
Da “The Witch” a “ Werwulf”: tutti i film di Robert Eggers in ordine d'uscita
Il prossimo Natale, negli Stati Uniti, arriverà Werwulf (2026), il nuovo film di Robert Eggers, un racconto di lupi mannari ambientato nell'Inghilterra del tredicesimo secolo, recitato interamente in inglese medievale e descritto dallo stesso regista come la cosa più oscura che abbia mai scritto. Se avete visto il trailer rilasciato qualche mese fa, allora sapete che Eggers non scherza. Le prime immagini trasudano marcio, sporco e perverso come nessunaltro film di Eggers fino a questo momento – e Nosferatu (2024) ci era andato molto vicino.
Ex scenografo e costumista per cinema, televisione e teatro prima ancora che regista, Robert Eggers porta nel proprio cinema un'ossessione quasi maniacale per la ricostruzione storica, un rigore che lui stesso ha definito più volte come una vocazione mancata da archeologo: dialoghi costruiti attingendo a diari puritani e atti processuali per The Witch (2015), un norreno filologicamente accurato per The Northman (2022), il folklore transilvano degli strigoi recuperato per Nosferatu, e ora il medio inglese per Werwulf. Ma la sua non è mai ricostruzione fine a sé stessa; ogni epoca lontana diventa per Eggers un laboratorio perfetto in cui mito, superstizione e razionalità nascente si scontrano senza esclusione di colpi.
Il suo cinema si muove sempre attorno a un nucleo isolato di persone, costrette in uno spazio angusto e ostile fino a implodere sotto il peso della paranoia, del desiderio represso o di una minaccia sovrannaturale che spesso resta ambigua fino all'ultimo, in un percorso che porta quasi sempre i suoi protagonisti al medesimo punto di non ritorno, sospeso tra estasi e ascensione. Non stupisce che Eggers venga spesso accostato al suo “compagno di merende” Ari Aster come simbolo della rinascita dell'horror più colto e ambizioso degli ultimi anni, quello che definiamo l’elevated horror, capace di far scivolare la paura sotto la pelle dello spettatore molto oltre l'uscita dalla sala e riflettere quelli che sono gli orrori più oscuri e nascosti nell’animo umano.
Il suo bagaglio culturale è sterminato e sempre visibile in filigrana: la pittura religiosa di Andrea Mantegna e il chiaroscuro di Caravaggio informano tanto quanto la letteratura di Coleridge, Melville e Lovecraft, mentre sul fronte più strettamente cinematografico il debito verso l'espressionismo tedesco di Murnau, insieme a Bergman e Hitchcock, resta dichiarato e costante. Persino il formato dell'immagine, film dopo film, diventa parte integrante della narrazione più che una semplice scelta tecnica, comprimendo lo spazio a disposizione dei suoi personaggi tanto quanto la loro psiche.
Perciò, quale occasione migliore di questa, soprattutto con l’arrivo dell’autunno e del volersi immergere in storie folk e da brivido, per tornare su una filmografia che, in appena un decennio, ha ridefinito da sola cosa possa ancora significare la parola horror sul grande schermo?
Esordio folgorante presentato al Sundance e distribuito da A24, The Witch (2015) racconta di una famiglia puritana bandita dalla propria comunità nel New England del Seicento, costretta a stabilirsi ai margini di una foresta minacciosa. Quando il figlio più piccolo scompare misteriosamente, la giovane Thomasin, interpretata da un'allora sconosciuta Anya Taylor-Joy, diventa il bersaglio dei sospetti dell'intera famiglia, mentre paranoia religiosa e forze davvero sovrannaturali si intrecciano fino a diventare indistinguibili.
Girato nel formato standard europeo pensato originariamente da Paramount per il 16mm, scelta che restituisce fin da subito un senso di claustrofobia visiva, il film si muove in un'atmosfera pesante e appiccicosa come melassa, portando lo spettatore ai confini della leggenda, del delirio religioso e del senso di colpa.
Il finale, con Thomasin che sceglie consapevolmente di unirsi al coven nel bosco per vivere deliziosamente, resta uno dei congedi più liberatori ed estatici mai scritti per un'eroina horror.
Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, The Lighthouse (2019) abbandona il colore per un bianco e nero in 35mm girato nell'insolito formato 4:3, scelta che riproduce volutamente il modo in cui si giravano i film tra la fine degli anni venti e l'inizio degli anni trenta, amplificando la sensazione claustrofobica già insita nella storia. Il film racconta la discesa nella follia di due guardiani di un faro isolato, interpretati da Robert Pattinson, nei panni di un giovane che scopriremo chiamarsi in realtà Thomas Howard, e Willem Dafoe, liberamente ispirato alla tragica vicenda reale del 1899 delle Isole Flannan.
Sotto la superficie della ghost story claustrofobica, debitrice tanto dell'espressionismo tedesco di Murnau quanto della mitologia greca, i due uomini possono essere letti come una versione contemporanea di Proteo e Prometeo, imprigionati in un limbo spazio-temporale a cui si sono condannati da soli, tra tempeste, allucinazioni e un rapporto sempre più tossico e ambiguo.
Con il budget più alto della sua carriera fino a quel momento, Eggers porta sullo schermo un'epica vichinga scritta insieme al poeta islandese Sjón, liberamente ispirata alla leggenda di Amleth, la stessa fonte medievale da cui Shakespeare avrebbe poi tratto Amleto. Alexander Skarsgård interpreta il principe vichingo in cerca di vendetta contro lo zio, colpevole di aver ucciso suo padre e usurpato il trono, in un cast che comprende anche Nicole Kidman, Ethan Hawke, Anya Taylor-Joy, Willem Dafoe e Björk.
Pur mantenendo intatto il rigore storico e antropologico che contraddistingue il suo cinema, The Northman (2022) rappresenta il tentativo più esplicito di Eggers di dialogare con il blockbuster mainstream, senza però mai rinunciare alla propria sensibilità autoriale, sospesa tra brutalità arcaica e visioni sciamaniche. Peccato che non tutti l’abbiano compreso.
Ossessione personale di Eggers fin dall'adolescenza, quando lo mise in scena a teatro al liceo, Nosferatu (2024) riporta il vampiro alle sue radici folcloristiche più brutali, lontano dal fascino elegante a cui il cinema ci ha abituato. Come lo stesso regista ha raccontato, il suo Conte Orlok, interpretato da Bill Skarsgård, non è un vampiro in smoking ma un cadavere animato, costruito insieme a un esperto di folklore transilvano per restituire dettagli autentici come il volto arrossato dal sangue appena bevuto, incarnando fedelmente il concetto di strigoi della tradizione rumena. È una scelta estetica che si allontana radicalmente sia dall'iconografia del Nosferatu (1922) di Murnau e del Nosferatu (1979) di Herzog sia dalle interpretazioni più ferine come il Barlow di Salem's Lot (1979), scolpendo invece un mostro che incarna il lato più marcio, perverso e corrotto dell'umanità stessa.
Sotto la superficie dell'incubo estatico, feroce e soffocante che il film mette in scena, con un erotismo mai seducente ma decostruito e brutalizzato rispetto al Dracula (1992) di Coppola a cui pure rimanda, Nosferatu si rivela stratificato su più livelli di lettura: la salute mentale, tra ansia, solitudine e depressione; l'isolamento sociale riservato al diverso e all'emarginato; il peso schiacciante dei ruoli imposti alle donne; un amore tossico capace di divorare tutto ciò che lo circonda, incarnato da Lily-Rose Depp nei panni di Ellen.
La palette cromatica del film si impoverisce progressivamente insieme alla storia, fino a un ultimo atto quasi anemico, come se il vampiro stesso avesse risucchiato colore e vita dall'immagine, un dissolvimento visivo che accompagna la vera tesi del film: i mostri non sono tra noi, siamo noi. Con questa conclusione cruda e priva di ogni redenzione, Eggers chiude idealmente il cerchio aperto da Murnau un secolo prima, riportando il vampiro cinematografico alle sue origini di flagello pestilenziale generato e alimentato dall'essere umano stesso.





















