“Le città di pianura”, lo sguardo della provincia per rinnovare il cinema italiano

“Le città di pianura”, lo sguardo della provincia per rinnovare il cinema italiano

Giovanni Berruti
Giovanni Berruti

Pubblicato il 13 maggio 2026

Aggiornato il 14 maggio 2026

La 71° edizione dei David di Donatello ha decretato un trionfo. Quello de Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, che arrivato con sedici candidature ha portato a casa otto statuette, compresa quella per il miglior film. I premi sono stati consegnati a Francesco Sossai per la miglior regia, a Sergio Romano per il miglior attore protagonista, di nuovo a Sossai e Adriano Candiago per la miglior sceneggiatura originale, il quale è stato premiato per miglior casting, e infine a Marta Donzelli e Gregorio Paonessa per Vivo Film, con Rai Cinema, in collaborazione con Philipp Kreuzer per Maze Pictures, Cecilia Trautvetter per la miglior produzione. 

Tralasciando la conduzione di Flavio Insinna, decisamente ingombrante nei confronti dei premiati, continuamente interrotti e persino presi in giro, con Bianca Balti visibilmente in imbarazzo, fortunatamente la cerimonia sarà ricordata per l’incredibile successo di un solo film. Un vero e proprio caso cinematografico, sostenuto dal passaparola, che si è dimostrato essenziale per una storia di provincia. Una serata che ha visto la vittoria di David su Golia. È stata la notte di un “piccolo grande film” capace di lasciare “a bocca asciutta” nomi del calibro di Paolo Sorrentino, Paolo Virzì e Pietro Marcello, rispettivamente presenti con La grazia (2025), Cinque secondi (2025) e Duse (2025).

Per chi volesse recuperarlo, oltre alle sale in cui è stato riprogrammato, Le città di pianura è già disponibile in streaming. Nel frattempo, ripercorriamo la storia dell’opera fuori dagli schemi di Sossai.

Cosa racconta il film di Sossai?

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Semplificando, si può definire “un piccolo film veneto sul Veneto”. Le città di pianura è un road movie con protagonisti due cinquantenni veneti, Carlobianchi e Doriano, interpretati da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, che vagano da un bar all’altro per “l’ultimo goto”. La loro strada si incrocia con quella di Giulio, che ha il volto di Filippo Scotti, un giovane studente di architettura, originario del Sud, timido e introverso. Per il trio è l’inizio di un viaggio per la sterminata pianura veneta, che oltre a essere una fotografia del paesaggio si rivela soprattutto qualcosa di esistenziale. 

Tra le campagne, i paesini, le osterie, e persino il Memoriale Brion, capolavoro dell’architettura del Novecento di Carlo Scarpa che documentano la trasformazione del territorio, c’è un elemento centrale in questa storia divertente e malinconica di amicizia ad alto tasso alcolico: il confronto generazionale. Un confronto proficuo per entrambe le parti, che porta a un interscambio continuo dei ruoli di mentori e di apprendisti. Perché sia la coppia di amici cinquantenni sia il giovane Giulio hanno qualcosa da insegnare e imparare gli uni dagli altri. 

Quel fortunato viaggio da Cannes alle sale italiane

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La seconda opera di Sossai ha sorpreso tutti. Presentato in anteprima nella sezione “Un Certain Regard” allo scorso Festival di Cannes, la stessa che quest’anno non ospiterà pellicole italiane, Le città di pianura era già stato visto allora con un certo interesse. Era il 21 maggio e il pubblico aveva manifestato un profondo apprezzamento per questo “road movie veneto”. 

Diversi mesi dopo si arriva all’inizio del percorso cinematografico. Prima di procedere alla distribuzione nazionale, prevista per il 2 ottobre, Lucky Red decide di programmare delle anteprime nel Triveneto nella settimana precedente. I dati sono stati positivi e di lì diverse sale hanno richiesto di aggiungerlo alla loro programmazione. Una strategia azzeccata, in quanto pur essendo stato il flusso concentrato, si è assistito a un ottimo risultato in termini di incassi e spettatori per un titolo di questo tipo. Non solo, Le città di pianura è riuscito anche a restare a lungo nei cinema. 

Entriamo nel dettaglio con dei numeri. Secondo i dati Cinetel, lo scorso anno la pellicola ha incassato complessivamente 1.693.282 euro con 249.318 presenze in tre mesi. Ad oggi, includendo la riprogrammazione a seguito dei David, è arrivata a 1.848.343 euro per un totale di 277.131 spettatori. Oltre alla distribuzione mirata, c’è un altro grande artefice dietro a questi dati: il passaparola, il più classico degli schemi e ancora oggi il più efficace. Sono molteplici i titoli che hanno beneficiato al botteghino per la raccomandazione tra spettatori, ancor più amplificata ai tempi dei social media. Per non parlare dello streaming, che adesso ospita uno dei casi più interessanti della scorsa stagione cinematografica.

Il trionfo di un cinema italiano diverso

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C’è chi ha parlato di invasione veneta. Ma il punto è che ai David ha vinto un altro cinema italiano. È importante sottolinearlo, a dieci anni di distanza dall’arrivo nelle sale di titoli coraggiosi come Lo chiamavano Jeeg Robot (2016) di Gabriele Mainetti e Veloce come il vento (2016) di Matteo Rovere, che ha dato vita a una nuova e coraggiosa generazione di cineasti, premiata dal pubblico e sostenuta da una certa critica. 

“Il nostro Paese ha bisogno di essere raccontato, quindi ha bisogno di essere visto. Cosa stiamo guardando?”. È uno spunto per una riflessione, suggerito da Sergio Romano nel discorso di accettazione del primo David della sua carriera. È qualcosa su cui sicuramente i nuovi autori cinematografici si stanno interrogando, tra l’ennesima crisi del cinema e lo spettro dell’intelligenza artificiale che aleggia sui mestieri creativi, e non solo. 

Le città di pianura ha dimostrato che un film atipico può ancora lasciare un segno. Lo sta testimoniando il suo contenuto, il suo percorso, i suoi riconoscimenti. Ma soprattutto è dimostrato dal pubblico, che ha sempre l’ultima parola. Come suggerito dallo stesso Sossai, il progetto era quello di rappresentare il Veneto in maniera diversa, oltrepassando il solito racconto cinematografico della regione attraverso Venezia o le Dolomiti. Si parla proprio di una trasformazione socioculturale dei luoghi, dell’impatto della crisi economica del 2008, con la conseguente disoccupazione e la fine di un certo tipo di vita.

Ma la diversità non sta solo nella sostanza, ma anche nella forma. È come si sceglie di raccontare, come offrire il proprio punto di vista agli spettatori. Nel caso specifico, è un viaggio non lineare, che non vuole rispettare le regole, anzi di limiti non ne vuole sapere, proprio come chi incappa in una grande sbronza. Ma il nostro cinema, inteso come “sistema”, sembra averne beneficiato. Probabilmente anche perché le persone hanno trovato nelle avventure di questo trio uno sguardo autentico che pur essendo circoscritto a una realtà ben precisa, quella del Nord-Est italiano, si avvale di una sensibilità dall’impronta più europea. 

Il Sorpasso e I Vitelloni sono stati due film che ho studiato tanto durante la scrittura e la preparazione del film” – rivela Sossai. Per gli sceneggiatori è stato inevitabile, ma soprattutto doveroso, guardare alla gloriosa stagione della commedia all’italiana, tra Risi e Fellini. Ecco, forse, un altro ingrediente della ricetta vincente è proprio la capacità degli autori di rileggere in chiave contemporanea un filone cinematografico fondamentale per la nostra storia. Si può ridere e riflettere su temi profondamente drammatici, ci si può divertire e pensare allo stesso tempo, e forse gli spettatori non se lo sono dimenticato.  

In un’era dominata da algoritmi, è essenziale rimettere al centro l'imprevedibilità. Per questo, è bello guardare un film come Le città di pianura e lasciarsi trasportare alla scoperta di un qualcosa che non risulta mai troppo artificioso. È la lentezza del viaggio di Carlobianchi, Doriano e Giulio, spesso paragonato al passaggio di una sbornia, a ricordarci l’importanza di restare umani, apprezzando le sfumature della vita. Perché è proprio quando non succede nulla che, in realtà, sta succedendo qualcosa di meraviglioso.

La storia di Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), due cinquantenni al verde con una filosofia di vita che ruota attorno all'ultimo bicchiere, e del loro incontro con Giulio (Filippo Scotti), un giovane e timido studente di architettura in crisi. Quello che sembra un incontro casuale si trasforma in un road movie disordinato attraverso le pianure del Veneto: tra sbronze, cattivi consigli e una sorprendente amicizia che rimescola le carte del destino di Giulio. Il film ha conquistato i David di Donatello 2026 nelle categorie più prestigiose, tra cui Miglior Film, Migliore Regia e Migliore Attore Protagonista per Sergio Romano.

Informazioni su questa lista

Titoli

1

Costo totale di visione

11,99 €

Durata totale

1h 38min

Generi

Commedia, Drammatico, Giallo

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