
“Springsteen – Liberami dal nulla” e altri 10 migliori biopic musicali di sempre
C’è qualcosa di irresistibile nei biopic musicali. Il modo in cui riescono a farci entrare nelle storie di chi ha trasformato la propria vita in musica, di chi ha saputo raccontare il mondo attraverso una melodia o una frase scritta su un taccuino. Film in cui il cinema si incrocia con la musica, in cui si raccontano le canzoni e gli album attraverso le vite di chi li ha scritti.
In questo solco arriva Springsteen – Liberami dal nulla, (2025) il nuovo film con Jeremy Allen White dedicato a Bruce Springsteen. Un film in cui il volto del Boss viene indagato nei suoi lati più intimi e inedito, portandoci in un viaggio che intreccia il senso del successo e del fallimento, il peso della memoria e del senso di colpa, tra le strade polverose del New Jersey e i fantasmi della sua giovinezza.
E proprio da questa uscita nasce la nostra lista dei migliori music biopic di sempre: film che, come Liberami dal nulla, non si accontentano di celebrare un mito, ma cercano la persona dietro la leggenda. Dalla furia punk di Control (2007) alla visione pop e glitter di Rocketman (2019), passando per la malinconia di Walk the Line (2005) o la poesia beatnik di Io non sono qui (2007), ecco dieci titoli imperdibili che raccontano cosa significa vivere (e sopravvivere) per la musica.
Più che un biopic, 24 Hour Party People è una festa dedicata alla scena musicale di Manchester tra anni ’70 e ’90. Michael Winterbottom racconta la nascita di Joy Division, New Order e Happy Mondays attraverso Tony Wilson, geniale fondatore della Factory Records.
Questo film porta dritto dentro i party del mitico club The Haçienda, raccontando la follia di un’epoca dove tutto sembrava possibile, con un ritmo difficilmente eguagliabile. Perfetto per chi quest’estate è corso alla reunion degli Oasis e per chi sa a memoria Supersonic (2016), e non vede l’ora di scoprire le atmosfere della MADchester da cui nacquero i fratelli Gallagher.
Tra tutti i biopic inclusi in questa lista, Ray è certamente quello in cui l’attore protagonista (Jamie Foxx) è riuscito davvero a incarnare il corpo e l’anima dell’artista ritratto. L’infanzia, la cecità, il razzismo, il dolore, la capacità di superare ogni difficoltà grazie alla musica.
Un biopic classico ma commovente, capace di vibrare tra gospel, blues e R&B, nel racconto di chi ha imparato a trasformare la sofferenza in arte. La storia travolge, la musica figurarsi, la prestazione di Foxx è impressionante per come riesce a riportare in scena il ritratto di Charles, tanto da valergli un Oscar come migliore attore.
Forse qualche tocco risulterà un po’ idealizzato per rispecchiare le esigenze del cinema, ma questo è il film perfetto per chi ama le storie di riscatto, ancora meglio se raccontate attraverso l’arte.
Con Walk the Line, James Mangold racconta la vita di Johnny Cash come una grande ballata country fatta di colpa, amore e redenzione. Joaquin Phoenix dà voce e corpo al “Man in Black” con intensità magnetica, mentre Reese Witherspoon (premiata con l'Oscar) riesce a portare sullo schermo un lato inedito di June Carter.
Questo è un biopic nel senso più letterale del termine, un film che attraversa la vita del cantante, dall’ infanzia fino alle dipendenze a al riscatto di un uomo che ha trasformato il dolore in musica, ma sempre mantenendo al centro la storia d’amore più avvincente delle storia della musica pop. Consigliatissimo ai fan della musica di Cash, perfetto per chi cerca il lato più umano e tenero dietro la leggenda.
Più che un biopic questo è il racconto di un’atmosfera asfissiante, del buio che circondò gli ultimi giorni di Kurt Cobain. Con Last Days Gus Van Sant firma uno dei suoi lavori più poetici e radicali, portando in scena la storia di Blake, alter ego del cantante dei Nirvana, toltosi la vita il 5 aprile del 1994.
Il protagonista è ritratto in toni apatici, quasi come fosse un fantasma, tra silenzi e malinconia sospesa. Michael Pitt, in una delle sue prove migliori, prende sulle spalle un film che indaga il dolore, catturando la solitudine di un artista intrappolato nel proprio mito.
Un film duro, non per tutti, ma consigliato a chi cerca un titolo che vada oltre il semplice biopic, capace di raccontare il buio di uno degli artisti più tormentati del rock.
Anton Corbijn trasforma la tragedia di Ian Curtis in un bianco e nero di struggente bellezza. Sam Riley è straordinario nel ruolo del frontman dei Joy Division, un ragazzo fragile intrappolato tra l’arte, la malattia e la paura del successo. Ogni inquadratura sembra respirare il dramma e l’angoscia che circondava la figura di Curtis, tra i palazzi grigi di Manchester, le stanze spoglie, la distanza tra persone che non riescono più a parlarsi.
Control non racconta una rockstar, ma il suo dolore e la depressione. Questo film è molto più di un semplice biopic, ma è cinema puro, fatto di musica, silenzi e sguardi. Come in Last Days l’atmosfera è claustrofobica, non consigliabile se cercate un titolo leggero, ma perfetto se volete un ritratto profondo e commovente di un anti-rockstar fragile e umana.
Premessa doverosa, se cercate un biopic su Bob Dylan nel senso classico del termine, il consiglio è recuperare l’ottimo A Complete Unknown (2024), sempre che non l’abbiate già visto. Infatti, rispetto al film con Timothée Chalamet, in Io non sono qui Bob Dylan viene decostruito attraverso sei volti e sei anime che insieme compongono l’essenza di un artista inafferrabile.
Cate Blanchett, Christian Bale, Heath Ledger, un cast che non cerca di riportare Dylan sullo schermo, ma di cogliere il cuore della sua poetica, dei personaggi delle sue canzoni, la libertà di essere continuamente altro da sé. Il film attraversa epoche, stili e linguaggi; è un esperimento audace, poetico, disorientante, ma anche incredibilmente fedele allo spirito del suo protagonista.
Io non sono qui è per chi ama il cinema che apre porte su mondi impensabili e indefinibili, un viaggio dentro le metamorfosi infinite di un artista eterno.
Con Cadillac Records, Darnell Martin ci porta nella Chicago anni Cinquanta, dove il blues diventa la voce di un’America che cambia. Adrien Brody è Leonard Chess, il fondatore dell’etichetta che lanciò Muddy Waters, Chuck Berry e Etta James.
Con una versione da panico di At Last, Beyoncé regala una prova da attrice che andò oltre ogni previsione, straordinaria nei panni di Etta, capace di riportare la malinconia e che bruciò la cantante. Il film è un omaggio alle radici della musica moderna, un racconto corale che intreccia talento, dolore e discriminazione. È per chi ama i film che uniscono memoria e ritmo, perfetto per chi voglia scoprire le vere origini del rock and roll.
Oltre le righe, esagerato, maestoso, Bohemian Rhapsody è un film tale e quale al suo protagonista. Qui Freddie Mercury è ritratto a fondo, da un Rami Malek che riuscì a portare sullo schermo i lati più fragili e le insicurezze di uno dei frontman più potenti e carismatici di sempre.
Una performance che valse all’attore protagonista l’Oscar del 2018, per un film che (nonostante qualche libertà narrativa sulla storia dei Queen) riesce a riportare pienamente la personalità di Mercury. Da applausi le scene in cui viene raccontato il concerto del Live Aid: cinema puro, sembra di essere a Wembley nel 1985.
Un film che parla di libertà e identità, perfetto per chi cerca un ritratto larger-than-life come la voce del suo protagonista.
La storia di Elton John ma raccontata attraverso gli eccessi, i colori sfavillanti, i lati più teatrali del Baronetto della musica, ritratto nel suo lato più emotivo e nella sua immaginazione sfrenata. Più che un biopic questo è un musical vero e proprio, in cui l’attore protagonista Taron Egerton ha reinterpretato le canzoni più amate dai fan, Tiny Dancer, Your Song e, ovviamente, Rocketman.
Un film travolgente, che esplora la carriera e le cadute di Elton John, tra la fama planetaria e la solitudine del protagonista. Un film potente e realizzato con precisione, perfetto per chi ama il genere biopic ma nel suo lato più musicale e spettacolare.
Solo Baz Luhrmann (Moulin Rouge, 2001) poteva raccontare Elvis Presley con questa potenza visiva. Un film che è la perdizione di quella Las Vegas, la fama leggendaria e il suo lato oscuro, il luccichio del successo e le ombre della solitudine.
Attraverso la performance impressionante di Austin Butler, Elvis diventa un caleidoscopio attraverso l’America che ha creato e distrutto il mito del Re, tra fan in delirio e il controllo ossessivo del suo manager, interpretato da Tom Hanks.
Ogni scena è in equilibrio tra eccesso e malinconia, un musical barocco che restituisce il peso del mito e la fragilità dell’uomo. Elvis è per chi ama il cinema che osa, il melodramma rock che non ha paura di esagerare.










































