
Da “Hill House” a “Carrie”: tutte le serie TV di Mike Flanagan in ordine d'uscita
Il 7 ottobre arriva su Prime Video Carrie, la reinterpretazione in otto episodi del romanzo d'esordio di Stephen King firmata da Mike Flanagan, l’autore che meglio ha compreso la poetica di King facendola rivivere tanto sul piccolo quando sul grande schermo. A tenere insieme la produzione di Flanagan non è tanto il genere quanto la famiglia, nel vero senso del termine; attori come Kate Siegel, sua moglie nella vita reale, Henry Thomas, Carla Gugino, Rahul Kohli, T'Nia Miller e Samantha Sloyan tornano film dopo film, serie dopo serie, cambiando ruolo ma restando sempre riconoscibili, quasi una compagnia teatrale fissa che si sposta di casa infestata in casa infestata.
Il suo stile si riconosce fin dalla scrittura, fatta di monologhi lunghissimi, quasi teatrali, e un ritmo che non cede mai al mero e facile spavento ma predilige una tensione costruita con lentezza e minuzia, spesso disseminando fantasmi nascosti dentro l'inquadratura, visibili solo a una seconda visione più attenta.
Ma il vero filo conduttore tra le sue opere è per lo più di natura tematica: ogni sua serie utilizza l'orrore per parlare di lutto non elaborato, di fede che scivola nel fanatismo, di dipendenza e recupero, temi che Flanagan attinge apertamente dalla propria biografia.
Vista l’uscita di Carrie, che segna l’inizio della sua collaborazione con Amazon e la fine del rapporto con Netflix, quale occasione migliore per ripercorrere l'intera produzione seriale di uno degli autori che più di ogni altro ha ridefinito l'horror televisivo dell'ultimo decennio?
Debutto seriale di Flanagan per Netflix, liberamente ispirato al romanzo di Shirley Jackson, The Haunting of Hill House (2018) trasforma la casa del titolo in una metafora tanto letterale quanto devastante del lutto familiare mai elaborato. I cinque fratelli Crain, segnati da un trauma d'infanzia condiviso nella villa in cui sono cresciuti, si ritrovano da adulti incapaci di comunicare, di fidarsi gli uni degli altri, ciascuno prigioniero di una propria forma di ossessione, dipendenza o negazione, rievocando l’esatto modo in cui restavano intrappolati da bambini dentro quelle stanze infestate.
La serie non si concentra tanto sui fantasmi quanto sul come la famiglia tenda a costruirne, spesso inconsapevolmente, per sfuggire alla realtà, infestando così la propria abitazione a livello emotivo e tramandandosi, di generazione in generazione, traumi mai davvero affrontati, almeno fino a quando non ci sia qualcuno capace di trovare finalmente il coraggio di esorcizzare quell’ambiente, varcando la sua soglia e spezzandone la maledizione.
Se Hill House parlava di lutto, The Haunting of Bly Manor (2020), sempre liberamente tratto da un celebre racconto – questa volta di Henry James – sposta il baricentro tematico sulla memoria e sulla natura stessa dell'amore, raccontando come essere davvero amati da qualcuno possa somigliare, in fondo, a una forma di possessione.
La storia della giovane governante Dani e dei fantasmi che popolano la tenuta inglese in cui presta servizio si trasforma in una tragica storia d'amore in cui dimenticare, più che ricordare, diventa un atto di misericordia necessario per sopravvivere.
Più che per spaventare, Mike Flanagan qui usa il genere ghost story per interrogarsi su cosa resti di una persona dopo la morte, e su quanto la memoria di chi amiamo possa finire per divorarci esattamente come farebbe uno spirito vendicativo.
Progetto più personale e a lungo inseguito da Flanagan, Midnight Mass (2021) usa l'arrivo di un carismatico sacerdote in una piccola comunità di pescatori isolata per raccontare il confine sottilissimo tra fede autentica e fanatismo religioso, tra miracolo e manipolazione di massa.
Al centro della storia c'è anche Riley, un uomo in recupero da alcolismo dopo aver ucciso qualcuno alla guida in stato di ebbrezza, un personaggio in cui Flanagan ha riversato apertamente la propria esperienza personale di dipendenza e redenzione.
Il vampirismo, qui, di ispirazione kinghiana tanto che l’associazione con Salem’s Lot è quasi inevitabile, si fa strumento letterale per raccontare quanto una comunità intera sia disposta a chiudere gli occhi di fronte all'evidenza pur di continuare a credere in qualcosa capace di dare senso al proprio dolore.
Tratta dai romanzi di Christopher Pike, The Midnight Club (2022) segue un gruppo di adolescenti malati terminali ospitati in un hospice, che ogni notte si riuniscono per raccontarsi storie di fantasmi.
Più orientata a un pubblico young adult rispetto al resto della produzione di Flanagan, la serie usa comunque l'atto stesso di narrare storie horror come strumento catartico per affrontare la paura della morte, trasformando l'invenzione condivisa in un modo per riprendersi un minimo di controllo su un destino altrimenti ineluttabile.
Purtroppo cancellata dopo una sola stagione con un finale terribilmente in sospeso, è forse l'opera meno personale del regista, probabilmente usata più come intermezzo durante la produzione di The Fall of the House of Usher (2023), ma non per questo priva di momenti toccanti sul valore della comunità di fronte alla fine.
Ultima serie prodotta per Netflix prima del passaggio ad Amazon, The Fall of the House of Usher (2023) riscrive l'universo di Edgar Allan Poe per costruire una feroce critica alla dinastia farmaceutica corrotta di Roderick Usher, i cui eredi viziati muoiono uno dopo l'altro in modi sempre più simbolici – riprendendo alcuni dei più iconici racconti del terrore di Poe – in un chiaro rimando allo scandalo reale della crisi degli oppioidi americana.
Più che di un singolo lutto familiare, qui Flanagan parla di un peccato ereditato collettivamente, quello dell'avidità capace di corrompere ogni generazione successiva, trasformando la maledizione letteraria della casa Usher in un atto d'accusa politico contro un intero sistema economico costruito sullo sfruttamento della sofferenza altrui.
Con Carrie (2026), Flanagan affronta per la prima volta un adattamento seriale del romanzo d'esordio di Stephen King, portando Carrie White in un liceo contemporaneo in una reinvenzione che lo stesso showrunner promette sorprendente rispetto alle versioni cinematografiche già note al pubblico.
Oltre a questo non sappiamo ancora molto, sulla carta, però, i temi sono gli stessi di sempre: il fanatismo religioso della madre di Carrie, il bullismo come violenza collettiva, la repressione che esplode in tragedia; territori noti a Flanagan fin troppo bene per non renderli, ancora una volta, profondamente suoi.
A differenza però delle serie Netflix, di cui aveva diretto quasi ogni episodio, Mike Flanagan qui firma la regia solo del primo capitolo, lasciando il resto della stagione ad altre mani.





















