
“Monster: La storia Lizzie Borden”, una stagione “sulla rabbia femminile e la repressione sociale”
“Ero spaventata a morte, ma ho cercato di farlo nonostante la paura. Ero al settimo cielo, ma mi chiedevo anche come ci sarei riuscita. Iniziare a lavorarci prima ancora della pre-produzione mi ha aiutato molto: capire come cammina questa persona, come ascolta, come respira, cosa sogna. Erano tutti elementi intangibili che mi facevano sentire più sicura”. Ella Beatty, figlia di due leggende di Hollywood come Annette Bening e Warren Beatty, si è trovata di fronte a una sfida importante per i suoi 26 anni. È lei l'attrice scelta per interpretare la prima donna “mostro” della serie antologica targata Netflix creata da Ryan Murphy e Ian Brennan che torna dal 17 settembre per una quarta stagione.
Dopo Jeffrey Dahmer (2022), i fratelli Menendez (2024) ed Ed Gein (2025), è ora il turno di Monster: La storia Lizzie Borden. Un totale di otto episodi diretti da Max Winkler e Sarah Adina Smith ambientati nel New England sul finire del XIX secolo e incentrati su Lizzie Borden, sospettata dell'omicidio a colpi d'ascia del padre Andrew Jackson Borden (Charlie Hunnam) e della matrigna Abby Borden (Rebecca Hall). Un crimine avvenuto nel 1892 a Fall River, Massachusetts, - per il quale fu processata e prosciolta - che non si limitò a sconvolgere il mondo, ma diede vita a un'icona che rifiutò di vivere imprigionata in una gabbia, scegliendo invece di plasmare la propria leggenda: scioccante, mostruosa e gloriosamente libera.
Tra ricerca e inventiva

La protagonista della serie si è trasformata negli anni in una figura ai limiti del leggendario nella cultura popolare statunitense. Spontaneo quindi domandarsi che tipo di ricerca sia stata fatta dagli interpreti per calarsi nei panni dei loro personaggi. “Ho letto un libro meraviglioso intitolato The Trial of Lizzie Borden, pieno di grandi informazioni sulla sua vita e sulla rete di persone intorno a lei”, racconta Beatty che era già comparsa in un'altra creazione di Ryan Murphy, Feud: Capote vs. the Swans (2024).
“Ma fin da subito ho deciso quanta parte del personaggio che il pubblico avrebbe visto nello show sarebbe stata basata su fatti reali e quanta sarebbe stata una nostra creazione basata sulla pagina scritta”, prosegue l'attrice. “Ho fatto delle ricerche, ma sentivo anche che stavamo costruendo qualcuno di nuovo. Ho lavorato un po' con l'insegnante di movimento Julia Crockett per tradurre i fatti della sua vita in una fisicità, una postura e un modo di muoversi ed esistere. È da lì che ho iniziato, ma ciò che c'era nella sceneggiatura era la cosa più importante da portare in vita”.
“Non ho fatto assolutamente nulla, nemmeno un briciolo di ricerca”, le fa eco Rebecca Hall. “Ma non l'ho fatto per pigrizia. Sentivo che il personaggio fosse una sorta di invenzione autonoma e volevo modellarla a modo mio. Volevo la libertà di diventare un po' pazza, strana e renderla un personaggio unico. Questo perché quando interpreti una persona reale penso si tratti comunque di finzione, nonostante sia basata sulla realtà. Come interprete devi portare una parte di te stesso in qualsiasi ruolo, non puoi evitarlo. In passato ho interpretato persone reali rimanendo molto più fedele, ma in questo caso non c'era quasi nulla da cui attingere”.
“Ho passato un paio di giorni a leggere le limitate informazioni su Internet riguardo ad Andrew”, afferma Charlie Hunnam. “Ma Ian e Ryan, vanno così a fondo nella ricerca per poi decidere cosa sarà rilevante per la storia, colmando i vuoti con la loro brillante inventiva. Sentivo che era già tutto sulla pagina. La maggior parte di ciò di cui avevo bisogno per iniziare a creare ciò che mi entusiasmava di Andrew Borden era già lì”.
L'ambiguità storica e il messaggio al centro della serie

Alla fine del processo Lizzie Borden venne assolta senza che si riuscisse realmente a capire cosa fosse successo nella casa di famiglia in cui si consumò la mattanza. Un'ambiguità che creatori e sceneggiatori hanno sfruttato in fase di scrittura. “Anche se fosse stata condannata, non avremmo comunque saputo cosa sia successo davvero”, riflette l'ideatore, sceneggiatore e produttore esecutivo Ian Brennan.
“La vicenda che viene fuori in qualsiasi direzione è pur sempre un racconto. Può basarsi sui fatti, ma non conosci del tutto il suo percorso”, continua. “Personalmente penso che sia stata lei a commettere gli omicidi. Con uno show come questo devi guardare cosa c'è negli atti pubblici e, come sceneggiatore e creatore, è tua responsabilità prendere una decisione. Per me era chiarissimo. Potrei sbagliarmi, ma è decisamente ciò che penso. Anche se nello show mostriamo tutte le varie possibilità di ciò che potrebbe essere accaduto”.
“Fin da subito sapevamo di cosa volevamo trattasse lo show: non solo di Lizzie Borden, ma del legame tra di lei e altre donne della storia rinchiuse in gabbie”, aggiunge il regista Max Winkler. “Volevamo mostrare cosa succede alle persone dopo anni e anni di oppressione. Ovvero che quasi sempre reagiscono. Sapevamo fin dal principio come avremmo concluso lo show; l'ultima immagine è fortemente connessa alla prima. E il finale rappresenta la nostra interpretazione di Lizzie Borden e di ciò che ha significato per la storia”.
“Si sentono spesso filastrocche su di lei, ma raramente si esplora la persona e ciò che l'ha portata a diventare una leggenda. Era un essere umano con qualità buone e cattive. Ma la storia parla soprattutto di rabbia femminile. La gente dimentica che le donne non hanno potuto votare fino al 1920. Non è così tanto tempo fa. Ciò che Ian e Ryan hanno creato nell'ultimo episodio è un modo per far sì che la vita di Lizzie significasse qualcosa nella storia che volevamo raccontare”.
Repressione sociale e rabbia
La storia raccontata in questa stagione intreccia la vita di Lizzie a quella di Aileen Wuornos ed Erzsébet Báthory: tre donne, tre secoli diversi, ma la stessa rabbia di fondo. “A legarle è la repressione sociale”, riflette Brennan. “Il filo conduttore sono donne intrappolate. La loro è una rabbia palpabile, spaventosa e reale. Era un tema poco rappresentato che ci ha entusiasmato molto non appena lo abbiamo individuato. Ha reso la serie più viscerale e ci ha permesso di immedesimarci in tutte e tre queste donne, a prescindere da ciò che fanno, perché si comprende da dove proviene ciò che provano”.
“C'è questa idealizzazione della donna come madre perfetta, custode della casa e figura rassicurante”, aggiunge Winkler. “Non la si guarda come un essere umano completo che prova tutte le emozioni dell'altro sesso. Quando una donna agisce con violenza, rompe le idee fondamentali su cui la società si basa, ed è questo che lo rende un tema ancora così tabù e spaventoso”.
“Penso che le persone siano interessate alla psicologia che spinge alla violenza”, conclude Beatty, riflettendo sulla fascinazione per il true crime da parte del pubblico. “Le donne spesso uccidono per motivi diversi rispetto agli uomini. La femminilità e la violenza non sono due concetti che la gente associa facilmente, ed è proprio questo contrasto a rendere la questione interessante”.







