
“Brand New Day” dimostra che per realizzare un grande film su Spider-Man, l’ingrediente segreto è la sofferenza
Febbre da Spider-Man. È proprio il quarto capitolo da solista con Tom Holland nei panni dell’amichevole arrampicamuri di quartiere che sta diventando il più visto e discusso della stagione estiva. Non solo Spider-Man: Brand New Day (2026) ha incassato un miliardo di dollari in tutto il mondo in appena sei giorni, diventando dopo Avengers: Endgame (2019) il film più veloce ad esserci riuscito.
Inevitabilmente, ci si sta interrogando sul motivo del successo della pellicola di Destin Daniel Cretton. Si tratta, probabilmente, di molteplici fattori. È importante la storia, che prende le mosse dal precedente titolo incentrato sulle avventure del personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko. La sceneggiatura di Chris McKenna ed Erik Sommers parte, infatti, dal seguente concetto: il peso delle conseguenze di Spider-Man: No Way Home (2021) sul supereroe…o meglio sull’uomo dietro la maschera.
L’emozione al centro del racconto

Per Tom Rothman, presidente di Sony Pictures, il segreto sta nel fatto che in realtà Spider-Man: Brand New Day ha puntato sull’emozione: “Nonostante tutti gli effetti speciali, al pubblico non interessa quanto costa un film, ma come lo fa sentire. Abbiamo mantenuto l’emozione e i personaggi al centro dell’attenzione” - ha spiegato a Deadline, sottolineando come la strategia di marketing sia riuscita a trasmettere il tono del film sin dal primo trailer, diventato il più visto di sempre, totalizzando 719 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore e raggiungendo quota 1,1 miliardi in appena quattro giorni.
Ma la verità è che non sarebbe stato possibile realizzare un quarto capitolo dalle sconfinate ambizioni del precedente. Tutti sapevano che era necessario ridimensionarsi. Proprio come ha ricordato, sempre a Deadline, la produttrice Amy Pascal: “Sapendo di non poter fare un altro film grande come il precedente: non potendo più usare tre Spider-Man, dovevamo approfondire la storia di Peter Parker. Ogni volta che ci sediamo per decidere, per pensare a quale dovrebbe essere il prossimo film, pensiamo sempre a quale dovrebbe essere la storia di Peter Parker." Per lei è proprio questa la chiave del successo, ovvero "concentrare il racconto su Peter Parker" e non mettere in scena "una storia sulla fine del mondo o su cose con cui nessuno di noi può davvero identificarsi": "La cosa meravigliosa di Peter è che è solo un ragazzo senza soldi, senza una ragazza e senza fascino. È questo che lo rende un personaggio così eroico e così mitico per le persone, perché non è altro che un bravo ragazzo".
Erano dello stesso avviso sia Tom Holland sia il regista Destin Daniel Cretton. La star di Spider-Man ha ammesso di aver percepito lo stesso desiderio da parte del pubblico attraverso una ricerca online: “Ho setacciato internet. I fan volevano davvero un film di Spider-Man più vicino alla vita di strada, che fosse realistico, che non si concentrasse necessariamente sul salvare il mondo, ma forse sul salvare sé stesso, e penso che ci siamo riusciti”.
“Me l'hanno presentata dicendo “non possiamo fare le cose in grande come il film precedente”, quindi dobbiamo andare in profondità. Volevano riportare il franchise “al livello della strada” – ha invece raccontato il regista.
Il viaggio del supereroe necessita di sofferenza per alimentarsi

I personaggi e le emozioni. Sembrano essere stati, dunque, gli ingredienti vincenti nell’affrontare una storia su un supereroe così tanto amato, trasposto più volte sul grande schermo. Bisogna riconoscere alla sceneggiatura il merito di aver ridotto la distanza tra Peter Parker e il pubblico. Questo perché, grazie all’incantesimo del Dottor Strange, il mondo ha dimenticato Peter Parker, che nel frattempo si rende davvero conto della grande responsabilità comportata da un grande potere. È una consapevolezza che non può non lasciare delle tracce. Come si traduce tutto ciò? La sofferenza del protagonista.
Di fatto, in Spider-Man: Brand New Day vediamo il supereroe combattere contro il crimine, elogiato dall’opinione pubblica per il gran numero di criminali che riesce ad arrestare. Si tratta, però, della stessa persona di cui ci affacciamo nella sua dimensione privata, ovvero quella di un monolocale di New York, dove scrolla in continuazione su Instagram per monitorare la vita dei suoi vecchi amici, che sono stati costretti a dimenticarlo. Proprio qui emerge il dramma della solitudine, che si riflette con un rapporto distorto con il social media, che diventa un mezzo in cui l’incapacità di comunicare al prossimo si acutizza. Ma soprattutto che sfocia nella fragilità, con il personaggio tormentato dal dolore, che cerca di mettere da parte, pulendo la città dal crimine e soprattutto con la consapevolezza di star facendo “qualcosa di più grande”, fino a quando il corpo non arriva a presentargli il conto, sia fisicamente sia psicologicamente.
Pensandoci bene, il vero nemico invisibile con cui Peter Parker è costretto a confrontarsi nel quarto capitolo non è tanto il personaggio di cui si è sempre discusso nei vari forum. La minaccia è molto più profonda in quanto rappresentata dal senso del dolore che tormenta la sua stessa esistenza. Si tratta di una dinamica umana, in cui il pubblico si può immedesimare facilmente. Una storia autentica è probabilmente la chiave del grande successo del film. Una scelta che non può che richiamare un precedente illustre dell’universo cinematografico dedicato all’Uomo Ragno.
La lezione di “Spider-Man 2” di Sam Raimi

“Il miglior Spider-Man di tutti i tempi”, persino “il miglior cinecomic di sempre”. Se parliamo di Spider-Man 2 (2004) di Sam Raimi, è inevitabile sentire accostamenti di questo tipo. Nel secondo capitolo della trilogia di Raimi ritroviamo il Peter Parker/Spider-Man di Tobey Maguire alle prese con una nuova minaccia per la Grande Mela: il Dottor Octopus, uno scienziato impazzito, dotato di quattro tentacoli meccanici. Ma soprattutto lo vediamo alle prese con una crisi personale, schiacciato dalla grande responsabilità comportata dal grande potere.
Nella pellicola, sceneggiata da Alvin Sargent, da un soggetto di Alfred Gough, Miles Millar e Michael Chabon, il protagonista è rappresentato soprattutto dietro la maschera. È ritratto come un uomo dall’esistenza complicata, che si districa tra problemi economici, difficoltà nel frequentare gli studi universitari e conflitti con i propri affetti, dall’amica e amata Mary Jane, che delude in continuazione per la scarsa presenza nella sua vita, a Harry Osborn, che lo accusa di essere complice del responsabile della morte del padre, in quanto non ha ancora scoperto che si tratti della stessa persona. I superpoteri non si trasformano in scorciatoia, anzi lo isolano. È proprio il peso della responsabilità a scatenare in lui uno stress talmente forte da arrivare persino a non farli funzionare del tutto. Qui è possibile mettere a fuoco il grande conflitto della storia: continuare a essere Spider-Man o tornare ad essere semplicemente Peter Parker? Via il costume, via il potere, via le responsabilità. Potrebbe essere questa la ricetta della felicità? Sicuramente è stata quella del successo di un sequel, che è riuscito a incassare ben 788,6 milioni di dollari al botteghino, ritrovandosi acclamato sin dall’inizio da pubblico e critica e conquistandosi nel tempo lo status di cult del genere cinematografico incentrato sui supereroi.
Spider-Man 2 di Raimi è infatti un film a forte immedesimazione. Mostra al grande pubblico la vera essenza di un personaggio come Spider-Man, ovvero il contemplare la possibilità di ricondurre che ogni aspetto della propria vita stia andando a rotoli per il suo ruolo. Perché fare il supereroe significa non trascorrere un’esistenza tranquilla e soprattutto oggi ci ricorda il suo vero nemico: il tempo. È proprio il tempo il suo vero avversario, quello scorrere inesorabile delle lancette che gli impediscono di conciliare armoniosamente gli studi, il lavoro, gli impegni verso i propri cari e soprattutto il riposo. È proprio lui a farlo soffrire e a renderlo più autentico. Una grande lezione di sceneggiatura, che non è sfuggita agli autori di Spider-Man: Brand New Day, i quali hanno provato a loro volta ad aggiornarla a poco più di vent’anni di distanza.
Come sarebbe stato il quarto capitolo dello Spider-Man di Raimi?

Il successo del quarto film di Spider-Man con Tom Holland interroga, in particolare i fan, su un progetto andato perduto: Spider-Man 4 di Sam Raimi. Nonostante pochi mesi fa Sam Raimi, il regista della trilogia originale con Tobey Maguire, si sia dichiarato disponibile a tornare dietro la macchina da presa per continuare la storia di quel Peter Parker, che ricordiamo abbiamo ritrovato in Spider-Man: No Way Home assieme a quello di Andrew Garfield, che fu protagonista di The Amazing Spider-Man (2012) e The Amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro (2014), ad oggi sembra impensabile che venga realizzato.
Annunciato nel 2009, il film di Raimi sarebbe dovuto arrivare nelle sale nel 2011. Tutto quello che ne rimane sono bozzetti, concept art e diversi dettagli, persino un trattamento che circola in rete. Perché non fu realizzato? Ci furono divergenze creative, ma anche problemi riguardanti le tempistiche. “Avevamo una sceneggiatura e stavamo lavorando attivamente alla preproduzione. C’era una data di scadenza da rispettare e non volevo realizzare qualcosa che non fosse grandioso. Reputavo di esser già sceso a troppi compromessi con Spider-Man 3 e volevo ripagare il pubblico con Spider-Man 4, realizzando il miglior film di sempre dedicato all’Uomo Ragno. Non mi è stato possibile sistemare la sceneggiatura in quel lasso di tempo, così ho detto a Sony: “Penso che sia meglio che andiate avanti con l’altra versione di Spider-Man che avete in cantiere, perché non voglio deludere il pubblico” – aveva spiegato il regista all’epoca.
Se i primi due capitoli della trilogia erano stati considerati delle gemme, non è stato possibile dire lo stesso sul terzo. Spider-Man 3 (2007) deluse infatti la maggior parte dei fan. Il motivo? Troppi cattivi. Sì, perché la presenza di Venom nell’atto finale del film sarebbe stata un’imposizione da parte della Sony a Raimi, che non vedeva di buon occhio il personaggio. Proprio per questo, la sua intenzione era quella di “rimediare”, realizzando una pellicola più intima con il quarto film: “Volevo provare a renderlo più intimo, a trovare il cuore di ciò che ha reso originariamente Spider-Man un grande personaggio nei fumetti. Volevo tornare al nucleo centrale del personaggio di cui mi sono innamorato”.
Sembrerebbe che il villain principale della storia sarebbe stato l’Avvoltoio, interpretato da John Malkovich. Udite, udite, Raimi voleva inserire il personaggio già nel precedente capitolo, sostituendo Venom. Si sarebbe però limitato a un cameo, senza esaurire il suo arco narrativo nel finale, probabilmente per aprire le porte al sequel. L’idea era quella di renderlo l’avversario più feroce mai affrontato da Spider-Man. Ci sarebbero stato altri cattivi nella sceneggiatura, ma in veste di comparse. Si dice, infatti, che il film si sarebbe addirittura aperto con una sequenza che riecheggia la pellicola attualmente in sala, con il nostro supereroe che affronta una carrellata di supercriminali, da Shocker, a Mysterio (che sarebbe stato interpretato da Bruce Campbell), passando per Stilt-Man e Prowler, consegnandoli di volta in volta alla polizia. Si trattava di un modo per introdurre al pubblico quella dimensione più cittadina del supereroe, più nota nei fumetti, e per l’appunto riportata sul grande schermo a distanza di tanti anni con Spider-Man: Brand New Day.
Parlando di un film che non vedremo mai, cosa intendeva, però, Raimi con “più intimo”? Qualcosa che potesse avvicinarsi al suo Spider-Man 2. Qualcosa che avrebbe contemplato la sofferenza dell’eroe per renderlo più autentico. Dunque, più amato e soprattutto “capito” dal grande pubblico.












