
10 personaggi secondari che hanno rubato la scena al protagonista in film e serie TV
Il cinema e la televisione sono pieni di personaggi che dovevano fare da contorno ai protagonisti e che invece, una volta arrivati sullo schermo, si sono presi tutto lo schermo.
A volte è una questione di sceneggiatura, a volte di interpretazione, a volte di una combinazione delle due, ma il risultato non cambia: alla fine del film o della serie, è di loro che parliamo, sono loro che citiamo, sono loro che restano in mente anche quando, a volte, i protagonisti sono già stati dimenticati.
Si chiama "scene-stealing" e nel cinema americano è una categoria critica vera e propria, riconosciuta dai premi (l'Oscar come miglior attore non protagonista esiste dal 1937) e celebrata dai fan. Capita quando un attore trova il personaggio della vita in un ruolo secondario, quando uno sceneggiatore scrive un comprimario più interessante del protagonista, quando un regista capisce che il vero centro del film non è dove pensava di metterlo. Ecco dieci casi, in ordine cronologico, in cui il personaggio secondario ha vinto la partita contro il protagonista.
“Gli intoccabili” di Brian De Palma (1987) – Robert De Niro/Al Capone
Eliot Ness, l'agente del Tesoro interpretato da Kevin Costner, è il protagonista del film: la sua missione è incastrare Al Capone per evasione fiscale durante il proibizionismo a Chicago. Costner regge il suo ruolo con la professionalità di sempre, costruisce la squadra degli "Intoccabili", attraversa l'arco morale che il film richiede. E poi arriva Al Capone con la mazza da baseball.
La scena della cena con il discorso sul lavoro di squadra che culmina nel cranio di un sottoposto sfondato a colpi di mazza è uno dei momenti più ricordati del cinema anni Ottanta, e la performance di Robert De Niro nei panni di Capone è esattamente il motivo per cui il pubblico esce dalla sala parlando di lui invece che del protagonista. Per realizzare Gli Intoccabili De Niro pesava 13 chili in più del normale per il ruolo, indossava la biancheria intima di seta che Capone usava davvero, e in pochi minuti di schermo costruisce un personaggio che fagocita il film. Brian De Palma sapeva quello che stava facendo: ogni apparizione di Capone è girata con una tensione specifica, con la macchina da presa che lo segue come se fosse il protagonista. Vale la pena rivedere Gli intoccabili oggi, magari dopo C'era una volta in America (1984) di Sergio Leone, per capire quanto De Niro abbia inciso sul cinema di gangster degli anni Ottanta anche quando non era il protagonista, o almeno non sulla carta.
“Trappola di cristallo” di John McTiernan (1988) – Alan Rickman/Hans Gruber
John McClane, poliziotto di New York interpretato da Bruce Willis, arriva a Los Angeles per le feste di Natale e si trova nel grattacielo Nakatomi Plaza durante un sequestro. Lui è scalzo, ferito, sarcastico, fa esplodere ascensori e cammina sui vetri rotti. Il film lo ha trasformato in una star planetaria. Eppure il vero motivo per cui Trappola di cristallo è entrato nella storia del cinema d'azione è il villain.
Hans Gruber è forse il primo grande cattivo dell'action moderno, e Alan Rickman, che era al suo debutto cinematografico assoluto a 41 anni dopo una carriera teatrale, costruisce un personaggio così elegante, colto, ironico e spietato da ridefinire il ruolo dell'antagonista per i decenni successivi. La voce baritonale, la dizione perfetta, l'abito su misura, il modo di pronunciare ogni battuta come se stesse declamando Shakespeare anche mentre minaccia di sparare a un ostaggio: tutto contribuisce a rendere Gruber il modello di tutti i villain raffinati che sarebbero venuti dopo, da Hannibal Lecter in Il silenzio degli innocenti (1991) finoa Le Chiffre in Casino Royale (2006). La scena della caduta dal trentesimo piano è entrata nella storia del genere (e non solo), con lo sguardo di Rickman immortalato in pellicola facendolo cadere davvero, lasciandolo qualche istante prima di quanto si aspettasse. Per chi ama l'action degli anni Ottanta e per chi vuole vedere come si interpreta davvero un antagonista.
“Seven” di David Fincher (1995) — Kevin Spacey/John Doe
Il detective Somerset, interpretato da Morgan Freeman, è a una settimana dalla pensione. Il detective Mills, interpretato da Brad Pitt, è il giovane idealista appena trasferito che lo affianca nelle ultime indagini. Insieme inseguono un serial killer che uccide le sue vittime ispirandosi ai sette peccati capitali. Per due ore di film, John Doe è solo un'ombra: ne vediamo gli appartamenti, le vittime, i diari, ma non lui.
Quando Kevin Spacey entra in scena, mancano quaranta minuti alla fine. Si presenta in commissariato coperto di sangue, urlando il nome dei detective. Da quel momento Seven è suo. La scelta di David Fincher di non accreditare Spacey nei titoli di testa per preservare la sorpresa fu una mossa di marketing brillante, ma il vero colpo è che Spacey costruisce John Doe con una calma terrificante che rovescia ogni aspettativa: niente urla, niente smorfie, niente caratterizzazione da psicopatico da manuale, solo la convinzione fredda di chi sa di aver vinto. Il monologo nell'auto della polizia mentre Somerset e Mills lo accompagnano nel deserto è un capolavoro di scrittura recitata, e il finale, che non sveliamo per chi non lo avesse ancora visto, funziona solo grazie alla performance di Spacey. Un film perfetto per chi ama i thriller psicologici, consigliato (per ovvie ragione, ma no spoiler!) anche da guardare insieme ai I soliti sospetti (1995) per il modo in cui un villain può dominare un film anche solo in poche scene.
“Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen (2007) – Javier Bardem/Anton Chigurh
Llewelyn Moss, interpretato da Josh Brolin, è un cacciatore texano che trova due milioni di dollari in mezzo al deserto, dopo uno scambio di droga finito male. Lo sceriffo Ed Tom Bell, interpretato da Tommy Lee Jones, è la coscienza riflessiva del film, un poliziotto di vecchia scuola che osserva un mondo che non riconosce più. Sono i due protagonisti narrativi, le due voci attraverso cui i Coen raccontano la loro America in declino. Eppure il film è di Javier Bardem e del suo Anton Chigurh.
Javier Bardem, con il caschetto ridicolo che gli costò mesi di prese in giro sul set, costruisce uno dei villain più memorabili del cinema del XXI secolo: un sicario filosofico che decide la vita delle sue vittime con il lancio di una moneta, parla pochissimo, uccide con una pistola ad aria compressa per macellare il bestiame, e si muove con una camminata lenta e imperturbabile che è diventata immediatamente iconica. La scena della stazione di servizio, in cui interroga il commesso sul significato della vita giocando a testa o croce, è una delle più angoscianti del cinema recente. Bardem vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista nel 2008 e il film vinse anche miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale. Non è un paese per vecchi è il titolo perfetto per chi ama il cinema dei Coen e per chi vuole vedere un villain tra i più disturbanti del cinema contemporaneo, una performance capace di riscrivere le regole del genere.
“Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan (2008) – Heath Ledger/Joker
Bruce Wayne, interpretato da Christian Bale, è il protagonista assoluto della trilogia di Christopher Nolan. Il secondo capitolo doveva essere il film in cui Batman affronta il suo nemico più iconico, e per molti versi lo è, ma l'eredità del film, diciotto anni dopo, non riguarda Bale. Riguarda Heath Ledger.
La performance di Ledger nei panni del Joker ha cambiato il modo in cui Hollywood pensa ai film di supereroi e ai villain in generale. Capelli verdi sporchi, trucco colato, cicatrici che lui stesso si è ridipinto a ogni ripresa, il modo di leccarsi le labbra, le risate strozzate, il modo di raccontare due volte la stessa storia con due origini diverse: ogni dettaglio costruisce un personaggio che non era mai stato visto sullo schermo in quella forma. Ledger morì sei mesi prima dell'uscita del film, a 28 anni, per overdose accidentale di farmaci da prescrizione, e la sua interpretazione assunse un peso che andava oltre il film stesso. L'Oscar postumo come miglior attore non protagonista nel 2009 fu uno dei momenti più commoventi della cerimonia di quell’anno, tutt’oggi impossibile da dimenticare. Christopher Nolan ha sempre detto che Ledger, ne Il cavaliere oscuro, aveva costruito un personaggio così potente da costringerlo a riscrivere parte della sceneggiatura del terzo film perché il Joker non poteva essere sostituito da nessun altro villain. Quando si parla di scene-stealing, questo è il punto di arrivo: l'attore secondario che ha riscritto le regole del cinema mainstream del decennio successivo.
“Romanzo criminale - La serie” di Stefano Sollima (2008-2010) – Marco Giallini/Il Terribile
La serie di Stefano Sollima tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo è una delle pietre miliari della serialità italiana, quella che ha aperto la strada a Gomorra (2014), Suburra (2015) e a tutto il filone crime che è arrivato dopo. I protagonisti sono il Libanese (Francesco Montanari), il Freddo (Vinicio Marchioni) e il Dandi (Alessandro Roja), i tre boss della Banda della Magliana. Eppure la prima stagione, dodici episodi che restano una delle cose migliori mai prodotte dalla televisione italiana, è dominata da un altro personaggio.
Il Terribile è il vecchio boss di Centocelle, l'uomo che a Roma comandava prima che la Banda della Magliana si formasse, e Marco Giallini lo costruisce come una figura imponente, sanguigna, dalla parlata romanesca pesante e dall'occhio sempre spiritato. Il personaggio è secondario nella struttura di Romanzo Criminale, muore alla fine della prima stagione per mano del Freddo, eppure ogni sua scena è stampata nella memoria di chi ha guardato la serie. La scena dell'incontro a Ostia Antica con la banda, quella della sua morte al matrimonio di Scrocchiazeppi, le minacce sussurrate, le risate improvvise: Giallini riempie ogni inquadratura di una presenza che gli altri attori, pur bravissimi, faticano a reggere. Consigliato a chi ama il crime italiano e obbligatorio per chi non ha ancora recuperato uno dei migliori prodotti seriali europei degli ultimi vent'anni.
“Breaking Bad” di Vince Gilligan (2008-2013) – Giancarlo Esposito/Gus Fring
Walter White e Jesse Pinkman sono i due protagonisti assoluti di una delle serie più celebrate nella storia della televisione, e nessuno discuterà mai questa gerarchia. Bryan Cranston e Aaron Paul hanno costruito uno dei rapporti antagonista-protagonista più studiati della serialità contemporanea. Eppure, quando si parla di Breaking Bad, è impossibile non ricordare questo personaggio.
Gus Fring entra nella seconda stagione come il proprietario di una catena di pollerie del New Mexico, un imprenditore mite e gentile che parla a bassa voce e indossa camicie sempre stirate. Quando si scopre chi è davvero, e cosa fa davvero, il personaggio diventa qualcos'altro: il narcotrafficante più freddo, calcolatore e terrificante mai visto in una serie televisiva, capace di tagliare la gola a un uomo con un taglierino senza che il volto gli si scomponga. Giancarlo Esposito, attore di teatro con una carriera lunghissima ma fino ad allora poco riconosciuto, costruisce Gus attraverso il silenzio, le pause, lo sguardo immobile, e la scena della sua morte nel finale della quarta stagione, con la metà del volto distrutta dall'esplosione e l'ultimo gesto di sistemarsi la cravatta prima di cadere, è uno dei momenti più iconici della televisione del XXI secolo. Esposito ha poi ripreso il personaggio in Better Call Saul (2015-2022), dove il suo arco è ancora più stratificato. Per chi ama i villain inquietanti all’ennesima potenza e per chi vuole capire come un personaggio secondario possa diventare il volto di una serie diventata leggenda.
“Il Trono di Spade” di David Benioff e D.B. Weiss (2011-2019) – Peter Dinklage/Tyrion Lannister
In una serie con dieci protagonisti, decine di personaggi principali e una mappa di Westeros che cambia ogni stagione, parlare di chi ha rubato la scena è quasi una contraddizione. Eppure tutti quelli che hanno visto Il Trono di Spade sanno la risposta: Tyrion Lannister, il nano della famiglia più potente del regno, il fratello che nessuno voleva, il consigliere che tutti finivano per ascoltare.
Peter Dinklage trasforma un personaggio che nei libri di George R.R. Martin era già centrale ma non sempre il più amato in quello che la maggior parte degli spettatori considera il vero cuore della serie. Quattro Emmy come miglior attore non protagonista in una serie drammatica (record assoluto nella categoria) e un Golden Globe testimoniano quanto la sua interpretazione sia stata riconosciuta dall'industria, ma è il pubblico ad averlo eletto a personaggio simbolo della serie. La scena del processo nella quarta stagione, con il monologo finale in cui Tyrion accusa la corte di averlo condannato per quello che è prima ancora che per quello che ha fatto, è il momento più alto della sua interpretazione e uno dei vertici recitativi della serialità americana. Anche quando le ultime stagioni della serie hanno deluso buona parte dei fan, Dinklage è rimasto l'elemento di qualità che nessuno ha mai messo in discussione. Otto anni dopo la fine della serie, in qualsiasi classifica dei migliori personaggi della serialità degli anni Dieci Tyrion compare sempre nelle prime posizioni.
“Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti (2015) – Luca Marinelli/Lo Zingaro
Enzo Ceccotti, ladruncolo della periferia romana interpretato da Claudio Santamaria, viene a contatto con materiale radioattivo nel Tevere e acquisisce poteri sovrumani. La premessa è quella di un cinecomic italiano, un esperimento che nessun produttore voleva finanziare e che Gabriele Mainetti riuscì a realizzare con un budget minimo. Santamaria è il protagonista, ingrassò venti chili per il ruolo, vinse il David di Donatello come miglior attore. Ma il film è dello Zingaro.
Luca Marinelli costruisce uno dei villain più strani e indimenticabili del cinema italiano recente: un piccolo boss di periferia ossessionato dalla fame di celebrità, dalle dive del pop italiano anni Ottanta, dal sogno di diventare famoso a qualunque costo. La scena in cui canta Un'emozione da poco di Anna Oxa con la giacca di paillettes e gli occhi truccati è entrata nella memoria del cinema italiano contemporaneo, e l'idea di costruire un cattivo che si ispira al Joker di Heath Ledger ma lo trasla in una borgata romana è il colpo di genio della sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti. Marinelli vinse il David di Donatello come miglior attore non protagonista, oltre al Nastro d'Argento e al Ciak d'Oro nella stessa categoria, e la performance gli aprì le porte della carriera che lo avrebbe portato a interpretare Mussolini in M. Il figlio del secolo (2025). Lo Zingaro resta il caso più recente e più clamoroso di scene-stealing del cinema italiano, e dieci anni dopo è ancora il personaggio che tutti citano quando parlano di Lo chiamavano Jeeg Robot.
“The White Lotus” di Mike White (2021) – Jennifer Coolidge/Tanya McQuoid
Nella prima stagione della serie HBO ambientata in un resort di lusso alle Hawaii, i protagonisti dichiarati erano la famiglia Mossbacher, i giovani sposi Shane e Rachel Patton, il direttore Armond. Tanya McQuoid era una cliente ricca e nevrotica, in vacanza per spargere le ceneri della madre, un personaggio secondario costruito come elemento comico e patetico al margine delle storyline principali.
Jennifer Coolidge la interpretò trasformandola in un fenomeno tragicomico. La voce strascicata, le pause troppo lunghe, lo sguardo perso, l'incapacità di portare a termine una frase senza distrarsi, la solitudine ricoperta di diamanti: Coolidge costruì un personaggio che il pubblico cominciò a citare e a imitare prima ancora che la stagione finisse. Mike White lo capì immediatamente, e nella seconda stagione promosse Tanya a protagonista, costruendole intorno una storyline siciliana che si chiuse con la scena della sua morte sullo yacht, "Please, these gays, they're trying to murder me", una battuta diventata virale. Coolidge vinse due Emmy consecutivi, uno per ogni stagione, e ringraziò Mike White con uno dei discorsi di accettazione più amati di sempre. Morì nella finzione alla fine della seconda stagione, ma il suo personaggio aveva già cambiato la traiettoria della carriera dell'attrice e la storia della serie. La quarta stagione, che inizierà le riprese ad aprile in Costa Azzurra, dovrà fare i conti con la sua assenza. The White Lotus è il titolo perfetto per chi ama la satira sociale e, in questo caso, anche per chi vuole vedere come un'attrice di sessantun anni possa diventare un'icona pop dopo cinquant’anni di carriera, spesso in secondo piano.










































