“Portobello”, la serie HBO Max su Enzo Tortora: intervista esclusiva al protagonista Fabrizio Gifuni

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Giovanni Berruti

Giovanni Berruti

Editor a JustWatch

Dallo studio televisivo all’aula di tribunale. In mezzo il carcere, tanto accanimento, tanta sofferenza, ma soprattutto tanta incredulità.

È l’odissea giudiziaria di Enzo Tortora, che ha letteralmente distrutto la sua vita da quel 17 giugno del 1983, quando i Carabinieri vennero a bussare nella stanza d’albergo dell’Hotel Plaza di Roma dove alloggiava. Un uomo all’apice del successo, alla conduzione di un programma, “Portobello”, visto ogni venerdì sera sulla Rai da 28 milioni di spettatori, arrestato con l’accusa di associazione camorristica, traffico di stupefacenti e di avere un presunto ruolo di collegamento tra la criminalità organizzata e il mondo dello spettacolo. 

Non esistono prove concrete. Solo la testimonianza di numerosi collaboratori di giustizia, appartenenti alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata (NCO), come Giovanni Pandico, Pasquale Barra e Gianni Melluso. Una vicenda che si trasforma inevitabilmente in un caso mediatico e successivamente in una battaglia civile. Nonostante alcune contraddizioni tra i pentiti e l’incapacità di certi accusatori, come Melluso, di sostenere con credibilità le accuse nei suoi confronti, il 17 settembre 1985 il Tribunale di Napoli condanna Tortora a dieci anni di carcere, oltre a una multa e all’interdizione dai pubblici uffici. Una sentenza devastante, che travolge un uomo, già ampiamente umiliato. 

Per fortuna, il processo d’appello cambierà il triste scenario: Enzo Tortora viene infatti assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli il 15 settembre 1986, e definitivamente in Cassazione nel giugno dell’anno successivo. Il fatto non sussiste.Non c’è il lieto fine: nonostante il ritorno alla conduzione di “Portobello”, Tortora morirà pochi mesi dopo, segnato irrimediabilmente da una delle pagine più dolorose della storia della televisione e della giustizia italiana. 

Una storia che merita di essere conosciuta soprattutto dai più giovani. Proprio per questo Marco Bellocchio l’ha raccontata, trasponendola in formato seriale, come aveva fatto con Esterno Notte (2022) sul caso Moro. Sta infatti per uscire su HBO Max Portobello (2026), prima serie originale italiana della piattaforma da poco sbarcata nel nostro Paese. La scelta del 20 febbraio per il debutto non è casuale: proprio quel giorno di quasi trent’anni fa, Tortora tornava in tv, a seguito del calvario giudiziario. 

Ne abbiamo parlato con il protagonista. Fabrizio Gifuni, che dopo aver interpretato Aldo Moro ritrova Bellocchio per la loro seconda collaborazione in forma episodica, che in quest’intervista esclusiva per JustWatch ci svela qualche retroscena e considerazione di un progetto, accolto con grande entusiasmo alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e fortemente atteso dal pubblico. 

Prima della lettura della sceneggiatura, cosa l’aveva colpita della vicenda di Enzo Tortora?

“Andando indietro con la memoria, quello che mi aveva colpito in quegli anni fu naturalmente ciò che aveva impressionato milioni di italiani: la notizia shock di un arresto improvviso e imprevedibile di un uomo che abitualmente il venerdì sera entrava nelle case di milioni di spettatori, inclusa la mia. Ricordo, però, con maggior precisione il processo di primo grado, perché legato ai miei esami di maturità, che facevo nell’estate del 1985. Avevo deciso, soprattutto per prendere tempo in attesa di trasformare il mio attuale mestiere in un vero lavoro, di iscrivermi a giurisprudenza. Dunque, la sera accendevo Radio Radicale per ascoltare tutte le udienze del processo. Era interessante scoprire dall’interno la macchina del processo penale e di conseguenza anche un fatto di cronaca mi aveva colpito molto. Quelle voci che arrivavano dall’aula di giustizia, soprattutto se ascoltate alla radio, raccontavano anche il gran teatro del processo, dalle lunghe arringhe alle lunghe requisitorie, le testimonianze e i confronti erano uno spaccato della commedia umana, anche se lì si consumava sulla carne viva di un innocente, per limitarsi a Tortora”. 

Cosa ha riscontrato nell’approfondimento della figura di Tortora?

“Nel corso degli anni mi era capitato tante volte di ripercorrere quella storia. Soprattutto negli ultimi decenni mi era capitato di pensare come fosse singolare il fatto che la televisione italiana, in particolare la Rai, anche nei programmi dedicati alla sua storia, penso a “Techetechetè”, non facesse mai comparire un’immagine di Enzo Tortora. Era una cosa voluta? Quando però ho iniziato a immergermi nella vicenda umana e giudiziaria, come faccio normalmente quando affronto un lavoro di questa complessità, ho capito che quella sensazione di rimosso era qualcosa di più. Era una cattiva coscienza, il bisogno di cancellare, non soltanto una delle pagine più tristi e sciagurate della giustizia italiana, ma anche una delle più nere del giornalismo, della televisione e dei media del nostro Paese. Basti ricordare come sin dalle ore successive all’arresto, tutti si scagliarono con una ferocia incomprensibile sulla figura di Tortora, esponendolo sin dall’uscita dalla caserma di via in Selci come un osceno trofeo”. 

Come mai, secondo lei, un Paese è stato pronto a voltargli le spalle?

“Ci siamo posti con Bellocchio questa domanda. Ci è voluta la pazienza di approfondire, di mettere sul tavolo il maggior numero di elementi per ricostruire un quadro, che non ammette una risposta univoca. Cito un libro che amo molto, “Quer pasticciacciobrutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, dove il commissario Ingravallo diceva sempre che “i delitti non sono mai risultanti di una sola causale, ma di molte convergenti che costituiscono quel gomitolo da dipanare”. Abbiamo capito, innanzitutto, quanto Tortora fosse un’anomalia all’interno del sistema televisivo, una persona indipendente in un’epoca in cui esistevano solo due canali della televisione di Stato, che si batteva pubblicamente contro la fine del monopolio e per la liberalizzazione delle televisioni. Una sua affermazione estrapolata da un’intervista che fece nel ’69 gli costò l’esilio dalla Rai per sette anni consecutivi, pur essendo un grande giornalista e importante presentatore. Non godeva infatti di protezioni politiche, era fieramente laico in un’Italia fortemente cattolica. Secondo me, poi c’è un ulteriore elemento: quando nel 1981 scoppiò il grande scandalo della Loggia P2, abbiamo scoperto che Tortora teneva due piccole rubriche della posta in cui parlava liberamente, dove scriveva in maniera coraggiosa, attaccando in prima persona la massoneria. Nessuna di queste cose è sufficiente da sola a spiegare, ma messe tutte assieme forniscono un quadro più preciso sul perché ci fosse una parte del Paese che non avesse interesse a proteggerlo, se non a godere della sua disavventura, come successo”. 

Cosa accomuna Tortora e Aldo Moro? 

“Pur trattandosi di vicende diverse, con due figure molto distanti, entrambe condividono lo stesso periodo storico. Per esempio, quando Moro venne rapito, il giorno dopo Tortora fece una lunga diretta con una serie di ospiti su una televisione che aveva fondato, Antenna 3, che aveva raggiunto ascolti superiori a Rai 2. Curiosamente, una cosa che li accomuna è l’aver vissuto l’ultima parte della loro vita in uno stato di privazione della libertà, Moro nei fatidici 55 giorni e Tortora negli ultimi cinque anni. Poi, forse, se vogliamo aggiungere qualcosa su questa sottile linea rossa, entrambi sperimentarono una sensazione di abbandono e di tradimento. Moro, infatti, avvertì, a qualche settimana dal suo rapimento, alcuni segnali di una precisa volontà di condannarlo a morte, mentre Tortora si accorse di essere stato tradito dall’azienda per cui aveva lavorato per molti anni, con colleghi e persone che lo avevano seguito con grande affetto che improvvisamente gli voltarono le spalle. Nel presente, infine, curiosamente un regista e un attore hanno condiviso questo racconto a pochi anni di distanza, prima con Esterno notte (2022) e oggi con Portobello (2026)”.

Cosa le ha lasciato, sul piano personale, interpretare un uomo annichilito dal dolore?

“Faccio un lavoro meraviglioso, con lo stesso entusiasmo con cui ho iniziato a farlo più di trent’anni fa. È un lavoro un po’ folle perché alle volte si tratta di evocare dei fantasmi, giocare seriamente a riportarli in vita. La preparazione di Portobello (2026) è durata un anno e le riprese quasi sei mesi, stare per così tanto tempo nel corpo di un’altra persona ti porta innanzitutto a immaginare e a sentire quella che deve essere stata quell’esperienza. Per esempio, in quel periodo abbiamo girato intere puntate del programma “Portobello”, per sintesi ridotte a circa 30/40 minuti nel primo episodio. In sostanza, vivevo nello studio, presentando ospiti, conducendo i giochi, vendendo al mercatino e incontrando dei personaggi, proprio come nelle rubriche del programma. Lì ho sperimentato tutta l’euforia dell’uomo di televisione, capace di raggiungere ascolti inimmaginabili, che era diventato il presentatore più seguito in Italia. Allo stesso tempo si tratta di una persona anomala per la tv. Era sì popolare, ma con un suo aplomb, un certo distacco, dall’italiano perfetto, dal gusto per il mercatino anglosassone di Portobello Road, dai modi garbati e puntuti al momento giusto, dunque diversi dai tre colleghi più celebri, Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado”. 

In cosa differivano?

“Le gaffe e i doppi sensi di Bongiorno, per esempio, erano frutto di una strategia ben studiata che andava in favore del grande pubblico, mentre Tortora manteneva i suoi modi, senza voler essere simpatico a tutti i costi. E il fattore simpatia tornerà spesso in questa storia”.

In che modo?

"Dopo l’arresto, è capitato persino di leggere in alcuni editoriali “Tortora non mi è simpatico”, in cui si sfogava l’antipatia pregressa per il personaggio. L’aver mantenuto la costante di non voler strizzare l’occhio del pubblico racconta qualcosa del suo carattere, della sua indipendenza, del suo orgoglio di essere una persona colta. Si rideva nella sua trasmissione, ma in modo diverso. Tortora ha persino scritto questa cosa che mi colpì,mentre viveva il calvario: “In Italia si è pronti a perdonare tutto, anche i crimini più atroci. Quello che non si perdona è non essere simpatici”. Se uno è simpatico gli si perdona tutto, la profondità di questo pensiero racconta molto del carattere degli italiani. Non è un caso che spesso sentiamo anche “ne ha fatte di cotte di crude, ma quanto era simpatico”. 

Cosa nasconde, invece, quello che spesso si tende a definire come “uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana”? 

“Una sintesi oggettiva, dal momento dell’arresto a tutta la fase istruttoria al processo di primo grado, parliamo di macroscopici errori persistenti, anche quando probabilmente persone di cultura come erano quei giudici, non potevano non rendersi conto di avere elementi sufficienti tra le mani, ma ci fu un’ostinazione, dovuta al fatto che si trattasse della prima grande inchiesta/ primo grande processo contro la Camorra in cui lo Stato doveva rispondere. Levando la carta di Tortora poteva cadere tutto il castello, rendendo meno forte un processo che poi andava a colpire autentici criminali. Una volta inserita quella carta nel mazzo, si fatica ad ammettere che fosse fasulla. A distanza, bisogna essere oggettivi sul processo di secondo grado, e infine la Cassazione, in cui dei giudici hanno ritenuto che Tortora fosse completamente innocente. Ora che questo non abbia risarcito una vita completamente rovinata, oltre a una reputazione e probabilmente la salute, si ammalò probabilmente di questo, è oggettivo. Dal punto di vista giudiziario ci fu un errore macroscopico, fortunatamente emendato, in primis dal Giudice Morello. “Ma di cosa stiamo parlando? Non c’è riscontro alle parole dei pentiti”. Risulta evidente che questa persona fu tirata in ballo da “estranea ai fatti”. Quello che impressiona è il macroscopico errore giudiziario che ha distrutto la vita di Tortora e della famiglia, ma da un punto di vista oggettivamente giudiziario anche all’epoca ci fu un sistema, col vecchio codice di procedura penale di stampo inquisitorio, riformato dopo Tortora (oggi viviamo con un codice distante da quello), squilibrato a favore dell’accusa, c’erano anticorpi che resero possibile un secondo processo per dimostrarne la totale innocenza. La giustizia è amministrata dagli uomini. Puoi avere il miglior codice di procedura, le migliori leggi, i giudici più equilibrati del mondo, l’errore non si potrà mai estirpare. Gli uomini sono fallaci. Quando un giudice si ritira in camera di consiglio e deve decidere se condannare o assolvere qualcuno imputato di reati gravissimi, si assume la responsabilità di sbagliare, mettendo in prigione un innocente o lasciando libero un criminale. Non si può semplificare, cambiare due norme e così diventano più bravi”. 

Perché il pubblico dovrebbe guardare la serie “Portobello”?

“È l’ennesima opera straordinaria di uno dei più grandi registi contemporanei, Marco Bellocchio. Ogni volta rimango incantato dalla potenza, dalla profondità, dalla modernità del linguaggio. Per esempio, Esterno notte (2022) è una serie che è stata vista da tanti ragazzi, penso alle mie figlie che con i loro amici lo hanno guardato come se fosse “una loro serie”. Li aveva intercettati, attraverso un linguaggio e un ritmo contemporaneo pur raccontando una storia lontana. È successo di nuovo con Portobello (2026), un real crime che ti tiene inchiodato.L’abbiamo constatato con la stampa internazionale, quando ha visto i primi due episodi a Venezia e i restanti nelle ultime settimane per l’uscita nei diversi Paesi. Per motivi geografici, non sapevano nulla della vicenda Tortora, di cui alla fine si sono appassionati, ponendoci tante domande. C’è qualcosa, dunque,nell’opera che si lega strettamente a Marco Bellocchio, che ripeto è il motivo principale per cui tutti dovrebbero guardare questa serie”.

"Portobello" è una serie da vedere oggi, per non sbagliare domani

Senza dimenticare le parole di Gifuni, Portobello (2026) ha tanti motivi per essere vista. Innanzitutto, ha tutte le carte in regola per essere la punta di diamante dell’offerta seriale nostrana di quest’anno. La qualità è indiscutibile, è evidente una minuziosa cura nella ricostruzione del periodo storico, frutto di una macchina produttiva marcata sin dal primo fotogramma. Dalle scenografie ai costumi, dalla splendida fotografia di Francesco Di Giacomo alla colonna sonora di Theo Theardo, e quei brani dal repertorio musicale di quegli anni (in testa “Jesahel” dei Delirium, che avrete voglia di ascoltare all’infinito). 

L’ideale è guardare tutti e sei gli episodi, uno di seguito all’altro. Si apprezza così fino in fondo il lavoro di Francesca Calvelli, che ci regala un montaggio che non indugia su tempi morti, complice anche una sceneggiatura ben scritta da Stefano Bises, Giordana Mari, Peppe Fiori, oltre che dallo stesso Bellocchio, che mescola più registri e annulla la percezione dell’effettiva durata di sei ore, in quanto vi ritroverete trasportati da una vicenda surreale, purtroppo vera. Non vi riuscirete a capacitare di come sia stato possibile un accanimento di questo. Proverete tanta rabbia, ma anche sollievo quando vi imbatterete in chi ha contribuito a porre fine all’incubo giudiziario. Straordinarie le interpretazioni di tutto il cast. Personalmente. ci tengo a soffermarmi su Lino Musella, che ci restituisce le storture di un personaggio negativo come Pandico, detto O’pazzo, a partire dalla sua ossessione nei confronti di Tortora, che si trasformerà in invidia, motore di quella macchina del fango dalle irreversibili conseguenze sul destino del celebre presentatore. Perché purtroppo di ingiustizia si può morire. 

E poi c’è proprio lui, Marco Bellocchio. È sorprendente quanta vita ci sia in questo signore di ben ottantasei anni, che continua a sfornare progetti su progetti, che ultimamente si focalizzano sulla storia contemporanea del nostro Paese. Ora sarà già alle prese,assieme agli sceneggiatori. della stesura del copione del suo prossimo film su Sergio Marchionne. Proprio come sottolineava Gifuni, Bellocchio riesce a raccontarci con incredibile modernità delle pagine importanti, spesso buie, di un’Italia che non sembrano poi essere così cambiate. 

Prendendo la storia di Tortora, non si può non pensare a quanto possa essere ancora semplice infangare irrimediabilmente una persona e quanto poco basti per annientarla. Portobello è una serie che ci ricorda che un domani possiamo essere tutti Enzo Tortora. Così come oggi possiamo essere anche complici di quello stesso sistema che ha sancito la sua condanna, con il pressapochismo, con la voglia di giungere a conclusioni affrettate, o peggio ancora con la presunzione di non poter sbagliare mai. È una storia di umanità, di fragilità nascoste per poter restare a galla nel tritacarne della vita. Guardarla è un atto civile, per arricchire il nostro bagaglio culturale e per regalarsi un monito per il domani.

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    # 1

    Negli anni ’80, il conduttore TV italiano Enzo Tortora, volto di Portobello, viene travolto da una clamorosa accusa di camorra che segna l’inizio del suo calvario giudiziario.