Arriva sempre quel momento preciso in cui la protagonista di un film horror, dopo aver passato gran parte del tempo a scappare, nascondersi, subirne di ogni, decide di fermarsi un attimo. Stanca di subire, esasperata e, soprattutto, arrabbiata. Tra le mani potrebbe avere un’arma o anche solo la “semplice” consapevolezza che nascondersi non basta più, e non vuole neanche più farlo.
Una determinazione viscerale, pulsante in ogni sua terminazione nervosa: è arrivato il momento di agire e seguire le regole dei suoi stessi aguzzini, trasformandosi però da preda a cacciatrice.
Il cinema di genere – dall’horror all’action, passando per il thriller – ha sempre saputo costruire quel momento meglio di qualsiasi altro, e non è un caso: è lo spazio in cui le convenzioni sociali vengono sospese, in cui una donna può fare cose che il dramma borghese non le concederebbe mai, in cui la violenza diventa linguaggio legittimo per chi è stato costretto al silenzio.
Il termine “Good for Her” nasce come battuta, una risposta ironica alle scene in cui una protagonista fa qualcosa di socialmente inaccettabile ma emotivamente comprensibile; un atto egoistico come mollare tutto o tutti, oppure brutale come prendersi la sua vendetta e, perché, non fare anche peggio di ciò che hanno fatto a lei. Applicato al cinema di genere degli ultimi decenni, però, descrive un filone in cui le donne si trovano intrappolate in situazioni di pericolo reale e trovano nella sopravvivenza, nel combattimento o nella trasformazione una forma di autodeterminazione. Jude Ellison Doyle, nel suo lavoro sul mostruoso femminile, ha teorizzato esattamente questo: il mostro come figura di liberazione, l'orrore come spazio in cui il femminile represso può finalmente prendere forma senza chiedere permesso.
Non tutte le protagoniste di questa lista escono indenni dalla loro storia. Alcune escono cambiate in modo irreversibile, alcune abbracciano una mostruosità che il sistema in cui vivevano non avrebbe mai tollerato. Ed è proprio lì, in quella trasformazione, che il sottogenere diventa più onesto di molta narrativa che si definisce esplicitamente femminista.
Alien (1979)
Quando il personaggio di Ellen Ripley viene costruito, sicuramente la Hollywood del 1979 non era pronta ad un cambio così radicale nel panorama delle eroine al femminile. Anzi, il concetto di eroina era qualcosa di ancora molto lontano dalla grammatica cinematografica del periodo. E no, in Ripley non c’è nessun potere particolare dalla sua parte; lei è semplicemente competente, pragmatica, con un senso di sopravvivenza inscalfibile. Tutte motivazione che, nella loro “banalità”, rendendo questa personaggio una vera rivoluzione tanto nell’ambito cinematografico quanto nella realtà, in cui un essere umano viene scelto in base alle sue skills e non sulla base del genere. In Alien la sopravvivenza di Ripley è dettata dalla chiarezza con cui riesce a pensare quando tutti gli altri cedono al panico o all'arroganza.
Alien è fantascienza e horror in egual misura, un film claustrofobico che usa lo spazio come metafora dell'isolamento e del corpo violato, con la creatura di H.R. Giger che incarna una minaccia volutamente sessualizzata. Ripley che affronta quella minaccia da sola, nella scena finale, con calma e determinazione, è ancora oggi uno dei momenti più potenti dell'intera storia del cinema di genere. Tutto quello che è venuto dopo, nel filone “Good for Her”, le deve più di qualcosa.
Carrie (1976)
Carrie White viene umiliata per tutta la vita: dalla madre, dai compagni di classe, dal proprio corpo che non capisce e che non le è stato spiegato. Brian De Palma adatta il romanzo di Stephen King con una precisione chirurgica nel costruire la tensione, lasciando che l'orrore cresca lentamente dentro una storia che potrebbe sembrare, in superficie, un classico coming of age, un dramma scolastico la cui protagonista è la classica ragazza incompresa, emarginata e bullizzata. Poi arriva il ballo di fine anno, uno scherzo crudele e di cattivissimo gusto, e Carrie smette di essere una vittima. Che senso ha mostrare misericordia per un branco di adolescenti spietati?
Carrie è il film che ha fondato una delle grandi domande del mostruoso femminile: cosa succede quando una donna a cui è stato insegnato solo a subire scopre di avere un potere enorme? La risposta di King e De Palma non è rassicurante, e non dovrebbe esserlo. Carrie è molto di più di una vendicatrice eroica, è una ragazza distrutta che distrugge, e nella distruzione raggiunge il suo momento più alto di consapevolezza di sé stessa e autodeterminazione.
Finché morte non ci separi (2019)
Grace sposa l'uomo che ama ed entra a far parte di una famiglia ricchissima con una tradizione molto particolare: ogni nuovo membro deve estrarre una carta e giocare al gioco corrispondente prima di essere accettato ufficialmente. Grace pesca Nascondino. In pochi minuti quello che sembrava un capriccio eccentrico si rivela qualcosa di molto più sinistro: la famiglia Le Domas la vuole morta, e lei deve sopravvivere fino all'alba in un abito da sposa che non è esattamente il capo più adatto a scappare attraverso una magione buia inseguita da una famiglia armata di tutto punto.
Finché morte non ci separi è un horror-comedy che funziona perché non smette mai di essere anche una satira di classe – i Le Domas sono ridicoli quanto sono pericolosi, corrotti nell'anima come i migliori aristocratici – ma soprattutto perché Samara Weaving costruisce una protagonista che passa dal terrore alla furia con una credibilità totale. Il matrimonio, nel film, è la metafora più esplicita della lista: l'ingresso in un sistema che ti vuole consumare, in senso del tutto letterale. Nei prossimi giorni al cinema arriverà il secondo capitolo, Finché morte non ci separi 2 (2026). Cos’altro ancora la famiglia Le Domas ha in serbo per Grace?
The Witch (2015)
Una famiglia puritana viene bandita dalla colonia e si stabilisce ai margini di una foresta nel New England del Seicento. Ma lì, qualcosa comincia a prendere i loro figli, uno alla volta, mentre la famiglia si disgrega dall'interno sotto il peso della paranoia religiosa e della colpa reciproca. Thomasin, la figlia maggiore, viene accusata di essere la strega, la causa di tutto quel male.
The Witch di Robert Eggers è una meditazione sul modo in cui il patriarcato religioso trasforma le donne in capri espiatori, in corpi da controllare, in minacce da neutralizzare prima ancora che abbiano fatto qualcosa di sbagliato. Analizzando il film, nella famiglia di Thomasin tutti si macchiano di uno dei peccati capitali, eppure è solo a lei, l’unica ad incarnare purezza e sacralità, l’accusata, spingendola ad un punto tale di non ritorno da chiedersi “Ma chi me lo fa fare?”. Il finale di The Witch è uno dei più discussi del cinema horror contemporaneo, offrendo il fianco a molteplici interpretazioni, tra cui quella più quotata è la scelta di Thomasin nel farsi effettivamente strega, abbracciando il fuoco profano della congrega, trovando la libertà da sempre negata.
Midsommar (2019)
Dani ha appena subito una perdita devastante quando segue il fidanzato e i suoi amici in Svezia per un festival estivo in una comunità rurale dove, ben presto, eventi e usanze sempre più assurdi iniziano a turbare il soggiorno dei ragazzi.
Midsommar di Ari Aster è un horror a cielo aperto, senza buio e senza nascondigli, in cui il pericolo è nascosto nella luce piena e nei sorrisi di chi ti circonda. Dani è una protagonista in lutto che il film tratta con una serietà insolita per il genere: la sua disperazione è il motore di tutto. Quello che le succede nel finale – incoronata May Queen, circondata dalla comunità che la riconosce nella sua sofferenza mentre il fidanzato che l'ha ignorata per tutto il film brucia – è impossibile da leggere come vittoria nel senso tradizionale, ed è esattamente questo che lo rende così potente. Midsommar parla di cosa succede quando una donna smette di comprimere il proprio dolore per non disturbare. Il mostruoso femminile, qui, ha la forma di un sorriso finalmente autentico.
L'uomo invisibile (2020)
Cecilia scappa nel mezzo della notte dall'uomo che la controlla da anni, opprimendola e abusandola mentalmente. Lui muore poco dopo, ufficialmente suicida, ma lei comincia ad essere perseguita da una presenza costante che, però, non riesce a dimostrare a nessuno. Leigh Whannell con L’uomo invisibile aggiorna il classico della Universal riportandolo alla sua radice più scomoda: la storia di una donna che sa perfettamente cosa le sta succedendo e non viene creduta da nessuno.
L'invisibilità del mostro non è un espediente di fantascienza, è una metafora precisa e spietata del gaslighting – la violenza che non lascia segni visibili, il terrore che viene sistematicamente reinterpretato come instabilità mentale della vittima. Elisabeth Moss porta la sua Cecilia con una tensione fisica costante, quella di qualcuno che non può mai abbassare la guardia, e il film la segue senza mai ridurla a oggetto di pietà. Quando Cecilia contrattacca, ormai consapevole che l’unica scelta rimasta nel suo mazzo è quella di diventare lei stessa un carnefice, lo fa con una logica che il film si è guadagnato scena per scena, risultando tanto credibile quanto potente. Un precedente non da poco nella storia dei classici horror dove, generalmente, sono sempre gli uomini i protagonisti e le donne mere vittime o agnelli sacrificabili per sconfiggere “il grande male”.
Pearl (2022)
Prequel di X (2022), ambientato nel 1918, Pearl racconta l'origine di un mostro attraverso la storia di una ragazza intrappolata in una fattoria isolata, sotto il controllo di una madre autoritaria, con un marito al fronte e il sogno di diventare ballerina che il mondo intorno a lei non ha nessuna intenzione di assecondare.
Ti West e Mia Goth – che ha co-scritto la sceneggiatura – costruiscono un film che vuole che tu capisca il mostro senza assolverlo, che vuole che tu senta la sua rabbia come qualcosa di legittimo anche mentre la guardi trasformarsi in qualcosa di irreparabile. Pearl non sopravvive nel senso in cui sopravvivono le altre protagoniste di questa lista – non scappa, non vince contro un sistema esterno – ma si libera da tutto ciò che l'ha compressa per anni, anche se quello che emerge dalla liberazione è oscuro e irrecuperabile. Il monologo finale di Mia Goth è una delle performance più straordinarie del cinema horror degli ultimi anni: un lungo confessionale in cui la follia e il dolore sono la stessa cosa, e in cui è impossibile voltarsi dall'altra parte.
You're Next (2011)
Aubrey e Paul, ricca coppia sposata da 35 anni, invitano i quattro figli a cena, con i rispettivi partner, per una riunione di famiglia. Tra questi c’è anche Erin, fidanzata del figlio Crispin. I toni della cena si fanno da subito accesi, ma prima che la lite possa sfociare nel peggio, la villa viene presa d’assalto da un gruppo di killer mascherati. Tra panico e inganni, Erin si rivela l’unica persona lungimirante e sveglia abbastanza da capire chi ci sia dietro l’attacco.
You're Next è un home invasion horror che capovolge le sue stesse regole molto prima che lo spettatore se ne accorga, divertendosi a smontare le aspettative di quest'ultimo con grande consapevolezza. Più che essere una supereroina, Erin ha semplicemente un passato che le ha insegnato a sopravvivere in condizioni estreme, una competenza silenziosa così efficace da diventare l'elemento più sovversivo del film. Sharni Vinson porta Erin oltre la categoria della “final girl” verso qualcosa di più pragmatico e meno simbolico, senza lasciare spazio alle pause sentimentali.
Pretty Lethal (2025)
Cinque ballerine in competizione tra loro si ritrovano bloccate in una foresta dopo un guasto al pullman e cercano rifugio in una locanda gestita da Devora Kasimer, ex ballerina prodigio interpretata da Uma Thurman, che vive in isolamento e che nasconde qualcosa di profondamente sbagliato.
La premessa su cui si basa Pretty Lethal è come, un corpo disciplinato, istruito ad una certa precisione e controllo di ogni movimento, possa usare quella stessa impostazione per poter sopravvivere in una situazione dove di eleganza femminilità da “brave signorine” potrebbero essere un ostacolo che altro, sdoganando il concetto stesso che per poter essere delle “cazzutissime eroine” non è necessario sfoggiare un aspetto o delle tendenze prettamente mascoline. Le scarpette da punta diventano un’arma così come le figure base del balletto classico – generalmente pensate per allietare il pubblico dal palcoscenico, dando forma a storie con la danza – vengono rivoltate contro chi minaccia, un po’ come se fossero colpi da arte marziale.
Ti Uccideranno (2024)
Asia Reaves entra nell'edificio di lusso The Virgil spacciandosi per una domestica, con l’obiettivo di trovare la sorella Maria, scomparsa da anni. Scopre che il palazzo, in realtà, è un tempio satanico i cui residenti hanno ottenuto l'immortalità attraverso sacrifici umani.
Ti Uccideranno è un action-horror esagerato e sopra le righe che non rinuncia a nulla, dai cultisti immortali ad una testa di maiale posseduta da Satana, dove usa come protagoniste due sorelle separate da una violenza domestica che le ha costrette a strategie di sopravvivenza diverse, e che si ritrovano a dover riconciliare quelle stesse strategie dentro un palazzo che vuole ucciderle entrambe. Il finale ribalta la logica del sacrificio in modo che è insieme grottesco e commovente, un atto di rappresentazione assoluta in un film in cui i corpi delle donne sono stati trattati come moneta di scambio dall'inizio.


















































































































