
I 10 migliori film d'animazione italiani da non perdere
Quando si parla di cinema d'animazione, il pensiero va sempre agli stessi nomi: Pixar, Disney, Studio Ghibli, e più di recente i grandi studi europei che hanno prodotto opere come Persepolis (2007) o Ernest & Celestine (2012). L'Italia, in questo panorama, viene quasi sempre dimenticata, come se l'animazione fosse una questione che riguarda altri paesi e altre tradizioni.
Eppure il cinema d'animazione italiano esiste, ha una storia che parte dagli anni Sessanta, e negli ultimi dieci anni ha prodotto opere che hanno vinto premi internazionali, sono state candidate agli Oscar e hanno girato i festival di mezzo mondo. Il problema non è la qualità, ma la visibilità: i film d'animazione italiani escono spesso in poche sale, durano una settimana in programmazione e finiscono nel dimenticatoio, in un mercato dominato dai blockbuster americani e dall'anime giapponese.
Questa lista prova a rimettere insieme i pezzi di una tradizione poco conosciuta ma molto ricca, partendo dal primo lungometraggio animato italiano del dopoguerra fino alle produzioni più recenti, passando per i tre autori che hanno tenuto in piedi il settore praticamente da soli: Bruno Bozzetto, Enzo D'Alò e Alessandro Rak. Dieci film, in ordine cronologico, che dimostrano come l'animazione italiana meriti molto più spazio di quello che le viene concesso.
West and Soda è il primo lungometraggio d'animazione italiano prodotto dopo la fine della guerra (i precedenti, I fratelli Dinamite e La rosa di Bagdad, risalgono al 1949) e il fatto che sia una parodia del western americano dice già molto sulla personalità di Bruno Bozzetto, milanese classe 1938 che a ventisette anni si mette in testa di competere con Disney, se non con il budget, quantomeno con l'ambizione. Il film racconta la storia di Johnny, un cowboy mite e sfortunato che deve difendere una giovane vedova dal cattivo Cattivissimo (già il nome è un programma), e lo fa con un umorismo visivo che pesca da Tex Avery e dalla commedia all'italiana in parti uguali.
L'animazione è artigianale, fatta con pochi mezzi e molta inventiva, e proprio questo le dà un fascino che i grandi studi non potrebbero mai replicare: ogni fotogramma sembra disegnato a mano con la fretta e la passione di chi sa di avere poco tempo e pochi soldi. Il risultato è un film che oggi funziona sia come documento storico (il primo tentativo serio dell'Italia di entrare nel mercato dell'animazione per il cinema) sia come commedia ancora divertente, con trovate visive che restano impresse. Da vedere per chi vuole capire da dove è partito tutto, e per chi ama l'animazione artigianale, fatta con le mani più che con i computer.
Alcuni hanno definito questo titolo la risposta italiana a Fantasia (1940) di Disney, ma pensarlo solo in paragone all’animazione d’oltreoceano sarebbe riduttivo. In Allegro ma non troppo Bozzetto prende l'idea di abbinare animazione e musica classica e la ribalta, costruendo sei episodi animati accompagnati da brani di Ravel, Debussy, Dvořák, Vivaldi, Sibelius e Stravinsky, e inserendoli dentro una cornice in live-action (in bianco e nero) in cui un direttore d'orchestra tirannico e un animatore sfruttato cercano di mettere in piedi lo spettacolo. La cornice è una satira del mondo dello spettacolo che oggi può sembrare datata, ma gli episodi animati sono di una qualità visiva e narrativa che regge ancora perfettamente.
L'episodio sul Bolero di Ravel, in cui una sostanza aliena sbarcata sulla Terra si evolve lentamente attraverso le ere geologiche fino a diventare un enorme mostro che invade una città moderna, è uno dei cortometraggi animati più belli mai realizzati in Europa, con un crescendo che segue perfettamente la struttura del brano musicale. L'episodio su La Valse di Ravel racconta la decadenza di un impero attraverso una sala da ballo che crolla, ed è un pezzo di animazione che non sfigurerebbe accanto ai migliori lavori dello Studio Ghibli. Consigliato a chi ama la musica classica e vuole vederla raccontata con ironia e intelligenza visiva, e a chi pensa che l'animazione europea non possa competere con quella americana.
Il primo lungometraggio di Enzo D'Alò, tratto dall'omonimo racconto di Gianni Rodari, è anche il film che segna la nascita dell'animazione italiana moderna, cioè l'animazione che smette di essere un esperimento d'autore e comincia a parlare al pubblico delle famiglie e dei bambini con una qualità produttiva competitiva. La storia è quella della notte della Befana, con i giocattoli che decidono di fuggire dal negozio della Befana per raggiungere i bambini più poveri che non riceveranno regali, e D'Alò la racconta con un'attenzione ai personaggi e ai dettagli che era inedita per l'animazione italiana dell'epoca.
La colonna sonora di Paolo Conte (che gli valse il David di Donatello e il Nastro d'argento per la migliore musica) dà al film un tono caldo e un po' malinconico che lo distingue da qualunque altro prodotto per bambini del periodo, e il doppiaggio (con Dario Fo nel ruolo dello Scarafoni) aggiunge un livello di qualità che la produzione italiana raramente si concedeva. La freccia azzurra è un film che molti genitori italiani ricordano con affetto, e che funziona ancora oggi come introduzione all'animazione italiana per i più piccoli. Perfetto per le famiglie con bambini piccoli, e per chi vuole regalare ai propri figli un piccolo gioiello d’animazione, lontano dai cliché.
Il più grande successo commerciale nella storia dell'animazione italiana, e un film che a quasi trent'anni dall'uscita continua a emozionare chi lo rivede. Tratto dal racconto Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda, il film racconta la storia del gatto Zorba che promette a una gabbiana morente di prendersi cura del suo uovo, di non mangiare il pulcino quando nascerà, e di insegnargli a volare. È una premessa che funziona su ogni livello: come favola per bambini, come metafora sull'accettazione della diversità, come storia di amore tra specie diverse che non dovrebbero capirsi e invece si capiscono.
D'Alò lavora con lo studio torinese Lanterna Magica e costruisce un film visivamente ricco, con una Amburgo animata (la città in cui è ambientata la storia) piena di dettagli e atmosfera, e con personaggi secondari (il gatto Diderot, il gatto intellettuale Colonnello, il poeta Pallino) approfonditi come nel racconto originale. La colonna sonora di David Rhodes completa un'opera che ha il respiro dei grandi film per famiglie senza mai scimmiottare il modello Disney. La gabbianella e del gatto è un capolavoro dell’animazione italiana, da riscoprire anche da adulti, per la delicatezza con cui tratta il tema della perdita e della promessa mantenuta.
Affrontare Pinocchio di Collodi dopo la versione Disney e dopo il film di Benigni richiedeva coraggio, e D'Alò lo trova affidando i disegni dei personaggi a Lorenzo Mattotti, uno degli illustratori italiani più importanti del Novecento, e la colonna sonora a Lucio Dalla, che morirà pochi mesi prima dell'uscita del film rendendola il suo ultimo lavoro musicale per il cinema. Il risultato è un Pinocchio visivamente diverso da qualunque altro: i colori sono netti, quasi astratti, la Toscana in cui è ambientata la storia diventa un paesaggio metafisico, e il burattino è disegnato con un tratto che sembra uscito direttamente da un libro illustrato.
D'Alò sceglie di restare fedele a Collodi molto più di quanto avesse fatto Disney, mantenendo gli episodi più duri e meno consolatori del racconto originale, e questo dà al film una serietà di fondo che lo distingue dalla massa. Rocco Papaleo come Mangiafoco, Maurizio Micheli come il Gatto e Lucio Dalla come il pescatore verde compongono un cast di voci che dà al film un sapore autenticamente italiano. Consigliato a chi vuole far conoscere Collodi ai propri figli, ma raccontato attraverso uno sguardo diverso, più vicino alla fiaba che al kolossal d’animazione.
Con quaranta autori, dieci animatori e un budget che qualunque studio americano avrebbe considerato un errore di battitura, Alessandro Rak costruisce a Napoli il suo primo lungometraggio, e vince l'European Film Award come miglior film d'animazione, battendo due grandi produzioni francesi. L'arte della felicità racconta la storia di Sergio, un tassista napoletano che, sotto una pioggia incessante, porta i suoi clienti attraverso una città sempre più degradata, cercando di fare i conti con la scomparsa del fratello Alfredo, partito per il Tibet dieci anni prima e mai tornato.
Il film ha il tratto graffiato e nervoso del fumetto d'autore, una Napoli grigia e piovosa che ricorda la Los Angeles di Blade Runner (1982) più che la cartolina turistica con cui siamo abituati a guardare oggi la città. Un ritmo narrativo che segue il flusso di coscienza del protagonista, spiazzante se accostato all’animazione, ma per questo innovativo e stupefacente. Non è un film per bambini, non è un film facile, non somiglia a niente di quello che l'animazione italiana aveva prodotto prima. È il biglietto da visita della Mad Entertainment, lo studio napoletano fondato dal produttore Luciano Stella che da allora è diventato il centro dell'animazione italiana contemporanea. Da vedere per chi cerca un'animazione adulta con un'anima profondamente meridionale, e per chi vuole scoprire un altro lato del talento di Alessandro Rak.
Rak e il suo gruppo tornano quattro anni dopo L'arte della felicità con un progetto ancora più ambizioso: prendere La gatta Cenerentola di Giambattista Basile, la versione napoletana del Seicento della fiaba di Cenerentola (scritta secoli prima di Perrault e dei fratelli Grimm), e trasportarla in una Napoli futuristica e cyberpunk, con navi da crociera abbandonate, ologrammi, criminalità organizzata e una protagonista muta che si chiama Mia e vive segregata dalla matrigna in un relitto nel porto.
Il risultato è uno dei film d'animazione italiani più visivamente sorprendenti degli ultimi anni, con un character design che mescola fumetto europeo, manga e street art napoletana, e una colonna sonora che alterna musica elettronica a brani della tradizione partenopea. Gatta Cenerentola ha ottenuto sette candidature ai David di Donatello (vincendone due, tra cui miglior produttore) ed è stato il candidato italiano nella corsa all'Oscar per il miglior film d'animazione, senza però entrare nella cinquina finale. Consigliato a chi ama le rivisitazioni contemporanee delle fiabe classiche e a chi vuole vedere cosa succede quando l'animazione italiana smette di nascondere le proprie origini e tradizioni, mettendo finalmente da parte la timidezza.
Lorenzo Mattotti, illustratore italiano tra i più celebrati al mondo (sue le copertine del New Yorker, suoi i disegni del Pinocchio di D'Alò), debutta alla regia con un adattamento del racconto di Dino Buzzati del 1945, e il risultato è un film che ha la qualità visiva di un'opera d'arte in movimento. La storia è quella del Re degli orsi Leonzio che scende dalle montagne della Sicilia alla testa del suo popolo per cercare il figlio rapito dagli uomini, e nel farlo conquista il regno degli umani ma scopre che il potere corrompe anche gli orsi.
Mattotti lavora con colori piatti e sfondi geometrici che ricordano le illustrazioni originali di Buzzati (che era anche pittore) ma li espande in una dimensione cinematografica nuova, con sequenze di battaglia, tempeste di neve e scene oniriche decisamente lontane dall'animazione tradizionale. La famosa invasione degli orsi in Sicilia è una coproduzione italo-francese presentata al Festival di Cannes 2019, nella sezione Un certain regard, e ha ricevuto il plauso della critica internazionale. Da vedere con i bambini per la storia semplice e potente, e da rivedere da adulti per la ricchezza visiva di ogni singolo fotogramma.
Manodopera (titolo originale: Interdit aux chiens et aux Italiens) è un film in stop-motion che racconta la storia dell'emigrazione italiana in Francia attraverso la famiglia del regista Alain Ughetto, partita dal Piemonte all'inizio del Novecento per cercare fortuna oltre le Alpi. Il titolo originale francese, "Vietato ai cani e agli Italiani", riprende i cartelli che accoglievano gli emigrati italiani nei paesi stranieri, e il film non nasconde nulla della durezza di quell'esperienza: il lavoro massacrante nelle miniere e nei cantieri, il razzismo quotidiano, la nostalgia per un paese che nel frattempo cambiava senza di loro.
La tecnica in stop-motion, realizzata con materiali poveri (broccoli per gli alberi, noci per le teste dei personaggi, filo di ferro per i corpi), dà al film una fisicità artigianale che è il contrario esatto dell'animazione digitale, e che restituisce la fatica vissuta dai protagonisti della storia. Manodopera ha vinto il premio della giuria al Festival di Annecy 2022 (il più importante festival di animazione al mondo) e il premio César come miglior film d'animazione in Francia. Consigliato a chi cerca un'animazione per adulti che racconti una storia italiana spesso dimenticata, e a chi vuole vedere cosa può fare la stop-motion quando è al servizio di un’idea geniale.
A settant'anni, Enzo D'Alò torna alla regia con un film tratto dal romanzo Mary, Tansey and the Dead Man's Hat dello scrittore irlandese Roddy Doyle, e dimostra di avere ancora la mano sicura che aveva ai tempi della Gabbianella. Mary è una ragazzina di Dublino che scopre di poter vedere gli spiriti, e in particolare lo spirito di una donna scomparsa che ha bisogno del suo aiuto per risolvere qualcosa di incompiuto. La storia è semplice, il tono è quello di un racconto gotico per ragazzi, ma con la delicatezza che è sempre stata la cifra stilistica del regista.
I personaggi sono disegnati da Peter de Sève (character designer di capolavori come Alla ricerca di Nemo o L’Era glaciale), le scenografie di Thomas Von Kummant danno a Dublino una consistenza fredda e autunnale, le musiche di David Rhodes (già autore della colonna sonora della Gabbianella), completano il cerchio. Mary e lo Spirito di Mezzanotte è stato presentato in concorso al Festival di Berlino 2023 nella sezione Generation e ha vinto il primo premio al Chicago Children's Film Festival. Un film delicato ed elegante, consigliato alle famiglie con bambini dagli otto anni in su, e a chi vuole vedere come D'Alò, dopo quasi trent'anni, riesce ancora a raccontare storie con grazia e poesia.









































