
"Look Back", Hirokazu Kore'eda: “Quando ho incontrato Fujimoto l'ho ringraziato per aver fatto un manga così”
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Look Back (2026) arriva sul grande schermo due anni dopo l'acclamato film d'animazione di Kiyotaka Oshiyama per Studio Durian, questa volta in versione live action, diretto da Hirokazu Kore'eda e interpretato da Natsuki Deguchi e Aju Makita nei panni delle due protagoniste adolescenti, Fijino e Kyomoto, nate dalla penna e genio creativo del mangaka Tatsuki Fujimoto.
Alla conferenza stampa di presentazione, il regista, il produttore Daiju Koide e le quattro interpreti hanno ripercorso la genesi di un progetto nato in un momento di sospensione personale e collettiva.
L'incontro con il manga e Fujimoto
Interrogato su quando abbia incontrato per la prima volta l'opera di Fujimoto e su cosa lo abbia spinto a portarla al cinema nonostante esistesse già un anime, Kore'eda ha raccontato che l'incontro è avvenuto in un periodo molto particolare della sua vita professionale, ovvero il COVID: "Tutta la produzione si era fermata, eravamo costretti a stare fermi. Mi sono trovato a dovermi chiedere che senso, che valore avesse il cinema di cui faccio parte in un momento in cui il mondo era in stato di emergenza. È allora che ho incontrato quest'opera. È stato un incontro che mi ha messo di fronte alla domanda se fossi davvero deciso, che mi ha dato una spinta: dentro di me è tornato forte il desiderio di provare a fare di nuovo un film. Per questo, quando ho incontrato Fujimoto, per prima cosa l'ho ringraziato per aver fatto un manga così, e siccome sono un regista, dare forma concreta a quel ringraziamento voleva dire farne un film. È venuto naturale. Di solito non leggo i manga pensando a un possibile adattamento, e anche in questo caso non l'ho incontrato mentre cercavo qualcosa da portare al cinema, mi ha semplicemente incuriosito quella copertina con una schiena, e l'ho preso in mano. Un incontro casuale. Credo sia stato un incontro molto bello."
L'origine di “Look Back” nel terremoto dell'11 marzo
Alla domanda sulle radici più profonde dell'opera originale, è stato il produttore Daiju Koide a raccontare un aneddoto che getta nuova luce sul manga: "C'è un'altra cosa che sta alla base di Look Back: l'11 marzo 2011, il grande terremoto del Giappone orientale. All'epoca Fujimoto era appena diventato studente universitario, si era trasferito a Tokyo e frequentava l'accademia di belle arti, e con il terremoto si è trovato a non poter fare assolutamente nulla. Il suo lavoro creativo si è fermato del tutto e come creatore si è interrogato su come proseguire il proprio futuro. Anche andando a fare volontariato, si chiedeva: portare via queste macerie, a che cosa porta davvero? Quel senso di confusione, quell'impulso, con il passare degli anni è diventato “Look Back”. Quel sentimento, chiedersi che cosa si possa fare, voler agire in qualche modo anche senza riuscire a dargli una forma compiuta, è qualcosa che tutti abbiamo. Credo che “Look Back” tocchi proprio quella universalità. Da produttore ho l'impressione che la forza dei vari successi, e la capacità del manga di suscitare un'empatia così intensa, dipendano dal fatto che l'esperienza originaria è l'11 marzo, o il Covid."
Una produzione lunga quanto le quattro stagioni
Sulla lavorazione del film, Koide ha spiegato le scelte produttive più ambiziose, a partire dalla fondazione di una società apposita: "Discutendone con il regista, ci siamo chiesti quante ore di ripresa potessimo permetterci in una giornata rispetto allo standard del cinema giapponese di oggi, e quale schema di finanziamento servisse per riuscirci. Abbiamo messo a posto le cose una per una, anche fondando la nostra società; per me è stata una vera sfida, una cosa difficile e insieme davvero divertente. Grazie a quel tipo di tempo, il film ha potuto coprire per intero le quattro stagioni di un anno, e abbiamo potuto prenderci tutto il tempo perché queste ragazze recitassero con una spontaneità piena. Credo che siamo riusciti a costruire un bel tempo di lavoro. Se guardandolo lo percepirete anche voi, ne sarò davvero felice."
Tra la difficoltà del disegno e la condivisione del set come una grande famiglia
Le quattro interpreti hanno condiviso ricordi diversi legati alla preparazione fisica dei rispettivi ruoli. Furi Nanase, che interpreta Fujino da bambina, ha raccontato: "La cosa faticosa è stata l'esercizio di disegno. Prima di interpretare Fujino in “Look Back” mi interessava un po' disegnare, ma non avevo mai fatto niente di davvero serio. Ho capito quanto sia difficile fare manga. La cosa bella è stata il periodo delle riprese, la troupe aveva un'energia bellissima, erano tutti gentili."
Rokka Okada, Kyomoto da bambina, ha aggiunto una difficoltà linguistica: "Oltre all'esercizio di disegno, è stato il dialetto: l'akita-ben (dialetto giapponese parlato nella prefettura di Akita, nella regione del Tōhoku) non l'avevo mai praticato, non l'avevo mai nemmeno sentito, quindi le prove sono state davvero impegnative. Quanto ai bei ricordi, ne ho troppi per sceglierne uno. Nelle scenografie della stanza di Fujino e della stanza di Kyomoto disegnavamo insieme, mangiavamo i sakuramochi, leggevamo manga, stavamo sotto il kotatsu."
Aju Makita, che interpreta Kyomoto adolescente, ha ricordato una doppia fatica tecnica: "La parte faticosa è stata l'esercizio di disegno e, siccome Kyomoto frequenta l'accademia di belle arti, anche la pittura a olio, pure quelle prove sono state dure. E poi il dialetto: non essendo abituata a sentirlo, ci ho messo tempo a prepararlo. La cosa divertente era il catering del pranzo; ogni tanto arrivava il furgone del ramen, e il regista era sempre il primo della fila." Natsuki Deguchi, nei panni di Fujino adolescente, ha chiuso il giro di risposte con un ricordo più fisico: "La cosa faticosa è stata anche per me l'esercizio di disegno: da adulta non mi capitava più di disegnare, e ricordo che mi erano venuti i calli, le mani mi facevano male. La cosa bella è stata girare a Akita: il periodo delle riprese è stato il più divertente in assoluto, sembrava davvero di vivere lì. Spaccavamo l'anguria tutti insieme, facevamo i fuochi d'artificio, ed è diventato un ricordo d'estate bellissimo."
Cigni imprevisti e riprese finite troppo in fretta
Anche Kore'eda ha voluto condividere il proprio ricordo del set, raccontando un imprevisto che ha finito per arricchire il film: "A me vengono in mente solo le cose belle, perché di solito le cose dure le dimentico. All'inizio l'accordo era autunno-inverno-primavera-estate-autunno. A un certo punto ci era stato detto che avevamo finito, avevamo già concluso prima di fine riprese, e poi, credo proprio perché ci stavamo divertendo, abbiamo fatto altre riprese aggiuntive in inverno e in primavera. È stato splendido, e si vede nel film. Forse la cosa più impegnativa è stata quando nella prima giornata di riprese abbiamo catturato un cigno bellissimo, per puro caso, non era previsto in sceneggiatura. Abbiamo dovuto decidere come sfruttare quell'immagine, riscrivere la sceneggiatura, e poi a ogni giornata di ripresa bisognava trovare i cigni. Per la troupe è stato un lavoro davvero faticoso."
La luce, il colore, la pellicola
Alla domanda sulle scelte cromatiche e fotografiche del film, il regista giapponese Kore’eda ha risposto con una riflessione sulla luce più che sul colore in sé: "All'inizio, quando abbiamo deciso di portare quest'opera al cinema, nel documento di progetto avevo scritto che volevo riprendere quattro tipi di luce a Nikaho, in Akita, la città d'origine di Fujimoto, e che dentro quei quattro tipi di luce volevo cogliere la crescita dei due personaggi. Più che il colore, direi il cambiamento della luce, riprenderlo in pellicola e poi chiuderlo dentro il film. Credo che tutta la troupe avesse questa consapevolezza. Per questo è stato molto importante che ci sia stato concesso di usare il tempo in modo così generoso, ed è stato bello poter condividere quei valori comuni con la troupe, a cominciare dal direttore della fotografia."




