
Il destino del cane Argo in "Odissea" (e perché il suo ruolo è così importante)
Senza paura di essere smentiti possiamo affermare con assoluta fermezza che Argo, il fedele cane di Ulisse descritto nell'Odissea, è una delle figure più importanti della letteratura occidentale. In greco antico, Àrgos, significa "rapido", "veloce" o "lucente". Un nome molto comune dato ai cani da caccia nell'antica Grecia per indicare la velocità dell'animale. Nel film di Christopher Nolan ci viene mostrato, in un flashback, il momento in cui il re di Itaca lo sceglie in una cucciolata e lo addestra personalmente prima di partire per la guerra di Troia. Un cane divenuto celebre per la sua forza, la sua agilità e l'abilità infallibile nel tracciare qualsiasi preda nei boschi presenti sull'isola.
Un punto di riferimento temporale
Quando Ulisse parte alla volta di Troia, Argo è ancora un giovanissimo cane nel pieno del suo vigore. Al suo ritorno ha 20 anni. Un'età ben superiore a quella che un cane dovrebbe raggiungere, come sottolinea lo stesso Eumeo (John Leguizamo) nel corso del film. Ma Argo si rifiuta di morire finché non rivedrà il suo amato padrone fare ritorno a casa. Il simbolo della testardaggine di chi non si arrende.
Dopo la partenza dell'eroe acheo, infatti, l'animale vive un lungo declino. Trascurato dai servi, scacciato e lasciato in disparte, il cane è l'emblema della devozione più pura e disinteressata. Se Penelope tutte le sere disfa la sua tela per non darla vinta ai Proci, Argo non è da meno: trascorre quel lungo tempo da solo, sorretto unicamente dalla speranza di riabbracciare il padrone.

La crudeltà dei Proci
Odissea di Christopher Nolan pone molto l'accento sulla totale assenza di rispetto che i Proci nutrono per Ulisse. Il loro obiettivo è insediarsi sul trono, convincendo Penelope a sposare uno di loro. Totalmente non curanti della Legge di Zeus - che obbliga l'ospitante a prendersi cura dell'ospite in qualsiasi circostanza, ma anche a far sì che quest'ultimo rispetti la casa e il suo padrone -, i Proci si atteggiano come i veri padroni di Itaca. Un abuso totale dell'accoglienza offerta loro dalla casa di Ulisse che li porta a dettare legge. Spavaldi, volgari, violenti. Il gruppo di uomini tratta il fedele servitore del re, Eumeo, come feccia.
Un trattamento che riservano anche ad Argo. In una sequenza Antinoo (Robert Pattinson) lo fa cacciare dal palazzo, confinandolo su un cumulo di letame di buoi e mul. Un gesto che sottolinea ancora una volta la totale mancanza di rispetto nei confronti della memoria di Ulisse nella sua stessa casa. Inoltre, le sue condizioni fisiche – magro, cieco, ricoperto di zecche - riflettono lo stato del regno di Itaca. Un tempo forte, nobile e vigoroso, ora ridotto in miseria e sfacelo a causa dell'assenza del re e dell'arroganza dei Proci.

La spinta per il viaggio di Telemaco
Il gesto violento di Antinoo, a capo dei Proci, nei confronti di Argo è per il figlio del re di Itaca Telemaco (Tom Holland), la goccia che fa traboccare il vaso. Fingendo di andare a trovare suo nonno nell'entroterra dell'isola, il giovane uomo parte in realtà alla volta di Sparta per incontrare Menelao. Un viaggio intrapreso nella speranza di ottenere notizie preziose sul destino del padre che ha visto l'ultima volta quando era ancora in fasce.
Una mancanza che ha segnato tutta la sua vita e che ha cercato di riempire attraverso i racconti e i ricordi di chi lo aveva conosciuto. Proprio alla corte del re di Sparta viene a conoscenza dei dettagli relativi allo stratagemma del Cavallo di Troia e della presa della città che non aveva mai sentito da chi aveva realmente vissuto la guerra al fianco del padre. Tutto questo innescato dal trattamento subito da Argo.
Argo è il primo a riconoscere Ulisse
Dopo aver visitato l'Ade e aver incontrato Agamennone che gli confida di essere stato ucciso dalla moglie Clitennestra al suo ritorno da Troia, Ulisse rimette piede a Itaca sotto le false sembianze di un mendicante. L'uomo incontra sia Eumeo che Telemaco, entrambi gentili e ospitali con lui, ma ignari della sua vera identità. Il primo a riconoscere – e a rivelare – Ulisse è proprio Argo. Ormai stremato, sdraiato sul letame, senza più forze, il cane riesce solo a scodinzolare e abbassare le orecchie quando capisce che quell'uomo altri non è che il suo amato padrone a lungo atteso.
L'eroe acheo, dal canto suo, lo accarezza prima che l'animale si lasci finalmente andare. Quando dice a Telemaco di seppellirlo nel luogo in cui lo aveva incontrato da cucciolo, suo figlio si rende conto che quel vecchio mendicante è in realtà suo padre. Quello della perdita di Argo è l'unico momento nel poema omerico, racchiuso nei versi 290-327 del Libro XVII, in cui Ulisse versa una lacrima.

La morte di Argo è il preludio alla fine
Quando il re di Itaca vede lo stato in cui è stato abbandonato il suo fedele cane ha un primo faccia a faccia con ciò che i Proci hanno fatto del suo regno. La dipartita di Argo segna l'inizio dell'atto finale, quello della “vendetta totale”. Un processo di riconquista della sua casa e della sua identità che passa attraverso lo scontro diretto con gli uomini che per 20 lunghi anni hanno provato a insediarsi sul suo trono.
Così, dopo aver svelato la sua vera identità ad Antinoo e agli altri deturpatori grazie alla prova dell'arco, inizia uno scontro violento che culmina con la sua vittoria. La stessa che permette a suo figlio di succedergli e a Ulisse e Penelope di ricongiungersi e partire in esilio, finalmente di nuovo insieme.






















