
Questo film di fantascienza cinese è arrivato nelle sale italiane: ecco perché non puoi perdertelo
L’offerta cinematografica è vasta, sempre. Dal thriller alla commedia sentimentale, passando per il musical, ce n’è per tutti i gusti. Ma proprio in questi giorni è uscito nelle sale uno sci-fi particolarmente ambizioso. Si tratta di una pellicola che arriva dalla Cina, che è stata in concorso all’ultimo Festival di Cannes, dove ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria “per la sua audacia visiva e narrativa”. Dietro la macchina da presa uno dei registi (sinonimo cinesi) più acclamati degli ultimi anni, celebrato per il suo film d’esordio, Kaili Blues (2016), e Un lungo viaggio nella notte (2018).
Stiamo parlando di Bi Gan, classe 1989, che ha lavorato a lungo su questo progetto mastodontico, che ha una durata che sfiora le 3 ore. Si intitola Resurrection (2026). Dopo l’anteprima italiana al Torino Film Festival, lo trovate finalmente al cinema dal 23 aprile.
Di cosa parla “Resurrection”?
A cosa sei disposto a rinunciare per l’immortalità? Ai sogni. È il contesto di questa distopia, ambientata in un tempo imprecisato, in cui l’umanità ha scelto di non poter più sognare per vivere per sempre. Ma, inevitabilmente, esistono degli individui che sono ancora in grado di farlo: sono noti come i Deliranti, che si stanno condannando a morte.
Quando uno di loro viene trovato, sempre più prossimo alla fine, in una fumeria d’oppio, una misteriosa ragazza,interpretata da Shu Qi, decide di innestare nel suo corpo una pellicola cinematografica. È l’inizio di un’odissea onirica, che fonde l’uomo con l’immagine, che porta il protagonista a confrontarsi con la storia del cinema del secolo scorso, dal film muto, passando per il noir di metà secolo, fino alle contaminazioni di genere degli anni '90. Un viaggio lungo cent’anni la cui destinazione potrebbe contemplare la fine di tutto, compresa quella della settima arte.
Uno sguardo al passato per cambiare il futuro
“Volevo che lo spettatore potesse vivere, come il protagonista del film, l’esperienza di attraversare un intero secolo in due ore e mezza di cinema. Con Resurrection ho cercato di riportare in vita la bellezza che un tempo apparteneva al cinema.” Sono le parole di Bi Gan per descrivere il suo lungometraggio, che nelle intenzioni vuole omaggiare il cinema, e per l’appunto “resuscitarlo”.
Ogni segmento vissuto dal protagonista corrisponde a un genere e a un’epoca differente, facendosi specchio del progresso del mezzo cinematografico. La messa in scena cambia di volta in volta, così come il ritmo del racconto. Di conseguenza, la prova attoriale per Jackson Lee si fa stratificata, portandolo a cimentarsi con ruoli diversi all’interno di un’unica opera.
L’ultima fatica di Bi Gan, dunque, è uno sguardo al passato per cambiare il futuro. Non si limita a semplici citazioni, ma vuole evolvere lo stesso linguaggio cinematografico. Ci ricorda, soprattutto, l’importanza del sogno per il cinema. Dunque, offrendo un’esperienza metacinematografica, si fa volutamente incomprensibile, proprio per rimandare alla tipica sensazione che abbiamo al risveglio, cercando di ricostruire quel che abbiamo visto durante il sonno profondo. Frammenti che ci restano impressi, ma che spesso non sappiamo spiegarci. Bisogna lasciarsi andare al cinema, non cercare costantemente una spiegazione.
Non è un film adatto a tutti, richiede una certa partecipazione da parte dello spettatore. Un appuntamento che appagherà sicuramente i cinefili più “esigenti”, al contempo non adatto a chi si vuole limitare a dell’intrattenimento più immediato.
La fantascienza non è un genere (solo) per gli USA
Resurrection ci dimostra una cosa: la fantascienza non è di pertinenza degli Stati Uniti. Per anni, come per tanti altri generi, siamo stati abituati all’idea che esistesse un monopolio a stelle e strisce nella produzione cinematografica di stampo Sci-Fi. È successo perché in parte è stato così, considerato che Hollywood ha da sempre sposato l’innovazione tecnologica, di fatto realizzando storie ben fatte, di largo accesso, capaci di diventare dei veri e propri modelli narrativi.
Ma nel frattempo si è assistito a una maggiore diversificazione, con altri Paesi che si sono rimboccati le maniche per offrire un’alternativa, cavalcando l’onda del proliferare delle piattaforme streaming, che hanno abbattuto molte barriere linguistiche.
Prendendo in esame la Cina, è The Wandering Earth (2019) a segnare un punto di svolta. Costato circa 50 milioni di dollari, è un kolossal che ne ha incassati oltre 700, diventando il film di produzione non statunitense dal maggior incasso nella storia del cinema mondiale, dopo l’action movie Wolf Warrior 2 (2017), sempre cinese. Alla base c’era il testo scritto da colui che possiamo considerare il fulcro dell’enorme successo del genere sia sul versante cinematografico sia su quello letterario. Il suo nome è Liu Cixin ed è lo scrittore di fantascienza cinese più noto a livello globale. Basta citare il suo celebre romanzo “Il problema dei 3 corpi”, oltretutto diventato anche una serie televisiva statunitense targata Netflix.
L’importanza del sostegno al cinema asiatico
Negli scorsi anni ci sono stati altri successi. Magari non in termini di botteghino, ma di impatto culturale. Per esempio, il mockumentary Journey to the West dell’esordiente Kong Dashan, che partendo dalla mania degli UFO, dilagante in Cina degli anni Ottanta, racconta la storia di Tang Zhijun, un redattore di mezza età di una rivista di fantascienza in declino, che intraprende un viaggio al limite dell’assurdo per provare l’esistenza degli extraterrestri. Fu guardato con interesse nei festival internazionali e riuscì persino a ottenere una distribuzione limitata negli Stati Uniti.
Fu lo stesso governo cinese a capire l’importanza strategica del sostegno al genere fantascientifico. Negli ultimi anni le autorità hanno infatti favorito le produzioni Sci-Fi ad alto budget con il dichiarato obiettivo di raccontare la Cina attraverso una chiave positiva, sempre più eccellente nel progresso tecnologico. In poche parole, le ha rese uno strumento di soft power.
E pensare che in un tempo neanche così lontano l’Amministrazione Statale per la Radio, il Cinema e la Televisione si era dichiarata pienamente ostile a produzioni cinematografiche e televisive con “viaggi nel tempo”, in quanto “privi di pensieri positivi e di significato” e soprattutto “forma di mancanza di rispetto per la storia del Paese”.
Il passo indietro c’è stato. Altrimenti proprio un film come Resurrection, che del viaggio onirico che attraversa la storia del cinema del secolo scorso ne fa la sua bandiera, non l’avremmo potuto vedere. Un’opera che dopo la vittoria a Cannes è riuscita oggi a viaggiare fino alle nostre sale.







