
Da “Excalibur” a “Il labirinto del fauno": i 10 migliori film dark fantasy da non perdere
Il dark fantasy è uno dei sottogeneri cinematografici più affascinanti e visivamente potenti, capace di fondere l'incanto del fantastico con atmosfere cupe, inquietanti e spesso gotiche. A differenza del fantasy tradizionale che privilegia la luce e l'eroismo classico, il dark fantasy abbraccia le ombre, esplorando temi come la mortalità, la corruzione, il lato oscuro della magia e l'ambiguità morale.
Questo genere ha prodotto alcune delle opere più visionarie e memorabili della storia del cinema, ridefinendo i confini tra fiaba e incubo, tra meraviglia e terrore, spesso partendo dalla letteratura che ha dato origine a questo genere, ancora oggi, estremamente appetibile.
Dagli anni '80, età d'oro del fantasy cinematografico con capolavori realizzati attraverso effetti pratici artigianali e pupazzi animatronici, fino alle produzioni contemporanee che utilizzano CGI per creare mondi impossibili, il dark fantasy ha sempre attratto registi visionari come Guillermo del Toro, Jim Henson, Tim Burton e Terry Gilliam. Questi autori hanno compreso che il fantastico non deve necessariamente essere rassicurante: può essere perturbante, malinconico, addirittura spaventoso, pur mantenendo quella capacità di trasporto in altri mondi che è l'essenza del genere. Del resto, la maggior parte delle fiabe – nella loro versione originale e non edulcorata dall’età moderna – o dei miti e leggende popolari, sono da sempre tutto meno che rassicuranti. Spesso esplorano l'incontro tra il nostro mondo e dimensioni altre, la lotta contro creature demoniache, la caduta di regni fantastici, mettendo in scena protagonisti tormentati che devono confrontarsi non solo con nemici esterni ma anche con i propri demoni interiori.
Attraversiamo insieme quattro decenni di cinema per scoprire i 10 migliori film dark fantasy che hanno segnato il genere, influenzato generazioni di cineasti e continuano ad affascinare con la loro capacità di mescolare bellezza e oscurità, sogno e incubo, in un equilibrio perfetto e indimenticabile.
John Boorman firma la più potente e viscerale rappresentazione cinematografica della leggenda di Re Artù, Excalibur, trasformando la saga cavalleresca in un'opera dark fantasy epica e brutale. Seguendo la vita di Artù dalla concezione magica orchestrata da Merlino fino alla battaglia finale contro Mordred, il film non risparmia nulla: violenza grafica, tradimenti, incesti, follia e decadenza permeano ogni fotogramma. Le armature luccicanti riflettono paesaggi nebbiosi dell'Irlanda, creando un'estetica metallica e onirica unica. La colonna sonora utilizza Wagner e Carl Orff per accompagnare battaglie sanguinose e momenti di pura magia. Nicol Williamson interpreta un Merlino eccentrico e potente, mentre Helen Mirren è una Morgana seduttiva e terrificante.
Boorman rappresenta un mondo medievale fangoso, violento, dove la magia è vera e pericolosa. La ricerca del Graal diventa viaggio allucinatorio, con cavalieri che impazziscono o si perdono. Il film affronta apertamente sessualità e paganesimo, elementi spesso censurati nelle versioni più tradizionali. Excalibur ha influenzato profondamente il fantasy successivo, da Il Signore degli Anelli (2001) a Game of Thrones (2011-2019), dimostrando che le leggende arturiane potevano essere oscure, adulte e visivamente sconvolgenti.
Il selvaggio Conan creato da Robert E. Howard viene portato sullo schermo da John Milius in un film che definisce il sword and sorcery cinematografico. Arnold Schwarzenegger è perfetto come Conan, guerriero cimmero che cerca vendetta contro Thulsa Doom (James Earl Jones), stregone-serpente che ha sterminato la sua tribù. Il film è brutale e contemplativo insieme: lunghe sequenze senza dialoghi mostrano Conan crescere da schiavo a gladiatore a ladro, accompagnato dalla magnifica colonna sonora di Basil Poledouris.
L'ambientazione dell'Era Hyboriana è resa con scenografie imponenti, costumi barbarici e un senso tangibile di antichità mitologica. Milius costruisce un mondo dove gli dei sono crudeli, la civiltà è fragile e solo la forza personale conta. La filosofia nietzschiana permea il film, con Conan che incarna la volontà di potenza pura. Le battaglie sono coreografate come danze mortali, la violenza è realistica e conseguente. Conan il barbaro ha creato l'archetipo del guerriero fantasy al cinema, influenzando decenni di produzioni successive e rimanendo insuperato nel suo genere.
Quando si pensa al dark fantasy anni ‘80, quello dominato soprattutto da inquietanti e grotteschi puppets, è difficile non pensare alla perfetta combinazione tra Jim Henson e Frank Oz. In questo caso, citiamo proprio The Dark Crystal, uno dei film fantasy più oscuri e artisticamente ambiziosi mai prodotti. Realizzato interamente con pupazzi e scenografie fisiche senza un singolo attore umano, il film crea un senso di alterità totale. I Skeksis sono creature grottesche e terrificanti, avide e decadenti, che prosciugano l'essenza vitale di altre creature per mantenersi in vita. Le sequenze nel loro castello oscuro sono inquietanti anche per gli standard adulti. I Mystic, contrapparte contemplativa, aggiungono mistero e spiritualità.
Brian Froud, il designer visionario, creò un universo completo con ecologia, culture e mitologia proprie. Ogni creatura – dai Podlings ingenui ai temibili Garthim – è realizzata con dettagli straordinari. Per chi ama questo genere di lavorazione è davvero una gioia per gli occhi, per quanto sicuramente vive del fascino del suo tempo; perciò, è importante contestualizzare l’anno di produzione del film. Tuttavia, The Dark Crystal affronta temi profondi molto attuali come la dualità, l’equilibrio cosmico, la corruzione del potere. All'uscita divise il pubblico per l'oscurità inaspettata da Henson, ma è diventato cult assoluto, influenzando generazioni di artisti fantasy. Non possiamo purtroppo dire lo stesso della serie TV Dark Crystal: La Resistenza (2019) prodotta da Netflix.
Entriamo in zona cult tanto per il cinema quanto per la letteratura. Il regista Wolfgang Petersen adatta uno dei romanzi capisaldi di tutto il genere fantastico, ovvero La storia infinita di Michael Ende, riuscendo a bilanciare perfettamente meraviglia infantile e oscurità esistenziale di cui il libro è pregno. Bastian, ragazzo solitario, scopre un libro magico che racconta di Fantàsia, mondo fantastico minacciato dal Nulla, forza di distruzione dettato dal vuoto creato dalla mancanza di immaginazione. Atreyu, giovane guerriero, deve salvare l'Imperatrice Bambina in un viaggio che diventa sempre più disperato. La morte di Artax, il cavallo che affonda nelle Paludi della Tristezza, è uno dei momenti più traumatici del cinema per ragazzi (si, non l’abbiamo ancora superata!!!).
Falkor il fortunadrago, i Mangiatori di Roccia, gli Engywook, Morla la Tartaruga Antica cinica e depressa, sono solo alcune delle memorabili creature che hanno accompagnato una generazione – e non solo – di adolescenti. Il Nulla viene visualizzato come tempeste che cancellano letteralmente il mondo, metafora visiva potente della depressione e della perdita di speranza. La scenografia di Fantàsia mescola elementi organici e architettonici in modi surreali. Il film affronta il potere dell'immaginazione ma anche la sua responsabilità: i desideri di Bastian nella seconda parte hanno conseguenze pericolose. E poi, per un’esperienza al 100% autentica di questo film, bisogna portare le mani avanti, pugni stretti come se si stessa cavalcando Falkor, e iniziare a cantare a squarciagola l’iconico tema “Never Ending Story”, riportato alla ribalta grazie alla terza stagione di Stranger Things (2016-2025).
Neil Jordan con In compagnia dei lupi decostruisce la favola di Cappuccetto Rosso attraverso lenti freudiane, femministe e horror. Basato sui racconti di Angela Carter, il film è strutturato come il sogno febbrile di un'adolescente, dove fiabe tradizionali vengono riscritte in chiave sessuale e violenta. Avete già capito che parliamo del titolo più complesso e controverso di questa selezione; del resto, parliamo pur sempre di un regista come Neil Jordan, sarebbe sciocco aspettarsi qualcosa di diverso.
Ambientato in un villaggio medievale afflitto da lupi mannari, la storia esplora il passaggio dall'infanzia alla maturità sessuale attraverso metafore lupine. In che senso? Nel senso che gli uomini sono letteralmente lupi, con tanto di trasformazioni body horror molto estreme; sono state realizzate da Christopher Tucker e sono anche tra le più interessanti della storia del cinema horror, assieme a quella di Un lupo mannaro americano a Londra (1981). La nonna (la mitica Angela Lansbury) racconta storie sempre più oscure e ambigue sulla natura maschile e il pericolo/fascino della sessualità. Le scenografie sono teatrali e oniriche: foreste di cartapesta, interni barocchi, atmosfere da incubo gotico, amplificando il senso di ambiguità di tutto il film. Jordan, infatti, non fornisce mai interpretazioni univoche; anzi, sul finale porta l'elemento onirico della pellicola all'estremo.
Ritorniamo a Jim Henson e ad un altro capolavoro partorito dal suo genio: Labyrinth, un musical fantasy dark che mescola pupazzi Muppet, scenografie ispirate ai quadri di M.C. Escher e David Bowie in uno dei ruoli più iconici della sua carriera. Sarah, teenager frustrata ed esasperata dal fratellino in lacrime, desidera che i folletti lo rubino pur di farlo tacere. Ma quando il desiderio si avvera, deve attraversare un labirinto magico entro tredici ore per poterlo salvare. Jareth, il Re dei Goblin interpretato da Bowie con magnetismo androgino, oscilla tra antagonista e figura seduttiva – e quante di noi sarebbe voluto essere al posto di Sarah…
Il film esplora il passaggio adolescenziale tra infanzia e maturità; Sarah deve letteralmente abbandonare giocattoli e fantasie infantili per crescere e affrontare quelle sfide che la vita mette sul nostro cammino, nonché le responsabilità evocate dalle nostre stesse scelte e azioni. Inoltre, il film affronta manipolazione emotiva, ossessione, la natura illusoria delle favole. Anche qui abbiamo un ventaglio di creature tanto affascinanti quanto grottesche, come Hoggle il nano cinico, Ludo il mostro gentile, Sir Didymus il cavaliere megalomane. Ciliegina sulla torta sono, neanche a dirlo, le canzoni di Bowie e la sua voce unica. All'uscita fu un insuccesso, per poi diventare cult assoluto qualche tempo dopo, amato per l'audacia visiva e la complessità emotiva.
Con Il corvo non parliamo solo di un film, ma di un vero e proprio manifesto generazione. Alex Proyas trasforma il fumetto di James O'Barr in un'opera gotica urbana, ammantata da un velo di tragedia e maledizione, che definisce l'estetica dark fantasy degli anni '90. Eric Draven, musicista ucciso insieme alla fidanzata da una gang, ritorna dalla morte guidato da un corvo mistico per vendicarsi. Ad interpretarlo troviamo Brandon Lee, il quale offre una performance magnetica che mescola vulnerabilità e furia; e qui, la pellicola acquista la sua lure ancora più terrificante. Durante le riprese, a causa di una svista nella pulizia dei prop, Brandon Lee muore sul set, proprio durante una delle scene più intense di tutto il film. La Detroit del film è perpetuamente notturna e piovosa, metropoli decadente dove il crimine regna. La fotografia di Dariusz Wolski utilizza chiaroscuri espressionisti, neon accecanti e ombre profonde creando un'estetica gotico-industriale copiata infinite volte. Il makeup di Eric – volto bianco, cerchi neri sugli occhi – è diventato talmente iconico da definire il look classico della cultura gotica di quegli anni.
A rendere il film ancora più importante per la generazione anni ‘90 fu anche la colonna sonora industrial rock con Nine Inch Nails, The Cure, Pantera. Un sound che definisce l’anima dannata di questa pellicola. Il corvo, proprio come il suo fumetto, esplora dolore, vendetta ma anche amore che trascende la morte, un vero e proprio tripudio alle grandi tragedie vittoriane. Il successo ha generato una serie di sequel inferiori, tra cui il recentissimo reboot con Bill Skarsgard, ma l'originale rimane imbattibile. Un capolavoro di urban fantasy gotico, influenzando estetica musicale, moda e cinema per decenni.
Dark fantasy e gotico non possono che evocare un altro grande autore di questo genere, Tim Burton. Di pellicole tra cui scegliere ce n’erano non poche, ma nessuna rispecchia al meglio il genere come Il mistero di Sleepy Hollow. Johnny Depp – attore feticcio del regista statunitense – interpreta Crane non come maestro pauroso ma come investigatore progressista del 1799 che applica metodi scientifici ai delitti del Cavaliere Senza Testa. Va subito detto che, così come per altre opere, parliamo di una libera interpretazione tipicamente burtoniana, che risente moltissimo di alcune delle sue influenze cinematografiche più importanti come il cinema della Hammer Films e quello di Mario Bava.
Il film è ambientato in un villaggio di Sleepy Hollow avvolto nella nebbia, un trionfo atmosferico goticheggiante tra foreste spettrali, cimiteri nebbiosi, interni vittoriani claustrofobici. Un vero e proprio omaggio al New England, anche se va detto che il film è stato interamente girato in Inghilterra. La fotografia di Emmanuel Lubezki desatura i colori creando palette grigio-blu con esplosioni occasionali di rosso sangue. Il Cavaliere, interpretato da Christopher Walken in flashback e da Ray Park per le scene d'azione, è una creazione terrificante: scheletro in armatura hessiana che decapita vittime con precisione chirurgica. Le sequenze di omicidio sono violente e spettacolari, con teste che volano in slow motion splatter gotico. Immancabile anche Christina Ricci, perfetta nel ruolo di Katrina Van Tassel, donna più complessa di quanto sembri inizialmente; così come la collaborazione per le musiche di Danny Elfman, probabilmente una delle sue colonne sonore più evocative e ossessive.
E se si parla di dark fantasy, non potevamo esimerci dal citare un altro grande esponente del genere per gli ultimi due film di questa selezione, ovvero Guillermo del Toro.Partiamo da Hellboy, adattamento dell’omonimo fumetto di Mike Mignola in un mix tra mitologia lovecraftiana, occultismo nazista, folklore russo e creature demoniache con cuore da film noir.
Ron Perlman è un perfetto Hellboy, demone evocato dai nazisti ma cresciuto da scienziato americano per combattere forze paranormali. Il film bilancia azione sovrannaturale, humour e emotività genuina. L'estetica di del Toro è subito riconoscibile per chi ha masticato anche solo un minimo della filmografia del regista messicano: creature biomeccaniche, architetture impossibili, dettagli grotteschi, un’esaltazione del mostruoso – da sempre cuore pulsante e positivo delle favole nere di Del Toro – e decostruzione dell’essere umano. Hellboy è una creatura tragica, destinata a distruggere il mondo ma che sceglie il libero arbitrio. Incarna ciò che gli esseri umani non possiedono più, appunto umanità ed empatia; un po’ come Abe Sapien, uomo-pesce telepatico interpretato da Doug Jones, portatore di gentilezza poetica e grande saggezza. Del Toro costruisce un mondo ricco dove agenzie governative catalogano fenomeni paranormali e mostri popolano margini della realtà, ma soprattutto con questo film dimostra che il dark fantasy può essere divertente senza sacrificare complessità tematica o audacia visiva.
Terminiamo con quello che, ancora oggi, è definito da tutti il capolavoro assoluto di Guillermo del Toro, conducendolo alla vittoria dell’Oscar al miglior film straniero, e consacrandolo come maestro del dark fantasy: Il labirinto del fauno. Spagna 1944, dopoguerra civile: Ofelia, bambina che ama le fiabe, si trasferisce con la madre incinta presso il patrigno, capitano franchista brutale. In un labirinto antico incontra un fauno che le rivela di essere principessa di regno sotterraneo, ma per salvare se stessa e riunirsi al suo regno, deve completare tre prove prima della luna piena.
Qui, Guillermo Del Toro intreccia due narrazioni: favola oscura e dramma storico violento, senza mai chiarire se il magico sia reale o fuga psicologica dal trauma, lasciando piuttosto il compito allo spettatore. In fondo, le favole sono da sempre questo: fuga e riflessione. Soprattutto in questa pellicola, Del Toro mostra al mondo il suo modo di fare un cinema politico ed impegnato proprio col mezzo del fantastico, sottolineando ancora di più il divario tra umanità sempre più disumana e una mostruosità positiva. E tutto ciò ci viene mostrato proprio attraverso il parallelismo tra le “due storie”: da una parte Ofelia e le sue prove, via via sempre più ardue e che le richiedono scelte morali complesse; dall’altra parte, una violenza franchista in tutta la sua brutalità tra torture, esecuzioni.
Le creature sono capolavori di design, tra i più iconici troviamo il Fauno ambiguo tra protettore e minaccia, l'Uomo Pallido con occhi nei palmi che divora bambini, il rospo gigante che vomita la chiave. Ma non da meno neanche la parte degli attori “in carne e ossa” a cominciare dalla giovanissima Ivana Baquero, portando innocenza e determinazione con la sua Ofelia; e Sergi López, il terrificante Capitano Vidal, mostro umano peggiore di qualsiasi creatura fantastica.
A coronare il tutto la fotografia di Guillermo Navarro – vincitore dell’Oscar alla miglior fotografia – che utilizza palette dorate per il mondo fatato, grigio-verdi per la realtà, definendo in maniera netta i due universi. Il finale è ambiguo e devastante, lasciando un'interpretazione aperta (o quasi). Del Toro crea opera che funziona come fiaba adulta, dramma storico e meditazione sulla natura della fantasia come resistenza contro l’orrore della Storia.





































