giorni a settimana a scuola, ma è stato un lavoro impegnativo che non si limitava a un’ordinaria calendarizzazione. Le cose succedevano da un momento all’altro, decidevano i propri piani due ore prima, il che ci portava sempre in allerta. Avevamo due persone di redazione che erano costantemente in contatto con loro: non appena succedeva qualcosa, ci palesavamo per girare.”
Si tende a chiamarla “Generazione Z”, ma cosa c’è dietro questa etichetta?
“Volevamo misurare una distanza tra noi e loro di circa vent’anni. Non ci sono grandi differenze sostanziale, ci sono le stesse divisioni, gli stessi problemi, le stesse preoccupazioni. Ci siamo però sorpresi della loro maturità emotiva, sulla consapevolezza della psicoterapia per esempio. Non hanno paura di parlare di sé. Prendiamo Valerio, che ha l’obiettivo di guadagnare dei soldi per andare dallo psicologo per “non pesare” sulla propria famiglia, non lo direste mai. Li presentiamo come stereotipi dell’adolescenza, dalla popolare al taciturno che odia tutti, però alla fine emerge un lato B, che indaghiamo attraverso i confessionali. In scena sono in un certo modo ma poi quello che sono davvero emerge dalle loro camerette con le loro riflessioni”.
Avete percepito un impatto eccessivo della tecnologia nelle loro relazioni?
“È la prima generazione nata con i social. Però anche noi, e forse la generazione che ci precede, siamo dipendenti dalla tecnologia in quanto oggi è il mondo intero a essere cambiato. I ragazzi studiano in chiamata, usano i social, ma quelli che abbiamo conosciuto non ci hanno particolarmente impressionato. Ci aspettavamo una situazione più socialmente isolata, invece abbiamo constatato che fanno gruppo in quanto alla fine i bisogni rimangono gli stessi”.
Il fatto che questi ragazzi si siano aperti con voi è stato un grande atto di fiducia nei vostri confronti. Ma c’è stato anche chi ha fatto un passo indietro nel raccontarsi nel corso dell’anno?
“Assolutamente sì. Abbiamo cercato sin dall’inizio di rendere tutto sicuro, siamo partiti con una rosa più ampia e con il tempo abbiamo visto più disponibilità da una parte rispetto che da un’altra. Abbiamo fatto delle scelte, conoscendo qualcuno in corsa che si è rivelato più protagonista di quanto pensassimo all’inizio”.
Pur non comparendo negli episodi in maniera eccessiva, i genitori sono una figura importante, tra presenza e soprattutto assenza. È ancora così?
“Entrambi siamo diventati padri da poco, la cosa ci interroga molto. È difficile rispondere, quello dei genitori è sicuramente un ruolo difficile. Però, parlando di loro, ai 18 anni, nell’anno della maturità, era come se avessero migliorato i rapporti con i loro genitori grazie a una maturità raggiunta. Se li avessimo presi due anni prima, il rapporto sarebbe stato sicuramente più conflittuale. Tutti stanno facendo i conti, da persone più mature, con i loro genitori, questo ci sembra in continuità con il passato. Non so però dire se i genitori di oggi comunichino di più rispetto ai nostri, rimane sicuramente una dimensione problematica. È raro che ci sia una situazione del tutto armoniosa. Non dimentichiamoci anche lo shock di un genitore che passa da vedersi amato e idolatrato da un figlio che diventa poi autonomo e indipendente”.
Qualche retroscena della lavorazione che vi è rimasto particolarmente impresso?
“Tanti i momenti, bisognerebbe rifletterci più a lungo. Sicuramente vedere la maturità, quel banchetto e percepire l’emozione, e soprattutto la felicità dopo l’Esame. Ma anche quei momenti in cui siamo arrivati a una certa profondità nel racconto dei nostri ragazzi, che sono arrivati a svelarci le loro cose più profonde. Era molto emozionante. In generale noi pensiamo che la camera addosso a qualcuno, anche nelle scene live, riesce a far tirare loro delle cose che non sarebbero mai emerse, restituendo così più realtà di quel che si possa pensare. È sorprendente come le persone riescano a essere sé stesse”.
Fareste una seconda stagione, magari in un altro liceo?
“Sì, in cantiere c’è l’idea. Non sappiamo ancora se nello stesso liceo, in un altro o addirittura se in un’altra città. Si potrebbe cambiare anche contesto sociale”.
Perché gli spettatori dovrebbero guardare FOMO ?
“È un’esperienza diversa, che non ha precedenti. È un ibrido di vari approcci, è un documentario avvincente come una serie tv. C’è tutto quello che ti può appassionare di un racconto seriale, dal cliffhanger all’evoluzione dei personaggi, con la sola differenza che quando ti fermi a pensare ti ricordi che è tutto vero quello che stai guardando. Speriamo che anche altri si ispirino alla nostra strada”.
FOMO è la paura di essere esclusi da un racconto generazionale?
E se proprio questa docu-serie fosse una resa dei conti? Nonostante gli autori abbiano specificato che non è mai stato nelle loro intenzioni girare un trattato sull’adolescenza per famiglie, per un certo pubblico potrebbe risultare difficile non pensarla come un racconto generazionale. Ma c’è una premessa da fare, obbligatoria: nel corso dei dodici episodi quello che vedrete è uno spaccato parziale, in quanto si racconta di una scuola del centro di Roma attraverso un numero limitato di studenti, a loro volta provenienti da determinati contesti e così via.
È un’operazione trasparente, che non vuole assumersi dei meriti che non gli appartengono. È un racconto molto specifico che porta davanti alla telecamera non dei personaggi bensì delle persone. Nonostante i meccanismi tipici della serialità, il risultato finale è sempre frutto di circa 900 ore di girato che sono state portate a quasi sei. Si assistono a delle evoluzioni, ma ci sono anche delle continue contraddizioni, rese possibili proprio dall’abbandono, anche se parziale, di quei filtri profondamente radicati nello spazio digitale che coesiste nella vita dei ragazzi, e non solo. Dunque, l’aspetto artificiale del racconto è teoricamente messo da parte.
Non lo possiamo dipingere come un affresco di una generazione. Però rimane il fatto che è una testimonianza di un’epoca ben precisa. Ma soprattutto FOMO raffigura un momento ben circoscritto della vita, molto importante per dei ragazzi che dalla scuola stanno per approcciarsi all’Università o chi direttamente al mondo del lavoro. Qualsiasi sia la scelta, è decisiva per iniziare a scrivere il proprio futuro. È anche un passaggio che può portare a un cambio di amicizie, tra nuove conoscenze e vecchie frequentazioni che per forza di cosa possono affievolirsi. Perché in fondo tutti loro sembrano essere consapevoli che la fine del liceo segnerà una nuova epoca. Così come potrebbe segnarla per il settore quest’esperimento audiovisivo, che di esclusione non vuole proprio saperne nulla.




