I 10 migliori film ambientati in Toscana

I 10 migliori film ambientati in Toscana

Alessandro Zaghi
Alessandro Zaghi

Pubblicato il 17 aprile 2026

Aggiornato il 24 aprile 2026

Mentre nelle sale americane è appena uscito You, Me & Tuscany, commedia romantica diretta da Kat Coiro con Halle Bailey e Regé-Jean Page (la star di Bridgerton), e in Italia il film è atteso prossimamente col titolo Tra Amore e Inganni, vale la pena fermarsi un attimo a contare quante volte la Toscana è stata già il fondale ideale per le storie d'amore del cinema internazionale.

Da decenni la regione è diventata una specie di sottogenere a sé stante, un'idea narrativa codificata: protagonista anglosassone in fuga da una vita sbagliata, villa abbandonata da ristrutturare, vino, parenti italiani esuberanti, finale lieto sotto un pergolato. You, Me & Tuscany, girato tra Pienza e Monticchiello nell'estate del 2024 e accolto dalla critica americana come un omaggio nostalgico alla rom-com classica, è solo l'ultimo capitolo di questa lunga tradizione.

Ma la Toscana al cinema è molto di più di un cliché internazionale. È la Firenze popolare della commedia all'italiana, la Livorno operaia del cinema d'autore, la campagna aretina dei racconti di guerra, la Val d'Orcia che Ridley Scott ha trasformato nei Campi Elisi del Gladiatore (2000). È un set a cielo aperto che il cinema italiano e internazionale frequenta da oltre cinquant'anni, e i film che ne sono usciti coprono praticamente ogni genere: commedia, dramma, thriller, romanzo di formazione, fantasy adolescenziale. Ecco i dieci da recuperare in ordine cronologico, dal capolavoro di Monicelli del 1975 al film più amato di Virzì del 2010.

01

Amici miei
Amici miei

Amici miei

1975

Cinque amici di mezza età che organizzano zingarate per non pensare alla vecchiaia, alla fine di un matrimonio, alla morte che si avvicina. Detta così, Amici miei potrebbe sembrare un dramma esistenziale, e in effetti lo è, sotto la superficie della comicità. Quello che Monicelli capisce, raccogliendo il testimone da Pietro Germi che del progetto era stato l'autore originario, è che lo scherzo elaborato (lo schiaffo ai viaggiatori in partenza alla stazione di Santa Maria Novella, la finta morte del Perozzi, la "supercazzola prematurata") non è un meccanismo comico ma un gesto disperato. Si ride per non piangere, si organizza l'ennesima beffa per non pensare al tempo che passa.

Il film vive sulla chimica del quintetto Tognazzi-Noiret-Del Prete-Moschin-Celi, che funziona perché nessuno dei cinque attori è davvero fiorentino (Tognazzi è cremonese, Noiret francese, Celi siciliano) ma tutti riescono a restituire l'idea di una toscanità malinconica e cinica che è forse la cifra più autentica della commedia italiana degli anni Settanta. Le scene in piazza Santo Spirito, al bar Necchi (un vero bar in via dei Renai), per le strade di San Niccolò, hanno il valore di un documento d'epoca su una Firenze popolare che non esiste più, sostituita oggi dal turismo di massa. Amici miei è uno dei pochi film in cui la malinconia non solo non danneggia la comicità, ma la rende più tagliente.

02

Camera con vista

C'è una scena, all'inizio di Camera con vista, in cui la giovane Lucy Honeychurch (Helena Bonham Carter, alla sua prima parte importante) protesta perché la stanza che le è stata assegnata alla Pensione Bertolini di Firenze non ha la vista sull'Arno promessa dal padre. È un dettaglio minimo, ma contiene tutto il film: la rigidità vittoriana che si scontra con la libertà del paesaggio italiano, il desiderio represso che cerca uno spiraglio, l'idea che vedere il mondo possa cambiare chi lo guarda. James Ivory adatta E. M. Forster con una fedeltà assoluta al testo e con una delicatezza visiva che gli vale tre Oscar (sceneggiatura non originale, scenografia, costumi).

La forza del film sta nel cast, dove accanto a Bonham Carter compaiono un Daniel Day-Lewis quasi irriconoscibile nei panni del fastidioso fidanzato Cecil, una Maggie Smith perfetta nella parte della cugina chaperone, e una Judi Dench giovanissima. La fotografia di Tony Pierce-Roberts trasforma piazza della Signoria, Santa Croce e le colline di Fiesole dentro scene che stanno a metà tra l’effetto cartolina e il dipinto rinascimentale, e l'aria O mio babbino caro dal Gianni Schicchi di Puccini diventa il leitmotiv di un romanticismo che non è mai stucchevole. Camera con vista è il film che, più di qualunque altro, ha costruito nell'immaginario anglosassone l'idea della Toscana come luogo di emancipazione personale, e da cui discendono praticamente tutte le rom-com internazionali che dopo hanno usato la regione come sfondo.

03

Il ciclone
Il ciclone

Il ciclone

1996

Quando Il ciclone uscì nel dicembre 1996, nessuno si aspettava che diventasse il secondo maggior incasso della storia del cinema italiano. Eppure successe, e successe perché Pieraccioni aveva intuito qualcosa di semplice ma efficacissimo: prendere la commedia toscana che il pubblico già amava (gli accenti, i personaggi caricati, il dialetto, il rapporto col padre rude e con la sorella zitella) e buttarci dentro un elemento di rottura, l'arrivo di quattro ballerine spagnole nella campagna di Vinci. Il meccanismo funziona perché Pieraccioni scrive personaggi riconoscibili, dialoghi che hanno la cadenza giusta, e sa quando spingere sul comico e quando lasciare respirare le scene di tenerezza.

Levante, il commercialista timido che il regista interpreta in prima persona, è la maschera che Pieraccioni avrebbe rifatto poi per tutta la carriera, e qui funziona perché è ancora fresca, non manierata. La famiglia (Massimo Ceccherini come fratello scapestrato, Barbara Enrichi come sorella sfortunata in amore, Sergio Forconi come padre) costruisce un microcosmo di provincia che è insieme reale e idealizzato, e il colpo di genio del flamenco con cui le ballerine prendono possesso del casolare di campagna resta una delle scene più memorabili della commedia italiana degli anni Novanta. Il successo (75 miliardi di lire all'epoca, uno tsunami di pubblico) consacrò Pieraccioni come fenomeno generazionale e portò la Toscana popolare nei cinema di tutta Italia.

04

Io ballo da sola

Una giovane americana di diciannove anni arriva in una villa nel Chianti per passare l'estate con un gruppo di artisti e intellettuali amici della madre, scrittrice scomparsa da poco. Vuole capire chi è suo padre (la madre glielo ha rivelato in una poesia trovata dopo la morte) e nel frattempo perdere la verginità, in qualche ordine. Bertolucci, che sceglie una giovanissima Liv Tyler (allora ventenne) per il ruolo della protagonista Lucy, costruisce un romanzo di formazione in cui la sensualità del paesaggio toscano e la maturità degli adulti che la circondano diventano due forze che la ragazza deve negoziare per trovare se stessa.

Il film vive di sguardi e di pause più che di trama, e la regia di Bertolucci è qui meno barocca rispetto ai grandi affreschi storici degli anni precedenti, più intima. Jeremy Irons interpreta uno scrittore malato che diventa il confidente di Lucy, Sinéad Cusack è la padrona di casa, e tutto il film è attraversato da una luce dorata che il direttore della fotografia Darius Khondji (lo stesso di di Seven) trasforma in un personaggio a sé. In Io ballo da sola il Chianti che fa da sfondo, con i borghi di Gaiole, Castelnuovo Berardenga e Monteriggioni, è quello del cosiddetto Chiantishire, la zona che gli inglesi avevano colonizzato come buen retiro, ed è uno dei ritratti più precisi dell'epoca in cui la campagna senese cominciava a trasformarsi nel paradiso turistico che è oggi.

Io ballo da sola non è disponibile per lo streaming.
Avvisami quando lo puoi guardare

05

La vita è bella

Sull'opportunità di mescolare commedia e Olocausto si è scritto tantissimo, e La vita è bella resta uno dei film più discussi della storia del cinema italiano. Detto questo, la prima parte del film, ambientata in una Arezzo degli anni Trenta filmata con la malinconia di un sogno, è uno dei migliori esempi di commedia romantica del nostro cinema. Guido Orefice (Benigni) corteggia Dora (Nicoletta Braschi) con una sequenza di gag verbali e fisiche (l'ombrello che cade dal balcone, la chiave della contessa, la cena al ristorante con il “buongiorno principessa”) che funzionano per la pura grazia della scrittura e del tempo comico.

La seconda parte, quella nel campo di concentramento, è la scelta che ha diviso pubblico e critica e su cui Benigni ha dovuto difendersi per anni. La trovata del padre che trasforma l'orrore in un gioco per proteggere il figlio è un atto di amore narrativo che ha commosso il mondo (tre Oscar nel 1999, miglior film straniero, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora a Nicola Piovani) ma che ha anche generato accuse di banalizzazione storica. Quello che resta, oggi, è la performance di Benigni, che gioca col proprio corpo come un mimo di scuola francese, e la fotografia di Tonino Delli Colli che trasforma la piazza Grande di Arezzo in una scenografia di favola. La villa Masini di Montevarchi, nel finale della prima parte, è uno dei luoghi più cinematografici della Toscana di sempre.

06

Ovosodo
Ovosodo

Ovosodo

1997

Piero Mansani, soprannominato Ovosodo per via del nodo alla gola che si porta dietro dall'infanzia, racconta la propria vita in una Livorno popolare che è insieme prigione e patria. Ovosodo è il film con cui Virzì, due anni dopo l'esordio di La bella vita, conferma di essere il regista italiano più capace della sua generazione di raccontare la classe operaia senza pietismo e senza folklore, con uno sguardo che alterna affetto e distanza critica. Il quartiere Ovo Sodo è un posto vero, alle spalle del centro di Livorno, e Virzì lo filma come Truffaut filmava Parigi, con il realismo di chi ci è cresciuto e sa cosa significa.

La forza del film sta nella scrittura dei personaggi: il padre malato che vende le verdure al mercato, la matrigna che gli vuole bene a modo suo, il fratello sbandato, l'amico Tommaso che incarna la borghesia di sinistra con cui Piero entra in contatto e che lo respinge con cortesia. L'amore tra Piero e Susi, la ragazza della Livorno bene che lo usa per fare un dispetto al fidanzato ufficiale, è una delle storie d'amore più amare e oneste viste nel cinema italiano degli anni Novanta. Edoardo Gabbriellini, che interpreta Piero, riesce a portare in scena un ritratto vissuto, e il film vinse il Leone d'Argento a Venezia 1997, consacrando definitivamente Virzì.

07

Hannibal
Hannibal

Hannibal

2001

Hannibal Lecter, dopo gli eventi del Silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (1991), si è rifugiato a Firenze sotto il falso nome di Doctor Fell ed è diventato curatore della biblioteca di Palazzo Capponi. La premessa è già un’ idea geniale: il cannibale più colto della storia del cinema scopre l'opera del Trecento toscano, frequenta il Salone dei Cinquecento, passeggia tra Ponte Vecchio e gli Uffizi, e quando l'ispettore Rinaldo Pazzi (un Giancarlo Giannini in stato di grazia) comincia a sospettare di lui, fa la fine che il cognome lascia intuire, in una delle sequenze più cattive di tutta la saga. Ridley Scott prende il romanzo di Thomas Harris e ne tira fuori un thriller barocco che sceglie deliberatamente di non competere con il film di Demme, andando da tutt'altra parte.

La parte fiorentina, che occupa quasi metà del film, è una sorta di lettera d'amore di Scott alla città, con Palazzo Vecchio che incombe come una presenza minacciosa, la Loggia del Mercato Nuovo che fa da palcoscenico per la presentazione dell'ispettore Pazzi, e una colonna sonora di Hans Zimmer che usa l'aria Vide cor meum (composta appositamente sul testo della Vita Nova di Dante) come motivo conduttore. Anthony Hopkins, dopo dieci anni dalla prima interpretazione di Lecter, gioca con il personaggio sapendo di essere ormai un'icona, e si concede gusti barocchi che Demme gli aveva impedito. Hannibal è meno innovativo del suo predecessore ma è un thriller adulto, raffinato, con un'idea visiva forte.

Frances Mayes (Diane Lane), scrittrice di San Francisco appena divorziata e in piena depressione, si convince a comprare una villa abbandonata a Cortona durante un viaggio organizzato per scrittori. Da lì comincia una vicenda di rinascita personale che coincide con la ristrutturazione della casa, e il film di Audrey Wells, tratto liberamente dal libro autobiografico di Mayes del 1996, codifica una volta per tutte il modello narrativo di tutti i film americani sulla Toscana che verranno dopo. Donna in crisi, casa diroccata, operai italiani esuberanti, vino, cena lunga con i nuovi amici, finale di riconciliazione con se stessi.

Detto questo, Sotto il sole della Toscana funziona meglio di quanto la formula lascerebbe intendere, e funziona soprattutto grazie a Diane Lane, che porta nel film una vulnerabilità adulta e poco hollywoodiana, lontana dalle ingenuità delle commedie romantiche standard. La regia di Audrey Wells (che morirà nel 2018 a soli cinquantotto anni) ha un tocco lieve, sa quando lasciare respirare le scene, evita la melassa nei momenti più rischiosi. La colonna sonora di Christophe Beck e le scelte di location (Cortona soprattutto, ma anche Montepulciano e Firenze) hanno trasformato la cittadina aretina in una meta turistica internazionale negli anni successivi all'uscita, con conseguenze che la stessa Mayes ha dovuto gestire per anni.

Il secondo capitolo della saga inaugurata Twilight (2008) tratta dai romanzi di Stephenie Meyer è anche quello in cui la storia esce dalla cittadina americana di Forks per arrivare in Italia, e precisamente nella Volterra dei Volturi, l'antichissima famiglia di vampiri che governa il mondo dell'oscurità. Edward Cullen (Robert Pattinson), convinto erroneamente che Bella (Kristen Stewart) sia morta, decide di esporsi al sole davanti ai turisti di mezzogiorno per costringere i Volturi a giustiziarlo. Bella corre per salvarlo, e tutto si risolve in una sequenza di tensione che è probabilmente il momento più riuscito dell'intera saga.

La produzione, per ragioni logistiche, scelse di girare non a Volterra ma a Montepulciano, e in particolare in piazza Grande, davanti al Palazzo Comunale, scelta che ha generato qualche polemica tra i fan dei libri ma che dal punto di vista cinematografico funziona. La piazza, con la torre civica e il duomo, ha la giusta atmosfera medievale per le sequenze finali, e i corsi stretti del centro storico sono stati invasi per giorni da migliaia di comparse vestite di rosso per la festa di San Marco. Chris Weitz, che dopo il fenomeno Twilight aveva preso il timone del franchise da Catherine Hardwicke, con New Moon mette il tassello definitivo su blockbuster adolescenziale praticamente perfetto, che non rinuncia mai all'eleganza visiva, e la sequenza italiana (che dura circa venticinque minuti) resta forse il picco visivo dell’intera saga.

Anna Nigiotti Michelucci, “mamma più bella dell'estate del 1971 al Bagno Pancaldi di Livorno, attraversa quarant'anni della propria vita esuberante e disastrata insieme ai figli Bruno e Valeria. Quando il film comincia, Anna è anziana e malata, Bruno (Valerio Mastandrea) ha tagliato i ponti con la famiglia e con Livorno, e il presente è continuamente rotto dai flashback degli anni Settanta in cui Anna giovane (Micaela Ramazzotti) commetteva tutti gli errori che hanno segnato i figli. Virzì costruisce una commedia drammatica sull'amore filiale che si reggerebbe in piedi anche solo per la sceneggiatura (scritta con Francesco Bruni e Francesco Piccolo), ma che funziona soprattutto per le interpretazioni.

Stefania Sandrelli, che interpreta Anna anziana, e Micaela Ramazzotti, che la interpreta da giovane, sono talmente brave che il fatto di non somigliarsi affatto fisicamente diventa irrilevante: lo spettatore le accetta come la stessa donna in due epoche diverse, e si commuove insieme a loro nei momenti finali del film. Mastandrea, romano doc, costruisce un livornese credibile, in una delle sue performance più dolenti. La prima cosa bella fu il film italiano scelto per rappresentare il paese agli Oscar 2011, vinse tre David di Donatello (sceneggiatura, attore protagonista, attrice protagonista) e portò Virzì a una popolarità di pubblico che fino a quel momento aveva sfiorato senza mai toccare davvero. La Livorno che vediamo, dai bagni popolari ai quartieri operai fino al lungomare, è il vero personaggio nascosto del film.

Informazioni su questa lista

Titoli

10

Costo totale di visione

27,96 €

Durata totale

19h 35min

Generi

Drammatico, Commedia, Di produzione europea

Dove posso guardare questa lista online?

Scopri quali sono i servizi di streaming con il maggior numero di titoli da questa lista.

Ci sono 10 titoli in questa lista e 3 di questi li puoi guardare su Now TV. Anche altri 8 servizi di streaming hanno titoli disponibili oggi.

  1. 3 titoli Now TV
  2. 3 titoli Mediaset Infinity
  3. 2 titoli Netflix
  4. 2 titoli Infinity Selection Amazon Channel
  5. 2 titoli Sky Go