
“The Echo Chamber”, Susan Sarandon: “Credo che ciò che ogni essere umano desidera sia l’essere visti e ascoltati da qualcuno.”
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e da oggi al cinema, The Echo Chamber (2026) porta sullo schermo l'ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, rimasta orfana di regista dopo la sua morte nel 2018 e ripresa anni dopo da Andrea Pallaoro che, sempre a Venezia, è noto per le pellicole Monica (2023) e Hannah (2018).
Alla conferenza stampa di presentazione, il regista, le sceneggiatrici Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini e gli interpreti Susan Sarandon, Alicia Vikander e Luca Marinelli hanno ripercorso la genesi di un progetto nato due volte, a distanza di anni e di sensibilità diverse.
La genesi: l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci
Alla domanda sull'origine del film e sul lungo percorso che lo lega a Bertolucci, Ludovica Rampoldi ha ricostruito una storia iniziata quasi un decennio fa: "Tutto inizia alla fine del 2017, quando Bernardo Bertolucci incontra me e Ilaria, prima separatamente e da quel momento in poi sempre insieme, per raccontarci questo spunto che aveva e dal quale voleva trarre un film. Lo spunto che immaginava era la storia di un uomo e di una donna che abitano lo stesso appartamento ma non si incrociano mai, non si incontrano mai, e forse quasi non sanno neanche l'uno dell'esistenza dell'altra. Siamo arrivati nell'ottobre del 2018 a una seconda stesura di sceneggiatura che abbiamo mandato in traduzione, e poi a novembre è arrivata, una mattina, la notizia della sua morte, contemporaneamente alla mail del traduttore che aveva mandato la seconda stesura tradotta. Da lì, con questo copione orfano di regista, abbiamo aspettato mesi, anni, mentre in noi il desiderio di portarlo alla luce. Poi, a un certo punto, qualche anno dopo, è arrivato Andrea Pallaoro, e con lui abbiamo rimesso mano a quelle pagine, riaperto le stanze di quella casa. Per fortuna i temi del film risuonavano molto con qualcosa dentro di Andrea, che ha saputo fare un film estremamente personale pur partendo da una storia che era estremamente personale per un altro grande autore. Questo per me è il grande paradosso del film, ed è la sua bellezza."
Su queste parole, Andrea Pallaoro ha aggiunto la propria prospettiva sull'eredità ricevuta: "Ereditare la sceneggiatura, l'ultima sceneggiatura, di una voce così significativa e leggendaria come quella di Bernardo Bertolucci ha comportato una grandissima responsabilità. Ma ho capito subito che il modo per onorare la sua essenza, e per onorare il lavoro fatto con Ludovica e Ilaria, era lasciarla filtrare attraverso una mia sensibilità, una mia visione. Ho percepito subito che c'erano delle tematiche a me molto vicine, come il confine tra l'identità dell'individuo e l'identità della coppia, e soprattutto le diverse sfumature di una relazione d'amore: la dipendenza, l'intimità, ma anche, a volte, il bisogno di controllo dell'altro e il bisogno di prendersi cura dell'altro."
Susan Sarandon e il ricordo di Bertolucci
Interrogata sul proprio rapporto con Bertolucci e su quanto Il conformista abbia inciso sulla sua formazione cinefila, Susan Sarandon ha risposto: "Quando ho visto Il conformista (1971) non avevo mai visto niente del genere: non conoscevo il cinema, non sapevo che il cinema potesse fare una cosa così. Sono rimasta sbalordita! Anni più tardi, per via della mia relazione con Louis Malle, sono diventata amica di Bertolucci, e lì ho conosciuto il suo lato divertente. Di recente ho rivisto il film con mio figlio, anche lui fa cinema, è l’ho trovato ancora modernissimo. Quando giravamo, in questo appartamento straordinario che era un mondo, è diventato un mondo in cui stavamo tutti tutto il giorno: mangiavamo lì, restavamo lì, non c'erano roulotte, non c'erano vie di fuga, eravamo tutti dentro quel mondo. Andrea si prende il tempo di raccontare, senza trattare il pubblico dall'alto in basso, senza spiegare tutto, fidandosi di questo sfumare dei confini tra passato e presente, memoria e sogno. Quindi ho sentito un legame tra l'aspetto dei film di Bernardo, in particolare Il conformista, e il presente: ho sentito che anche il modo in cui voi due avete scelto di raccontare questa storia era una continuazione di lui."
I ricordi personali dietro i personaggi
Sul rapporto tra i ricordi personali del cast e la costruzione dei due protagonisti, Pallaoro ha risposto senza troppi giri di parole: "Trattandosi di una storia d'amore, direi che tutte le mie storie d'amore hanno avuto un impatto sul mio approccio al film, ma anche sulle scelte dei personaggi, sul loro comportamento. Credo davvero che tutto ciò che accade noi lo trasformiamo, soprattutto le storie d'amore."
Alicia Vikander ha invece raccontato un percorso più distante dalla propria esperienza diretta: "Credo che questa relazione, questa storia d'amore, se di storia d'amore si tratta, sia piuttosto lontana da qualsiasi cosa io abbia vissuto. Ma proprio per questo la bellezza del fare cinema è che quando scendi in profondità, e io ho avuto la fortuna di lavorare con Luca, che è un attore incredibile, ti ritrovi all'improvviso sorpresa dal fatto di riconoscere qualcosa nella complessità di un'emozione."
Luca Marinelli, dal canto suo, ha preferito non svelare i propri ricordi personali, raccontando piuttosto l'esperienza sul set: "La cosa meravigliosa di questo film è che non spiega, ma lascia vivere. Per me è stato molto bello non avere troppe informazioni, ma crearsi una rotta con pochi punti cardinali. Il ricordo personale che mi porto è quello di aver lavorato con questo gruppo di artiste e artisti impressionante, di sentirmi quello sbagliato in mezzo a questo gruppo."
Susan Sarandon ha chiuso il giro di risposte con una riflessione più universale: "Penso che tutti i personaggi siano in cerca di connessione, e credo che sia ciò che ogni essere umano desidera: la connessione con qualcuno, essere visti ed essere ascoltati. Di sicuro non ho mai fatto uso di eroina, ed è più o meno l'unica cosa che non ho fatto, quindi il film mi ha dato l'occasione di fingere di averla fatta. Però ricordo di essere stata ferita, ricordo di certo di aver amato, e di aver visto finire una relazione lunga."
Il ruolo della musica nel film
Su un elemento centrale del film, quello musicale, Luca Marinelli ha raccontato: "Questo discorso della musica è stato, secondo me, anche un collante tra di noi: è stato bellissimo vedere Susan lavorare anche in quest'ambito, credo sia stato un modo per i nostri personaggi di aprirsi e di comunicare verso l'alto, di mettersi ancora più a nudo di fronte all'altro. E questa fiducia che si è instaurata tra i nostri due personaggi è stata qualcosa di magico che secondo me ha aiutato il film."
Susan Sarandon ha raccontato la propria vulnerabilità nell'affrontare le scene cantate: "Facevo fatica, perché io non canto davvero, e provare a cantare mi fa sentire molto vulnerabile. Immagino che questo abbia funzionato per il personaggio, perché anche lei faceva fatica. E Luca era sempre lì: davvero, è stato il fondamento su cui abbiamo trovato la nostra relazione. Entrambi rinascono, in un certo senso, attraverso la loro relazione, e la musica in sé è così ossessiva e difficile che dover trovare quella fiducia, personalmente e come personaggio, è stato il carburante che ha fatto funzionare la relazione."
Pallaoro ha voluto sottolineare il contributo dei compositori: "Trovo che il lavoro di Clément Ducol ed Emily Gassan sia magnifico, eleva tutto il film e permette allo spettatore di comprenderlo anche su più livelli. È una chiave d'accesso al film, ed è stato un onore e un'esperienza magnifica per me assistere alla nascita di quelle canzoni."
La “the echo chamber” del film
Su uno dei momenti più intensi del film, quello in cui il personaggio di Vikander ascolta da sola una canzone interpretata da Sarandon fino alle lacrime, l'attrice ha raccontato: "Credo che il tema di tutto il film sia, appunto, l'echo chamber: è la musica che riverbera, ma sono anche questi eventi, ricordi, abitudini da cui queste persone non riescono a uscire. Molto è stato lavoro della mia immaginazione, cose che dovevano essere aggiunte, e anche cose che nascono durante le riprese: è come costruire dei pilastri. Quella scena l'abbiamo girata piuttosto avanti nelle riprese, ed è stato molto potente fare un lungo piano sequenza con quella musica. Ero stata con il personaggio per parecchio tempo, quindi non c’erano solo i pensieri già collaudati con cui mi approccio alla scena, ma una volta seduta su quella sedia sono iniziate ad arrivare versioni nuove, realtà nuove, cose che a ogni ripresa capivo essere la verità del mio personaggio."
L'appartamento come personaggio
Per chiudere la conferenza si passa a parlare dell’ambientazione del film e, in modo particolare, dell’appartamento dove la pellicola si ambienta nella sua totalità. Ed è proprio il regista Andrea Pallaoro ad approfondire il ruolo dello spazio domestico nel film: "Prima di tutto, era importante che fosse una città di un mondo anglosassone, e chiaramente Londra era la più ideale per questa ambientazione. Successivamente, per noi era fondamentale trovare un appartamento che non solo avesse una sua vita, un suo vissuto, ma che riuscisse a riflettere il mondo interiore dei personaggi, perché l'appartamento è un personaggio all'interno del film: è un luogo di memoria, ma anche un luogo di controllo, di sorveglianza. È sia un rifugio sia una prigione emotiva. Una cosa fondamentale, sia per me sia per il nostro direttore della fotografia Diego Garcia, sia per il nostro production designer, era creare uno spazio che riuscisse a esaltare la relazione tra presenza e assenza, quella che poi si manifesta all'interno del film in gesti, in tracce, in ripetizioni, in oggetti: una tazza, un cuscino, uno spazzolino, una sciarpa. Fino a diventare un'architettura di desiderio, di bisogno e di controllo."




