
I 10 migliori film Western italiani di tutti i tempi
“Give me a Leone” (trad. “Dammi un Leone”). Queste sono le famose quattro parole pronunciate da Quentin Tarantino innumerevoli volte sui set dei suoi film. Quando il genio de Le iene (1992) e di Django Unchained (2012) ti chiede un Leone, intende un primo piano degli occhi che esprima tutto il pathos della scena. Questo tipo di inquadratura porta il nome del regista numero uno dei western all’italiana proprio per il grande e iconico utilizzo che ne ha fatto nei suoi capolavori.
Anche noti come spaghetti western, questi titoli sono spopolati negli anni ‘60 e ‘70 riportando in auge i film con i cowboy. Rispetto all’età d’oro dei western a stelle e strisce come Mezzogiorno di Fuoco (1952) e Sentieri selvaggi (1956), i corrispettivi nostrani hanno completamente distrutto tutti gli stilemi del genere. Il revisionismo degli spaghetti western ha abolito qualsiasi traccia di moralità nelle storie, presentandoci personaggi ambigui o veri e propri antieroi.
A sessant’anni dal titolo che più ha rappresentato questo filone di film, che trovate alla posizione numero uno, questa lista passa in rassegna i 10 migliori film Western italiani di tutti i tempi.
I giorni dell'ira non poteva mancare da questa lista per svariati motivi. Prima di tutto, c’è Lee Van Cleef, una faccia talmente riconoscibile e sopraffina per questo genere di film che da sola vale il biglietto. Altro punto di forza imprescindibile è la magnifica colonna sonora di Riz Ortolani, uno dei compositori più sublimi del panorama italiano di quei tempi. E come Ennio Morricone ci ha insegnato, la colonna sonora è metà film western. I giorni dell'ira (1967) è anche un trattato sulla psicologia del west, improntata non tanto sull’onore ma sulla legge del più forte. Forse la parte centrale potrebbe fiaccare qualche spettatore, ergo la decima posizione, ma ringrazierete voi stessi di essere rimasti per l’epilogo del film.
Diretto da uno dei re indiscussi del cinema italiano di genere, Keoma di Enzo G. Castellari è una visione fondamentale per chi ama il genere. Come per I giorni dell'ira (1967), questo cult ha dalla sua un protagonista sensazionale e iconico come Franco Nero. Pensate che l’attore è presente in ben quattro film della lista. Il film è brillante per il tono epico e la durezza con la quale decide di affrontare la storia. Keoma (1976) è anche una grande scuola di cinema quando si tratta di duelli all’ultimo colpo. La maestria con la quale Castellari compone le scene delle sparatorie e le enfatizza con il rallentatore è impareggiabile. Forse, questo film vive di formule già viste in film precedenti ed è per questo che si ferma al nono posto. Tuttavia, una volta visto non potrete non schiacciare play un’altra volta.
Gli spaghetti western non hanno spinto l'acceleratore solamente in fatto di violenza e amoralità. Anche se impregnato di cinismo, un lato comico è sempre emerso da molte di queste pellicole. Lo chiamavano Trinità… va oltre, portando sullo schermo una vera e propria commedia, anche se ambientata nel Far West. La coppia Bud Spencer e Terrence Hill è formidabile anche prima di aprire bocca, con le loro fisicità differenti che ricordano Stanlio e Olio. Lo chiamavano Trinità... (1970) si posiziona all’ottavo posto proprio perché gli amanti dei western più furiosi non riconosceranno il genere in questo film. Tuttavia, la decisione di buttarsi completamente nella commedia doveva essere premiata con una posizione nella lista.
Quién sabe? è uno degli esempi più fulgidi di Zapata western, quelle pellicole spaghetti western ambientate durante la Rivoluzione Messicana. Essendo una gamma di spaghetti western, potremmo definirlo come sottogenere di un sottogenere. Come avrete già capito dai film precedenti, uno degli aspetti imprescindibili del western all’italiana sono gli attori principali. I loro volti, ancora prima di proferire parola, devono già descrivere il temperamento e gli atteggiamenti dei personaggi. Qui troviamo il magnifico Gian Maria Volonté e l’istrionico Klaus Kinski che bucano lo schermo. Se il ritmo cala a tratti, relegando Quién sabe? (1967) al settimo posto, il mix perfetto tra politica e sparatorie offre uno spunto in più a un film già molto coinvolgente.
Altro film con Franco Nero e altro Zapata western. Vamos a matar, compañeros introduce il regista più conosciuto degli spaghetti western dopo Sergio Leone, ovvero il maestro Sergio Corbucci. Con una colonna sonora magnifica di Morricone e prove magistrali del duo Franco Nero-Tomas Milian, il film vive delle sue atmosfere tanto quanto della chimica tra i due protagonisti. Vamos a matar, compañeros (1970) potrà anche avere delle pecche, tra cui una trama già vista, che non lo fa andare oltre il sesto posto. Tuttavia, la regia di Corbucci nelle scene d’azione rimane uno spettacolo per gli occhi che non può essere tralasciato per nulla al mondo.
Tutta l’aura di Franco Nero è cominciata con Django, film a cui si è ispirato il già citato Tarantino. Non a caso, quando Jamie Foxx ricorda a Nero che la “D” di Django è muta, l’uomo risponde lapidariamente: “Lo so”. Uno dei capolavori di Corbucci, la pellicola è passata alla storia per scelte incredibili e folgoranti. Dall’onnipresente fango alla bara trascinata dal protagonista senza alcuna apparente spiegazione, Django (1966) incarna il volto più sporco e cupo del sottogenere tricolore. Con un finale da storia del cinema e l’ennesima colonna sonora da urlo, questo classico si ferma al quinto posto per un solo motivo: non dura abbastanza.
Ci sarà un motivo se Sergio Leone compare tre volte nella lista e il suo primo film si posiziona al quarto posto. Avrei potuto optare per uno dei primi due capitoli della Trilogia del dollaro, ma Giù la testa rimane uno dei film meno elogiati del maestro romano. Come per Quién sabe? (1967) e Vamos a matar, compañeros (1970), ci troviamo di fronte a uno Zapata western dove politica e pistoleros si fondono in un tutt'uno. La matrice spaghetti è ben visibile, anche se questa volta Leone sceglie la via della disillusione e del cinismo pur mantenendo lo sguardo epico che lo ha contraddistinto. Dal montaggio sulle diverse condizioni sociali alle celeberrime musiche di Morricone, Giù la testa (1971) non poteva non sfiorare il podio.
Prima di ritornare in pieno clima leoniano, alla terza posizione troviamo l’altro capolavoro indiscusso di Sergio Corbucci. Il grande silenzio si guadagna la terza posizione per il suo tono a dir poco dark e per un’ambientazione innevata che si discosta completamente dai terreni torridi dello spaghetti western. Ciò che non cambia è la visione completamente avulsa da ogni tipo di moralità e un’allegoria politica sulla natura brutale e violenta del capitalismo che mantiene viva la miscela già vista negli Zapata western. Il grande silenzio (1968) è una pietra miliare del genere western, degli spaghetti western e dei film politici, oltre a essere un film che intrattiene dal primo all’ultimo minuto.
C'era una volta il West è uno dei film più poetici e brutali di Sergio Leone. Il suo cinema è ormai completamente maturo e il western con Claudia Cardinale, Charles Bronson e Henry Fonda ne è la prova. Con una messa in scena micidiale, il film è dotato di molteplici sequenze immortali che si susseguono per tutta la sua durata. Complice anche della musica malinconica di Morricone, C'era una volta il West (1968) raggiunge un livello emozionale mai visto prima in una pellicola di Leone. Ciliegina sulla torta, il villain interpretato da Henry Fonda è uno dei cowboy più spietati mai apparsi sul grande schermo. Penso ci sia poco altro da dire su questo capolavoro da vedere e rivedere ogni anno.
Quando si parla di western italiani, Il buono, il brutto, il cattivo è sulla bocca di tutti per ovvie ragioni. La punta di diamante di Sergio Leone è la coronazione del contributo del sottogenere tricolore ai film con i cowboy. Il cinismo e i comportamenti completamente amorali dei protagonisti vengono smorzati da accenni di commedia nerissima. Se a ciò aggiungete uno dei finali più mozzafiato di sempre, duelli micidiali all’ultimo colpo di Smith & Wesson e la mano sapiente del regista che crea opere d’arte a ogni inquadratura, la prima posizione è scontata quanto imprescindibile. Il buono, il brutto, il cattivo (1966) è il cinema italiano western all’ennesima potenza.
































