
Nicolas Cage ha ragione: “Ghost Rider - Spirito di Vendetta” è invecchiato meglio di quanto pensiamo!
Con Ryan Gosling pronto a infilarsi negli stivali fiammeggianti del nuovo Ghost Rider (2028) del MCU, presumibilmente nei panni di Johnny Blaze, dato che l'incarnazione di Robbie Reyes era già apparsa sul piccolo schermo grazie a Gabriel Luna in Agents of S.H.I.E.L.D. (2013-2020), è il momento perfetto per tornare sui due film che Nicolas Cage ha dedicato al personaggio. In particolare il secondo capitolo, Ghost Rider - Spirito di Vendetta (2011), resta probabilmente il titolo più sottovalutato dell'intera era Marvel precedente all'MCU, un film che il tempo sembra aver trattato molto meglio di quanto la critica dell'epoca fosse disposta a concedergli.
Perché “Spirito di Vendetta” fu considerato un fallimento?

Uscito nel 2011 negli Stati Uniti e diretto dal duo Mark Neveldine e Brian Taylor, il sequel di Ghost Rider (2007) arrivò con un budget di circa 57 milioni di dollari, sensibilmente inferiore rispetto ai 110 del primo film, e incassò globalmente tra i 132 e i 150 milioni, un risultato solido sul piano commerciale ma accompagnato da un'accoglienza critica ancora più fredda di quella riservata al capitolo originale. Le stroncature si concentrarono soprattutto sulla sceneggiatura sbrindellata, sugli effetti speciali disomogenei e su un tono percepito come confuso, elementi che finirono per etichettare il film come un tentativo maldestro di rilanciare un franchise già claudicante.
Lo “stile Crank” applicato a un supereroe in fiamme
Quello che all'epoca sembrò un difetto, oggi appare piuttosto come una scelta stilistica coraggiosa, mal digerita da un pubblico mainstream abituato a un altro tipo di ritmo. Neveldine e Taylor portarono dentro l'universo di Ghost Rider lo stesso linguaggio iperattivo e nervoso che aveva reso celebri i loro film Crank (2006) e Crank: High Voltage (2009), fatto di montaggio serrato, inquadrature aggressive e una messa in scena costruita per far percepire fisicamente la sensazione di trasformarsi in un pazzo scatenato su una moto in fiamme con un teschio ardente al posto della testa, piuttosto che limitarsi a mostrarne semplicemente l'estetica come aveva fatto il primo film. Lo stesso tipo di equivoco critico accompagnò, tre anni prima, Speed Racer (2008) delle sorelle Wachowski, un'opera altrettanto fraintesa al momento dell'uscita e oggi rivalutata proprio per quella sua natura visivamente estrema e sopra le righe, capace di trasformare l'eccesso stilistico in un linguaggio autonomo piuttosto che in un semplice difetto di regia.
Cosa ne pensa lo stesso Nicolas Cage?
Nicolas Cage non ha mai fatto mistero di considerare questi film più interessanti di quanto il loro esito commerciale abbia suggerito. In una retrospettiva sulla propria carriera concessa a Yahoo nel 2018, l'attore ha spiegato che il problema di fondo fu proprio la classificazione PG-13 applicata a una storia il cui protagonista ha venduto letteralmente l'anima al diavolo, una scelta che secondo lui compresse fin dall'inizio il potenziale commerciale e creativo del progetto. Cage si è spinto oltre, ipotizzando che un adattamento in versione vietata ai minori, sulla scia di quanto Deadpool (2016) avrebbe poi dimostrato possibile, avrebbe probabilmente garantito al personaggio un successo molto più ampio, pur ribadendo che considerare questi film dei fallimenti significa ignorare gli introiti arrivati da DVD e altri canali secondari oltre al solo box office cinematografico. Parlando specificamente del lavoro di Neveldine e Taylor sul budget ridotto del sequel, ha osservato che se si guardano oggi questi film a distanza di anni, in realtà reggono bene il passare del tempo.
Perché oggi, con Gosling in arrivo, vale la pena rivalutarlo

Con un nuovo Ghost Rider all'orizzonte, verosimilmente libero dai vincoli commerciali che secondo lo stesso Cage avevano limitato le due pellicole precedenti, il momento sembra maturo per restituire a Spirito di Vendetta la lettura che merita, non un cash grab mal riuscito ma un esperimento stilistico arrivato con qualche anno di anticipo rispetto ai tempi, che anticipava proprio quel tipo di rischio autoriale e di libertà tonale che il genere supereroistico avrebbe abbracciato pienamente solo diversi anni più tardi.













