
Chi (o cosa) è il mostro marino in "Odissea"?
Nel lungo e travagliato viaggio verso Itaca intrapreso da Ulisse all'indomani della fine della guerra di Troia, sono moltissime le creature, gli dei e i mostri incontrati dall'eroe acheo sul suo cammino. Alcuni di questi hanno connotazioni positive, altri — la maggior parte — rappresentano gli ostacoli che l'uomo deve affrontare per (ri)trovare la sua identità: metafore delle paure da esorcizzare e delle sfide da vincere per poter rimettere piede nel suo regno. Molti di questi elementi sono stati inclusi da Christopher Nolan in Odissea, la sua trasposizione del poema omerico di tremila anni fa. Tra di loro anche Scilla e Cariddi, le due terribili creature che vivono sulle sponde opposte di quello che nella tradizione è identificato come lo Stretto di Messina.
Su JustWatch abbiamo pensato a un approfondimento che spieghi chi (o cosa) sia la minaccia marina che Ulisse e i suoi uomini devono fronteggiare.
Le origini del mostro e il consiglio di Circe
Citato nel Canto XII dell'Odissea, Cariddi non è un semplice ostacolo, ma la personificazione stessa del mare che inghiotte e distrugge qualsiasi imbarcazione e ciò che trasporta, senza possibilità di salvezza alcuna. Una presenza antropomorfa che si presenta come un gigantesco gorgo in grado di risucchiare e rigettare le acque dello Stretto tre volte al giorno. Un vortice nero e implacabile di fronte al quale si staglia Scilla, un mostro a sei teste che divora i malcapitati in quel lembo di mare. Una vicinanza che dà vita a un passaggio apparentemente fatale e senza via d'uscita.
La mitologia ci racconta che, prima di assumere le sembianze narrate da Omero, Cariddi era una naiade figlia di Poseidone e Gea. Una ninfa dedita alle rapine e celebre per la sua voracità, così insaziabile da rubare a Eracle i buoi di Gerione per cibarsene. Un'azione che scatenò la furia di Zeus che, per punirla, la fulminò facendola cadere in acqua e trasformandola in un mostro dalla bocca gigantesca con varie file di denti.
Nel film di Nolan, dopo essere riuscito a convincere la maga Circe a far riavere ai suoi compagni le sembianze umane (li aveva trasformati in maiali), la donna spiega al re di Itaca che, prima di tornare a casa, deve superare lo stretto di Scilla e Cariddi. Lo invita, inoltre, a passare dalla parte di Scilla, così da perdere solo un certo numero di marinai ma salvare se stesso, l’imbarcazione e il resto della flotta.
Una scelta complessa e tragica. Ulisse è consapevole che, qualsiasi cosa faccia, perderà degli uomini; ma, da leader qual è, deve prendere una decisione quanto più lucida possibile. Per questo opta per “il male minore”: Scilla prenderà solo sei dei suoi uomini (uno per ognuna delle sue teste), mentre Cariddi inghiottirà tutto e tutti, re di Itaca compreso, senza lasciare superstiti. Così, costeggiando Scilla, l'eroe assiste impotente alla morte dei suoi rematori più valorosi, ma si lascia alle spalle la furia inesauribile di Cariddi.
Per un'amara ironia della sorte, sempre nel corso del Libro XII dell'Odissea, Ulisse si ritroverà nuovamente faccia a faccia con l'insidia marina: Zeus distrugge la sua nave come punizione perché i suoi compagni hanno ucciso i buoi del Sole Iperione. Omero ci racconta di un Ulisse solo, aggrappato ai resti della chiglia mentre la corrente lo spinge verso il gorgo. Per non essere risucchiato, l'uomo si aggrappa ai rami del fico che sporge dallo scoglio. Se ne rimane lì, faticosamente sospeso nel vuoto, finché Cariddi non rigetta l'albero e la chiglia che gli permettono di mettersi in salvo. Potrà così riprendere il viaggio che lo condurrà fino all'isola di Ogigia, dove incontrerà la ninfa Calipso con la quale trascorrerà sette lunghi anni prima di tornare a Itaca.
Ancora oggi “ritrovarsi tra Scilla e Cariddi” significa essere in una situazione di stallo tra due opzioni ugualmente pericolose. Un'immobilità metaforica che comporta una scelta spesso “impossibile” e dietro la quale si cela un sacrificio pagato a caro prezzo. Ma il vortice inesauribile di Cariddi è anche il simbolo della punizione divina contro l'avidità e l'arroganza dell'essere umano.











