
Le 10 migliori serie TV di sempre: parlano i numeri (e dicono cose interessanti)
Se, come immaginiamo, siete appassionati di serialità quanto lo siamo noi, già saprete che in rete circola da tempo una classifica delle migliori serie TV di sempre costruita aggregando i punteggi di IMDb, Rotten Tomatoes, Metacritic, voti del pubblico e voti della critica, fino ad arrivare a un singolo numero comparabile per ogni titolo. Le prime dieci posizioni mettono d'accordo praticamente tutti gli aggregatori, e il risultato è interessante perché si tratta di una di quelle rare classifiche in cui critici e pubblico convergono sugli stessi titoli, spesso con punteggi vicinissimi tra loro.
Prima di scorrere la classifica, però, vale la pena fermarsi un secondo a guardare cosa dicono i numeri quando li si guarda tutti insieme. Sette delle dieci serie sono drammi americani, due sono produzioni britanniche, una è una coproduzione. Nessuna serie italiana, nessuna serie europea continentale, nessuna serie asiatica, nessuna commedia, nessuna animazione. Il genere dominante è il crime drama declinato in tutte le sue forme, dal narcotraffico alla mafia italoamericana o alla criminalità organizzata di Birmingham. I protagonisti sono quasi tutti uomini bianchi tormentati. Significa che queste serie non meritano la classifica? No, sono tutte capolavori riconosciuti. Significa che la classifica racconta anche un bias culturale di chi vota su queste piattaforme, ed è giusto tenerlo presente. Ecco le dieci serie partendo dal decimo posto e risalendo fino alla numero uno, con qualche ragionamento su cosa funziona ancora oggi e su cosa, in alcuni casi, è invecchiato meno bene.
Peaky Blinders è una di quelle serie che hanno cambiato la grammatica visiva della televisione contemporanea senza che ce ne accorgessimo subito. Quando Steven Knight decide di mettere Nick Cave sopra la Birmingham post-Somme del 1919, sta inventando un linguaggio che non c'era e che da allora hanno provato a copiare in tanti, ma mai con la stessa naturalezza. La forza della serie sta tutta in quello scarto costante tra ambientazione storica e atmosfere pop contemporanee, nella violenza coreografata come se fosse danza, nei silenzi di Tommy Shelby. Il decimo posto in classifica restituisce bene quello che la serie è davvero: un'opera capace di trasformare la criminalità organizzata in oggetto di culto estetico, e che vale soprattutto per le prime tre stagioni, in cui l'invenzione è ancora intatta e ogni scelta visiva sembra una scoperta.
Cillian Murphy gioca tutto in sottrazione e costruisce un protagonista affascinante, inquieto, che racconta l’oscurità anche senza parlare ma lasciando lo spettatore a riempire i silenzi, e questa interpretazione gli ha aperto la strada al cinema mainstream fino all'Oscar per Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan. Le ultime stagioni si appoggiano un po' più sulla formula consolidata, ma anche in quella fase la serie mantiene una qualità visiva e una cura nei dettagli che pochissime produzioni britanniche degli ultimi anni possono vantare. Il film conclusivo The Immortal Man, uscito nel 2026, ha provato a dare un addio degno al personaggio in una Birmingham bombardata dalla Luftwaffe del 1940, riuscendoci tuttavia solo in parte. Proprio per questo adesso si guarda alle due nuove serie sequel ambientate nel 1953, annunciate da Netflix con Jamie Bell come Duke Shelby, per capire come continuerà la saga. Da consigliare a chi ha amato le atmosfere di Boardwalk Empire (2010-2014) ma cercava qualcosa di meno sociologico e più viscerale.
Sherlock è una di quelle rare occasioni in cui la televisione britannica ha tirato fuori dal cilindro qualcosa che il cinema non era mai riuscito a fare davvero, e cioè restituire al detective di Conan Doyle la velocità che ha sulla pagina, il tutto condito da una buona dose di action. Le prime due stagioni sono veri diamanti della serialità contemporanea, un formato che nessuno aveva osato prima, o almeno non in questo modo. Prendere un mostro sacro del crime di tutti i tempi, gettarlo nella Londra contemporanea in episodi da novanta minuti costruiti come piccoli film, con una libertà di montaggio e una grammatica visiva (gli SMS che apparivano sullo schermo, le sequenze mentali in soggettiva) capaci poi di influenzare l'intera televisione del decennio successivo.
La forza di Sherlock è soprattutto la chimica tra Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, capaci di costruire una delle dinamiche tra protagonista e spalla più amate della serialità contemporanea, lavorando per sguardi e sottintesi. Le ultime due stagioni hanno preso strade più audaci, e questo ha diviso una parte del pubblico storico, ma anche nelle scelte più rischiose si vede sempre la firma autoriale di Mark Gatiss e Steven Moffat, due autori che non si sono mai accontentati del compitino. Oggi Sherlock va recuperata partendo dalle prime due stagioni, in cui la formula funziona alla perfezione, accettando che il successo planetario abbia portato gli autori a osare sempre di più, con risultati alterni ma sempre interessanti. Una serie che ha cambiato la grammatica del giallo televisivo contemporaneo, e che a quasi quindici anni dall'esordio resta una delle visioni più stimolanti del formato.
Quando Stranger Things debuttò su Netflix nel luglio 2016, nessuno se lo aspettava. La piattaforma non aveva fatto particolare promozione, i fratelli Matt e Ross Duffer erano due autori sconosciuti, il cast principale era composto in larga parte da bambini, e il concetto (un omaggio agli anni Ottanta, da E.T. di Spielberg a I Goonies, passando per il cinema di Carpenter) sembrava un'operazione di nicchia per nostalgici. Nel giro di due settimane, la serie era diventata il fenomeno televisivo dell'anno (poi del decennio), lanciando le carriere di Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo e Caleb McLaughlin, e riportando in voga l’immaginario 80’s, dalla moda alla musica.
La cosa che colpisce, e che fa di Stranger Things qualcosa di più di una semplice operazione nostalgia, è la capacità dei Duffer di prendere materiali che conosciamo a memoria (il bambino scomparso, la creatura nel bosco, il gruppo di amici in bicicletta verso il mistero) e farli funzionare come se li vedessimo per la prima volta. Il segreto sta nei personaggi, costruiti con una cura che la televisione contemporanea spesso dimentica quando lavora con dei ragazzini. Anche quando la serie esplode in scala e ambizione, soprattutto nelle ultime stagioni, è sempre quando torna ai ragazzi seduti al tavolo di Dungeons & Dragons che ritrova la sua magia. Da rivedere oggi anche solo per le prime due stagioni, vero punto di svolta della serialità contemporanea.
Better Call Saul è sì una serie spin-off ma, per certi versi, il pubblico ha finito per amarla forse più di Breaking Bad (2008). È un paradosso che dice molto sulla qualità del lavoro di Vince Gilligan e Peter Gould, capaci di costruire una serie che funziona sia come prequel di un'opera amata da milioni di persone sia, soprattutto, come oggetto autonomo, in cui la trasformazione di Jimmy McGill in Saul Goodman avviene attraverso una progressione morale così dettagliata da diventare un capolavoro di scrittura. La differenza di registro rispetto alla serie originale è netta: dove Breaking Bad era costruita sul motore narrativo dell'escalation, qui il motore è la stasi, l'attesa, il personaggio che resiste al proprio destino sapendo già di averlo perduto.
La grande scoperta della serie è Rhea Seehorn, che nei panni di Kim Wexler costruisce uno dei personaggi femminili più complessi visti in televisione negli ultimi anni, una donna che non è la moglie del protagonista, non è la sua nemesi, non è il suo specchio, ma qualcosa di più sfuggente, e che da sola vale la visione della serie. Il fatto che Better Call Saul abbia collezionato cinquantatré nomination Emmy senza vincerne nemmeno una, primato negativo assoluto nella storia degli Emmy, è un dato che dice molto su quanto la critica e il pubblico abbiano amato questa serie più dell'Academy. Gli ultimi sei episodi della sesta stagione, in particolare il finale Saul Gone, contengono uno dei migliori commiati della serialità recente. Il ritmo dei primi episodi è volutamente lento, costruito per accumulo, e questa è la condizione per ricevere in cambio una delle esperienze televisive più ricche degli ultimi dieci anni. Una visione consigliata anche a chi Breaking Bad non l'ha mai amata fino in fondo, perché qui si lavora su un registro emotivo completamente diverso.
David Simon, prima di scrivere The Wire, faceva il cronista di nera al Baltimore Sun, e si vede. La serie ha l'andatura di un'inchiesta lunga, costruita per accumulo di dettagli più che per colpi di scena, e ogni stagione si concentra su un pezzo della città di Baltimora: la polizia e i ragazzi che spacciano nelle case popolari nella prima, il porto e i sindacati nella seconda, il municipio nella terza, le scuole medie nella quarta, la redazione del giornale locale nella quinta. È un metodo di scrittura che a inizio visione può spiazzare, perché non ci sono i ganci a cui la televisione drammatica degli ultimi anni ci ha abituati, niente cliffhanger, niente accelerazioni emotive, niente scene madri. I primi tre o quattro episodi chiedono fiducia, poi il meccanismo si rivela e diventa difficile staccarsi.
La forza della serie sta nei personaggi, e nel fatto che Simon non li divide mai in buoni e cattivi. Jimmy McNulty è un investigatore brillante e un uomo che si distrugge da solo, Stringer Bell è uno spacciatore che frequenta corsi di economia per applicare le regole del mercato al narcotraffico, Bunny Colvin è un comandante di polizia che a un certo punto, stanco di una guerra alla droga che vede perdere ogni giorno, decide di provare qualcosa di diverso. Ognuno ha la sua logica, e quando i destini si incrociano lo fanno per ragioni che la serie ha costruito con pazienza, non per servire la trama.
La quarta stagione, dedicata a quattro ragazzini delle medie, è quella che la maggior parte dei critici considera la migliore. Non è una serie di intrattenimento puro e non è un poliziesco classico, e questo va detto in partenza. È un'opera che chiede tempo e attenzione, e che restituisce a chi resta una visione e un racconto dell’America, ritratta nel suo lato più “sporco”, impossibile da ritrovare in altri titoli.
Il quinto posto di Band of Brothers è uno dei dati più interessanti di questa classifica perché ci dice che, a venticinque anni di distanza, una miniserie di dieci episodi sulla seconda guerra mondiale continua a battere serie più popolari, più recenti e più discusse. Il motivo è che Band of Brothers ha vinto la sua sfida prima ancora di andare in onda, costruendo un livello produttivo che ha alzato l'asticella per qualunque cosa sia venuta dopo, e che ancora oggi resta difficile da eguagliare. La fotografia, il sound design, le sequenze di combattimento, tutto regge il confronto con qualunque film di guerra contemporaneo, e in alcuni casi lo superano.
Quello che colpisce ancora oggi, però, non è la spettacolarità ma la trattenuta. Spielberg e Hanks, creatori della serie, rinunciano completamente alla retorica patriottica che ci si aspetterebbe da un prodotto americano sulla seconda guerra mondiale, e costruiscono invece una serie sulla noia, sulla paura, sul freddo, sulla disillusione progressiva di un gruppo di ragazzi che si ritrova in mezzo all'orrore senza capire bene perché. Damian Lewis nel ruolo del maggiore Winters tiene insieme tutto con una sobrietà che è la cosa più antiretorica vista in un film di guerra americano degli ultimi trent'anni. L'unico limite, oggi, è la struttura cumulativa: dieci episodi che puntano sull'accumulo emotivo richiedono uno spettatore disposto a investire un'intera settimana di visione, e si fa fatica a immaginare chi non fosse già appassionato all'epoca dell'uscita lanciarsi nell'impresa nel 2026. Per chi accetta la sfida, è ancora uno dei titoli più affascinanti degli ultimi vent’anni, ed è il primo capitolo di una trilogia ideale che continua con The Pacific (2010) e Masters of the Air (2024).
C'è una domanda interessante da farsi davanti a I Soprano, e cioè se la serie sia ancora la migliore del suo genere o se sia semplicemente la prima, e in alcuni casi la risposta più onesta è entrambe le cose. Nel 1999 David Chase ha letteralmente inventato il dramma americano contemporaneo, e tutto quello che è venuto dopo è stato scritto sapendo che lui era già passato di lì. Il quarto posto è quindi quasi una posizione conservativa: chi conosce la storia della televisione la metterebbe più in alto, chi viene da serie più recenti potrebbe trovare il ritmo lento e qualche scelta visiva datata. Sono entrambi punti di vista legittimi, ma il secondo dimentica un dato essenziale, e cioè che senza Tony Soprano non esisterebbero Walter White, Tommy Shelby, Genny Savastano e tutti gli antieroi che oggi diamo per scontati.
Quello che colpisce ancora oggi è la scrittura, che mescola dramma familiare, comicità nera, sequenze oniriche e improvvisi scoppi di violenza in un equilibrio che la televisione successiva ha provato a copiare senza mai riuscirci davvero. La sesta stagione, distribuita in due tronconi tra il 2006 e il 2007, ha qualche cedimento, ma il finale dell'ultimo episodio (con il celebre stacco in nero su Don't Stop Believin') resta una delle scelte autoriali più coraggiose mai viste nel finale di una serie televisiva, qualcosa che oggi nessun showrunner avrebbe il coraggio di fare. James Gandolfini, scomparso nel 2013 a soli cinquantun anni, ha consegnato una performance che a ogni rivisita rivela strati diversi, e il fatto stesso che la sua morte si sia mescolata al destino del personaggio dà alla serie una qualità retrospettiva difficile da spiegare a chi non l'ha vissuta in tempo reale. I Soprano è il punto da cui tutto è partito, e per chi non l'ha mai vista resta probabilmente l'introduzione più necessaria alla televisione contemporanea.
Chernobyl è la grande sorpresa di questa classifica, e probabilmente la più meritata. Una miniserie di cinque episodi al terzo posto, davanti a I Soprano e a The Wire, è un dato che stupirebbe qualunque critico abituato alle gerarchie consolidate della televisione drammatica. Eppure, rivedendola oggi, sette anni dopo l'uscita, è difficile non capire la posizione: Chernobyl è probabilmente l'opera televisiva più perfetta della sua decade, nel senso letterale del termine, cioè quella in cui c'è meno spreco, meno episodi deboli, meno scelte sbagliate. La struttura della miniserie permette a Craig Mazin di costruire un crescendo che una serie lunga non potrebbe mai sostenere, e ogni puntata aggiunge un livello di significato senza mai allungare il brodo.
La grandezza di Chernobyl sta nel fatto di essere prima di tutto un thriller etico, e solo in seconda battuta un dramma storico. Il vero soggetto non è il disastro nucleare del 26 aprile 1986, è cosa succede quando un sistema politico è costruito sulla menzogna sistematica, e tutto quello che la serie costruisce nei cinque episodi serve a portare lo spettatore alla domanda finale che Valery Legasov pone a sé stesso al processo. Jared Harris nei panni di Legasov, Stellan Skarsgård in quelli di Boris Shcherbina ed Emily Watson nel ruolo del personaggio di finzione Ulana Khomyuk reggono insieme uno dei tre o quattro trii recitativi più convincenti della serialità recente. La fotografia desaturata di Jakob Ihre e la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, costruita sui suoni reali registrati in una centrale nucleare lituana, fanno il resto. Chernobyl è uno di quei rari titoli che si ricordano per anni, uno di quelli perfetti da consigliare anche a chi giura di non amare le serie storiche, perché funziona prima di tutto come opera sulla verità e sulle sue conseguenze.
Game of Thrones è stato forse l'ultimo grande appuntamento collettivo della televisione, l'ultima serie capace di riunire decine di milioni di spettatori davanti allo stesso episodio nello stesso momento, e probabilmente non vedremo mai più qualcosa di simile in un panorama frammentato come quello attuale. Quello che David Benioff e D.B. Weiss hanno costruito a partire dai romanzi di George R.R. Martin è una di quelle rarità che capitano una volta a generazione: una serie che ha portato il fantasy adulto sulla televisione mainstream con una qualità produttiva senza precedenti per il genere, raccontando alleanze politiche, dinastie in declino, ribellioni e tradimenti con una scrittura che per molte stagioni ha fatto scuola. Il secondo posto in classifica è una posizione che premia giustamente la sua importanza culturale e la qualità complessiva di un'opera che ha cambiato per sempre cosa la televisione poteva permettersi.
Le prime sei stagioni sono televisione di altissimo livello, in cui ogni episodio sembra costruito per restare nella memoria di chi guarda. Le nozze rosse della terza stagione hanno cambiato per sempre il patto di fiducia tra serie e spettatori, dimostrando che nessun personaggio era al sicuro, e la battaglia dei bastardi della sesta resta una delle migliori sequenze d'azione mai realizzate per la televisione. Lo spazio dato alle interpretazioni femminili (Cersei Lannister di Lena Headey, Arya Stark di Maisie Williams, Daenerys Targaryen di Emilia Clarke) è qualcosa che il fantasy mainstream non aveva mai concesso davvero, e Peter Dinklage nei panni di Tyrion ha vinto quattro Emmy come miglior attore non protagonista in una serie drammatica, costruendo uno dei personaggi più amati della storia recente. L'ottava stagione, condensata in soli sei episodi per chiudere otto anni di trame, ha diviso una parte enorme del pubblico, ed è probabilmente il motivo per cui non si trova al primo posto. House of the Dragon, il prequel partito nel 2022, sta riconciliando una parte del pubblico e dimostrando che l'universo di Westeros ha ancora molto da raccontare.
Ed eccoci finalmente al primo posto, con Breaking Bad, una serie per cui critica e pubblico si sono sempre trovati d'accordo. Un primo posto che ha una sua giustificazione molto semplice: tredici anni dopo il finale, è ancora il titolo con cui tutto il resto va misurato. La differenza rispetto alle altre serie in classifica è che Breaking Bad non ha punti deboli. Non c'è una stagione di rodaggio, non c'è una stagione che cala, non c'è un finale che delude, non c'è un personaggio costruito male. Ogni episodio fa quello che deve fare, ogni scelta narrativa produce una conseguenza, ogni stagione si conclude alzando l'asticella per quella successiva, fino a un crescendo che la quinta stagione (in particolare la seconda parte) trasforma in uno dei migliori prodotti mai visti in televisione.
Quello che rende Breaking Bad superiore a tutte le serie che hanno provato a copiarla è la coerenza interna del personaggio principale. Vince Gilligan ha sempre dichiarato di voler trasformare Mr. Chips in Scarface, e la riuscita di questa missione è dovuta al fatto che la trasformazione di Walter White non avviene mai per colpa di un evento esterno, ma sempre per una scelta interna. Bryan Cranston regge tutto questo con quattro stagioni di crescente consapevolezza nel male, e ogni rewatch racconta dettagli nuovi nelle sue interpretazioni delle prime puntate, quando il personaggio sembrava ancora innocente. Aaron Paul nei panni di Jesse Pinkman costruisce una delle spalle più convincenti della serialità contemporanea, e il loro rapporto è il vero centro emotivo della serie. L'unica controindicazione è quasi paradossale: dopo aver visto Breaking Bad, è difficile guardare qualunque altra serie senza fare confronti, e questo finisce per essere ingiusto con tutto il resto. Una visione obbligatoria, da fare o rifare, e da completare con il sequel cinematografico El Camino (2019) e con il prequel Better Call Saul.




































