
Le 10 migliori commedie sul calcio che ti strapperanno un sorriso
Manca meno di un mese ai Mondiali 2026 negli Stati Uniti, in Canada e in Messico, e come succede ogni quattro anni il calcio sta per prendersi tutto lo spazio disponibile nelle conversazioni, nei palinsesti e nei social media. Ma prima che la febbre da pallone ci travolga, vale la pena ricordare che il calcio al cinema ha una tradizione comica lunga e gloriosa, fatta di allenatori improbabili, squadre di dilettanti con sogni di grandezza, tifosi che perdono la testa e calciatori che usano il kung fu per tirare in porta. Il dramma sportivo americano ha i suoi Rocky e i suoi Rudy, il calcio ha Oronzo Canà e i monaci Shaolin. Ecco dieci commedie sul calcio da recuperare in ordine cronologico, dal cult con Abatantuono del 1982 alla favola calabrese dei Manetti Bros. del 2025.
Tre episodi, tre tifosi, tre città: Diego Abatantuono interpreta Frankie Tuttifrutti, ultrà interista di Milano con il giubbotto di pelle e la parlantina da bar sport; Donato, tifoso del Milan con la fissa del motorino; e Tirzan, juventino di Torino che sogna di fare il cantante. Carlo Vanzina prende lo stereotipo del tifoso italiano e lo spinge fino alla caricatura, ma con un'inncoenza di fondo che impedisce al film di diventare volgare. Eccezzziunale veramente è un film degli anni Ottanta in tutto e per tutto (la fotografia, i vestiti, le auto, le colonne sonore da jukebox), e proprio per questo funziona oggi come un documento involontario di un'epoca in cui il calcio italiano era al centro del mondo e la commedia si prendeva il lusso di riderne.
Abatantuono è in stato di grazia comica, e i tre personaggi che interpreta sono abbastanza diversi tra loro da giustificare la struttura a episodi. Il film ebbe un successo enorme al botteghino e generò un sequel (Eccezzziunale veramente - Capitolo secondo... me, 2006) che come spesso accade non è all'altezza dell'originale. Da recuperare per chi vuole ridere del tifo all'italiana con la leggerezza di chi sa che sta esagerando.
Il film di calcio italiano per eccellenza, quello che tutti conoscono anche chi non l'ha mai visto, perché la bi-zona di Oronzo Canà, il tiro a giro di Aristoteles e il "come se fosse antani" del dirigente sono entrati nel linguaggio comune di un intero paese. Lino Banfi interpreta il mister di provincia che arriva in Serie A alla guida della Longobarda neopromossa, senza giocatori, senza tattica e con un procuratore (Lino Toffolo) che gli propina un brasiliano misterioso di nome Aristoteles che nessuno ha mai visto giocare.
Con L’allenatore nel pallone Sergio Martino costruisce una commedia che funziona su due livelli: come farsa pura (le scene di Banfi con il presidente, con l'arbitro, con i giornalisti sono scritte col ritmo giusto e i tempi giusti) e come satira del calcio italiano degli anni Ottanta, con i procuratori imbroglioni, le partite truccate, i presidenti che vogliono vincere senza spendere e gli allenatori che inventano schemi assurdi per sopravvivere. La bi-zona, lo schema tattico inventato da Canà che prevede tre centrocampisti davanti alla difesa e tre dietro l'attacco senza che nessuno dei sei sappia bene cosa deve fare, è una delle idee comiche più riuscite del cinema italiano. Consigliato a tutti, anche a chi non capisce niente di calcio, perché il calcio qui è solo il pretesto per ridere, in maniera ironica, dell'Italia dell’epoca.
Neri Parenti riunisce mezzo cinema comico italiano in un film a episodi dedicato ai tifosi di calcio, con un cast che va da Massimo Boldi a Christian De Sica, da Enzo Iacchetti a Giorgio Panariello, da Gigi e Andrea a Biagio Izzo. La struttura è quella classica del cinepanettone declinata in chiave sportiva: ogni episodio segue un tipo diverso di tifoso (il padre che costringe il figlio a tifare per la sua squadra, il marito che preferisce la partita alla moglie, il tifoso in trasferta che perde tutto) e li mescola in un affresco caotico e rumoroso che è simultaneamente un ritratto fedele dell'ossessione calcistica italiana e una commedia senza pretese.
Tifosi non è un film raffinato, non cerca di esserlo, e la recitazione a volte sconfina nel cabaret televisivo. Ma funziona come documento di un'epoca in cui il calcio italiano era al suo apice di popolarità e la commedia popolare lo trattava come materia comica naturale. Le comparse di calciatori veri (tra cui Roberto Baggio in una scena memorabile) danno al film un tocco di autenticità involontaria. Perfetto per una serata leggera tra amici che condividono la passione per il pallone, senza aspettarsi niente di più di qualche risata.
Il film più folle di questa lista, e probabilmente quello che funziona meglio a livello cinematografico puro. Stephen Chow, che in Asia è una star comica paragonabile a Jim Carrey, scrive, dirige e interpreta la storia di Sing, un ex monaco Shaolin che ha l'idea di applicare le tecniche del kung fu al calcio, formando una squadra di ex compagni di monastero che hanno perso la strada e ridotto le loro abilità marziali a mestieri improbabili.
Shaolin Soccer mescola effetti speciali da videogioco, slapstick fisico alla Buster Keaton, e una sincerità emotiva inaspettata (la storia d'amore tra Sing e la panettiera con problemi alla pelle è stranamente dolce) in una commedia decisamente lontana al modello che il cinema occidentale ha sempre applicato al calcio. Il film fu un successo colossale in Asia, incassando oltre sessanta milioni di dollari in un mercato dove le commedie sportive non esistevano praticamente come genere. Da vedere per chi vuole una commedia sul calcio che non somigli a nessun'altra commedia sul calcio mai fatta, e per chi ama le arti marziali mescolate con l'assurdo.
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Mike Bassett: England Manager
Un mockumentary britannico che racconta la storia del peggior allenatore della storia della nazionale inglese, un mister di provincia con una moglie bevitrice, uno staff tecnico incompetente e una squadra di calciatori che lo disprezzano, chiamato a guidare l'Inghilterra ai Mondiali dopo che tutti gli altri candidati hanno rifiutato. Ricky Tomlinson interpreta Mike Bassett con la faccia, l'accento e la rassegnazione di un uomo che sa di essere nel posto sbagliato ma non ha un posto migliore dove andare, e il film costruisce attorno a lui un mondo di conferenze stampa disastrose, tattiche assurde e sconfitte umilianti che i tifosi inglesi conoscono fin troppo bene.
Il formato mockumentary funziona perché il calcio inglese si presta alla satira come pochi altri mondi (i tabloid, i procuratori, i WAGs, i calciatori che si credono più importanti della squadra), e il film non ha paura di essere cattivo con nessuno. L'Inghilterra di Bassett che arriva ai Mondiali con uno schema tattico chiamato "4-4-fucking-2" e che incredibilmente comincia a vincere è una delle trovate comiche più riuscite del cinema sportivo britannico. Consigliato ai fan del calcio inglese e a chiunque abbia mai visto una conferenza stampa post-partita pensando che la realtà sia più assurda della finzione.
Sognando Beckham è una di quelle commedie che partono da una premessa semplice (una ragazza vuole giocare a calcio) e la trasformano in una storia molto più ricca di quello che il pubblico si aspetta. Jess (Parminder Nagra) è una ragazzina indiana di Hounslow, alla periferia di Londra, cresciuta in una famiglia sikh che la vuole sposata e con un lavoro rispettabile, ma che di nascosto si allena con una squadra femminile locale dopo aver impressionato la calciatrice Jules (Keira Knightley, al suo primo ruolo importante). La regia di Gurinder Chadha mescola commedia sportiva, racconto di formazione e dramma familiare con una leggerezza che tiene insieme tutto senza che niente sembri forzato.
Il film funziona perché unisce il calcio e la storia familiare, con il campo da gioco che diventa lo spazio in cui Jess può essere chi vuole senza doversi giustificare. Il fatto che David Beckham non compaia mai nel film (se non in poster e figurine) ma sia una presenza costante nei dialoghi e nell'immaginario della protagonista è una trovata elegante. Sognando Beckham fu un successo internazionale enorme (oltre centododici milioni di dollari al botteghino) e lanciò la carriera di Keira Knightley, che l'anno dopo avrebbe girato La maledizione della prima luna, fortunatissimo debutto della saga dei Pirati dei Caraibi. Da vedere per chi cerca una commedia che parli di calcio, identità e famiglia senza mai diventare pesante.
Will Ferrell allena la squadra di calcio giovanile del figlio e si ritrova a competere con il padre (Robert Duvall), che allena la squadra avversaria con la stessa ferocia agonistica con cui ha gestito tutta la vita. La premessa di Derby in famiglia è quella classica della commedia sportiva americana (la squadra di scarsi che deve battere la squadra dei forti, l'allenatore improbabile che trova il modo di vincere), ma il film funziona perché Will Ferrell porta il suo repertorio di slapstick e imbarazzo comico in un contesto in cui i bambini sono più maturi degli adulti, e Robert Duvall interpreta il padre-allenatore con una cattiveria comica che ricorda certi genitori veri visti a bordocampo.
Il film non ha pretese di profondità (è una commedia familiare del 2005, scritta per far ridere e andare a casa), ma le scene di Ferrell che cerca di motivare bambini di sei anni con discorsi motivazionali da finale di Coppa del Mondo restano genuinamente divertenti, e il rapporto padre-figlio tra Ferrell e Duvall ha momenti di comicità che funzionano ancora. Da vedere in famiglia, soprattutto dai genitori che prendono troppo sul serio le partite dei figli la domenica mattina sui campetti di provincia.
Eric Bishop (Steve Evets) è un postino di Manchester con una vita che sta andando a pezzi: due figliastri che lo ignorano, un'ex moglie che non riesce ad affrontare, debiti, solitudine, e una depressione che non chiama per nome ma che lo sta mangiando. Una sera, dopo aver fumato uno spinello di troppo, Eric Cantona appare nella sua camera da letto, seduto sul letto, con la sua aria da filosofo, e comincia a dargli consigli sulla vita.
Ken Loach, il regista di capolavori come Family Life (1971) e Sweet Sixteen (2002), prende questa premessa surreale e la inserisce dentro un film di realismo sociale senza che le due cose si contraddicano. Il postino ha problemi veri, la periferia di Manchester è filmata con la crudezza abituale di Loach, e Cantona (che interpreta sé stesso) è lì non come apparizione mistica ma come la proiezione di un uomo che ha bisogno di qualcuno che gli dica che va tutto bene. Il mio amico Eric è probabilmente la commedia sul calcio più bella mai fatta, perché in realtà non è una commedia sul calcio, è una commedia sull'amicizia, sulla vergogna, e su cosa succede quando un uomo ammette di aver bisogno di aiuto. Cantona è perfetto nel ruolo, autoironico senza essere compiacente.
Il regista argentino Juan José Campanella (vincitore dell'Oscar per Il segreto dei suoi occhi, 2009) prende un racconto breve di Roberto Fontanarrosa, il grande umorista e fumettista argentino, e lo trasforma in un film d'animazione su un ragazzo di provincia appassionato di biliardino la cui vita viene stravolta dall'arrivo di un calciatore professionista arrogante e prepotente. La notte in cui il ragazzo rischia di perdere tutto, i pupazzetti del biliardino prendono vita e decidono di aiutarlo.
Goool! è un film d'animazione argentino (coprodotto con la Spagna) che ha il cuore di una favola popolare sudamericana e l'ambizione visiva di un film Pixar, senza mai rinunciare alla propria identità. L'animazione è curata, i personaggi dei pupazzetti (ognuno con la sua personalità, i suoi limiti fisici, il suo modo di muoversi) sono scritti con una dolcezza che ricorda il miglior Campanella, e il tema di fondo (il piccolo che batte il grande usando l'intelligenza e il lavoro di squadra) è universale ma senza mai scadere nel banale. Le musiche di Emilio Kauderer completano un film che merita di essere scoperto anche fuori dal pubblico argentino. Perfetto per una serata in famiglia, insieme a piccoli fan del pallone.
L'ultimo arrivato della lista, e il più attuale. I Manetti Bros., dopo la trilogia di Diabolik, tornano alla commedia con una favola calcistica ambientata a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, dove Don Vincenzo (Rocco Papaleo), un agricoltore in pensione con il cuore legato alla squadra locale, organizza una colletta tra i diciottomila abitanti della città per ingaggiare Etienne Morville (Blaise Afonso), un talento francese del Milan caduto in disgrazia per il suo pessimo carattere. Il campione arriva in Calabria aspettandosi il peggio e trova una comunità che lo costringe a ricominciare da zero, con risultati che oscillano tra il comico e il commovente.
U.S. Palmese ha il respiro di una commedia italiana degli anni Cinquanta, con il paesino come microcosmo, i caratteristi che rubano la scena (Gianfelice Imparato come il professor Macrì, Massimiliano Bruno come il macellaio, Max Mazzotta come il mister Bagalà), e un Rocco Papaleo che regge tutto con la sua solita naturalezza. Il film non è perfetto (il ritmo nella seconda parte cala, e alcune sottotrame restano irrisolte), ma ha un'onestà e un calore che lo rendono una visione piacevole, e il fatto che la sua uscita nelle sale abbia riaperto dopo trent'anni l'unico cinema di Palmi è una storia che da sola vale più di qualunque recensione.







































