
"Cime Tempestose" non è più il film più provocatorio del 2026
Per mesi “Cime Tempestose” (2026) ha infuocato discussioni tra post, video, reel, articoli; un acceso dibattito non tanto sulla pellicola in sé per sé quanto più su ciò che prometteva di essere: un film scioccante e provocatorio. A conti fatti, al di là della sempre dichiarata volontà di Emerald Fennell di mettere in scena una propria versione del classico di Brönte, che effettivamente ha portato sullo schermo una sorta di dark romance patinato, “Cime Tempestoso” di provocatorio aveva ben poco. Tuttavia, bisogna riconoscere l’abilità della campagna marketing nel creare un vero e proprio impianto voluttuoso e seducente, pronto a infiammare i palati tanto dei “classicisti” quanto di chi avrebbe davvero voluto un’opera audace ed erotica. Però, passate le prime settimane di botteghino, ne avete più sentito parlare? Perciò, sotto a chi tocca a occupare il nuovo trono dello scandalo?
Vi diamo una mano noi; anzi, vi diamo un titolo: Rosebush Pruning (2026).
Uscito nelle nostre sale l’8 luglio con MUBI, scritto da Efthimis Filippou, storico collaboratore di Yorgos Lanthimos, e diretto dal brasiliano Karim Aïnouz, non si limita a raccogliere l'eredità dello scandalo, la spinge oltre un confine che persino chi ha amato l'eccesso di Fennell in Saltburn (2023) potrebbe far fatica a digerire.
Una famiglia, un patrimonio, un segreto sepolto
Rosebush Pruning racconta di quattro fratelli americani, Jack, Ed, Anna e Robert, trasferiti sei anni prima da New York in una villa di lusso sulla Costa Brava insieme al padre. La madre, secondo la versione che Ed continua a raccontarsi, è stata sbranata da un branco di lupi, e su questa menzogna fondativa la famiglia ha costruito un equilibrio fatto di isolamento volontario, denaro senza limiti e un rapporto con la realtà sempre più distorto. Quando Jack decide di portare la fidanzata a vivere con loro, l'intrusione di uno sguardo esterno fa collassare l'impalcatura di bugie e complicità su cui i quattro si sono retti fino a quel momento. Il film è un adattamento libero de I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio, con innesti da Ricchi… da morire - Delitti in famiglia (2026), a sua volta rifacimento di Sangue Blu (1949), e questa genealogia di rifacimenti spiega bene la sensazione di stratificazione quasi ossessiva che si respira nel racconto, come se ogni versione precedente avesse lasciato un deposito di rancore in più.
L'eredità di "Dogtooth" in una villa catalana
Chi conosce la scrittura di Filippou riconosce subito la sua firma in Ed, interpretato da Callum Turner, un personaggio che non ha mai imparato a leggere, scrivere o guidare, che si sposta solo in autostop e che inventa proverbi assurdi come se fossero un sistema morale alternativo a quello che gli è stato negato. È lo stesso meccanismo di sottrazione linguistica che avevamo visto in Dogtooth (2009), la stessa idea che l'isolamento fisico produca inevitabilmente un linguaggio deviato, una grammatica privata costruita per sopravvivere a un controllo che si maschera da protezione. Aïnouz lavora su questo materiale costruendo uno spazio iperstilizzato, quasi una vetrina di moda svuotata di ogni calore, dove la ricchezza smette di essere status e diventa condizione patologica, il sintomo di una famiglia che ha smesso di riconoscere confini tra i suoi membri proprio perché ha smesso di averne con il mondo esterno.
Il corpo come ultimo tabù
Se “Cime Tempestose” aveva fatto discutere per la sua ossessione orale, quella scena in cui Heathcliff infila le dita in bocca a Cathy resterà probabilmente l'immagine simbolo della stagione, Rosebush Pruning riprende la stessa fissazione e la porta in territori ancora più scomodi, senza però offrire nessuna delle attenuanti romantiche che Fennell si era comunque concessa. Qui la componente incestuosa e la centralità dei fluidi corporei non servono a costruire una tensione erotica, per quanto disturbante, ma un disgusto quasi clinico, la sensazione di assistere a un corpo familiare che si autodivora. È significativo che uno dei recensori più severi abbia scritto che il film fa sembrare Saltburn un film Disney, perché il paragone misura esattamente la distanza tra una provocazione ancora addomesticata dal glamour e una che rifiuta ogni consolazione estetica. O quasi.
Shock fine a se stesso o critica di classe?
La critica si è divisa in modo quasi geometrico, tra chi liquida il film come un esercizio di sfoggio nichilista travestito da satira sociale e chi invece ci legge una messa a fuoco lucidissima sul modo in cui il privilegio economico produce disconnessione emotiva e quindi trasgressione come unica lingua rimasta.
La verità probabilmente sta nella capacità del film di reggersi su entrambe le letture senza risolversi in nessuna delle due, ed è proprio questa ambiguità, più che il contenuto grafico in sé, a renderlo indigeribile per un pubblico abituato a distinguere con chiarezza tra provocazione con un obiettivo e provocazione fine a se stessa.







