
“Ink”, Danny Boyle: “Murdoch ha cambiato la nostra società più dello sbarco sulla Luna”
Raccontare una delle più grandi rivoluzioni giornalistiche e culturali del secolo scorso, capace di modellare il nostro presente. È la sfida che si è trovato di fronte Danny Boyle con Ink, film di apertura di Venezia 83 in corsa per Leone d'Oro, quando ha scelto di portare sul grande schermo la pièce omonima di James Graham che firma anche la sceneggiatura. La storia dell'acquisizione, nel 1969, da parte di Rupert Murdoch del Sun e della direzione del giornale affidata a Larry Lamb.
“Ricordo di aver visto lo spettacolo a teatro soprattutto incentrato su Murdoch e di aver pensato: 'Ma questo spettacolo non dovrebbe parlare dell'altro tizio?'”, racconta il regista di Trainspotting (1996). “Sia io che Lamb siamo nati nel nord dell'Inghilterra e abbiamo un atteggiamento simile: quello di dover dimostrare il proprio valore perché sempre sottovalutati. Quello che si chiama 'complesso di inferiorità'. Anche Rupert, in quanto australiano, ce l’aveva. Quindi ci si poteva identificare con questi personaggi. All’inizio erano dei ribelli e questo ha fatto sì che non dipingessimo Murdoch come un mostro”.
Una forma diversa di libertà che ha modificato il presente
L'anno in cui è ambientato il film è il 1969. Una data cruciale che segna lo storico sbarco dell'uomo sulla Luna. Ma per Boyle quell'annata ha una valenza ancor più forte proprio per le ripercussioni che l'era Murdoch/Lamb hanno avuto sulla nostra società e sui media.
“Quando è arrivato in Inghilterra, Murdoch odiava l'establishment britannico e io stesso lo aborro. Lo trovo una prigione soffocante per l'immaginazione e la libertà delle persone. Lo ammiro enormemente per questo. Ai tempi ha rappresentato una ventata di aria fresca in una società britannica estremamente rigida. Ha offerto una forma diversa di libertà”, riflette il regista. “Ma personalmente penso ci sia una catena tra la fine degli anni '60 e la nostra epoca. Puoi chiamarla 'dorata' o 'tossica', ma c'è una connessione tra il momento in cui Murdoch e Lamb si incontrano e dove siamo arrivati”.
“Ci sono dei punti in particolare - e la Brexit è uno di questi - che puoi mappare come destabilizzanti di un sistema di credenze centrale. I dieci pilastri di ciò che sostiene la società in cui tutti viviamo”, continua. “Uno dei quali sono i giornalisti e quei momenti in cui detengono un grande potere, dicendo: 'No, non puoi farlo'. È accaduto recentemente con lo scandalo delle intercettazioni che ha coinvolto uno degli altri giornali di Murdoch, il News of the World. Ci credo davvero quando dico che il 1969 ha avuto un impatto nelle nostre vite più per il loro incontro che per lo sbarco sulla Luna”.
Rupert Murdoch: un ritratto privo di pregiudizi
Se Boyle ha scelto di non raccontare un “mostro”, è anche vero che molto del merito è da attribuire a Guy Pearce e alla sua prova d'attore. “Chi mostriamo noi è molto diverso dalle foto del 90enne che vediamo oggi sul giornale. Per questo sul set ogni tanto mi ritrovavo a dire, tra me e me: 'Oh sì, interpreto un individuo che esiste realmente'”, scherza l'attore australiano.
“La chiave è stata cercare di trovare chi fosse come essere umano. Mettere da parte tutto ciò che pensiamo di sapere su di lui. Il mito che è stato creato attorno a Rupert Murdoch era qualcosa da superare e lasciar andare per poter tornare indietro e guardare chi fosse quella figura in quel particolare momento storico”, prosegue.
“Quando ho parlato del film ad alcuni amici, mi hanno chiesto: 'Wow, com'è interpretare la persona più terribile del mondo?'. Ed è stato interessante vedere la demonizzazione che la gente fa di lui e il giudizio che ne ha. Ne è senza dubbio responsabile. Ma per me era centrale non fermarmi lì. Guardare vecchie video interviste di lui e vedere la sua timidezza o il suo leggero disagio nello stare sotto i riflettori, nonostante la sua ambizione, mi ha detto tanto sulla personalità che stavo interpretando”.
Tra assenza di moralità e universo femminile
Quello che mette in luce Ink è anche la perdita di una certa moralità e responsabilità da parte del giornalismo a favore di una voracità legata al successo a tutti i costi. Un aspetto molto ben esplicato dalla figura di Larry Lamb, un giornalista brillante che non aveva mai avuto la vera occasione di emergere e che, una volta a capo del tabloid, si fa risucchiare dalla corsa per il primato di vendita di copie per battere il rivale Daily Mirror. “Diventò il suo unico motore”, spiega Jack O'Connell. “Nel film c'è un'esplorazione della moralità attraverso il rapimento di Muriel McKay. Ha dimenticato ciò che era davvero importante, le responsabilità e il costo umano. Larry è una figura emblematica di quel giornalismo, delle sue insidie e i suoi difetti. Dal canto nostro si trattava di addentrarsi in quel mondo e cercare di capirlo”.
Ma il film di Danny Boyle non dimentica di dare spazio al femminile. Da un lato mostrando la nascita e l'evoluzione della famosa Page 3 che ha contribuito a rendere il Sun uno dei cartacei più venduti al mondo, dall'altra attraverso la figura di Jules Davies, una giornalista interpretata da Claire Foy. “Credo che James abbia scritto questa donna straordinaria che, nonostante ciò che la società e l'ambiente e chiunque incontrasse nella sua vita quotidiana le dicessero, credeva totalmente nel proprio mondo e in ciò che aveva da offrire”, afferma l'attrice. “Abbiamo incontrato reporter dell'epoca che sono stati onesti su come le professioniste donne venivano trattate sul posto di lavoro. Eve Pollard, un'editrice stimata, ha raccontato cosa ha dovuto affrontare. E ho letto molto di Julie Welch, una giornalista calcistica nel Regno Unito. C'erano molte figure come Jules a cui non sarebbe stata data voce e nemmeno l'opportunità di scrivere una storia. Per non parlare di essere in un film sulla genesi di questo incredibile giornale. È davvero un merito loro se lei esiste e sono molto orgogliosa di interpretarla”.








