
“Kokuho – Il maestro di kabuki”, Sang Lee-il: “Il mio film senza compromessi che sfida il pubblico”
“Circa 15 anni fa, mi è venuta l'idea di realizzare un film sugli onnagata, attori maschi che interpretano personaggi femminili nelle rappresentazioni kabuki. Ho fatto molte ricerche e mi sono addentrato in questo mondo. Ripensandoci oggi, forse Kokuho – Il maestro di kabuki è nato proprio da quella prima intuizione”. Incontriamo Sang Lee-il a Udine per la 28ª edizione del Far East Film Festival che ha proiettato in anteprima il suo ultimo film, nelle nostre sale il 30 aprile distribuito da Tucker Film.
Tratta dall'omonimo romanzo di Shuichi Yoshida, la pellicola – presentata alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 78 e candidata agli Oscar per il miglior trucco e acconciatura – racconta la storia del giovane Kikuo (Soya Kurokawa/Ryo Yoshizawa), figlio di un boss della yakuza, che si fa notare durante un banchetto a Nagasaki esibendosi in un ruolo kabuki femminile. Tra gli ospiti lo nota l’attore kabuki Hanjiro Hanai (Ken Watanabe), che riconosce immediatamente il talento del ragazzo.
Dopo la morte prematura del padre, Hanjiro lo accoglie con sé a Osaka. Lì, Kikuo cresce insieme al figlio dell'uomo, Shunsuke (Keitatsu Koshiyama/Ryusei Yokohama). Nonostante le loro diverse origini, i due stringono una forte amicizia, mentre studiano fianco a fianco sotto la guida di Hanjiro. Solo uno di loro, però, diventerà un “tesoro nazionale vivente” a cui allude il titolo. Un riconoscimento utilizzato in Giappone per indicare le persone ufficialmente riconosciute come “portatori di importanti beni culturali intangibili”.
Kokuho – Il maestro di kabuki, tra sacrificio e sfide produttive
La pellicola è un'epopea lunga mezzo secolo nel Giappone del '900 che, da metà anni '60 segue la complessa vita di un ragazzo prima e di un uomo poi per realizzare il suo sogno di esibirsi sul palco e diventare il migliore di tutti. Un obiettivo portato avanti con determinazione, ma che comporta anche molti sacrifici sotto il profilo umano. “Non credo che ci sia nessuno che sacrifichi qualcosa di proposito. Probabilmente ci si rende conto di averlo fatto solo con il senno di poi”, spiega il regista. “Quando hai una forte dedizione ti ci immergi completamente e solo dopo averla concretizzata capisci cosa hai lasciato dietro di te. Non sento di essere arrivato a quel punto per poter capire cosa ho sacrificato”.
Acclamato in tutto il mondo dal pubblico e dalla stampa, il film – che vanta tra i suoi fan anche Tom Cruise che lo ha elogiato in occasione dell’uscita negli Stati Uniti – ha il sapore di un cinema passato. Lungo tre ore, Kokuho – Il maestro di kabuki è un'esperienza visiva sontuosa, in cui la grandiosità stilistica si sposa con una narrazione capace di toccare emozioni universali racchiuse all'interno di un'antica tradizione. Un tipo di produzione che si scontra con un pubblico sempre meno abituato a opere del genere.
“A livello industriale chiaramente è un rischio. Ma per organizzare un film come questo che racchiude 50 anni di vita di un attore, penso che tre ore siano un tempo necessario”, sottolinea Sang Lee-il. “Credo sia molto più importante ciò che una persona sente, rispetto all’effettiva lunghezza. Quando ero giovane e vedevo Il padrino (1972) o i film di Visconti non mi sembravano lunghi. Un’esperienza del genere ritengo vada riproposta, nonostante oggi gli spettatori siano più distratti".
Un film da record
Una scommessa vinta dato che il film ha incassato 128 milioni di dollari in patria, diventando il live-action con il maggior incasso di tutti i tempi in Giappone. “Quando è stato ideato, il film aveva un budget davvero enorme per gli standard del cinema giapponese”, racconta il regista. “Il kabuki, similmente all'opera, è una forma d'arte con una tradizione molto radicata. Ma, più si scende di età, più i giovani se ne disinteressano. Inoltre, vista la durata, presentava pochissimi elementi che potessero essere considerati vantaggiosi dal punto di vista commerciale”.
Eppure questo non ha scoraggiato gli spettatori. “Ero convinto avesse qualcosa da raccontare e il fatto di averlo portato a termine senza compromessi ha portato a questo risultato”, afferma Sang Lee-il. “Forse è importante anche non dare ascolto alle reazioni di chi mi diceva che sarebbe stato meglio rinunciarci”.
Il mondo guarda a Oriente, grazie anche alle piattaforme
Il grande successo ottenuto da Kokuho – Il maestro di kabuki si inserisce in un quadro più ampio relativo al sempre maggiore interesse dei cittadini occidentali verso la cultura e la società orientale.
“In passato Kurosawa è stato un caso isolato, ma con gli spaghetti western ha influenzato l'Occidente. Soprattutto negli Stati Uniti si diceva spesso che le persone non volessero leggere i sottotitoli”, afferma il regista. “Ma oggi, anche grazie a piattaforme come Netflix, in molti hanno iniziato ad apprezzare il confronto con una lingua diversa, come se fosse una sorta di nuova scoperta. Ha abbassato e ampliato quelle barriere”.
Un'analisi centrata. Ma è anche vero che il proliferare delle piattaforme ha portato a un appiattimento narrativo?“È difficile esprimere un giudizio definitivo. Le serie hanno una struttura fatta per attirare l'attenzione dello spettatore, episodio dopo episodio”, riflette Sang Lee-il.“È come se il tempo che si passa a guardarle non venisse assaporato. Immagino si sia entrati in un circolo vizioso, perché senza quell'espediente narrativo sarebbe difficile continuare a catturare il pubblico”.







