
Perché “miglior regia” è la categoria più importante degli Oscar 2026
Manca pochissimo agli Oscar, ma le sorprese restano ancora tante per la 98° edizione degli Academy Awards, la notte più attesa dagli appassionati di cinema, e non solo, in programma tra il 15 e il 16 marzo. Si dice spesso che la miglior regia sia un indicatore per chi porterà a casa la statuetta per Miglior Film.
Pensiamo a qualche esempio, titoli premiati negli ultimi anni in entrambi le categorie: Parasite (2020) di Bong Joon Ho, Nomadland (2021) di Chloé Zhao, Everything Everywhere All at Once (2022) di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan e Anora (2024) di Sean Baker.
Quest’anno, però, la competizione è decisamente in bilico. Vedremo infatti contrapposti Paul Thomas Anderson, Ryan Coogler, Chloé Zhao, Josh Safdie e Joachim Trier. Il favorito sembra essere proprio Anderson, che otterrebbe così il suo primo Oscar. Parliamo di un cineasta leggendario, dietro a pietre miliari della settima arte, come Il petroliere (2007) con un incredibile Daniel Day Lewis, e che ha saputo regalarci Una battaglia dopo l’altra (2025), dal sapore altamente commerciale e al tempo stesso estremamente d’autore.
Ma al di là dell’indiscutibile valore delle pellicole realizzate, alcune di loro ancora disponibili in sala e altre in streaming, ognuno tra questi grandi cineasti meriterebbe di vincere, per un motivo o un altro. Rimettiamo insieme tutti i candidati, uno ad uno, sottolineando cosa rappresenterebbe la vittoria dell’Oscar per la miglior regia. Non solo per la loro soddisfazione personale, ma per l’intera industria cinematografica.
Paul Thomas Anderson (“Una battaglia dopo l’altra”)
Sembra essere l’anno di Paul Thomas Anderson. La sua è una carriera che dura da trent’anni, fatta di dieci film. Sette titoli tra questi, incluso Magnolia (1999), Il petroliere (2007), Licorice Pizza (2021) e Una battaglia dopo l’altra (2025), gli hanno portato ben quattordici nomination. I tempi, stavolta, potrebbero essere davvero maturi per conferire l’Oscar al regista americano, tra le voci più significative della sua generazione. Sicuramente, rappresenterebbe un modo per onorare la storia di un grande cineasta, da poco premiato proprio con questo film ai BAFTA in ben sei categorie e ai Golden Globe con quattro riconoscimenti, in entrambi i casi per la miglior regia. La stagione dei premi è quindi a favore per PTA, acronimo scelto per distinguersi dagli altri colleghi, Wes Anderson e Paul W. S. Anderson, che con la sua pellicola interpretata da Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Benicio Del Toro e Regina Hall potrebbe raggiungere l’inafferrabile statuetta persino per il miglior film.
Ryan Coogler (“I peccatori”)
Se I peccatori (2026) è il film che detiene il record di nomination nella storia del premio, un eventuale Oscar alla miglior regia a Ryan Coogler segnerebbe un traguardo altrettanto significativo. Il cineasta dietro a successi come Creed – Nato per combattere (2015) e Black Panther (2018), prossimamente alle prese con il reboot di X- Files, diventerebbe infatti il primo afroamericano a portare a casa l’ambitissima statuetta da regista. Può sembrare sorprendente, ma in 98 edizioni degli Academy Awards non è mai successo. Già le candidature nella categoria sono state pochissime, in totale sei, tra cui Jordan Peele per Scappa – Get Out (2017) e Spike Lee per BlacKkKlansman (2018).
Oltrepassando quel che segnerebbe o meno un traguardo storico per l’Academy, bisogna riconoscere i meriti del lavoro di Coogler. Con I peccatori (2025) ha infatti realizzato un dramma storico dagli elementi soprannaturali, capace di muoversi tra diversi generi, dal musical all’horror, mettendo in scena una vicenda ambientata nel Mississippi segregazionista degli anni Trenta. Il risultato è una pellicola che intrattiene e che, al tempo stesso, si distingue per un forte connotato politico, che ha saputo conquistarsi un posto di rilievo tra le “esperienze cinematografiche più originali dello scorso anno”.
Chloé Zhao (“Hamnet – Nel nome del figlio”)
Non sarebbe la prima volta. Chloé Zhao è stata infatti la seconda donna ad aver vinto l’Oscar per la miglior regia. È successo con Nomadland (2020), dopo la vittoria di Kathryn Bigelow con The Hurt Locker (2008) e prima di quella di Jane Campion con Il potere del cane (2021). Se dovesse vincere anche quest’anno, diventerebbe così la prima donna ad aver conquistato due statuette come miglior regista, segnando un nuovo primato nella storia del premio. Non è la favorita, ma non è neppure un’ipotesi da escludere, considerando il percorso che Hamnet – Nel nome del figlio (2025) sta facendo, forte del consenso di pubblico e critica. Basti pensare ai recenti riconoscimenti ottenuti ai Golden Globe e ai BAFTA. In ogni caso, si tratterebbe di un evento storico, soprattutto per ciò che rappresenterebbe in termini di affermazione e visibilità del talento femminile all’interno dell’industria cinematografica.
Josh Safdie (“Marty Supreme”)
Marty Supreme (2025) è stato uno spartiacque per Josh Safdie. È il film che ha sancito infatti il suo esordio da solista, come avvenuto per il fratello Bennie, dietro la macchina da presa di The Smashing Machine (2025). Si tratterebbe di una vittoria personale per il regista della pellicola con Timothée Chalamet, che conta ben nove candidature. Se vincesse il premio come miglior regista, entrerebbe infatti nel ristretto gruppo di cineasti che ha ottenuto la prestigiosa statuetta con un’opera prima, come successe a Sam Mendes. Nulla di epocale, se pensiamo all’impatto di una vittoria degli altrettanti illustri colleghi, soprattutto di Coogler o di Zhao, ma i premi sono del tutto imprevedibili. La storia degli Oscar è infatti costellata di sorprese. Sia mai che stavolta quel colpo di scena abbia il nome di Josh Safdie.
Joachim Trier (“Sentimental Value”)
Il miglior regista norvegese del mondo. Parliamo di Joachim Trier, l’unico candidato non americano della cinquina. Qualcuno può obiettare, legittimamente, che la Zhao ha origini asiatiche. Ma è naturalizzata statunitense, e soprattutto ha prevalentemente lavorato in produzioni a stelle e strisce, da Songs My Brothers Taught Me (2015) a Hamnet – Nel nome del figlio (2025), coproduzione con il Regno Unito. Ad ora Trier è arrivato dove altri suoi illustri colleghi non sono riusciti a qualificarsi, da Park Chan-wook con No Other Choice – Non c’è altra scelta (2025) a Kleber Mendoça Filho con L’agente segreto (2025), ovvero a concorrere nell’ambitissima categoria con un titolo realizzato nel proprio paese d’origine.
La sua vittoria come miglior regista non avrebbe un impatto ai livelli di Coogler o della Zhao, però lo porterebbe a diventare il primo regista scandinavo in assoluto a vincere l’ambita statuetta dorata, soprattutto per una produzione locale. Considerando che non sono molti gli scandinavi ad aver vinto un Oscar, e che ciò è avvenuto prevalentemente per il loro coinvolgimento in produzioni americane, un riconoscimento di questo tipo sarebbe motivo di grande orgoglio per la Norvegia e per la sua industria cinematografica e contribuirebbe inevitabilmente ad ampliare la platea di spettatori, aprendola ad orizzonti sempre più extraeuropei.




























