
Da “Psycho” a “Chucky”: i 10 migliori film e serie TV horror slasher di sempre
Scream 7 è uscito nelle sale il 25 febbraio 2026 e, nonostante le recensioni per lo più negative, è diventato il capitolo più redditizio della saga, primo a superare i 200 milioni di dollari al botteghino e fresco di annuncio ufficiale per un ottavo film già in lavorazione.
Dietro la macchina da presa, per la prima volta, c’è Kevin Williamson – sceneggiatore dello Scream originale del 1996 – e davanti c’è il ritorno di Neve Campbell nei panni di Sidney Prescott, dopo il passo indietro del sesto capitolo. Ghostface torna nella città di provincia, la final girl adesso ha una figlia adolescente “pronta” a raccogliere questa terribile eredità dalla madre.
Il genere slasher, dato per morto proprio da dopo l’uscita del primo Scream al cinema, con Wes Craven che celebrava il genere attraverso un film che decostruiva e gioca con i suoi stessi cliché, ormai saturo, è tornato ad essere uno dei generi più vitali del cinema horror contemporaneo. Ti West ha inaugurato la sua trilogia personale con X nel 2022, proseguita con Pearl (2022) lo stesso anno e chiusa con MaXXXine (2024), costruendo uno dei progetti autoriali più interessanti del decennio dentro le coordinate del genere. Ma West non è l’unico! Sempre nel 20223, Damien Leone ha trasformato Terrifier 2 (2022) in un fenomeno cult da dieci milioni di dollari su un budget di duecentocinquantamila, e il terzo capitolo del 2024 è stato il più grande successo horror indipendente della storia recente.
Nel 2023 Scream VI ha spostato Ghostface a New York, nel 2025 è arrivato il revival di So cosa hai fatto, per non parlare della nuova trilogia di Halloween (2018) di David Gordon Green, l’unica ad essere stata benedetta dallo stesso John Carpenter come seguito ufficiale del suo iconico film del 1978, Halloween - La Notte delle Streghe. Una quantità di ritorni che in altri generi suonerebbe come esaurimento creativo e che qui, invece, continua a funzionare – quasi – sempre. In fondo, lo slasher, fin dalle sue origini, è il genere più autocosciente dell’horror, opera per regole esplicite – la final girl, il killer mascherato, le trasgressioni che vengono punite, la punizione del corpo desiderante, il messaggio politico – e ogni volta che quelle regole vengono riscritte, il risultato è una riflessione sul genere stesso e, attraverso di esso, sulle paure di chi guarda, nonché sul contesto sociale e culturale in cui viviamo.
In questo articolo, vi proponiamo dieci titoli tra film e serie TV che rappresentano la genealogia di questo sottogenere: dai proto-slasher degli anni Sessanta ai classici canonici degli anni Settanta e Ottanta, dal meta-cinema di Wes Craven alla rilettura autoriale di Ti West, fino alla serialità televisiva che ha saputo trovare una propria misura. Più che come una classifica, perché non lo è, cercate di prenderla più come una mappa da percorrere, in ordine o a salti temporali, per capire come siamo arrivati fin qui.
Alfred Hitchcock gira Psycho in bianco e nero nel 1960 con la troupe della sua serie televisiva, un budget minimo rispetto ai suoi standard, una grande attrice come protagonista che verrà uccisa subito – ovvero Janet Leight nel ruolo di Marion Crane, e la volontà dichiarata di provocare il pubblico; cosa in cui riuscirà, tra svenimenti in sala, nausea e indignazione. Nonostante ciò, fin dalla scena della doccia, Hitchcock inaugura un nuovo linguaggio all’interno del cinema di genere, e non solo, segnando l’inizio di un’era. Infatti, dobbiamo considerare Psycho come un proto-slasher, un po’ come Reazione a catena (1971, conosciuto anche con il nome Ecologia del delitto), cioè quella tipologia di film che smettono di considerare l’orrore esclusivamente come qualcosa di soprannaturale, quindi mostri contrassegnati da zanne, squame, artigli; riportando il mostruoso alla sua unica e reale origine: l’essere umano.
Dal castello o maniero abbandonato ci trasferiamo nella provincia americana, dentro un motel qualsiasi, all’interno della psiche di un giovane apparentemente innocuo. Il mostro è reale, non vive sotto al letto, ma accanto a noi, spesso reso tale dalla stessa società, malata e degenere che può solo produrre mostri.
Psyco è il “peccato originale” dello slasher, nato dal coraggio – e un pizzico di follia – di un regista che decide di uccidere la protagonista dichiarata a un terzo del film, di voyerizzare il suo cadavere, di costringere lo spettatore a identificarsi con il killer durante la scena di pulizia. Da quel momento in poi, lo slasher sarà un crescendo di ferocia e brutalità 100% umana.
Con una macchina da presa in 16mm, un cast di sconosciuti e quattrocentomila dollari di budget, in un’estate texana così torrida che gli attori svenivano sul set, Tobe Hooper da vita a quello che sarà considerato il manifesto del genere slasher, Non aprite quella porta (1974). Una delle pellicole più ferocemente pessimisti della storia del cinema americano, la cronaca di un gruppo di ragazzi che si imbatte in una famiglia di macellai cannibali in una fattoria isolata. Leatherface, con la sua maschera di pelle umana e la motosega, è l’archetipo del killer silenzioso di cui tutto l’horror successivo è debitore. Ed è proprio il clima di disperazione che attraversa Non aprite quella porta a renderlo unico, non tanto la violenza che, per quanto esplicitata, è ancora molto lontana dallo splatter che, invece, dominerà l’ondata slasher degli anni Ottanta. Girato all’indomani del Watergate e dentro la crisi petrolifera, il film racconta l’America rurale come un luogo già morto, popolato da spettri di una civiltà che sta collassando su se stessa, dove ormai non esistono più leggi.
Non aprite quella porta apre a molteplici riflessioni, a partire dal ruolo della famiglia manipolatoria, schiacciante e privata – da una nuova società capitalista – di alcun sussidio per poter reagire o elevarsi. I Sawyer sono abbandonati a loro stessi, incattiviti da un governo che li reputa invisibile e, proprio per questo, le loro vittime sono proprio i figli di quella generazione precedente che li ha considerati meno di una gomma sotto le scarpe. Leatherface, in realtà, è vittima tanto quanto i giovani protagonisti brutalizzati, costretto a compiacere, alla disperata ricerca di affetto e disposto a tutto pur di ottenerlo. La simbologia delle tre maschere indossate, infatti, è estremamente significativa ed interessante, aprendo la strada anche alla stratificazione che risiede nel sottotesto di un horror che sembra essere stato fatto solo per impressionare lo spettatore, ma in realtà racconta molto di più.
Se Non aprite quella porta è l’anima nera dello slasher, Halloween di John Carpenter ne è la grammatica. Girato nel 1978 con trecentomila dollari in ventuno giorni, è il film che codifica tutto ciò che chiamiamo “cinema slasher”: il killer mascherato (Michael Myers, la cui maschera è quella di William Shatner nelle vesti del Capitan Kirk ridipinta di bianco), la soggettiva del mostro, la final girl pura e casta (Jamie Lee Curtis, figlia della prima final girl ante-litteram, cioè Janet Leight, che la consacrerà a scream queen), la festa di Halloween teatro di una efferata carneficina, il sesso adolescente severamente punito, la quasi totale assenza di adulti, nonché una colonna sonora – composta dallo stesso Carpenter – immediatamente riconoscibile, pronta ad evocare paura fin dalle sue primissime note.
Ma Halloween è molto più della somma dei suoi elementi formali. È un film sulla suburbia americana come luogo apparentemente inviolabile che nasconde una violenza irrazionale, un film in cui il male non ha motivazione né storia né psicologia – è la “shape”, la forma, il vuoto che cammina – ma è intrinseco nella società stessa. Michael, la cui primissima soggettiva sciocca e spiazza perché ce lo mostra bambino con il suo bel vestito da pagliaccetto brandendo un coltello insanguinato con cui ha ucciso la sorella maggiore, è un “figlio” sano di quella comunità che non può fare altro che generare mostri. E quel tipo di male è immortale, perché proprio come un morbo è destinato a contaminare, infondere paura e paranoia, rende criminale la comunità stessa – nonché Laurie, così ossessionata da Michael da temerlo e, al tempo stesso, volerlo distruggere – a cui non importa più di punire IL mostro, basta che ci siamo UN mostro da poter sacrificare. Il cinema difficilmente ha sfornato film dalla medesima potenza.
Il cinema horror degli anni Sessanta e Settanta, come si citava prima con Mario Bava e Reazione a Catena, è una delle più grandi fonti d’ispirazione – ancora oggi – per il grande cinema di genere internazionale. Perciò, in questa lista non poteva di certo mancare Dario Argento e il suo Profondo rosso (1975) che rappresenta il ponte tra il giallo italiano degli anni Settanta e lo slasher americano che nascerà pochi anni dopo.
David Hemmings è Marcus Daly, pianista jazz che assiste all’omicidio di una sensitiva in una Torino autunnale e decide di indagare, trascinato in una spirale in cui la memoria, il trauma infantile e ciò che ha visto, si rincorrono dentro una regia che riscrive le regole della suspense.
Dire che Profondo rosso è uno slasher sarebbe una semplificazione; il giallo italiano ha regole proprie, tempi propri, una relazione con la colpa del singolo che gli slasher americani non hanno mai avuto, proprio perché concentrati più sul concetto di colpa collettiva, oltre ad essere estremamente più politicizzati dell’horror/giallo italiano. Tuttavia è innegabile che senza Argento, senza la sua capacità di fare della violenza una questione stilistica, senza i Goblin e i loro arrangiamenti che hanno riscritto il suono dell’horror, l’intero decennio successivo non sarebbe esistito nello stesso modo.
Wes Craven aveva già fatto L’ultima casa a sinistra (1972) e Le colline hanno gli occhi (1977), introducendo soprattutto con il secondo alcuni degli elementi caratterizzanti del genere slasher, ma è con Nightmare – Dal profondo della notte (1984) che cambia definitivamente le regole del genere. Freddy Krueger è un killer che opera nei sogni, un molestatore di bambini linciato dai genitori di Elm Street e tornato come demone onirico per vendicarsi sui figli dei suoi carnefici. Robert Englund costruisce un personaggio che parla, scherza, commenta le proprie uccisioni, spezzando la convenzione del killer muto imposta da Jason e Michael.
Nightmare è un film sulla rimozione dei crimini dell’America borghese, sul peccato dei padri che ricade sui figli, su quella zona di confine tra veglia e sonno in cui l’inconscio americano elabora i propri rimossi. Heather Langenkamp come Nancy Thompson è una final girl che impara a reclamare i propri sogni come territorio da difendere, andando ben oltre il “semplice” concetto di sopravvivenza, tipico poi della final girl che, generalmente, è l’unica a salvarsi. Con i primi capitoli del franchise, Craven farà ancora di meglio, perdendosi inevitabilmente quando il “brodo si allunga” e quando alcuni cross non ben definiti – come Freddy vs. Jason (2003) –, ma ciononostante il Freddy di Robert Englund è tutt'oggi un’icona pop riconoscibile e, è proprio il caso di dirlo, immortale.
A metà anni Novanta lo slasher è un genere esausto, usurato da decine di sequel scadenti, considerato definitivamente morto dalla critica. Cos’altro si potrebbe dire o fare? Lo stesso genere horror occidentale sta affrontando un momento di profonda crisi. Ed è proprio Wes Crave nel 1996, con una sceneggiatura di un esordiente di nome Kevin Williamson, a rianimare il paziente e, al tempo stesso, fargli il funerale. Scream (1996) è il manuale dello slasher, ma anche una pellicola che gioca con i suoi cliché al punto tale da prenderli in giro. Sidney Prescott (Neve Campbell), Gale Weathers (Courteney Cox), Dewey Riley (David Arquette) e il resto del cast di Woodsboro conoscono le regole, le citano, provano a violarle, e il killer mascherato da Ghostface gioca tanto con loro quanto con lo spettatore.
Scream è un film metalinguistico senza mai diventare cerebrale, è divertente senza mai essere esplicitamente parodia – a quello ci penserà poi Scary Movie (2000) quattro anni più tardi –, è spaventoso senza mai rinunciare all’autoironia. La scena di apertura con Drew Barrymore è uno dei più grandi ganci di sempre in un horror, e l’intera impalcatura del film – what’s your favorite scary movie? – è diventata il modo in cui la cultura pop degli anni Novanta ha imparato a riflettere sulla propria stessa natura.
Lo citavamo nell’introduzione di questo articolo, nel 2022 Ti West da nuova linfa vitale al genere slasher con la trilogia X, partendo proprio da X, dove dirige Mia Goth in un doppio ruolo – Maxine, attrice di film per adulti in cerca di consacrazione nella Hollywood del 1979, e Pearl, anziana contadina texana in una fattoria isolata – e inaugura una delle saghe più discusse e ambiziose del cinema horror contemporaneo. Con una premessa dichiaratamente tarantinata, una troupe di adult movie affitta una fattoria per girare in clandestinità, fino a quando gli anziani proprietari non scoprono il motivo della loro visita, trasformando il “porno” in un horror; West lavora dentro le coordinate del genere, dal formato 35mm alla colonna sonora country, ma a differenza del canonico slasher che usa la punizione come motore di violenza, qui è il desiderio a innescare la miccia.
Pearl è una donna anziana consumata dalla propria pulsione di vita, la sua furia omicida è l’ultimo gesto di chi non accetta di essere diventata invisibile, un “mostro” decisamente diverso da quelli che siamo stati abituati a vedere, privo della sua maschera ma ancora più brutale e pericoloso.
Per gli ultimi tre titoli della lista, scivoliamo nell’universo della serialità, meno prolifico rispetto al cinema, ma comunque con dei titoli interessanti. Senza allontanarci troppo dalla sfera cinematografica, non si può non citare la serie TV Scream, nata con l’ambizione di riscrivere l’universo del franchise in formato serializzato, con un gruppo di adolescenti di Lakewood alle prese con un killer mascherato diverso da Ghostface ma ispirato alla sua mitologia.
Due stagioni sotto la showrunner Jill E. Blotevogel, una terza antologica ambientata ad Atlanta con un nuovo cast e, finalmente, la maschera di Ghostface originale. Operazione vincente? In parte.
La serie ha tutti i problemi di un teen drama horror di network cable – budget limitato, interpretazioni altalenanti, stagioni che faticano a trovare il proprio ritmo – ma nei suoi momenti migliori riesce a superare gli inevitabili limiti per un film, cioè dilatare il tempo dell’indagine, costruire personaggi che hanno il lusso di durare, e quindi più possibilità di far appassionare lo spettatore, sfruttare il cliffhanger come forma drammatica.
La terza stagione, più corta e compatta, è probabilmente la più riuscita. Un esperimento imperfetto ma sintomatico di quanto lo slasher cercasse già, nel 2015, un modo di ritornare sulla cresta dell’onda attraverso un formato televisivo che gli si adattasse.
Don Mancini, sceneggiatore del Child’s Play cinematografico fin dal 1988, approda alla serialità nel 2021 su SYFY e USA Network portando con sé tutto il bagaglio della saga: il doppiaggio di Brad Dourif, Jennifer Tilly come Tiffany Valentine, una lore costruita su sette film e quasi quarant’anni di storia. Il risultato è, probabilmente, l’adattamento televisivo più riuscito di un franchise slasher cinematografico. Zackary Arthur è Jake Wheeler, quattordicenne queer che trova una bambola Good Guys in un mercato delle pulci e si ritrova trascinato in un massacro.
Chucky funziona perché Mancini non tradisce mai il tono della saga originale – la miscela di camp, violenza grottesca e melodramma che ha sempre distinto Chucky dagli altri killer – e allo stesso tempo lo aggiorna costruendo una serialità in cui i temi queer, l’adolescenza come territorio di scoperta, la famiglia come sistema disfunzionale diventano centrali. È uno degli esempi più riusciti di come un franchise possa sopravvivere riconoscendo che il mondo attorno a lui è cambiato. Peccato solo che la serie TV sia stata cancellata dopo tre stagioni.
Nata nel 2016 come prima serie originale del canale americano Chiller e poi del canadese Super Channel, Slasher, creata da Aaron Martin, segue la struttura antologica del modello di American Horror Story (2011-in corso), in quegli anni all’apice del suo successo.
Quindi, ogni stagione racconta una storia autoconclusiva, un killer mascherato diverso, una piccola comunità nordamericana da decimare. Cinque stagioni regolari e una miniserie spin-off del 2025 intitolata Hell Motel, con una produzione che è passata di mano – da Chiller a Netflix a Shudder – senza perdere la propria identità.
A distinguere Slasher dalle sue sorelle più blasonate è la disposizione a prendere il genere sul serio. Non c’è meta-cinema, non c’è camp, non c’è la strizzatina d’occhio al pubblico: un ritorno quasi filologico alle regole dello slasher classico, con morti coreografate, misteri whodunit da risolvere episodio dopo episodio, e una cupezza di fondo che il pubblico televisivo mainstream spesso trova respingente. In Italia sono arrivate doppiate solo le prime tre stagioni sul catalogo Netflix – The Executioner, Guilty Party e Solstice – mentre la quarta (Flesh & Blood) e la quinta (Ripper) restano inedite. Un peccato, perché sono probabilmente le migliori.














































