La notte degli Oscar è fatta anche di questo: di momenti in cui qualcuno che nessuno si aspettava si alza, prende la statuetta, e per qualche secondo tutto il teatro ammutolisce. Certo, un silenzio che dura giusto il tempo di capire cosa è successo, poi arrivano gli applausi educati di chi aveva puntato su qualcun altro.
Lo sa bene chiunque abbia vissuto la notte in cui Crash (2005) battè Brokeback Mountain (2005), o quella in cui Shakespeare in Love (1998) superò Salvate il soldato Ryan (1998), la vittoria sconvolgente di Moonlight (2016) su La La Land (2016) – con tutto il circo del misunderstanding sul palco – o quella di CODA (2021). Momenti in cui milioni di persone in tutto il mondo hanno guardato lo schermo con la stessa espressione: gli occhi spalancati, la mascella leggermente calata, il cervello impegnato a ricalibrare tutto quello che pensava di sapere. F4 Basito, direbbero da Boris (2007-2022). E avrebbero ragione!
Mentre la conversazione pubblica ruota attualmente attorno agli stessi titoli – I peccatori (2025), Una battaglia dopo l'altra (2025), Hamnet (2025) – la lista dei candidati è lunga, e tra le pieghe di questa corsa esiste un secondo livello di film che non dominano le chiacchiere cinefile ma che meritano attenzione. Film che competono in categorie meno seguite, attori alla prima nomination, cortometraggi che raccontano cose che i lungometraggi non riescono a dire. Questa breve lista è per loro.
Blue Moon (2025)
Blue Moon è un film biografico diretto da Richard Linklater che racconta una notte nella vita di Lorenz Hart, uno dei più brillanti parolieri del teatro musicale americano, ambientato interamente al ristorante Sardi's di Broadway la sera della prima di Oklahoma! nel 1943. Il cast comprende Ethan Hawke, Margaret Qualley, Bobby Cannavale e Andrew Scott. Il film è quasi interamente un monologo, con Hawke a dominare ogni inquadratura: un Ethan Hawke di 55 anni alla sua prima nomination come protagonista, che interpreta un uomo quasi un piede più basso di lui, calvo, con un sigaro in bocca e la schiena curva sul bancone. La critica lo ha accolto con entusiasmo, ma il film ha incassato poco e la campagna premi è stata tutta sulle spalle dell'attore stesso, senza il supporto di grandi distributor alle spalle. Hawke ha descritto questa nomination come "simbolo di trent'anni di lavoro", e se guardate la lista degli attori che potrebbero vincere questa notte – Chalamet, DiCaprio, Jordan – la sua presenza sembra quasi un'anomalia. Ma Blue Moon è esattamente il tipo di film che Linklater sa fare meglio: intimo, temporalmente compresso, tutto sulla capacità di un attore di portare il peso di una vita intera in una sola stanza.
Se solo potessi ti prenderei a calci (2025)
Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein segue Linda, una psicoterapeuta la cui vita crolla attorno a lei mentre cerca di gestire la misteriosa malattia della figlia, un marito assente, un caso di persona scomparsa e un rapporto sempre più ostile con il proprio analista. Il film nasce da un'esperienza personale della regista: otto anni fa si è ritrovata a prendersi cura della figlia gravemente malata per otto mesi, in una stanza d'albergo, e ha trasformato quella frustrazione in cinema. Il risultato è qualcosa di asfissiante nel senso migliore del termine. Rose Byrne, candidata per la prima volta agli Oscar, ha già vinto il Golden Globe e l'Orso d'Argento a Berlino per questa performance, e chissà se riuscirà effettivamente a battere la maestosa performance di Jessie Buckely per Hamnet. Nel cast figura anche Conan O'Brien in un raro ruolo drammatico nei panni del terapeuta di Linda. Il film è arrivato nelle sale italiane a marzo 2026, in ritardo rispetto al resto del mondo, il che significa che molti spettatori lo stanno scoprendo proprio adesso (meglio tardi che mai!). Vale la pena recuperarlo prima della cerimonia.
All the Empty Rooms (2025)
Nel 2026 si parla ancora poco dei cortometraggi documentari, e questo è un problema, perché spesso sono la categoria in cui vengono dette le cose più necessarie. All the Empty Rooms segue il corrispondente della CBS Steve Hartman e il fotografo Lou Bopp in un progetto durato sette anni: documentare le camere da letto vuote di bambini uccisi nelle sparatorie scolastiche americane. Il film è candidato come Miglior Cortometraggio Documentario ed è disponibile su Netflix, il che gli dà una visibilità che altri cortometraggi in gara non hanno. Presentato al Telluride Film Festival, è rimasto in testa alle previsioni per quasi tutta la stagione. Non è cinema facile da guardare – nessuno dei cortometraggi documentari di quest'anno lo è – ma è il tipo di lavoro che ricorda perché il documentario esiste come forma: per stare in luoghi dove il cinema di finzione non riesce ad arrivare, con la pazienza che solo sette anni di lavoro possono dare.
The Devil is busy (2025)
Sempre tra i cortometraggi documentari, c'è un titolo che arriva con una storia interessante alle spalle. The Devil is busy è co-diretto da Geeta Gandbhir, che quest'anno è candidata anche come regista del documentario lungometraggio The Perfect Neighbor (2025) – il che la rende una delle poche persone ad avere due candidature in categorie diverse nella stessa edizione degli Oscar. Il cortometraggio segue una singola giornata in una clinica abortiva di Atlanta dopo la sentenza della Corte Suprema che ha rovesciato Roe v. Wade: medici, operatori sanitari e pazienti alle prese con regole che cambiano ogni giorno, mentre fuori i manifestanti anti-abortisti riempiono il sottofondo sonoro. È un film di urgenza politica fatto con rigore formale, e merita di essere visto indipendentemente da chi vincerà.
Zootropolis 2 (2025)
Aspettate prima di saltare alla prossima voce: Zootropolis 2 non è lì per il titolo. È lì perché, nella corsa al Miglior Film d'Animazione, è il principale avversario di KPop Demon Hunters (2025), e perché sottovalutarlo sarebbe un errore. Il sequel ha incassato oltre un miliardo di dollari, diventando il secondo film più visto del 2025, e porta con sé tutto il peso del precedente: il primo Zootropolis (2016) ha vinto l'Oscar nella stessa categoria. Come il predecessore, il film affronta temi di attualità in chiave allegorica – bugie, corruzione, persecuzione di una minoranza – in un momento storico in cui questi temi hanno una risonanza che va ben oltre le sale cinematografiche. L'Academy ha già dimostrato in passato di saper premiare sequel Disney quando il contesto culturale lo giustifica. Va anche detto che quest’anno sull’animazione la scelta non è facilissima; ma al di là di qualsiasi vittoria, se vi foste persi questa nuova perla animata, gli Oscar potrebbero essere la giusta occasione per poter recuperare.
Perfectly a Strangeness (2025)
Chiudiamo con il titolo più inatteso di tutti: un cortometraggio documentario di quindici minuti su dei somari. Perfectly a Strangeness segue un piccolo gruppo di asini che si aggirano nell'Osservatorio di La Silla, in Cile. Il regista McAlpine accompagna gli animali attraverso la struttura con una macchina da presa posizionata quasi a livello del suolo, e li accoppia visivamente al cielo stellato che l'osservatorio è costruito per guardare. È il cortometraggio più breve in gara, il più leggero per tono, e quello che più chiaramente non appartiene alla stessa famiglia degli altri quattro candidati. Per questo motivo è probabile che non vinca. Ma è anche, nella sua semplicità spiazzante, uno dei film più originali dell'intera stagione: un documento sulla curiosità degli animali e sulla solitudine delle grandi strutture scientifiche, che dice qualcosa di discretamente bello sull'essere vivi senza mai alzare la voce.














































































































