
“L'Estranea”, Paolo Strippoli: “È un film di generi: c'è il melodramma, horror, il thriller psicologico.”
Dopo il debutto fuori concorso dello scorso anno con La valle dei sorrisi (2025), Paolo Strippoli torna alla Mostra del Cinema di Venezia, questa volta in concorso, con L'Estranea (2026), dall'8 ottobre in sala con 01 Distribution.
Al Lido di Venezia abbiamo dialogato con il regista e il cast, composto da Jasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi e Romana Maggiora Vergano, toccando i temi più profondi del film, dal controllo al senso di colpa, fino alla difficile battaglia del cinema di genere nel panorama italiano.
Dal fuori concorso al concorso della Mostra del Cinema di Venezia

Alla domanda su cosa significhi per lui tornare al Lido a distanza di un solo anno, questa volta però in concorso, Strippoli ha risposto: "Questo è il parco giochi delle persone che amano il cinema, e quindi esserci quest'anno è particolarmente bello. Poi è spaventoso, ragazzi, veramente è spaventoso: l'anno scorso ero molto più rilassato. Però il sentimento principe è la gratitudine: nei confronti del direttore Alberto Barbera, dell'intera commissione di selezione, di chi ha fatto il film con me e di chi me l'ha lasciato fare. Questo è un film di generi: c'è il melodramma sporcato da incursioni horror, c'è il thriller psicologico. Quindi un film molto libero all'interno di una struttura classica, e credo che ci voglia comunque una bella dose di fiducia nel lasciar fare al regista qualcosa che è difficile da identificare in un solo genere. Attorno a me ho avuto persone che me ne hanno data tanta, di fiducia: quindi gratitudine per tutti loro."
Sotto la pelle di un demone
Sul piacere di dare corpo e voce a una figura ambigua e demoniaca come quella de l’Estranea del titolo, Valeria Bruni Tedeschi ha raccontato: "Mi sono divertita molto, soprattutto perché è un demone molto familiare per me: è un demone che sta dentro di me da sempre. Questa persona che mi chiede di scegliere, che chiede di fare uno scambio con me, che mi chiede di scegliere chi proteggo, che cosa controllo. Insomma, è una persona che conosco bene: perciò mi sono divertita molto a darle voce, a darle la possibilità di esprimersi in un film."Paolo Strippoli aggiunge qualche dettaglio sul lavoro fatto sul testo assieme a Valeria Bruni Tedeschi, descrivendolo come un vero e proprio scontro creativo fruttuoso: "Valeria mi ha messo in crisi, nel senso migliore del termine. È un'attrice che voleva scardinare il mio modo di vedere quelle scene. Grazie al suo modo di lavorare, che ha incontrato il mio, a un certo punto abbiamo trovato un compromesso secondo me molto bello, che mi soddisfa: è lei ad aver settato il tono del film. In quelle scene ho dovuto buttare del materiale eccezionale, di una follia unica. Ho dovuto abbassarla, non perché non funzionasse, ma perché volevo che fossero delle isole, e non delle isole distanti chilometri dalla terraferma, che poi è il film."
Le tre donne e la figura della madre
Interrogata sul suo personaggio, una madre giovane capace di tutto pur di proteggere la figlia, in un film costruito attorno a tre figure femminili diverse che si confrontano e si scontrano, Jasmine Trinca ha spiegato: "Che tipo di madre è? Una madre direi ordinaria. Nel senso: una madre come siamo noi, come alcune di noi. Non esattamente io, perché io denuncio sempre di essere una madre molto imperfetta, molto confusa su certe cose, ma guidata da questo senso di voler essere sufficientemente buona con la figlia. Anna Corona, invece, poverina, è stata semplicemente se stessa nel mondo: fa di se stessa un modello per il mondo, vuole avere tutto sotto controllo, e i figli sono la prima cosa che il mondo ti dà la possibilità di manovrare e controllare. Diciamo che questi tre personaggi femminili, per me, rispondono a uno stesso femminile: una possibilità del femminile è scardinarsi da quella strada che viene indicata, imposta; un'altra è essere vittima di se stessa e di quel controllo; e l'altro femminile è evidentemente una parte di sé che riesce a dare voce, a proposito di demoni, a quelle istanze più profonde, più sincere, che non si possono ascoltare."
Il cinema di genere in Italia
Assieme a Roberto De Feo, regista del film The Nest (2019) e co-regista con lo stesso Strippoli di A Classic Horror Story (2021), sono tra gli autori che più si sono battuti – e si battono – per far capire l’importanza e il valore del cinema di genere in Italia, a tal punto che sembra essere quasi una missione personale. "Non so se è una missione,” risponde inizialmente il giovane regista pugliese. “Io, prima di essere regista, sono uno spettatore: sono una persona che ama profondamente il cinema, e ovviamente ho amato e amo tanto il cinema italiano. Vedere così pochi film di genere, per me è una grande sofferenza da spettatore. Perché, conoscendolo un po' questo genere, mi rendo conto che è uno strumento fondamentale per interpretare la realtà di oggi. Fondamentale. Se manca questo strumento in una cinematografia, in un'industria, quell'industria non è così sana. E soprattutto noi, come Paese, non ci possiamo raccontare fino in fondo. Quindi trovo pericoloso che se ne faccia così poco, soprattutto in un momento in cui il mondo sta riscoprendo il genere a livello popolare: l'horror, per esempio, è qualcosa che funziona al botteghino. In Italia è ancora una nicchia, e resta per sempre una nicchia se esce un film horror all'anno. Questo, per esempio, non è horror, per me no: per me è un thriller psicologico, non lo vedo proprio come horror. È chiaro che ha delle incursioni in quel genere. Ci vorrebbe anche un po' di fiducia, con una certa dose di rischio, perché riabituare il pubblico è difficile, ma il pubblico non è stupido. Il pubblico si riabitua se escono prodotti interessanti, ma soprattutto se sono tanti e se non diventa solo la nicchietta."
La prima lettura della sceneggiatura
Sul momento in cui hanno ricevuto per la prima volta la sceneggiatura, e su cosa le abbia colpite dei rispettivi personaggi, Jasmine Trinca ha raccontato di aver percepito fin da subito un desiderio autentico da parte del regista: "Ho proprio sentito che Paolo, la prima volta che l'ho incontrato era un po' di tempo fa, molto tempo prima dell'inizio delle riprese, sentivo proprio da parte sua il bisogno che fossi io a fare questo film per lui. Tant'è che, devo dire, ho preso tempo un po' volontariamente, perché mi piaceva essere così corteggiata."
Sulla poetica del regista ha aggiunto: "Usa il fantastico non per stupire lo spettatore o per impaurirlo, ma per far sì che i personaggi vengano a contatto con delle paure molto profonde, e che queste paure possano risuonare per vibrazione con il pubblico. Far uscire quella vibrazione dallo schermo è molto complesso: e secondo me a lui riesce."
Romana Maggiora Vergano, al suo secondo lavoro con Strippoli dopo La valle dei sorrisi, ha invece raccontato: "Io entrerei anche bendata in un film di Paolo Strippoli; è come se ti prendesse per mano e ti accogliesse in questo immaginario assolutamente poco realistico, ma lo fa con una visione così chiara e ti dà elementi talmente concreti che per un attore è, oltre che sfidante, divertente. Per me, che vengo da un percorso di varie figlie, questa è una figlia molto diversa, perché non chiede aiuto: fugge, scappa fisicamente dalla sua casa, dalla sua famiglia, ma proprio dal ruolo di figlia. Mi sono sentita anche un po' uno specchio per questa donna, per mia madre: è stato un bellissimo viaggio."
La paura di perdere il controllo
Il tema del controllo, dichiarato dallo stesso Paolo Strippoli come la grande paura da cui nasce il film, ha attraversato buona parte dell’incontro. "Per me è semplicemente l'incubo più grande. Anche i miei film precedenti parlano di persone che barattano qualcosa, il loro dolore, il loro senso di colpa, per il controllo. Pur di non provare certi sentimenti, rinunciano a se stesse, e quindi qualcuno prende il controllo su di loro. È un pattern che mi perseguita, perché sono una persona che crede fortemente in un certo modo di porsi nel mondo: e se non riesco più a rispettarlo, quel modo di porsi, perdo me stesso."
Valeria Bruni Tedeschi ha raccontato: "Nella vita questa cosa di avere dentro di me qualcuno che mi aiuta a cercare di avere il controllo, su quella che poi è proprio un'illusione di controllo, c'è. Ma poi mi piace, mi piace veramente il gusto di perdere il controllo. Renoir diceva: lasciare che la realtà entri nelle scene come un'ondata di ossigeno, come una finestra che si apre e il vento che entra in una stanza. Perdere il controllo, non completamente, è proprio quello che ricerco nel mio lavoro: mentre nella vita ne ho paura, nel lavoro lo cerco."
Jasmine Trinca ha invece riportato la riflessione sul piano dei personaggi: "Del controllo, sì, ne sono vittime e ne fanno di vittime. È un controllo d'amore, un controllo che nasce da un'esigenza anche sana di protezione. Ma tornando al concetto della spirale, sono fermi nella colpa, specialmente il mio personaggio, a un certo punto, nella vergogna. E il senso di colpa è uno dei sentimenti umani più sterili, perché è una spirale ancorata nel passato, con l'illusione che, sentendo quella colpa, forse possiamo anche fare qualcosa. È assolutamente un'illusione. Invece bisogna passare al momento della responsabilità, che è un momento del presente."
La Trinca, sempre restando sul tema, ha poi aggiunto una nota più personale riguardante soprattutto il rapporto tra paura e lavoro attoriale, raccontando anche di come sia nata in scena, insieme a Bruni Tedeschi, una delle sequenze più fisiche del film: "La cosa che mi fa veramente paura sono le relazioni umane. Forse per questo provo a generare con questo lavoro un contatto umano che costringe gli altri a stare. Nel momento in cui ho visto Valeria in scena, sono dovuta stare lì, non soltanto ad ammirare quello che lei poteva essere, ma ad ammirare che cosa avrei dovuto inventare lì con lei." Anche Strippoli è intervenuto su questo momento specifico: "In sceneggiatura c'era molto di più della parte di Valeria: il tocco, il tatto. Però, se notate, nel film lei tocca, bacia; e l'altra, pur dicendole di allontanarsi, poi la bacia anche lei allo stesso modo. Questa cosa si è trovata sul set, attraverso il rapporto tra queste due magnifiche attrici: è stato veramente un regalo incredibile."
A chiudere il cerchio sul tema è poi tornata Romana Maggiora Vergano, con una lettura del proprio personaggio Alice come punto di equilibrio tra i due estremi: "Probabilmente Alice è il personaggio più lucido del film, proprio perché evita entrambi gli eccessi: evita l'ossessione del controllo ed evita la sregolatezza, la totale perdita di controllo. Tenta quello che tento di fare anch'io tutti i giorni: restare nel presente, nell'esperienza sensibile del momento."
Il "fenomeno" Strippoli e la questione generazionale
Interrogato infine sull'etichetta di enfant prodige che gli viene spesso affibbiata, vista la giovane età e il grande salto compiuto in appena un anno, Paolo Strippoli ha risposto con una riflessione più ampia, che ha finito per toccare un problema strutturale del cinema italiano: "Io cerco solo di fare film che sono importanti per me, e di farli con onestà, in modo tale che arrivino al pubblico. Spero solo che, se davvero c'è un'attenzione nei miei confronti, si rivolga non tanto a me, quanto a una generazione perché credo che ci sia una difficoltà concreta. Ero a un evento qualche mese fa e c'era un mio amico regista, al suo secondo film, di quasi cinquant'anni, che viene chiamato sul palco come il giovanissimo regista. Se si dice questa cosa a una persona di cinquant'anni, io credo che ci sia un problema. Non perché io non mi senta un grande privilegiato, sono felice di fare film a trentatré anni, ma credo sia importante che ci siano dei trentenni che fanno cinema, e che lo facciano in una certa maniera e con determinate possibilità. Perché lo sguardo di un trentenne è importante tanto quanto quello di un settantenne, di un sessantenne, di un novantenne."
Alla domanda se non si trattasse solo di una battuta ironica, ha chiarito senza esitazioni: "No, non era ironico. E purtroppo non c'è stato nemmeno l'imbarazzo di aver detto una cosa del genere. Spero che, se c'è davvero un piccolo fenomeno in questo momento attorno a me, si rivolga più che altro alla possibilità e alla richiesta di far fare film e di dare fiducia anche a registi più giovani, e di non chiamarli più giovani."




