
Perché a 50 anni dall'uscita "Taxi Driver" rimane un film capace di parlare del presente
8 febbraio 1976. Al Coronet Theatre di New York va in scena la prima di Taxi Driver di Martin Scorsese (in Italia sarebbe uscito in agosto). Un film destinato a cambiare la storia del cinema e a diventarne uno dei pilastri. Palma d’Oro a Cannes, quattro nomination agli Oscar e due ai Golden Globes, quasi 20 milioni di incasso al fronte di soli 1,9 milioni di dollari di budget.
E poi, ancora, la colonna sonora incentrata sulla melodia languida e malinconica del sax firmata da Bernard Herrmann (morto la notte del 24 dicembre 1975 dopo aver finito le sessioni di registrazione); le luci al neon della fotografia di Michael Chapman, il monologo allo specchio improvvisato da Robert De Niro con quel “You talkin' to me?” citato e parodiato all'infinito; la violenza esibita che costrinse Scorsese a desaturare i colori della sparatoria finale per ottenere una classificazione R e Jodie Foster, all'epoca tredicenne, nei panni di una baby prostituta.
Sono innumerevoli i motivi per i quali il quinto lungometraggio di Scorsese è di quelli che non si dimenticano. Ma, al di là del suo valore cinematografico, il film continua a parlare con il presente a distanza di 50 anni dalla sua uscita grazie ai pensieri e alle azioni del suo protagonista, Travis Bickle, nato dalla penna di Paul Schrader. Un tassista notturno della New York degli anni '70. Insonne cronico, ex veterano del Vietnam che, dal finestrino della sua auto, osserva una città allucinata e sprofondata nel degrado. Criminali, papponi, prostitute, sporcizia, politici ipocriti. Quello che vede lo disgusta e decide di diventare il “diluvio universale” che porterà pulizia nelle strade.
A far scattare il clic definitivo nella sua testa il rifiuto sentimentale di Betsy (Cybill Shepherd), membro dello staff elettorale del senatore candidato alle presidenziali Palantine e la decisione della giovane prostituta Iris di non abbandonare il suo protettore Sport (Harvey Keitel). È così che il suo delirio psicotico esplode e quella frattura con la società che lo circonda, non lo riconosce e lo esclude diventa impossibile da ricomporre.
Il contesto storico in cui è nato “Taxi Driver”
Taxi Driver prende forma in un momento storico di profonda crisi della società statunitense. Nel 1974 Richard Nixon si era dimesso a seguito di un'inchiesta del Washington Post che svelò il coinvolgimento della Casa Bianca nell'insabbiamento del Watergate. A soli due mesi di distanza dall'uscita del film in sala, dopo il ritiro delle truppe nel 1973, anche gli ultimi funzionari americani presenti a Saigon lasciarono il Paese, sancendo la definitiva sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam.
Non è difficile, dunque, capire il terreno sul quale poggia le sue fondamenta il film. Travis torna in un Paese senza più punti di riferimento, orfano di una politica e di politici ai quali credere e affidarsi. Assistiamo, per citare il film di Justine Triet, all'anatomia di una caduta di un uomo e dell'America stessa.
Ma, nonostante il contesto storico sia così preciso, è impressionante come Taxi Driver non sia solo un film figlio degli anni '70. Guardarlo oggi significa assistere allo sbocciare di un seme che ha finito per radicarsi nel nostro presente, tanto che l'alienazione, la misoginia e il razzismo di cui parla il film sono diventati endemici.
La sceneggiatura di Paul Schrader
Di uomini solitari è piena la filmografia di Paul Schrader. Basti pensare anche solo alla recente trilogia della redenzione che comprende First Reformed – La creazione a rischio (2017), Il collezionista di carte (2021) e Il maestro giardiniere (2022). Ma tutti gli uomini raccontati nella sua carriera sono racchiusi in Travis Bickle che ne rappresenta l'archè. Un personaggio nato da spunti diversi, alcuni autobiografici. A partire dall'insonnia che attanagliava lo sceneggiatore negli anni '70 e che lo portava a frequentare librerie e cinema porno – come quelli in cui si reca il protagonista – perché aperti tutta la notte. Sempre in quegli anni, Schrader si ritrovò a vivere in macchina dopo il divorzio dalla moglie.
In quei giorni leggeva An Assassin’s Diary, ovvero i diari tenuti da Arthur Bremer che, nel 1972 a Laurel, nel Maryland, aveva tentato di uccidere George Wallace, al tempo candidato democratico alle presidenziali americane. I deliri di un uomo alienato che replicherà nella sceneggiatura di Taxi Driver, trasformati da Martin Scorsese nella voce fuori campo di Travis. Ma a ispirare lo sceneggiatore anche due libri rappresentati della letteratura esistenzialista – La nausea di Jean-Paul Sartre e Lo straniero di Albert Camus - insieme all’Ethan Edwards di John Wayne in Sentieri Selvaggi (1956). Altro spunto fu il tentativo di Sara Jane Moore di uccidere il presidente Gerald Ford nel 1975.
Ben due tentativi di omicidio a danni di altrettanti rappresentanti politici, dunque, ispirarono il film che, a sua volta, per una tragicomica ironia della sorte, portarono John Hinckley Jr. a tentare di assassinare il presidente Ronald Reagan nel 1981. Un attentato per il quale l'uomo, ossessionato da Jodie Foster, arrivò a radersi i capelli in stile mohawk come Bickle nel film. Un evento che scosse così tanto Scorsese al punto da farlo pensare al ritiro dal cinema.
Un cortocircuito tra realtà e finzione dove l'una alimenta l'altra e in cui il ruolo della politica è centrale. O sarebbe meglio dire della sua assenza. Perché quello che suggerisce la pellicola è che Palantine non sia altro che un simbolo vuoto come gli slogan della sua campagna presidenziale. Altro tema che avvicina Taxi Driver al nostro presente, tra populismo, disillusione e rappresentanti politici non all'altezza del ruolo chiamato a ricoprire.
Perché “Taxi Driver” è ancora un film attuale, tra rabbia e sottocultura Incel
Solo, rabbioso, alienato. Il protagonista di Taxi Driver è immerso in una città brulicante di persone, eppure vive isolato, perso nei suoi pensieri deliranti, carico di risentimento. Anche noi viviamo in una società iperconnessa, eppure di esseri umani come Travis ne esistono a bizzeffe. Se lui si rifugiava nei cinema porno, oggi è lo schermo dei nostri device a diventare lo scudo protettivo dietro il quale alimentare frustrazioni o cercare anestetizzazione. Una solitudine che può sfociare in isolamento e radicalizzazione. In un'incapacità di gestire il reale, emozioni comprese.
Ne è un esempio il rapporto tra Travis e Betsy. Una donna idealizzata e poi odiata al suo rifiuto. O quello con Iris che alla salvezza promessa dal tassista newyorkese preferisce la vita accanto all'uomo che la fa prostituire. Questo doppio rifiuto fa scattare in lui “il piano finale”, scatenando quella rabbia covata a lungo. Un salvatore misogino che guarda alle donne come “angeli” fino a quando non lo respingono.
Una mentalità simile a quella degli Incel. Celebri involontari che, seppur desiderino una partner, non riescono a trovarla, dando la colpa alle donne e al femminismo e sfociando, in alcuni casi, in atti di violenza di massa. Se negli anni '70 Travis Bickle vagava per le strade di New York, parlava da solo davanti allo specchio o riempiva di parole farneticanti il suo diario, oggi potrebbe riempire di altrettanti deliri forum e gruppi online. Con un'ironia amara, Schrader e Scorsese ci mostrano il protagonista trasformato dalla stampa in un eroe vigilante nel finale del film. Ma lo sguardo repentino nello specchietto retrovisore del suo taxi, ci racconta un'altra storia.
Travis, così dedito a lucidare, smontare e rimontare la sua pistola, potrebbe essere l'artefice di una delle tante sparatorie che flagellano gli Stati Uniti. Se vissuto ai giorni nostri ne avrebbe addirittura potuto compiere una in diretta social o riprendendo tutto tramite GoPro. Un personaggio contenitore, al cui interno troviamo tutti gli elementi esplosi nel nostro presente, alimentati a dismisura, moltiplicati come un virus. Ne è un esempio Joker (2019) di Todd Phillips che prende a piene mani da Taxi Driver e da Re per una notte (1982), con tanto di cameo di De Niro, per mostrarci come il giustiziere solitario di Scorsese si è trasformato nel punto di riferimento di uomini che si truccano il viso come lui.










