
Cosa dice davvero il canto in zulu de "Il Re Leone"? Dopo trent'anni, internet ha scoperto la traduzione (ma non è come sembra)
Tutti la conoscono. Tutti l'hanno canticchiata almeno una volta nella vita, probabilmente storpiandola, perché le parole, quelle vere, non le ha mai sapute nessuno, o quasi. La scena d'apertura de Il Re Leone (1994) è una delle più celebri nella storia dell'animazione: il sole che sale sull'orizzonte rosso della savana, gli animali che si dirigono insieme verso la Rupe dei Re, Rafiki che solleva il piccolo Simba al cielo.
Il tutto accompagnato da un canto in zulu che per tre decenni è rimasto avvolto nel mistero, almeno per chiunque non parlasse quella lingua. Un canto maestoso, solenne, quasi sacro, ad annunciare la nascita dell'erede al trono e lo scorrere del ciclo della vita. Almeno, questo è quello che tutti pensavano. Poi è arrivato un comico zimbabwiano a tradurlo in diretta, e internet è esploso.
È successo in una puntata recente di One54, un podcast condotto dall'ex giocatore NFL Akbar Gbajabiamila e dal comico Godfrey Daneschmah, dedicato alla cultura e all'identità panafricana. L'ospite era Learnmore Jonasi, stand-up comedian dallo Zimbabwe, e a un certo punto della conversazione i tre hanno cominciato a parlare de Il Re Leone. Gbajabiamila ha provato a intonare il canto d'apertura, storpiandolo come sempre, e ha chiesto a Jonasi cosa significassero quelle parole. La risposta è stata fulminante: «Vuol dire: guarda, c'è un leone. Oh mio Dio».
I tre sono scoppiati a ridere, e Godfrey ha riassunto perfettamente il disappunto di milioni di spettatori, con una frase che è diventata virale: «Per tutto questo tempo pensavo fosse una roba spirituale, bellissima e maestosa. E ci hanno fatto miliardi sopra». La clip, postata dall'account del podcast e dallo stesso Jonasi, ha raccolto valanghe di visualizzazioni su TikTok e Instagram nel giro di pochi giorni, scatenando una discussione che, successivamente, è andata ben oltre la risata.
A non ridere, però, è stato l'autore di quel canto. Il cantante sudafricano Lebohang Morake, in arte Lebo M, la settimana scorsa ha citato in giudizio Jonasi per diffamazione, chiedendo un risarcimento di 27 milioni di dollari presso un tribunale federale di Los Angeles. Nella causa sostiene che il vero significato della frase sia "Lunga vita al re, ci inchiniamo tutti alla sua presenza" e accusa il comico di aver diffuso una traduzione deliberatamente falsa, presentandola non come una battuta ma come un fatto, con l'intento di ridicolizzare la sua opera e danneggiare il suo rapporto professionale con la Disney, con cui ha continuato a collaborare fino al recente Mufasa: Il Re Leone (2024). Jonasi, da parte sua, ha avviato una raccolta fondi su GoFundMe per pagare le spese legali e ha messo in vendita magliette con la scritta "Guarda, è una causa legale. Oddio", con un disegno di sé stesso che regge dei fogli in tribunale nella posa di Rafiki che presenta Simba.
Al di là dell'esito giudiziario, che è ancora tutto da scrivere, la reazione di Lebo M dice qualcosa di importante su quanto quelle parole contino per chi le ha scritte. E la questione, come spesso accade con le lingue, è più sfumata di quanto una battuta in un podcast possa suggerire. Il testo dell'apertura, scritto dallo stesso Lebo M insieme al paroliere britannico Tim Rice, recita: “Nants ingonyama bagithi baba / Sithi uhhmm ingonyama / Ingonyama / Siyo Nqoba / Ingonyama / Ingonyama nengw' enamabala”. La traduzione letterale sarebbe qualcosa come: "Ecco il leone, padre / Oh sì, è un leone / Un leone / Conquisteremo / Un leone / Il leone indossa le macchie del leopardo." Sulla carta, effettivamente, suona meno epica di quanto la musica suggerirebbe. Ma è qui che la traduzione letterale tradisce il significato.
Perché "ingonyama", in zulu, non è semplicemente "leone". È una parola che nelle lingue nguni indica anche il re, la maestà, la regalità. Sotto i commenti al video virale, decine di utenti zulu hanno infatti colto il punto. Uno ha scritto: "Si traduce come 'ecco il nostro leone', e nella nostra cultura significa 'ecco il nostro re'. È un canto, un'invocazione." Un altro ha precisato: "Nelle lingue nguni il leone si dice ibhubesi nel linguaggio corrente. Ingonyama fa riferimento alla maestà della creatura e al re. Le parole di apertura significano 'guardate, ecco sua maestà'. È un'affermazione molto potente."
Per capire perché Lebo M abbia reagito con tanta veemenza, bisogna conoscere la sua storia, e quella di quel canto. Morake è infatti nato a Soweto nel 1964, durante l'apartheid. A tredici anni suonava già nei club locali. A diciassette si è ritrovato bloccato nel Lesotho, a suonare per le mance negli hotel. Grazie all'ambasciatore americano è riuscito a ottenere un posto in una scuola di arti performative a Washington, poi è approdato a Hollywood, dove ha vissuto per strada per due anni prima di incontrare Hans Zimmer, il compositore che avrebbe cambiato la sua vita. Zimmer lo chiamò per lavorare sulla colonna sonora di La forza del singolo (1992) e, quando arrivò il momento de Il Re Leone, per il compositore tedesco Lebo M era la scelta ovvia per dare al film una voce autentica, che Elton John e Tim Rice da soli non potevano garantire.
In un'intervista alla CNN del 2019, Lebo M ha raccontato cosa aveva in testa quando ha registrato quel canto: «Mi sono immaginato Mufasa in piedi sulla Rupe dei Re e ho cantato: "Salutiamo il re, inchinatevi alla famiglia reale". Era ispirato dalla visione che molti di noi sudafricani avevamo in quel momento: Nelson Mandela che saliva sul podio per diventare il primo presidente nero». Il film uscì nel giugno del 1994, un mese dopo l'insediamento di Mandela. Due storie parallele che si incrociavano senza saperlo.
Ma c'è un altro dettaglio che vale la pena conoscere. Nelle intenzioni originali della Disney, Circle of Life doveva essere molto più breve: una preghiera cantata in swahili che accompagnava gli animali fino alla Rupe, dopodiché la scena proseguiva con dialoghi e immagini. Fu Zimmer, trascinato dall'entusiasmo della collaborazione con Lebo M, a comporre una versione molto più lunga e ambiziosa, dimenticandosi completamente delle istruzioni ricevute. Quando la fece ascoltare ai produttori, invece di chiedergli di accorciarla, la Disney decise di rifare l'intera sequenza d'apertura, eliminando i dialoghi. Il risultato è la scena che conosciamo: quattro minuti senza una sola parola, solo musica e immagini, uno dei momenti più potenti nella storia del cinema d'animazione.
Quindi sì, tecnicamente, il canto dice che c'è un leone. Ma quel leone è un re, quell'annuncio è un'invocazione, e dietro quelle parole c'è la storia di un ragazzo di Soweto che, mentre cantava per un film Disney, immaginava Nelson Mandela. La traduzione letterale può far sorridere, il contrasto tra la solennità della musica e la semplicità apparente delle parole è oggettivamente comico. Ma la verità, come sempre, sta nel mezzo. Quelle parole hanno un peso culturale che una traduzione parola per parola non può restituire, e forse è proprio questo il motivo per cui funzionano così bene anche per chi non le capisce: la potenza del suono, del ritmo, dell'intenzione arriva comunque, arriva fortissima, anche senza conoscere la lingua zulu.














