
Tutti i film di Christopher Nolan in ordine d'uscita
Con l'arrivo di Odissea nelle sale italiane, la filmografia di Christopher Nolan si attesta a quota tredici titoli in poco meno di trent'anni. Nessuno di questi è un lavoro su commissione fatto tanto per lavorare, e quasi tutti hanno in comune le stesse ossessioni, cioè il tempo che si può piegare e rovesciare, gli uomini che si consumano dietro un'idea fissa, il confine sottile tra quello che ricordiamo e quello che è successo davvero.
Nolan ha cominciato girando nei fine settimana con i soldi dello stipendio e oggi dispone di budget che sfiorano i duecentocinquanta milioni. In mezzo ci sono una trilogia che ha cambiato il cinecomic, un paio di film che si studiano nelle scuole di cinema e sette statuette vinte in una sola notte agli Oscar. Ecco tutti i suoi film in ordine di uscita.
Seimila dollari, una macchina da presa in prestito, gli amici davanti all'obiettivo e un anno intero di fine settimana. Con questi numeri Nolan ha girato Following, la storia di uno scrittore squattrinato che comincia a pedinare sconosciuti per strada in cerca di ispirazione e finisce dentro un giro di furti che non aveva previsto.
Il protagonista resta una funzione narrativa più che una persona, e quando il meccanismo si chiude non lascia molto addosso. Ma tutto quello che diventerà la firma del regista è già qui dentro, dal racconto smontato e rimontato fuori sequenza al finale che ribalta quello che si è visto fino a un attimo prima. Following vale come documento di un ventottenne che sapeva già esattamente che genere di film voleva fare, ma che (all'epoca) non aveva il budget per farlo.
Memento comincia da un uomo che non riesce più a formare nuovi ricordi dopo il trauma che gli ha fatto perdere la moglie. Per dare la caccia all'assassino si affida a fotografie istantanee, appunti e tatuaggi che si è fatto incidere sul corpo. E il film procede a ritroso, così lo spettatore sa esattamente quanto sa lui, cioè niente.
Poteva restare un esercizio di stile e invece è il contrario, perché quella struttura infila lo spettatore dentro la mente di un uomo che non può fidarsi di sé stesso. La storia di Memento, presa da sola, sarebbe un thriller di vendetta come tanti. È il montaggio a trasformarla in una formula che nessuno aveva mai visto, e Guy Pearce a tenere insieme un personaggio che si azzera ogni quindici minuti restando comunque riconoscibile.
Il vero colpo arriva alla seconda (ma anche alla terza) visione, quando il film cambia natura sotto gli occhi di chi guarda. Quello che sembrava un giallo si rivela una storia sull'autoinganno, e Leonard smette di essere una vittima. Consigliato a chi cerca un film complesso, disturbante, perfetto per capire la grandezza di Nolan fin dagli esordi.
Prima del 2005, Batman al cinema sembrava ormai un personaggio messo in secondo piano, sepolto dalle innumerevoli versioni (alcune riuscite, altre decisamente meno) dell'Uomo Pipistrello. Batman Begins riparte da zero e racconta come Bruce Wayne si trasforma nel vigilante mascherato che tutti conosciamo, con l'addestramento in Oriente, la paura da domare prima di poterla usare come arma, e una Gotham City che finalmente sembra una città vera invece di un fondale gotico.
Christian Bale funziona perché non recita il "solito" supereroe, ma un ragazzo ricco e traumatizzato che si costruisce un'armatura psicologica prima ancora di quella fisica. Attorno a lui ci sono Michael Caine, Gary Oldman, Morgan Freeman e Liam Neeson, e ognuno dà peso a scene che sulla carta sarebbero di servizio.
Poi arriva il terzo atto di Batman Begins, con il treno che corre verso la torre, ed è la parte più convenzionale dell'intera trilogia, come se Nolan dovesse ancora convincersi di poter fare un film di supereroi senza il finale obbligatorio. Resta il capitolo meno appariscente dei tre ma è quello senza cui gli altri due non starebbero in piedi.
Un numero di magia che si divide in tre parti, e Nolan ha costruito The Prestige esattamente così. Due illusionisti nella Londra vittoriana si rovinano la vita a vicenda pur di superarsi, in un'escalation che comincia con un incidente, per poi portare lo spettatore in direzioni in cui nessuno si aspettava di arrivare.
Christian Bale e Hugh Jackman si odiano con una convinzione tale da trasformare il film in un ritratto dell'ossessione professionale portata alle estreme conseguenze. Il tema vero non è l'illusionismo ma il prezzo che si è disposti a pagare per essere i migliori, e la risposta che The Prestige dà è agghiacciante. Meritano una menzione i dieci minuti di David Bowie nei panni di Nikola Tesla, altra perla che rende questo film un gioiello nell'opera di Nolan.
La svolta finale divide il pubblico da vent'anni, tra chi ne rimane affascinato e chi, al contrario, lo giudica come un escamotage improvviso, un gioco di prestigio appunto.
Un uomo con la faccia dipinta da clown, un monologo sul confine che separa legge e caos, tra apparenza e inganno, tra luce e follia. Il Joker di Heath Ledger non ha un piano, non ha un vero passato, non vuole nulla se non l'oscurità, mostrare le debolezze su cui si regge l'ordine della società e spezzarlo. È questo a fare del personaggio il villain più complesso e indecifrabile del cinema contemporaneo, un lavoro profondo e radicale che è valso al suo interprete un Oscar, seppur tragicamente postumo.
Quello che rende Il cavaliere oscuro un film enorme è che gli mancano quasi del tutto gli elementi da cinecomic. Funziona come un poliziesco su una città che marcisce, con Batman quasi comparsa nella propria storia, e mette lo spettatore davanti a domande scomode sulla sorveglianza e su cosa siamo disposti a sacrificare per sentirci al sicuro. La rapina in apertura, girata in IMAX, dura sei minuti e presenta il Joker mentre ammazza uno per uno i propri complici. Brutale e devastante.
L'unica crepa de Il cavaliere oscuro sta nel finale, dove la trasformazione di Harvey Dent viene compressa in pochi minuti, portando in scena un crollo che potrebbe essere molto più significativo e che meriterebbe il doppio del tempo. Si nota solo perché tutto il resto è perfetto.
In Inception una squadra di ladri specializzati nel rubare segreti dentro i sogni riceve l'incarico opposto, cioè impiantare un'idea nella testa di un uomo, scendendo attraverso più livelli di sogno incastrati uno dentro l'altro. Detta così sembra complicatissima, e infatti lo è.
I personaggi di contorno esistono solo per farsi spiegare le regole del gioco, e non hanno una vita propria. È un difetto vero, ma sparisce davanti a un impianto così complicato che non inciampa mai. Per la sequenza del corridoio che ruota è stato costruito un set rotante vero, dentro cui Joseph Gordon-Levitt si è arrampicato per settimane, e infatti a distanza di quindici anni non è invecchiata di un giorno.
Sotto la superficie del film di rapine, Inception nasconde un dramma sul lutto, con Cobb che non riesce a lasciare andare la moglie morta e la cerca dentro i propri sogni. La trottola finale ha fatto discutere per anni, anche se la risposta il film l'aveva già data un attimo prima, mostrando Cobb che si allontana senza aspettare di vedere se cade.
Il cavaliere oscuro - Il ritorno chiude la trilogia otto anni dopo i fatti del capitolo precedente, con un Bruce Wayne invecchiato, azzoppato e ritirato dal mondo che deve rimettersi in piedi quando Bane minaccia di far saltare Gotham.
I buchi di trama sono vistosi, a partire da come Bruce riesca a tornare a Gotham dall'altra parte del mondo senza soldi e senza passaporto. Il ritorno non arriva ai livelli del film precedente, e sarebbe stato difficile, ma tiene grazie a due cose. La prima è Tom Hardy, che passa quasi tutto il film con il volto coperto ma riesce a fare paura solo con il corpo e la voce. La seconda è il finale, che ha il coraggio di chiudere davvero invece di lasciare la porta aperta al sequel. In mezzo c'è la sequenza del pozzo, con il protagonista che deve risalire verso la luce senza corda, che è la metafora più esplicita mai messa in scena da Nolan.
C'è una scena di Interstellar in cui Cooper guarda i videomessaggi accumulati durante ore che sulla Terra sono state anni, e i figli che aveva lasciato bambini gli parlano ormai adulti. Regge tutta sul volto di Matthew McConaughey ed è tra i momenti più strazianti degli ultimi vent'anni di cinema.
La Terra sta morendo e un gruppo di astronauti attraversa un tunnel spaziale in cerca di un pianeta dove ricominciare. La fisica dei buchi neri e la relatività servono a raccontare una cosa elementare, cioè che un genitore farebbe qualunque cosa per rivedere i propri figli. Il buco nero, tra l'altro, è stato ricostruito con equazioni talmente accurate da produrre un articolo scientifico vero.
Nonostante il genere, solitamente lontano dall'emotività (almeno da quella più viscerale), Nolan riesce a mettere in piedi un capolavoro di fantascienza e, allo stesso tempo, un racconto che indaga i sentimenti più profondi dell'animo umano.
Quattrocentomila uomini intrappolati su una lingua di sabbia, con la salvezza visibile all'orizzonte e irraggiungibile. Dunkirk racconta l'evacuazione delle truppe alleate dalla spiaggia di Dunkerque nel 1940 e lo fa su tre linee temporali che scorrono a velocità diverse, una settimana sulla terra, un giorno sul mare, un'ora nel cielo, fatte convergere sullo stesso istante.
Non sappiamo i nomi dei protagonisti e non conosciamo le loro famiglie, i protagonisti sono volutamente privati di identità, la distruzione della guerra come nessuno mai l'aveva raccontata. Dunkirk dura un'ora e quaranta e non concede un attimo di respiro, anche grazie alla colonna sonora di Hans Zimmer, costruita su un ticchettio che va avanti sotto ogni scena. Da vedere sullo schermo più grande che riuscite a trovare, uno dei film di guerra più sorprendenti di sempre.










































