
“La cronologia dell'acqua”, Kristen Stewart: “L'esperienza femminile? È piena di segretezza. Dobbiamo unire le nostre voci e smetterla di nasconderci”
“Alcuni libri vivono nel subconscio. Questo era impulsivo, viscerale. Sembrava un grido ribelle, un fuoco a cui volevo partecipare”. Kristen Stewart, dopo anni passati davanti all'obiettivo, ha trovato in The Chronology of Water di Lidia Yuknavitch il materiale perfetto per dare forma al suo omonimo debutto al lungometraggio - dall’11 giugno in sala - dopo il corto del 2017, Come Swim. Un adattamento di un bestseller autobiografico con protagonista Imogen Poots nei panni di Lidia, seguita da bambina a donna nell'arco di quarant'anni.
Cresciuta in un ambiente caratterizzato da violenza e alcool, dopo un'infanzia segnata dagli abusi fisici e psicologici del padre, la ragazza trova un luogo sicuro in cui abbandonarsi nelle vasche delle piscine in cui pratica nuoto agonistico. Ma quello che ha vissuto insieme alla sorella, sotto lo sguardo immobile della madre, la porta a perdersi in anni di relazioni sbagliate, dipendenza e sperimentazione sessuale. Una spirale autodistruttiva che trova uno spiraglio di luce grazie al potere della scrittura.
Le realtà plasmabili e i ruoli guidati dagli impulsi
Presentato nella sezione Un Certain Regard di Cannes 2025, La cronologia dell’acqua ha richiesto una preparazione molto lunga, tra scrittura e la difficoltà di trovare partner produttivi interessati a investire in un materiale narrativo così complesso. “Ho sempre voluto dirigere film da quando ho iniziato a lavorare in questa industria”, confessa l'attrice. “L'opera di Lidia mi ha affascinata per la sua natura di diario intimo. Non tanto per la specificità del fatto che si tratti della vita di una persona reale, quanto perché le storie personali sono vitali. E questa parla di quelle diverse parti della tua esistenza che infondono vergogna nel tuo corpo e di come riuscire a metabolizzare il tutto per tirare fuori qualcosa di positivo. Quando l'ho letto sono rimasta folgorata dalla singolarità della sua voce, ma ancora di più da ciò che diceva sulla plasmabilità delle nostre realtà e su come l'arte ce la metta tra le mani e la renda qualcosa attraverso cui possiamo ricontestualizzare ciò che ci fa male in altro capace di trasmettere piacere e gioia”.
Un ruolo, quello da regista, che l'ha portata a confrontarsi con una responsabilità e doveri diversi rispetto al lavoro di interprete. “Mi sono divertita un mondo, ma è stato davvero difficile”, racconta Stewart. “È stata un tipo di dinamica completamente diversa. Ho sentito i limiti tecnici e dell'essere la persona che deve controllare ogni cosa. Ma poi anche permettere a chi è libero di sentirsi tale e a suo agio, pronto a tuffarsi senza che io cercassi di supervisionare tutto troppo”.
“Per me esiste la creazione dell'immagine e poi il permettere alla vita di esistere all'interno di quelle immagini. Ed è lì che subentro come attrice. Amo infondere nuova linfa a nozioni preconcette, con nuove domande e desideri. Quindi è stato bello poter creare una sorta di palcoscenico in cui altre persone potessero esplorare le mie e le loro idee”, continua la regista. “E penso davvero che i registi emergenti si ritrovino nei loro film. Essere dietro e davanti alla macchina da presa sono due ruoli complementari. Imogene mi ha aiutato a dirigere questo e io l'ho aiutata a recitare. E quando dico 'recitare', intendo vivere. Stavamo entrambe vivendo questo film ogni giorno. Era il suo corpo, ma le nostre fottute anime erano totalmente unite. Il motivo per cui voglio continuare a fare film sia come regista che attrice è perché sono ruoli guidati dagli stessi impulsi”.
Il formato 16mm per evocare la non linearità della memoria
Per il suo film la regista ha scelto un formato preciso, il 16mm, con un intento narrativo ben delineato. “Non volevo semplicemente filmare, ma scattare molte immagini per poi trovare zone da unire. Nello stesso modo in cui la vita può sembrare ellittica, ma emotivamente connessa attraverso una specie di tessuto connettivo narrativo che potrebbe non essere sempre il più ovvio”, spiega Stewart. “Quando giri in digitale, non finisci mai la pellicola, non perdi mai il momento. Manca uno spazio intermedio in cui proiettare una qualche specie di sé emotivo o spirituale, perché non vengono girati 24 fotogrammi al secondo. Non c'è nessun posto in cui scivolare nel mezzo, emotivamente e letteralmente”.
“Volevo che il film sembrasse fuori dal tempo”, prosegue la regista. “La storia attraversa quattro decenni e siamo arrivati a ridosso dei primi anni 2000, periodo in cui le esperienze digitali sono diventate super pervasive. Ci tenevo che l'immagine sembrasse autentica e non kitsch, specialmente in questo momento storico in cui proviamo nostalgia per l'analogico. Desideravo che il film desse l'impressione di essere stato trovato nella soffitta di qualcuno, come una specie di album di famiglia strappato. È come se avesse tolto il controllo umano dall'equazione e avesse permesso a un briciolo di misticismo di entrare”.
La cronologia dell'acqua: un film universale che non deve funzionare per tutti
La cronologia dell'acqua non è un film “facile”. Richiede al suo pubblico un'attenzione formale ed emotiva continua. E il materiale umano e narrativo che mette in campo parla di traumi complessi da accettare e processare. Ma è anche un'opera sul potere curativo dell'arte, sia per il corpo che per la mente. Un potere che la stessa Kristen Stewart ha sperimento con il cast durante le riprese. “Era un po' come leggere le foglie di tè, solo che si trattava di sangue sulle fughe delle piastrelle. Ci sono inquadrature specifiche di Lidia, perché abbiamo fatto un film su questa donna, ma che allo stesso tempo rappresentano un'esperienza universale”, sottolinea Stewart.
“La prima volta che ti sei sentita derubata, in cui hai riconosciuto che il tuo corpo non era interamente tuo, in cui hai sanguinato, te ne sei imbarazzata o hai provato orgoglio. Quelle volte in cui vedi il sangue scorrere giù nello scarico ai tuoi piedi e pensi: 'Sono questa bestia capace di dare la vita'. E allo stesso tempo si tratta anche del nostro punto più debole per cui ti trovi a negoziare con te stessa tutto il tempo per capire cosa significhi”.
“Volevo fare un film su tutte e non solo su Lidia. Ogni giorno dicevo a Imogen: 'Questa sei tu. Tutto questo sei tu'”, prosegue l'attrice. “Ecco perché il libro è una tale chiamata alle armi. C'è qualcosa nell'atto di non nascondersi che per me è sembrato curativo. L'esperienza femminile è piena di segretezza, mentre questa è sembrata priva di veli. Una liberazione catartica. Abbiamo bisogno di echi della storia e di voci femminili che si uniscano in una sorta di coro per sentire di poter parlare a voce alta. Spero che il film apra quante più botole possibili verso quel sé che si sta nascondendo”.
Ma la regista è anche consapevole di quanto il suo primo lungometraggio non corrisponda agli standard di Hollywood.“Ho incontrato per la prima volta questo memoir nel 2017 sul mio Kindle. Fin dalla prima pagina ho sentito una corrente elettrica: un viaggio frastagliato e non lineare attraverso trauma e memoria, diverso da qualsiasi cosa avessi mai letto”, ammette la regista. “Realizzarlo è stata un'impresa così egoistica, basata sul desiderio. E farlo in isolamento è stato incredibile. Sicuramente non deve funzionare per tutti. Non sto cercando di spuntare nessuna casella. Se dipendesse da me, questo sarebbe il film più commerciale di sempre, un successo clamoroso al botteghino (ride, ndr). Ma non ho assolutamente paura perché questa storia esiste in modo così onesto e puro che può avere la sua personale relazione con il mondo. E con chiunque lo abiti”.







